“Ontologia della guerra e antropologia della pace” di Apostolos Apostolou

“Ontologia della guerra e antropologia della pace” di Apostolos Apostolou

da culturaoltre14

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Tutti conosciamo che esiste una cultura della guerra; per esempio, le società sono indissolubilmente legate nel loro sviluppo all’esistenza dei conflitti. Così se analizziamo la storia della filosofia occidentale, ci accorgiamo che esiste una filosofia della guerra ma non esiste una filosofia della pace. Il primo che ha parlato di guerra nella filosofia occidentale era Eraclito di Efeso, quando sosteneva che “polemos” cioè la guerra è il padre di tutte le cose. Che cosa significa la frase di Eraclito? Tutto ciò che esiste, come gli dei, o il cosmos, cioè il mondo, tutto ciò che si afferma nella realtà esiste attraverso una continua quanto sanguinosa e pericolosa guerra, che allo stesso tempo appare bilanciata e armoniosa. In altre parole, Eraclito non vede la guerra solo come una violenza armata. Il concetto di guerra è un elemento antagonistico della pace e questo perché, pensa Eraclito, c’è sempre la dialettica cioè il sistema tesi – antitesi – sintesi. Così il concetto di guerra diventa sinonimo del concetto di potere di M. Foucault, quando il potere venga già inteso come produttivo. Anche la guerra, secondo Eraclito, diventa regola dell’esistenza.

Secondo Platone la guerra è uno strumento per la politica e non deve essere aprioristicamente condannata, ma usata come mezzo di governo per lo stabilimento dell’ordine e il perdurare della pace nella polis. (Vedi: Protagora, Leggi, Repubblica). Aristotele ha cercato di giustificare la guerra da un punto di vista morale; pertanto ha detto che la guerra è necessaria in tre casi: I) Per la difesa dei confini; II) Per esercitare egemonia sui popoli conquistati; III) Per ridurre in schiavitù i barbari. In altre parole, la guerra era considerata giusta non per motivi specifici di difesa o possiamo dire di liberazione, ma semplicemente perché dichiarata e combattuta secondo determinate procedure giuridiche. Aristotele scrive (vedi Politico) che ciò che la maggior parte degli uomini chiamano pace non è nient’altro che un nome, ma nella realtà per forza di natura c’è sempre una guerra.

Nel pensiero di Omero, per esempio nell’ Iliade, esistono tre forme di eroi. Aiantas ed Ettore che rappresentano la guerra con le regole, Achille che rappresenta la guerra violenta e Ulisse che rappresenta la guerra malvagia che si muove abilmente per sorprendere l’avversario. Ulisse è l’ unico sopravvissuto della guerra di Troia.

Secondo gli antichi Romani, la guerra era lo jus belli per regolare i confitti che dovevano essere indetti. Possiamo dire che esiste una grande contraddizione nel pensiero romano – latino riguardo il problema della guerra e della pace. Possiamo vedere che da un lato si aspirava a perseguire la pace, dall’altro l’imperialismo romano produsse guerre e distruzione. Nel pensiero romano esiste la cultura della guerra come nel pensiero greco antico così ci sono inni per quanto riguarda la virtù, la forza, la bellezza dell’eroismo e il coraggio. Cicerone diceva che se vogliamo godere della pace dobbiamo fare la guerra.

 Sant’ Agostino riconosce tuttavia che la guerra riveste talvolta un valore positivo, mentre Kant – leggiamo nella sua polemologia – afferma che di volta in volta la guerra promuove lo sviluppo morale dell’umanità. Dove c’ è vita c’ è conflitto che è il progresso civile e morale dei popoli. Nietzsche sosteneva che la guerra è il principio di salute per popoli infiacchiti. Il filosofo Hegel diceva che la guerra garantisce non solo la risoluzione della controversie ma esprime un alto valore morale. E secondo Hobbes la guerra di tutti contro tutti (bellum omnium contra omnes) è la legge del mondo. Secondo Grozio, (era il padre o il fondatore del Giustaturalismo moderno) e secondo Pufendorf, ci sono sempre “giuste cause” della guerra. I positivisti e i marxisti sostenevano che la guerra rimane un fenomeno naturale e inevitabile.

Mentre Clausewitz scriveva: “La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica del procedimento politico, ma sua continuazione con altri mezzi.”

Il più antico testo d’arte militare esistente che descrive l’ontologia orientale è quello di Sun Tzu che dice “Il più grande condottiero è colui che vince senza combattere”, anche “Se conosci il nemico e te stesso la tua vittoria è sicura. Se conosci te stesso ma non il nemico le tue probabilità di vincere e perdere sono uguali.” E anche  “La invincibilità dipende da noi. La vulnerabilità del nemico dipende dai suoi sbagli”.

L’ antropologia della pace esiste con Aristofane e la sua opera Lisistrata, che descrive che le donne greche, per porre fine allo stato di guerra, si riuniscono e decidono un atto estremo, lo sciopero del sesso che alla fine piegherà gli uomini, mettendo d’ accordo tutti sull’ irrinunciabilità di un’esigenza comune. Tucidide diceva che la guerra è patologia. Eschilo, nei Persiani, diceva che la guerra è legata all’ idea del disastro e del lutto. Anche Fichte scriveva: “Chi fa la guerra e la provoca crea la distruzione alla fine anche di sé stesso.” E il filosofo tedesco Kant ha proclamato pace perpetua tra gli stati parlando più per un governo universale. Ciò che possiamo vedere è che la pace, sfortunatamente, rimane ancora un “pensiero debole”.

Apostolos Apostolou
Scrittore e professore di filosofia

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