Ciò che ci seduce si impone, abbacinando di promesse lo sguardo, con un battito di ciglia arriva fino al cuore e lo trapassa. Carnefice impietoso. Narciso crudele. Al dolore muto l’iride risponde, si contrae e al cuore orfano perdona ogni suo battito. Libera dall’illusione si consuma, si spegne e tace. Ma, nella fissa oscurità, ciò che non vuole lasciarci freme, si insinua e risiede. Tra le pliche degli occhi invano si trattiene.
Idealizzare un amore, un’amicizia ed il bisogno di sentirsi amati, compresi, accettati, è più una questione di proiezione di sè negli altri che, sempre, si rivela errata. Nessuno può essere ciò che noi siamo e ciò che siamo non troverà riscontro nella storia di un altro. Uno dei più grandi bluff dell’idealizzazione è proprio questo: nel momento in cui sveliamo l’altro trasfiguriamo noi stessi.
Pigghiativillu stu cori ca ardi pi vui, sulu pi vui, sempri pi vui. Iddu nun nu sapi ca vui nun lu vuliti, è nu cori ca avi l’occhi ancora chiusi, è sanu, paru paru, senza gnegnu. Anzignaticcillu vui, co sapiti bonu, ca nun è oru tuttu chiddu c’abbrilla, diciticcillu ca nun sempri u jancu è jancu e ca niuru nun sempri è niuru, ca cu l’alliscia poi u strazza e cu lu vasa appoi su mangia a muzzicuni… Diciticcillu vui a stu cori, prima ca si ferma, picchí a mia nun mi voli cririri.
Cuore che arde
Prendete questo cuore che arde per voi, solo per voi, sempre per voi. Esso non sa che voi non lo volete, è un cuore ancora inconsapevole (che ha gli occhi chiusi). È intonso, intero, senza conoscenza. Insegnateglielo voi, che lo sapete bene, che non è oro tutto ciò che luccica, diteglielo che il bianco non sempre è bianco ed il nero non sempre è nero, che chi lo accarezza poi lo strappa e chi lo bacia poi lo divora. Diteglielo voi a questo cuore, prima che si fermi, perché a me non vuole credere.
C’é un linguaggio destinato a pochi, spesso persone uniche che sono in grado di comprenderne il senso profondo. Parole che danno forma ad un’idea, indicano un percorso, esplicitano un desiderio. Assunte come atto di fede, sono destinate a coloro con i quali puoi essere altro.
Ieri al delirio è stato giornata di addii, i contratti a tempo sono tutti terminati e sono stati tutti come previsto lasciati a casa.
L’altra settimana era stato il turno dei primi e c’erano state lacrime.
Ieri è stato il turno di Fulminata…..
Avevo detto che ne avrei scritto, in effetti su di lei si potrebbe un scrivere un libro. Ma poi qualcosa mi ha sempre spinto a non raccontare le sue tragicomiche disavventure, una o più al giorno ne avrei potuto dire.
E’ tre giorni che Fulminata era triste per l’addio, non tanto per il lavoro ( anche quello ) ma per noi colleghi, ma per uno in particolare.
Ieri sera alla fine siamo rimasti solo io e lei nel piazzale deserto, oltre tutti i ringraziamenti del caso e sempre pochi in ogni caso, ha detto una cosa molto bella ” avrei tanto voluto essere la tua figlia sbagliata ” mi ha abbracciato commossa baciato sulle guance e poi è andata via.
Ci saranno anime che entreranno nella nostra vita per un disegno più grande di noi, che non potremo neanche immaginare. Entreranno nella nostra vita e nel nostro cuore e non potremo far altro che tenerle strette lì nell’ anima dove meritano di stare perché sono grandi e magiche anime che ci affiancheranno e ci solleveranno.
Pian, pianino ci alzeranno in piedi e si stringeranno a noi amandoci subito per come siamo, senza giudicarci, senza puntare il dito contro per quello che faremo o non faremo, o per quello che siamo, ma da loro riceveremo solo amore e reciproca e immensa stima. Ci terranno per mano e ci sembrerà di averle avute sempre accanto, con la sensazione di conoscerle da una vita.
“Tutti gli uomini del Presidente” termina con i martelletti di una macchina da scrivere a stampigliare un nome su un foglio: quello di Gerald Ford, successore di Richard Nixon alla Casa Bianca. Che sia, questo dettaglio, il sole tra le nubi, il lieto fine sui generis dell’intera vicenda? Solo un nome su un foglio: Gerald Ford. Messa così la faccenda, viene quasi da sospettare che “Tutti gli uomini del Presidente” sia anche e soprattutto un gargantuesco spot in favore di Gerald Ford. A tal riguardo, è da notare quanto il titolo “Tutti gli uomini del Presidente” (che rammenta anche la storia di delatori “Tutti gli uomini di Smiley” di John Le Carrè) sembri un calco di “Tutti gli uomini del Re” un romanzo di fantapolitica del 1946 di Penn Warren. Ma appunto, se le cose stanno così, chi è in “Tutti gli uomini del Presidente” il Re? Di chi sono gli uomini? Al servizio di quale Re-Presidente? Nixon o Ford? O… Robert Kennedy?
Gerald Ford fece parte della Commissione Warren, che indagò sull’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, avvenuto a Dallas il 22 novembre 1963. Dimessosi Nixon a seguito dello scandalo Watergate, Ford, vicepresidente in carica, prese il suo posto. Governò come Presidente degli Stati Uniti dal 1974 al 1977. “Tutti gli uomini del Presidente” uscì nel 1976. Dunque si può con qualche fondatezza affermare, benché arditamente, che “Tutti gli uomini del Presidente” larvatamente sostenga la figura di Ford ostendendo al pubblico da un lato un Presidente paranoico e pericoloso (Nixon) e nella mano sinistra, invece, un Presidente vero (Ford). Potrebbe essere. Ancorché anche sulla figura di Gerald Ford penda inesorabile qualche pregiudizio.
Dopo che Lee Harvey Oswald fu ucciso con un colpo di pistola da Jack Ruby, il 29 novembre 1963, il neopresidente Lyndon Johnson creò una commissione di indagine formata da sette commissari e affidò al presidente della corte suprema Earl Warren (da non confondersi con Penn Warren) il compito di presidente della commissione d’indagine. Anche Ford, come detto, faceva parte della Commissione Warren. Il guaio è che tutto ciò che acclarò tale commissione non fu per niente acclarante l’assassinio Kennedy rimanendo a tutt’oggi, detto assassinio, un gran pasticcio.
Così come per lo scandalo dei “Pentagon Papers” magistralmente raccontato da Spielberg nel film “The Post”; così come per lo scandalo “Watergate” raccontato altrettanto magistralmente da Alan Pakula in “Tutti gli uomini del Presidente”; allo stesso modo il Washington Post giocò un ruolo fondamentale anche nella costituzione della Commissione Warren. E quando diciamo Washington Post, (seppure, ai tempi della costituzione della Commissione presieduta da Earl Warren, Bradley lavorasse ancora per il Newsweek), diciamo eminentemente Ben Bradley, redattore esecutivo del rilevantissimo giornale di Washington. Fu lui (amico intimo di John Fitzgerald Kennedy e di Bob Kennedy) il grande avversario di “Tricky Dick” Nixon (vicepresidente nell’era Eisenhower e già messo, all’epoca, in stato di accusa per acquisizione di fondi illegali, da un “The Post”, ma non di Washington, bensì di New York: il New York Post); e in una scena di “Tutti gli uomini del Presidente” Carl Bernstein interpretato da Dustin Hoffman lo sbatte in faccia, a Ben Bradley, di agire solo a esclusivo vantaggio dei Kennedy.
La presenza di Bradley sia nel film di Spielberg che in quello di Pakula (vincitore di svariati Oscar) fa sì che si possa intendere “The Post” il prequel di “Tutti gli uomini del Presidente” o “Tutti gli uomini del Presidente” il sequel di “The Post”, benché il primo uscito nel 1976 e il secondo nel 2017. Di sicuro, l’attivismo di Bradley, la sua capacità di influire sull’opinione pubblica, ed essere, forse, la longa manus dei Kennedy, il “braccio armato”, ha dato origine a una saga comprendente non pochi capitoli.
Lo scandalo Watergate è un classico del giornalismo. Solo per fare qualche esempio, in “Cronisti d’assalto” di Ron Howard al termine di una movimentata riunione di redazione nei locali del giornale newyorchese “The Sun” un giornalista, alla fine della sua forse non troppo esaltante carriera, afferma di avere per le mani il suo “Watergate”… accolto da una salva di fischi. Ogni giornalista americano che si rispetti sogna il suo Watergate, insegue il suo Watergate. Anche nel film “Il rapporto Pellican” tratto dall’omonimo romanzo di John Grisham (diretto, in verità, dallo stesso Pakula) si fa riferimento allo scandalo Watergate, raccontando il romanzo, in effetti, una storia sullo stesso schema dello scandalo Watergate. Persino l’Overlook Hotel e i fantasmi di Shining del nixoniano pentito Stephen King potrebbero allegoricamente far riferimento al Watergate.
Il Watergate è infatti un complesso edilizio di Washington che ospita il Watergate Hotel, dove furono effettuate le intercettazioni (la famosa effrazione del 17 giugno 1972) che diede inizio allo scandalo. I due reporter del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein incominciarono un’inchiesta che portò all’impeachment di Nixon e alle susseguenti dimissioni in una delle pagine più affascinanti e misteriose della storia politica americana.
Film assolutamente da manuale, “Tutti gli uomini del Presidente” mostra: a) quanto fondamentali siano le domande: e la domanda giusta è quasi sempre la domanda scomoda; b) quanto sia importante separare i fatti dal puro rumoreggiare.
Link all’articolo redatto dal sottoscritto all’interno di questo profilo sul film di Steven Spielberg “The Post”:
“Morte e vita” è una delle opere pittoriche del grande e eclettico artista austriaco , Gustav Klimt, che io sinceramente amo di più, sarà per la grandezza della tela (178 × 198 cm), sarà perchè ho avuto l’occasione di poterla ammirare dal vivo, sarà sopratutto per quei colori e quella forte incisività del ciclo della vita che lo stesso Maestro ha sempre voluto presente nelle sue “particolari” opere.
In questo dipinto, è ben visibile la dualità strutturale delle figure, da una parte (la sinistra) una tetra figura, uno scheletro che indossa una veste blu dai disegni particolari, mentre dall’altra (la destra) a dovuta distanza, un gruppo di persone avvolte …………………………
Sto per addentrarmi su un terreno minato, lo so, lo so.
Però due parole, a distanza di qualche settimana dalle elezioni, le devo dire. Solo ed esclusivamente sul fatto “prima donna che”. Preciso che assolutamente son lontana dal partito della signora M., neh. Osservo un attimo da nembi e cirri, da punti di vista che non c’entrano una virgola con la politica. Son psicologa e un po’ poeta, quindi il neurone mi parte alla ricerca di armonie. Allora. Questa signora è nata il 15 gennaio. Sapete cosa significa? Che noi Capricorno, arranca arranca, allena allena, e daje e daje, festina lente, attendi e scatta, prima o poi, con coda di pesce e corna di caprone un posticino al sole ce lo pigliamo. Solo questo. Olio di gomito e tenacia nel biberon. Dopo di che, il decretare se sia una cosa femminista o meno l’avere o non avere la tipa al governo è questione che non ho ancora risolto nelle mie sinapsi.
Oggi volevo promuovere una parola, “Pace” ,un termine molto usato solo per appariscenza e democratica esigenza, un termine che della sua vera sostanza e importanza ormai non esiste assolutamente coscienza alcuna che la nomini. Non ho sentito nessuno, ancora, parlare volutamente e con assoluta credibilità e caparbia fermezza , gridare, sottoscrivere, urlare, dibattere, considerare, vagliare, ponderare, manifestare, il vero significato della parola “Pace”.
Tutti, in assoluta riserva, ne parlano e nominano, quasi sottovoce, quasi fosse un termine scabroso, offensivo, la “Pace” solamente per un libero pensiero particolare, o solo ( e purtroppo) per adeguarsi alla massa, piena di false retoriche e falsi pensieri. Non c’è Stato nel mondo, non c’è nessun potere religioso, non c’è nessuna forza politica, non c’è nessun uomo di prestigio e importanza che si dibatta e contribuisca perchè il termine non sia solo un quattro parole vane ma sia una forza umana totalitaria. Voglio promuovere la “Pace” perchè possa entrare davvero negli animi e nelle coscienze di ognuno, che entri come una spada tagliente nel cuore e illumini ogni possibile entità di potere perchè possano “democraticamente” vagliare e studiare, volere e stra volere un compromesso basato sugli abbandoni economici personali e vagli invece una equa e pacifica distribuzione nel rispetto della vita e delle persone, quali esse siano, razza, ceto e colore!
Utopia? Non credo, solo perchè la guerra è economicamente più conveniente? Ma allora che senso ha parlare di figli, famiglie, rispetto dell’ambiente, ecc ecc…..sono cose che si disintegrano da sole, non posso convivere con una coscienza e volontà di guerra….sono davvero un controsenso, o si desidera il rispetto della vita oppure diciamolo chiaramente che si vuole la fine di questa meravigliosa avventura che è stata l’uomo sul pianeta terra. Il futuro? Solo con la vera e assoluta Pace se ne può davvero parlare e intravvedere. Promuovere la Pace in ogni cosa, in ogni pensiero e in ogni azione, deve partire da tutti e per tutti, se (e sottolineo davvero questo se) desideriamo davvero il proseguo della Vita.
Sull’”Uomo dalla Maschera di Ferro” sono state scritte varie opere teatrali e circa duecento fra romanzi e saggi, ma anche girati numerosi film, l’ultimo dei quali con Leonardo Di Caprio come attore più famoso.
Quello che ai più potrebbe sembrare il protagonista di una storia inventata, è però un personaggio realmente esistito, anche se su di lui andrebbe sfatata tutta una serie di leggende che, per ragioni di botteghino, Hollywood ci ha costruito sopra, al pari di scrittori importanti come Dumas, nel “Visconte di Bragelonne”, e Voltaire, nel suo “Le siècle de Louis XIV”.
Vero è che sull’identità dell’uomo celato dietro a quella maschera e morto nel carcere parigino della Bastiglia nel novembre del 1703 all’età di sessant’anni circa, di cui gli ultimi trentaquattro trascorsi in detenzione, ci sono ben poche certezze.
Lo si vide per la prima volta nel 1687 a Grasse, nelle Alpi Marittime, quando durante una sosta del suo lungo trasferimento dal forte di Exilles a quello dell’isola di Santa Margherita, davanti a Cannes, uscì a prendere una boccata d’aria dalla portantina che lo stava trasportando sotto la sorveglianza di una quarantina di guardie, aventi l’ordine di sparargli alla testa qualora avesse parlato per dire qualsiasi cosa al di fuori delle sue necessità primarie.
Per la sorpresa di chi se lo trovò davanti, il suo volto era coperto da una maschera di ferro, che risaltava su un corpo atletico e più alto della media.
Viaggiava al seguito del suo carceriere, Monsieur de Saint-Mars, ex-moschettiere ed amico di Dartagnan, che nel 1665 era stato nominato governatore della fortezza di Pinerolo, allora enclave francese in Piemonte, per poi passare ad Exilles, quindi a Santa Margherita e infine alla Bastiglia, a far data dal 1698.
Il “Re Sole” aveva disposto che soltanto lui avesse la custodia di quel prigioniero così strano, che lo seguiva come fosse un cagnolino al guinzaglio, venendo da lui trattato con tutti i riguardi a condizione però che rispettasse un certo numero di regole, in primis quella di mostrarsi agli estranei sempre col volto mascherato e mantenere il riserbo più assoluto sulla propria identità, pena la morte.
Persino dopo il suo decesso, la camera che occupava alla Bastiglia fu svuotata e ridipinta, il pavimento rifatto e i mobili bruciati, affinché non restasse il minimo ricordo di lui, del quale però s’iniziò apertamente a parlare soltanto dopo la scomparsa di Luigi XIV, facendo circolare le ipotesi più disparate sulla sua identità.
Se Voltaire, per esempio, sostenne che si trattasse del fratello naturale del Re Sole, frutto dell’amore adulterino di sua madre Anna d’Austria col Card. Mazzarino, altri affermarono che ne fosse addirittura il gemello.
Queste ipotesi paiono però destituite di fondamento, non fosse altro perché all’epoca i parti delle regine avvenivano di fronte ad un ampio pubblico costituito da dottori, levatrici, dame di compagnia e sacerdoti, che dovevano per l’appunto testimoniare che il neonato era davvero il frutto di quel grembo regale.
E’ anche da escludere che si trattasse di un figlio naturale di Luigi XIV, perché il prolifico sovrano di figli nati da relazioni adulterine ne ebbe sedici, tutti riconosciuti, e non si capisce dunque perché avrebbe dovuto nascondere il diciassettesimo.
Gli storici contemporanei sono piuttosto propensi ad identificare quello sfortunato con uno dei non molti detenuti presenti nella fortezza di Pinerolo durante il governatorato di Monsieur de Saint-Mars, tutti perfettamente noti.
Fra di loro, eccettuati morti e pazzi, il nome di Eustache Dauger risulta il più probabile.
Arrestato a Calais nel 1669, quest’ultimo fu condotto a Pinerolo sotto eccezionali precauzioni di sicurezza, forse perché a conoscenza di qualche indicibile segreto di Stato probabilmente relativo ai retroscena del trattato di Douves, da poco siglato fra Francia e Inghilterra.
A Pinerolo, Dauger fu messo al servizio di un altro prigioniero illustre, l’ex-ministro delle Finanze Nicolas Fouquet, caduto in disgrazia presso il Re e condannato a scontare l’ergastolo in quel luogo lontano affinché non spifferasse in giro tutto quello che sapeva sul giro di corruzione e tangenti che, insieme a lui, aveva coinvolto il potente Card. Mazzarino e, in ultima analisi, anche il Re.
E’ possibile dunque che i due carcerati, nelle loro chiacchiere, si siano scambiati le scottanti rivelazioni che, se il Fouquet si portò nella tomba nel 1680, condannarono invece il Dauger ad una morte virtuale.
Infatti, affinché non raccontasse ad altri prigionieri o alle guardie carcerarie i segreti suoi e dell’amico, si fece circolare la notizia che fosse stato liberato, quando invece s’era deciso di rubargli l’identità coprendogli il volto con quella maschera.
Fu così che negli ultimi vent’anni circa della sua esistenza, per quei pochi che ebbero a che fare con lui, egli fu “le prisonnier dont le nom ne se dit pas” (cioè “il prigioniero di cui non si pronunzia il nome”) meglio conosciuto dai posteri come “l’Uomo dalla Maschera di Ferro”.
Impara a non affidarti a nessuno e persegui ciò che vuoi essere, ciò che sogni senza farti bloccare da nessuno, soprattutto da te…
Impara a guardare oltre e non soffermarti sperando di essere aiutata, ti diranno che sono con te, ma non lo saranno mai realmente. Quindi conta solo su di te, nessuno potrà farlo solo te potrai e dovrai contare sulle tue forze, dovrai imparare a vivere e ad essere decisa su ciò che vuoi fare.
Quindi tira su le maniche e lascia tutto indietro guardando l’oggi perché dei se, dei ma, del ieri, non fanno più per te e così nel momento in cui avrai imparato a contare sempre e solo sul tuo io andrai via per la tua strada per sempre.
Mia madre mi recitava sempre questo antico proverbio: “La superbia partì a cavallo e tornò a piedi”. E aggiungeva sempre che dovevo stare lontana dalle persone superbe perché sono persone negative e, dunque, nocive per l’anima!
Mia madre aveva ragione. Lei non era una persona dotata di istruzione, ma aveva una straordinaria saggezza. Molti dei suoi insegnamenti li ho ritrovati nella Bibbia o in opere di letteratura come I Promessi sposi del Manzoni.
La saggezza può essere o, meglio, è più grande dell’istruzione. L’istruzione, difatti, è come un abito bello e di buona qualità, ma se non usato nel modo giusto non serve. Si pensi ad un abito di alta moda che è di due taglie superiori alla nostra: in tal caso, seppure bello e di valore, ci viene impossibile indossarlo!
Ebbene, molte persone usano il loro sapere solo come strumento per ergersi ad inquisitore e per denigrare e ridicolizzare coloro che ritengono di condizione inferiore alla loro: un tale uso del sapere è semplicemente mostruoso!
Ci sono persone che salgono in cattedra e da lì non scendono più: credono di avere una sorta di autorizzazione a tempo indeterminato a impartire insegnamenti, quelli che, a loro giudizio, sono gli unici validi perché la validità è stata da loro stabilita.
Credono di avere in mano tutto il sapere di questo mondo, l’unico valido, l’unico incontrastabile, e guai a contraddire il loro pensiero: una sorta di lesa maestà!
Le persone superbe sono facilmente riconoscibili e tutte accomunate dalle stesse, identiche caratteristiche: sono prive di altruismo, sono prive di bontà, sono prive di comprensione verso gli altri, sono prive di qualsiasi capacità di amare il prossimo, cercano di ammantarsi di una umiltà che presto si rivela falsa …
Il superbo è colui che mai è capace di ammettere i propri sbagli; colui che mai è capace di chiedere perdono; colui che per giustificare il proprio operato deve continuamente denigrare l’operato altrui; colui che deve continuamente sminuire gli altri per poter dimostrare il proprio valore; colui che deve trovare negli altri sempre il lato negativo; colui che deve continuamente alimentare il proprio egoismo e per farlo deve andare alla ricerca continua delle lusinghe altrui …
Che dire? Cosa ci sarà dietro la superbia? Un vissuto traumatico? Un difetto “di fabbrica”? Una anomalia del carattere? Difficile rispondere. Per me è un male, un male incurabile: difficilmente “guarisce” chi ne è affetto! E non si dimentichi che la superbia è il peccato più amato dal diavolo e più odiato da Dio!
“Il mio amico non è tornato dal campo di battaglia, signore. Le chiedo il permesso per andare a cercarlo”
disse un soldato al suo tenente.
“Permesso negato”
replicò il tenente
“Non voglio che lei rischi la sua vita per un uomo che probabilmente è gia morto”.
Il soldato senza prestare attenzione al divieto se ne andò e un’ora dopo ritornò, ferito mortalmente, trasportando il cadavere dell’amico. L’ufficiale era furioso:
“Le avevo detto che ormai era morto! Mi dica se valeva la pena andare fin laggiù per recuperare un cadavere?!”.
Il soldato moribondo rispose:
“Certo signore! Quando l’ho trovato era ancora vivo e ha potuto dirmi: ero sicuro che saresti venuto!”
Un amico è colui che arriva sempre, anche quando tutti ti hanno già abbandonato!
C’era una volta, vicino a casa mia, un grande albero di Ippocastano. Si lamentava e gemeva tra le foglie, dicendo di essere solo soletto, intorno a lui non c’erano altri alberi, gli uomini avevano fabbricato case intorno, e avevano sprecato il prato che abbelliva la vista e faceva respirare aria di campagna.
Però la notte Yppo così si chiamava l’albero, veniva visitato da molti gatti di tutti i colori, che passavano la notte a miagolare e a rincorrersi tra i rami.
Era sempre affollato, ed era diventato il ritrovo dove miagolare con altri gatti.
C’era Nerino con il pelo nero e setoso. Lui voleva comandare a tutti, e nessuno doveva dire o fare senza il suo permesso.
C’era Bianchina una gatta tutta bianca con gli occhi azzurri che a detta di molti la rendevano deliziosamente affascinante, se li guardava a tutti con i suoi occhietti storti .
Poi c’era Minou grigio con baffi e pelo molto lunghi, aristocratico e distinto parigino .
E poi c’era Fuffy che non si fermava mai, sembrava una trottola, e faceva girare la testa a tutti.
La compagnia era grande, c’erano anche Giorgetto, Nanni e Niccolò tre siamesi dispettosi e fieri sempre pronti ad azzuffarsi, quando decidevano di divertirsi.
Però tutti erano amici per la pelle e spensierati passavano la notte, giocando a nascondino tra i rami di Yppo. E quando il mattino, il sole spuntava, incominciavano a salutarsi, stiracchiandosi, pronti a far ritorno a casa dai loro amici umani, e dandosi appuntamento per la sera.
Yppo incominciava a lamentarsi e a soffrire di solitudine, quando sopraggiunse un merlo innamorato col becco giallo e incominciò a cantare la sua canzone sulla più alta cima e tenne compagnia per tutto il giorno a Yppo con il suo canto.
E fu così che per Yppo non ci fu più un giorno che si sentì più solo. . .
In un regno lontano, una volta un re mise una grande roccia nel mezzo della strada principale che portava al suo regno, bloccando così la strada. Poi si nascose per vedere cosa facevano i suoi sudditi quando passavano per quella strada.
Non dovette aspettare a lungo. Ben presto passarono alcuni dei mercanti più ricchi e cortigiani del regno, che si limitarono semplicemente a osservare la roccia. Molti rimasero per un po’ di tempo davanti alla roccia lamentandosi e incolpando il re di non mantenere pulite le strade, ma nessuno fece nulla per rimuovere l’ostacolo.
Dopo un po’ arrivò un contadino con un carico di verdure. Rimase un momento ad osservare la roccia e quindi appoggiò il suo fardello sul terreno ai margini della strada. Provò a muovere la roccia con le sole mani ma non ci riuscì, quindi usò un tronco per fare leva. Dopo un grande sforzo, riuscì finalmente a spostare la roccia.
Mentre si chinava per raccogliere il suo carico, trovò una borsa, proprio dove prima c’era la roccia. La borsa conteneva una buona quantità di monete d’oro e una nota del re, che indicava che era la ricompensa per chi avesse liberato la strada.
Gli ostacoli superati rappresentano un’opportunità per crescere come persone e migliorare la nostra condizione. Molte volte i problemi sono opportunità di cambiamento, per riflettere sui nostri modi di fare o inviti a prestare attenzione. Il risultato finale dipenderà dal modo in cui ci avviciniamo ad essi.
Tra i dieci e i venti chilometri, il sabato o la domenica. Camminiamo insieme da quando Sebastian aveva quattro anni. Quando era piccolo stava nello zaino come un frutto o una copertina. Adesso fila via lesto insieme all’amico scout, a fare a gara tra Pokémon e acini d’uva selvatica. Una vigna ribelle, un Barolo anarchico, ha preso spazio irridendo la precisione. Si fa cogliere dolcissima, l’uva scura, in veste di Misero(*), nasconde tesori da papilla dietro l’imperfezione. Esploriamo paesi icone prima che la pioggia ci colga, raccolgo equiseto e mentuccia. Mi accompagna un bastone saggio, il mio serpente d’Eremita.
(Ieri, i sentieri delle Langhe)
(* Misero = carta del Matto nei cosiddetti Tarocchi del Mantegna)
Muniti di cestino partendo dalla ricerca dei funghi o del tartufo e delle castagne , alla celebrazione della raccolta dell’uva. Il foliage resta uno degli spettacoli più belli che l’autunno possa regalare e in Italia ci sono numerosi luoghi per ammirare foliage che promettono di rimanere impressi nella memoria, magari abbinando questa atmosfera magica e rilassante a una serie di attività che vi abbiamo suggerito. Potete organizzare gite fuori porta che vanno da una passeggiata a cavallo fino alla celebrazione delle mele del Molise. Passando per la Toscana, dove è possibile dedicarsi alla cura della vostra persona immersi nell’autunno e i suoi scenari suggestivi e meravigliosi con i suoi colori
Jacopo dal Verme, capitano di ventura, le sue gesta in Alessandria, di Pier Carlo Lava
Alessandria: Continua il nostro viaggio nella storia partendo dai personaggi ai quali è intitolata una strada o una piazza della nostra città, oggi parliamo di Jacopo dal Verme, Alessandria gli ha dedicato l’ultima traversa di via San Giacomo della Vittoria, poco prima di arrivare in piazza Marconi, appunto via Jacopo dal Verme.
Una strada corta, poche centinaia di metri che termina in via Lanza proprio davanti all’entrata del parco comunale intestato a Michele Pittaluga, del quale ne abbiamo già parlato in un recente post. Ma chi era questo personaggio, quale parte ebbe nella storia di Alessandria?, a questo proposito ecco cosa si evince da una ricerca su internet.
Iacopo Dal Verme nacque, probabilmente nel 1350 a Verona, da Luchino e Iacopa di Bonetto de’ Malvicini e morì a Venezia il 12 febbraio 1409. Fu un capitano di ventura, condottiero e abile stratega, una vita breve la sua presumibilmente in linea con l’età media dell’epoca, ma interessante e ricca di colpi di scena. Anche Alessandria fu teatro delle sua gesta quando tornò rapidamente nella nostra città dove arrivò in tempo per fronteggiare il duca Jean d’Armagnac, al soldo fiorentino.
Jacopo Dal Verme disponeva di 2.000 lance e di 4.000 fanti, mentre l’esercito francese contava almeno il doppio di soldati. L’Armagnac, confidando in una rapida vittoria, si lasciò attirare con una parte del suo esercito fino alle mura di Alessandria; qui il 25 luglio venne catturato da alcune colonne viscontee uscite improvvisamente dalle porte della città.
La vittoria del dal verme. fu completa, Armagnac e 500 dei suoi cavalieri vennero catturati e molti altri furono uccisi. Giangaleazzo ordinò tre giorni di festeggiamenti in tutto lo Stato visconteo e il Dal Verme, con il bottino preso ai Francesi, acquistò in Alessandria un gruppo di case e le abbatté per consentire la costruzione della chiesa di S. Giacomo della Vittoria.
Ho lasciato il mio cuore in collina, tra le onde. In un punto imprecisato tra Montesilvano e Penne. Era estate, lo ricordo bene per via delle more. Ce n’erano a bizzeffe, i cespugli carichi da scoppiare. I suoi occhi, la mia dannazione. M’ha preso la mano. Non c’eravamo mai toccati prima. Non ci si crede, cosa fanno sei mesi di conversazioni fitte. Scintille. E quegli occhi che mi si puntavano addosso pungenti come spilli. Poi mi ha chiesto di chiudere i miei e di fidarmi. Era una perfetta sconosciuta, per quanto ne sapessi poteva anche puntarmi una pistola alla tempia e rapinarmi. Invece chiusi gli occhi e mi lasciai andare. E sentii la mia mano affondare in un luogo caldo e cedevole. Poi mi ordinò di aprirli. Vidi la mia mano affondare in una pentola.
Non ho mai capito cosa volesse dimostrarmi. Fu l’ultima volta che la vidi. Dio solo sa se mi manca. E’ andato tutto storto. E non abbiamo più parlato. Mi rimane solo l’odore della sua pelle, le immagini di noi due nudi nello specchio, davanti al letto, lei che era troppo veemente e mi costringeva ogni tanto a riposizionarmi, ehm, in parti riposizionabili.
La stessa terra ha nutrito le pietre che ho scalciato io, e che ha scalciato lei. Abbiamo vissuto quarant’anni nella stessa terra ma non c’eravamo mai incontrati. Almeno, non lo ricordavamo. Magari è successo chissà quante volte, a un concerto, o in piazza Salotto.
Sentivo scorrere nel suo sangue l’acqua del mio mare, nelle sue iridi i riflessi delle pietre adagiate sul letto del mio fiume.
Le nostre anime erano composte della stessa pasta, e quando si sono sfiorate, tutto è stato chiaro.
Ci sono queste stanze, un tempo ospitavano feste e balli straripanti di luce e suoni, ora sono chiuse, le finestre sprangate, i lampadari impolverati come tutti i mobili, coperti da lenzuola un tempo candide. Sono le stanze dei miei sentimenti, fantasmi che si nascondono sotto quelle lenzuola e che nessuno più guarderà.
Attraverso questa vita come fosse un viale nel mezzo di un sogno, senza autentica coscienza, senza autentica percezione, senza poter afferrare per davvero proprio un bel niente. Il tempo suona la sua melodia, nota dopo nota, io avanzo e non riesco a trattenere nulla, neppure le lacrime.
Eppure qualcosa rimane, lo sento quando guardo un fiore resistere alla perfidia del sole senza ombra e del catrame in cui è incastrato, quando sento un bambino che chiama “mamma” o “papà”, quando vedo qualcuno fermo, senza cellulare, immerso in un vecchio e caro libro, quando porto due vestiti alla colletta e devo far la fila per donarli. Ma, sopra ogni cosa, sento che c’è qualcosa nella poesia, un filo invisibile che unisce certe anime, una lieve, lievissima pendenza del piano inclinato su cui l’umanità, da sempre, scorre, che spinge tutti, volenti o nolenti, verso il bello, verso l’alto, verso la pace, verso la gentilezza, verso la solidarietà, verso il buono.
La poesia, per me, serve a questo: spingerci verso il giusto verso.
Riproposta.. ha già 6 anni e va a scuola di batteria.
Si abbandona tra le tue braccia così piccola che ci sta tutta. Tiene gli occhi socchiusi e guarda dritto nei tuoi. Poi, all’ improvviso, ti infila un dito in un occhio.. ma dolcemente, con delicatezza femminile, e solo per afferrare la bimba che vede riflessa. Il fratellino si sarebbe fatto meno scrupoli. Poi gli occhi si fanno sempre più pesanti, quasi una fessura ma da lì sbircia sempre se ci sei. Se proprio si chiudono li riapre subito, per controllare che sei ancora lì. E allora glielo dici che sì, ci sei e non la dai alla befana come in quella ninna nanna e glielo ripeti come fosse un’ altra ninna nanna finchè il sonno vince. Allora la puoi accomodare, e coprirla bene che stia al caldo, metterle una musica, così che impari ad amarla e un bacio in fronte, così che impari ad essere amata.
Mi sono svegliato troppo presto stamattina così che non c’è annuncio del nuovo giorno in cielo solo buio, e ombre dei lampioni sulle case che continuano a non muoversi e altre ancora, che continuano a non esserci l’aria però è fresca e invita a respirarla ma io continuo a fumare guardando il cielo e penso che è inutile tornare a dormire e non so nemmeno che ore sono, che non ho orologio e il telefono è scarico per dimenticanza caduto sotto al divano. Così sto qui, al balcone, e la fantasia è il lampione acceso che disegna le ombre ai muri che continuano a non muoversi e a non esserci nemmeno un po’ di vento che muova gli alberi e le vesti della figura accesa dal lampione. Forse non mi aspettava così presto ma in verità non so nemmeno se è troppo tardi solo sto qui, e aspetto il sole se verrà qualcosa dovrà pur venire fosse anche un lampo di luce e poi ancora il buio e nel lampo vederla passeggiare qui di sotto e salutarmi con la mano e poi sparire. Che faccia luce però è certo, come il suo passeggiare no anzi si vedrà bene quanto non c’è e continua a non esserci almeno nella forma che conoscevo da ragazzo fissata in qualche foto in bianco e nero. Però qui è così calmo, che anche le stelle sorridono dovrebbe restare così per sempre ma già passa la prima auto che mi separa dal Sogno.
C’è un luogo, lungo il Lambro dove l’ acqua accelera la sua corsa scendendo rapide artificiali prende forza e velocità per alimentare la ruota dell’ antico mulino in disuso. L’ acqua spumeggia di bianco mescolandosi all’ aria si insinua in ogni passaggio corrode le pale della ruota che ormai non gira più. Se ti fermi lì, se stai a guardare, dopo un po’ ti trovi a pensare come lei. Ma quando esce dalla strettoia tutto s’ acquieta l’acqua riprende la sua calma, puoi seguire il corso del fiume con lei dalla ciclabile a lato, pedalando senza fretta, e dopo un po’ ti trovi a pensare come lei.
C’è foschia oggi, che confonde le cime dei monti col cielo e il verde salendo cambia pian piano in grigionuvola c’è foschia che nasconde i profili dei monti ma sai com’erano e la memoria li ricostruisce sbagliandoli un po’. Dev’essere così che svaniscono anche i ricordi sfumano piano in un grigio che non so ma sai che c’erano e la memoria li ricostruisce sbagliandoli un po’. Dev’essere così che si scordano i posaceneri come quando vado in cucina per farmi un bel caffè e già che ci sono mi porto anche il posacenere da svuotare prendo la zuccheriera, metto lo zucchero nel bicchierino metto il bicchierino sotto la macchina del caffè e torno sul divano per bermelo in santa pace mi sdraio e mi ricordo del posacenere da andare a riprendere in cucina perchè mica si può bere il caffè senza una sigaretta. Questo quando va bene se no torno in sala con la zuccheriera poi torno in cucina a cercare il caffè, finito chissà come nell’armadietto al posto della zuccheriera e finalmente torno in sala per bermi il caffè se non dovessi tornare ancora in cucina a riprendermi il posacenere. Così svaniscono piano anche i visi, e i corpi e i nomi delle cose svaniscono piano verso un grigionuvola che non so e finchè sai che c’èrano li ricostruisci sbagliandoli un pò poi toccherà inventarli, credo. Spero solo che siano belli.
Questo è il Parco delle Groane. La casa di una foresta dietro casa mia, antica di trecento anni. Mi piace andare a trovare gli alberi la mattina presto, prima di indossare il computer, che a volte è un abito di raso e a volte una camicia di forza. E mi piace farmi trovare dagli alberi, a ogni distanza uguale e diversa della terra dal sole, anch’io uguale e diversa.
Qui ho ambientato, in parte, “Quelle in cielo non erano stelle” immaginando che, in qualche modo, questa foresta camminasse accanto alla foresta di #Chernobyl. Poi ho immaginato che camminasse accanto alla foresta di Vincennes, intorno a Parigi, dove è probabile che avesse cavalcato #ChristinedePizan. Se, come dicono gli scienziati, tutte le foreste del pianeta fossero un’unica grande foresta che ci respira… Una foresta conscia e inconscia, passata e presente, che ci abita fuori intorno e dentro.
da una donna che quasi non conoscevi, ma che improvvisamente è entrata nella tua vita, donandoti la sua intimità più nascosta.
Una conoscenza virtuale, che ti ha fatto capire che la realtà ha tante sfaccettature che alle volte sembrano reali più di quello che viviamo.
Poche parole, unite a delle immagini,
istanti rubati, nel quale compare un nome, che ti sembra impossibile aver udito mentre lei lo pronunciava con le sue labbra e ti rendi conto che sei entrato nel suo cuore senza nemmeno accorgertene.
Istantanee che vanno a costruire un piccolo pezzo di una storia che non hanno cercato, ma che è stata sincera, tanto da farla sopravvivere, nonostante le incomprensioni e diversi modo di “sentire l’altro” in qualcosa che ha colpito entrambi, ma senza mai farsi male, tanto che a dispetto della lontananza,
C’era una volta, vicino a casa mia, un grande albero di Ippocastano. Si lamentava e gemeva tra le foglie, dicendo di essere solo soletto, intorno a lui non c’erano altri alberi, gli uomini avevano fabbricato case intorno, e avevano sprecato il prato che abbelliva la vista e faceva respirare aria di campagna.
Però la notte Yppo così si chiamava l’albero, veniva visitato da molti gatti di tutti i colori, che passavano la notte a miagolare e a rincorrersi tra i rami.
Era sempre affollato, ed era diventato il ritrovo dove miagolare con altri gatti.
C’era Nerino con il pelo nero e setoso. Lui voleva comandare a tutti, e nessuno doveva dire o fare senza il suo permesso.
C’era Bianchina una gatta tutta bianca con gli occhi azzurri che a detta di molti la rendevano deliziosamente affascinante, se li guardava a tutti con i suoi occhietti storti .
Poi c’era Minou grigio con baffi e pelo molto lunghi, aristocratico e distinto parigino .
E poi c’era Fuffy che non si fermava mai, sembrava una trottola, e faceva girare la testa a tutti.
La compagnia era grande, c’erano anche Giorgetto, Nanni e Niccolò tre siamesi dispettosi e fieri sempre pronti ad azzuffarsi, quando decidevano di divertirsi.
Però tutti erano amici per la pelle e spensierati passavano la notte, giocando a nascondino tra i rami di Yppo. E quando il mattino, il sole spuntava, incominciavano a salutarsi, stiracchiandosi, pronti a far ritorno a casa dai loro amici umani, e dandosi appuntamento per la sera.
Yppo incominciava a lamentarsi e a soffrire di solitudine, quando sopraggiunse un merlo innamorato col becco giallo e incominciò a cantare la sua canzone sulla più alta cima e tenne compagnia per tutto il giorno a Yppo con il suo canto.
E fu così che per Yppo non ci fu più un giorno che si sentì più solo. . .
Quella di Seneca è una tra le più complesse e suggestive figure che l’antichità classica ci abbia lasciato in eredità: una personalità poliedrica, con molti tratti che l’avvicinano al mondo moderno.
Seguace della dottrina stoica, Seneca s’impose un ideale di vita ascetica, rigorosa sul piano morale come nettamente emerge dai suoi numerosi scritti i quali però sono in aperto contrasto rispetto al ritratto che di lui forniscono le fonti storiche (Tacito, Svetonio e Cassio Dione).
Fu, come dicono le fonti storiche sopra richiamate, bersaglio di ingiuriosi e velenosi attacchi da parte di molti che gli rinfacciavano di amare, più di ogni altra cosa, il denaro e gli agi di una “dolce” vita.
Nel nobile discorso al Senato, riportato da Tacito(Annales, XIV, 53-54), Seneca prende atto delle accuse e ringrazia Nerone per le smisurate ricchezze elargitegli, ma, orgogliosamente, si dice pronto a restituirle: “Nec me in paupertatem detrudam, sed traditis quorum fulgore praestringor, quod temporis hortorum aut villarum curae seponitur, in animum revocabo”.
Traduzione: “Certo, non vorrò ridurmi in povertà, ma consegnate [quelle ricchezze] il cui splendore mi abbaglia, tornerò a dedicare allo spirito quel tempo prima riservato alla cura di ville e giardini” – Tacito, Annales, XIV, 53-54.
Quanto, poi, alle accuse di non corrispondenza tra le affermazioni della dottrina e gli atti della vita e di incoerenza tra le parole e i fatti, egli rispondeva:
“Aliter, inquis, “lòqueris, aliter vivis”.“Hoc, malignissima capita et optimo cuique inimicissima, Platoni obiectum est, obiectum Epicuro, obiectum Zenoni; omnes enim isti dicebant non quemadmodum ipsi viverent, sed quemadmodum esset ipsis vivendum. De virtute, non de me loquor; et, cum vitiis convicium facio, in primis meis facio: cum potuero, vivam quomodo oportet. Nec malignitas me ista multo veneno tincta deterrebit ab optimis; ne virus quidem istud […] me impediet, quo minus perseverem laudare vitam, non quam ago, sed quam agendam scio, quo minus virtutem adorem et ex intervallo ingenti reptabundus sequar”.
Traduzione: “Tu, dici, parli in un modo e vivi in un altro”; ma questa critica, o esseri maligni e nemici di chiunque è migliore, è stata rivolta a Platone, a Epicuro e a Zenone; costoro, infatti, non dicevano del modo come essi stessi vivessero, ma del modo come dovessero vivere. Io parlo della virtù, non di me;e quando lotto contro i vizi, lo faccio in primo luogo contro i miei: quando potrò farlo, vivrò come si deve. E non sarà certo questa malignità, intinta di molto veleno, a distrarmi dagli ottimi (propositi) ;e neppure questo vostro veleno […] mi impedirà di continuare a lodare non già la vita che conduco ma quella che so doversi condurre; e (non mi impedirà) tanto meno di adorare la virtù e di seguirla sia pure errabondo da una grande distanza” – Seneca, De vita beata, XVIII, 1-3 (La traduzione è mia).
C’è in queste nobili parole la volontà di mettere a nudo la propria anima, confessandone le debolezze e le contraddizioni. “C’è, come annota Guido De Ruggiero, una tensione spirituale a volte così dolorosa che il lettore non può appagarsi del giudizio negativo e sprezzante dei critici ed è portato ad intuire in quel contrasto […] un problema da risolvere, piuttosto che una soluzione già pronta”(Guido De Ruggiero, Angoscia di Seneca, sta in “La Rassegna d’Italia”, Gentile Editore, Milano, 1946).
Certo, evidenti sono in Seneca le contraddizioni, ma, a mio avviso, hanno torto quanti gli rimproverano una deplorevole incoerenza tra il dire e il fare, perché non tengono conto del fatto che Seneca non era soltanto filosofo e scrittore, ma uomo di Stato, soggetto per un certo tempo a tutte le esigenze e le convenienze della politica, spesso costretto a scendere a compromessi o a patti “machiavellici” e sicuramente portato più volte a consentire in cose da cui dissentiva la sua coscienza ma che riteneva necessarie ad un governo che tendesse ad essere “buono”.
In questa prospettiva, io credo, vanno inquadrate e valutate le contraddizioni di Seneca, i cui scritti però sono sempre il frutto di un’esperienza vissuta che va oltre il dato personale e si rivolgono non all’uomo singolo, ma all’umanità intera: che è poi l’insegnamento più fecondo che viene dalla dottrina stoica: quello di aiutare gli uomini a vivere bene, senza perdersi dietro fallaci illusioni e perseguendo l’unico bene, il bene supremo che risiede nella virtù, non nella ricerca del piacere.
Sono temi che avvicinano l’etica di Seneca alla morale cristiana; se non che in Seneca la soluzione dei problemi va ricercata nella sapienza umana piuttosto che in una salvezza che viene dall’alto dei cieli. Quanto alla ricchezza, egli sostiene che essa è uno strumento da usare con saggezza e liberalità, ovviamente per vivere al meglio, ma soprattutto per diffondere il bene ed aiutare i poveri e i deboli: un consiglio/un monito rivolto prima di tutto a se stesso, ma anche un invito ad essere generosi e rispettosi della vita umana, al di là di ogni possibile distinzione sociale.
Di qui, l’insegnamento rivoluzionario di Seneca, il quale fu il primo ad esprimere una ferma condanna contro l’istituto giuridico della schiavitù. Celebre, in tale ottica, il passo sugli schiavi: “Servi sunt: immo homines. Servi sunt: immo contubernales. Servi sunt: immo umiles amici. Servi sunt: immo conservi, si cogitaveris tantundem in utrosque licere fortunam” (Seneca,Epistula ad Lucilium, XLII).
Traduzione: “Sono schiavi: no, sono uomini. Sono schiavi: no, sono compagni di vita. Sono schiavi: no, sono umili amici. Sono schiavi: no, sono piuttosto compagni di schiavitù, se pensi che la fortuna sia concessa ad entrambi nella stessa misura (La traduzione è mia).
Come tutti i grandi uomini, Seneca ebbe le sue debolezze e i suoi vizi. Fu per tanti anni maestro e consigliere di Nerone e conobbe tutti gli intrighi, le perversioni e i crimini di una corte corrotta. Accusato di adulterio con Giulia Livilla (moglie di Marco Vinicio, figlia di Germanico e di Agrippina maggiore e una delle tre sorelle di Caligola), conobbe le amarezze dell’esilio in Corsica; esilio sopportato con grande dignità, come testimoniano le pagine della “Consolatio ad Helviam matrem” in cui egli si sforza di mostrare alla madre che, per il saggio, non esiste l’esilio né gli altri mali.
Mostrò sempre un animo distaccato di fronte alle velenose e ingiuriose accuse che i suoi nemici gli rivolsero nel corso della sua non breve attività politica. Ritiratosi a vita privata nel 62 d.C. e accusato di avere preso parte alla Congiura dei Pisoni per far fuori Nerone, fu costretto da quest’ultimo a darsi la morte (65 d.C.), da lui affrontata con un coraggio e con una serenità che ci ricordano quella di Socrate. Il racconto che ne fa Tacito (Annales, XV, 63-64), richiama per molti tratti le pagine immortali del “Fedone” di Platone.
In conclusione, quella di Seneca fu nel complesso una vita esemplare, fino all’ultimo dei suoi giorni. “Ego certe -scriveva a Lucilio nell’Epistola XXVI– velut appropinquet experimentum, et ille laturus sententiam de omnibus annis meis dies venerit, ita me observo et àlloquor: nihil est, inquam, adhuc, quod aut rebus, aut verbis exhìbimus. Levia sunt ista et fallacia pignora animi, multisque involuta lenociniis: quid profecerim, morti crediturus sum. Non timide itaque componor ad illum diem, quo remotis strophis ac fucis, de me iudicaturus sum, utrum loquar fortia, an sentiam: numquid simulatio fuerit et minus, quidquid contra fortunam jactavi verborum contumacium […] Quid egeris, tunc apparebit, cum animam ages. Accipio conditionem, non reformido iudicium”
traduzione: “Vicino al momento della prova, vicino a quell’ultimo giorno che deciderà di tutti i miei anni, così veglio su me stesso e mi parlo. Fino ad oggi, dico, non ho fatto nulla di sicuro né con gli atti né con le parole, indizi lievi ed ingannevoli dell’animo. Alla morte affiderò il mio profitto. Io mi preparo coraggiosamente a quel giorno in cui, messo da parte ogni artificio, giudicherò di me stesso e farò vedere se il mio coraggio era nel cuore o sulle labbra, se fu simulazione o commedia la mia sfida gettata alla fortuna […] Le opere tue appariranno solo all’ultimo respiro. Io accetto questa condizione: non temo il tribunale della morte“. (Traduzione di Concetto Marchesi, Storia della letteratura latina, vol. II, pag. 239).
E con le parole del Marchesi voglio chiudere questo mio intervento: “Seneca è lo scrittore più moderno della letteratura latina: ed è l’unico che ci parli ancora come fosse vivo nella lingua morta di Roma.[…] Nessuno meglio di lui nel mondo antico seppe parlare a tutti gli uomini dei casi della vita e della morte e nessuno seppe operare grandi cose e scrivere più grandi parole (Concetto Marchesi, Storia della letteratura latina, vol. II, Casa Editrice Giuseppe Principato, Milano, 1957).