“Lo strano caso dell’invisibile scomparso”, di Salvatore Scalisi

«Sapevamo che, non avendo lavoro, non sarebbe stato facile allontanarci dalle associazioni di volontariato. Avevamo pochi soldi in tasca grazie al fratello di Massimo e ad un’amica mia, conosciuta casualmente mentre mi trovavo seduto su una panchina, la quale venuta a conoscenza delle mie condizioni, di tanto in tanto mi regalava una piccola somma di denaro. Nulla di eccezionale, si andava dalle dieci, vento euro. Il giorno del mio compleanno mi diete cinquanta euro. Di più non poteva fare e, a dire il vero, non lo pretendevo.

Un gesto che apprezzavo parecchio, non tanto per il denaro, che comunque mi era utile, ma perché genuino, spinto dal cuore. Ero sicuro che mi pensava anche quando non ci vedevamo, rimediando con una chiamata al cellulare per sapere come stavo. Nulla a che vedere con quegli attori da teatrino della Caritas e soci. In teoria, quando avevo bisogno d’aiuto bastava chiederglielo, anche se il più delle volte non mi veniva di farlo.

Comunque, l’opera di generosità non mi garantiva un vitto regolare al giorno, e il discorso vale anche per Massimo, quindi ci accontentavamo di un panino con un frutto, uno yogurt e legumi in barattolo, alternandoli tra pranzo e cena. Questa dieta ci permetteva di perdere i chili in più. Si respirava un’aria di misurato compiacimento per averci ritagliato un barlume di libertà.»

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