Leopoldo María Panero (1948 – 2014) è stato un poeta spagnolo comunemente inserito nel gruppo Novísimos.
Vivo senza cercarti all’altezza precisa della vita; all’altezza di un volo di colomba nella verde campagna, ti trovo. Che fatica colmare le domande, le risposte del sangue! Vivo senza cercarti alla luce delle ali nascono verdi isole. Io sono! Questo esempio creato dalla fede in ciò che il petto vuole.
Nella sofficità
di sconfinate carezze
levighi
l’incerta mia indocilità
annodata a un pegno d’amore
che non si disperda
nelle reticenze d’un vento ostile.
Si attorcigliano cronache sensuali
a dubbi sulla punta delle dita
accentuati da scalpori taciturni
mentre i sensi
liberi da garbugli mentali
snodino manette segrete
a guardia di scabrose voluttà
riflesse su capricci d’ombra…
@Silvia De Angelis
Non sospendi un terremoto, non fermi la deriva dei continenti; e uguale successo avrà chi soffre il capitale e per avversare i suoi non eterni nè imperscrutabili disegni sale fiducioso su navicelle inermi contro le sue corazzate, o in interni sabotaggi s’avventura. Eh! a che vale, colombelle mie? Tanto durerà quanto deve, non un giorno di meno, a nostro cupo scorno – ma nemmeno uno di più. La festa si farà senza di noi, poveri untori senza pestilenza, solchi senza semenza.
quattro bufere fa uno che aveva preso impegni seri col suo silenzio aveva osato gettarla come osso al cane … e impazziva il vento in un giro di abbandoni tra le foglie
nessun indirizzo sulla busta nessun destinatario, ne’ mittente e dentro forse a non scalfire i silenzi nessuna parola
l’ ultimo
quattro stelle cadenti fa la carcassa di un pensiero galleggiava in uno spruzzo d’acqua: accendeva un ultimo rigagnolo d’idea
la ragazza guardava la gonna incuneata tra le cosce ma chi può dire vedesse? teneva la carcassa tra le mani insieme alla lettera ma chi può dirne le mani?
gesto
non si tengono carcasse di pensieri tra le mani ne’ lettere che non scalfiscono silenzi la ragazza aveva qualcosa che somigliava ai miei tratti quelli essenziali che non ricordo mai
… e penzolava il tempo e la vecchia della porta accanto che non aveva voluto salutarla la braccava inquietante dal girello
La Casina delle Civette, dimora del principe Giovanni Torlonia jr. fino al 1938, anno della sua morte, è il risultato di una serie di trasformazioni e aggiunte apportate alla ottocentesca Capanna Svizzerache, collocata ai bordi del parco e nascosta da una collinetta artificiale, costituiva in origine un luogo di evasione rispetto all’ufficialità della residenza principale.
Ideata nel 1840 da Giuseppe Jappelli su commissione del principe Alessandro Torlonia, si presentava come un manufatto rustico con paramenti esterni a bugne di tufo ed interno dipinto a tempera ad imitazione di rocce e tavolati di legno.
I due edifici di cui consta oggi il complesso architettonico, il villino principale e la dipendenza, collegati tra loro da una piccola galleria in legno e da un passaggio sotterraneo, nulla o quasi hanno a che fare con il romantico rifugio di sapore alpestre ideato nell’Ottocento dallo Jappelli, se non per le strutture murarie dei due corpi di fabbrica principali disposti ad “L”, per l’impronta volutamente rustica, per l’uso dei diversi materiali costruttivi lasciati a vista e per la copertura a falde inclinate.
Infatti, già dal 1908, la Capanna Svizzera cominciò a subire una progressiva e radicale trasformazione per volere del nipote di Alessandro, Giovanni Torlonia jr., assumendo l’aspetto e la denominazione di “Villaggio Medioevale”; i lavori furono diretti dall’architetto Enrico Gennari e il piccolo edificio divenne una raffinata residenza con grandi finestre, loggette, porticati, torrette, con decorazioni a maioliche e vetrate colorate.
Dal 1916 l’edificio cominciò ad essere denominato “Villino delle Civette” per la presenza della vetrata con due civette stilizzate tra tralci d’edera, eseguita da Duilio Cambellotti già nel 1914, e per il ricorrere quasi ossessivo del tema della civetta nelle decorazioni e nel mobilio, voluto dal principe Giovanni, uomo scontroso e amante dei simboli esoterici.
Nel 1917 l’architetto Vincenzo Fasolo aggiunse le strutture del fronte meridionale della Casina, elaborando un fantasioso apparato decorativo in stile Liberty.
L’impronta di Fasolo è riscontrabile nella scelta dei volumi che si aggregano e che si intersecano prendendo corpo in una grande varietà di materiali e particolari decorativi.Elemento unificante delle molteplici soluzioni architettoniche è la tonalità grigia del manto di finitura delle coperture, per il quale venne utilizzato la lavagna in lastre sottili, variamente sagomate, contrapposta alla vivace cromia delle tegole in cotto smaltato.
Gli spazi interni, disposti su due livelli, sono tutti particolarmente curati nelle opere di finitura; decorazioni pittoriche, stucchi, mosaici, maioliche policrome, legni intarsiati, ferri battuti, stoffe parietali, sculture in marmo mostrano la particolare attenzione del principe per il comfort abitativo.
Tra le tante decorazioni la presenza delle vetrate è così prevalente da costituire la cifra distintiva dell’edificio: le vetrate vengono tutte installate tra il 1908 e il 1930 e costituiscono un “unicum” nel panorama artistico internazionale, prodotte tutte dal laboratorio diCesare Picchiarini su disegni di Duilio Cambellotti, Umberto Bottazzi, Vittorio Grassi ePaolo Paschetto.
La distruzione dell’edificio iniziò nel 1944, con l’occupazione delle truppe anglo-americane, durata oltre tre anni.
Quando nel 1978 il Comune di Roma acquisì la Villa, sia gli edifici sia il parco erano in condizioni disastrose.
L’incendio del 1991 ha aggravato le condizioni di degrado della Casina, unitamente a furti e vandalismi. L’immagine odierna della Casina delle Civette è il risultato di un lungo, paziente e meticoloso lavoro di restauro, eseguito dal 1992 al 1997, che, con quanto ancora conservato e sulla base delle numerose fonti documentarie, ha permesso la restituzione alla città di uno dei più singolari e interessanti manufatti dei primi anni del secolo scorso.(WEB)
Ana Blandiana, pseudonimo di Otilia Valeria Coman (Timișoara, 25 marzo 1942), è una poetessa romena, sostenitrice dei diritti civili nel suo paese e nota dissidente ai tempi della dittatura di Ceausescu.
Avanzo con cura, lentamente, lungo un sentiero che traccio io stessa passo dopo passo: per potere tornare lascio cadere dietro di me briciole di lettere e di parole. Sono partita da tanto, ho terminato le poche sillabe che m’ero portata al sacco per provvista. Per fortuna, ho scoperto che tutto può essere trasformato in parole e ho continuato ad andare avanti spandendo le parole di cui mi disfo come si disfa un vecchio pullover in grumi di lana infeltrita dal troppo uso….
“Contro di te, contro te solo ho peccato” dal salmo 50
lascia che il suo odore venga meno sul materasso e sul cuscino intatto! il perdono risana o strizza l’ innocenza?
E tu, che te ne fai? Infischiatene!
lascia che accada l’assenza e in me ne muoia inquadrala nell’ultima danza non soccorrerla: nell’inquadratura la bestia morde e ride dita di fumo intride
la stanza insensata non ruota intorno a noi e nell’armadio la tuta si rifiuta alla gruccia scivola per terra ostinata come una vecchia abitudine deformata dal tempo e dagli dei
il perdono, mestiere di notte, non dà senso a un’invasione di spazi vuoti non è una bambola
Mariagiorgia Ulbar (Teramo 1981) poetessa e traduttrice italiana
Le pietre si comportano in modo doppio scompaiono dentro l’acqua se le lanci ma se l’acqua si è ghiacciata in una lastra loro scivolano e rimbalzano. Osservare come fanno queste pietre fornisce una chiave sul tuo conto: io sono pietra e doppia nel confronto col liquido che prende e manda giù o col ghiaccio che al contrario ferma e lascia andare più in là di qualche metro scivolando lisci o con un tonfo e la fine del muoversi, l’arresto non è che colpa dell’attrito. “Ma che vuoi, bella mia? Se sprofondi non ti fermi lo stesso giù nel fondo?” Sì, ma il fondo, è evidente, non è il sopra.
Di nuovo, le campane. Di nuovo apri …………………………………………….gli occhi. Un intervallo. Essere una persona – umana e poi donna. …………………………………………….Essere una che ha avuto …………………………………………….abbastanza. Abbastanza sottosuolo. …………………………………………….Abbastanza giardino col suo muro alto anche se non alto abbastanza con tutti …………………………………………….gli spioncini a meno che non fossero …………………………………………….soltanto cretti accidentali ……………………………………………. da cui vedere il mondo. Ci volle il mito per uscirne …………………………………………….fuori. Ci volle …………………………………………….un voto per credere in un …………………………………………….dio …………………………………………….per trovare il coraggio …………………………………………….d’uscirne.
Talvolta la nostra mente si condensa al grigio delle nubi, quasi ne diventasse parte integrante e in quella fusione, pensiero/natura, ci si spersonalizza quasi per caricarsi d’essenze del passato, che abbiamo accuratamente messo da parte, per crogiolarci in esse, quando ne capitasse l’occasione.
Si rimugina su quelle scelte non fatte, che avrebbero potuto, in qualche modo donarci dei vantaggi o facilitarci parte del percorso, sempre così accidentato….ma il timore di insuccessi e quella parte predominante di insicurezza, che preme, nel momento sbagliato, ci ha fatto soprassedere dal mutare quella stantia abitudine di sempre.
Anche quelle parole non dette, a una persona che consideravamo speciale, le riascoltiamo amplificate dentro noi….e non possiamo più pronunciarle, perché il tempo implacabile ci ha privato di quella focale presenza….
Quanti tasselli della vita compaiono, in un labirinto mentale senza uscita e senza ritorno, che inducono ad attente riflessioni e a un’indispensabile crescita, che ci permetterà, in futuro di mediare passi più attenti e precisi, evitando di scivolare in qualche trabocchetto del terreno, sempre presente nel lungo cammino…..
“Non sospirare quando ti fai il letto ai tuoi sogni potrebbe mescolarsi il sudore dei morti“, N. Sachs, “A voi che costruite la nuova casa” da “Nelle dimore della morte”, ora in “Poesie”, Einaudi 2022
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una donna, di antichi misteri incappucciata, intona nenie senza trama e scende cantilene dondolando mentre fugge il sudore dei morti,
la fata Attraverso l’accompagna lungo un muro che il mondo respira, sbirciando ogni tanto tra i chiavistelli nel fondo del baule il suo sudario
Scosso
quel bricco della mente
dall’approdo d’erosioni
sanate a fatica.
Mobili ascelle
premono sull’avambraccio
alla ricerca d’un’essenza profumata
incastonata nel sofisma del giorno
per sconfinare
in una gioiosa manfrina
che renda soffice il respiro
in un infinito si bemolle...
@Silvia De Angelis
La storia e il significato di “The House Of The Rising Sun”
Faciamo un salto nel passato, scopriamo la sua storia e il suo significato.
Quando nel 1963 Eric Burdon si unì agli Alan Price Rhythm & Blues Combo, band fondata dal tastierista Alan Price, quest’ultimo pensò bene di mutarne presto il nome in The Animals per via delle loro performance selvagge.
Il gruppo, così ribattezzato, fu attivo fino al 1966 e faceva parte della cerchia dei rappresentanti della british invasion assieme a Beatles, Who, Rolling Stones e Kinks.
Ma gli Animals divennero noti al grande pubblico soprattutto grazie al singolo The House of the Rising Sun.
The House of the Rising Sun (detta anche Rising Sun Blues) è una ballata folk statunitense risalente alla prima metà dell’Ottocento.
La versione che gli Animals ne fecero nel 1964 è quella più famosa: all’epoca svettò nelle classifiche di Stati Uniti, Regno Unito, Svezia, Finlandia e Canada, e fu anche una antiwar song, ovvero una delle canzoni più amate sia dai soldati americani sul fronte del Vietnam, che dai ragazzi che sul «fronte interno» combattevano contro quella guerra.
Uno studioso di folklore, Alan Lomax, scrisse che la melodia del brano era stata presa da una ballata tradizionale inglese (probabilmente Matty Groves risalente al Seicento) e che il testo era stato scritto da Georgia Turner e Bert Martin, una coppia di abitanti del Kentucky. Nella canzone, ambientata a New Orleans, si parla di una casa chiusa, la Casa del sole nascente (“House of the Rising Sun”) e di ragazze perdute, le prostitute di Storyville, l’antico quartiere a luci rosse di New Orleans conosciuto anche come «The District», esistente tra il 1897 (quando il sindaco Sidney Story lo istituì per difendere il «decoro» della città, estirpando la prostituzione dalle strade) ed il 1917, quando un’ondata moralizzatrice partita dai vertici dell’Esercito ne determinò la chiusura. Alcuni ritengono che la casa sia esistita realmente e che fosse presieduta da una maîtresse di origini francesi chiamata Marianne Le Soleil Levant, dal cui cognome (o forse soprannome) sembra essere derivata la denominazione della casa.
Oh mother tell your children Not to do what I have done Spend your life in sin and misery In the house of the rising sun
Quella maschile parla di un ragazzo proveniente da una famiglia problematica e pentito di aver passato la sua vita nel peccato e nella infelicità frequentando la “Casa del sole nascente”; quella femminile, invece, parla di una ragazza pentita di essere entrata nel giro della prostituzione e costretta a rimanere in quella casa per poter vivere.
La versione femminile la ritroviamo nel repertorio di Joan Baez.
Rimpianto di altri sopravvissuti soli incapaci di dimenticare veterani del Vietnam col culo per terra dentro inutili cappotti a bere vino da poco vecchi articoli di giornali riletti nei momenti vuoti dentro e fuori squallide stanze con romanticismo da lampadine da 20 watt all’erta totale per il destino cenere e polvere è quel che si debbono aspettare di trovare nella posta all’Ufficio Postale sulla Bowery in missioni di salvataggio dove i soldati se ne stanno strafatti finché non barcollano via dalla loro pelle e ossa per attaccarsi a bottiglie che gli attaccano l’anatomia e i marciapiedi cadono a pezzi ovunque vadano i loro resti mentre continua l’orgia di bevute per ragioni che solo loro conoscono ignorando la segnaletica che dice alt morti o vivi arrivano al negozio di liquori illuminato al neon in uno spirito che è spiegazzato come i loro vestiti distrutti gli incidenti…
La felicità cercala in un sorriso, nel prolungamento dell’ombra d’un fiore, nella semplicità della natura, nella mancanza di dolore, è solo quella che sei in grado di comprendere; è vivere, sei tu
BIO-BIBLIOGRAFIA
Sergio Camellini è nato a Sassuolo (Mo), vive a Modena; è psicologo clinico. Studioso di arte povera della civiltà contadina e dei mestieri, fin da piccolo si è soffermato a rimirare i lavoratori dei campi e gli artigiani nelle botteghe: calzolai, fabbri, ceramisti, sarti, fornai, mostrando interesse per tutti coloro che erano dotati di autentica creatività. Ha poi fondato sull’Appennino modenese un “Museo d’Arte Povera della Civiltà Contadina”, mondo da cui ha tratto l’ispirazione poetica. Ha pubblicato varie raccolte di poesie tra cui: Nel corpo un soffio dell’anima, pillole di pensieri e poesie (2013), Rivoli di pensiero sulla carta (Ed. Pagine, Roma 2013), Poesia sei tu (SD Collezioni Editoriali, Vibo Valentia 2014), Il pianeta delle nuvole rosa (SD Collezioni Editoriali, Vibo Valentia 2014), La pagina della vita (in Alcyone 2000 – Quaderni di poesia e di studi letterari, n°7, Guido Miano Editore, Milano 2014), La mia penna traccia linee di libertà (Ed. Pagine, Roma 2015), Bagliori (Ursini edizioni, Catanzaro 2015), Un sogno con le ali (Vitale Edizioni, Sanremo 2016), So di essere (Edizioni Progetto Cultura, Roma 2016), Tenero è l’amore (Guido Miano Editore, Milano 2017), Ponte dei sogni – Most snova (tradotto e diffuso in Serbia, 2017), Opera Omnia (Guido Miano Editore, prima edizione, Milano 2018), Tra le righe del pensiero (Edizioni Progetto Cultura, Roma 2018), Il canto delle Muse (Guido Miano Editore, Milano 2019), Madre natura è vita (Aletti Editore, Villanova di Guidonia 2019), Viadante dei sogni (Dantebus Edizioni, Roma 2020), S’accende una luce (Il Convivio Editore, Castiglione di Sicilia 2020), Lasciami di te un’emozione (Ed. Pagine, Roma 2021), I colori della fantasia (Guido Miano Editore, Milano 2021), Ascolto i 181 silenzi (Consulta libri e progetti, Reggio Emilia 2021), Pillole di emozioni (Edizioni Progetto Cultura, Roma 2022). Ha inoltre curato la pubblicazione del libro d’arte Torpedo e la ballerina (Edizioni Sigem, Modena 2021) di Roberto Muzzarelli. La sua attività letteraria è trattata nelle opere pubblicate da questa Casa Editrice: Alcyone 2000 – Quaderni di poesia e di studi letterari, n°9, 2016; Dizionario Autori Italiani Contemporanei, quinta edizione del 2017; Contributi per la Storia della Letteratura Italiana. Dal secondo Novecento ai giorni nostri, quarto volume, terza edizione, 2020. Splash Museum di Sassuolo (Mo): “Panchina del poeta” dedicata.
UOMO, DOVE SEI ? Eri presente: abitudini e gusti, costumi e strutture, cultura, idee creative, modi di essere di pensare di amare, conoscenze e sentimenti. Ora latiti: ove il gravoso retaggio infruttifero del passato, divenuto bagaglio archeologico, t’adombra. Uomo, dove sei ? Sergio Camellini
«Non perdo di vista me stesso, né m’avvilisco nonostante le avversità.
So chi sono, so di essere, so d’occupare un posto quaggiù.
Voglio percorrere, anche in salita, quest’irto e affascinante progetto di vita.
Certo che sì, è tutto mio, allorché sempre strettamente comunicante con l’altrui realtà.
Se scrivo è perché non so far altro: per questo vivo e per null’altro». (Sergio Camellini)
Sergio Camellini lo psicologo clinico dalle parole semplici, l’osservatore dell’umiltà. delle cose semplici, delle cose genuine, un linguaggio diretto che ti arriva profondamente. Le sue poesie non fanno giri di parole difficili, ma è un dialogo aperto con l’uomo, con se stesso, con la natura, con tutto ciò che stimola emozioni. Sergio Camellini le emozioni le conosce, ci ha lavorato una vita, dopo una vita a scavare negli altri, a capire, ha cominciato a farlo con se stesso. Si è seduto ed ha scritto e non si è fermato, lui ha un animo gentile, i suoi sogni hanno ali, guarda dentro se stesso per non perdersi e la sua poesia vola in ogni angolo e ogni angolo diventa poesia. Sergio Camellini che nelle sue poesie vuole essere un piromane d’amore, una fiamma accesa, un uomo che si indigna davanti agli ultimi, ai soprusi, alla violenza, tutto scritto con delicatezza, direi tenerezza. Ogni tema trattato sviscerando il suo essere sensibile e anche sofferente per le ingiustizie. Nella sua carriera di psicologo clinico ha affrontato molti mostri, terrore, sofferenza, dolore, poi salvezza? Qualche volta si, qualche volta no, ma lui nonostante tutto ci crede nella vita, nell’amore, fatalistico nei confronti dell’ uomo? Forse! e chi non lo è! Mi colpisce di lui, il senso di rispetto che ha per tutto, la sua ricerca dell’uomo in quanto tale! L’amore delicato, tenero nei confronti delle donne, Camellini è il frutto della sua esperienza, finalmente si è seduto e scrivere poesia, è la sua psicoterapia.
Dà i numeri del lotto il Campanile della Chiesa? Prima le due e mezzo, adesso suona le dieci, il mio fa le tre, è fermo, e la sveglia, figurarsi, segna le undici, si dev’essere scaricata la pila, aspetta, che di sopra hanno potato il pioppo, si vede fino al Torriazzo, questa è bella, fa mezzogiorno, sono diventati tutti matti gli orologi? “Caterina, che ore sono?”, “Non lo so mica, mi sono addormentata, Liana, che ore sono? ma guarda l’orologio, come che non ce l’hai, l’hai perso? Anche quello? se lo sa tuo padre… che avrò dormito, io dico, saranno sì e no le quattro”, “Ma a me mi ci voleva l’ora giusta”, aspetta, di sotto passa qualcuno, “Amedeo, va’ là, hai l’ora buona, che qui non si capisce più niente”, “Magari, ma portato ieri l’orologio a far aggiustare, ma saranno le cinque e un quarto, cinque e mezzo”, “Già le…
Voce leggera, pochissimo bisognosa di appoggi, essa tende a bruciare le sillabe nello spazio bianco della pagina.»disse di lei il grande Eugenio Montale
Milano 1912-1938
Antonia è solo il primo di un a serie di nomi parentali ed è quello del nonno materno ,persona coltissima,storico, pittore di acquerello e amante dell’arte. La nonna Maria è a sua volta coltissima e di famiglia illustre: è infatti nipote di Tommaso Grossi.
I genitori di Antonia sono entrambi molto istruiti e raffinati:il padre, Roberto è un noto avvocato e la madre ,contessa Lina Cavagna di Sangiuliani è donna di spessore,che conosce bene il francese e l’inglese e legge molto,suona il pianoforte,ama la musica e il teatro, ricama e dipinge.
Antonia ha anche tre zie materne con le quali trascorre parte della sua infanzia e una zia paterna che ama e dalla quale è teneramente ricambiata,come del resto accade con la nonna materna.
La bimba era nata desiderata ardentemente dalla coppia,e lei delicatissima,bionda e minuta non tradisce le aspettative :è intelligente e precoce,tanto da supporre che frequenti la prima classe come uditrice, prima dell’età scolare
Il suo percorso scolastico elementare si attua poi nella scuola statale di via Ruffini a Milano.
Non ancora undicenne, Antonia viene iscritta al Liceo e già in terza superiore comincia ad interessarsi alla poesia con le amiche del cuore Lucia Bozzi e Elvira Gandini.
Qui fa la conoscenza con il professore di greco e latino e ne rimane affascinata :Antonio Maria Cervi è uomo che desta ammirazione non per l’aspetto fisico ma per la coerenza,l’integrità, la cultura profonda e l’amore per l’insegnamento.
Distribuisce libri,incoraggiamenti,consigli agli allievi e Antonia scopre molte affinità di sentire e di pensiero con lui,che avverte colpito da un dolore profondo che glielo avvicina ancora di più, ,sensibilissima come è. Ma il padre,al quale il professore chiederà la mano di Antonia,ostacola fermamente la relazione e nega il consenso alle nozze .
Questo amore negato sarà un grande dolore per la giovane Antonia che non troverà mai più una tale intensità di amore e di affinità elettiva. Nel 1930 Atonia entr anella facoltà di lettere e filosofia dove incontrerà persone amiche di grande spessore come Vittorio Sereni, Dino Formaggio, Remo Caantoni, Antonio Banfi con cui deciderà di laurearsi con una tesi sullo scrittore decadente Flaubert.
Emergono in questi anni i suoi interessi per la montagna,specie quella vicino a Pasturo, dove trascorreva le vacanze, e che vengono tratteggiati in pagine di prosa e di alta poesia. Nel 1934 compie una crociera in Sicilia,Grecia, Africa e scopre quella storia e civiltà studiate al liceo;poi si reca in Austria e in Germania per approfondire la conoscenza della lingua tedesca,che ama grazie al suo insegnante Vincenzo Errante, tanto da tradurre in italiano alcune pagine di Hausmann.
Antonia ama la montagna e la natura ,che fotografa cercando di cogliere con l’obiettivo,l’anima nascosta delle cose.In pratica,è un altro modo di far poesia .
Sembra tutto normale :viaggi,interessi,amicizie ma non è così:la sua anima vive costantemente il tormento esistenziale che nessun diversivo sa placare.Neppure diventare docente presso l’istituto tecnico “Schiaparelli”o l’attività a sostegno dei poveri o il progetto di scrittura di un romanzo sulla storia della Lombardia ,né la poesia,che resta la sua vocazione più profonda.
Del resto,pur essendo un’anima pia,non è supportata dalla fede e questo contribuisce alla sua disperazione che la porterà a suicidarsi,ingerendo dei barbiturici, il 3 dicembre del 1938 a soli 26 anni,quando già spirano i venti di guerra.
Lei che aveva scritto al suo amato:«Anche se io non riuscirò mai a vedere nel vostro Cristo più che l’uomo, pure saprò farmi buona, saprò camminare, saprò crearmi dentro sempre più il mio dio: e non cercherò di conoscerlo, perché conoscerlo è rimpicciolirlo. Sarà un camminare con una meta canora dentro, che non si può vedere ma senza posa si sente; un vivere la vita senza abbandoni, creandosene dentro, ad ogni istante, gli scopi.»
E ancora:
.Tu sai tutti i segreti,
come il sole;
potresti far fiorire
i gerani e la zàgara selvaggia
sul fondo delle cave
di pietra, delle prigioni
leggendarie.
Perduto quell’uomo-guida,quasi luce divina ,la sua vita si fece buia,senza più la necessità del vivere.La sua innata malinconia si fece dolore e nessuno scopo le parve più interessante da raggiungere senza l’unica persona che,idealizzata forse, aveva avuto la capacità di renderla felice ed appagata.
Recita una sua lirica che sembra un presagio..
Suonano i passi come morte cose
Scagliate dentro un’acqua tranquilla
Che in tremulo affanno rifletta
Da riva a riva
L’eco cupa del tonfo.
Il suo biglietto di addio ai genitori parla di un’invincibile “disperazione mortale” ma la famiglia negò a lungo la circostanza del suicidio, per evitare lo scandalo. Le sue prime opere vennero pubblicate un anno dopo la sua morte dalla casa editrice Mondadori, dopo essere state revisionate dal padre, che modificò soprattutto quelle dai contenuti amorosi, per evitare lo scandalo.
Tuttavia la produzione poetica di Antonia,nonostante le revisioni del padre, affascina ancora per il suo richiamo al crepuscolarismo e all’espressionismo e per quel suo essenziale verseggiare carico di malinconia .Dopo un periodo di dimenticanza anche il cinema ha posto attenzione su questa poetessa e ne è derivato un cine-documentario della regista Marina Spada dal titolo “Poesia che mi guardi” Presentato fuori concorso alla 66° mostra del cinema di Venezia nel 2009 .I registi Bonatti e Ongania hanno realizzato poi a loro volta un film documentario “Il cielo in me-Vita irrimediabile di una poetessa”e nel 2016 è stato proiettato il film di Cito Filomarino “Antonia”
E la morte non avrà più dominio. I morti nudi saranno una cosa Con l’uomo nel vento e la luna d’occidente; Quando le loro ossa saranno spolpate e le ossa pulite scomparse, Ai gomiti e ai piedi avranno stelle; Benché impazziscano saranno sani di mente, Benché sprofondino in mare risaliranno a galla, Benché gli amanti si perdano l’amore sarà salvo; E la morte non avrà più dominio.
E la morte non avrà più dominio. Sotto i meandri del mare Giacendo a lungo non moriranno nel vento; Sui cavalletti contorcendosi mentre i rendini cedono, Cinghiati ad una ruota, non si spezzeranno; Si spaccherà la fede in quelle mani E l’unicorno del peccato li passerà da parte a parte; Scheggiati da ogni lato non si schianteranno; E la morte non avrà più dominio.