GLI OCCHI DELLA ZONA BUIA
di Rebecca Lena

Perché io non sto, non so stare, ovunque nella normalità. E rifiuto l’intrattenere mellifluo che conforta. “Andrà bene, io sento, lei disse, ama, l’anima, liberi, vivere, vivi!”. Ho il ribrezzo solo a riportarne degli esempi. Smettiamo di insudiciare la bocca, che le mosche vigilano.
Paura della solitudine? No, anzi mi affanno in ogni angolo della casa per scovarne una nuova manciata. Non esiste la vera solitudine. Neanche adesso che scrivo per nessuno, o per tutti coloro che non leggeranno. La stanza della mia coscienza è un monologo con un solo fievole riflettore puntato sulla mia diafanità, travestita da corpo. Volgo parole al pubblico, ma questo è troppo buio per riflettere alcuna presenza.
Eccola qui, la solitudine. È questa, per me. Il pubblico lì, silenzioso, invisibile, ma c’è. O non c’è? Non mi è dato saperlo, non preclude la performance. È perfetto: tutti e nessuno.
Così funziona l’agire interiore. Non è mai rivolto al nulla, o all’assenza reale, ma è rivolto al buio, vuoto, potenziale presenza di esseri inspiegabili. Seducente e oscuro, il mio pubblico.
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