Libri: I GIOCHI SONO FINITI, di Elena Andreotti

Dall’incipit de

I GIOCHI SONO FINITI

di Elena Andreotti

Genere: Legal Thriller

Quando faceva la conoscenza di qualcuno,

la cosa che gli pesava di più erano le

presentazioni. Non appena pronunciava la

formula di rito: «Piacere, Marco Tullio», questa era seguita da un sorrisetto o da una risata, a

seconda del contesto o dell’interlocutore, che

quasi sempre esclamava: «Ah! Marco Tullio

Cicerone! Ora capisco la scelta della sua

professione». A quel punto, lui era costretto a

spiegare che il nome, per vezzo del padre,

famoso penalista di Roma, ora in pensione, era dovuto al fatto che il genitore amava in modo incondizionato la figura di Cicerone.

Che Marco fosse diventato avvocato a sua

volta, nasceva dall’avere la strada spianata e la comodità di lavorare nello studio ben avviato del padre, ereditato in seguito. Su una cosa era stato irremovibile: avrebbe svolto la professione di civilista. Ciò aveva provocato notevole disappunto nel genitore che disprezzava con altezzosità gli argomenti di cui si occupava: liti di condominio, decreti ingiuntivi, questioni di confini, diatribe sulle eredità e tutto quello che la gente si inventa per litigare.

Ancora più altisonanti risultavano i nomi

apposti sulla targa a fianco al portone dello

stabile dov’era ubicato l’ufficio. Il padre avrebbe voluto scrivere Smithson & Son, ma Marco Tullio aveva insistito per Smithson & Smithson, per una pretesa di parità e uguale dignità.

Quando lo studio rimase a lui, sulla targhetta

comparve scritto M. T. Smithson, con le iniziali del nome di battesimo, tanto per non generare ulteriori risatine in chi si fosse soffermato a

leggerla.

Anche il suo cognome destava sempre

curiosità, ma in questo caso non dava seguito a sorrisini, quanto piuttosto a curiosità genuina: c’è sempre un fondo di esterofilia anglofona in molte persone.

Suo padre, J. J. Smithson (J. J. sta per

Jonathan Jerome) era un americano che aveva studiato a Roma ‒ sempre per quel suo pallino riguardo a Cicerone ‒ e poi era rimasto a vivere nella capitale italiana, avendo sposato una compagna di corso. Sua mamma, Beatrice, l’aveva affiancato nella professione finché lui, Marco, non era nato.

Quando i suoi guadagni glielo avevano

permesso, Marco aveva acquistato l’attico con annessa mansarda nello stesso stabile dove

aveva lo studio, in una traversa di Viale Libia, a Roma, in una zona molto popolosa e

commerciale del quartiere Trieste. Non è un’idea molto intelligente ‒ per un avvocato, in particolare ‒, abitare dov’è anche lo studio, ma lui era un po’ pigro e, tra l’altro, aveva fatto un

ottimo affare, comprando quel bell’appartamento luminoso e panoramico a un anziano generale in pensione che si ritirava in campagna dalla figlia. L’aveva arredato in modo minimale, dando un’impronta esclusivamente maschile, visto che era scapolo e determinato a restarlo.

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