IL CODICE
di Rebecca Lena

È una frazione di secondo, abbasso lo sguardo e li scorgo: i solchi sul tavolo. Graffi remoti che formano lettere o numeri. Due nomi di persona qua e là, un 9.14 ripetuto, “qui il…ha dato fastidi di”.
Doveva avere una certa intensità nella calligrafia.
Il tavolo è l’unica cosa che non mi appartiene, l’ho trovato qui, in questa casa. Acero bianco, morbidissimo, con occhi neri che si materializzano un po’ ovunque. Le parole incise dal precedente inquilino sono un tonfo al cuore. Soprattutto perché non appaiono affatto volontarie, è evidente. Come se il tavolo avesse voluto assorbire certi segreti, ma in modo frammentario; ogni giorno un pezzetto, appena il proprietario vi si fosse soffermato a scribacchiare su fogli provvisori.
Mi avvicino, naso rasente come una bestia che fiuta, fletto il collo fino a trovare il controluce che rivela le curve. Sono in cerca di senso, indizi forse, necessari alla comprensione di qualcosa, non so bene cosa. “7.45, Sonia D, di una mia“. Non capisco. Scansiono la superficie in ogni angolo e con la testa spingo un bicchiere oltre il borgo, cade a terra frantumandosi.
D’un tratto è il risveglio di un bisbiglio, la voce morta di qualcosa. Alzo lo sguardo e si materializza a pochi centimetri. Mi punta col suo muso arido, osservandomi senza occhi. Ipnosi. Congelo le mie ipotesi e rimango a fissare il suo codice muto. Ritmico ticchettio di legno – acuto, crepitante a tratti – come se digrignasse i denti fino a spaccarli. Sembra durare anni, scrive qualcosa, ma è solo suono. Ascolto fino a renderlo insopportabile; d’un tratto volgo il viso altrove, il discorso è interrotto, si dilegua. Un’eternità deve essermi appena scivolata davanti.
Il tavolo è scuro, macchiato al centro da nuvole di piccoli fori. Ogni buco è una lettera sconosciuta, mi allontano e lascio che il vento improvviso faccia risuonare le sue vocali, tutte insieme.
Forse parla di tempo e spazio, di morte, e menzogna. Indecifrabile poesia dei tarli.

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