Non è sempre facile amarti,Gabriella Paci

Sei un cielo d’Irlanda

con nubi improvvise

sull’azzurro assoluto:

improvvisi dinieghi cocciuti

a riempire di ombre

verdi distese di quiete.

Vaganti cupezze che

rendono inquiete mansuete

greggi di abitudini

incerte al  rifugio.

Attendo che passi

quest’onda inattesa

opaca e stordente

e torni parola

d’amore e di pace

e torni il cielo sereno.

Non è sempre facile amarti.

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Fattene una raggione.

Di Frida la loka, Lombardia.

Perché non tornerà.

A te.

Ti chiedi, -dove ho sbagliato?
Mentre un cristallo d'acqua si riversa sulla tua guancia e tuoi occhi chinati accompagnano la postura della testa e del collo

Una mano appoggiata sul mento, per reggerlo mentre l'altro braccio si effonde, divaricato sul tavolo.
Lo sguardo ofuscato cerca di plasmare immagini, ma non ci riesce.

La domanda è sempre quella o quasi, -perché?
Il silenzio è accanto, ma il frastuono anche...
Il cuore si fa piccolo e non batte, galoppa velocemente.

L'universo, il tuo; ora è come quella biglia sul portagioie vicino alla porta, diminuto e fragile ornato da scintillanti colori, come le stelle in un cielo sereno, ma non fai caso...

Piuttosto quello che arriva, è un'aria gelida che traffigge, lacera viscere, dissangua l'anima.

E ti chiedi ancora, - e se tornasse? Avrà peso la sofferenza?, e il tempo?, avrò fiducia un'altra volta?

Tua.

12 febbraio, 2023

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“Itaca”: poesia  per chi ha una mèta da raggiungere, o ancora è alla ricerca.

Ripubblicato da Frida la loka,  Lombardia.

Costantino Kavafis

Quando ti metterai in viaggio per Itaca

devi augurarti che la strada sia lunga,

fertile in avventure e in esperienze.

I Lestrigoni e i Ciclopi

o la furia di Nettuno non temere,

non sarà questo il genere di incontri

se il pensiero resta alto e un sentimento

fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.

In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,

né nell’irato Nettuno incapperai

se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.



Devi augurarti che la strada sia lunga.

Che i mattini d’estate siano tanti

quando nei porti – finalmente e con che gioia –

toccherai terra tu per la prima volta:

negli empori fenici indugia e acquista

madreperle coralli ebano e ambre

tutta merce fina, anche profumi

penetranti d’ogni sorta;

più profumi inebrianti che puoi,

va in molte città egizie

impara una quantità di cose dai dotti



Sempre devi avere in mente Itaca –

raggiungerla sia il pensiero costante.

Soprattutto, non affrettare il viaggio;

fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio

metta piede sull’isola, tu, ricco

dei tesori accumulati per strada

senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,

senza di lei mai ti saresti messo

in viaggio: che cos’altro ti aspetti?


E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.

Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso

già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Breve biografia:

Un 29 Aprile 1863 nasceva ad Alessandria d’Egitto il poeta Constantino Kavafis. La sua produzione  è stata raccolta in un corpus di centocinquantaquattro poesie, originariamente scritte su fogli volanti e solo sporadicamente ordinate in fascicoli. La sua prima raccolta di poesie venne pubblicata, postuma, nel 1935.
Le liriche di Kavafis hanno spesso carattere epigrammatico ed essenziale; lo stile è caratterizzato da un vena ironica, rivelatrice di un atteggiamento disincantato verso la realtà. La poesia, occasione di nobilitazione e di riscatto dalla miseria umana, è per Kavafis fondamentalmente memoria, rielaborazione di un passato che se da un lato è biografico dall’altro si incarna nella storia e nella tradizione di un popolo, di una civiltà. In questa chiave si iscrive la scelta del poeta di usare il greco, lingua parlata dalla madre del poeta, e di far rivivere, attraverso le sue liriche, fatti e personaggi dell’epoca ellenistico-romana e bizantina.
Fonte: RaiCultura.
Fonte: Libraccio

Tua

7 febbraio,  2023.

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Dispersione

Di Frida la loka (Lombardia)

Oggi c'è, è venuto a trovarmi, io l'ho accolgo con tenero abbraccio, mi scalda, sento il brivido accarezzando il corpo

Sono grata; e mi disperdo, come bimbi ch'accolgono la curiosaggine.

Non so quanto durerà; non ha importanza...

S'è affacciato ed è quello che conta per me.
Tornerà?...
Sicuramente.
L’Abbraccio di Klimt è parte di un trittico composto da tre pannelli che sono dedicati alla serie dell’Albero della vita, realizzato tra il 1905 e il 1909.

Tua.

24 gennaio, 2023

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Versicoli pensati in un bar, una sera come le altre…

“Non sarà una poesia

Ma la scriverò

E resterà una cosa mia

E anche se vale poco

Non la getterò nel fuoco.

Non si bruciano i pensieri”

(Leano Morelli da “Non bisogna esser poeti”)



I molteplici stati dell’essere

che l’ontologia moderna ha assottigliato 

e tagliuzzato in parti infinitesimali,

mentre l’avere e l’apparire

sono i nuovi dei (ma ricordiamoci

di sentirsi fortunati perché qui e ora

non c’è la guerra né si muore di fame). 

Ognuno ha non ciò che si merita

ma quel che gli tocca; così si passa

da una deriva darwinista a una deriva

innocua tautologica.

L’importante è avere un luogo

in cui raccogliersi, dato che

questo mondo è merda

e il tuo grido spesso finisce inascoltato. 

“Il lavoro è duro e la paga è buona.

Ma qui ci vogliono uomini veri.

Di uno come te non so che farmene”.

Così mi dice e se ne va. 

Nel profondo dell’anima,

ammesso e non concesso

che esista,

c’è ancora una tua traccia, ragazza 

che ora sei donna, 

anche se per tanto l’ho occultata

(parlare d’amore in poesia è quasi reato,

nelle canzoni è un luogo comune abusato). 

Non ti racconto le impressioni

quando guardo le costellazioni.

Quello in cui credevo tanti anni fa

oggi l’ho dimenticato e non conta più. 

Ma nel profondo del mio profondo

non c’è niente di profondo:

c’è molto materiale spurio, come per tutti, 

perché così siamo fatti da sempre. 

Non dirmi che sono superficiale o profondo,

dato che sono cose inutili,

anche se nessuno sa ciò che passa e ciò che resta. 

Passo in rassegna tutti i miei amori, veri, non corrisposti e trasognati. 

Ma altrove fanno sul serio. Imperversa la guerra. C’è tanto orrore.

Altrove si muore.

E io imperterrito continuo la mia cantilena

(sempre meglio che fare battute guerrafondaie sul proprio profilo Facebook). 

Non pensare alla perversione nel sesso, ma alla grande perversione della guerra. 

Tutto quel sangue versato, tutte quelle bombe sui civili, tutti quei cadaveri accatastati, ammassati. 

Ammettetelo che ogni tanto vi scordate della guerra, delle guerre, delle vittime.

Carissima, se io sono ripetitivo è perché la vita di ognuno è ripetitiva

e infinite variazioni minime sul solito tema oggi non mi interessano. 

Si può ridere di tutti i versi, anche dei migliori, 

e i peggiori versi, recitati con enfasi, possono sembrare buoni.

Ho un ricordo vago e sfocato 

delle tue labbra, dei tuoi capelli, della tua voce.

Moriremo distanti senza sapere più nulla l’uno dell’altra

e probabilmente non ci vedremo

mai più per l’eternità. 

Sono un uomo solo,

che non si affaccia più sull’abisso

perché nel profondo dell’anima

soffro di vertigini e altre amenità. 

Il passato conta 

perché ognuno deve tenere stretta la sua storia.

Il passato non conta

perché ciò che è stato è stato.

Chi sono e chi sono stato,

chi non sono e chi non sono stato

in fin dei conti non è importante,

se la barista indaffarata non mi dà il buongiorno

e continua a guardare svagata con nonchalanche in tutt’altra direzione. 

È così bello e necessario parlare a qualcuno, 

ascoltare qualcuno,

anche solo due frasi stupide.

Si nascondono frammenti di amore

anche nelle pieghe di parole banali,

dette senza amore. 

A volte penso a tutti i demoni

partoriti dalla mente di ognuno,

alle angosce covate per una vita

nell’animo. Io so di dover morire

e che forse non rinascerò.

La mia speranza è che siano più 

gli amori appena nati di quelli morti

e di quelli non nati. La mia speranza

è di rinascere diverso da ora in un tempo lontano e in un altro mondo.

Anche fare sesso con una donna

sarebbe vuoto e finzione

per dimenticare la morte

e l’inferno che mi aspetta,

prendere tempo e fiato

dalla noia che mi attanaglia.

Ogni parola, ogni gesto, ogni emozione

è finzione. Cosa resta di vero,

se anche l’amore in me oggi è una falsa partenza,

una stupida parvenza 

o un rimandare all’infinito? 

(scrivere poesie o presunte tali

non è una competizione, qualora non ve ne foste

ancora accorti). 

Dopo cinque anni di astinenza sessuale

la mia mente per un istante aveva accarezzato l’idea di farla finita

mesi fa

ma poi ho smesso con l’idea di farla finita

perché è un passo falso,

perché sono curioso di vedere quanto tempo

mi è stato dato e non voglio  sprecarlo,

perché non voglio anticipare l’inferno che mi aspetta

(molti scelgono il suicidio a scoppio ritardato, col veleno a rilascio prolungato). 

Ma tu prendimi in giro amica canticchiando “Uomini soli” dei Pooh:

ognuno prima o poi giunge sulla soglia della sua solitudine

e considero essere lasciati soli anche non arrivare coi soldi

alla terza settimana del mese; ci sono tanti tipi di solitudine.  

Ora per i maligni parlare del disagio, del torpore esistenziale è una posa, una falsa  scusa, una giustificazione inadeguata per tutti i nostri errori e limiti. 

Diciamo come stanno le cose: non c’è niente di gratuito nell’offrirsi in pasto ai lettori. Tutto è affermazione, è vanità di vanità,  etc etc. Ad libitum. 

Quando bevo delle birre poso per qualche ora me stesso in un angolo smorto

(i più bravi in poesia fanno finta di non parlare di sé, pur parlando sempre di sé

perché tutto è falso, il vero è anch’esso la metà esatta del falso).  

La ragazza trentenne mi dice quasi piangendo:

“Piuttosto che darla ai selezionatori del personale per avere un lavoro come fanno in tante vado a fare la puttana, che c’è molta più dignità! Molte di queste ragazze che fanno compromessi sessuali dove l’hanno persa la dignità? Il reddito di cittadinanza è anche un’alternativa a non accettare i compromessi.” 

Poi mi metto a pensare ad altro. Non so se dice il vero o il falso e non so neanche se è giusto chiederselo a conti fatti. 

Quello che pensavo tanti anni fa

l’ho dimenticato.

Eravamo ragazzi. Pensavamo che 

il senso che davamo alle cose fosse importante 

e invece eravamo come tanti, come chiunque e i nostri pensieri

non contavano niente.

Di me non interessa niente a nessuno

ed è bene così essere dimenticati per sempre, quando moriremo, 

noi uomini inascoltati senza donne né figli. 

Io non sono speciale. Non ti perdi niente. Dimenticami, se non l’hai già fatto.

Tu mi dici che chi è speciale ha successo.

Io ti rispondo che è l’esatto contrario,

che chi ha successo sembra avere qualcosa di speciale, sembra essere speciale, 

me nessuno è speciale né  ha qualcosa di speciale nel profondo,

che è come dire che tutti abbiamo qualcosa di speciale, usando un eufemismo.

Ragazza, se siamo arrivati fin qui nel buio e nel freddo di questa stanza

è perché ognuno di noi ha perso la sua partita.

Adesso amiamoci.  

Non c’è stato nulla di memorabile tra noi. 

Io sono solo un buffo uomo che ogni tanto si porta un poco in giro

e non conosce nessuno nel quartiere. 

Non voglio crearti imbarazzo.

Non voglio rinfacciarti quel che eri.

Perché dovremmo incontrarci

se è passato troppo tempo, se non sapremo più riconoscerci?

Ti lascio con le tue certezze e le tue sicurezze, vere o presunte:

l’importante è che ti facciano sopravvivere e vivere. 

Siamo cambiati troppo o siamo sempre gli stessi?

Tutti gli innamorati si dicono sempre “non cambiare mai”. 

In altri posti del mondo è più facile innamorarsi e amare,

ma io per cause di forza maggiore, pigrizia, abitudine, stanchezza ormai resto qui

in questo retrogrado e vecchio Paese cattolico. 

Tu sei l’unico amore non ricambiato

che rivivrei ed è per puro masochismo se ritorno a pensarti.

Tu sei una donna che ho rifiutato

e che non saluto per non illuderti; 

non è sadismo, né narcisismo. 

Passa in fretta il tempo.

Tra poco ci ritroveremo vecchi.

Non so come ingannare il tempo.

Qui tutti hanno un amore o così dicono.

Dicono anche che le ragazze al mondo d’oggi

sono così facili. Non per me che non ho storie

da raccontare. E tu smettila di dire che se non hai un amore

devi inventartelo, devi raccontare fandonie perché è così da che

mondo è mondo. Forse sono solo perché 

non ho il fisico, forse perché non ho una posizione.

Le ragazze si divertono ogni sera, non perdono un’occasione 

e io muoio un poco ogni giorno, 

di un morire lento e quasi inconsapevole. 

Se tu non mi hai amato

è perché avevi mille ragioni o mille emozioni per non farlo

o mille ragioni o mille emozioni  per amare altri. Io cammino nella nebbia.

Molti più importanti di me hanno già detto che l’amore

non conosce uguaglianza né giustizia, 

ma forse non c’è niente di giusto né sbagliato nell’amore,

che dovremmo tutti più pensare come fortuna che come conquista

perché in amore nessuno conquista nessuno

e tutti sono prede dell’amore,

ma per i più giovani questi saranno i vaniloqui di un uomo solo e maturo. 

Cosa vuoi che sia l’amore? Un gioco di sguardi, due parole messe lì 

e si finisce a letto…così dicono i maschi alfa, quelli per cui è tutto così facile

come bere un bicchiere d’acqua. 

Attraverso la città.  Hanno già chiuso il bar.

Sono solo io, coi miei pensieri e con  la mia solitudine,

che non è un’opportunità né una sconfitta,

che non è una trappola né una gioia,

che non è una condanna né una forma di libertà,

è solo il mio modo di essere a questa età,

è solo il mio modo di sentire e vivere questa ansietà

(perdonatemi queste parole.

 Altrove imperversa la guerra.

 Non facciamo un dramma di queste mie sciocchezze.

 Non pensare alla perversione nel sesso ma alla grande perversione della guerra. 

 Altrove si muore). 

La mia speranza è che siano più 

gli amori appena nati di quelli morti

e di quelli non nati. La mia speranza

è di rinascere diverso da oggi  in un tempo lontano e in un altro mondo.

Cultura. Poesia: “I rintocchi del mare” di Caterina Alagna

I rintocchi del mare

ritornano come echi lontani

e germogliano nell’anima

remoti scenari

di un paradiso marino

che avevo vissuto sulla pelle,

e nello spirito con movimento suadente

le onde lavano i residui

di un dolore tagliente.

Il mare cura ogni male fervente

e il profumo della salsedine 

sboccia come un prato di fiori

seminando il sale nel cuore,

il sale della sapienza e della riflessione

che respiro ogni volta

che uno spiraglio di azzurro marino

bagna le mie impronte.

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Ancora

Di Frida la loka (Lombardia)

La volta buona

Non dico basta, perché ancora non finisce
perché pese a tutto, ancora fiore sboccia
germogli d'ogni sono lì pronti.
Perché sempre torniamo sui nostri passi,
su sentieri già battuti mile volte,
avvolti di bruma
che toglie il fiato e ci si sbaglia, ancora.

Non dico basta, perché ancora non è finita
perché malgrado questo grigiore che ci avvolge
e soffoca, resta quel poco di pensiero, se pur onnubilato, per riflettere.

Non dico basta, perché ancora non è finita
si può percepire timidamente
ancora, il cinguettio fremere al mattino.

Non dico basta, perché ancora non è finita
perché c'è da piangere ma anche tanto per cui,
vale la pena ridere a squarciagola.


Non dico basta, perché ancora non è finita
perché ci sono infinite sfide d'intraprendere
perché se non mi ci butto sarà stato
un semplice forse.


Non dico basta, perché ancora non è finita
finché ci sia aria da riempire polmoni,
voce per canticchiare oppure urlare, occhi per vedere tutto, il bello, pure quello che no sopporti.


Ma, nel caso, il tempo si ostinasse con me, sarò io a dire la mia.

E sarà la volta buona per dire, basta.

Tua

23 marzo, 2022.

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Sui Poetry Slam, le cover band, la poesia, la musica leggera…

Se un poeta di alto livello partecipa a un Poetry Slam può arrivare a prendere anche 100 euro di gettone di presenza (come scriveva la professoressa Gilda Policastro in una sua poesia, molto prima della crisi economica della pandemia). Un componente di una cover band o di una tribute band percepisce oggi dai 50 ai 100 euro come minimo, senza necessariamente essere di buon livello. Il fatto è che la cover band fa quantomeno 200 serate all’anno, mentre il poeta al massimo ne fa 10 di serate (se va di lusso).  A un componente di una cover band i gestori dei locali offrono sempre da bere e da mangiare, mentre invece ciò non è affatto scontato per il poeta. Inoltre il componente della cover band non è costretto a viaggiare, a fare centinaia di km; di solito suona nei locali vicini, della sua città e dei paesi limitrofi, al massimo qualche volta va fuori provincia ma rimane comunque nella sua regione di appartenenza. Il poeta è costretto spesso a fare centinaia di km, andare fuori regione, spendere per il viaggio, per le spese di pernottamento perché i festival di poesia o i Poetry Slam non sono così diffusi. Gli italiani preferiscono la musica alla poesia. Dirò di più: gli italiani preferiscono canzoni cantate non dai migliori interpreti e non dai migliori musicisti (non me ne vogliate, ma è il mercato a stabilire questo) ai migliori poeti e alle migliori poetesse italiane. Quindi correggo il tiro: gli italiani preferiscono di gran lunga la musica appena passabile alla poesia di buon livello. È sempre il mercato che stabilisce tutto. Andare a sentire dei musicisti e cantanti appena passabili, che fanno le canzoni di Ligabue o Vasco Rossi, è di gran lunga preferibile per tante persone a un Poetry Slam, a un reading,  a una presentazione di un libro di un poeta o di una poetessa importante, riconosciuti dalla critica.  Volete mettere farsi diverse birre o alcolici in un locale pieno di tanti giovani ad ascoltare le canzoni sentite centinaia di altre volte dei propri beniamini, cantate da degli onesti musicisti in buon parte dei casi ma nulla più? Che poi l’importante in serate come quelle è ritrovarsi insieme, condividere qualcosa con gli altri, avere uno stato alterato di coscienza, essere in buona compagnia, avere più probabilità di trovare l’anima gemella, magari con gli stessi gusti musicali. Tutte cose, anche giuste o sacrosante, che una serata musicale può garantire oggi in Italia e una serata poetica invece no. Ma perché confrontare una serata poetica di alto livello con quella di una cover band? Paragoniamo un grande reading poetico a un concerto di un grande cantautore o di una grande interprete. Di solito con poche decine di euro si può assistere al concerto di musica leggera, quella che è considerata oggi la migliore musica leggera, e si vede dal vivo il proprio mito musicale. Inoltre tutti i  cantanti fanno un tour, che tocca ogni regione o ogni città.  Basta solo saper aspettare qualche mese nel peggiore dei casi e il cantante o la cantante prima o poi fanno una data vicino casa del suo fan. Ma alla base di tutto c’è un rapporto diverso tra cantante e pubblico rispetto al rapporto tra poeta e pubblico. Il cantante è adorato. Anche i componenti delle cover band più scarsi hanno le loro fan e spesso non sono belli né bravi (ho conosciuto queste realtà di persona). Il poeta viene considerato uno qualsiasi. Il poeta non ha pubblico. Al massimo amici, parenti, aspiranti poeti pseudoamici. La bravura o presunta tale nel cantare o nel suonare è stimata molto di più che del talento poetico. È così. Non c’è nulla da fare. Alla base di tutto c’è il fatto che la musica leggera emoziona molto di più della poesia. Di conseguenza tra cantante e pubblico si crea un rapporto libidico che non si crea tra poeta e lettrici. La stessa stima o reputazione di cui gode un cantante un minimo decente è di gran lunga superiore a quella dei migliori poeti in circolazione, almeno qui in Italia. E non è solo una questione di soldi.  Ai cantanti e ai musicisti si vuole bene, mentre i poeti sono guardati  come persone strane, eccentriche, singolari,  un poco disturbate. Il poeta non gode di buona reputazione. Spesso scrivere poesie è considerato un tarlo. Di solito vecchi amici, diventate persone serie e rispettabili,  ti chiedono dopo anni che non ti vedono, molto ironicamente e con paternalismo: scrivi ancora poesie? Scrivere poesie non è considerata una cosa seria perché non porta soldi né successo. Non è considerata dagli intellettuali un’attività rispettabile. Detto tra noi, un italianista ti considera degno di nota solo se hai pubblicato con una grande casa editrice, almeno un libro. Non parliamo poi della mentalità comune. C’è sempre qualcosa che alla gente fa ridere di un poeta o di una poetessa, anche se famosi. Il 16% delle persone in Italia scrive poesie, ma pochi tra loro leggono libri di poesia contemporanea.  Invece un d.j, anche uno poco professionale,  è venerato dalle ragazze. Saper mixare delle canzoni (nemmeno scriverle o cantarle) è considerato molto di più che lo  scrivere poesie, anche con talento. I dischi, i CD vengono venduti, nonostante la crisi, i libri di poesia contemporanea invece no. Ma queste problematiche esistevano anche ai tempi antichi (carmina non dant panem) e ai tempi di Orwell, che scrisse “Fiorirà l’aspidistra”. Il poeta o la poetessa oggi fatica a riempire una libreria di 100 persone, che appartengono soprattutto alla sua rete amicale, per non parlare di tutti i parenti che vengono lì per fare numero.  Ci sono poeti che pubblicano con grandi case editrici e si devono raccomandare per far venire le persone alla presentazione del loro libro. Va un poco meglio se l’autore o autrice è insegnante e giocoforza invita gli studenti, obbligandoli a presenziare. Insomma scrivete pure poesie, ma non disturbate troppo gli altri con illusioni e vanagloria. Bisogna sempre farsi un esame di realtà.  

Variabili

Da Frida la loka (Lombardia)

La coppa di cristallo si ruppe;
Condizionata dalle variabili alle quali era sposta;

Può essere che sopravviva a tempeste, terremoti; una svista e si rovescia, però non si è rotta, ancora;

neanche un graffio giacché, ben protetta, custodita accuratamente; tenuta lontana dai pericoli...

quando v'è l'affetto ad essa;
Da sola, è un oggetto come qualsiasi altro della sua specie, gracile...

Dilazionare il suo utilizzo più di quanto si possa immaginare talvolta è una inconsueta preziosità ...

Le variabili, già;
Suficiente una lacrima piena di dolore, pessante di tanto contenimento caduta dal cielo per compiere l'atto finale sul orlo del calice per disfarsene.

Tua

14 gennaio, 2023

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Cultura. Poesia: “Venezia” di Caterina Alagna

Link al mio blog https://farfallelibereblog.blogspot.com/

Link a questo post nel mio blog https://farfallelibereblog.blogspot.com/2022/03/viaggio-venezia.html

Sulle sponde della mia pelle

Venezia cosparge il suo canto serafico,

una melodia che risuona di stelle

e  mi inebria il cuore di chiarore romantico.

Illuminato nasce un sorriso 

che si squarcia profondo e senza fiato,

innamorato  s’inoltra nelle  vie  del paradiso 

fino a perdersi nel cuore di San Marco.

Sulla loggia della Basilica

estasiato ho lasciato il mio viso 

e nella laguna che di delizia brulica,

s’incendiano i miei occhi d’oro intriso.

Brillantate dai raggi di dorate increspature,

movenze sinuose trascinano i canali,

per le calli dissolvono ataviche paure 

e sotto i ponti mietono i sospiri degli innamorati. 

Venezia ha posto sul mio capo un diadema,

davanti alla sua immagine idilliaca

la mia carne ancora trema,

s’immerge nel ricordo del suo lirico splendore,

un sigillo che s’incarna come emblema

scolpito nell’anima da brividi d’amore. 

Il segreto della camelia

Di Frida la loka

Oh! Camelia, hai celato persino troppo tempo il tuo incanto

Hai negato a noi la bellezza, il candore!

Pioggia incessante ci ammutoliva l'anima per tanto tempo

Bagnasti ogni angolo delle mie ossa, della mia pelle

Fino al distacco di questo mondo irrazionale

Strade sporche, buie; mischia di cicche pestate in fretta, carta di caramelle agrovigliate

Un sottile scroscio senza fine crea chiazze di qua e là

la loro immagine si specchia nei vetri sozzi dei negozi

disegnando lacrime amare traballanti in verticale

Il vicolo odora ancora a cassonetto pieno di sporcizia

Oh! Malgrado la terra abbia bisogno di te

Ti ho odiato! Non capivi che marcivamo?

Infine; hai svelato i tuoi fragili petali, e ancora qualche goccia ha il coraggio di scendere dalle grondaie

Oh! Camelia ti sei aperta!... il tuo fogliame lucido, lavato ci prodiga l'energia della quale ci hai procurato carestia, lo sai?

Ancor una volta, torniamo a sorridere, te sei bellissima e i raggi di sole che reccano versi gentili e d'amore ch'elargisci rende sazio lo spirito.

Oh! Camelia... quanto mi hai dispensato.

Tua

9 gennaio, 2023

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FERMATI CAVALLINO, di Roberto Busembai

Fermati cavallino

che fuori è scomparso il sole

fermati cavallino

di volare come un gabbiano

perso in mare,

la giostra è solo un sogno

che non posso più respirare,

fermati cavallino

non sono più il tuo cavaliere,

la pioggia adesso vuole

frenare la luce calda del sole

e freddo riportare.

Il desiderio mi ha scaraventato

col pensiero

e con la voglia di ricordare

ma tu cavallino non ti devi fermare

vola e cavalca

anche sopra il sole

perchè la pioggia

non ti possa mai bagnare,

e giostra gira ancora

non ti fermare,

che io abbia sempre il desiderio,

come adesso,

d’impazzire.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: Robert Doisneau – Le Manège de Monsieur Barrè

DIVAGAZIONE, di Silvia De Angelis

DIVAGAZIONE

Nelle vertebre di luna verticale                 

opposte a stelle in penombra

s’adagia un desiderio di dita strette

assorte  in tele malinconiche che straziano.

Sono muti lidi e conche d’aliti nostalgici

sbirciano riflessi e voglie d’un sogno antico

misto  a odore di terra umida

dopo una pioggia irriverente

che ha reso languidi soffi d’amore

in quel concedersi all’infinito

prima che  l’alba dischiuda manti di girasole.

@Silvia De Angelis 

https://deangelisilvia.blogspot.com/2022/12/divagazione.html

IMBROGLI DI METALLO, di Silvia De Angelis

IMBROGLI DI METALLO

 Nella magia  d’un involucro di tempo

quando scandisce

 sensitive sintonie

dipingo sogni stravaganti

per sfumare

un transito indesiderato

annodato a inquieti della vita.

Tacitamente s’insinuano

nella fucina sensitiva

marcando sommesse ombrosità

e sussurri irriverenti.

Quel vocio lieve  si fa sibilo

nel sortilegio astratto

d’un azzardo di luna

nel  soliloquio a bocca chiusa

sull’apice d’un motivo appagante

che smuova i polsi

da imbrogli di metallo.

@Silvia De Angelis
https://deangelisilvia.blogspot.com/2023/01/imbrogli-di-metallo.html?spref=fb&fbclid=IwAR0FyP9W5aGIFIeMS6YQPTmbeBF2dfolyoI9Nf0fP4KiPQLjJJvvK1oYEO0

LA VOCE CHE MI MANCA, di Mirella Ester Pennone Masi

Alessandria, post pubblicato a cura di Pier Carlo Lava 

Social Media Manager – https://alessandria.today/

LA VOCE CHE MI MANCA

In questa sera piovigginosa

Mi sento in un torpore estatico

Mentre nessuno mi cerca

E tutto sembra fermo e inusuale

Nel tempo ormai passato,

È in questo attimo che malevolmente

Si fa ruvido il mio cuore.

È in questo momento

Che ancora si scatena

L’ indole che mi appartiene

Indomabile ma sincera

Che mi azzurrava l’infanzia.

È l’eterna lotta per velate chimere

E come allora provo il vecchio tormento;

Perché già sapevo che il destino

Era il rimpianto che attendeva

Il rifiuto dell’abbandono.

Adesso in questa stanza -nessuno c’è

Ma anche allora nessuno c’era;

Già risuona il mio canto antico

In quel coro dalla voce bianca

E una preghiera a stento

Sale da un groppo in gola

Ma la voce manca ❤️

@Mirella Ester Pennone Masi

photo web

La poesia italiana tra scrittura del trauma, trauma della scrittura, varie ed eventuali…

Nella poesia italiana, anche nella migliore, in questi ultimi anni gli autori e le autrici sono in bilico tra la scrittura del trauma e il trauma della scrittura.  Per quanto riguarda la prima è alquanto difficile dire se poeti e poetesse per essere tali hanno dovuto per forza cercare di cicatrizzare una ferita interiore, mai totalmente rimarginata, oppure se hanno deciso giocoforza di trattare i loro traumi, anche perché considerato più apprezzabile a livello socioculturale e letterario. Può darsi che siano vere entrambe le cose. Un tempo certe cose si tacevano, se ne aveva pudore, il trauma si rimuoveva o nel migliore dei casi si sublimava, mentre oggi tutti ne vogliono scrivere, leggere e certi argomenti fanno vendere di più; d’altronde non va nemmeno messa in dubbio la buona fede di chi lo fa, in quanto è una cosa totalmente legittima.   Il problema è che non sempre la terapia della parola è efficace, nemmeno sotto supervisione di esperti terapeuti: figuriamoci se ci si sobbarca il compito di rielaborare il trauma o il lutto da soli/e! Talvolta si chiede troppo alle proprie forze o alla parola poetica stessa. Per quanto riguarda il trauma della scrittura intendo la presa di coscienza degli autori o delle autrici della effettiva marginalità della lirica italiana, che di fatto è una nicchia per i più famosi, mentre a tutti gli altri non resta che accontentarsi di una piccola bolla virtuale. I più realisti e dotati di buon senso si accorgono che possono ben poco, che essere poeti ha più oneri che onori; prendono atto della pochezza della loro arte, della sua risibile incisività/popolarità; si rendono conto che il loro sogno adolescenziale o giovanile si è infranto, è caduto. Non tutti riescono a confessare a sé stessi, né ad accettare socialmente la loro sconfitta. Ecco allora che la comunità dei poeti, degli aspiranti, dei sedicenti  è popolata da presenze inquietanti, che si vantano del premio inutile vinto dopo anni di partecipazione a concorsi letterari oppure di quella volta che un critico letterario in privato a voce ha detto loro quanto erano belle le loro poesie. Esistono come in ogni ambito le persone tarate, che hanno vanagloria, narcisismo patologico, autocompiacimento e nevrosi così disturbanti da far passare la voglia di scrivere poesie o di occuparsi di poesia. Ma bisogna innalzarsi sopra queste miserie per contemlare la curvatura dell’orizzonte. Un altro limite della poesia italiana è che la comunità poetica è costituita tutta da persone comuniste o del Partito Democratico. Esiste quindi una poesia comunista e una poesia “democratica”, ma non esiste una poesia anarchica oppure liberale. Esistono ad esempio una sparuta minoranza di anarchici, ma non un’anarcopoesia. Esistono pochi poeti liberali, ma non una poesia liberale. Questo accade perché chi è numericamente superiore detta legge e gli altri non hanno la forza o il coraggio di proporre le loro idee; per quieto vivere alcuni  tacciono oppure occultano il loro orientamento politico e una parte della loro visione del mondo. Non mancano poi anche coloro che si lamentano di non avere mai tempo per scrivere, dato che hanno molte incombenze lavorative, sociali, familiari. A queste persone ricordo che avere una moglie, dei figli, avere un lavoro sono cose molto più appaganti della scrittura. Il filosofo Emanuele Severino quando qualcuno si lamentava delle cose che gli erano necessarie scriveva che era come se un quadro che si lamentasse del chiodo a cui era appeso oppure come una  colomba che si lamentasse dell’aria. Una moglie, un lavoro, una vita sociale consentono di vivere e realizzarsi pienamente a differenza di una vita di sola scrittura…altrimenti alcuni paradossalmente finirebbero per invidiare chi è disoccupato/a perché ha tanto tempo per scrivere! Avere troppo tempo libero non è un privilegio in alcuni casi: questo bisognerebbe sempre ricordarselo, invece di invidiare situazioni e condizioni esistenziali oggettivamente/onestamente poco o per nulla invidiabili. Diciamocelo francamente: per quanto riguarda la poesia scrivere o non scrivere è la stessa cosa, anzi probabilmente è peggio scrivere perché ci si mette a nudo e ci si espone al pubblico ludibrio. Per non parlare del fatto che certi letterati mai prenderebbero in considerazione un disoccupato che scrive oppure lo considererebbero con paternalismo  un privilegiato, un perditempo  o al  massimo un caso sociologicamente interessante (roba da socioanalisi e niente altro). Concludendo, tra dolore esistenziale e scrittura, tra realismo e illusione, tra privilegi, veri o presunti, ed effettive constatazioni di fatto la giusta misura e il punto di non ritorno dipendono dalla personalità e dalla sensibilità di ognuno e purtroppo non sono riconoscibili a priori. 

Tutto ha un’inizio

Di Frida la loka

Quando ho iniziato a scrivere, non sapevo da dove iniziare, ancora oggi sono confusa, nel cosa…

Volevo scrivere e basta, avevo bisogno di trasmettere, di condividere,  ma no, come nei social, a mio parere molto più, se mi passate la parola, superficiali.  Scrivevo e non riuscivo ad arrivare alle persone, mi sentivo no capita, ho addirittura, giudicata.

Qui, ho trovato un posto molto accogliente,  come per tanti che abbiamo fatto un salto nel vuoto, lasciando ognuno la loro terra.

Non ho mai aspettato niente di nessuno,  né i likes, né parole belle nei miei confronti.  Sorpresa mia, non sono da sola, non mi sento sola, anche sé nel quotidiano lo sia e affrontare,  malattia, famiglia e quello che arriva improvvisamente,  e non aspetti.

Volevo solo ringraziare ogni singola persona che mi ha letto, ha lasciato qualche parola o messo un mi piace.

Non avete idea del peso psicologico che possiede,  in positivo!!! Anche sé,  quest’anno è stato davvero duro per me.

RINGRAZIO A TUTTI VOI!

Avete alleggerito ogni singolo giorno di quest’anno,  mi auguro di cuore che proseguirà…

BUON 2023
A TUTTI VOI
Grazie

Vostra

1 gennaio, 2023

Dal blog personale

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Feci dei ricordi un giardino

Di Frida la loka(Lombardia)

Ne avevo tanti… già, sin da quand’ero piccola, alcuni sbiaditi con il passar del tempo, altri avrei voluto proprio cancellarli con qualcuno sono riuscita,
e quelli immancabili dove voglio ancora oggi tuffarmi, perché puri, nobili, sinceri, pieni d’affetto, amore e perché no passione.

I ricordi non li possiamo maneggiare come cartelle in ufficio; non possono essere classificati, belli, meno belli, brutti…

Sono sempre in aguatto, di quando in quando giungono, sempre senza preavviso, ti fanno sorridere a creppa pelle e mille volte piangere, non solo di malinconia…

Parlano, parlano d’un tempo che fu, parlano di passato, immagini che trafiggono il cuore che pensavi non siano mai esistiti..

Uno dei tanti ricordi è, che ho accumulato una quantità non indifferente perciò, ho deciso di starne un pò alla larga e ho fatto un giardino chiuso con un lucchetto in bronzo. A volte penso d’essere troppo rigida e torno adagio; oltre i miei fiori e cespugli preferiti.

Tolgo il lucchetto, apro la porticina e le cerniere fanno il classico rumore di mancanza di cura, do uno sguardo intorno a me, una tiepida brezza, con profumo di libri ingialliti mi da il benvenuto, il cappello vola dalla mia testa e oscilla fra foto vecchie, fa un giro di farfalla e compare sul muretto che divideva casa mia con quella dalla vicina.

Poi impazzita dalla mia presenza ruota e cambia direzione, mi porta verso un cielo stellato e mi ci vedo sdraiata sul pratto, nel buio della notte, sdraiata, fa caldo, ho solo una leggera camiciola in raso, le braccia incrociate dietro la testa e naso in su e le palpebre che aprono e chiudono lentamente, e le pupille che rimpicciolliscono e allargano, non perdono le sconfinate forme che le stelle formano…

D’un tratto, tutto è finito. Si vede che il lucchetto è tornato al suo posto, la prossima occasione porterò con me un rametto dei fiori del sentiero che conduce al giardino e dell’olio!, per aggiustare la porta… tuttosommato, son parte di me; anche d’essi, dovrei prendermi cura.

Tua.

31 dicembre, 2022

Ripubblicato su

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Due parole sull’equilibrio, sulla scrittura e sulla creatività…

Secondo le teorie degli umori di Ippocrate e Galeno la salute dipende dell’equilibrio degli elementi nel nostro organismo. Lo stesso vale per la medicina ayurvedica. Nella medicina cinese Yin e Yang determinano l’armonia degli opposti. In fisiologia e nella cibernetica un concetto portante è quello di omeostasi. In psicologia abbiamo la teoria dell’equilibrio cognitivo di Heider. Insomma, da che mondo è mondo, lo  squilibrio porta al male. Il deficit e l’eccesso sono considerati negativamente.  Forse Aristotele ha condizionato in modo determinante tutti gli altri con il suo concetto di giusto mezzo. Forse, più semplicemente,  è un dato di fatto incontestabile e incontrovertibile che l’equilibrio è bene e lo squilibrio è male,  anche se spesso neanche si cercano le prove che l’equilibrio sia benessere e lo si assume come postulato di molte teorie. Anche gli stessi latini sostenevano che nella media sta la virtù. Comunque secondo la fisica la sintropia è bene e l’entropia è sciagura infinita, detto in parole povere.  Il cambiamento fa paura a molti ad esempio perché non solo può far raggiungere l’equilibrio ma anche perché può romperlo. La vera difficoltà in cui ci imbattiamo tutti è che nella vita l’equilibrio è sempre precario, che basta poco per perderlo, che è difficile raggiungerlo. Non sta a noi giudicare una persona positivamente perché la consideriamo equilibrata o negativamente perché squilibrata. È difficilissimo valutare in questi casi. Nella scrittura molti artisti devono la loro creatività a uno squilibrio neurochimico o psicologico. È proprio quello che li porta a creare. Una volta creata un’opera viene ripristinato l’equilibrio psicologico. Ma bisogna tener presente che non possono sempre far riferimento a questa abreazione, a questa valvola di sfogo. Talvolta non è sufficiente.  Talvolta l’equilibrio non viene raggiunto e si entra in una crisi interiore senza precedenti. Affidarsi unicamente alla scrittura può essere negativo, controproducente. Alcuni artisti tollerano anche l’intollerrabile, ovvero il loro grande squilibrio psicologico,  per non perdere la creatività. Ma è forse giusto sacrificare tutti sé stessi in nome di un’arte presunta? A mio avviso è puro masochismo.  Bisogna invece avere il coraggio e l’umiltà di chiedere aiuto a uno specialista,  anche se non tutti gli specialisti sono competenti, empatici, etc etc. È meglio un equilibrio indotto, artificiale di uno squilibrio naturale. È meglio un equilibrio che appiattisce psicologicamente e che inizialmente toglie un poco di creatività artistica, che verrà recuperata dopo qualche mese, piuttosto di uno squilibrio molto creativo. A volte bisogna sacrificare un poco di arte per la qualità della propria  vita. È la vita e non l’arte che deve essere messa al primo posto. Primo vivere, dopo scrivere.  È bene non fare come Oriana Fallaci, che non curò il suo cancro perché doveva scrivere un libro (o così almeno lei dichiarò). In fondo la felicità sta nel raggiungimento di un equilibrio interiore invece che in pochi momenti puntuali di creazione artistica. E di solito grazie al perseguimento dell’equilibrio interiore si approda a nuove dimensioni dello spirito o almeno a nuova consapevolezza esistenziale, che porta a nuova ideazione e creatività. 

Cultura. Poesia:” Ode al primo giorno dell’anno” di Pablo Neruda.

Lo distinguiamo dagli altri
come se fosse un cavallino
diverso da tutti i cavalli.
Gli adorniamo la fronte con un nastro,
gli posiamo sul collo sonagli colorati,
e a mezzanotte lo andiamo a ricevere
come se fosse un esploratore
che scende da una stella
.

Come il pane assomiglia al pane di ieri.
Come un anello a tutti gli anelli: i giorni
sbattono le palpebre
chiari, tintinnanti, fuggiaschi,
e si appoggiano nella notte oscura

Vedo l’ultimo giorno
di questo anno
in una ferrovia, verso le piogge
del distante arcipelago violetto,
e l’uomo
della macchina,
complicata come un orologio del cielo,
che china gli occhi
all’infinito
ripetersi delle rotaie,
alle brillanti manovelle,
ai veloci vincoli del fuoco.

Oh conduttore di treni
fuggiasco
verso stazioni
nere della notte.
Questa fine dell’anno
senza donna e senza figli,
non è uguale a quella di ieri, a quella di domani?

Dalle vie
e dai sentieri
il primo giorno, la prima aurora
di un anno che comincia,
ha lo stesso ossidato
colore di treno di ferro:
e salutano gli esseri della strada,
le vacche, i villaggi,
nel vapore dell’alba,
senza sapere che si tratta
della porta dell’anno,
di un giorno scosso da campane,
fiorito con piume e garofani.

La terra accoglierà questo giorno
dorato, grigio, celeste,
lo dispiegherà in colline,
lo bagnerà con frecce di trasparente pioggia
e poi, lo avvolgerà nell’ombra.

Così è:
piccola porta della speranza,
nuovo giorno dell’anno,
sebbene tu sia uguale agli altri
come i pani a ogni altro pane,
ci prepariamo a viverti in altro modo,
ci prepariamo a mangiare, a fiorire, a sperare.

Ti metteremo
come una torta
nella nostra vita,
ti infiammeremo
come un candelabro,
ti berremo come
un liquido topazio.

Giorno
dell’anno nuovo,
giorno elettrico, fresco,
tutte
le foglie escono verdi
dal tronco
del tuo tempo.

Incoronaci con acqua,
con gelsomini
aperti,
con tutti gli aromi
spiegati,
sì,
benché
tu sia solo un giorno,
un povero giorno umano,
la tua aureola palpita
su tanti cuori stanchi
e sei,
oh giorno nuovo,
oh nuvola da venire,
pane mai visto,
torre permanente!

In questa poesia il poeta cileno affronta un tema caro a tutti gli uomini: la speranza. Il primo di gennaio che s’appresta ad affacciarsi sul mondo, sarà accolto come un giorno speciale, un giorno nuovo, un giorno portatore di cambiamenti, sebbene per la terra non è altri che un giorno come un altro ( nuovo giorno dell’anno/sebbene tu sia uguale agli altri/come i pani/a ogni altro pane). In questi versi Neruda tiene a farci presente che in realtà il primo dell’anno non è portatore di nessuna novità imminente, ma è piuttosto un giorno la cui importanza è legata a un elemento culturale e convenzionale. La gente, pur consapevole che si tratta di un giorno sostanzialmente uguale ad altri che ha già vissuto, si prepara ad accoglierlo con aria di festa, di allegria e di speranza. Nei versi finali, il poeta sottolinea la necessità di questa speranza. Nonostante il primo dell’anno sia solo un povero giorno umano, ha l’animo di consolare e supportare tanti cuori stanchi che trovano così la forza di continuare a vivere e costruire un avvenire migliore. L’aggettivo finale, permanente, riferito alla torre, sta ad indicare proprio la volontà di edificare un futuro stabile e duraturo, ed è in quest’ottica che il pane, seppur sempre uguale, appare come mai visto, come pane fresco ricco di nutrienti per i futuri giorni da vivere.

Per il 2023… Gabriella Paci

Scivola nella conca del tempo un anno

con il suo carico di  questioni irrisolte

lascito sgradito come grave malanno

di cui vorremmo liberarci tutte le volte.

Accogliamo questo fragile tempo nuovo

con l’illusione che sia davvero altro

e tra  fuochi d’artificio e botti galleggiano

le bollicine nei calici come salvagente

nella tempesta: speriamo che ci portino

in alto sopra la palude dove affondano

certezze e sogni  fissati in istantanee

dove brilla nei sorrisi d’occasione la

felicità da cartolina d’auguri  e nella

tristezza nascosta ci scambiamo baci

sperando che il nuovo anno abbia parola

di pace e pezze da porre sul cuore

per non farci sentire –almeno-  troppo dolore.

Cinereo susurro

Di Frida la loka (Lombardia)

La bifora è lì, sempre allo stesso posto, son passata davanti tante volte, fa freddo, tanto freddo, di preciso non saprei dove, fuori? O nel core...

Mi affaccio attraverso essa con la rugiada del mattino e lo sguardo si perde nel bianco grigio della nebbia che concede d'intravedere soltanto la cima alta dei pini secolari.

Il resto del fotograma lo conosco a memoria, ma non lo vedo, come le tue labbra, quando smorfiano un lieve sorriso.

Questa sera mi sporgo ancora una volta, senza far caso una luce mi acecca,  non c'è nebbia, un cielo limpido non mi nasconde nulla.

Tutto mi si rivela. Torno a vedere le stelle nel firmamento e quelle labbra in ogni sua finitura, sussurrano qualcosa, sicuramente qualcosa di bello perché la cinerea che irradia la luna, brilla più che mai...arrivandomi.

Tua.

28 dicembre, 2022.

Dal blog personale

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La magia del Natale,Gabriella Paci

Si fa luce l’attesa anche se la pioggia

insiste nella sua litania di gocce invadenti

come un pianto a lungo represso

che esplode  nella persistenza del nero.

Eppure i decori che oscillano  nell’oro

artificiale della falsa ricchezza sono

segno della festa che viene e diffondono

un’aria che profuma d’infanzia e di magia.

Anche gli alberi carichi di addobbi e luci

sono una carezza  per gli occhi in cerca

di ricordi e di stupore per occultare antiche

e nuove paure in un mondo che appare in

lotta perfino contro la sua stessa natura.

Nell’aria che scintilla anche la pioggia può

diventare ora cascata di luce a dire che la notte

è attesa e  che in ogni goccia c’è forse

stilla di -quasi felicità -perché sarà Natale

e il cuore ha bisogno di una culla dove

basterà il calore di un soffio di tenerezza

e amore per sentire che ogni passo e ogni

pena possono riposare adesso nella magìa

senza tempo di un giorno unico, speciale.

Cultura. Poesia: “L’ora del Natale” di Caterina Alagna

Social Media Manager – https://alessandria.today/

Sfavillano le luminarie 

di rosso e di oro nelle case,

per le antiche vie 

delle borgate si espande 

l’aroma del Natale.

Morbido  si adagia

sui vicoli delle città

a festa colorate

e sulle bocche, a fiotti, 

fioriscono parole cantate. 

Per tutti un augurio sincero

di un Natale sereno.

Un pensiero speciale

lo voglio dedicare 

a chi dalla vita riceve tanto male,

a chi non ha i denti,

a chi si veste di spine e arde di stenti,

a chi ha smarrito la speranza,

a chi degli affetti resta 

solo la mancanza. 

E’ Natale a ogni ora

della vita

se lasci cantare la poesia,

se lasci che risplenda nel tuo cuore

un barlume di tenerezza

che soffi sulle labbra una carezza,

che ti guidi nel buio dell’incertezza,

che ti aiuti a sprofondare 

fin nelle viscere del cielo 

anche per un solo briciolo 

di amore vero.

Link a questo post nel mio bloghttps://farfallelibereblog.blogspot.com/2021/12/auguri-di-natale.html

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Tutta colpa di chi o di che cosa (tanto per sorridere)…

È tutta colpa della borghesia imperialista, delle beghine, degli acari, dei giorni sempre uguali.  

È tutta colpa delle guerre sante, delle bombe intelligenti, di Putin, di Biden, delle mezze stagioni che non esistono più, dei figli dei Pooh, della poesia che non vende, di chi ha venduto l’anima per i soldi.

È tutta colpa delle cassiere della Coop, delle insegne al neon, delle sigarette, della ludopatia,  delle rotonde che sostituiscono i semafori, dei mafiosi che riciclano denaro sporco, del racket della prostituzione, dei ricatti sessuali, delle raccomandazioni, delle speculazioni, della disonestà,  della corruzione, dei ladri di galline, dei tuttologi, dei nientologi, delle donne che non ci sono state e di quelle che ci sono state, delle passanti, dei giochi di sguardi, dei cipigli,  dei paesini in cui tutti sanno quante volte va in bagno il prossimo, del traffico della metropoli. 

È tutta colpa del comunismo e del fascismo, della democrazia cristiana, del nuovo che è uguale al vecchio, dei corsi e ricorsi della storia, dell’eterno ritorno, della politica e dei politici tutti, degli eletti che dovrebbero sempre essere meglio degli elettori e invece non lo sono.

È tutta colpa delle droghe leggere, delle droghe pesanti, delle forze dell’ordine, dell’anarchia, della dittatura, del qualunquismo, del conformismo, del menefreghismo, dei vecchi cantautori e dei rapper, degli esseri pensanti, degli esseri senzienti, dell’orgasmo,  della pace interiore, del Nirvana, dello stress lavorativo, della disoccupazione,  dei meme, del rischio imprenditoriale calcolato, del posto fisso, dei contratti a termine, del mobbing, dei lavori sottopagati, della sottoccupazione, del dileggio, dell’ironia, del silenzio, della musica, del rumore, dell’invecchiamento, delle ingiustizie, dell’inflazione, della pandemia, dei complotti e delle teorie del complotto, dell’ignoranza e degli intellettuali. 

È tutta colpa di chi ha colpa e poi non c’è nessuno che non ha una colpa. Abbiamo tutti il peccato originale. È tutta colpa della colpa. Tutti colpevoli, nessuno escluso. 

È tutta colpa di chi incolla, di chi scolla, di chi ti si incolla addosso. È tutta colpa di chi ti addossa la colpa. È tutta colpa degli scienziati, dei tecnici, degli imprenditori,  dei lavoratori, degli artisti, dei nullafacenti, dello show business, della moda, della pornografia,  delle statine, degli psicofarmaci e degli psicologi, degli ingegneri, della televisione generalista, di Internet, della fame nel mondo, degli arricchiti, dell’egoismo capitalista e del senso di colpa terzomondista.

È tutta colpa dello Stato, del mercato, dei medici che non rilasciano fattura, degli avvocati delle cause perse,  dei mangiapane a tradimento, delle mogli infedeli, dei guardoni, delle esibizioniste, delle orge, dei consumatori occasionali di cannabis, dell’alcol, dei pub, delle commissioni delle carte di credito, dell’inferno terreno, delle vacanze intelligenti,  delle strade dissestate, dell’inquinamento,  della plastica nei  mari, del turismo mordi e fuggi, del colesterolo, del politicamente scorretto e del politicamente corretto, delle gite col prete, dei bit, degli atomi, delle cineserie, delle anticaglie, delle ragazze emancipate, del maschio e della donna alfa, dei petrolieri, delle tasse, dei conflitti di interesse, degli economisti, della statistica, degli italiani che non leggono, dei troppi libri pubblicati, dello smog, delle polveri sottili, delle scritte sui muri, degli annunci nei cessi delle stazioni, dei caffè degli autogrill, del vino della casa, delle osterie che non ci sono più, degli amici persi di vista, di tutti coloro che non vogliono diventare miei amici, dei rompicoglioni, degli attacchi di ira, dei momenti di depressione, di chi ti demoralizza.

È tutta colpa di chi diffama, dei genocidi, della gelosia tra coniugi, dei divorzi, delle separazioni con addebito, degli opinionisti televisivi e degli opinion leader di paese, degli stati negli stati, delle ruffianerie, dell’amore, dell’odio, dell’indifferenza, di chi mente e di chi dice la verità,  di chi si vanta, di chi domina, di chi si umilia, degli schiavi e dei padroni, degli equilibrati neutrali, di chi non soccorre, dell’effimero e dell’eterno, del vuoto e del pieno, della morale e della mancanza di morale, delle scarpe slacciate, delle mutande con l’elastico rotto, della bellezza, della bruttezza, della chirurgia estetica, della ricchezza, della povertà,  degli assegni in bianco, delle rate non pagate, delle multe, del querelante e del querelato, di chi capisce troppo e di chi non capisce nulla, del dolore, della morte, della felicità passeggera, del caso, dell’intenzione, del libero arbitrio, dei calciatori, delle fotomodelle, dei banchieri e dei bancari, degli insegnanti che non insegnano e degli allievi che non imparano, delle prostitute senza vocazione. 

È tutta colpa di questa cittadina, di tutti i paesaggi che ho visto, della noia che ho provato, delle volte che mi sono fatto male e delle volte che ho fatto male a qualcuno, di tutte le volte che ho fregato e che mi hanno fregato, di chi ho illuso e di chi mi ha illuso, dei treni che ho preso e dei treni che non ho preso, dei miei viaggi, del sesso, dell’assistenza sessuale, dell’astinenza sessuale,  delle cattive compagnie e della solitudine, degli assassini, dei ladri, dei truffatori, dei santi,  di chi ho incontrato e di chi non ho mai incontrato.

È tutta colpa di Dio, del demonio, degli uomini, dei senzadio, del nichilismo occidentale.

Però ora ragazza non sputare e butta giù,

(non lo dico a nessuno), altrimenti potrei avere

una crisi depressiva (tutti i salmi devono finire

in gloria), che abbiamo poco tempo,

sono di corsa e devo ritornare quanto prima a casa,

che la colpa è di tutti e di nessuno,

la colpa, come si dice in Toscana, morì fanciulla, 

la colpa è di tutti e di nessuno,

nessuno escluso. 

La mia preghiera laica natalizia…

Aiutami a toccare le vette celestiali

dell’animo, a raggiungere la pace,

senza più toccare il fondo.

Fa  che dopo la mia notte dell’anima

sopraggiunga di nuovo l’alba. 

Ci sono infiniti modi

per approdare all’essere.

Ci sono infiniti modi

per perdersi per sempre.

Mi manca una donna

(è tardi ormai per stare con una donna).

In me si alternano voci contraddittorie,

pensieri e ripensamenti. 

A volte provo troppa solitudine

(non si può stare troppo da soli

senza provare solitudine). 

È umano. È umano. Di nuovo è umano.

Sono umano. Sono umano. Sono umano.

Non sono fatto per essere solo.

Non ho deciso di farmi prete

e poi oggi molti preti 

non rispettano il voto di castità

(questa non è una giustificazione, 

è la realtà).

Fa che finisca la guerra

(troppo sangue è stato versato).

Fa che riprenda l’economia.

Fa che ci sia meno violenza.

Fa che non regni il caos.

Fammi ascoltare il mondo,

anche se il mondo non mi ascolta. 

Aiutami a ritrovarmi.

Fammi eliminare dalla mia vita i falsi maestri.

Indicami la via maestra.

Dammi i soldi necessari

e la salute per stare bene.

Non togliermi gli affetti più cari.

Fa che la carne non prenda il sopravvento

(però ricordati che sono debole

e non posso vivere di solo spirito.

In ogni caso aiutami).

Dammi ancora del tempo

e io cercherò di non sprecarlo.

Non ho intenzione di insegnare

ma solo di imparare,

ma se finissi per insegnare qualcosa

non ci sarebbe nulla di male. 

Pensavo di essere più forte.

La verità è che sono stato troppo a lungo solo.

Un tempo chiedevo di essere amato

e di amare. Non mi sembrava di chiedere molto,

ma il mio destino passava da un’altra strada.

La verità è che ho chiesto troppo a me stesso,

che ho chiesto troppo al mondo. 

Alla fine anche io come tutti

finisco, anche se in minima parte,

dal farmi condizionare dalle vite altrui.

Non farmi essere preda delle malignità,  delle negatività altrui.

Non farmi essere preda dei demoni interiori che abbiamo tutti.

Aiutami a superare le mie debolezze,

i miei errori, le mie crisi.

Ho bisogno di essere nel mondo

(voglio ritirarmi dal mondo). 

In me da tempo immemorabile

c’è un combattimento interiore,

ma forse è il segno che sono 

ancora vitale.

Non so in quale direzione

sto andando. Non so

in quale direzione sta andando

la mia vita. Mi basta poco,

una stupida scintilla per arrabbiarmi.

Basta niente per rovinarmi

(…questa civiltà occidentale

teoricamente dovrebbe essere fondata

su archetipi greci e principi biblici:

in realtà siamo allo sbando).

Ho chiesto troppo a me stesso.

Ho superato diverse prove,

ma ora sono tornato indietro.

Penso che la mia vita è piena di ricadute. 

Chiudo gli occhi nel buio della stanza.

C’è quasi silenzio. 

Scaccio immagini e ricordi negativi.

In me ora si affollano i pensieri.

Alcuni pensieri sono ancora negativi.

Devo svuotare la mente.

Fa che i miei giorni non si consuminino 

tra frustrazione, rabbia, sentimenti negativi.

Fai luce in me, fai luce nel mio mondo. 

Fammi rinascere dentro senza morire

(sarò in pace con me stesso

quando non chiederò più niente ai miei giorni

e prenderò quel che viene).

In ogni caso e in ogni modo

sii con me e con i miei affetti più cari. 

La panchina e l’uomo

Di Frida la loka (Lombardia)

Una panchina in legno sporca e consumata dagli anni è sempre lì, in quel pezzo di sentiero, che se non fosse bullonata al pavimento probabilmente sarebbe già scomparsa. 
È stata testimone di tante storie;  seduta questa ragazza sorride ed abbraccia il suo lui, in procinto di leggere un libro.

Una mamma sfinita, si siede, con un passeggino al fianco che; con il piede sinistro fa un movimento avanti, uno indietro per cullare il bimbo, lei a riposo mentre fruga ad occhi chiusi nella borsa.

Dietro la panchina, tante scritte, molte insolite, tante graffiature, altri disegni incomprensibili, non manca il cuore e addirittura il simbolo anarchico che più di un giovane fiero del fatto, avrà portato pure sulla maglietta.

Bambini l'hanno usato come cavalluccio, il gruppetto! dopo la partita di calcio...

Son passati in tanti davanti a quella panchina eppure più di uno non si è mai fermato, troppa fretta.

Ma, c'era un'ora ben precisa, dopo cena, non molto tardi, a quell'ora ormai non c'era quasi più nessuno; un uomo con una discreta gobba e cappello, si avvicinava a passo lento appoggiato con la mano destra sul vecchio bastone, sotto l'abambraccio destro un foglio di giornale arrotolato. Sedeva senza fretta, su quella panca; appoggiava il suo bastone di fianco, prendeva un sigaro della tasca interna della stessa giacca di sempre, lo scrutava e sentiva il suo aroma intenso, come fosse la prima volta.

Finalmente lo accendeva, l'aria si mescolava col fumo, si percepiva che per l'uomo non era un problema il tempo, né le stagioni, perché ogni mercoledì, in primavera, d'estate,oppure col freddo, per l'uomo era lo stesso; tutti i mercoledì al calare del sole, si trovava lì, incorvato,gambe incrociate, bastone s'un fianco e il rotolo di giornale di fianco, sulla panca.

Sembrerebbe un tipo strano, per chi lo vedesse per la prima volta. Aveva l'abitudine di fumare il suo sigaro, leggermente amaro mescolato ad un retrogusto dolce salato, ma, piacevole al palato il capo leggermente chino verso l'alto, guardava vada a sapere cosa, forse nulla... sguardo perso nel'aldilà passava il tempo e lui delibaba il fumo e lo guardava come saliva e si perdeva fra i frondosi cipressi fino a scomparire le figure che si formavano.

Una volta finita la sua costumanza, prendeva il suo bastone e appoggiato,  con la destra, srotolava il foglio di giornale e con tutta la sua tenerezza, mani tremanti e rugose segnate dal tempo lo spostava, lasciando sulla panca, la solita rosa rossa, bella turgida come nessuna... come lei...

Tua.

17 dicembre, 2022.

Dal blog personale di

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Poesie natalizie: “Natale” di Salvatore Quasimodo

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Visto il clima preoccupante e bellicoso che da mesi si mostra protagonista del nostro tempo, è difficile pensare al Natale senza sperare che la sua atmosfera di amore e di pace, possa aprire un varco fra le rocce dell’odio per accedere al cuore degli uomini.

La sublime poesia “Natale” di Salvatore Quasimodo è ancora attuale. Partendo da semplici immagini, il poeta riesce a suscitare forti emozioni e profonde riflessioni. Nel guardare l’atmosfera di serenità e di amore che anima il presepe, Quasimodo medita sull’odio che regna nel cuore degli uomini che ancora, dopo secoli, non conoscono la pace e si chiede se ci sarà mai qualcuno pronto ad accogliere il vero significato del Natale, significato che si traduce nell’amore per il prossimo di cui Cristo è portatore. Per dirlo con le parole del poeta:

Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?

Natale

Natale. Guardo il presepe scolpito,
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.
Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure di legno: ecco i vecchi
del villaggio e la stella che risplende,
e l’asinello di colore azzurro.
Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v’è pace nel cuore dell’uomo.
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?