Pier Carlo Lava: Un percorso tra commercio, marketing e passione per la comunicazione
Dal settore commerciale e marketing al mondo della consulenza e del blogging
La mia carriera lavorativa si è sviluppata nel settore commerciale e marketing, un ambiente dinamico e stimolante, capace di offrire sfide quotidiane e opportunità di crescita continua. Questo mondo mi ha affascinato sin dall’inizio, non solo per la sua natura in continua evoluzione, ma anche per il forte impatto che ha avuto sulla mia crescita professionale e personale.
Lavorare in questo settore significa non conoscere la routine: ogni giorno è una nuova sfida, ogni momento richiede adattabilità, intuizione e competenza. Il commercio e il marketing si fondano su un mix di organizzazione, metodo, psicologia, dialettica, creatività e improvvisazione, tutti elementi che distinguono i professionisti più abili sia nelle vendite che nelle strategie di comunicazione e branding.
Spesso, guardando indietro, ci si chiede se si rifarebbero le stesse scelte. Molti, potendo tornare indietro, sceglierebbero strade diverse. Personalmente, non cambierei quasi nulla del mio percorso: rifarei la stessa scelta con la consapevolezza che, per natura delle cose, ogni esperienza vissuta sarebbe comunque unica e irripetibile.
Se c’è una cosa che forse modificherei, è il tempo dedicato alla famiglia. Con il senno di poi, avrei voluto concedere più spazio agli affetti, bilanciando meglio le esigenze professionali con quelle personali. Il lavoro mi ha dato molto, ma è altrettanto importante riconoscere il valore del tempo condiviso con chi ci è più caro.
Oggi, con l’esperienza maturata, continuo a coltivare la mia passione per la comunicazione e l’informazione attraverso il mio ruolo di blogger e consulente, contribuendo con analisi, riflessioni e contenuti su Alessandria Today e altri progetti editoriali. Perché, in fondo, il sapere e l’esperienza acquistano valore solo quando vengono condivisi.
Sono scomode non si piegano, soprattutto non navigano nelle acque altrui elemosinando l’amore con l’inganno e la complicità di perfide narcise facendo cadere la colpa
agli altri con false prove.
Le donne forti amano con la tenerezza
del cuore, come un dono di Dio, non
tradiscono, evolvono rialzandosi piu forti di prima facendone dai loro sbagli perle di saggezza corolle di onestà.
Donne Sole è una raccolta di poesie sulle donne, scritta da un uomo, il poeta Marcello Comitini.
È un inno alla femminilità, condotto con un tocco di eleganza e di erotismo, senza mai sfociare nella volgarità.
Sono donne innamorate di un uomo ma anche dei ricordi e del passato, e soprattutto del valore della propria femminilità.
Hanno dai 16 anni ai 40, quell’arco di tempo in cui ogni donna si rende bella per sé stessa e per piacere agli altri, cura il fisico, usa creme.
La donna spesso appare dominata – soprattutto agli occhi degli uomini – dalla conformazione fisica, “progettata” per essere donna-madre, ma prima ancora dalla sua predisposizione ad accogliere l’uomo “della sua vita”.
Dice l’autore nella prefazione che “La donna è presente nel pensiero collettivo come colei che è subordinata alle decisioni dell’uomo, e spesso la si pensa in funzione dell’altro, soprattutto nel rapporto amoroso. Tradite, abbandonate, violentate, uccise. Vinte. Non esiste in questo campo una corrispondenza equilibrata tra quel che le donne subiscono e quel che subiscono gli uomini.”
E quando il “miraggio” della donna perfetta è mortificato dallo svanire della bellezza esteriore, ecco che nella donna subentrano nostalgia e rimpianti. Essa allora si dispiega verso la bellezza interiore.
Ma è proprio grazie a questa ricchezza interiore che l’aspetto fisico – dice l’autore (e con lui convengo) – passa in secondo piano dando rilevanza alla bellezza dell’anima. Essa sarà ed è sempre bella a prescindere. Non conta il fisico, perché ogni donna è bella a modo suo. Ciò che conta è il suo essere, il suo carattere e i suoi pensieri.
Sono poesie che non esprimono giudizi ma invitano alla riflessione sul mondo intimo femminile.
Sono rimasto particolarmente colpito da come l’autore abbia saputo esprimere, in maniera così elegante e genuina, questo modo di guardare alle donne, facendole parlare e vivere nei versi, anche quando i versi trattano di donne che si sottomettono alle voglie sado-maso del compagno.
Un inno dunque alle donne come quello che Alda Merini dedicava al genere femminile, E come diceva Alda: “La sensibilità non è donna, la sensibilità è umana. Quando la trovi in un uomo diventa poesia”.
In effetti il libro contiene poesie che ho molto amato, in particolare “Il mio sorriso è una farfalla, “Ho posato”, “La luce prigioniera nella stanza” e “Cosa dicono le donne affacciate alla finestra”. Ma tutte hanno qualcosa (una descrizione, una riflessione, un verso) che incanta e invita a non dimenticare la vera femminilità.
Oggidì andiamo nello spazio alla scoperta di nuovi mondi, sognando il futuro perché ciò solletica la nostra curiosità e voglia di avventura, eppure, di fronte a certe storie fantastiche e vecchie di millenni, rimaniamo ancora affascinati, soprattutto se chi le ha raccontate lo ha fatto in maniera così magistrale da guadagnarsi l’eterna memoria dei posteri. Publio Ovidio Nasone, autore di temi prevalentemente amorosi e licenziosi, è proprio uno dei grandi scrittori che attraverso i secoli è rimasto immortale; e tanto è piaciuto ed ha ammaliato i lettori con la sua capacità affabulatoria, che nell’arco del tempo pittori e scultori hanno raffigurato quei racconti della mitologia greca e romana nelle loro opere.
Nei suoi quindici libri egli ha narrato più di duecentocinquanta miti partendo dal Caos primigenio, per giungere alla morte di Gaio Giulio Cesare trasformato in astro. Nei suoi quasi dodicimila versi incontriamo dei e dee, satiri e ninfe, centauri e ciclopi, scopriamo storie d’amore felici ed infelici, presenziamo a rapimenti, e a fughe di giovinette e giovinetti per sottrarsi alla bramosia di taluni, a connubi di Giove con giovani e belle fanciulle e non solo, a vendette per torti subiti: insomma narrazioni per tutti i gusti, che terminano sempre nelle fiabesche metamorfosi dei protagonisti in alberi, fiori, animali, costellazioni, fiumi…
Sedici di queste storie sono state analizzate nel saggio Le Metamorfosi di Ovidio nell’arte, redatto dalla dottoressa Manuela Moschin, laureata in Conservazione e Gestione dei beni e delle attività culturali a Ca’ Foscari, di cui a suo tempo recensii Atman, una raccolta poetica che mi emozionò per la valentìa dell’autrice nel comunicare i sentimenti più profondi. La Moschin in questo nuovo lavoro ha scelto di esaminare le Metamorfosi del poeta romano, approfondendo per l’appunto, certe opere pittoriche e scultoree che le rappresentano.
Nel saggio ella ci conduce (tra l’altro) nella magnifica e illusionistica Sala dei Giganti di Palazzo Te a Mantova creata da Giulio Romano; ci parla del mito di Narciso di Boltraffio, che nella piccola tavoletta in ciliegio lo ritrasse nel momento in cui il personaggio raggiunge “la consapevolezza che quello che desiderava in realtà non esisteva”; di quello di Perseo e Medusa di Caravaggio che, come in una metamorfosi, assunse le sembianze della Gorgone dai capelli di serpente; di quello di Teseo e Arianna di Tiziano col fantastico cielo lapislazzuli che fa da sfondo alla scena dove i personaggi si muovono in “pose plastiche mutuate statuaria antica” ma anche di come lo vide Canova che diede vita a un Teseo colto dopo la lotta col Minotauro; e poi ancora di quello della Centauromachia trasformato in altorilievo dall’irruento artista che era Michelangelo…
La carrellata continua nell’analisi sapiente dell’autrice che esamina tele, affreschi e sculture di altri famosi artisti con accurata precisione, partendo da un’estrapolazione del testo ovidiano cui segue un breve riassunto della vicenda, poi con la descrizione dell’opera d’arte e le curiosità che la riguardano e informazioni sull’artista che le diede forma e vita. Ovviamente non poteva mancare la biografia di Ovidio che concluse il suo capolavoro pensando alla sua dipartita, sostenendo però che quando verrà il giorno fatale, la morte potrà disporre solo del suo corpo mortale, in quanto con la sua parte migliore egli volerà in eterno più in alto delle stelle, e il suo nome rimarrà indelebile …le labbra del popolo mi leggeranno, e per tutti i secoli, grazie alla fama, se qualcosa di vero c’è nelle predizioni dei poeti, vivrò.
Il saggio, corredato da belle immagini e con prefazione del giornalista scrittore Corrado Occhipinti Confalonieri, è edito dalle Edizioni Espera a € 29,00 ed è acquistabile in libreria e negli store digitali; ma chi lo volesse con la dedica dell’autrice e al prezzo scontato di € 22,00 con in omaggio la raccolta poetica Atman, può contattarla a seguente numero di Whatsapp 389 2585658.
Dal 6 ottobre 2022 fino al 22 gennaio 2023 è possibile visitare a Genova una straordinaria mostra dedicata a Peter Paul Rubens. Intitolata “Rubens Genova” l’esposizione è stata allestita in occasione del quarto centenario della pubblicazione ad Anversa del celebre volume di Rubens Palazzi di Genova (1622). L’artista infatti ebbe modo di visitare la città tra il 1600 e il 1607. Fu presente anche come pittore di corte del Duca di Mantova Vincenzo I Gonzaga. Nella mostra sono esposte oltre venti opere di Rubens e una serie di altri dipinti di artisti che egli vide in Italia, come Jacopo Tintoretto, Luca Cambiaso e Sofonisba Anguissola.
Alessandria: Gigi Meroni giocava come tutti quelli che si credono poeti, e magari un po’ lo sono, all’ala destra. Un settebello, un genio ribelle. Giocava con il 7 sulla schiena, i calzettoni abbassati, la maglia fuori dai pantaloncini, i capelli lunghi e la barba. Amava i Beatles e i Rolling Stones, l’arte e la libertà. Dipingeva quadri e disegnava vestiti, girava con una gallina o una capra al guinzaglio e si divertiva a intervistare i passanti chiedendo loro cosa ne pensassero di Gigi Meroni, sicuro che in quella società non ancora rintronata dalle televisioni difficilmente lo avrebbero riconosciuto.
Fu soprannominato “farfalla”, con allusione al suo stile di gioco e ai suoi costumi anticonformisti
La farfalla granata ebbe un volo breve ed una fine tragica: mentre attraversava Corso Re Umberto a Torino Il 15 ottobre 1967 l’attaccante del Torino venne travolto da un’auto guidata da un ragazzo che aveva il suo poster in camera e portava i capelli proprio come lui; finì sulla corsia opposta dove un’altra vettura lo trascinò per 50 metri. Morì poco dopo al Mauriziano.
Fu celebrato il funerale religioso nonostante il parere contrario dell’arcivescovo di Torino per la convivenza more uxorio con una signora in attesa di divorzio.
La settimana seguente durante il derby Toro Juve un elicottero sorvolò il campo inondandolo di fiori, raccolti poi sulla fascia destra dove giocava Gigi Meroni.
“Invecchiare fa schifo. Non puoi farci niente, l’età si fa sentire. Non riconosci la faccia, perdi la vista. Ti alzi e, accidenti, ti fa male la caviglia. Per questo ho chiesto a mio figlio Anthony, di organizzare la mia eutanasia per quando sarò pronto.
Ho già anche fatto testamento, affinché la mia eredità non si trasformi in motivo di contesa tra i miei discendenti. Dopo una certa età si ha il diritto di andarsene tranquillamente, senza passare per ospedali, iniezioni e così via.
La vita non mi dà più molto. Ho conosciuto tutto, ho visto tutto. Ma soprattutto, odio questa epoca, la rigetto. Ci sono degli esseri che odio. Tutto è falso, tutto è distorto, non c’è rispetto, niente più parole d’onore. Conta solo il denaro. So che lascerò questo mondo senza rimpianti…”.
Benvenuti in Europa, vecchia megera sfiorita ancor prima di sbocciare, matrona in declino, Europa del soldo che divora l’ideale e rende estranei gli europei. Collasso demografico, crollo delle identità, crisi della giustizia e del lavoro, diritti messi da parte, quegli stessi diritti che un tempo avevano orientato la nascita dell’Europa e oggi vengono sostituiti da capricci ideologici.
Così lontana dall’Europa di De Gasperi, da chi immaginava un abbraccio di popoli e idee, oggi diventata Europa della disuguaglianza, burocratica, oligarchica, piena di balzelli e carte bollate. Come sempre la storia ha fatto cadere la maschera, la regina è nuda e si mostra per quello che è.
Sovrana ma serva, marionetta nelle mani dei poteri forti, spettatrice passiva e incapace di reagire all’involuzione della storia, costretta tra Russia e America, suddita pronta a giacere davanti al potere e al potente.
Bisognerebbe pensare al bene comune, bisognerebbe essere coesi e non divisi, sognatori e mai ideologici. Utopie forse irraggiungibili, ma se non faremo questo salto di qualità – e se non lo faremo in fretta – ci aspetta soltanto l’estinzione.
Già da più notti s’ode ancora il mare Lieve, su e giù, lungo le sabbie lisce. Eco d’una voce chiusa nella mente
che risale dal tempo; ed anche questo
lamento assiduo di gabbiani: forse
d’uccelli delle torri, che l’aprile
sospinge verso la pianura. Già
m’eri vicina tu con quella voce; ed io vorrei che pure a te venisse,
ora, di me un’eco di memoria,
come quel buio murmure di mare.
SALVATORE QUASIMODO, 1947
Il poeta viveva a Milano, e scrisse questa lirica appena dopo la fine della guerra. La descrizione del paesaggio connota il tema principale, la nostalgia della Sicilia lontana. Il secondo è l’appello alla donna (il tu, montaliano) amata, affinché si ricordi di lui e del loro amore. L’incipit riprende il titolo; ‘mare’ apre e chiude la poesia, e funge da reagente semantico: sabbie, gabbiani, uccelli delle torri, la voce del mare, un’eco, murmure.
Strofa unica di 11 endecasillabi piani, sciolti, senza le rime. Il tempo sintattico è il presente indicativo, perché la rimembranza si rivolge al paesaggio marino; l’imperfetto indicativo, invece, riguarda la donna; ‘venisse’: congiuntivo ottativo, preghiera e desiderio. Serenità e rimpianto, filtrati dalla memoria. ‘Già’: un tempo; ‘ora’: adesso mentre sto scrivendo; ‘notti’ e ‘buio’ collaborano a costituire la struttura circolare.
Olimpia è una studentessa diciottenne, parte di una normale e modesta famiglia milanese a cui la vita ha presentato un conto salato e ingiusto sin troppo presto. Un evento traumatico la sconvolge nel profondo e la costringe a doversi rimboccare le maniche per sopperire ai bisogni familiari.
Il giorno dell’open day dell’università che spera di poter frequentare, nonostante i suoi progetti siano ormai un grande punto di domanda, si accorge di un cartello affisso alla vetrina di un locale che cerca personale.
Ed è lì che per la prima volta si tuffa in quei magnifici occhi blu come il mare, in cui si perde senza ritrovarsi mai più.
Quel tuffo nel blu sarà per lei un nuovo inizio, o forse la sua fine?
Dorian è un imprenditore trentottenne di successo, proprietario della catena di locali più importanti del Paese e figlio di un magnate dell’industria italiana. La sua vita pesa quanto il suo cognome, nonostante cerchi di discostarsene provando a vivere da persona normale, non avvezza alla mondanità e desiderosa di creare i suoi successi per meritocrazia e non per via dei privilegi derivanti dal nome che porta.
La sua esistenza cambia radicalmente quando nel suo locale entra lei, una ragazza dallo sguardo verde smeraldo di cui si invaghisce irrimediabilmente. Ed è un’andata, senza possibilità di ritorno.
Si dice che ci si innamori prima con gli occhi. Niente di più vero!
Due mondi completamente diversi. Due vite, l’una l’opposto dell’altra. Due persone che insieme, agli occhi degli altri, potrebbero sembrare sbagliate, ma che per loro stesse sono la cosa più giusta che possa esistere, l’una il riflesso dell’altra.
Due rette parallele riusciranno mai a realizzare un meraviglioso cerchio perfetto, nonostante tutto?
Questa è la storia di un amore anticonvenzionale, destinato a lottare per sopravvivere, nato sotto il cielo della bellissima Milano.
È l’ascesi la chiave per uscire da questa logica post-moderna che condanna l’uomo a essere un patetico mulo attaccato alla soma del bisogno. Il desiderio di mondo e di terra ci inchioda a razzolare nel fango, dimenticando che il cielo è sopra di noi. Così ci accontentiamo di avere certezze che diventano presto domande inespresse.
Siamo privi di una visione che potrebbe portarci a desiderare l’impossibile. L’edonismo assoluto chiama alla negazione dell’altro nel nome esclusivo del sé, abituandoci all’esercizio del cinismo e del dubbio, non come portatore di ricerca, ma come immobile frontiera invalicabile che ci priva della possibilità di trovare una risposta dentro noi stessi. Il limite ci pone davanti al Mistero. Fra le innumerevoli smanie di assolutismo, abbiamo smesso di cercare l’Assoluto.
Dalle chiusure per Covid,in cui a girare in città non c’era neppure più gusto perché tutti i locali erano chiusi o erano aperti giusto per tirare nel coppino una colazione a un povero corriere adesso siamo passati alle chiusure per risparmiare in bollette.
Caffè che chiudono nel pomeriggio, così consumi la tua colazione da povero Crist* o il tuo pranzo da disperato in piedi o quasi e poi tirano giù la serranda e trattore/pizzerie o ristoranti,che aprono soltanto se fanno il pieno. Di sera. Nel vociare delle comitive e delle famiglie (gran fabbrica di baccano).
Cioè a sala riempita di gente, così si illumina e si riscalda, soltanto se il locale è pieno.
Allora,io ho lavorato 21 anni più 5 in passato in un tempo pieno e fanno 26 di vita promiscua,di orribili pasti consumati nel chiasso e coi gomiti di qualcuno nel piatto. Un girone infernale. Se potevo, mangiavo a casa ma a volte l’orario assurdo non me lo permetteva, allora facevo la fame.
Nella vita privata,non avendo avuto figli ma sempre e soltanto un partner, che vedevo di rado e s’andava a pranzo (meno frequentemente a cena) in posti intimi, tranquilli e riservati dove godersi la tranquilla chiacchierata e un pasto di coppia sereno, senza rumore né dover sopportare la presenza di tribù varie d’intorno.
Cena sfiziosa a casa, con in programma un bel film.
Il piacere di stare in due.
Senza amici.
Senza doverci fare strada nel mucchio e sopportare il chiasso degli altri.
Senza i bambini altrui,che ci correvano sui piedi.
Da sola, io amo e ho sempre amato andare a pranzo dove e quando NON ci siano comitive, ammucchiarole di gente varia e rumorosa,per godermi il piacere di un pasto di cui apprezzare i sapori in silenzio (o con musica soft) e di essere,una volta tanto,servita.
IN PACE.
*Ebbene,oggi a pranzo dalle mie parti ho trovato l’uscio di legno del mio solito locale,che sarà aperto soltanto a cena e il dispiacere di trovare ben quattro ristoranti chiusi a pranzo*.
Si vuole favorire il turismo chiudendo i ristoranti a pranzo di sabato? !?!?!?!?
Si vive una sola sola.
A una certa età con scarse prospettive di un lungo futuro.
Si rischia prima o poi la casa di riposo e lì tutti nei coglion* uno dell’altro…e strada facendo mi devo mescolare al mondo per mangiare in un locale perché se non fa il pieno,non apre neppure il locale?!
Piuttosto esco meno, spendo 50€ a botta ma io voglio un ristorante aperto al sabato a pranzo.
No, questa non è una crisi di natura economica o sociale, sarebbe una definizione troppo semplice che confonde le conseguenze con la causa. Ciò che stiamo vivendo è il frutto malato di qualcosa ancora più terribile, una crisi etica e morale che riguarda i “valori”, parola così antica che ricordiamo solo in bocca a qualche nonna. Ma la realtà è palese, abbiamo raso al suolo ogni passione, cultura, capacità di autocritica e orgoglio, sdoganando nefandezze insulse, spacciando per diritti quello che in realtà è il semplice capriccio di qualche moccioso.
Abbiamo abbattuto il pensiero, in nome di un paradigma unico e autoritario che impedisce la dissidenza. Attraverso un sistematico lavaggio del cervello per uniformare le coscienze, i media sono diventati il braccio del sistema, quello stesso sistema che inocula veleni spacciandoli per ideali “progressisti” e “liberali”. Parole, ci fottono con le parole, ne cambiano il significato e l’essenza. La mistificazione più grande è quella relativa alla libertà, che oggi è diventato un termine abusato e distorto. Quanta strada ancora da fare, abbiamo imboccato un sentiero oscuro e triste. Il relativismo dei valori che lasceremo in eredità alle generazioni future diventerà una delle disgrazie più grandi nella storia di un occidente ormai arrivato al capolinea.
E c’è qualcosa oltre, varcando la soglia, anche se possiamo soltanto immaginare, desiderare, sperare. Ma il bisbiglio dietro la nuca non mente, è un suono di futuro che chiama al movimento, è un salto nel buio, desiderando luce. E che sia gioia. E sia per sempre.
La vita è questo roteare folle di emozioni, ma se guardi oltre il turbinio dei desideri e degli istinti, riesci a intravedere una dimensione di certezza consapevole.
È un dialogo serrato e confidente, un dare per ricevere. E tra le scelte di ogni giorno che spesso ci lasciano frastornati, ci accorgiamo che l’amore è l’unica scelta davvero utile. Non l’amore dei sentimenti buoni e confezionati ad arte, ma quello che trasforma il mondo, quello che ho visto balenare negli occhi dei miei genitori.
È l’amore infinito che ci consegna all’eternità, quello che ha plasmato l’universo, che fa muovere il sole e le stelle.
Per il suo esordio letterario Ciclope Lettore ha scelto il romanzo di Isa J. Vinci dal titolo “S.K”. Il romanzo dell’autrice è un mix di generi letterari differenti: thriller, romanzo d’azione, erotico saffico; il tutto sapientemente portato avanti da una autrice che con uno stile secco ma, mai anonimo, mai volgare e sempre ironico trasporta il lettore in una New York dove un serial killer tormenta da molto la metropoli.
“S.K.” è un romanzo rivolto “…a chi vuol leggere una bella storia d’amore non convenzionale, – ci ricorda l’autrice – “a chi vuol sorridere, ma anche riflettere, perché la leggerezza che ho cercato di creare, non è mai superficiale. Lo consiglierei a chiunque senta il bisogno di evadere dal quotidiano, almeno per qualche ora.”
TRAMA:
È una serata insolitamente mite di novembre quando Lesley Sheffield, caporedattrice di cronaca nera del New York Times, fa ritorno a casa. Dopo l’ennesima giornata trascorsa a rincorrere notizie sul serial killer che tiene in scacco la metropoli, l’unica cosa che desidera è staccare la spina e rilassarsi. Ma dovrà rimandare ancora un po’ perché, alla sua porta, con un sorriso impacciato, si presenta la nuova vicina di casa, la riservata Malee. Mentre New York trattiene il fiato per l’escalation del “Dissanguatore”, Lesley e Malee intrecciano una relazione destinata a cambiare la loro vita. Per sempre.
Alessandria: L’Associazione per la pace è nata nel 1988 all’epoca dell’installazione degli euromissili a Comiso ed è iscritta dal 1994 all’Albo del Volontariato.
Nel 2002 si è costituita in Associazione per la pace e la nonviolenza, per meglio specificare la vicinanza ad una cultura che rifiuta la violenza.
E’ tra i soci del Centro Servizi per il Volontariato di Alessandria Asti e s’impegna per un volontariato gratuito,organizzato ed indipendente.
L’associazione ha la sede legale in via Venezia 7, dove sin dagli anni Ottanta si riuniva la Consulta per la pace, nei locali della Circoscrizione Centro.
La sede operativa è invece in via Mazzini 85, dove, per gentile concessione di APROVA, viene gestita una biblioteca con diverse centinaia di libri sulla nonviolenza accanto ad una emeroteca con importanti riviste del pacifismo italiano.
Sono tante le iniziative intraprese negli anni, qui in provincia, una storia locale che si intreccia con quella nazionale e internazionale e che interessa le guerre e l’obiezione alle spese militari, i digiuni a staffetta per una nuova legge sull’obiezione di coscienza, presidi con ore del silenzio davanti alla Prefettura per manifestare contro le guerre e i terrorismi, rassegne nelle scuole con lavori multimediali, la partecipazione alla marcia Perugia-Assisi, la promozione di progetti in zone di conflitto.
La documentazione di tutte queste attività è stata raccolta in un archivio che nel 2016 è stato regalato all’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea, con l’auspicio di renderlo più fruibile alla cittadinanza.
Per far conoscere la storia del movimento per la pace e la nonviolenza in provincia di Alessandria soprattutto ai giovani, è stato recentemente presentato al Teatro Parvum, grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio, il lavoro di un giovane ricercatore relativa agli anni Ottanta,anni pieni di iniziative e azioni concrete per proporre alternative alle decisioni dei governanti.
Attualmente l’associazione promuove ad Acqui Terme, il Giorno della Memoria,insieme ad altre realtà, organizza con l’associazione Vedrai di Ovada il campo estivo su nonviolenza e disabilità a Rivere vicino a Cartosio, pubblica il periodico La Luna, attraverso il quale si possono conoscere gli appuntamenti sulla pace e le iniziative in provincia e non solo, organizza la partecipazione alla marcia per la pace e la fraternità da Perugia ad Assisi, continua la catalogazione dell’archivio, gestisce il sito http://www.peaceandnonviolence.it e, ancora con il contributo della Fondazione CRA, ha avviato un progetto per predisporre un catalogo fruibile online delle riviste e dei libri presenti nella biblioteca.
Dopo l’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo, si è creato un coordinamento, Alessandria per la pace, a cui aderisce l’associazione per la pace e la nonviolenza, per ribadire l’opposizione alla guerra quale mezzo per risolvere i conflitti e quindi affrontare i temi del disarmo, dei diritti, del pericolo nucleare, attraverso la presentazione di libri, manifestazioni e altre iniziative.
La partecipazione all’ultima marcia Perugia-Assisi il 24 aprile 2022