I COME FROM BUDAPEST

I COME FROM BUDAPEST

canti… per Eva

E’ possibile superare il personale senso del pudore? E’ un problema che andrebbe analizzato, magari anche risparmiando Freud. Il problema è sì personale, ma anche molto politico, e se vogliamo, insieme, sociale. Ho sempre rifiutato le annose censure che tiravano in ballo il comune senso del pudore: nessuno è obbligato a vedere, leggere, ascoltare, qualcosa che lo disturbi; si informa prima o al limite se ne va. La faccenda è che chi tirava in ballo questa locuzione reggeva benissimo i contenuti rappresentati, ma non accettava che potessero avere una diffusione popolare e interveniva con richieste censorie soprattutto per il gusto di amplificare le proprie prurigini oscene. C’è una vasta letteratura e cinematografia in proposito. Sembrerebbe un argomento superato da lustri, ma invece la censura fa di nuovo capolino e molto a sproposito.

Ma l’incipit non ha nulla a che fare con queste storie del passato, riguarda esclusivamente il pudore personale, qualcosa che può spingersi fino all’autocensura o meno, a giudizi di opportunità complessi e differenti, che possono variare in base alle persone eventualmente coinvolte, al grado di conoscenza e intimità: dunque evidentemente prendono in considerazione il giudizio degli altri, altra espressione sovente oggetto di contrasto. Eppure tale giudizio non può avere alcuna importanza se non per le persone a noi care o che ci interessano a vario titolo, le uniche cui potremmo dare tranquillamente spiegazioni. Ben inteso, ciò è fattibile, se ce ne fosse bisogno, anche verso un pubblico “altro” e non polemico, o almeno dove l’eventuale polemica non superi il rispetto e non sia pregiudiziale.

Questo prologo è forse eccessivo rispetto a contenuti che voglio affrontare e ho già affrontato, eppure i tempi presenti ci stanno abituando a mettere le mani avanti, perché l’esercizio del voler intendere una cosa per l’altra, è uno dei più diffusi. Siamo al doversi districare tra prudenza e azzardo, specie se l’equilibrio non paga…

L’estate è ormai giunta al suo canto del cigno. A Trieste di sera cala il fresco e oggi si è alzato anche un forte vento, il treno per Budapest partirà alle 23,30 dal binario 7; intorno ci sono già vari gruppi di persone, il più folto è composto prevalentemente da ragazze e il nostro viandante incrocia immediatamente lo sguardo di Ghina e ciò si ripete e si ripete. Lei è una ragazza rumena, torna a casa dopo una trasferta in Francia, il suo gruppo viaggia in treno, evidentemente a tappe. E’ carina, ma si distingue rispetto alle altre per l’essere la più espansiva, vivace e spigliata, una leader in qualche modo, ma sa essere anche riflessiva, attenta.

Al momento di salire in vettura lei e Tony, apparentemente inavvertitamente si urtano leggermente, lei dice subito “Sorry!”, ma l’imprudenza è stata di lui, che infatti farfuglia qualcosa in una lingua probabilmente inesistente e non fa a meno di elaborare l’episodio come un pretesto per attaccare discorso, almeno vorrebbe…

In treno, guarda caso, lei gli sta di fronte… la fissa con insistenza, come per una sorta di capriccio; lei non sta ferma, fa dei giri sul treno, si spinge a commentare quegli sguardi con esclamazioni monosillabiche di misteriosa interpretazione, una sorta di presa d’atto dell’interesse destato, tuttavia non trovano modo di rompere il ghiaccio; lui anzi, forse per rivalsa, attacca discorso con una Croata, molto scandalizzata perché il suo paese non è stato ancora accolto nella UE, specie quando apprende che invece è già dentro l’Ungheria e la Romania sta per esserlo. Il dialogo è una cartina di tornasole importante per Tony che si fa un’idea delle rivalità popolari negli stati dell’est. La ragazza però scende a Zagabria. Il treno sostanzialmente si svuota, ma il gruppo rumeno movimenta la serata e Ghina è una di quelle che richiama l’ordine. Quando è ormai tardi si siede nello scompartimento alle spalle del ragazzo, che può vederla perché nella penombra i vetri del portabagagli fungono da specchio: è sola e pare cerchi di dormire, lui veglia, ma poi si addormenta. Al primo risveglio notturno se la ritrova accanto, è un segno troppo evidente perché possa ancora temporeggiare… “Sa o Roma, daje, daje, oro khelena daje…”.

Poco dopo l’alba il treno attraversa boschi e il lago Balaton, lei è già via, “confusion”… La vede appena a Keleti che confabula con un’amica… Ricorda un episodio accaduto a Parigi anni prima, ma lei era bolognese. Ci riflette, pensa esista davvero un linguaggio non eloquente a lui sconosciuto, come i famosi “tempi del libero amore”: capita di trovarsi in situazioni arcinote, ma che a qualche protagonista sfugge fossero così precisamente attestate.

………………………….

A Budapest è una giornata di sole, ma soffia un venticello gelido che ghiaccia gola e polmoni… Tony ha il treno alle 17,20 per rientrare a casa. Trova un’atmosfera diversa rispetto all’andata; è pieno di italiani questa volta, un caos di bagagli e biciclette, il suo posto è occupato, si sistema altrove.

Davanti ha una ragazza ungherese, tipo Ilona Staller agli esordi, attrice, ancora senza coroncina, capelli neri, occhi azzurri, seno esplosivo contenuto in un tight bra e lunghe gambe. Si chiama Csilla, è curiosa, sola, molto espressiva e altrettanto riservata. Si guardano costantemente, si sorridono pure, complici rispetto al baccano terribile della carrozza, che la rende anche scomoda; lei è gentile, comunica per lo più con lo sguardo. Lui vuole capire se scenderà presto o se è diretta addirittura in Italia, allora glielo chiede in inglese, lei risponde secca “Niet”… Gli viene il dubbio che sia russa o che l’espressione si usi anche in Ungheria. Ma il suo tono è scoraggiante, lo intimidisce e tace. Mangia disinvolta un panino e fa una telefonata, l’unica parola che egli coglie è “ziya” (termine comune a molte lingue slave)… Sta andando a trovare una zia?

(Solo molti anni dopo elaborerà un’idea sul carattere comune delle ragazze dell’est in base alla sua esperienza: esse, in genere molto belle, mostrano un costante sorriso che le fa apparire dolci, e lo sono, ma insieme possiedono una innata determinazione – che può incupirle o meno a seconda delle situazioni – e non mancano di mostrarla, anche con il sorriso, nelle situazioni che ritengono necessarie, come una sorta di propedeutica genetica all’autodifesa).

Si convince che scenderà in Ungheria, allora osa, la invita a sedersi al suo fianco (“Come here”), lei si alza e acconsente… Incredibile! Ha l’impulso di pizzicarsi… Nagykanizsa è quasi al confine.

100 I come from budapest

30 I come from Budapest (96 – XXII.XXXVIII – 9.9 fonyod) a 21-24.3.2022

BRESCIA SUGGESTION

BRESCIA SUGGESTION

canti… per Eva

L’entusiasta sorride ed è felice per poco, figuriamoci per un viaggio avventuroso a Budapest, in tempi ancora di pace, in tempi in cui non c’erano i governanti reazionari che hanno sensibilmente inquinato la già instabile democrazia europea, gli Orban, Zelensky, Putin, Duda, per non parlare degli extracomunitari Biden e Johnson… e dei nostri innominabili.

Il treno riattraversa Croazia e Slovenia. Lui vive di rendita, delle soddisfazioni trascorse, si addormenta e salta Trieste, la sua fermata. Ma poi… è straordinario come un luogo possa immediatamente trasformare le sensazioni e portarci in una nuova dimensione, benché si sappia da dove si viene.

Ed ecco la stazione di Brescia, è come cambiare capitolo, parte, storia, romanzo; tutto ha un nuovo inizio, la consapevolezza di essere sotto il suo cielo accende il desiderio e la passione, allora osserva, in una sorta di sensazione tridimensionale: suggestione, astrazione, lucidità, lei non c’è, ma la vede, cammina di spalle verso l’uscita, e inizia il sogno ad occhi aperti, il film, chi gli sta accanto diventa lei, una tempesta di emozioni.

Camminano insieme per le strade di Milano, la sua città d’adozione, del suo successo, ove vive le sue svariate dimensioni, il percorso è quasi banale, nel senso che rivisitano luoghi già visti una marea di volte, zona Centrale, Duomo, Galleria, Scala, Omeoni, Statale. Discorsi seriosi superati da pensieri diversi, approcci dominati, tuttavia progettati all’infinito, e sguardi languidi, risolti in un’esplosione di passione appena contenuta, abbozzi di baci e carezze, abbracci camuffati.

Vi è una consapevolezza non rivelata che ormai invade entrambi, siamo al gioco assurdo, tra trasparenza e simulazione. Lui cerca la sua anca, un messaggio del corpo manifesto, ormai percepisce le sue morbidità, confusamente la invita a sedere nel parco, i corpi sono ormai appiccicati, anche le guance, benché i visi continuino a guardare dritto davanti a loro, consapevoli che un incrocio di sguardi sarebbe fatale.

Il suo seno pulsa visibilmente, si scopre nonostante l’umidità del pomeriggio settembrino, che diventa pretesto per un insidioso abbraccio. Due menti cercano ormai una via d’uscita, i corpi sono pressoché ignari di dove si trascinano. Un angolo del palazzo occupato della Statale sarà la loro baita, dove raggiungerà il suo letto e il buio sarà galeotto over and over.

Un intelletto passionale sogna spesso a occhi aperti, elabora le sue visioni sviluppando incontri, segnali, fantasie, parole, si astrae di giorno, ci dorme la notte. Al di là della bizzarria in se, diventa uno strumento fondamentale anche per superare qualche momentaccio, come quelli che si vivono oggi e ispirano invero pensieri meno gradevoli.

Dunque, a mio avviso, l’elaborazione di un episodio anche trascurabile può diventare una sorta di rimedio da applicare secondo necessità, non diversamente da una tisana, un frutto, un dolce, insomma un metodo per essere positivi.

Un pensiero riguardo alla scrittura, un modo di concepirla. Un racconto di qualsiasi genere (ad eccezione di un lavoro scientifico, storico o saggistico) deve avere necessariamente un aggancio con la realtà, perché in questo modo acquisisce un valore aggiunto, può ad esempio essere una norma per affrontare in modo letterario un fatto che ha avuto nella realtà un epilogo differente, con tutta la miriade di possibilità di altro tipo, dunque realtà e fantasia che lavorano insieme per raggiungere i risultati svariati più compositi.

Questa opinione non viene sostenuta da chi ritiene che un’opera letteraria, come anche un romanzo, una poesia, non tanto debbano, ma possano essere completamente di pura invenzione dell’autore, senza alcun riferimento alla realtà. Da parte mia ritengo che questo sia anche possibile, ma da un lato vedo difficile che chi scrive un testo di valore possa prescindere completamente da qualsiasi tipo di esperienza diretta: non troverei qualcosa di totalmente avulso dalla realtà particolarmente interessante, al contrario ritengo che anche un minimo riferimento a qualcosa di realmente accaduto dia al lavoro, appunto, quel tocco di interesse in più anche per il lettore, specie per quello più attento, che ama ritornare sulla scrittura, sulla biografia dell’autore, scoprire gli agganci con la sua storia e dare all’opera un plus valore, un maggiore interesse.

Per questo la letteratura ha giustamente una sua storia, i suoi periodi, i suoi stili, le sue correnti.

31 Brescia suggestion (97 – XXIII.XXXIX – 19.2 a) a 25-27.4.2022

IN LAUREA DI ANNA ALESSI

IN LAUREA DI ANNA ALESSI

canti… per Eva,

Vorrei esordire parlando di sogni, vorrei, ma nonostante abbia un’infarinatura di cose lette e sentite, nonostante abbia letto qualche anno fa “L’interpretazione dei sogni” di Sigmund Freud, non credo di aver acquisito molte competenze, anche perché quando si hanno multipli interessi e i sogni, benché rappresentino un fenomeno che ispira curiosità, non sono le tue priorità, le informazioni acquisite regrediscono.

L’interesse su un proprio sogno, peraltro, può variare a seconda del suo contenuto, possono esserci sogni abbastanza crudi, piacevoli, surreali, comuni, incubi e via dicendo.

Quello che ho ora in mente è un sogno fantastico, piuttosto surreale, ma basato su un fatto che accadeva proprio mentre lo sognavo: la laurea della mia cara amica Anna. Potreste pensare a strane sessioni di laurea notturne. No, in realtà, il giorno precedente avevo dato un esame, per cui quella mattina mi svegliai piuttosto tardi dopo giorni di studio intenso, insomma, fu un sogno mattutino, che aspirava al pseudo-profetico.

Peraltro Anna si laureava con una tesi su Carlo Levi, quello di “Cristo si è fermato ad Eboli”, del quale avevo letto e scritto ancora adolescente “Paura della libertà”, arte filosofica meno surreale, ma per me allora piuttosto ostica, ma l’adolescente può!

A distanza di tempo il ricordo del sogno, già complesso in se, si è fatto vago, l’unico soccorso posso averlo dai versi che scrissi nell’immediato, sia per omaggiare Anna, sia per la particolare coincidenza, nonché per la particolarità dello stesso.

Diciamo che ho sempre amato il cinema surreale, da Bunuel a Jodorowsky, da Arrabal a Makavejev, fino a Kieślowski e quant’altri, ma per definizione quel genere di racconto, quel tipo d’arte, è piacevole come tale, per i suoi quadri, i segmenti, al di là di qualsiasi tentativo di interpretazione e comprensione, benché ci si avventuri in quell’esercizio; più o meno è così anche per il sogno.

Il reportage onirico in oggetto (per il gran caldo? Fine marzo… quando non si capisce se si devono o meno alleggerire le coperte) era preceduto o iniziava con una sorta di incubo, visione di piccoli rettili, forse fobie recondite o ancora presenti, una sorta di transfert nell’impegno che stava sostenendo l’amica, o semplicemente una sorta di suggestione legata a tutta una complessa attività di studio, tra spleen, ça ira, ennüi… Simbolismi strani, ermetici, in una sorta di carrellata, finché nel sogno mattutino si intravede una figura in primissimo piano, con particolare sulla nuca che mostra una sorta di tatuaggio; è una sorta di stacco, di cambio di scena, perché si fa lentamente nitido il volto di Anna, fino alla figura intera. Siede su un alto sgabello al centro di una delle nostre aule universitarie, la sua immagine è statuaria, silente, mentre lo sguardo onirico inquadra una teoria di volti, è la commissione che la interroga. Mi trovo là, forse avrei voluto esserci, i dieci saggi mi vedono, capto la loro attenzione, una specie di comunicazione, una situazione che non è dato interpretare, ma che combino con i miei trascorsi sull’oggetto della tesi, su Carlo Levi, anche pittore e la paura della libertà, i vari significati del sangue e la liberazione della donna ad essi connessa.

Ma è un sogno e come tale non ha una logica intelligibile come la realtà, pertanto riparte per la tangente e dove c’era Anna vi è ora il busto marmoreo di Cesare Augusto e un alternarsi di ermetismi sfingici. In realtà sono il lauro, l’alloro, la laurea.

A distanza di anni il ricordo del sogno è generico, nonostante l’averne scritto subito al risveglio offra ancora dei particolari. Furono momenti di meraviglia, stupore, come di un sogno telecomandato, ma neppure lontanamente immaginabile.

Appena possibile ne parlai con Anna che si mostro molto curiosa del fatto, mostrò gradimento e le donai la pergamena con il testo dei versi che composi appena il giorno dopo. Naturalmente mi chiese del significato di quei versi così enigmatici, cercai di fare del mio meglio, ma io stesso ero colto alla sprovvista; scrivere di un sogno è come scrivere sotto dettatura senza la possibilità di poter avere assoluta certezza del senso di tutto.

Mi sono sforzato di essere leggibile, il resto lo lascio agli interpreti di sogni altrui, anche se devo confessare che una mia teoria ce l’ho, ma, pensate un po’, non la rivelerò, benché abbia molto del segreto di Pulcinella.

32 In laurea di Anna Alessi (86 – XX.XXXIII – 31.3 a) a 20-23.05.2022

PROFUMO INTENSO DI TRENTA ROSE

PROFUMO INTENSO DI TRENTA ROSE

canti… per Eva

Brevi “ere” le nostre, anche quelle dimenticate, che ogni tanto riaffiorano dalla familiare “letteratura”. I signori dell’informatica in un’escalation, in un climax ascendente sempre più rapido, ci hanno trasformato la vita quotidiana dagli aspetti fondamentali fino ai minimi particolari… la stessa scrittura, la vita sociale, perfino gli amori. Le lettere sostituite dalle @mail, la scrittura dalla carta ai blog, la socializzazione in piazza sostituita dalle chat, fino a soluzioni sempre più minimaliste: sms, social, whatsapp… l’ impigrimento programmato.

Non posso affermare che questa interpretazione del “benessere” da parte dei leader delle società informatiche sia esente da danni, dunque anche portatrice di “malessere”, tuttavia i pochi tentativi di contrastare il fenomeno sono stati generalmente fallimentari o relegati a scelte personali e di piccole comunità.

Una delle ragioni di chi utilizza criticamente questi mezzi, è appunto usarli senza essere usati e in effetti la guerra dall’interno si mostra più efficace di quella che li ignora. In realtà molti manager, sotto la pressione di un’utenza che non si fa usare, hanno più volte dovuto fare marcia indietro (servizi a pagamento, contenuti irricevibili…), eppure tengono banco tanti aspetti diseducativi che passano incontrastati, come la pubblicità, la sottile propaganda, il controllo dei contenuti, la censura, anche con i cosiddetti algoritmi, ergo, si sono creati gli strumenti per far leggere ai più i contenuti che vogliono loro.

Cosa c’entra questo discorso con il profumo delle rose? Solo uno degli aspetti concreti collaterali. Riguarda la scrittura e gli amori nati su internet in poco meno di 30 anni. Non mi risulta sia stata prodotta finora grande letteratura dalla posta elettronica a facebook, dagli sms a whatsapp, eppure sono stati pubblicati dei libri, ne ricordo uno a base di sms; immagino siano aspetti che hanno occupato anche il cinema e la tv, come la presenza dei telefonini. In realtà, come dicevo, hanno occupato ogni aspetto della vita, se è vero che oggi relazioni e anche amori nascono nella miriade di chat esistenti, ma anche sulla post@, sui social, perfino sui blog, peraltro un po’ in crisi a causa del boom fb, twitter, instagram… e la crisi porta anche minori possibilità che in passato, molte piattaforme hanno chiuso, benché un blog contenga anche – o contenesse – l’aspetto più vicino alla cultura delle opportunità informatiche.

Una condivisione di temi in versi o in prosa spesso era l’avvio per un approccio più intenso che si sviluppava con lettere elettroniche e talvolta culminava in incontri, contro il più effimero rapporto di appuntamenti via chat o social: la scrittura di un certo impegno contro il telegramma, in sostanza.

Dal generale al particolare, in questo contesto nasce anche, il profumo delle rose, un rapporto intenso di mesi, e le rose, trenta, sono un omaggio per un compleanno, simboli di un’intensa passione la cui nascita prescinde dalla forma e non limita alcuna prospettiva.

La passione ha sviluppi insospettabili e simboli imprevedibili: il mistero, la profezia, sgorgano da ogni parola, il rituale celebrativo non ha confini, come non li ha l’etere, pertanto si incrociano anche gli idiomi:

“Sueño besar un verdadero poeta… en la boca, claro que si… te deseo”.

“Renderti le labbra opache di sensi, negli occhi carpirti il piacere che desidero darti… Yo tambien te amo”.

Si scomodano i bastioni cittadini, la poesia provenzale, i salmi e possibilmente “Il cantico dei cantici”, perfino Luis Buñuel e Carole Bouquet (Cet obscur objet du désir).

E’ sempre complicato comprendere come possa affievolirsi una simile esaltazione, eppure…

L’inverno è lungo, molto più della bella stagione, che proprio per questo scorre rapida e si lascia dietro rimpianti.

Le belle giornate d’inverno si ricordano di più proprio perchè rare e tali sono anche quelle senza sole, quando il fortunale si abbatte contro le case, ma noi stiamo dentro al caldo del camino a rimestar castagne o tra bei sogni nel tepore del letto. Allora anche la tempesta racchiude in se quel non-so-che di lirico.

L’inverno ha code anche in primavera e che dire dei temporali estivi, ma passeggeri, alla fine dei quali rimane l’intenso odore di terra e il ritorno della sfiancante calura. Intemperie… 

36 Profumo intenso di trenta rose (101 – XXIV.XL – 16.4 a) a 28.9.2022

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«Filastrocca dell’ora solare» di Mimmo Mòllica

«Filastrocca dell’ora solare» di Mimmo Mòllica

La «Filastrocca dell’ora solare» di Mimmo Mòllica ci ricorda che pure quest’anno torna l’orario considerato ‘naturale’: nella notte fra sabato 29 e domenica 30 Ottobre le lancette dell’orologio andranno indietro di 60 minuti, col vantaggio di avere a disposizione 60 minuti di sonno in più. Le giornate si accorciano, l’autunno apre le porte alla stagione invernale e l’orologio fa guadagnare un’ora di luce al mattino.

«Filastrocca dell’ora solare»

Torna l’ora solare,

ci dobbiamo alzare

o possiamo restare

beati a dormire?

Lo vorrei capire!

Devi solo spostare

le lancette di un’ora,

non è ancora l’aurora,

dopo, non ti innervosire,

puoi tornare a dormire.

Le ore sbagliate

son le ore contate, 

o quando è già giunta

l’ora di punta. 

Ma le ore più liete

sono quelle di quiete

e delle chiacchierate,

le ore al sonno rubate,

o di chi si innamora

e non ne vede l’ora. 

Però l’ora più bella

resterà sempre quella,

la più bella realtà, 

l’ora della verità,

quando tutto si aggiusta:

quella è l’ora più giusta!

Mimmo Mòllica

Sarà l’ultima volta?

L’«ora solare» torna in vigore nella notte fra sabato 29 e domenica 30 Ottobre 2022: bisogna portare le lancette dell’orologio indietro di un’ora, dalle 3 alle 2. Avremo così a disposizione un’ora di sonno in più, guadagneremo un’ora di luce al mattino, ma il tramonto arriverà prima ed avremo un’ora di luce in meno al pomeriggio.

L’«ora solare» resterà in vigore fino al Marzo 2023, quando, nella notte tra sabato 25 e domenica 26, tornerà l’«ora legale» e bisognerà portare le lancette avanti di un’ora.

Ma sarà questa l’ultima volta? Nel 2018, infatti, è stata avanzata la proposta di abolire il cambio dell’ora attraverso una consultazione promossa dai Paesi nord-europei, con in testa Polonia e Finlandia. Il 76% dei votanti (quasi 5 milioni di cittadini dell’Unione Europea) si sono detti favorevoli all’abolizione dell’ora legale. Cosa mai avvenuta, però.

Invito i blogger a diventare autori di Alessandria online

Invito ovviamente esteso a tutti i blogger ma anche a chi non ha un proprio blog ma ama scrivere e vedere pubblicato quello che scrive su un media online, oltre che su diverse pagine social collegate…

Alessandria online https://alessandriaonline.com/ invita tutti i blogger che ci seguono a diventare autori e scrivere direttamente anche sul nostro media.

A tale scopo gli interessati dovranno cortesemente  comunicare i loro dati: link del proprio blog, nome e cognome, città di residenza e numero di cellulare al seguente indirizzo email: alessandriatoday@yahoo.com oppure sul mio messenger Facebook: Pier Carlo Lava.

Quanto sopra per consentire un primo contatto con il sottoscritto alfine di valutare se sussiste un reciproco interesse ad entrare nella redazione attualmente composta da 31 autori (prevalentemente blogger) ma non solo.

Tengo a precisare che Alessandria online non contiene pubblicità pertanto la partecipazione sarà esclusivamente su base volontaria.

https://alessandriaonline.com/

Social Media Manager

Pier Carlo Lava

LEONARDO DA VINCI – LA SCAPIGLIATA

LEONARDO DA VINCI – LA SCAPIGLIATA

C’è un forte bisogno di vivere di signorilità, di gentilezza, di morbidezza nei tratti e di eleganza nell’espressioni, c’è un forte bisogno di immaginazione, di sogno e di leggerezza nei pensieri, e tutto questo lo possiamo rivivere e vivere in questa magnifica opera del grande Leonardo da Vinci, un tratto di matita, un tocco leggero di pennello, un progetto (forse) o soltanto un suo desiderio o studio come tecnicamente lo si vuol chiamare, tale comunque da renderci quel magico senso di bellezza e cura che ben pochi maestri hanno raggiunto con così veloce e delicata maestria.

La Scapigliata come viene denominata questa opera, è conservata alla Galleria Nazionale di Parma e rappresenta un volto in tre quarti di donna giovanile con lo sguardo abbassato e abbandonato, quasi triste o quasi no, malinconico ma di una dolcezza indescrivibile, un volto delicato come delicata lo è la naturale giovinezza, con i capelli al vento (ricci) a malapena tracciati ma tali da imprimerli e quasi toccarli, una scapigliatura appunto come ne deriva poi il titolo del quadro.

E’ una piccola tavoletta realizzata a biacca con pigmenti di ferro e cinabro e leggermente rifilata nel bordo tale da far supporre che un tempo avesse un’ulteriore cornice, diversa da quella che attualmente la contiene. La storia di questa tavola ha quasi del fantastico in quanto pare sia menzionata nell’inventario dei beni del duca di Ferdinando Gonzaga del 1627, in quanto si parla di “un quadro dipintovi una testa d’una dona scapiliata , bozzata, con cornici di violino, oppera di Lonardo d’Avinci, stimato lire 180”. Ma non si è assolutamente certi che si tratti di questa che oggi ammiriamo, tanto che intorno al 1826 gli eredi del pittore Callani danno in offerta all’Accademia delle Belle Arti di Parma questa Scapigliata che entrerà più tardi nella Galleria Palatina attribuendola addirittura al Leonardo da Vinci, risultato comunque dalle ricerche che aveva fatto il Callani stesso.

Non sto a rimembrare tutta la storia che questa opera ha avuto, tra contestazioni, rilievi e accurate ricerche, quello che interessa è la decisa attribuzione del Maestro e quel poco di immaginazione che ci riserva nel guardarla e nel porsi per un attimo nel suo intento personale, cercando di carpire la motivazione di questo studio, tanti l’attribuiscono a uno studio della sua poi famosa opera “Leda e il cigno”, altri ne vedono le sembianze nella Vergine delle rocce, ma a noi interessa soltanto la sua magistrale facilità di rilasciarci emozionalità.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web – Leonardo da Vinci – La Scapigliata e foto di Errebi dalla Galleria Nazionale di Parma.

Arte in cornice

Racconti: Tigri, isole misteriose, serpenti, foreste monsoniche, galeoni ed esotismo, di Anselmo Pagani

Tigri, isole misteriose, serpenti, foreste monsoniche, galeoni ed esotismo fanno da sfondo alle mirabolanti avventure di personaggi quali Sandokan, Yanez, Lady Marianna, Tremal Naik o il Corsaro Nero, in 105 romanzi e più di 130 racconti tradotti in moltissime lingue, che ci parlano di Paesi lontani e località remote, tutte descritte in maniera tanto realistica che pare di esserci.

Eppure Emilio Salgàri, dall’Italia, non uscì mai e anzi trascorse gran parte della sua tormentata esistenza fra lo studio di casa, dov’era uso scrivere senza interruzioni per intere giornate, e la biblioteca, dove si rinchiudeva per consumarsi la vista consultando carte geografiche, resoconti di viaggio e le prime guide turistiche per i pochi giramondo di quegli anni.

Nato a Verona il 21 agosto del 1862 da una famiglia di commercianti, dopo le elementari passò alla Regia Scuola Tecnica senza entusiasmo, tanto che non riuscì a terminarla poiché nella sua testa aveva iniziato a farsi largo un’idea, una soltanto: quella di diventare capitano marittimo e così girare il mondo.

Non ci sarebbe riuscito perché, dopo un anno di praticantato come semplice uditore presso l’Istituto Nautico di Venezia, non passò l’esame di annessione al corso e pertanto, a dispetto di ciò che amava far credere di sé, il mare, quando lo vide, fu come semplice spettatore, mai però da protagonista a bordo di una nave, e i pochi viaggi che intraprese in vita sua furono sempre per via terrestre, su e giù per la Pianura Padana.

Al contrario, quanto a fantasia e immaginazione, pareva non avere confini tanto che a soli 21 anni d’età, a partire dal 15 settembre del 1883, per la veronese “la Nuova Arena” iniziò a pubblicare a puntate il primo romanzo d’appendice intitolato: “Tay See, una storia d’amore ardente e guerra feroce”.

Vista la buona accoglienza, a distanza di appena un mese sullo stesso quotidiano uscirono con cadenza giornaliera le 150 puntate de “la Tigre della Malesia”, romanzo che raccolse un successo inatteso e strepitoso che lo rese celebre e ricercato dagli editori, gli stessi però che avrebbero a poco a poco contribuito alla sua rovina.

La scomparsa in rapida serie della madre, nel 1887, e poi del babbo suicidatosi perché erroneamente convinto di essere affetto da una malattia in stadio terminale, non interruppero la sua produzione “a getto continuo” di una prodigiosa e seguitissima serie di romanzi, quali “La favorita del Mahdi”, “I pescatori di balene”, “Duemila leghe sotto l’America”, “La scimitarra di Budda”.

Tuttavia, non avendo più particolari legami affettivi con la città di Verona, dopo le nozze con Ida Peruzzi nel 1887 e la nascita della prima figlia Fatima, decise di trasferirsi in Piemonte, stabilendosi infine a Torino, sede della casa editrice Giulio Speirani.

Per quest’ultima, infatti, s’era impegnato a scrivere almeno tre romanzi all’anno per la (modesta) somma forfettaria di 300 lire a romanzo, indipendentemente dalle vendite effettive.

Risultato? Se l’editore fece fortuna, lui invece, ormai diventato padre di quattro figli, dovette sempre accontentarsi d’inseguire il miraggio della tranquillità economica senza però mai conquistarla, motivo che, insieme ai massacranti ritmi lavorativi e al consumo di oltre cento sigarette al dì, iniziò a minargli la mente oltreché il fisico, facendolo scivolare in una profonda depressione, peraltro accentuata dal gelido distacco col quale la critica accoglieva le sue opere, considerate alla stregua di semplici “libri per ragazzi”.

In aggiunta a ciò, la morte in un breve lasso temporale di due figli maschi lo fece precipitare nella disperazione più inconsolabile, inducendolo già nel 1909 a tentare il suicidio per la prima volta e facendo nel contempo uscire di senno la moglie, ricoverata in manicomio.

Quasi solo, disperato, incerto sul futuro Emilio Salgàri il 25 aprile del 1911 scrisse un ultimo biglietto col seguente commiato dal mondo: “Vi saluto spezzando la penna”, per poi darsi la morte secondo l’antico rituale dei samurai giapponesi facendo harakiri, cioè squarciandosi il ventre con un affilato rasoio.

(Testo di Anselmo Pagani)

Racconti: No, questa non è una crisi di natura economica o sociale, di Guido Mazzolini

No, questa non è una crisi di natura economica o sociale, sarebbe una definizione troppo semplice che confonde le conseguenze con la causa. Ciò che stiamo vivendo è il frutto malato di qualcosa ancora più terribile, una crisi etica e morale che riguarda i “valori”, parola così antica che ricordiamo solo in bocca a qualche nonna. Ma la realtà è palese, abbiamo raso al suolo ogni passione, cultura, capacità di autocritica e orgoglio, sdoganando nefandezze insulse, spacciando per diritti quello che in realtà è il semplice capriccio di qualche moccioso.

Abbiamo abbattuto il pensiero, in nome di un paradigma unico e autoritario che impedisce la dissidenza. Attraverso un sistematico lavaggio del cervello per uniformare le coscienze, i media sono diventati il braccio del sistema, quello stesso sistema che inocula veleni spacciandoli per ideali “progressisti” e “liberali”. Parole, ci fottono con le parole, ne cambiano il significato e l’essenza. La mistificazione più grande è quella relativa alla libertà, che oggi è diventato un termine abusato e distorto. Quanta strada ancora da fare, abbiamo imboccato un sentiero oscuro e triste. Il relativismo dei valori che lasceremo in eredità alle generazioni future diventerà una delle disgrazie più grandi nella storia di un occidente ormai arrivato al capolinea.

Racconti: Piangere per lo stesso problema, di Cinzia Perrone – Autrice

Piangere per lo stesso problema

Tanto tempo fa, in un paese molto lontano, viveva un uomo conosciuto e rispettato da tutti per la sua infinita saggezza. Egli aveva cominciato col dare piccoli consigli a parenti, amici e conoscenti del posto, ma dopo poco tempo la sua fama di uomo saggio crebbe così tanto che principi e regnanti dei paesi vicini e lontani lo chiamavano spesso per avere un consulto.

Ogni giorno dozzine di persone si recavano da lui per ricevere i suoi saggi consigli. Tuttavia, l’uomo saggio notò che molti dei suoi frequentatori erano divenuti dei veri abitudinari, ma la cosa che gli dava fastidio, era che costoro lamentavano ogni volta lo stesso problema. Essi ascoltavano diligentemente i suoi consigli, però non li mettevano mai in pratica.

Un giorno, l’uomo saggio diede lo stesso appuntamento a ognuno di questi suoi frequentatori abituali. Una volta riuniti, raccontò loro una barzelletta molto divertente. Tutti quanti gli ospiti si misero a ridere. L’uomo saggio attese qualche minuto, quindi, raccontò di nuovo la stessa barzelletta. Dopo una breve pausa la raccontò un’altra volta, e ancora e ancora.

Per ore l’uomo saggio raccontò loro la stessa barzelletta fino a quando non furono presi dalla disperazione. Fu allora che l’uomo saggio disse: “Se non riuscite a ridere più volte della stessa battuta, perché piangete più volte per lo stesso problema?”

Invito i blogger che ci seguono a diventare autori di Alessandria online

Invito i blogger che ci seguono a diventare autori di Alessandria online

Alessandria online https://alessandriaonline.com/ invita tutti i blogger che ci seguono a diventare autori e scrivere direttamente anche sul nostro media.

A tale scopo gli interessati dovranno cortesemente  comunicare i loro dati: link del proprio blog, nome e cognome, città di residenza e numero di cellulare al seguente indirizzo email: alessandriatoday@yahoo.com 

Quanto sopra per consentire un primo contatto con il sottoscritto alfine di valutare se sussiste un reciproco interesse ad entrare nella redazione attualmente composta da 31 autori (prevalentemente blogger) ma non solo.

Tengo a precisare che Alessandria online non contiene pubblicità pertanto la partecipazione sarà esclusivamente su base volontaria.

https://alessandriaonline.com/

Social Media Manager

Pier Carlo Lava

Un bel cappotto

Un bel cappotto

Certe volte, ho i pensieri tra i lampioni, le mani nelle tasche che giocano con i buchi, le spalle stringono un “vabbè così doveva andare” e gli occhi brillano di “grazie”. E lo so, lo so che posso sembrare scema, col coltello tra le labbra a cercare di cantare canzonette la domenica mattina mentre l’olio salta sotto il pomodoro. Certe volte i lampioni sono spenti, le mani non hanno più buchi da cercare, rivoltano le tasche. Non passano i rimpianti tra le scapole, le braccia e i palmi e io, ad occhi chiusi rallento il respiro, mi abbraccio e mi metto a ballare, perché la vita certe volte è più leggera tra le spighe d’oro, sopra un libro giallo o sotto le campane, e si sa per i matti ogni cosa ha colore, ogni illogica parola, ora o frase. Certe volte, si ha addosso un bel cappotto, un garofano all’occhiello. All’occorrenza è quanto basta a zittire il mondo

@nella 

Nella mia poesia

Spirits of the Night, sijo

Spirits of the Night, sijo

I’ve written my first sijo… and I admit it was a bit intimidating. There is a rhythm that I’m not sure I found. 

The idea is to write this sijo in three lines with a 3-4-4-4 grouping pattern in the first line; the second line echoes the 3-4-4-4 grouping with more details, and the third line is 3-5-4-4. I struggled with the line pattern, so I broke this down into syllables of 16-14-15, for around (45) 44-46 syllables. 

I’ll have to work with this form some more to perfect it. Notice the punctuation and capitalization—this Korean form differs greatly from the Japanese forms.

This is for #TankaTuesday and for the Wombwell Rainbow’s form which is the sijo.

© Lisa Fox, Felt Mansion
On dark moonless nights, star-shine unveils purple daytime forest shade.
Shadow trees, leaf-whisper in song. In dreams, I dance alone.
Deep sky reflects my soul-spirit, loneliness, my chaperone.

© Colleen M. Chesebro

Halloween is almost here!

New Moon Soup, haibun

MY POETRY

New Moon Soup, haibun

Today, the October new moon pays homage to a solar eclipse. There is an intensity in the air, and things feel unstable and shaky in our world. When these uncertain energies surface, I make New Moon soup. 

Once a month, I clean out the refrigerator, much like I empty the things from my heart that no longer serve me. In the back bins, I find carrots, kale, and pungent red onions. Chop, chop, chop. Into the pot of chicken broth, they go. Leftover chicken is the secret ingredient. For me, soup always heals the ills of the world. 

the autumn new moon
dark skies reveal secret truths
find comfort in soup

© Colleen M. Chesebro

Many thanks to Mich at dVerse for the Haibun Monday prompt: soup.

Vezzi linguistici, di Giovanni Mainato

IL BLOG DI GIOVANNI MAINATO

Vezzi linguistici

Postato il  di Giovanni Mainato

Quanto sono fastidiose quelle espressioni che si diffondono come una moda!

Ricordate? Qualche tempo fa si era diffusa la moda di un attimino: un attimino qui, un attimino lì… la nostra vita si era riempita di attimini.

Più recentemente è scoppiata la moda del piuttosto che usato al posto di oppure: “in vacanza si può andare al mare piuttosto che in montagna”, “mangio una pera piuttosto che una mela”, “ascolto Malgioglio piuttosto che i Pooh”, ecc. ecc.

E ce ne sarebbero tanti altri. Non sono forse fastidiosi i cioè a ripetizione di alcuni giovinastri o i come dire di persone che vogliono sembrare colte e non lo sono?

Poi è anche vero che ognuno ha le sue antipatie. Io per esempio detesto tutti quelli che usano parole come econdiper. I gusti sono gusti.

che guevara

«Filastrocca per Gianni Rodari» di Mimmo Mòllica

«Filastrocca per Gianni Rodari» di Mimmo Mòllica

La «Filastrocca per Gianni Rodari» di Mimmo Mòllica è un omaggio al maestro della fantasia nel 102esimo anniversario della nascita. Nato ad Omegna il 23 ottobre 1920, Gianni Rodari è morto a Roma nel 1980. È stato maestro elementare, scrittore, giornalista e pedagogista. Rodari ha saputo dare all’immaginazione il suo massimo valore, inculcando nei bambini il piacere della lettura, l’arte dell’immaginazione.

«Filastrocca per Gianni Rodari»

Sono Rodari Gianni,

ho centodue anni,

però in lemmi contrari

sono Gianni Rodari. 

Sono nato nel venti

ed ho fatto contenti

tanti e tanti piccini,

babbi, mamme e bambini, 

con racconti e poesie,

varie tipologie:

filastrocche e racconti,

in cielo, in terra e per monti,

fiabe per imparare

a pensare e a giocare,

a capire ed amare,

e perfino a studiare.

Non è per fare prima,

è che ho amato la rima:

rima piana o anche tronca,

rima ricca, mai monca, 

ripetuta, incrociata, 

versi in rima baciata, 

rima ad eco, alternata, 

rime e versi in terzine

per bambini e bambine.

È un segreto e lo rivelo:

Filastrocche in terra e in cielo 

io l’ho scritto come omaggio

prima di mettermi in viaggio.

E così, quando ho finito,

chiuso il libro son partito,

verso il cielo son volato

e non sono più tornato.

Per tornare cosa aspetto?

di finire il mio progetto!

Sì, lo so, non è corretto, 

però non è mica detto,

vedo di fare il biglietto,

e però non lo prometto!

Mimmo Mòllica

La fantasia è una cosa seria

Domenica 23 ottobre 2022 ha compiuto centodue anni Gianni Rodari, il maestro della filastrocca e della fantasia. E la fantasia, si sa, è importante: con la fantasia si può viaggiare per terra, cielo e mare, si può giocare e fare sul serio. Già, perché la fantasia è una cosa seria. Gianni Rodari ha saputo dare all’immaginazione il suo massimo valore, ha sputo inculcare nei bambini il piacere della lettura, l’arte di giocare con le parole e con i concetti.

Nato ad Omegna (provincia del Verbano-Cusio-Ossola), Gianni Rodari è morto a Roma nel 1980. È stato maestro elementare, scrittore, giornalista e pedagogista: un pioniere.

Ha messo il bambino al centro del percorso formativo della scuola, senza porre limiti al pensiero creativo. Le sue storie fantastiche hanno sollecitato l’immaginazione di generazioni di bambini e genitori, insegnanti e pedagogisti. 

Nessuno possiede la parola magica

Nel 1970 a Gianni Rodari è stato assegnato il premio “Hans Christian Andersen”, il massimo riconoscimento internazionale per la letteratura per l’infanzia. 

“Io credo che le fiabe, quelle vecchie e quelle nuove, possano contribuire a educare la mente. La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi, essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo, gli può dare delle immagini anche per criticare il mondo. Per questo credo che scrivere fiabe sia un lavoro utile”, scriveva Gianni Rodari.

Ed ancora: 

“Nessuno possiede la parola magica: dobbiamo cercarla tutti insieme, in tutte le lingue, con modestia, con passione, con sincerità, con fantasia; dobbiamo aiutare i bambini a cercarla, lo possiamo anche fare scrivendo storie che li facciano ridere: non c’è niente al mondo di più bello della risata di un bambino. E se un giorno tutti i bambini del mondo potranno ridere insieme, tutti, nessuno escluso, sarà un gran giorno, ammettetelo”.

Lui, l’anticomunista (piccola storia insignificante)…

Lui era anticomunista. Il resto della cittadina era comunista, anche se per comodo e per opportunismo votava partiti di centrosinistra. Per le sue idee si era fatto dei nemici, era malvisto,  gli avevano fatto terra bruciata. Le ragazze non lo volevano, lo rifiutavano sempre, al massimo lo illudevano con un gioco di sguardi prolungato e poi andavano a fare ammucchiate con altri, rivelandosi con lui molto scostanti e altezzose.  Lui era anticomunista e questo era il minimo che potesse succedere. Dicevano anche che era pazzo, gay, ritardato mentale, impotente, minidotato sessualmente, molto brutto. Lui li lasciava dire. D’altronde nessuno avrebbe testimoniato a suo favore perché erano tutti contro di lui. Così la diffamazione continuava. Lui era anticomunista e tre volte l’avevano picchiato a sangue per questo: pugni in faccia, una volta anche un calcio in faccia, varie escoriazioni sul corpo. Naturalmente era roba tra ragazzi o al massimo tra giovani uomini  e poi nella civilissima Toscana a volte si prendono e a volte si danno. Lui era anticomunista. E alcuni giovani estremisti di sinistra per un periodo lo attenzionarono, lo pedinarono,  volevano attentare alla sua incolumità fisica. A riprova della grande civiltà toscana fu il fatto che il corso  di Pisa era pieno di studenti che protestavano per l’incarcerazione di quei giovani che oltre a pedinare lui avevano fatto attentati incendiari ad altre persone ed erano stati fermati tempestivamente dalle forze dell’ordine. Ma il popolo toscano dava solidarietà ai delinquenti e non alle vittime designate o potenziali. Ma erano forse delle ingiustizie? Al mondo c’erano ingiustizie più grandi e poi per teoria e per prassi i comunisti non commettono mai ingiustizie: i comunisti sono buoni e se talvolta usano la violenza è del tutto legittimo perché è per la rivoluzione.  E poi se tutto gli andava male nella vita in quella cittadina  bastava ascoltare i Negrita e capire una volta per tutte che quella cittadina non era Hollywood! Ma perché non poteva andare via? Era impossibilitato per ragioni familiari. Lui era anticomunista e non aveva amicizie né un lavoro perché le conoscenze, le pubbliche relazioni contavano molto in quel posto. Lui amava scrivere, ma anche lì nel mondo delle patrie lettere, nel 2000 e oltre, bisognava essere comunisti e scrivere per i comunisti cose da comunisti. Così finì solo e dimenticato da tutti. Nessuno lo aiutò e poi naturalmente aiutati che Dio ti aiuta. Lui era una mezzasega, un mezzo uomo e forse anche meno perché non aveva una donna, non aveva una famiglia,  non aveva un lavoro. Quando morì nessuno lo ricordò. La gente era ormai diventata di destra perché faceva comodo, per opportunismo, per quieto vivere, per calcolo, per protesta. Ma anche la destra non lo vedeva di buon occhio perché non lui non si era mai venduto, mai allineato, mai iscritto e non aveva mai militato. Lui era uno che non aveva mai risparmiato critiche. Nessuno andava mai a visitare la sua tomba perché quando uno è morto è morto e a cosa serve? E poi i pochi che lo avevano conosciuto bene lo odiavano perché lui in vita era uno che aveva avuto tanto tempo da perdere e lo aveva perso e sprecato bene. Non si era industriato, non aveva rischiato, non era stato un uomo pratico. La gente si era a ogni modo dimenticata in fretta di lui e poi cosa c’era da ricordare? Assolutamente niente. Rimanevano disseminati in angoli del web i suoi scritti, che alcuni leggevano senza sapere che era morto. Lui era stato un anticomunista. Sipario. 

LA RAPINA, di Silvia De Angelis

Lavorava come cubista in un locale alla moda, Miriam, per mantenersi gli studi all’università e il tempo a sua disposizione, per vivere la vita, era davvero pochissimo, visti i vari impegni che la prendevano.
Una ragazza davvero volenterosa, e sempre aggiornatissima sugli eventi del globo, per avere una visione obiettiva sulle eventuali mete da raggiungere.
Una sera tarda, mentre si sta cambiando nel suo camerino del Prince (è questo il nome del locale ove lavora) trova vicino alla specchiera un voluminoso mazzo di rose rosse, accompagnate da un biglietto. Curiosissima di conoscere il latore di quel profumato pensiero,  avvicina le narici ai fiori per coglierne, a pieno, l’essenza….ma poco dopo sviene, stordita da quella malefica fragranza.
Si risveglia, legata e imbavagliata, in un luogo buio e sconosciuto. Tenta di allentare le corde che le cingono i polsi, ma senza risultato. Improvvisamente uno sconosciuto, mascherato, si pone di fronte a lei, osservandola con attenzione e, imboccandola, le dà del cibo per nutrirsi e dell’acqua da bere. Miriam si divincola e fa capire di volere una spiegazione per quanto le sta capitando ma la persona si rifiuta di parlare, e se ne va sbattendo l’uscio, di quell’angusto e semibuio locale.
Trascorre qualche giorno e gli eventi si ripetono sempre uguali. Ma una sera l’enigmatico rapitore decide di parlare, e rivolgendosi alla sventurata ragazza, le dice di essere un suo fratellastro non riconosciuto dal padre della donna e di trovarsi in una precaria situazione economica.
Sta progettando di effettuare una rapina in banca, e vuole avere come complice Miriam, che se rifiuterà la collaborazione sarà uccisa.
Miriam è sbigottita, e impaurita, da questa inaspettata e pericolosa situazione, quindi decide di sottostare alle richieste dell’uomo, per salvarsi almeno la vita.
Nei giorni successivi Paolo (questo è il nome del fratellastro della ragazza) cerca di delineare un preciso piano per la rapina da fare con Miriam,  minacciandola anche di non intralciare quanto sarà pattuito, perché, in quel caso, la donna, pagherebbe drammatiche conseguenze.
La banca in questione è una piccola filiale d’un’altra sede importante, e si trova in una strada piuttosto deserta, quindi anche se venisse dato l’allarme ci vorrebbe più tempo per raggiungerla, da parte della polizia.
Arriva il fatidico giorno, Miriam cerca di tenere bene in mente quanto le è stato detto da Paolo e giunta insieme a lui, all’entrata della banca, con una maschera sul volto, segue le direttive del fratello, che con arma in pugno, minaccia  i pochi  malcapitati (impiegati e pubblico). La donna tremante ha in mano una bisaccia nella quale l’uomo getta nervosamente le banconote, che raccatta con velocità dalle varie casse, per poi uscire alla svelta, dalla piccola filiale, e saltare insieme a Miriam, su una potente moto .
Raggiunto il nascondiglio Paolo, si rivolge alla sorellastra facendole pesare tutto il suo livore, per non aver avuto una situazione familiare affettiva, come è giusto che sia, e di essersi sempre trovato in una situazione disastrosa ,lavorativamente. Quindi allontana la sorella, minacciandola con violenza, se le fosse venuto in mente di denunciarlo all’autorità pubblica.
La ragazza, sfinita, torna a casa, usando le chiavi di riserva, lasciate sotto lo zerbino dell’appartamento.
Un lungo sonno ristoratore la ripaga, almeno in parte, da quella inaspettata esperienza, e ascoltati i vari messaggi impressi nella segreteria telefonica, riprende i contatti col suo mondo.
Passa qualche mese ,e una sera mentre sta eseguendo il suo spettacolo sexy sul cubo, intravede Paolo, che la osserva, con un particolare interesse.
L’uomo raggiunge la ragazza nel camerino e con un fare molto deciso confessa alla stessa di essersi inventato la storia del fratellastro, di non essere assolutamente parente della ragazza, e di averla coinvolta nel furto, perché aveva intuito che era una donna forte e disinvolta….quindi, in conclusione, avrebbe avuto piacere di avere una storia d’amore con lei……
La ragazza si dimostra lusingata e accetta le avance di Paolo, ma dopo poco tempo arriva una volante della Polizia che arresta l’uomo…..
Miriam aveva sempre con sé un piccolo registratore, e sapendo, che prima o poi Paolo, si sarebbe fatto vivo con lei, non aspettava che incastrarlo!
@Silvia De Angelis 



I miei jeans

Nella mia poesia

I miei jeans

Alcune volte il mondo mi sembrava un confessionale, uno di quelli delle chiese dissacrate; un tatuaggio, un anello al naso, una moda.

Ché ogni cosa ritorna tra quelli civili, quelli che fanno tutto diventando dozzinali. Qualcuno penserà, senti chi parla -io me la rido.

E mi ricordo i miei jeans da ragazza
almeno due taglie più grandi
celesti, con le macchie a mo’ di leopardo fatte nella vasca con la candeggina.

Li tenevo su col cinturone e l’infilavo negli anfibi. Amavo le mie magliette corte, aderenti, e gli orecchini a cerchio con la croce appesa come Madonna.

In questo paese dove le comari guardavano dietro le tende di bambù, e additavano chiunque, vestite di nero, col fazzoletto sulla testa.

Loro andavano in chiesa, con l’occhio vigile e il rosario tra le mani, tra un padre nosto e un’ave maria. (Hai visto quella, ma com’è vestita?)


Sì, loro andavano in chiesa…
Loro non erano me

@nella

Giovani italiani

Giovani italiani

Nella mia poesia

A me non piacciono le costrizioni, i parametri, le rime, le stilose porzioni di sillabe che costringono i versi al conto e a cercare l’ultimo accento nel vocabolario. Io sono una di fretta, come di fretta è il mondo, mi sono adeguata.
Eppure se ci penso la vita qui da me è più lenta, c’è ancora una primavera da aspettare, c’è ancora un albero in fiore, una poesia. Ma niente, mi sono dovuta adeguare, al caos, allo smog, alla voce bassa, alla settimana della moda, al tram, alla metro, al Duomo, alle corse, a non scivolare sui sampietrini, e a stare attenta, attenta alle lancette quando vivevo al nord. Qui da me un’amica dice, dai, ci vediamo nel pomeriggio per un caffè, e tu dici, d’accordo ti avviso quando esco. Al nord invece un’amica dice, ci becchiamo alle quindici e quindici, se non ci sei io vado.

Ricamare i petti delle giacche era diventata una sequenza, una sorta di catena di montaggio, pensavo come Frederick Taylor e agivo come Ford.
Per non parlare della fabbrica dove cucivamo i vestiti giganti delle mascotte, i guanti di spugna, mentre aspettavamo che asciugasse la colla dei copriscarpa, e tagliavamo le magliette che andavano veloci alla signora di turno alla tagliacuci per la rifinitura.
Non vi dico il call-center, un numero dietro l’altro e un continuo ripetere le stesse cose, a cadenza, tra un non mi interessa, non rompermi i maróni e un vaffa… Beh dai, al nord sono tutti gentili, salutano ovunque e chiedono sempre come stai, salvo poi non aspettare nemmeno che tu risponda, sono di fretta, corrono.
Il lavoro non manca, salvo esaltare il fatto che il lavoro non manca e trattarti come uno del sud. (Non sono tutti uguali, c’è brava gente ovunque, ovviamente).

Non che qui al sud sia differente, ma del lavoro nero si è sempre parlato solo al sud, oggi è diverso, sì, non che non si parli del lavoro nero, no, anzi, se ne dà perfino una giustificazione, esiste grazie al famigerato reddito di cittadinanza. Beh! Certo, il sud ne ha sempre una per scansare il lavoro, però bisogna considerare anche che le persone del nord che ho conosciuto erano imparentate in qualche modo con qualcuno del sud, insomma, un nonno, uno zio, un cugino, un padre.
Perché non è così difficile da credere e pensare, sapete? I giovani italiani del sud un tempo emigrati a nord, sono gli anziani di oggi che hanno i figli del nord che dicono male del sud. Non hanno tutti i torti forse, il sud non dà modo di restare, perché restare agli occhi di tutti oggi come ieri è sinonimo di “Non avere voglia di lavorare “. È vergognoso.

E io? A me non piacciono le costrizioni, i parametri, le rime, le stilose porzioni di sillabe che costringono i versi al conto e a cercare l’ultimo accento nel vocabolario, sono sempre di fretta per chi è di fretta, sono lenta per la mia vita, mi sono adeguata, e non aspetto che mi chiami un call-center per mandarvi a … ché io so come funziona, lo so, perchè sono una del sud, che ha dovuto lavorare in nero a nord per mantenere agli studi una figlia del sud che per lavorare, non sta al sud, non sta al nord, sta all’estero.

Perché questa è l’Italia, l’Italia non dà modo di restare… Al sud come al nord

@nella

Istruzioni per l’uso, di Giovanni Mainato

Istruzioni per l’uso

Postato il  di Giovanni Mainato

Penso che molti di voi abbiano avuto modo di apprezzare la raffinata comicità dei miei post(s), una comicità che ha alle spalle molti modelli, da Aristofane ad Achille Campanile (in effetti mi considero un campanilista). 

Non tutti però avranno colto il fatto che i miei post(s) si prestano a due livelli di lettura: c’è un livello, immediato, basso, quello della battuta facile, per intenderci; ma c’è anche un livello più sottile, un significato profondo, allegorico, subliminale, sublime. 

Supponiamo che ad esempio uno zotico faccia una pernacchia. La gente dirà: ‘Dio mio, che burino! Ma che gente c’è in giro? Di questo passo dove andremo a finire? Che ignoranza!’. Se invece faccio una pernacchia io (con la bocca, s’intende), ecco che voi subito penserete: ‘Mainato ha fatto una pernacchia: questa cosa non è assolutamente da prendere alla leggera. Se solo avesse voluto, avrebbe potuto dissertare di filosofia, musica atonale e fisica quantistica. Invece facendo una pernacchia, Egli intende risvegliare le nostre coscienze assopite, denunciare il materialismo becero della società dei consumi in cui viviamo, la mercificazione dell’io, l’alienazione dell’uomo moderno, questo neoliberismo che ci rende schiavi e nemici gli uni degli altri’. In realtà io volevo solo fare una pernacchia, ma naturalmente mi fa piacere che voi pensiate tutte queste cose.

Insomma, per dirla in breve il mio blog è concepito in modo dale da rivolgersi sia ai raffinati intellettuali che al popolo bue. A proposito, voi in quale delle due categorie vi riconoscete? 

L BLOG DI GIOVANNI MAINATO

Filosofia che passione, di Giovanni Mainato

Filosofia che passione

Postato il  di Giovanni Mainato

Come mostrano chiaramente alcuni miei post(s), io sono da sempre un grande appassionato di filosofia. Nella biblioteca in salotto ho a portata di mano quasi tutti i grandi classici.

A cominciare da Platone: l’Antologia di Socrate (i suoi scritti più belli), il Melone, il Pedro (ambientato in Messico, se non sbaglio), il SolistaKrizia (sulla compianta stilista), le Greggi (una dura critica a quei pecoroni che non sanno che cos’è la virtù), ecc. ecc.

… e da Aristotele: fondamentali la sua Fisica e la sua Chimica, mentre trovo un po’ fuori luogo gli Anali primi e gli Anali secondi.

Anche la filosofia romana non scherza: le Ascolane di Cicerone, e soprattutto le Lettere a Lucignolo di Seneca (quante ne pensa per cercare di raddrizzare quel ragazzaccio!)

E che dire delle Confessioni? Non so mai se preferire quelle di Agostino, quelle di Rousseau, quelle di Un Italiano o quelle di Ilona Staller.

Cosa scegliere nello sterminato mare della filosofia moderna e contemporanea? L’Elogio della razzia di Erasmo da Rotterdam, gli Assaggi di Montaigne (filosofia e cucina), i Pensieri di Pascale (adoro la sua definizione “l’uomo è una cagna pensante”), Livia t’amo di Hobbes, la Clinica del giudizio di Kant (un elogio della buona sanità), la Fenomenologia dello spirito di Hegel (un saggio sull’umorismo), Il Capitano di Marx, Il mondo come volontà e aberrazione di Schopenhauer (un libro molto forte), Così pallottola turcaUmano tanto umano, e La nascita è una tragedia (un saggio molto pessimista, di stampo leopardiano) di Nice, ecc. ecc.

E’ proprio vero che la filosofia nasce dalla meraviglia, come diceva Aristotele! Io infatti mi meraviglio di non avere aperto quasi nessuno dei suddetti libri, e di sapere già così tante cose.

melone
IL BLOG DI GIOVANNI MAINATO

Scomoda verità, forse per altri.

Frida la loka ( Lombardia)

A te Frida.

Non molto tempo fa, la mia persona ha ricevuto una, potremo denominarla, segnalazione?, già; la chiamo così perché è quasi come un atto di denuncia, un ammonimento , da far notare che hai qualcosa in te che non va.

Essa, dopo essere stata raggirata mile volte con parole a vuoto, senza arrivare al dunque, semplicemente dire quello che ” secondo questa persona” ha riferitomi, mi ha fatto scoppiare dal ridere.

– ” HAI BISOGNO DI UNO PSICOLOGO “…

Silenzio… nel mentre facevamo una passeggiata, continuiamo a camminare muti. Mentre pensavo e riflettevo. Dopo un paio di metri, che non è che posso fare una gara di corsa; mi fermo ed inizio a raccontare minuziosamente, ogni singola avventura o disgrazia che ho dovuto subbire da quando questa nuova ” me “, ha deciso di cercare di andare avanti, lasciando dietro delle ombre nere come la pece che non andranno mai più via e mi perseguitano, là dove vada.

E pure mi potrà un giorno semmai se l’ha sente, ringraziare, perché ho tagliato parecchio di ogni singolo episodio, come ad esempio, stare per venti e passa giorni in coma e non precisamente indotto. Nel senso che oggi avrei potuto interagire, ma non certamente molto earthly.

Evidentemente è un percorso chirurgicamente ( questo aggettivo si adicce proprio al caso) complesso, che non è finito e non finira mai, finché magari la scienza si evolva e trovi una cura, sè redditizio per altri, meglio, caso contrario sarò alla frutta.

Ovviamente non potrà mai capire, che, altro che psicologo! Ho bisogno d’un team di professionisti, i migliori nel campo, che lavorino in squadra, cosa veramente utopica… un team!

Chi non è pronto oppure letteralmente non interessato ad ascoltare non potrà mai capire perché, sí, ho bisogno d’uno psicologo, con cui sfogare la mia ira o profonda tristezza, uno psichiatra bravo! A darmi i farmaci giusti, un neurochirurgo, che abbia mani d’un Canova, d’un Michelangelo! Uno che stia dietro a minimizzare i dolori quando sono insopportabili, un medico di base che quando prendo appuntamento da lui, lo trovi con buona pace di dio, sveglio!

Insomma, credetemi, finché non siete da questa parte della trincea, non saprete mai cosa significa vivere una vita a metà, la testa percorre cento in cinque minuti, il mio corpo martoriato l’ho fa in venti. Nemmeno io l’ho pensavo fino a tempo fa.

Quando tocco questo argomento a me tanto doloroso, inesorabilmente viene al mio pensiero quei furbetti dell’ INPS, che per prendere una pensione perché disabile, mal messa per lavorare, ma non lo suficiente per prendere la pensione e accompagnamento. Per loro anche in questo claustro siamo dei semplici numeri, che facendo la media, per una percentuale, non mi danno il centone.

E allora son altri tipi di dolori quando inizia il momento di prenotare specialisti privatamente.

PS: non sono il tipo di ” poverina” , ecc. Magari quest’è il karma che devo vivere per saldare conti passati in un’altra vita, chi lo sa…

Tua.

24 ottobre, 2022

Dal blog personale

http://fridalaloka.com

Ripubblicato su

http://alessandria.today

Dark Spell… #prosepoetry #haibun #ekphrastic-poem

Dark Spell… #prosepoetry #haibun #ekphrastic-poem

Posted on  by Jane Aguiar

where dawn meets the dusk
my arms outstretched for a hug
became straight line 

Kir stretches out his arms to embrace Zhenya passionately

With the help of a dark spell, she forces him to love her again but she chants the wrong spell and stops the fountain, the flow of water and time.

the season’s image
reflection in calm water
like soul’s mirror image

He deceives her in love but she loves him deeply 
After learning that she will be the mother of his child, she wants him back 
She meets a Yogini and learns a dark spell interestingly

In the wedding ceremony of the lovers, 
she recites, ‘I am yours and you are mine’ 
Thinks that her best friend and her groom are true lovers 

She steps down and falls. 
The groom helps her, though it disrupts their wedding
As she chants, her lover re-enters her life only to shower love like heavy rainfall 

He is so engrossed in love that he is not even aware of the child
Loves only and does not allow to take care of the baby
Finally, bored and panicked, she becomes wild

Plans to kill him and an accident occurs 
Even after he dies, his soul yearns 
to become forever hers

Amo” I love you!
love deeply from head to toe
dark spell, drowns me in you

Copyright ©️2022 Jane Aguiar 

Pic Credit: Dark spell 

Written in response to:

what-do-you-see-156 by Sadje 

tankatuesday-poetry-challenge-no-294-10-18-22-ekphrastic-photoprompt by Colleen 

w3-prompt-25-weave-written-weekly by David 

” Amo” means boss. She becomes the boss as she rules his soul. I tried to write idyll haibun for #tankatuesday-syllabic-poetry (one prose and one haiku) according to the rule, the title should connect to the poem.

Thank you for reading!

Stay Blessed! 

Essere fragili è tipico degli esseri umani, di Cinzia Perrone – Autrice

Essere fragili è tipico degli esseri umani: vi sono però persone che riescono bene a nascondere la propria fragilità indossando una “maschera” di forza e risolutezza. La fragilità denota una spiccata sensibilità, e non è un qualcosa di cui vergognarsi.

Alcuni individui ritengono che la fragilità sia una forma di debolezza, ma in realtà chi riesce a mostrare le proprie fragilità senza timore del giudizio altrui è una persona libera e quindi più felice.

Il segreto per stare bene con se stessi risiede nell’accettare le proprie debolezze e fragilità senza accanirsi contro di esse o combatterle come fossero dei nemici: fanno parte di noi e contribuiscono a renderci esseri umani unici e diversi da tutti gli altri.

Fragilità non significa necessariamente debolezza. Implica piuttosto la capacità di provare emozioni, empatia con gli altri. Le persone fragili non sono indifese come spesso erroneamente si ritiene: la loro forza è tutta nei sentimenti e nella capacità di entrare in sintonia con il prossimo.

Muse e musi

Da Frida la loka ( Lombardia)

Mi hanno raccontato che le muse son "desaparecidas".
Che parolieri; romantici; scrittori; sognatori;
anzi che scrivere,
piangono la loro assenza
sorpresi, straniti;
perdere le muse; come perdere la bussola.

Preoccupazione e incertezze assalgono,
In atto, una mareggiata che arrassa con tutto quel'che trova nella sua corsa.
Senza fonti d'ispirazione;
vagano come zombies penna in mano,
taccuino nell'altra.

Taccuino pieno di pagine ingiallite vuote e anche l'anima...
Son " desaparecidas", che nessuno le ha visto in giro;
corpi dei lineamenti delicati e volutuosi.
Veli trasparenti ricamati saggiamente,
che nella pudicizia, lasciano intravedere l'ombra o contorno d'un seno; un fianco... camuffati da lunghi e affascinanti cappelli ondeggianti donando alla pena, vita eterna, mille lodi; disperse nel nulla. Chissà sé Calliope smorza un'acenno di sornione sorriso?

Gli amanti delle muse, sono a secco, in attesa incerta
Aspettano loro ritorno.
Chissà sé lo faranno?...
E i Dei? Vigorosi, incisivi,
anch'essi sembra siano nel inferno,
catapultati sotto terra?
Tempo addietro, girovagavanno
nel cosmo infinitamente stellato ed
offrendo delle folgorazione mistiche.
Mari burrascosi!, venti in tempesta!,
preannunciavano l'ira!
Oppure oggi, adagiati su qualche dirupo, corpi scolpiti,
scrutano l'ira dell'uomo.
Probabilmente lasciano a noi, le scelte, le decisioni, i patti, l'ordine, non divino, ma ordine...

Tua.

21 ottobre, 2022.

Dal blog personale:

http://fridalaloka.com

Ripubblicato su:

http://alessandria.today

Conversazione sulla vita…

“Dov’è la voglia di vivere? Dov’è, se le donne sono degli altri, se ci nutriamo di assenze, se la solitudine cresce? Andiamo avanti per inerzia o forse solo sperando che il domani sia migliore, anche se realisticamente parlando domani sarà peggio, saremo più soli, più vuoti, più poveri, più disperati….”

“Come dice una canzone “siamo nati per essere vivi”. La forza della vita irrompe sempre, è travolgente, è coinvolgente. Se non ci sono l’amore, il sesso, l’amicizia, il lavoro c’è sempre qualche elemento residuale di vita, a cui ci si può aggrappare.”

“Un tempo scrivevo perché mi sentivo solo ma non lo ero, anche se non lo sapevo. Pensavo che per rompere la solitudine ci volesse necessariamente il calore del corpo di una donna, la sua intimità,  etc etc. Cercavo amori trascendentali.  Avevo in testa grandi amori. Invece oggi mi accorgo che è sufficiente molto meno.”

“Basta molto meno per rendere la vita accettabile, per ripararsi dalle offese, dalle ferite del mondo e dalle avversità della vita. Basta un buon libro da leggere, una passeggiata all’alba, una cena con un vecchio amico, un piccolo viaggio.”

“La cosa che mi lascia interdetto è che tutti sono maestri di vita,  che tutti sono giudici. Al contrario nessuno può giudicare nessuno fino a quando quella persona non ti offende o non ti ferisce o non ti danneggia”

“In quei casi specifici il giudizio sorge spontaneo e legittimo.”

“A poco serve lottare contro il mondo, contro le ingiustizie e le guerre.  Non c’è più tempo e tutto sarebbe inutile. Niente cambierebbe perché niente è mai cambiato.”

“Se c’è una costante in questa società è che le ingiustizie e le guerre vengono sempre perpetuate.”

“Forse niente cambierà.  Forse qualcosa cambierà, ma noi non lo vedremo.”

“Non c’è margine di libertà.  La libertà è solo apparente. I voli sono sempre pindarici.”

“Dovremmo vivere nel miglior modo possibile quel poco tempo che ci manca. Dicono che sia così per tutti. Ne prendiamo atto. Ma ciò non cambia la sostanza. Non c’è tempo da perdere e invece ognuno rimane ancorato alle sue abitudini, ai suoi tarli.”

“È difficile cambiare vita perché nella stragrande maggioranza dei casi non basta cambiare luogo, ma si dovrebbe cambiare sé stessi.”

“È la noia che ci assale, che domina, che vince.”

“E la sola cosa che può alternarsi alla noia è il dolore. Schopenhauer insegna a tutti. La gioia è solo un piccolissimo momento transitorio e fuggevole.”

“Eppure bisogna tenere stretti i nostri momenti felici.”

“Oramai sono rari anche i momenti felici. I periodi felici erano solo quelli della giovinezza.”

“La verità è che la solitudine talvolta attanaglia. Ma oramai siamo troppo grandi, troppo vecchi per ammetterlo sinceramente.”

“E la nostra città?”

“La vedo alienante e indifferente, come la New York di Hopper o forse ancora peggio così distante, quasi un altro mondo, come la città metafisica di De Chirico.”

“A volte per rompere la solitudine avrei voglia di affittare una escort…”

“Non hai nemmeno i soldi per farlo. Hai i soldi ogni giorno giusto per un caffè.”

“Mi accontento della convivialità della barista, del suo sorriso”

“Dov’è la vita? Dove si nasconde e dove si disperde? Si disperde chissà dove. La vita fugge dentro il tempo. La vita è il tempo che se ne va. È così semplice. Hanno voglia di dire cogli l’attimo, se ogni attimo è inafferrabile.”

“La vita è una cosa già così complicata e c’è chi la complicata ulteriormente.”

“Che cos’è la vita? È forse infinita la vita? Qual è la vera vita?”

“La vita va vissuta e basta. Ogni pensiero a riguardo è inadeguato. Hanno speso miliardi di parole e hanno fatto miliardi di metafore per raccontare la vita. Ma la vita è inenarrabile,  indescrivibile, indefinibile.”

“Eppure noi esseri umani abbiamo bisogno di cercare di capire la vita. È un giocoforza.  È un automatismo ineludibile riflettere sulla vita.”

“La vita andrebbe accettata così com’è.  Bisognerebbe lasciarsi trasportare dalla corrente e allo stesso tempo continuare a galleggiare. La vita va amata così com’è.”

“Un pensiero non paga un debito. È un antico modo di dire toscano. Forse è davvero così. Probabilmente certi pensieri rovinano la vita.”

“Ci sono cose della vita che non si possono fare a meno di odiare. Amare tutta la vita è impossibile.”

“C’è chi non ce la fa più e ha la smania di raccontare tutta la sua vita, ma talvolta non ha nessuno a cui raccontarla, con cui sfogarsi. A volte vedo ogni nuovo incontro come un nuovo modo di raccontare sé stessi e la propria vita in modo diverso, spesso senza riuscirci. I tentativi spesso sono goffi e improbabili.”

“Guardala la vita che vince sulla morte in tutte le sue forme. I vagiti hanno la meglio sui rantoli.  Coppie si tengono per mano sul far della sera. Bambini giocano tra le tombe. Eros ha sempre la meglio su Thanatos.”

“Forse però non ci sono possibilità di riscatto né di redenzione né di salvezza.”

“Nessuno sa se c’è una via di uscita, ma dobbiamo vivere come se ci fosse. È la nostra illusione, la nostra speranza, forse la nostra unica ancora di salvezza.”

Galileo mostra il cannocchiale al Doge di Venezia, di Cinzia Perrone – Autrice

Galileo mostra il cannocchiale al Doge di Venezia

Il genio pisano che rivoluzionò l’astronomia è considerato il padre della scienza moderna per aver introdotto il metodo scientifico.

Galileo Galilei non fu l’inventore del cannocchiale, ma fu colui che trasformò quello che veniva considerato quasi un giocattolo in uno strumento di grande perfezione, adatto all’indagine scientifica del cosmo. In un certo senso lo ha reinventato nell’agosto del 1609, dato che non ebbe mai fra le mani uno di quei piccoli strumenti provenienti dalle Fiandre e ne aveva solo sentito parlare come di oggetti che permettevano di vedere vicine le cose lontane.

La paternità del cannocchiale fu oggetto di grandi discussioni all’epoca, tanto che nel 1665 fu addirittura pubblicato un libro “De vero telescopii inventore”, per far luce sul problema, senza tuttavia arrivare ad una conclusione condivisa. L’intuizione che mediante una combinazione di lenti si potesse realizzare uno strumento per l’osservazione astronomica si può far risalire addirittura a Leonardo da Vinci, un secolo prima, che nel suo “Codice Atlantico” parla di “Far occhiali per vedere la luna più grande”.

Il 21 agosto 1609, Galileo mostra la prima realizzazione del suo strumento a senatori e notabili veneziani dal campanile di San Marco, a Venezia e, con lettera datata 24 agosto, presenta il cannocchiale al Doge, ottenendo un grande successo. Ritornato a Padova, dove risiedeva, lo perfeziona ulteriormente portandolo a 20 e addirittura a 30 ingrandimenti, quando i cannocchiali di costruzione olandese raggiungevano appena i 4.

Il successo veneziano sarebbe stato cosa effimera se Galileo non avesse subito compreso che il cannocchiale non era tanto da utilizzare guardando a terra quanto rivolgendolo verso il cielo. La Luna, Giove e la Via Lattea sono i primi oggetti celesti verso i quali Galileo punta il cannocchiale scoprendo in essi caratteristiche che mai uomo prima di lui aveva visto.

A Padova, dove fu professore all’Università, Galileo usava la torre del castello che ancora oggi, i padovani chiamano “la specola”.

Il mio commento a “L’antiere” (commedia) del molese Antonio Padovano…

Antonio Padovano, autore prolifico e di rara qualità,  con questa commedia ci riporta magistralmente in un mondo contadino di primo acchito  meridionale, ma in realtà appartenente a ogni angolo d’Italia decenni e decenni fa. È un tuffo nel passato che fa bene al cuore e alla mente. È la testimonianza di come eravamo noi tutti, di come erano tutti gli italiani, sfruttati e sfruttatori, schiavi e signori.  Questo mio commento potrà sembrare ad alcuni celebrativo ed elogiativo, ma queste mie parole sono state tutte soppesate e non sono altro che un semplice atto di stima nei confronti di un autore, che non si è mai venduto, che è sempre riuscito a mantenere fedele a sé stesso, pur rinnovandosi sempre e non esaurendo mai la sua vena creativa. La scena è unica. Tutto inizia con nove zappatori,  ma non tutti prenderanno la parola. Padovano con quest’opera dà parola agli umili, agli umiliati e gli offesi. Non si perde in preamboli. I dialoghi sono fitti e si leggono tutti d’un fiato. L’opera è emozionante,  coinvolgente,  scatena empatia e risonanze interiori, seppur l’autore non indugi mai in facili nostalgie e/o sentimentalismi strappalacrime e ricattatori.  Il libro non è mai noioso, non è un concione per così dire, ma è sempre pregnante, significativo. Il microcosmo descritto è una realtà lontana nel tempo, appartiene a una concezione della vita assai diversa da quella odierna, eppure quanta partecipazione umana c’è in questo libro per i poveri zappatori! Il grande punto di forza di Padovano è che mette in scena senza alcuna ombra di opportunismo ma facendo una scelta controcorrente il dramma nudo e crudo delle classi subalterne quando molti altri rappresentano la borghesia o si perdono nell’insensatezza della vita, nell’inquietudine esistenziale,  nel teatro dell’assurdo, avulso dai veri problemi della vita. Ciò dimostra quanto lo scrittore sia alieno da ogni compromesso col potere e dalle mode culturali.  Lo scrittore ci ricorda quando i nostri avi emigravano in America, si imbarcavano sulle navi, andavano a cercare fortuna anche in Germania,  quando prendevano le terre in affitto e guadagnavano una miseria, quando i sindacalisti erano visti come ruffiani e i preti come ladri, quando gli zappatori davano sempre la colpa al loro capetto (l’antiere), che era un povero cristo come loro, messo in mezzo  tra l’incudine degli altri lavoratori e il martello dei padroni. Allora c’era una netta suddivisione tra cafoni e galantuomini. I contadini faticavano tutti i giorni e vivevano di stenti. Come riassume egregiamente Padovano: “Stanziano aiuti, fanno riforme, ma non approvano mai la legge che dà le terre a chi le fatica”. La regia di Padovano è davvero sapiente. Lo studio del linguaggio è attentissimo e molto scrupoloso. Ogni parola è ponderata. La nominazione ha una precisione chirurgica. Il dosaggio per imbastire una commedia come si deve è quello giusto: una diglossia ben calibrata, un uso di vocaboli dialettali parsimonioso,  mai eccessivo e comprensibile ai più perché intuibili dal contesto, una dialettica mai improvvisata e nemmeno mai artefatta.  È un’opera questa da leggere a poco a poco e con calma, da gustarsi a piccole dosi perché dietro un’apparente semplicità (mai lasciarsi ingannare dalle apparenze) si celano un lavoro paziente, certosino e un grande talento autentico, cristallino. 

Paesana — 10: Matteotti

Paesana —10: Matteotti

Publicado por J RE CRIVELLOel

By j re crivello

Abrí la segunda carta de Margherita Re, estaba fechada en Paesana, en agosto de 1924. Casi en los días que se marchaban sus dos hijas. Esta vez la letra era ligera, rápida como si mostrara una furia ante la vida desde aquella aldea al borde de Los alpes.

“Dos de mis hijas se marchan a América, estamos en el año 1924 y aún las mujeres no podemos votar. Una frase del Papa Pio X en 1905 nos ha condenado y lo dice todo: «no electoras, no diputada, porque todavía hay demasiada confusión para los hombres en el Parlamento. La mujer no debe votar, sino votar por un alto ideal del bien humano […]. Dios nos proteja del feminismo político”.

Y el fascismo no pienso que lo hará ya jamás, no nos dará los derechos que nos corresponden ¿qué será de la vida de María, la única hija que me queda aquí?” Margherita Re.

“Quieren más que sus brazos, sus lomos”(1) La frase de Teresa Re flotaba en el ambiente. La última charla con su hermana Domenica mostraba esa dificultad para convencerla que marcharan. Quedaban pocos días para su boda y ese si de su hermana ya cerrado y con reparos, llevo a Teresa a caminar por la senda que veía desde hace años ir a Domenica. ¿Qué habría detrás de esa gruta? Teresa 8 años más joven que ella, escuchaba radio, le gustaba estar al tanto de las noticias y sabía que el gobierno de Mussolini recortaría los salarios a las mujeres un 50% en las fábricas. Ellas dos bajaban caminando hasta Paesana a trabajar a una de ellas. Nada bueno venía con este gobierno.

“Nos quieren para tener más hijos” —se repetía. La frase la usaba una compañera del trabajo. Hasta que llego la carta de Chiafredo y luego de Antonio Re y convinieron en casarse.

¿Casarse con un primo? Ya no le torturaba esta idea. Ya no le molestaba más que esta continúa insistencia en que las mujeres debían estar en su casa, tener hijos, y casarse muy jóvenes. ¿Y si cerraban la emigración? Y si, Mussolini ¿no dejaba a nadie salir? Pero su futuro marido había llegado hace dos días con otros dos. Tres mujeres se casarían y una cuarta Domenica se marcharía con ellas. América por más difícil que fuera no la imaginaba como una tierra de tan solo mujeres para traer hijos por orden del Estado.

Sus ojos grises se toparon con otros del mismo color. No lo había visto. Salió de su ensimismamiento. Era un lobo, mayor, le miraba fuera de la cueva. ¿Hasta aquí venia mi hermana estos años? Saco unos caramelos de su falda y se los dio. Aquel goloso unto su mano con la lengua.

¿Qué hacer? —dijo en voz alta, como si su compañero comprendiera su idioma. El lobo movió la cola y con su pata arrastro el barro que se formaba con el agua que caía de la cueva y marco una redonda, luego atravesó con la pata uniendo la parte alta con la baja.

¡El mundo es redondo! —exclamó Teresa. Esa era la clave, donde vivieras, tu vida sería una práctica de amor. No quedaban dudas, decidió despedir a su amigo pero antes canto una suave canción en piamontés

¿Dónde has estado? —pregunto Domenica. Teresa prefirió mantener el secreto de su hermana. Y puso la radio. Un parte de las noticias les helo la sangre: hoy 16 de agosto, en Roma han encontrado el cadáver descompuesto de Matteotti. Una mezcla de indignación y miedo recorre el país (1).

Decidí abrir la tercera carta de Margherita. Era triste, de cierta desazón, fechada en 1930. Solo tres líneas:

“Hoy han aprobado los fascistas la ley del Uroxidio. Con ella cualquier marido con ganas de revancha le permite castigar a su mujer. Mis dos hijas están bien y casadas con dos maridos que las aman, pero, sé que ya no las volveré a ver”. Margherita Re.

Nota:

(1)El País. Mujeres y fascismo

(2) Giacomo Matteotti (Fratta Polesine, 22 de mayo de 1885Roma, 10 de junio de 1924) fue un político socialista italiano, famoso por su firme oposición al fascismo italiano incluso después de que Benito Mussolini tomara el poder tras la Marcha sobre Roma, para lo cual Matteotti aprovechó su condición de parlamentario a fin de denunciar la violencia del régimen y su manipulación de las elecciones. Matteotti fue secuestrado el 10 de junio de 1924 en Roma, y semanas después se encontró su cadáver en estado de descomposición (el 16 de agosto). Se sabe que fueron militantes fascistas los que lo secuestraron y asesinaron, pero nunca se demostró que fuera el mismo Benito Mussolini quien ordenara su muerte. Tras la Segunda Guerra Mundial y la caída del fascismo, Matteotti fue homenajeado como político luchador que, a pesar de su intimidación por las camisas negras, nunca calló su deseo de democracia.

Mi Historia

A los 8 años leí La Biblia (una espléndida colección de mi abuela de 10 tomos ilustrada) pero no me hice religioso, luego El Quijote y una biblioteca entera propiedad de mi Tia Estela que devore en mi exilio. Mis padres se habían divorciado y mi alimento espiritual era la rutina del colegio (¡que horrible repetir sandeces!) y mis dos abuelas italianas que me sumergían en relatos sobre las vidas paralelas de sus familias en Los Alpes. Del colegio solo tengo un record Guinness, me enviaron a izar la bandera en un mástil de casi 100 metros y rompí el alambre que elevaba el símbolo patrio, desde aquel día… sigue sin solución el déficit de bandera.

Durante aquel exilio mi única amiga era mi prima hermana Monica, escritora igual y soñadora. Bueno yo soñador y ella escritora.

Siempre pensé que sería escritor, lo que ocurre es que viví extraviado hasta los 50 años. Fui ayudante de albañil, vendedor de tonterías varias, guardia urbano, agricultor de temporada, friegaplatos, modelo de desnudos para dibujantes, traficante en pequeña escala de la Mafia griega, profesor de El Capital de Carlos Marx muy joven en la Universidad, empresario y profesor de niños y jóvenes en mi trabajo actual.

Y el extravío durante aquellos años me llevo de regreso a mi cualidad intima, contar y escribir historias como lo hacían mis abuelas y pensar sobre la sociedad y desvelar sus artificios ideológicos. Con lo cual… he regresado a la pasión que nunca abandone.

Y les invito a juzgarme por esa esencia, personal, efímera, sutil, ambivalente y compartir mi oficio de cultivo de la inteligencia y la memoria.

Si alguien es responsable de este avatar, diríjanse a mis dos abuelas: Francesca & Domenica