LA PIU’ FEMMINEA, di Marco Galvagni

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LA PIU’ FEMMINEA

Sei giovane e più preziosa del quarzo,

la più penetrante d’ogni pensiero

che solchi la frescura del corpo,

la più femminea tra le stelle,

colei che s’è svincolata

dalle sponde d’un ghiacciaio.

I frutti della terra nel sole

hanno fiammeggianti colori-

tu l’illumini col tuo amore

e per accendere la mia vita

i tuoi

baci non cercano altre labbra,

a ruota libera ne giunge il respiro.

Ogni aurora è schiusa come uno sguardo

alle delizie del tuo ideale calore,

in una nuvola di torpore

una nuvola di carezze

d’una donna di panna

luna che occhieggia.

Prigioniera fedele e intelligente,

socchiudi un mondo cangiante e fino,

un universo tiepido e dolce

sotto le nuvole delle tue palpebre

nel solo sorriso d’un bacio

perché sei donna in ogni tua stilla.

Me Piemont – Paglierina

Paglierina

La paglierina è un formaggio di latte vaccino. È stato incluso tra i prodotti agroalimentari tradizionali (P.A.T.) piemontesi.

Storia

L’origine del formaggio è certamente antica. Il nome richiama la tradizionale conservazione sul fieno o sulla paglia, i cui steli lasciavano caratteristiche striature a graticcio sulla crosta del formaggio. L’attuale nome è stato coniato nel 1891 da Cesare Quaglia, proprietario di un caseificio di San Francesco al Campo.

Diffusione

L’area di produzione comprende le province di Torino e Cuneo.

(Fonte: Wikipedia)

In attesa del mare, di Rosalba Di Giacomo

In attesa del mare

grava il silenzio e ci avvolge

come invisibile cappa.

È un foglio trasparente

di carta velina,

l’aria che ci circonda.

Un fremito scuote l’acqua

quando il vento la sfiora

e la increspa.

Forse,

anche il cuore ha un brivido

che resta nel profondo

e tosto s’accheta.

Risuona l’antica melodia dell’onda

con ritmi grevi e profondi;

con primordiali note

scaturisce dalle viscere

dell’eterno.

Eterno è il ritmo

e noi fragili, immoti, frastornati,

in attesa

sotto la cupola azzurra che ci circonda

Pesanti i passi fra noi e il mare.

Dietro un candido velo

occhieggia bonario il sole.

Rosalba Di Giacomo

L’Italia sono anch’io, incontro con Sabrina Efionayi e Anna Osei giovani scrittrici

Sabato 17 settembre ore 17.30c/o Sala Multimediale Laboratorio Civico ANPI/CGIL – via Faa di Bruno 39

L’Italia sono anch’io

Incontro con Sabrina Efionayi e Anna Osei giovani scrittrici

Conduce Zoe Kandil

L’intervista a due giovani scrittrici, Sabrina Efionay e Anna Osei, condotta da una giovane universitaria Zoe Kandil, che ha collaborato al progetto Nello specchio del tempo”, per dare voce alle seconde generazioni, anche attraverso la tavola rotonda che vedrà in un secondo tempo coinvolti l’Assessora alle Politiche giovanili e multiculturalità del Comune di Alessandria, Vittoria Oneto, il dirigente scolastico Michele Maranzana e il rappresentante del Forum Tavolo Migranti di Casale M. Claudio Debetto.

Sabrina Efionayi è una giovane autrice e podcaster di origine nigeriana nata e cresciuta in provincia di Napoli. Cresciuta con il peso della discriminazione, vittima di uno sguardo che l’ha fatta sentire diversa per il colore della pelle, Sabrina ha iniziato a scrivere alle scuole superiori con lo pseudonimo di “Sabrynex”, raccontando storie di ragazze bianche, lontane dalla sua verità. 

Sono nata a Castel Volturno nel 1999 da madre nigeriana ma cresciuta in una famiglia napoletana a cui sono stata affidata a pochi giorni dalla nascita. Studio Culture digitali e della comunicazione presso l’Università Federico II di Napoli, mi sono sempre interessata ai temi della discriminazione, razzismo e disuguaglianze sociali. A sedici anni ho iniziato la pubblicazione dei miei tre romanzi per la Rizzoli, OVER (2016) OVER 2 (2016) e #TBT Indietro non si torna (2017). Ho deciso successivamente di lasciare i romanzi young adult e di cimentarmi in una scrittura più realistica e autobiografica, che possa dare voce  ai ragazzi italiani nati da genitori stranieri che non vengono riconosciuti in quanto tali.”

Racconta la sua storia nel libro “Addio, a domani”, edito Einaudi e nel suo podcast “Storia del mio nome”, prodotto da Chora Media.  

“Addio a domani” è un romanzo autobiografico. è la storia di una ragazza con due madri, una biologica e l’altra affettiva e due famiglie: una in Italia e l’altra in Nigeria. È il racconto della costruzione di un’identità, punto di incontro tra due culture. 

Anna Osei, giovane autrice mantovana, classe 1999, conclusa la maturità si trasferisce nel Regno Unito, dove risiede attualmente, per studiare e laurearsi in Diritto Internazionale. Nel 2017 ha pubblicato per Europa Edizioni il libro autobiografico Destinazione sostanza. Nel 2021 è uscito per Mondadori Sotto lo stesso sole, un romanzo in cui le esperienze vissute dalla protagonista, la ventenne Marlene, aprono spaccati su temi come il razzismo, la discendenza e l’innamoramento.

“Il titolo è per me molto importante: viviamo in una società in cui continuiamo a dirci “siamo tutti uguali”. In realtà penso che questa frase discrimini: è giusto mettere in risalto le nostre diversità sotto lo stesso sole, l’unica cosa che ci accumuna è che siamo sotto lo stesso sole, è la nostra unica costante. Anche nel libro si tratta di differenze: economiche, sociali, culturali: dobbiamo renderle speciali ricordandoci che l’unica cosa che ci accomuna è che viviamo sulla stessa terra e vediamo il sole sorgere e tramontare.”

Venerdì 16 settembre si apre ufficialmente la 61a Festa del Vino del Monferrato Unesco

Venerdì 16 settembre si apre ufficialmente la 61a Festa del Vino del Monferrato Unesco

Nel fine settimana Casale Città Aperta, mercatini, mostre, musica e fuochi d’artificio

Si aprirà alle ore 18,00 di venerdì 16 settembre la sessantunesima Festa del Vino del Monferrato Unesco, di Casale Monferrato. Evento atteso da due anni, dopo lo stop forzato per la pandemia.

Una festa che porterà al Mercato Pavia le eccellenze enogastronomiche monferrine, e non solo, con oltre venti aziende vitivinicole e oltre trenta Pro Loco che proporranno gustosi piatti venerdì 16 e 30 settembre dalle 18,00 alle 24,00 e sabato 17 settembre e 1° ottobre e domenica 18 settembre e 2 ottobre dalle 10,00 alle 24,00 con orario continuato.

I posti a sedere disponibili sono 4 mila, ma sarà possibile anche il servizio da asporto per potersi portare direttamente a casa le tipicità del territorio. Per conoscere i menu, le aziende e tutte le iniziative legate alla Festa del Vino del Monferrato Unesco è possibile consultare il sito http://www.festadelvinodelmonferrato.it.

Venerdì 16 protagonista anche il Castello del Monferrato, che sarà per tutto il mese al centro di iniziative ed eventi legati al vino. Alle ore 16,00 si inaugurerà l’attesa mostra Il rosso e l’oro: i colori del vino nell’arte di Colombotto Rosso, la mostra allestita nelle sale del secondo piano in collaborazione con il Comune di Pontestura e che rimarrà aperta, a ingresso gratuito, fino al 25 settembre i sabati e le domeniche dalle 10,00 alle 13,00 e dalle 15,00 alle 19,00.

Come ha spiegato la curatrice Milena Zanellati: «Il rosso e l’oro, i colori del nostro vino, del vino del nostro Monferrato. Il rosso che rappresenta la passione, l’amore, il dolore, il tramonto; l’oro che rappresenta la regalità, l’eccellenza, l’opulenza… colori che troviamo nei nostri vini e che spesso troviamo abbinati all’arte. Ed è proprio questa declinazione che andiamo a proporre: i colori del vino nell’arte di Colombotto Rosso, con i rossi sanguigni e i fondi oro degli anni Novanta».

La giornata si concluderà con il concerto dei Voglio Tornare Negli Anni 90 in piazza Castello: ballerine, Dj, frontman, mascotte e tantissimi effetti speciali a partire dalle 22,30 per una serata all’insegna della musica.

Giornata ricca di appuntamenti anche quella di sabato 17, a partire dall’edizione speciale di Casale Città Aperta, l’iniziativa per ammirare i principali monumenti e musei cittadini che proseguirà anche nella giornata di domenica, con la possibilità di partecipare a una passeggiata con i volontari di Orizzonte Casale alle ore 15,30 con partenza dal chiosco di piazza Castello. Info su http://www.comune.casale-monferrato.al.ti/cca.In piazza Mazzini, invece, appuntamento mensile dalle 8,00 alle 19,00 con il mercatino biologico Il Paniere, con un’edizione speciale dedicata ai vini biologici del territorio, mentre nei vicini Portici lunghi di via Roma ci sarà l’ormai tradizionale Tavolozza settembrina del Circolo Ravasenga, con l’esposizione dalle 10,00 alle 19,00 delle opere di Accornero Ernesto, Aimo Pierfranco, Arjuna Manu, Berruti Francesco, Carelli Ivaldo, Cavalli Gianpaolo, Cici Simona, D’Adda Giuliana, Defrancisci Giovanna, Enrico Paolo, Gamba Carla, Ippolito Leonardo, Marotto Raffaella, Morbello Franco, Nardin Alessandro, Oppezzo Ermes, Patrucco Massimo, Pelizzaro Maria, Peruggia Nicoletta, Pessina Fernanda, Roggero Maria Rosa, Sperone Enrico, Scagliotti Guglielmina, Talio Maria Pia, Zannol Piero.

Nell’ex chiesa della Misericordia, in piazza San Domenico, proseguirà nel fine settimana Un artigiano pittore il percorso espositivo dell’artista Renzo Rolando aperto fino 18 settembre il sabato dalle 16,00 alle 19,00 e la domenica dalle 10,00 alle 13,00 e dalle 16,00 alle 19,00.

E sempre a proposito di mostre, al Castello del Monferrato, oltre al percorso dedicato a Colombotto Rosso, proseguirà nella sede del Centro Doc Paolo Desana la mostra Vigneti e vendemmia in Monferrato, l’esposizione di fotografie a cura del Circolo Culturale Piero Ravasenga che resterà aperta fino al 25 settembre i sabati e le domeniche dalle 10,00 alle 13,00 e dalle 15,00 alle 19,00.

Stessi orari per la nuova mostra di Maria Rita Vita che inaugurerà alle ore 17,00 di sabato nel Salone Marescalchi dal titolo VitaVentidue, curata da Luisa Pavesio. Evento che sarà annunciato e preceduto da un flash mob a cura della Compagnia di danza flamenca Asd Genova Flamenco, fondata dalla nota danzatrice andalusa Carmen Valverde e attualmente guidata dalla figlia Bruna Learchi. Lo spettacolo si svolgerà nel cortile interno della fortezza. 

A seguire la performance di Alex Leon, violinista italo-romeno che eseguirà brani di sua creazione e la proiezione del cortometraggio Lady Lady Lady del regista genovese Gabriele Massardo. All’inaugurazione sarà presente anche l’enologo Donato Lanati.

La mostra resterà aperta fino al 02 ottobre i giovedi e i venerdi dalle 15.00 alle 18.00, i sabati e le domeniche dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 19.00.

Alle ore 19,00 nel Chiostro di Santa Croce tappa casalese del festival Fragole e Pomodori – incontri, spettacolo e ciboche prevede l’apertura musicale degli alunni del conservatorio Vivaldi Cecilia De Lazzaro, Jessica Briasco e Francesca Pia Roca in Mondine, sempre e, a seguire, lo spettacolo di danza e teatro L’altra parte del filo a cura della Asd Arabesque.

Il primo sabato della Festa del Vino del Monferrato Unesco si chiuderà alle 23,30 con i fuochi d’artificio dell’atteso spettacolo piromusicale che avvolgerà il Castello del Monferrato.

Domenica 18 torna  dalle 9,00 alle 19,00 il mercatino Doc Monferrato – Tipico & Shopping organizzato dal Consorzio Casale C’è in collaborazione con Botteghe Storiche nelle vie del centro storico.

Vie del centro che accoglieranno in mattinata anche i passeggeri del treno storico che giungerà da Milano a Casale Monferrato, via Mortara. Biglietti ancora disponibili alla pagina http://www.vivaticket.com/it/ticket/treno-storico-milano-casale-a-r/187734. Un’iniziativa organizzata dal Comune in collaborazione con la Fondazione Fs.

Il Castello del Monferrato sarà anche per la giornata di domenica il centro di eventi legati al vino e all’enologia, a partire dal primo appuntamento di La Doc è nata in Monferrato, racconti e proiezioni video sulla grande storia della Doc a cura del Comitato Casale Monferrato Capitale della Doc. Nel Salone Marescalchi alle 10,30 si parlerà di Il Monferrato è il circondario più vitivinicolo del Regno Sabaudo.

Alle 17,00, questa volta nel salone del secondo piano, sarà presentato il libro di Roberto Tentoni Piero Amarotto – Il gusto per la vita, una vita per il gusto. Come si legge nella quarta di copertina: «Ci sono momenti e parole che rappresentano una pietra miliare nell’esistenza di una persona, occasioni che non si dimenticheranno mai più, che restano una spinta costante a fare bene e a migliorare, un conforto nei giorni bui».

Nell’ex Cappella, infine, alle ore 18,30 incontro dedicato alla cultura del vino del Monferrato nelle sue varie sfaccettature, con degustazione alla cieca, organizzato in collaborazione con Assessorato all’Agricoltura, Consorzio Colline Monferrato Casalese e Delegazione di Casale Monferrato dell’Associazione Italiana Somellier.

In questo primo appuntamento, dal titolo Bollicine del Monferrato, si scoprirà come il Monferrato, terra di vini rossi, negli ultimi anni presenta svariate versioni di vini spumante che possono competere con le analoghe tipologie blasonate.

Degustazione “alla cieca” di tre spumanti del Monferrato e un intruso “illustre” di una zona vocata d’Italia. In abbinamento la Muletta Valle dei Frati. Al termine presentazione di: I Crù di Enogea – zone e vigneti del Monferrato casalese e Corso Primo livello Ais Casale.

Info, costi e prenotazione (obbligatoria entro il 16 settembre): info@vinimonferratocasalese.it o Whatsapp 340 9443635.

Domenica, infine, giornata dedicata al MonferVINUM – Enotrekking in Monferrato, le passeggiate tra le vigne promosse dall’Ecomuseo della Pietra da Cantoni, con incontri in cantina con i produttori e degustazioni dei vini monferrini. Il primo appuntamento sarà alle 10,00 con partenza dall’Azienda agricola Cascina Allegra di località Cascina Serra dei Monti di Ottiglio. Per info, costi e prenotazioni 348 2211219 o info@ecomuseopietracantoni.it – chebisa@virgilio.it.

Per rimanere aggiornati sulla Festa del Vino del Monferrato Unesco e le iniziative in programma nel mese di settembre in città: http://www.festadelvinodelmonferrato.it

Casale Monferrato, 13 settembre 2022

Il presente comunicato è redatto in modo impersonale (senza nomi e virgolettati) secondo quanto disposto dall’art.9 c.1 della legge n° 28 del 22 febbraio 2000 in tema di par condicio nei periodi pre-elettorali.

Mare mare mare, di Franco Bonvini

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Mare mare mare

 franco bonvini  Pensieri  

Certo il mare è bellezza
bellezza infinita come i suoi orizzonti
e spiaggie che quasi non ne vedi la fine
e urla e biancheggia, sì
e a volte se ne sta in silenzio o arrossisce
se ci stai in mezzo, circondato da orizzonti sembra non finisca mai
anche se poi finisce.
Bellezza sopportabile.
Ecco quello che manca lì, per me nato al lago è la sopportazione.
Seduto sulla riva del lago, nel tuo angolo di sempre, devi sopportarne la voce
e le confidenze che ti fa in quei pochi metri quadri di spiaggia sassosa
quelle sì sono infinite
e sopportare è ritorno all’innocenza ma piena di mancanze.
Eppure le mancanze sono sempre dietro la montagna alle spalle
o a quella di fronte.
Così si vince la mancanza di lei
sempre in qualche antro di lupa dietro le scavalcabili montagne.

Stupidata mattutina, di Franco Bonvini

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Stupidata mattutina

 franco bonvini    5 settembre 2022 1 Minute

Da Ugovizza verso Chiusaforte non è che ci fosse stata una gran movida
solo qualche bar, qualche osteria
ma tante ombrette lungo la via.
Da Chiusaforte verso Ugovizza poi era la stessa cosa
solo la via un po’ più difficoltosa
per altre ombrette, ancora, lungo la via.
Se ti fermavi un po’ a Pontebba c’era la mensa della ferrovia
si mangiava una lasagna uguale uguale a quella della caserma mia
a dartela però era una bella cameriera
e non un militare di fanteria.
Sì lo so sono ricordi
ma non sono da dimenticare
e la lasagna è buona secondo chi te la fa mangiare.

CIAO PAPA’, di Silvia De Angelis

CIAO PAPA’

Giaceva nell’altare solitario

quell’oggetto dimenticato

referto d’un tempo diafano

allacciato al rito genitoriale

in costante orizzonte…

Nella beffa friabile del fato

si disallineano paradigmi di logica

rilasciando insani detriti

e grigi artifici in bilico

sull’orma del tallone.

In quel capogiro che gira all’inverso

ho ritrovato quel tuo amuleto obliato

ora cosmico rifugio

nel colpo d’occhio quotidiano

mentre sancisco il mio sollievo

e tu da qualche parte, ridi!

@Silvia de Angelis

https://deangelisilvia.blogspot.com/

LETTERA AL LETTORE, di Rebecca Lena

LETTERA AL LETTORE

 · di Rebecca Lena 

Forse non ho nulla da dire. 

O almeno, ricevo continuamente informazioni, così tante che non le digerisco e le caco tutte intere. Circondata da opinioni triviali che mi mettono continuamente angoscia e nausea, idee-stampino, musica altrettanto prevedibile. Sai, mi spaventa tanto la necessità di doversi esprimere a tutti i costi, soprattutto quando le idee si propinano di bocca in bocca, di post in post, come regali riciclati, sgualciti, surrogati di valori plastici, franati da una discarica. 

Nella vita di ogni giorno infatti mi appello al diritto di non aver niente da dire, sono piuttosto muta nella convivialità, nella scrittura invece, all’estremo opposto, mi appello al diritto di dover dire tutto e tutto insieme, attraverso il racconto di non-storie, deliri psicologici con finali interrotti che lasciano quella vaga sensazione che manchi qualcosa. Non soddisfacenti li definirei. Tu stesso l’hai detto, che leggermi ogni volta è come trovare un messaggio in una bottiglia in mezzo al mare: inizialmente l’euforia di stappare, sfilare il pezzettino di carta malmesso, intravedere alcune parole e poi, di colpo, la delusione di non riuscire ad afferrare nulla ad una prima lettura. Godo un po’ del tuo fastidio. Giuro, godo come quando piangono i bambini viziati. 

Odio il consumismo di storie; la letteratura, l’immagine, la musica per distrarre. Tutto ciò che cattura il lettore dentro un vortice accattivante di intrighi e colpi di scena. E lo soddisfa, almeno per pochi secondi.

Il senso profondo delle cose non è afferrabile in modo immediato, lo sai, bisogna guadagnarselo attraverso lo sforzo di una concentrazione che oggigiorno sembra un talento per pochi.

Quante cose soddisfacenti ci capita di leggere ogni momento, ci compiacciono per cinque secondi, e poi subito dimentichiamo? Vastità di emozioni conficcate dentro l’aforismo spicciolo del post, e che sopravvivono per pochissimo, giusto il tempo di uno swipe.

Lo dico a te, ma mi rivolgo soprattutto al cattivo consumatore che è in me (ci piace condannare gli altri proprio quando ci si sente in colpa in primis). 

Ti dico: la distrazione verso la leggerezza è sempre più attraente, ma è una sconfitta. Ci impedisce di gustare davvero la complessità, di unirsi ad essa. Ci allontana dall’amarezza di non capire, che fa bene, anche se non sembra, perché ridimensiona l’anima. 

Le cose complesse purtroppo non sono commerciabili, non attirano l’attenzione, non circolano, si oltrepassano senza nemmeno accorgersene.

Forse basterebbe respirare, intendo soffermarsi ogni tanto sopra un lungo respiro diaframmatico che ossigena e ristabilisce il tempo naturale. Ma di questo ti parlerò più tardi.

Qualche anno fa ho intrapreso un percorso di corrispondenza con i materiali, con i sogni, con i fenomeni tutti, in un processo di interazione reciproca, per non dire dialogo farraginoso, sfuggente persino a me stessa. Ma lento, concentrato, ed è solo là dentro che oggi mi vedo, anzi mi intra-vedo. Non in mezzo a due cose (realtà e sogno), bensì lungo il processo liquido che le unisce, che sfrangia i loro argini con un movimento imprevedibile e disomogeneo. 

Bada bene, non parlo di un ponte fra la realtà e il sogno, ma di un nuotare in mezzo, lungo di essi. Ecco da dove provengono questi testi brevi e sbiaditi.

Ingold dice che esistono due tipologie di pensiero: il pensiero che unisce le cose e il pensiero che si unisce alle cose, il primo semplicemente connette due cose finite, il secondo si unisce al movimento impulsivo delle cose in continua e spontanea evoluzione. 

Forse tento di giustificarmi quando dico che è molto probabile che mi perda, quando mi unisco alle cose, e nel raccontarle non trovi un finale ad effetto, o un messaggio chiaro; non so guidarti in un luogo sicuro, piuttosto ti abbandono in una grotta buia. Ma in fondo cosa importa? Non ho aforismi chiari, definitivi, che risolvano le tue ansie, piuttosto ho tutta un’altra serie di altri dubbi e incertezze da proporti.

Qui dentro, in questo catalogo di emozioni e torpori, conchiglie e rametti, è come se mi divertissi a scolpire piccole statuette antropomorfe non completamente definite. Nel loro cuore innesto una manciata di emozioni drammatiche, alghe, deliri psicosomatici (meglio abbondare), per vedere quanto presto prendono vita e fuggono via alla ricerca di un loro simile. Le guardo correre lontano, verso la battigia, poi inghiottite da un’onda. Le ritengo piccole figlie votive che osservo nascere e morire con diletto – e, anche se non sembra, con distacco – come uno spiritello a metà fra il divino e il demoniaco.

Ti dico anche: cercare e interpretare strutture. 

Forse è un sintomo di apofenia, forse no. 

I fenomeni naturali per me sono frasi psicologiche da interpretare, i sogni di qualcuno che ci ingloba nella sua creazione. Oppure sono i nostri sogni, il mio specialmente – e il tuo se ti proietti nella prima persona – che fuoriescono dal groviglio della coscienza per connettersi alle cose. Bisogna soffermarsi su di essi per capire gli schemi che ci sorreggono, le emozioni celate.
Anche se a volte non mi è chiaro chi genera chi. Se sono le cose del mondo a rappresentare – attraverso testure, forme, luci – le sensazioni già presenti nell’animo, oppure sono quelle stesse cose fisiche a suscitarle completamente. Prendo l’esempio di un quadro, la sua contemplazione provoca emozioni nuove oppure tira fuori emozioni già presenti ma involontariamente nascoste (dato che l’osservatore e il quadro sono intrinsecamente connessi già alla nascita)?

Forse l’uomo e la natura si palleggiano emozioni a vicenda, da sempre, divenendo l’uno l’immagine dell’altro. 

Quando guardo il mare e mi concentro sul rimescolio di parole che produce, non ne afferro di certo il linguaggio e il senso, che forse non è importante, piuttosto la cadenza ritmica, lo sciabordio di suono, immagine, olfatto, in cui poter abbandonare il processo incessante di produzione di pensieri; mi sembra d’un tratto di respirare. 

Quando scandaglio il letto di un fiume e mi poso su ogni pietra, ogni pezzetto di ramo o foglia, ogni schifezza di ruggine o residuo plastico, in cerca di qualcosa che non so ma che spero abbia un valore e poi faccio un vuoto nella testa per diventare pura ricerca e d’un tratto la trovo – forse perché eravamo già connesse prima di trovarci – ma non so bene cosa sia, talmente è levigata dall’acqua quella cosa, ecco, quando mi fermo ad osservarla in ogni sua insenatura e la stringo nella mano come un amuleto: mi accorgo finalmente di aver respirato.

Senti quanto sia benefico concentrarsi, perché amplifica lo spazio, quanto sia energizzante scavare significati in balia di una tempesta di parole, anche sconosciute, farsi guidare nel nulla, creare un senso oppure un non-senso, fino a trovare un oggetto, o un’immagine, o un suono, ovvero un’interruzione del processo, improvvisa e non definitiva come la morte.

Spero che tu, in questa raccolta, riesca a trovare qualcosa di importante, anche solo un piccolo reperto, magari un po’ sbiadito, malmesso, ma che col giusto tempo e la giusta attenzione possa trasformarsi, un giorno, nel tuo talismano del respiro.

Racconti della Controra è disponibile su:

 IBS    ||  FELTRINELLI  || AMAZON

PER VOLARE… di Silvia De Angelis

PER VOLARE….

Animatore d’un loto sfiorito

s’addentra pacato

un sipido sentore d’autunno

artificioso come il passo delle nubi

sfiancate nel deciduo di gocce a venire.

Fragili acustiche di volatili

stornano il timone d’alberi

smagriti nelle scorie aranciate

balbettanti come un allegro infante.

S’intrufola nell’abito improvvisa

una folata di vento

mentre il fiato sospira

in un luogo lontano

ritrovando il tempo e il senso d’una storia

vibrante su un far di scapole per volare…

@Silvia de Angelis

https://quandolamentesisveste.wordpress.com/

LA MIA VOCE, di Paola Varotto

LA MIA VOCE

Avrai parole da ricordare

quando non udrai più

la mia voce, che ti porteranno

ancora speranza e, rinnovati

desideri.

La sua eco, risuonerà

nelle stanze della tua mente

e tu, non chiuderai le porte

per non sentirla.

Ricorderai ogni sfumatura

ogni singola tonalità

anche quella che non apprezzavi

anche quella di quando sbagliavo.

Avrai lacrime, per quella voce

che vorresti incidere sulla pelle

rinchiudere in un cassetto

trattenere fra le mani

come una carezza perenne!

Avrai rimpianti per quella voce

quella che sussurrava il tuo nome

lo ripeteva come un mantra

una lezione da imparare.

Avrai rimorsi per le lacrime

che sentivi in quella voce, che

non riuscivi a consolare.

Avrai.. avresti… hai..

Ascoltala ora, questa voce

che ancora puoi sentirla

trattenerla… amarla!

©copyright L.63371941

Paola Varotto

Cos’è l’amore: alla ricerca del suo significato, di Cinzia Perrone – Autrice

Cos’è l’amore: alla ricerca del suo significato

In tanti hanno provato a spiegarlo, ma ancora oggi resta un concetto senza definizione. Forse è anche questo il bello dell’amore: il suo eterno alone di mistero.

I poeti scrivono su questo argomento senza sosta. Allo stesso modo, cantanti, filosofi e romanzieri non possono che essere affascinati da questo tema così vasto e complesso, che sfugge a qualsiasi definizione univoca. Il termine “amore” ha sempre fatto parlare, a volte anche discutere, proprio per la sua difficoltà e astrattezza. “Che cos’è l’amore?” è una domanda che si pongono in molti, ma in pochi sono riusciti a trovare una risposta condivisa da altri, dato che essa può variare a seconda delle differenti discipline, dalla filosofia alla psicologia, fino alla scienza e alla poesia.

Tutti pensano di sapere che cosa sia l’amore, ma la verità è che in pochi realmente ne conoscono il significato. Innanzitutto, l’amore, quello vero, non è un’emozione, bensì un sentimento. Quest’ultimo si differenzia dalla “semplice” emozione per la sua durata: infatti, un sentimento dura nel tempo, si costruisce giorno per giorno e non è istantaneo e passeggero come l’emozione. L’amore nasce sì spontaneamente, ma va nutrito e coltivato con il passare del tempo.

Se cercassimo la sua definizione esatta sul vocabolario, troveremmo questo: «Sentimento di viva affezione verso una persona che si manifesta come desiderio di procurare il suo bene e di ricercarne la compagnia». Per quanto corretta possa essere, non potrà mai soddisfarci perché l’amore è sicuramente molto di più. È il sentimento delle contrapposizioni, nel suo essere sia irrazionale, perché quando ci “colpisce” non lo possiamo controllare, ma è anche logico. Lo è poiché tocca sia il cuore che la mente. Infine, è un affetto sia spirituale che fisico.

L’amore è tutto e il contrario di tutto, è un sentimento completo che ci completa.

I COLORI DI SETTEMBRE, di Mirella Ester Pennone Masi

I COLORI DI SETTEMBRE
Grazie,
dolce Settembre
tu ancora mi doni
il verdeggiare delle selve
Grazie,
per la fugacità dello scoiattolo
la lentezza della lumaca
e il mare con i giochi dei delfini
Grazie,
a te Madre natura
sebbene i tuoi eventi violenti
talvolta mi fanno paura
Grazie,
anche a te mite sole campagnolo
che ancora generoso accendi
l’ ultimo splendore sull’erba
di pagliucole d’oro
*
LOS COLORES DE SEPTIEMBRE
Gracias,
dulce septiembre
todavía me das
el enverdecimiento del bosque
Gracias,
para la fugacidad de la ardilla
la lentitud del caracol
y el mar con juegos de delfines
Gracias,
para ti Madre naturaleza
aunque tus eventos violentos
a veces me asustan
Gracias,
también para ti sol del campo suave
ese todavía generoso reinicio
pajas de oro
@Mirella Ester Pennone Masi – sett. 2018
foto web

LA CASA NELL’ALBERO, di Teresa Tropiano

LA CASA NELL’ALBERO

C’era una volta

una bimba dai capelli rossi

e tante lentiggini sul viso.

Il suo nome era Jamaële.

Aveva lunghe trecce avvolte

da nastri di seta colorati ed era vispa e agile come una lepre.

Amava tantissimo la natura

ma soprattutto era attratta dagli alberi; con essi ci parlava continuamente ma non aveva mai risposta.

Un giorno, percorrendo un sentiero sterrato e polveroso, in una sua consueta passeggiata esplorativa,

s’imbattè in un enorme albero d’ulivo; il suo tronco era aperto e concavo, pare che all’ interno vi fosse una grotta accogliente;

i suoi rami frondosi pendevano pesanti fin sulla superficie del terreno. Jamaële si fermò incantata ad ammirare la bellezza dell’ ulivo e ad un tratto gli chiese:

– Ciao Ulivo, come ti chiami?

– ” Ciao piccola. Mi chiamo Giulio.

Ma tu puoi chiamarmi Giulivo cosi mi farai felice…prima che tu venissi mi sentivo tanto solo, vecchio e malandato”-

La piccola Jamaële era così entusiasta del fatto che l’ulivo parlasse e che cercasse compagnia che subito entrò in confidenza con l’albero e gli chiese se potesse, di tanto in tanto, trascorrere del tempo con lui a chiacchierare.

Giulivo, ulivo felice e millenario era il nonno di tutti gli alberi di quel terreno, prese con sè la piccola e la ospitò nel suo antro legnoso. Da quel giorno Jamaële frequentava ogni dì il suo amico Giulivo e attrezzò nella cavità dell’ albero una graziosa casetta che pian piano arredò con ogni sorta di aggeggio; persino le tendine in pizzo, una lanterna per la sera e un tavolino con le sedie che servirono per ospitare i suoi amici coi quali giocava felice.

Morale della favola:

A quei tempi si poteva gioire e divertirsi con poco! Non servivano giocattoli costosi, i-Pad, videogiochi, play station e telefonini e i bambini erano più felici …bastava un albero e 4 oggetti vecchi e si giocava con spensieratezza ma soprattutto sviluppando la creatività e l’immaginazione.

Teresa Tropiano

Tratta dal mio libro di fiabe, “LE FILAFAVOLE DI TERRY”

Foto web

Sorpresa al Pavese Festival, di Enrica Bocchio

Sorpresa al Pavese Festival: Alessandro Haber si è presentato in carrozzina, poi spostato di peso su una seggiolina da cui non si è più mosso. Alternava la lettura di Pavese alle esibizioni del trio elettroacustico di Omar Pedrini.

Risultato: la chitarra solista era male amplificata e si sentiva a malapena, quella di Pedrini veniva “zappata” anziché accarezzata e praticamente l’effetto era quello di antica memoria del gruppo di ragazzi con la chitarra in spiaggia davanti al falò, anche se si capiva che avevano per lo meno provato il repertorio, anzi “impressioni di settembre” è stata più gradevole che non dalla PFM.

Ma Haber nooo, Haber non ha dimostrato nessun rispetto per il prossimo, nessuna serietà, nessuna preparazione. Sei in grado di lavorare, non ci puoi marciare in questo modo, mandando in merda (vocabolo da lui usato almeno una decina di volte) persone presenti, poeti, disprezzando il senso di quello che stai leggendo, denunciando improvvisazione, distorcendo la frase poetica, travisando la finalità della serata.

E poi parolacce, gestacci, da bambini che si sentono emancipati… Come non bastasse ha voluto cantare tre canzoni giurando sulla figlia (era il caso?) di non averle provate prima (credibilissimo) una delle quali era di Tenco. Meglio che mi fermi qui.

Chi disse “Un bel tacer non fu mai scritto” e come si può interpretare?

Alessandria, pubblicato da: Pier Carlo Lava – Social Media Manager

Chi disse “Un bel tacer non fu mai scritto” e come si può interpretare?

“Un bel tacer non fu mai scritto” è’ un noto proverbio italiano il cui significato è: “la bellezza del saper tacere al momento opportuno non è mai stata lodata a sufficienza”.

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Questo proverbiale modo di dire è da molti attribuito a Dante Alighieri, ma è più probabile che si tratti di una leggera variazione di un verso di Iacopo Badoer, un librettista e poeta italiano vissuto nel XVII secolo.

L’espressione può essere utilizzata sia per criticare, in modo non poi così velatamente ironico, colui che ha detto qualcosa che riteniamo inopportuno o poco intelligente, sia per invitare qualcuno a riflettere prima di parlare e dire qualcosa che potrebbe rivelarsi sbagliata o comunque fuori luogo.

«Juncker? Un bel tacer non fu mai scritto. Pensi al suo paradiso fiscale Lussemburgo e la smetta di insultare gli Italiani e il loro legittimo governo». Lo dice il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini replicando alle dichiarazioni del presidente della Commissione europea. – ANSA, 12 ottobre 2018).

da: https://www.albanesi.it

foto: http://www.today.it/

Pallavolo: impresa Italia, è campione del mondo – Ansa.it

https://www.ansa.it/sito/notizie/sport/pallavolo/2022/09/11/pallavolo-impresa-italia-e-campione-del-mondo_8f39abf9-b2ba-42b3-9b53-3e27ec7d0b54.html

Dopo 24 anni l’Italia torna campione del mondo di pallavolo.

E come nel 1998 Feridnando De Giorgi c’è.

Allora era giocatore, oggi è l’allenatore della squadra che ha dominato dal primo all’ultimo incontro il mondiale e piegato in finale a Katowice, i padroni di casa della Polonia che inseguivano il terzo titolo iridato di fila. L’Italia vince in rimonta. Dopo aver perso il primo set i ragazzi di De Giorgi hanno preso campo e dominato la gara. Alla fine è 3-1 per gli azzurri (22-25, 25-21, 25-18, 25-2). Dopo l’oro europeo di un anno fa, proprio in Polonia i ragazzi di De Giorgi compiono l’impresa e conquistano il quarto mondiale della storia dell’Italvolley. E domani, al ritorno in Italia la nazionale sarà ricevuta dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Alla Spodek Arena di Katowice, davanti a oltre 10mila tifosi polacchi, gli azzurri sfidano la Polonia che è reduce da due Mondiali consecutivi vinti, entrambi in finale contro il Brasile.

Modesto poeta, di Stefano Polo

Un modesto poeta…
Sono un modesto poeta
mercante di parole
che mi escono dal cuore…
Sono magie incomprensibili
un dono di cui
mai chiederei perdono
sgorgano come scintille dal cielo500
mi sento fiero
parlo d’ amore e di speranza
e non ne avrò mai abbastanza
di scrivere dalla mia stanza
un mare di parole che
fuoriescono dal cuore
un mare di versi che nell’aria
non sono dispersi…

Metaverso, di Franca Colozzo

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona e cielo

Metaverso

Come luna adombrata da una nube,

Una falena gioca sola al buio,

Lampada antica ha divelto

Il lume avvolto dalla siepe.

Van come fiumi i ricordi,

A perdifiato tra ironie

E memorie del passato.

Vanno irridendo il giorno

E, tra i silenzi, scorrono le ore.

Solo piccole gioie appese al filo

D’invisibili ragnatele aggrovigliate

Tracciano filamenti di pensieri

Come ragni abili tessitori.

Guardo nella giara dei segreti

E traccio segni di magici sospiri

Alimentati dalle mie paure

Sogni e stregati arcolai

Sembrano confabulare con la luna.

Eppure è tempo di sollevare i remi

E lasciarsi andare via col mare.

Tempo che non ha capito ancora

Che tutto scorre, anche quest’ora.

Metaverse

Like a moon overshadowed by a cloud,

Alone in the dark, a moth plays,

An ancient lamp ripped off the light

Shrouded by the hedge.

Memories go like rivers,

Breathtakingly between ironies

And memories of the past.

They go mocking the day

And, in the silences, hours go by.

Only little joys hanging by the thread

Of invisible tangled cobwebs

Trace strands of thoughts

Like skilled weaving spiders.

I look into the jar of secrets

And I trace signs of magical sighs

Fueled by my fears

Dreams and bewitched spinning wheels

They seem to confabulate with the moon.

Yet it is time to raise the oars

And let yourself go with the sea waves.

Time has not yet understood

Everything flows, even this hour.

By Franca Colozzo

METAVERSE


Telle la lune éclipsée par un nuage,
Un papillon joue seul dans le noir,
Une ancienne lampe a arraché la lumière
à la haie qui l’avait happée.
Les souvenirs ruissellent comme des rivières,
et vous coupent le souffle entre les ironies
Et les souvenirs du passé.
Ils se moquent du jour
Et, au cours des silences, les heures passent.
Seuls les petits bonheurs ne tiennent qu’à un fil
De toiles d’araignées emmêlées invisibles
Ils tracent des brins de pensées
Comme des araignées habiles à tisser.
Je regarde dans le pot aux secrets
Et je trace des signes de soupirs magiques
Alimenté par mes peurs
Rêves et rouets ensorcelés
Ils semblent fabuler avec la lune.
Pourtant il est temps de lever les rames
Et de se laisser emporter par la mer.
Le temps n’a pas encore compris
Que tout s’écoule, y compris cette heure.

Translated into French by Anne Elbet (Du Fayet) de la Tour

Dio è grande, di Darkon Draconius

Link al mio blog: https://idelirididraconius.wordpress.com/

Link a questo articolo nel mio blog: https://idelirididraconius.wordpress.com/2022/09/11/dio-e-grande/

Oggi davvero una bella giornata. Da quando hanno rilasciato una patch che ha sistemato la visualità della mia vetusta scheda video, mi sono dato alla pazza gioia a a fare video nella mia pagina facebook, dove sono un creatore di video di gaming.

Ma andiamo con ordine, per raccontare la bellissima giornata che Dio mi ha concesso. Stamattina volevo andare al mio culto evangelico, ed ero molto stanco per via della mia brutta mania di fare le ore piccole la notte. E andare a letto tardi. Ma è di notte che mi sento più…”inspirato” nel giocare e condividere le mie partite con la rete. C’è pure il fatto che con il cambio di stagione, mi sento più portato a fare dirette di sera. Con il fresco.

Comunque, il mio pastore è stato così gentile da voler venirmi a prendere, poi siccome ha avuto anche lui da fare, mi ha mandato il suo altrettanto gentile cognato a prendermi, sono sempre così gentili e di cuore con me… Dio è grande ad avermi dato amicizie e fratelli e sorelle in Cristo, così grandi. E non lo ringrazierò mai abbastanza.

Dopo essere andato al culto, ho cercato di seguirlo come meglio potevo, ma ho avuto diversi “abbiocchi” come li chiamiamo qui a Bergamo, però il succo sono riuscito a seguirlo. E il mio Pastore è comprensivo, sa che i farmaci che prendo sono molto potenti. Ho fatto pure la Sacra Cena. Ed è un privilegio questo poterla fare, poter ripetere la formula che nostro Signore, Gesù Cristo, aveva fatto, nel creare il patto con l’umanità per la Nuova Alleanza.

Dopo, il mio buon amico Elisei, si è offerto di accompagnarmi a casa, e gli ho chiesto se potevamo anche passare per la KFC (il pollo fritto americano) per prendermi il pranzo, non avevo molta voglia di cucinare. E ho preso un bel po’ di roba, la domenica ci può pure stare.

Tornato a casa, ho mangiato tutto (con la consapevolezza che NON avrei toccato niente di sera), ero talmente pieno e soddisfatto che mi sono buttato sul letto e ho fatto una penichella (riposo pomeridiano) lunghissima.

Pensate che la giornata sia finita? Sbagliato: Dio aveva in programma di farmi star bene anche dopo. Mi chiama una mia cara amica, Maria, che mi accompagna al mercato e al supermercato quando ho bisogno di fare un spesa. Diceva che sarebbe venuta a prendersi il caffè a 10 minuti dalla chiamata. Contentissimo, chiamo anche l’altra amica e vicina Angy (Angela, con cui ho un bellissimo rapporto pure con lei) e le dico di passare da me tra 10 che avremo preso qualcosa insieme a casa mia.

Rassetto al cucina e mi preparo per l’arrivo delle mie carissime amiche, Mary è la prima a venire e preparo subito un decaffeinato per lei, mentre lo preparo, la Angy arriva a casa mia. Ci mettiamo subito a ciacerare (chiacchierare) di moltissime cose, ci confidiamo noi tre e sappiamo che possiamo sempre contare l’uno sull’altra e vice versa.

Contento, preparo anche le patatine alla friggitrice ad aria, in 20 minuti, servo delle buonissime patatine cotte leggere e fragranti per le mie amiche, che contente, si servono, con l’aggiunta di ketchup e maionese. Io non le tocco nemmeno, troppa roba. Mi ricordo che la Mary mi aveva lasciato due piccole bottiglie di vino frizzante tipo spumante, prendo i bicchieri migliori che ho e ne apriamo una. Brindiamo alla defunta Regina d’Inghilterra e a noi. Concludiamo con un abbraccio e ci salutiamo, contenti di questo bellissimo pomeriggio passato insieme e ripromettendoci di passarne molti altri. Certe volte il tempo passa in un batter d’occhio.

E ora eccomi qui, a svapare con la mia sigaretta elettronica, sentendo la mia musica preferita e a scrivere di queste bellissime giornate che Dio, in tutta la sua bontà, mi sta concedendo. Stasera farò uscire il cane al quale ho dato già da mangiare, e intanto, vi dico a tutti voi che mi state leggendo, ringraziate Dio di ogni cosa buona ricevete nella vostra vita, niente ci è dovuto, ma Dio ha svuotato la sua banca per noi.

Sia ringraziato il Signore per tutte le cose buone di questa giornata. Di quelle passate. E di quelle future. E lo prego di non abbandonarmi mai. Amen.

La poesia è magía che unisce il mondo, di Elisa Mascia

Irene Doura-Kavadia scrittrice e poetessa

Irene Doura-Kavadia, poetessa, divulgatrice culturale, dirigente e responsabile della segreteria della Writers Capital Foundation, Coordinatrice mondiale e Super Visore di Eventi culturali e artistici ha fatto dono della traduzione  in greco e inglese alla poesia del poeta, artista Joan Josep Barcelo

un giorno ti chiamerai con un nome indefinito
immergendoti nel silenzio della notte
aspettando che le mie mani ti accarezzino di nuovo
e che ti dica delle parole senza senso
solo allora il nostro amore segreto sarà vivo
aspettando che alcuni gatti miagolano
per far fermare tutto nel vuoto delle ombre
.
.
joan josep barcelo

Η Ειρήνη Ντούρα-Καββαδία, ποιήτρια, πρέσβειρα του πολιτισμού, διευθύντρια της Ακαδημίας ξένων γλωσσών και Γενική Γραμματέας του Διεθνούς Οργανισμού Writers Capital International Foundation, Παγκόσμια Συντονίστρια και Διοργανώτρια Πολιτιστικών και Καλλιτεχνικών Εκδηλώσεων, δώρισε τη μετάφραση στα ελληνικά και στα αγγλικά στην ποίηση του καταξιωμένου ποιητή και καλλιτέχνη Joan Josep Barcelo

Μια μέρα θα αποκαλείς τον εαυτό σου με κάποιο ακαθόριστο όνομα
βυθισμένος στη σιωπή της νύχτας
περιμένοντας τα χέρια μου πάλι να σε χαϊδέψουν
και να σου πω μερικές λέξεις δίχως νόημα –
μόνο τότε θα ζωντανέψει η κρυφή μας αγάπη
περιμένοντας κάποιες γάτες να νιαουρίσουν
και το κενό των σκιών να αγκαλιάσει τα πάντα…

Irene Doura-Kavadia, poet, cultural popularizer, director and head of the secretariat of the Writers Capital Foundation, World Coordinator and Super Viewer of Cultural and Artistic Events has donated the translation into Greek and English to the poetry of the poet, artist Joan Josep Barcelo 

One day you will call yourself by an indefinite name
immersing yourself in the silence of the night
awaiting my hands to caress you again
and tell you some meaningless wordsö
only then will our secret love be alive
waiting for some cats to meow
to embrace everything in the emptiness of the shadows
.
traduzione in greco e inglese di Irene Doura-Kavadia

La poesia è magía che unisce il mondo

«Il Guarracino» di Mimmo Mòllica e l’invasione di 200 nuovi pesci del Mediterraneo

«Il Guarracino» di Mimmo Mòllica e l’invasione di 200 nuovi pesci del Mediterraneo

Uno studio coordinato dal Cnr di Ancona ricostruisce la ‘storia’ delle invasioni biologiche nel mare nostrum, negli ultimi 130 anni. Circa 200 nuove specie ittiche sono oggi presenti, in conseguenza del cambiamento climatico. «La filastrocca del Guarracino» ebook di Mimmo Mòllica, descrive lo scenario di una celebre canzone napoletana di ignoto del ‘700, nella quale i pesci prendono parte ad una contesa amorosa, scontrandosi in una lotta apparentemente violenta, eppure divertente e godibile. Se la violenza deve essere raccontata così come essa si abbatte sull’ambiente, sul nostro Pianeta e sui nostri mari, non è certo la guerra del Guarracino. 

La rivista ‘Global Change Biology’ ha recentemente pubblicato i risultati di una ricerca, coordinata dall’Istituto per le risorse biologiche e biotecnologie marine del Cnr di Ancona, che ricostruisce la ‘storia’ delle invasioni biologiche nel mare nostrum, negli ultimi 130 anni, abitato da circa 200 nuove specie ittiche, in conseguenza del cambiamento climatico. 

Sono centinaia le specie esotiche che fanno oggi del Mar Mediterraneo “la regione marina più invasa al mondo”. La ricerca,  pubblicata sulla prestigiosa rivista Global Change Biology, ricostruisce tale ‘storia’ per le specie ittiche introdotte a partire dal 1896.

“Lo studio (coordinato dall’Istituto per le risorse biologiche e biotecnologie marine (Cnr-Irbim) di Ancona, ndr)  dimostra come il fenomeno abbia avuto un’importante accelerazione a partire dagli anni ’90 e come le invasioni più recenti siano capaci delle più rapide e spettacolari espansioni geografiche”, spiega Ernesto Azzurro del Cnr-Irbim e coordinatore della ricerca. 

“Da oltre un secolo, ricercatori e ricercatrici di tutti i paesi mediterranei hanno documentato nella letteratura scientifica questo fenomeno, identificando oltre 200 nuove specie ittiche e segnalando le loro catture e la loro progressiva espansione. Grazie alla revisione  di centinaia di questi articoli e alla georeferenziazione di migliaia di osservazioni, abbiamo potuto ricostruire la progressiva invasione nel Mediterraneo”. Tale processo ha cambiato per sempre la storia del nostro mare.

Gli effetti ambientali e socio-economici di queste ‘migrazioni ittiche’ in parte “costituiscono nuove risorse per la pesca, ben adattate a climi tropicali e già utilizzate nei settori più orientali 

del Mediterraneo”, spiega il ricercatore Cnr-Irbim. “Allo stesso tempo, tuttavia, molti ‘invasori’ provocano il deterioramento degli habitat naturali, riducendo drasticamente la biodiversità locale ed entrando in competizione con specie native, endemiche e più vulnerabili”. 

«La filastrocca del Guarracino», storia di pesci e di coltello

Ecco. La ‘storia’ si ripete e richiama il tema de «La filastrocca del Guarracino», storia di pesci e di coltello tra spose promesse e chi non le mantiene, titolo dell’ebook di Mimmo Mòllica. “Lo Guarracino” è una celebre canzone napoletana di autore ignoto del ‘700 che narra la surreale vicenda amorosa tra il coracino e una sardina, pesci dalla vita semplice e dagli amori complicati.

Il «Guarracino» (coracino), in cerca di una moglie, si innamora della Sardella, già fidanzata (o promessa) all’Alletterato (tonnetto alletterato), un pesce della famiglia dei tunnidi, certo assai più bello e forte del coracino. Lo Guarracino rientra nel repertorio della canzone popolare napoletana e racconta in maniera mirabile e geniale una vicenda amorosa di pesci e di mare per molti versi surreale, in una chiave divertente e fantastica, enumerando in lingua napoletana numerose varietà di pesci, la cui identificazione è stata oggetto di sfida tra studiosi, biologi marini, naturalisti ed esperti di fauna marina.

Benedetto Croce. una fantasia graziosa

Benedetto Croce definì Lo Guarracino “una singolare fantasia, capricciosa e graziosa e di un brio indiavolato”. Gino Doria la classificò “fra le cose più fresche, più festive, più colorite, più saporose e sarei a dire più odorose, della poesia semipopolare o semidotta che dir si voglia”. Mimmo Mòllica ha voluto proporre la sua versione in lingua italiana de “Lo Guarracino”. I pesci che prendono parte alla contesa amorosa si scontrano in una lotta apparentemente violenta, eppure divertente e godibile perché possibile solo nell’immaginazione dell’autore. Una lotta che può dare l’dea della forza dell’amore ma pure di passioni come la gelosia e l’appartenenza. La guerra tra pesci fa parte di una fantasiosa pantomima godibile e geniale.

Se una guerra è in atto, se la violenza deve essere raccontata così come essa si abbatte sull’ambiente, sul nostro Pianeta e sui nostri mari, non è certo la guerra del Guarracino. Così il canto (o filastrocca) riveste interesse scientifico, e didattico, sollecitando una serie di (amare) considerazioni sulla salvaguardia dell’ecosistema marino come patrimonio troppo spesso maltrattato e minacciato.

“Lo strano caso dell’invisibile scomparso”, di Salvatore Scalisi

«Sapevamo che, non avendo lavoro, non sarebbe stato facile allontanarci dalle associazioni di volontariato. Avevamo pochi soldi in tasca grazie al fratello di Massimo e ad un’amica mia, conosciuta casualmente mentre mi trovavo seduto su una panchina, la quale venuta a conoscenza delle mie condizioni, di tanto in tanto mi regalava una piccola somma di denaro. Nulla di eccezionale, si andava dalle dieci, vento euro. Il giorno del mio compleanno mi diete cinquanta euro. Di più non poteva fare e, a dire il vero, non lo pretendevo.

Un gesto che apprezzavo parecchio, non tanto per il denaro, che comunque mi era utile, ma perché genuino, spinto dal cuore. Ero sicuro che mi pensava anche quando non ci vedevamo, rimediando con una chiamata al cellulare per sapere come stavo. Nulla a che vedere con quegli attori da teatrino della Caritas e soci. In teoria, quando avevo bisogno d’aiuto bastava chiederglielo, anche se il più delle volte non mi veniva di farlo.

Comunque, l’opera di generosità non mi garantiva un vitto regolare al giorno, e il discorso vale anche per Massimo, quindi ci accontentavamo di un panino con un frutto, uno yogurt e legumi in barattolo, alternandoli tra pranzo e cena. Questa dieta ci permetteva di perdere i chili in più. Si respirava un’aria di misurato compiacimento per averci ritagliato un barlume di libertà.»

Il punto di vista – “Piero ed Elisabetta la conclusione di un’Era” – di Mariantonietta Valzano

Il punto di vista – “Piero ed Elisabetta la conclusione di un’Era” – di Mariantonietta Valzano

Pubblicato il 11 settembre 2022 da culturaoltre14

lente ingrandimento

“Il punto di vista” di Mariantonietta Valzano

Un mese fa abbiamo salutato Piero Angela, un alfabetizzatore scientifico che, come il maestro Manzi, ha formato almeno 5 generazioni di italiani. Con il suo linguaggio semplice e chiaro induceva gli spettatori ad essere curiosi e attenti. Col tempo era diventato un sigillo di scientificità della conoscenza. Non di rado, infatti, l’intercalare comune era “Lo ha detto Piero Angela” e non era più discutibile.

Non so perché ma è stato per me come perdere uno di famiglia, un pezzo di vissuto personale. Come molti sono cresciuta a pane e Superquark, molto della mia metodologia d’insegnamento ha attinto nel suo esempio: spiegare in modo semplice argomenti difficili. Questo assunto è il fondamento della Fisica della Matematica, discipline che di solito sono ostiche, ma che Piero Angela ha saputo far “piacere” a milioni di ragazzi…anche a ex ragazzi come me, che a mia volta ho cercato e cerco di appassionare i miei studenti allo studio di argomenti inusuali per una scuola primaria, come le particelle elementari.
Vederlo l’ultima volta è stato un preludio della sua mancanza, perché sebbene avesse in video lo stesso modo rassicurante, con cui ci ha mostrato le meraviglie della natura  per decenni e nonostante la sua forza e tenacia, era percepibile la sua fragilità. In quel momento un velo di tristezza ha attraversato i miei ricordi.
Dall’ Esploriamo il corpo umano agli esperimenti di fisica, passando per le Pillole di storia e i ricchi documentari sull’etologia e zoologia, la sua impronta è stata fondamentale per la mia curiosità affamata di sapere. Inoltre, ho avuto la possibilità di assistere alla rappresentazione storica digitale del Foro di Cesare e il Foro di Augusto qui a Roma, opere magiche della tecnologia che ti riportano indietro e mostrano realtà che si leggono solo sui libri di storia, rendendone tangibile la veridicità. Credo che solo uno spirito geniale poteva partorire un simile idea, catturando ogni sera tanti spettatori e visitatori romani e non romani, che restano intrappolati nel fascino della Città Eterna proprio grazie a questo modo di illustrare e spiegare come mai nessuno ha fatto.
e mentre attraverso i ricordi di antichi fasti sento la sua voce, pacata e rassicurante…umile, che mi racconta chi ha calcato le pietre della mia città prima di me… lasciandomi incantare dai colori e dai monumenti che credevo di conoscere ma che ora riscopro e riassaporo….
Probabilmente non sarà abbastanza dire grazie a questo uomo, alacre per la sua simpatia e acuto per la sua intelligenza, un antesignano a cui è stato sempre a cuore il futuro del nostro Paese, fino al suo ultimo lascito, un testamento spirituale che sprona tutti a fare il nostro per un domani migliore.

E adesso se n’è andata anche la Regina Elisabetta II…e la monarchia inglese non sarà più la stessa. Pochi giorni fa è stata divulgata la foto in cui il suo sorriso e la sua cordialità illuminavano una Regina che con giacchino di lana e gonna tartan accoglieva il nuovo primo ministro Liz Truss. Unico particolare quella macchia violacea sulla mano destra che tradiva l’inevitabile somministrazione delle cure. Forse è stato il suo commiato al popolo con il suo ultimo atto di responsabilità alla quale non si è sottratta, ricca del suo vissuto secolare in cui ha dato il suo contributo dal servire l’esercito durante la Seconda Guerra Mondiale al servire il suo popolo fino alla fine, dimostrando che seppure privilegiata ha fatto il suo dovere. Sicuramente non è stata una vita scevra di errori, ma chi non ne commette germinati nella finitudine umana dobbiamo farci i conti quotidianamente tutti e ogni giorno, ma il suo pregio è stato il reagire, facendo atto di umiltà ove fosse necessario come quando chinò il capo davanti al feretro di sua nuora Diana.
Elisabetta è stata anche la nonna simpatica che si paracaduta con James Bond e prende il tè con l’orsetto Paddington, ma anche la solida Regina che tiene il timone a dritta della sua famiglia nel rappresentare il suo regno, traghettandolo tra tempeste di vario tipo: da tragedie e lutti familiari a crisi economiche e il covid. Il suo will meet again del suo discorso durante la pandemia ha avuto lo stesso effetto del discorso del Re Giorgio, suo padre, durante il conflitto mondiale: era con i suoi sudditi accanto a loro.
Chiunque seguirà, anche facendo del meglio, non potrà eguagliare la sua figura. Come disse Wiston Churchill: “L’Inghilterra nella sua storia ha avuto due Regine che sono state di gran lunga migliori dei Re a cui hanno preceduto o succeduto, sono certo che Elisabetta sarà la terza in grandezza e lungimiranza”.
E la storia gli ha dato ragione.
Ora siamo alla fine di un’Era, un nuovo corso che si apre con una guerra in corso alle porte d’Europa e con tante altre iniziate e mai finite, con una crisi pandemica che, a mio parere, non è definitivamente alle spalle e una crisi energetica – economica – ambientale che inizia a decimarci. Talvolta i segni dei tempi ci lasciano un vuoto sia fisico che interiore, che nonostante il frastuono del mondo ci travolga quotidianamente, noi sentiamo benissimo con tutti i nostri sensi. È un segno delle cose che cambiano e che ci lasciano un senso di abbandono e ci invitano ad una rinascita, perché non possiamo mai dimenticare che nella nostra fragile umanità coi cresciamo e ogni volta rinasciamo, lasciando nel sacco del passato che ci portiamo in spalla ciò che abbiamo fatto, mentre guardiamo avanti e sogniamo ciò che volgiamo fare.
Speriamo che in questo nuovo percorso che ci aspetta si possa consolidare quel valore umano di solidarietà e spirito di convivenza condivisa che è insita nel valore sociale della nostra specie, per un futuro migliore …per tutti, dove ognuno deve fare la sua parte, come ha fatto Piero Angela, e ognuno deve essere responsabile …magari con un pizzico di simpatia, come la Regina Elisabetta II.
Mariantonietta Valzano

Libri: Sogni del fiume, di Chandra Livia Candiani

Sogni del fiume

Autore:Chandra Livia Candiani
Prezzo:€ 14,00
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Paga con Klarna in 3 rate senza interessi per ordini superiori a 39 €.
Illustratore:Rossana Bossù
Editore:Einaudi
Collana:Super ET. Opera viva
Codice EAN:9788806253837
Anno edizione:2022
Anno pubblicazione:2022
Dati:128 p., ill., brossura

Disponibile anche in eBook a € 8,99

Note legali

Da piccola Chandra Candiani faceva un gioco: vedere quante piú cose insignificanti ci fossero in una stanza, sul tram, in una via e accoglierle tutte in uno sguardo, sorridendogli. Si trattava di oggetti, animali, bambini senza niente di speciale, considerati dagli altri insignificanti. Cosí Candiani, divenuta grande, ha deciso di invitarli nelle sue fiabe e li ha lasciati parlare. Soprattutto ha dato una storia a chi di solito una storia non ce l’ha. Una bambina talmente innamorata di un fiume da desiderare soltanto di corrergli accanto fino al mare. Un usignolo malinconico che nessuno vuole, perché nessuno vuole conoscere la tristezza del cuore. Una rosa che non credeva piú nel vento, ma che proprio grazie al vento riesce a risorgere. Una musica felice scesa sulla terra per un bambino troppo strano. Una pattumiera che racconta ai suoi ospiti, nòccioli di frutta, cartacce, lische di pesce, quanto la loro vita sia stata importante. È la solitudine il filo rosso che lega insieme queste quindici storie, eppure in ciascun personaggio echeggia fortissimo il desiderio vivido di essere parte del tutto, di costruire un legame seppure sottile con gli altri, di gridare in silenzio la fame d’amore che li attraversa. Un amore semplice, intrecciato ai piccoli dettagli, alla minimalità dell’esistenza, ai suoni che popolano le campagne, le città; un amore per una vita minima che chiede timidamente di essere vista, ascoltata, osservata nella sua linfa intima.

https://www.libraccio.it/libro/9788806253837/chandra-livia-candiani/sogni-del-fiume.html?gclid=Cj0KCQjwpeaYBhDXARIsAEzItbEwObeUE-bEhJPCh633ZtxAHqnpigeEvGdEefPeyD8GK4J1zkTAnFYaAlEYEALw_wcB

Libri: I GIOCHI SONO FINITI, di Elena Andreotti

Dall’incipit de

I GIOCHI SONO FINITI

di Elena Andreotti

Genere: Legal Thriller

Quando faceva la conoscenza di qualcuno,

la cosa che gli pesava di più erano le

presentazioni. Non appena pronunciava la

formula di rito: «Piacere, Marco Tullio», questa era seguita da un sorrisetto o da una risata, a

seconda del contesto o dell’interlocutore, che

quasi sempre esclamava: «Ah! Marco Tullio

Cicerone! Ora capisco la scelta della sua

professione». A quel punto, lui era costretto a

spiegare che il nome, per vezzo del padre,

famoso penalista di Roma, ora in pensione, era dovuto al fatto che il genitore amava in modo incondizionato la figura di Cicerone.

Che Marco fosse diventato avvocato a sua

volta, nasceva dall’avere la strada spianata e la comodità di lavorare nello studio ben avviato del padre, ereditato in seguito. Su una cosa era stato irremovibile: avrebbe svolto la professione di civilista. Ciò aveva provocato notevole disappunto nel genitore che disprezzava con altezzosità gli argomenti di cui si occupava: liti di condominio, decreti ingiuntivi, questioni di confini, diatribe sulle eredità e tutto quello che la gente si inventa per litigare.

Ancora più altisonanti risultavano i nomi

apposti sulla targa a fianco al portone dello

stabile dov’era ubicato l’ufficio. Il padre avrebbe voluto scrivere Smithson & Son, ma Marco Tullio aveva insistito per Smithson & Smithson, per una pretesa di parità e uguale dignità.

Quando lo studio rimase a lui, sulla targhetta

comparve scritto M. T. Smithson, con le iniziali del nome di battesimo, tanto per non generare ulteriori risatine in chi si fosse soffermato a

leggerla.

Anche il suo cognome destava sempre

curiosità, ma in questo caso non dava seguito a sorrisini, quanto piuttosto a curiosità genuina: c’è sempre un fondo di esterofilia anglofona in molte persone.

Suo padre, J. J. Smithson (J. J. sta per

Jonathan Jerome) era un americano che aveva studiato a Roma ‒ sempre per quel suo pallino riguardo a Cicerone ‒ e poi era rimasto a vivere nella capitale italiana, avendo sposato una compagna di corso. Sua mamma, Beatrice, l’aveva affiancato nella professione finché lui, Marco, non era nato.

Quando i suoi guadagni glielo avevano

permesso, Marco aveva acquistato l’attico con annessa mansarda nello stesso stabile dove

aveva lo studio, in una traversa di Viale Libia, a Roma, in una zona molto popolosa e

commerciale del quartiere Trieste. Non è un’idea molto intelligente ‒ per un avvocato, in particolare ‒, abitare dov’è anche lo studio, ma lui era un po’ pigro e, tra l’altro, aveva fatto un

ottimo affare, comprando quel bell’appartamento luminoso e panoramico a un anziano generale in pensione che si ritirava in campagna dalla figlia. L’aveva arredato in modo minimale, dando un’impronta esclusivamente maschile, visto che era scapolo e determinato a restarlo.

Libri: ANDAR VIA, di Pasquale Ciboddo

Libri: ANDAR VIA, di Pasquale Ciboddo

Recensione di Fabio Dainotti

È certamente la terra, e segnatamente quella della Sardegna, culla della civiltà pastorale, il fondamento esistenziale per Pasquale Ciboddo, che nel suo libro di poesia, Andar via (impreziosito da un dipinto di Franca Maschio in copertina e corredato dei giudizi critici di Antonio Piromalli, Franco Fresi, Giuseppe Fiamma, Elio Andriuoli, Eugenio Maria Gallo, Enzo Concardi), rievoca, in toni a tratti anche queruli ed elegiaci (E cosa rimane), ricordi da conservare «nel museo del cuore» (Come dimenticare).

Il poeta canta, non sottacendone l’asprezza (La poesia della vita), un mondo fatto di «pascoli sofferti», di «sudore e fatica» da «rispettare» (con il contraltare dei furbi e dei profittatori che ne ridono) e insieme la semplice vita «…/ dei tempi andati, / pieni di vita, di feste, / di gioia di vivere /…» (È pena che tormenta), che corrispondono, sul piano personale e privato, all’infanzia fantasticante, quando, sotto gli occhi trasognati dell’autore fanciullo, i gesti sempre uguali delle donne assumevano contorni favolosi: «…/ mia madre / a luce di ‘acetilena’ / accanto al focolare / la sera dopo cena / sino a tarda notte / rammendava / con macchina da cucito / a manovella / pantaloni e camicie / strappate di mio padre. /…» (Invece era). 

Prendono vita paesaggi dell’anima di una geografia interiore ma anche archeologica (Era l’antenna del tempo), rievocati sul filo della nostalgia (Luoghi e colori) e rivissuti sensorialmente come «gusti e sapori» e «profumi» (Ora è nella memoria) o con descrizioni orientate verso un fresco naturalismo; paesaggi che si situano tra memoria e storia (sulla retrospettiva storica notevole la descrizione della condizione concentrazionaria nei campi di sterminio in Per non dimenticare). Numerosi i lessemi rientranti nel campo onomasiologico di quella civiltà; una parola chiave, ma la definirei parola-testimone, è «stazzi». Della «civiltà agreste» e pastorale il poeta rivendica i valori e insieme l’importanza delle «radici». C’è qualcosa di sacrale in questa «vita dura di caprai» dai «lunghi capelli» che indossano «…/ casacca / di pelle conciata / e larga cintura / di cuoio crudo / attorno ai fianchi /…» (Vita di caprai). E forse non è solo sogno o sterile vagheggiamento, ma ardito disegno: fare dell’arcaico un progetto di rinascita (Tornare ai valori). Se è vero che il duro lavoro dell’allevatore impedisce un’adeguata acculturazione, d’altro canto esiste anche la cultura in senso lato, quella che fa sì che sia più ‘colto’ un contadino, cresciuto a contatto con la natura, di tante ‘teste d’uovo’ d’oggi (Fonti di altro sapere). 

E spesso la natura (una natura romanticamente animata, composta di semplici creature che parlano un loro linguaggio senza «parole»), che pure è «nostra madre», si mostra «ostile», scatenando un vento rabido, personificato in un «discepolo del male», o si rivolta contro l’invadenza dell’uomo, dando luogo a terremoti e sommovimenti tellurici (Allora); a tal proposito si leva alto il monito dell’autore, che ammonisce gli uomini in tono esortativo: la natura va rispettata. Tra gli elementi naturali, anche il mare, «… arbitro / della vita sulla terra /…» (È guardiano), riveste una sua importanza; l’elemento equoreo è infatti presente nella poiesi di Ciboddo. Opposta alla vita naturale è quella che si conduce nelle città; l’opposizione città- campagna corrisponde alla contrapposizione tra naturalità ed artificio.

Molte altre sono le tematiche trattate nell’ambito di una poesia civile mossa dall’indignatio (alla raccolta di Ciboddo non è estraneo l’impegno civile, di cui parla nell’acuta prefazione Maria Rizzi): il dramma dell’emigrazione (Esodo, ma anche E ordine e pace) e ad essa connesso il divario Nord/Sud; il tema ecologico (il disboscamento selvaggio e l’equilibrio idrogeologico, lo scioglimento dei ghiacciai, l’inquinamento); la povertà e la fame (soprattutto negli anni di guerra); i lavori precari e pericolosi o mal pagati; la droga e i suoi effetti demoniaci; il timore dello sterminio causato da una guerra nucleare; la piaga degli «incendi estivi» (Ma è disumano) e quella della sofisticazione alimentare (Oggi). Non manca qualche componimento di carattere metaletterario: basterà citare il «rammendo», che diventa metafora della scrittura, e la «trama» e «l’ordito», che richiamano l’etimo della parola ‘testo’.

Attraversa tutta la raccolta una delicata vena esistenziale: ed ecco la solitudine, una «prigione di solitudine» (Che c’è di concreto), quasi una sfuggenza; ma c’è anche l’elogio della vita solitaria, propizia agli studi e vista come risorsa e ricchezza per guardarsi dentro e trovare alimento per la scrittura; l’amore, che pure è tra gli interessi del poeta; il pensiero della vecchiaia, che trova il correlativo oggettivo nell’immagine del tramonto («…/ in faccia al sole / che cala in mare /…», Chi potrà negare), e del destino di morte che attende tutti, magari dietro «curve impensate» (È meandro d’impatto), con l’inevitabile corredo di rimpianto per la «primavera di vita» (Sarebbe dolore) e per le gioie della giovinezza.

Di fronte a un presente degradato e corrotto e al pensiero della finitudine, la via di fuga, oltre al ritorno all’infanzia e alla nostalgia della terra (si arriva a un’equazione tra l’io e la terra in Tutto si perde) di cui si è detto, è la religiosità, la fede, anche se Dio appare a volte lontano e indifferente, un Dio che «tace» (Esodo), e sembra trasparire in questi momenti un’ombra di pessimismo cristiano (ma la silloge risente anche di certe conclusioni sconsolate e pessimistiche dei frammenti dei lirici greci come in L’esistenza, o in Meglio non nascere). Comunque l’io si mostra interessato al discorso sulla «trascendenza», i testi sterzano sovente in direzione del religioso, dell’«Oltre», soprattutto nell’explicit, dove si respira l’abbandono a una «fede» salvifica. 

Interessanti dal punto di vista stilistico certe riprese dall’alto, con i «…/ piccoli movimenti / di affamati roditori /…» (Sempre in agguato) visti dall’occhio del rapace, che simbolizza «…/ La morte / sempre in agguato /…» (ivi). La rima baciata pare voler sottolineare i punti di maggior concitazione lirica.

Questo e molto altro si riscontra nei testi di Pasquale Ciboddo (che utilizza tessere montaliane, termini del linguaggio specialistico, detti proverbiali e espressioni bibliche), con l’apodittica sentenziosità, non disgiunta da una capacità osservativa e di trasfigurazione del reale, di chi negli anni ha maturato una “sagesse” da rivelare ai lettori nel quadro di una concezione della poesia concepita non come semplice sfogo, ma con l’ambizione di essere di una qualche utilità agli altri; si può parlare in tal senso di istanza pragmatico-referenziale. Logico dunque che tra le figure di pensiero sia usitato l’epifonema, soprattutto in clausola. Il tono è quello tipico di una poesia sapienziale; e tale si qualifica nel testo intitolato proprio Ed è sapienza, ma vedi anche Nulla si ridesta e altre poesie ancora; e assume anche movenze profetiche e apocalittiche: «…/ La natura / è nostra madre. / Ci aiuta a vivere sereni / lontano da rumori / troppo intensi / che incitano a litigare / gli uni con gli altri / mai contenti di nulla / e invidiosi di chi sta bene. / È così che nascono le guerre / tra tutti i popoli. / È sarà la fine» (E sarà la fine); un ammonimento valido e di stringente attualità anche oggi, per tutti.

Fabio Dainotti

Pasquale Ciboddo, Andar via, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2021, pp. 136, isbn 978-88-31497-75-6, mianoposta@gmail.com.

Libri: Storia del figlio, di Marie-Hélène Lafon

Libri: Storia del figlio, di Marie-Hélène Lafon

Fazi Editore 

Esce oggi nelle librerie «Storia del figlio» di Marie-Hélène Lafon, grande scrittrice francese che arriva per la prima volta nelle librerie italiane con il suo capolavoro, vincitore del prestigioso premio Renaudot, campione di vendite, amato dai lettori e dalla critica. Traduzione di Antonella Conti.

Una storia familiare che in Francia è diventata un caso editoriale da 200.000 copie vendute.

Il figlio è André. La madre, Gabrielle. Il padre è sconosciuto. André viene cresciuto da Hélène, la sorella di Gabrielle, e suo marito: coccolatissimo, unico maschio fra le cugine, ogni estate ritrova “la madre”, misteriosa signora che ha scelto di vivere a Parigi e torna a trascorrere le vacanze in famiglia. Questo è solo l’inizio della storia, o meglio è una parte, perché le vicende narrate in «Storia del figlio» coprono un arco lungo cent’anni, raccontando il prima e il dopo, indagando sui molti perché, spostando di volta in volta la lente su un personaggio e su un momento diverso: due bambini gemelli di Chanterelle a inizio Novecento, un irrequieto collegiale che conosce i primi turbamenti erotici, una donna sola in un appartamento parigino, un partigiano in cerca di suo padre e molti altri ancora. A mettere insieme tutti i pezzi, in questa saga familiare costruita come un mosaico, è la magistrale penna di Marie-Hélène Lafon che, con eleganza, delicatezza e sensibilità, racconta la verità di una famiglia nelle sue pieghe più profonde, quelle che scavano i solchi della vita.

«Ogni famiglia è un caleidoscopio di finzioni, e finché ci saranno bugie e contraddizioni da raccontare, le storie sulla famiglia resteranno. E molte di queste saranno buone storie, generose con i personaggi e con il tempo come “Storia del figlio” di Marie-Hélène Lafon, elegante e illuminata nel far ruotare un romanzo attorno alla ricerca di un padre, per capire dove nasce il sortilegio di una famiglia e dove, con una certa bellezza, poi un giorno l’incantamento si spezza».

Claudia Durastanti

«”Storia del figlio” intreccia, intorno alla nascita di un bambino dal padre sconosciuto, una genealogia scompigliata, appassionante. È il racconto di assenze profonde, di silenzi e ineffabili dolcezze, di impudenze e tragedie insostenibili».

«Le Monde»

«Marie-Hélène Lafon piega il tempo, le famiglie, i legami, le tragedie e le gioie in cerchi narrativi perfetti, scandisce la sua prosa carnale con espressioni deliziose, anima i quadri viventi di ogni epoca, fino a far luce sull’incidente avvolto dal segreto».

«Le Point»