Marco Candida: “Tutti gli uomini del Presidente”

“Tutti gli uomini del Presidente” termina con i martelletti di una macchina da scrivere a stampigliare un nome su un foglio: quello di Gerald Ford, successore di Richard Nixon alla Casa Bianca. Che sia, questo dettaglio, il sole tra le nubi, il lieto fine sui generis dell’intera vicenda? Solo un nome su un foglio: Gerald Ford. Messa così la faccenda, viene quasi da sospettare che “Tutti gli uomini del Presidente” sia anche e soprattutto un gargantuesco spot in favore di Gerald Ford. A tal riguardo, è da notare quanto il titolo “Tutti gli uomini del Presidente” (che rammenta anche la storia di delatori “Tutti gli uomini di Smiley” di John Le Carrè) sembri un calco di “Tutti gli uomini del Re” un romanzo di fantapolitica del 1946 di Penn Warren. Ma appunto, se le cose stanno così, chi è in “Tutti gli uomini del Presidente” il Re? Di chi sono gli uomini? Al servizio di quale Re-Presidente? Nixon o Ford? O… Robert Kennedy?

Gerald Ford fece parte della Commissione Warren, che indagò sull’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, avvenuto a Dallas il 22 novembre 1963. Dimessosi Nixon a seguito dello scandalo Watergate, Ford, vicepresidente in carica, prese il suo posto. Governò come Presidente degli Stati Uniti dal 1974 al 1977. “Tutti gli uomini del Presidente” uscì nel 1976. Dunque si può con qualche fondatezza affermare, benché arditamente, che “Tutti gli uomini del Presidente” larvatamente sostenga la figura di Ford ostendendo al pubblico da un lato un Presidente paranoico e pericoloso (Nixon) e nella mano sinistra, invece, un Presidente vero (Ford). Potrebbe essere. Ancorché anche sulla figura di Gerald Ford penda inesorabile qualche pregiudizio.

Dopo che Lee Harvey Oswald fu ucciso con un colpo di pistola da Jack Ruby, il 29 novembre 1963, il neopresidente Lyndon Johnson creò una commissione di indagine formata da sette commissari e affidò al presidente della corte suprema Earl Warren (da non confondersi con Penn Warren) il compito di presidente della commissione d’indagine. Anche Ford, come detto, faceva parte della Commissione Warren. Il guaio è che tutto ciò che acclarò tale commissione non fu per niente acclarante l’assassinio Kennedy rimanendo a tutt’oggi, detto assassinio, un gran pasticcio.

Così come per lo scandalo dei “Pentagon Papers” magistralmente raccontato da Spielberg nel film “The Post”; così come per lo scandalo “Watergate” raccontato altrettanto magistralmente da Alan Pakula in “Tutti gli uomini del Presidente”; allo stesso modo il Washington Post giocò un ruolo fondamentale anche nella costituzione della Commissione Warren. E quando diciamo Washington Post, (seppure, ai tempi della costituzione della Commissione presieduta da Earl Warren, Bradley lavorasse ancora per il Newsweek), diciamo eminentemente Ben Bradley, redattore esecutivo del rilevantissimo giornale di Washington. Fu lui (amico intimo di John Fitzgerald Kennedy e di Bob Kennedy) il grande avversario di “Tricky Dick” Nixon (vicepresidente nell’era Eisenhower e già messo, all’epoca, in stato di accusa per acquisizione di fondi illegali, da un “The Post”, ma non di Washington, bensì di New York: il New York Post); e in una scena di “Tutti gli uomini del Presidente” Carl Bernstein interpretato da Dustin Hoffman lo sbatte in faccia, a Ben Bradley, di agire solo a esclusivo vantaggio dei Kennedy.

La presenza di Bradley sia nel film di Spielberg che in quello di Pakula (vincitore di svariati Oscar) fa sì che si possa intendere “The Post” il prequel di “Tutti gli uomini del Presidente” o “Tutti gli uomini del Presidente” il sequel di “The Post”, benché il primo uscito nel 1976 e il secondo nel 2017. Di sicuro, l’attivismo di Bradley, la sua capacità di influire sull’opinione pubblica, ed essere, forse, la longa manus dei Kennedy, il “braccio armato”, ha dato origine a una saga comprendente non pochi capitoli.

Lo scandalo Watergate è un classico del giornalismo. Solo per fare qualche esempio, in “Cronisti d’assalto” di Ron Howard al termine di una movimentata riunione di redazione nei locali del giornale newyorchese “The Sun” un giornalista, alla fine della sua forse non troppo esaltante carriera, afferma di avere per le mani il suo “Watergate”… accolto da una salva di fischi. Ogni giornalista americano che si rispetti sogna il suo Watergate, insegue il suo Watergate. Anche nel film “Il rapporto Pellican” tratto dall’omonimo romanzo di John Grisham (diretto, in verità, dallo stesso Pakula) si fa riferimento allo scandalo Watergate, raccontando il romanzo, in effetti, una storia sullo stesso schema dello scandalo Watergate. Persino l’Overlook Hotel e i fantasmi di Shining del nixoniano pentito Stephen King potrebbero allegoricamente far riferimento al Watergate.

Il Watergate è infatti un complesso edilizio di Washington che ospita il Watergate Hotel, dove furono effettuate le intercettazioni (la famosa effrazione del 17 giugno 1972) che diede inizio allo scandalo. I due reporter del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein incominciarono un’inchiesta che portò all’impeachment di Nixon e alle susseguenti dimissioni in una delle pagine più affascinanti e misteriose della storia politica americana.

Film assolutamente da manuale, “Tutti gli uomini del Presidente” mostra: a) quanto fondamentali siano le domande: e la domanda giusta è quasi sempre la domanda scomoda; b) quanto sia importante separare i fatti dal puro rumoreggiare.

Link all’articolo redatto dal sottoscritto all’interno di questo profilo sul film di Steven Spielberg “The Post”:

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