Dall’Ospedale Maggiore, di Yuleisy Cruz Lezcano

Yuleisy Cruz Lezcano

  · 

Dall’Ospedale Maggiore

Guardare il cielo

da una stanza di ospedale,

guardare le mura, le finestre

soltanto per completarle

con un pezzo della propria vita.

Ed è in questo cercare respiro

lo sforzo delle terre pesanti,

un pezzo di spazio asfissiante,

il coro delle cose

che parlano insieme

per non ascoltare il dolore.

E fra le braccia quello che chiamo amore,

di quell’amore puro che non muore,

fragile come un fiore

si aggrappa al mio petto

chiedendomi aiuto.

Ed è così che passa attraverso l’imbuto

il sospiro della bocca che non apro.

Non posso raccontarmi nessuna bugia

mentre fragile anche io

vorrei farmi piccola

e coccolarmi fra le mie braccia,

ma non posso

sono una madre,

non posso permetterlo.

Y. C. L.

(Riesco a parlare della bufera solo dopo che è passata)

Libri: Melissa Da Costa – Tutto il blu del cielo

Un libro tira l’altro ovvero il passaparola dei libri

Marina Manigrasso  ·   · 

Melissa Da Costa – Tutto il blu del cielo

Quando a Emile viene diagnosticata una forma precoce di Alzheimer è certo di una sola cosa: vuole vivere quel poco che gli resta scoprendo posti che non ha mai visto e che ha sempre voluto visitare. Gli occorre solo un compagno di viaggio, non facile da trovare viste le sue condizioni fisiche di cui ha dettagliatamente scritto nell’annuncio. Ma quando una ragazza di nome Joanne risponde, rendendosi disponibile a partire subito, lui non può credere ai suoi occhi.

Inizia così, a bordo di un camper, il viaggio di Emile e Joanne: un viaggio emozionante, dove nulla è prevedibile, che porterà i due protagonisti a confrontarsi con il loro passato, ad affrontare le loro paure e a scoprire, attraverso la conoscenza reciproca, una parte di sé a loro sconosciuta.

Questo romanzo tocca davvero note profonde.

Sono stata travolta dal coraggio di Emile di vivere questo momento della sua vita lontano dai suoi cari e mi sono commossa alla fine del libro per la scelta di Joanne.

Un merito particolare, a mio parere, va anche a uno dei personaggi secondari: Myrtille, una vecchietta che mi è rimasta nel cuore per la sua ingenuità (mi ha fatto davvero sorridere😅) e la sua bontà d’animo.

Il libro è scritto molto bene e si legge velocemente.

Il tema dell’autodeterminazione terapeutica è preponderante, ma non è il solo. È un libro che parla anche di perdita, di elaborazione del lutto e di rinascita ed infine, non per importanza, di amore.

Consigliatissimo.

Buona lettura

Libri: A quel tempo, di Gregorio Asero

C’ERA UNA VOLTA PATERNÒ: storia,cultura,usi,costumi tradizioni….  · Segui

Gregorio Asero  ·   · 

Per chi ha voglia di leggere pubblico uno stralcio di 

“A QUEL TEMPO”. 

Un racconto ambientato nella Paternò degli anni sessanta. 

3

Ricordi…

La memoria delle piccole cose del nostro passato, e la rivisitazione della vita vissuta, forse, più dello scritto, resta impressa nella mente di tutti noi.

Voglio dire che, se cerchiamo di capire chi siamo e dove siamo diretti, non possiamo dimenticarci chi eravamo, e allora, come se salissi su un’ipotetica macchina del tempo, voglio ripercorrere a ritroso le impronte dei miei passi, e come d’incanto mi appare l’immagine della “putia” di mia madre, per tutti la “putia della signora Angelina”.

Come ho già detto non era un vero e proprio negozio, ma semplicemente una grande stanza che faceva angolo fra Via Circonvallazione e Via Fratelli Bandiera e che mia madre, improvvisandosi commerciante, aveva adibito a negozio.

La parete che costeggiava la via Circonvallazione era fornita da un’ampia finestra che era stata adibita a vetrina d’esposizione, mentre l’ingresso era sull’altra via. Non so, a dire il vero, se mia madre avesse una regolare licenza di vendita. Sicuramente non l’aveva da subito ma poiché gli affari inizialmente andavano bene, penso che col tempo si sia messa in regola.

È verso la fine degli anni ’50 che sorge il negozio, sulle ali dell’entusiasmo di tanti altri piccoli negozi di venditori e artigiani che sorgevano come funghi, lungo la via principale.

Si sa, si era in un periodo tutto sommato di crescita economica, anche se non paragonabile a quella dei paesi del nord Italia.

I negozi erano tutti molto piccoli. In genere erano le stanze che si affacciavano sulla via e i più fortunati avevano addirittura un piccolo retro come magazzino.

Ancora risuonano nelle mie orecchie i rumori dei lavori degli artigiani e sento i mille odori caratteristici di ogni negozio.

Dopo il negozio di mia madre, dalla stessa parte della strada, c’era la bottega del “suddunaru”.

Quest’uomo era un vero artista nella lavorazione del cuoio. Era un uomo magro e minuto con uno strano timbro di voce, nel senso che era molto acuto, quasi stridulo e alla fine di ogni frase sembrava quasi che risucchiasse l’aria che gli era uscita dalla gola. Il viso aveva la forma di un’incudine, il naso era stretto e molto pronunciato, e la testa era coperta da una rada peluria che con un grande sforzo di fantasia si poteva definire capelli. Era conosciuto come “Saru u schettu”, nel senso che non si era mai sposato. La sua vita trascorreva fra la bottega e i vari maneggi, dove consegnava di persona i suoi capolavori.

Dicevano che era anche un abile cavallerizzo e che mai, a memoria d’uomo, si era vista una persona abile come lui nel domare i cavalli, anche i più irrequieti. Forse per questo io immaginavo che non si fosse mai sposato, o forse come alcuni dicevano, che a lui le donne non piacevano. Non lo so se fosse vero, ma so che non lo avevo mai visto parlare con una donna.

La sua arte spaziava dalle selle borchiate alle cinture per gli uomini fino anche alle museruole per cani.

Appese sulla porta del negozio facevano mostra, in bella vista, molte sue creazioni. I suoi “capolavori”, come amava definirli.

C’era un pezzo speciale che io adocchiavo sempre e che desideravo fosse mio. Un sogno irrealizzabile: una frusta fatta in budello di maiale molto flessibile che quando il sellaio la faceva roteare sembrava fischiasse nel lacerare l’aria.

Dalla parte opposta della strada c’era invece il calzolaio. Lungo il marciapiede che costeggiava il suo negozio, sopra un improvvisato banchetto, erano esposte un’infinità di forme di legno di scarpe.

Dal suo negozio usciva un odore che a me piaceva molto, era un misto di colla e cuoio.

Il calzolaio era un omone grosso e alto, aveva un paio di baffi che, dicevano, non ce n’erano di simili in tutta la Sicilia. Li aveva sempre ben curati e le estremità erano rivolte in alto, sembrava che fossero incollate, tanto stavano ritte e ferme.

Ricordo di averlo sempre visto con addosso un grembiule di cuoio scuro e unto, scalfito da un’infinità di piccoli tagli. Era sempre seduto fuori, sul marciapiede, su uno sgangherato sgabello. Batteva continuamente pezzi di cuoio con un martello dalla testa piatta e larga, distesi su una spessa lastra di ferro. Aveva le mani tozze e callose, sempre screpolate.

Con un lungo ago infilato di uno spesso filo di spago riparava scarpe, stivali, e anche borse di tutti i tipi.

Era il calzolaio del quartiere, nel senso che oltre a riparare le scarpe, le produceva artigianalmente su misura. Anche noi eravamo suoi clienti.

Quello che mi appassionava delle sue scarpe, erano dei ferretti a mezza luna che aggiungeva alle estremità delle suole e che facevano, quando si camminava su un pavimento di sasso o comunque duro, un rumore metallico, e ad ogni passo che si faceva, sembrava di ballare il tip-tap.

Un altro negozio che faceva molti affari era quello del vasaio. Anche lui esponeva la sua mercanzia lungo il marciapiede e la mia paura era, quando passavo accanto ai “bummuli”, di toccarne qualcuno e farlo cadere mandandolo in mille pezzi. Per quel motivo, cercavo di passare dalla parte opposta del marciapiede.

Il negozio, a dire il vero, era gestito da una donna, la signora Filomena che era la moglie del vasaio. Era una donna molto alta e prosperosa, aveva il fascino e la grazia di una leonessa. Gli occhi erano grandi e neri come il buio della notte. Aveva una chioma di capelli abbondanti e neri che erano mossi e ondulati con la scriminatura un poco di lato. Quello che colpiva in quella donna era il contrasto fra il nero dei capelli e il candore della pelle. La vita era molto sottile e il seno esuberante.

Sì, era indubbiamente una bella donna, tutti gli uomini del quartiere, me compreso, ne erano segretamente innamorati.

Purtroppo il marito vasaio, anche lui molto alto e prestante, era gelosissimo. Per questo motivo, pochissimi uomini rivolgevano la parola a sua moglie, per evitare equivoci e liti inutili.

Quelle poche volte che parlava con qualche uomo, i discorsi vertevano solo sulla vendita dei vasi esposti.

Calogero, questo era il nome del vasaio, lavorando nel retrobottega, sembrava assente, ma ai suoi occhi nulla sfuggiva.

Non vendevano solo vasi di terracotta, ma anche attrezzi di vario tipo, scatole metalliche, piatti, portavasi di ferro e lampade a petrolio.

A proposito delle lampade a petrolio, erano oggetti che mi piacevano particolarmente, non chiedetemi perché, non lo so, forse perché nel mio subconscio erano i custodi della fiamma e del calore.

Ricordo che la parte superiore della lampada, era fatta da una specie di tubo di vetro, dove la parte bassa s’innestava in una molla metallica e la parte alta finiva con una greca merlata.

Per controllare la resistenza del vetro, ogni acquirente usava battere con le dita la parte esterna del vetro, e secondo il rumore, si riusciva a capire se il vetro fosse integro o incrinato. Ancora nelle mie orecchie risuona il tintinnio del vetro al battere delle dita.

La bottega del carrettiere era quella che creava più frastuono, confusione e disordine, nel senso che il continuo via vai di carretti impediva una serena pace, così come potrebbe essere ai giorni nostri il disturbo che ci arreca il traffico automobilistico. C’è da dire che era anche quella che dava movimento a tutta la via.

Con i suoi attrezzi e macchinari costruiva carretti variopinti e anche sponde e pianali per i letti.

A quel tempo erano pochi i letti fatti di reti e molle, e i materassi erano riempiti di paglia e crine. Solo nelle case dei ricchi si usavano materassi riempiti di lana.

Era anche un continuo battere sui cerchioni delle ruote e sulle sponde dei carri. A completare l’opera ci si metteva anche il lavoro di sistemazione delle botti per il vino, e dunque anche sui cerchi delle botti era un continuo martellare.

Un altro bottegaio era il tappezziere, il quale era specializzato nel rinnovare le sedie di rafia, divani e poltrone.

Era anche una specie di sarto e a lui le donne portavano i cappotti da rivoltare finché c’era stoffa a sufficienza. Insomma non si buttava mai nulla.

All’occorrenza funzionava anche da tintoria e coloro che avevano un lutto da “portare” per tanto tempo, si rivolgevano a lui affinché “rinnovasse di nero” il loro guardaroba.

Un artigiano che non aveva fissa dimora era l’arrotino, che con il suo carretto passava di tanto in tanto per la mia via. Allora capitava che le donne, in massa, uscissero da casa, chi per portargli qualche ombrello da riparare, chi qualche coltello da molare e chi qualche pentola ammaccata e bucata da rimettere a nuovo.

In genere sostava per una giornata intera e verso il suo carretto era un continuo via vai di donne che gli portavano qualcosa da riparare, non prima di aver fatto una lunga ed estenuante trattativa sul compenso da corrispondere.

Non mancavano i negozi prettamente maschili, come il salone da barba, dove si regalavano mini calendari profumati, con rappresentate donne seminude che a sfogliarli avevano un non so che di pornografico e vagamente peccaminoso.

Come il circolo, dove gli uomini bevevano vino e disputavano qualche partita a carte, e che era sicuramente il locale dove si urlava di più.

Non poteva mancare poi il tabaccaio in cui si vendevano tabacchi, accendini, cerini, valori bollati. Insomma diciamo che la Via Circonvallazione era una strada piena di vita.

Il negozio di mia madre, per quei tempi, era sicuramente il più attrezzato e anche quello fornito delle più svariate mercanzie. In una vetrina dietro il bancone facevano bella mostra bianche bottiglie di latte con tappo di sigillo di sicurezza, con tassativo vuoto a rendere.

Cosa eccezionale per quei tempi, il negozio di mia madre era anche fornito di un grande e rumorosissimo banco frigo, dove all’interno erano ordinatamente stipati formaggi, salumi, prosciutti, salami, uova, ricotta fresca messa in contenitori di cesti fatti di frasca e coperti da foglie di fico, e tutto quello che necessitava di essere conservato al fresco.

In una grande vetrata sotto il bancone di formica, di un tenue color celestino con riflessi verdi, con le portine di vetro che si aprivano a scorrimento una sull’altra, erano in esposizione grosse forme di pane, la “vastedda”. A dire il vero, di pane se ne vendeva ben poco per via del fatto che non esisteva, a quei tempi, casa che non avesse il proprio forno.

Adesso che ci penso, il pane che maggiormente mia madre vendeva, era il famoso pane industriale, la “mafalda”, che era un bastone di pane con sopra spruzzati dei semi di sesamo, buonissimo da mangiare caldo e con la mortadella. Credetemi sulla parola, non esiste paragone in quanto a sazietà e prelibatezza, con le merendine industriali dei giorni nostri: pane e mortadella vince sicuramente dieci a zero. C’era anche uno scaffale con tanti contenitori di vari tipi di pasta e riso. Tutto da vendere rigorosamente sfuso.

Il reparto pasticceria non era altro che un alto scaffale con molti ripiani che arrivava a sfiorare il soffitto. Era il reparto preferito dai miei fratellini che, avendo scoperto il sistema per aprirlo, non facevano altro che accomodarsi direttamente all’interno per fare razzia di dolci.

I vasi di vetro pieni di confetti e leccornie varie, erano i primi a essere svuotati, poi era il turno delle rotelle di liquerizia e delle caramelle, quelle con tante sfumature di colori, erano le più attraenti. Se ne mettevano in bocca tre o quattro per volta. Si comportavano come potrebbe agire una volpe in un pollaio: facevano una strage.

Quando mia madre se ne accorgeva, erano urla e strilli per tutta la casa contro mia sorella maggiore, perché diceva mia madre, che non poteva fare tutto lei e il compito di curare i fratellini era suo.

Lo scatolame, come tonno, pelati, detersivi, era ammassato in un angolo. Per quanto riguarda il caffè, una rarità, era chiuso a chiave in una vetrinetta a parte, le cui chiavi erano di esclusiva gestione di mia madre, mentre il caffè d’orzo era contenuto in un recipiente metallico in bella vista sopra il bancone.

Ad ogni modo, nonostante l’offerta fosse varia e abbondante, non si poteva neanche lontanamente paragonare a quella dei moderni supermercati, ma tutto quello che si vendeva era indubbiamente privo di conservanti e additivi e sicuramente più genuino. A quei tempi c’era meno offerta ma molta più qualità.

Il negozio era sempre invaso da un misto di odori di salumi, dolci, detersivi e il tutto si mischiava in un unico aroma che invadeva chiunque entrasse.

L’odore delle cassate di mandorle e di pistacchio si mischiava a quello forte e pungente del “piacentino”. Purtroppo le parole non bastano per descrivere la sinfonia di odori e sapori che invadevano l’aria del negozio.

Il negozio era anche un punto d’incontro fra le massaie del quartiere, le quali, con la scusa di fare la spesa si riunivano a spettegolare e a comunicare gli ultimi aggiornamenti avvenuti nel circondario.

Diciamo che era una specie di giornale radio locale dove le casalinghe raccontavano le ultime notizie, con il tacito accordo, di mantenere il segreto professionale sul nome della “giornalista” di turno. Una specie di tutela della riservatezza, anche se tutti sapevano tutto di tutti.

Fuori, sulla porta del negozio, non c’era un cartello che indicasse l’orario di apertura e neanche quello del giorno di chiusura settimanale. Si entrava e usciva in qualsiasi momento. Mia madre apriva la mattina quando si alzava e chiudeva poco prima di andare a dormire. Ecco questo era l’orario del negozio.

Una porta con un vetro smerigliato divideva il locale negozio dall’abitazione privata, per cui tutta la casa era avvolta dal profumo, mentre altre volte era il negozio a essere avvolto dagli odori, buoni per altro, che provenivano dalla cucina. In alto, appesi al soffitto del negozio, facevano mostra una serie di carte moschicida, che quando erano sature di prede, mia madre sostituiva.

Ormai con i moderni centri commerciali tutto questo è sicuramente sparito per sempre.

Un uomo, sa amare un uomo?, di Iris G. DM

Iris G. DM

  · 

Un uomo, sa amare un uomo?

Quanto sa farlo,

sa farlo?

Un uomo sa essere solo,

dentro la sua solitudine, un cuore di ferro!

Una donna sa cosa è l’amore,

non è capace di vivere senza,

quanta musica nella testa,

quanta musica nel cuore, che muore d’amore.

A una donna piace vivere di baci e di impazienza,

diretta e sciolta,

nei diari dell’innocenza.

Quanto sa amare un uomo?

Un uomo che uccide, quanto sa amare?

Sa amare sempre troppo poco

e mai più di se stesso,

mai più delle sue ragioni,

mai più della sua violenza.

Io sono donna e so amare,

non uccido, io invento,

invento uomini da amare,

uomini da desiderare,

uomini seduti sul mio ventre,

sulla mia faccia, sulla mia vita,

sul mio destino che non è di guerra, ma è guerra.

Io so amare, io so amare,

sono donna e so amare. Irisi G. DM

Buon compleanno all’artista francese Francoise Gilot che oggi compie 101 anni!!!

Un libro tira l’altro ovvero il passaparola dei libri

Ausilia Bertoldo  ·   · 

Buon compleanno all’artista francese Francoise Gilot che oggi compie 101 anni!!!

In questo libro intenso, non facile, Françoise Gilot , la quarta donna importante per Picasso dopo Ol’ga, Marie-Thérèse e Dora Maar, descrive le enormi difficoltà incontrate durante la relazione con Pablo, il quale, in nome di se stesso e forte del mito che lo avvolge sacrifica i rapporti personali rinnegando amori e amicizie.

Lettura bellissima, coinvolgente e sorprendente!

La seconda stagione di #ViadeiMattiNumero0 è stata, se possibile, ancora più incredibile della prima

Valentina Cenni

La seconda stagione di #ViadeiMattiNumero0 è stata, se possibile, ancora più incredibile della prima. Siamo emozionati nel ringraziare tutte le persone che hanno reso possibile questo meraviglioso viaggio e tutto il pubblico che ci ha avvolti in un abbraccio pieno di luce e calore.

Grazie ai nostri autori, al carissimo e immancabile Fosco D’Amelio, a Rossella Rizzi, Federico Bàccomo, Duccio Battistrada e Lorenzo Scoles. Grazie a Riccardo Geminiani e Francesco Scrofani Cancellieri che hanno collaborato ai testi con grande cura.

Grazie al nostro prezioso ufficio stampa Zebaki, Pamela Maffioli e Giada Giordano, insieme a Diana Lapiccirella. Grazie al nostro fantastico agente Beppe Caschetto.

Grazie a tutta la #Rai, in special modo a Rosanna Pastore, Felice Cappa, Luisa Pistacchio, Eliana Mercieri, Michela Valeri Di Blasi, Simona Gubellini che hanno seguito da vicino il nostro progetto.

Grazie alla fantastica squadra di Ballandi a partire da Mario Paloschi e Claudio Montefusco.

Grazie a Silvia Ceccarelli e Claudia D’Amico per l’organizzazione impeccabile e sorridente, grazie al produttore esecutivo Luca Catalano.

Grazie al nostro grande regista Alessandro Tresa e all’aiuto-regista Giorgia Randolfi, sempre pronta a commuoversi.

Grazie ad Antonio Scappatura per la grande maestria nella fotografia e alla scenografa Federica Luciani che ha curato la nostra casa ideale.

Grazie al nostro imprescindibile Roberto Lioli che ha curato il suono.

Grazie alla nostra stylist Claudia Scutti, all’assistente Elena Giordani, a Valentina Sguera al trucco e a Elisa Zamparelli al parrucco per essersi presi cura di noi con grande professionalità ed allegria straripante.

Grazie ad Azzurra Primavera e Alessandro Bacchiorri per le bellissime foto di scena.

Grazie a Mariagrazia Cavallo che cura i nostri canali social e a Gianluca Martone che ci ha seguiti sui social di Ballandi.

Grazie alla coordinatrice di post produzione Gioia Bernucci, alla coordinatrice di produzione Marta Di Modica, con Silvia Lamia, Luigi Nistricò e l’ispettore di produzione Federico Rossi.

Grazie agli operatori di ripresa Giulio Belviso, Alessandro Carucci, Luciano Indiveri, Lorenzo Lattanzi, Fabio Palma, Antonio Tresa, Francesco Trisi, Cesare Vernetti. Grazie alla squadra tecnica Alfonso Feliziani (capotecnico), Stefano del Vecchio e Matteo Andolina (fonici di sala), Mauro Buccitti e Mauro Piermattei (accordatori), Enrico Ceccarelli (mixer luci), Alice Della Ragione (segretaria di edizione), Fabrizio Della Pelle (macchinista), Vincenzo Fiorini (elettricista), Hector S.Serratos Aguilar (elettricista) e al gobbista Gabriele Natili per la grande pazienza, simpatia e professionalità. Grazie alla squadra di montaggio Claudio Giannuli, Alessandro Lacialamella, Alessandro Smarrelli, Vincenzo Tagliatela, Alfredo Angelo Orlandi, Maria Laura Zaccagni, Francesco Tosoni (mix audio), Arturo Murante e Edwin Guzzo (grafiche).

La fine è sempre un nuovo inizio, a presto!

Valentina & Stefano

Cronaca. Imprese. Ambiente: 𝗩𝗼𝗴𝗹𝗶𝗮𝗺𝗼 𝘀𝗮𝗽𝗲𝗿𝗲 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝗰’𝗲̀ 𝗻𝗲𝗹 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗼 𝗰𝗼𝗿𝗽𝗼, 𝘃𝗼𝗴𝗹𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗹𝗮 𝘃𝗲𝗿𝗶𝘁𝗮̀ 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗮 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮 𝘀𝗮𝗹𝘂𝘁𝗲!

Comitato Stop Solvay

𝗩𝗼𝗴𝗹𝗶𝗮𝗺𝗼 𝘀𝗮𝗽𝗲𝗿𝗲 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝗰’𝗲̀ 𝗻𝗲𝗹 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗼 𝗰𝗼𝗿𝗽𝗼, 𝘃𝗼𝗴𝗹𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗹𝗮 𝘃𝗲𝗿𝗶𝘁𝗮̀ 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗮 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮 𝘀𝗮𝗹𝘂𝘁𝗲!

🗣️L’assemblea pubblica del 7 Dicembre ore 21 avrà l’obiettivo di creare un momento di confronto, di spiegazione e approfondimento: ci avviciniamo sempre di più alla possibilità concreta di uno screening sulla popolazione, diventa fondamentale sapere cosa chiedere alle istituzioni coinvolte!

👉Il medico ambientalista Lelio Morricone ci accompagnerà in quelle che potrebbero essere le fasi dello studio epidemiologico e di come dovrebbe funzionare correttamente un protocollo per i medici di base in un luogo colpito da un disastro ambientale.

👉Michela Piccoli, portavoce delle Mamme no Pfas , un esempio vincente della lotta ambientale in Veneto, ci racconterà quanto è importante rivendicare il diritto alla salute per tutti, nessuno escluso.

👉In collegamento da Taranto, il Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti: un contributo estremamente prezioso da chi, ormai da anni, lotta per la vita, per il lavoro e per la sopravvivenza del proprio territorio senza mai arrendersi.

🔥Insieme a Viola Cereda e Claudio Lombardi, del Comitato Stop Solvay, la sera del 7 Dicembre costruiremo un altro pezzo della lotta che portiamo avanti ormai da due anni: non ci fermeremo finché non avremo la verità, finché non smetteremo di morire di lavoro e di inquinamento, finché la fabbrica non sarà chiusa e la Fraschetta bonificata.

Mamme NoPfas – genitori attivi – area contaminata

Mamme NoPfas – genitori attivi – zone contaminate

Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti

CHIAROVEGGENZA DEL DOMANI, di Silvia De Angelis

Silvia De Angelis

CHIAROVEGGENZA DEL DOMANI

Evocazione essenziale di voce

nel cantico espansivo del sole.

S’apre così

un estuario di vita

unito al profumo di viole

nella dissolvenza d’alba sul viso.

Un rituale metodico nel respiro leggero

al di fuori di ceste d’incensi

e pensieri incupiti.

Vaga ora la scelta

per additare nuovi sguardi

oltre ciglia indecise e sinuosi fianchi

che intinti nel tepore di mani

disegnino amene geografie

senza vincoli

sull’agile chiaroveggenza del domani.

@Silvia De Angelis

Sale: Mercatino della Solidarietà Pietro Baldi

Amici di S. Maria e S. Siro

Sabato 26 novembre si svolgerà la terza edizione del Mercatino della Solidarietà che da quest’anno abbiamo voluto intitolare a Pietro Baldi, recentemente scomparso. Fondatore e storico Presidente della Aic, Pietro Baldi si è sempre impegnato nel sociale, nello studio e promozione del borgo di Sale.

Le associazioni che parteciperanno, oltre ovviamente al Comitato Amici di S. Maria e S. Siro, sono le seguenti: Aic, Aido, Animal’s Angels, Avis, Ass. Franca Cassola Pasquali, Ass. Pandora, Ass. Exago, Ass prom. soc. Ethos Ensemble Orchestra, Ass. Iris, Croce Rossa del BVS, Cong. Piccole Figlie del Sacro Cuore di Gesù, Suore Sacramentine ipovedenti, Fiab Tortona sez. Malabrocca, FAI del. Tortona, Lions Water for Life, la Zampa sul Pioppo, Progetto Ambiente Tortona, Residenza Lisino Tortona, San Carlo Onlus Castelnuovo S., Tennis Sale per Ospedale Gaslini di Genova. Sarà pesente la Pro Loco di Sale con le caldarrosto, il Chicco e il Bar del Mercato offriranno la cioccolata calda ai bambini.

Vi aspettiamo numerosi per un pomeriggio di festa e solidarietà.

Piazza Santa Maria e Via Roma dalle 15.00 alle 19.00

DONNA DI SEMPRE, di Manuela Floris

Manuela Floris

DONNA DI SEMPRE

Donna di ieri,di oggi

Sempre violata,infangata,derisa

C’è l’eco in ogni tempo

Delle tue sofferenze.

Un tempo nell’ombra vivevi

Tacciata di strega,

o rinchiusa in convento,

venduta a biechi individui

sparivi nel nulla.

In tenera età ti davano in sposa

Perdevi l’infanzia

Perdevi il candore.

Da Ieri all’oggi cosa è cambiato?

Gli stessi abusi su corpi di bimbe

Di donne, di mamme

Il destino è ormai quello,

subire le onte

subire il martirio.

Oggi sono colpevoli

Del loro dolore:

portano marchi nell’anima

e graffi nel cuore.

E la cruda mattanza giammai si ferma

Salgono in cielo

Vestite di bianco

Donne e bambine

Intrise di sangue.

Quando si fermerà

Dell’uomo la ferocia?

Nessuno potrà lenire quel dolore se non un volo…Per sempre.

Di Manuela Floris

San Gimignano è il paese delle torri. Le vedrete spuntare all’orizzonte, tra le antiche case in pietra del borgo toscano, di Why we love Italy

Why we love Italy

San Gimignano è il paese delle torri. Le vedrete spuntare all’orizzonte, tra le antiche case in pietra del borgo toscano.

Un tempo le torri erano settantadue. Oggi se ne contano quattordici. Non perdete tempo a fare i calcoli. Godetevi il panorama.

Considerate il simbolo dell’architettura medievale in Toscana, nel 1990 sono state dichiarate Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Mentre le guardi, rifletti su quanto sia antica la storia di San Gimignano: dalle invasioni degli Ostrogoti di Totila, alla peste del 1348, alla sottomissione a Firenze. La mente ritorna al Medioevo, il “periodo buio” studiato a scuola che ha lasciato un segno indelebile nell’architettura dei palazzi.

Artisti famosi, come Domenico Ghirlandaio, Sebastiano Mainardi, Piero del Pollaiolo, hanno vissuto e lavorato a San Gimignano e adornato le chiese con le loro opere, che possiamo ammirare ancora oggi. I monumenti ai caduti ricordano ai visitatori che le due guerre mondiali hanno interessato anche questa parte della Toscana, tra le colline della provincia di Siena.

Buonanotte a tutti voi, cari amici, da San Gimignano!! 🇮🇹❤😴👋

San Gimignano is the city of towers. You will see them appear on the horizon, among the ancient stone houses of the Tuscan village.

There were once seventy-two towers. Today there are fourteen of them. Don’t waste time calculating. Enjoy the view.

Considered the symbol of medieval architecture in Tuscany, in 1990 they were declared a World Heritage Site by Unesco. Looking at them, you reflect on how ancient the history of San Gimignano is: from the invasions of the Ostrogoths of Totila, to the plague of 1348, to its submission to Florence. The mind goes back to the Middle Ages, the “dark period” studied in school which left an indelible mark on the architecture of the buildings.

Famous artists, such as Domenico Ghirlandaio, Sebastiano Mainardi, Piero del Pollaiolo, lived and worked in San Gimignano and adorned the churches with their works, which we can still admire today. The war memorials remind visitors that the two world wars also affected this part of Tuscany, in the hills of the province of Siena.

Goodnight to all of you, dear friends, from San Gimignano!! 🇮🇹❤😴👋

Grazie: Complimenti a 📷@instagram.com/danieleragazzini

Aracoeli, di Elsa Morante

Enrica Bocchio

“E allora mi sono guardato negli occhi. Raramente ci si guarda, con se stessi, negli occhi, e pare che in certi casi questo valga per un esercizio estremo. Dicono che, immergendosi allo specchio nei propri occhi – con attenzione cruciale e al tempo stesso con abbandono – si arrivi a distinguere finalmente in fondo alla pupilla l’ultimo Altro, anzi l’unico e vero Se stesso, il centro di ogni esistenza e della nostra, insomma quel punto che avrebbe nome Dio.

Invece, nello stagno acquoso dei miei occhi, io non ho scorto altro che la piccola ombra diluita (quasi naufraga) di quel solito niño tardivo che vegeta segregato dentro di me. Sempre il medesimo, con la sua domanda d’amore ormai scaduta e inservibile, ma ostinata fino all’indecenza. “

Elsa Morante

Aracoeli

Vernazza, in provincia di La Spezia, di Why we love Italy

Why we love Italy

Vernazza, in provincia di La Spezia, è uno di quei pittoreschi borghi che compongono le Cinque Terre. Sorge arroccato alle pendici di uno sperone roccioso, ed è rivolto romanticamente verso il mare. Vernazza è stata dichiarata nel 1997 Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO, insieme alle altre quattro località che costituiscono il territorio delle Cinque Terre: Monterosso al Mare, Corniglia, Manarola e Rio Maggiore, tutte ben collegate tra di loro e che è possibile visitare nel giro di una settimana in modo molto semplice.

A Vernazza ce n’è da ammirare, dal porticciolo naturale, alle case-torre colorate, dai panorami visibili lungo i sentieri verticali, alle piazzette di paese che i cittadini chiamano “u cantu de musse”, ossia l’angolo delle chiacchiere. 🇮🇹❤👏👋

Vernazza, in the province of La Spezia, is one of those picturesque villages that make up the Cinque Terre. It stands perched on the slopes of a rocky outcrop, and is romantically facing the sea. Vernazza was declared a World Heritage Site by UNESCO in 1997, together with the other four towns that make up the Cinque Terre area: Monterosso al Mare, Corniglia, Manarola and Rio Maggiore, all well connected to each other and can be visited in a week very simple way.

In Vernazza there is much to admire, from the natural harbour, to the colorful tower-houses, from the panoramas visible along the vertical paths, to the small squares that the citizens call “u cantu de musse”, that is, the corner for chatting. 🇮🇹❤👏👋

Grazie: Complimenti a📷@instagram.com/pinkines

La ragazza dei fiori, di Chiara Maggi

La ragazza dei fiori – LIBRO –

Molti mi scrivono chiedendomi – come mai il tuo libro non si trova in libreria? Il motivo è semplice… Le librerie fanno posto alle grandi case editrici… Noi figli di un Dio minore possiamo essere ordinati ma non abbiamo spazio a scaffale. Stasera sono entrata in una libreria Giunti e guardavo le decine di libri esposti sotto i riflettori. Libri da toccare da sfogliare da odorare.

Il mio non c’era. Non ci sarà mai. Non è possibile cambiare questo meccanismo che ospita grandi autori e lascia al buio altri autori magari meritevoli di un po’ di luce. Ovviamente non è colpa delle librerie… È una legge di mercato. L’autore famoso vende mentre il piccolo autore è un’incognita totale. Non è nessuno … E poco e porta se scrive con il cuore. Il cuore per tanti è solo un muscolo che batte.

Chiara Maggi

Gallerie degli Uffizi: Albrecht Dürer, Il Cavaliere, La Morte e il Diavolo, incisione, 1513, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi

Gallerie degli Uffizi 

La paura della morte tormenta l’essere umano da sempre, è una minaccia che accomuna tutti, i poveri e i ricchi, gli eroi e la gente comune, i dotti e gli ignoranti, i religiosi e gli atei. La Morte e il Diavolo sono sempre in agguato, come vediamo in questa incisione di Albrecht Dürer, ma il Cavaliere, ritto sul suo bellissimo destriero, avanza fiero e guarda davanti a sé, incurante dei mostruosi compagni di viaggio.

Il Cavaliere, teso dentro la sua armatura, ignora il richiamo dell’essere alle sue spalle, il Diavolo: sembra uno scherzo della natura perché ha il muso caprino, le corna ricurve da ariete sotto le orecchie e una serie di malformazioni che lo fanno assomigliare più a un incubo che a una creatura reale. Il Diavolo segue il Cavaliere a piedi portando un’alabarda.

Al suo fianco vediamo un altro essere mostruoso, ha l’aspetto di un teschio a cui sono rimasti gli occhi e due denti canini, ha una barba lunga e dai suoi capelli escono minacciosi serpenti che si avvolgono intorno alla corona. È la Morte, la regina del tempo, che porta in mano una clessidra, dove la sabbia è quasi tutta scesa, e sopra un orologio segna le cinque. Cavalca un ronzino smagrito col collo rivolto verso terra, le orecchie abbassate e annuncia il suo arrivo con un campanello appeso al collo. La Morte sembra deridere il Cavaliere, cercando di attrarre la sua attenzione con un grido, ma il Cavaliere la ignora e non si lascia scomporre dall’angoscia che i due esseri mostruosi cercano di insinuargli.

Il Cavaliere è impegnato in un lungo cammino, la sua meta è la fortificazione che si vede in lontananza, sorretto da un’indomabile fede religiosa, simboleggiata dal cane, senza la quale probabilmente sarebbe già caduto da cavallo.

Il Cavaliere di Dürer rappresenta l’integrità, la fiducia e la costanza che bisogna avere quando dobbiamo affrontare le difficoltà della vita: la Morte e il Diavolo sono sempre in agguato, ma l’unica possibilità di salvezza è ignorarli. Loro resteranno comunque al nostro fianco, ma dobbiamo reagire con la stessa freddezza del Cavaliere, come traspare dalla sua posa fiera, e continuare il viaggio con grande compostezza.

Albrecht Dürer, Il Cavaliere, La Morte e il Diavolo, incisione, 1513, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi

#albrechtdürer

Gabriele Tergit – Gli Effinger

Un libro tira l’altro ovvero il passaparola dei libri

Roberto Donati  ·   · 

Gabriele Tergit – Gli Effinger

Un librone, io ho letto sul kindle dovrebbe comunque trattarsi di circa 900 pg sul cartaceo, uscito per la prima volta nel 1950 senza fortuna è stato rieditato negli anni ‘70 del secolo scorso e, in Italia, credo per la prima volta nel 2021. Si tratta di una saga familiare che si svolge lungo circa cinquant’anni dal 1890 al 1940 all’interno della comunità ebraica tedesca e berlinese in particolare.

Non è però un libro “ebraico” nello stile, ad esempio, dei fratelli Singer qui gli ebrei sono, o credono di essere, ben assimilati nella società borghese prima dell’Impero e poi della Repubblica e si comportano come tutti gli altri industriali, notabili, professionisti del loro tempo.

Naturalmente per noi lettori che conosciamo la storia che verrà tutto i loro movimenti, gli amori, le fabbriche i successi e gli insuccessi ci appaiono inutili destinati ad essere inghiottiti dalla nube nera del nazismo.

L’autrice, giornalista ebrea tedesca fuggita in Inghilterra, ha scritto il libro praticamente in diretta negli stessi anni in cui si svolgono gli avvenimenti e questo se da una parte permette una intensa aderenza al reale dall’altra può essere stato un limite allo sviluppo della trama che risulta in qualche momento essere “spezzata”. Certamente un buon libro e un tema importante che forse poteva essere meglio seguito con una scrittura più fluida e magari cento o duecento pagine di meno comunque una lettura da consigliare

Italia Unita per la Storia: 22 novembre 1220: Federico II diventa Imperatore del Sacro Romano Impero

Italia Unita per la Storia

22 novembre 1220: Federico II diventa Imperatore del Sacro Romano Impero

Federico apparteneva alla nobile famiglia sveva degli Hohenstaufen. Discendeva per parte di madre dai normanni di Altavilla (Hauteville in francese) conquistatori di Sicilia e fondatori del Regno di Sicilia.

Conosciuto con gli appellativi stupor mundi (stupore del mondo) Federico II era dotato di una personalità poliedrica e affascinante che, fin dalla sua epoca, ha polarizzato l’attenzione degli storici e del popolo, producendo anche una lunga serie di miti e leggende popolari. Il carisma di Federico II è stato tale che all’indomani della sua morte, il figlio Manfredi, futuro re di Sicilia, in una lettera indirizzata al fratello Corrado IV citava tali parole: “Il sole del mondo si è addormentato, lui che brillava sui popoli, il sole dei giusti, l’asilo della pace”.

Il suo regno fu principalmente caratterizzato da una forte attività legislativa moralizzatrice e di innovazione artistica e culturale. Federico fu un apprezzabile letterato, convinto protettore di artisti e studiosi: la sua corte fu luogo di incontro fra le culture greca, latina, germanica, araba ed ebraica. Uomo straordinariamente colto ed energico, stabilì in Sicilia e nell’Italia meridionale una struttura politica molto somigliante a un moderno regno, governato centralmente e con un’amministrazione efficiente.

Federico II parlava sei lingue (latino, siciliano, tedesco, francese, greco e arabo) e giocò un ruolo importante nel promuovere le lettere attraverso la poesia della Scuola siciliana. La sua corte reale siciliana a Palermo, dal 1220 circa sino alla sua morte, vide uno dei primi utilizzi letterari di una lingua romanza (dopo l’esperienza provenzale) il siciliano. La poesia che veniva prodotta dalla Scuola siciliana ha avuto una notevole influenza sulla letteratura e su quella che sarebbe diventata la moderna lingua italiana. La scuola e la sua poesia furono salutate con entusiasmo da Dante e dai suoi contemporanei, e anticiparono di almeno un secolo l’uso dell’idioma toscano come lingua letteraria d’Italia

Bettelmatt, di Me Piemont

Me Piemont

Bettelmatt

Il bettelmatt è un formaggio prodotto esclusivamente in alcuni alpeggi estivi siti nell’Ossola superiore .

In particolare, alpe Bettelmatt, Kastel, Vannino e Toggia che si trovano in alta Val Formazza, mentre alpe Forno, Sangiatto e Poiala in Valle Antigorio (e più precisamente in Valle di Devero), tutti oltre i 1800 m s.l.m.

Con il nome bettelmatt si identifica fin dal XIII secolo, un formaggio di eccellenza che veniva utilizzato come merce di scambio.

Il nome Bettelmatt deriva da battel che significa questua, quindi era senz’altro utilizzato per forme di beneficenza, l’unione a matt, che in tedesco significa pascolo, rende chiaro il significato del nome in: pascolo della questua.

Il suo nome deriva dall’omonima Alpe Bettelmatt anticamente dei signori de Rodis. Deve la sua fama alla ricchissima fioritura del pascolo.

L’attuale tecnica di preparazione risale al Quattrocento. Il latte intero, prima utilizzato solo per produrre formaggio semi-grasso e burro, da allora viene portato a temperatura direttamente all’alpeggio. Il formaggio prodotto viene pressato con grosse pietre, lasciato riposare un giorno, salato e conservato in piccole baite chiamate “Speicher”.

Nel 1710 si parla già di un formaggio Bettelmatto in documenti dell’Archivio Borromeo. Vasti pascoli di produzione sono stati distrutti, negli anni 30, dalla costruzione di diversi bacini idroelettrici.

(Fonte: Wikipedia)

Grappoli come uva, di Giuseppe Scolese

Photo by Nicky Pe on Pexels.com

Giuseppe Scolese

Grappoli come uva

Grappoli come uva, acini succosi, è dentro dei piccoli semi. E ogni seme è una possibile pianta. Accorgersi è bello, capire di più.

Il seme in sostanza è già albero e grappoli d’uva, chi dice questo? La scienza, ma anche la fede, che mi fa sperare che seppellendo un piccolo seme, nasce un albero. Capire questo è scienza, prima, molto prima era intuizione, l’uomo intuisce che la pianta è frutto del seme e a sua volta diviene creatore del seme.

È consapevole il seme di divenire pianta? Non lo sappiamo, perché il suo livello di coscienza è differente dal nostro. Differente, non migliore o peggiore.

Tutto nasce, cresce, vive e muore. Tutto è già lì, solo non lo sappiamo, e quindi è mistero, ma solo finché non viene svelato. Possiamo scoprire tutti i misteri del mondo, eppure non sapremo mai come sia possibile che un piccolo seme abbia in sé la futura vita dell’albero che sarà e magari anche il tempo esatto che vivrà, sempre che non intervenga un fatto anomalo a decidere per lui.

Giuseppe Scolese

Arrendiamoci al presente, di Guido Mazzolini

Guido Mazzolini

Arrendiamoci al presente, c’è un attimo nuovo che aspetta, nascosto dietro un angolo di dubbio. A nessuno è negato l’adesso. Siamo qui, siamo ora, e non ci accorgiamo del miracolo di un presente che si rinnova ogni istante, Nulla è ripetibile, tutto può essere migliorato.

Con pazienza e umiltà, accogliendo l’oggi, accogliendo la vita col desiderio di uscire da noi stessi per incontrare l’altro. È questo il regalo del presente, la possibilità di ripartire dal prodigio di un incontro, dal saluto di un giorno nuovo, dalle domande che accomunano l’umanità.

Noi inquieti e insicuri, schegge del medesimo specchio. Una grande famiglia che attende risposte e che spesso le cerca nel fragore di un temporale, quando invece potrebbe trovarle nel mormorio leggero del vento.

I giorni si seguono ininterrottamente, di Rosa Cozzi

Rosa Cozzi

  · 

Buongiorno!☕️🥐🍹🍀

I giorni si seguono ininterrottamente,

scanditi dal tic-tac delle lancette

di un orologio invisibile!

ESTASI E SPASMO “

Eccomi statua di creta

in attesa delle tue carezze,

voglia di

baci impuri

che sfiorano l’incavo tenero

del mio essere donna.

Mi trasformi e mi plasmi

a tua immagine e ormai vinta

mi lascio trasportare dai sensi

trattengo il respiro

e accetto il tuo sensuale contatto.

Cresce in me

la voglia di abbandonarmi

desiderosa di te e sottomessa

aspetto languidamente

che tu compia l’ultimo gesto.

da “ Diario Erotico “

di Rosa Cozzi

D.L.1941/ 633

foto di Eva Angelini

“L’ EXTASE ET LE SPASME “

Je suis statue de Crète

dans l’attente de tes caresses.

Envie de baisers impures

qui frôlent l’encoche tendre

de mon être une femme.

Tu me transforme et me moule

a ton image et déjà gagnée

je me laisse porter par les sens.

Je retiens mon souffle

et j’accepte ton sensuel contact.

Grandit en moi

l’envie de m’abandonner.

Désireuse de toi et soumise

j’attend indolemment

que tu fasse le dernier geste.

“Diario Erotico”

De Rosa Cozzi

D.L. 1941 / 633

photos d’Eva Angelini

Sono nata a novembre, di Marina Donnarumma

Marina Donnarumma

Sono nata a novembre,

Il mese delle lapidi e delle messe,

Dei giorni grigi e delle piogge che pungono

Come metallo.

Da bambina pensavo che i crisantemi

Fossero tutti bianchi, poi ho scoperto gli altri colori.

Ho pensato che forse non era così triste novembre!

Alla fine le corone erano state mazzi di fiori!

Ho pensato che era un mese per morire,

di fiammelle a consumare.

Però c’erano le mele nuove,

Le focacce d’uva,

Nei cassetti le noci e i cachi a maturare.

Sono nata a novembre,

La luna era calante,

Non si poteva amare,

chi era nata a novembre.

A novembre si moriva,

Chi mi avrebbe mai amata!

I cipressi nascondevano la luna,

Ma la luce, la luce,

Quella inondava ogni atomo

Del mio corpo! Iris G.DM

Il bellissimo comune di Bellagio

Why we love Italy

Il bellissimo comune di Bellagio è un borgo lombardo che si affaccia sul lago di Como. Incantevole meta turistica e culturale, Bellagio è celebre per la sua posizione geografica davvero esclusiva: il borgo si trova sull’estremità settentrionale del Triangolo Lariano, proprio nel punto in cui si dipartono i due rami del lago di Como. Sormontato dalle Alpi, questo incantevole comune è uno dei luoghi più visitati del comasco.

Il centro storico di Bellagio, chiamato anche “il Borgo“, con i suoi numerosi negozietti situati lungo strette viuzze a gradoni, intervallate da infiniti passaggi e portici, è rinomato in tutto il mondo e attira ogni anno migliaia di turisti.

L’atmosfera che si respira tra le sue vie è quella di un borgo molto vivace ed elegante, dal passato sfarzoso ed internazionale, fatto di eventi culturali, artistici e mondani di alto profilo. Teatri dalla fitta programmazione, grandi e lussuosissimi alberghi, che già nell’800 facevano concorrenza per eleganza a quelli delle principali capitali europee e botteghe artigianali di altissima qualità hanno fatto la storia di questo paese. 🇮🇹❤👏👋

The beautiful town of Bellagio is a Lombard village overlooking Lake Como. An enchanting tourist and cultural destination, Bellagio is famous for its truly exclusive geographical position: the town is located at the northern end of the Lariano Triangle, right at the point where the two branches of Lake Como branch off. Surmounted by the Alps, this enchanting town is one of the most visited places in the Como area.

The historic center of Bellagio, also known as “il Borgo”, with its numerous shops arranged along narrow stepped alleys, interspersed with infinite passages and arcades, is renowned throughout the world and attracts thousands of tourists every year.

The atmosphere that reigns in its streets is that of a very lively and elegant village, with a sumptuous and international past, made up of high-profile cultural, artistic and social events. Theaters with a dense program, large and very luxurious hotels, which already in the 19th century competed in elegance with those of the main European capitals and high-level artisan shops have made the history of this country. 🇮🇹❤👏👋

Grazie: Complimenti a📷@instagram.com/temistio

MI SENTO IN BILICO, di Mirella Ester Pennone Masi

Mirella Ester Pennone Masi

MI SENTO IN BILICO

(controcanto)

Vita lieta che da bambina

aleggiavi cantando, mi ricordi

anche gli ingenui vent’anni,

i sospiri non devi aggirare

fosti il tenero mistero del cuore

e la fiaba priva d’inganni.

Cerca e trova nel lontano mare

la memore bufera di sentimenti;

l’azzurro splenderebbe solare.

Ritornerai, è quel che io sento,

sopra i fiori e i roveti morenti.

Trovatore di quel mio tempo

il notturno sarà un nuovo volo;

già ti scelsi tra mille più stelle:

“Forse sei un miraggio tremulo

che vuole risplendere da solo?”

Sai che, quelle lacrime salmastre

fra le ciglia pungeranno sempre?

Ma noi siamo ancora gli stessi,

viviamo dunque la lirica campestre

mosto dolce e musica solenne:

“Mi sento in bilico!”

@Mirella Ester Pennone Masi 26 novembre 2022

photo dal web

L’arminuta, di Donatella Di Pietrantonio


Un libro tira l’altro ovvero il passaparola dei libri

Patrizia Franchina  ·   · 

L’arminuta di Donatella si Pietrantonio

E’ un romanzo scritto in prima persona da una ragazzina di 13 anni che, come non era insolito nelle famiglie numerose e molto povere delle campagne nell’immediato dopo guerra, era stata ceduta dai genitori ad una coppia di parenti senza figli, da loro la bimba era stata cresciuta nel benessere e nell’amore; improvvisamente, all’età di 13 anni viene restituita alla famiglia di origine senza apparente motivo. Dall’oggi al domani, quindi la ragazzina perde il suo mondo, le sue certezze, quasi la sua identità, per finire catapultata in un’altra realtà da lei mai sospettata a cui si sente estranea e guardata con ostilità dai fratelli.

L’ arminuta, ossia, la restituita, dovrà farsi carico di imparare a vivere una nuova vita, deve imparare a fare a meno delle comodità che le erano familiari, adattarsi a condividere ogni intimità con i nuovi familiari in una casa vecchia e povera. La madre, quella vera, non sa o non è in grado di aiutarla, di sostenerla perché è una donna indurita dalla vita, dalle fatiche , dalle innumerevoli gravidanze e dalla miseria; solo Adriana, la sorellina più piccola, sveglia e scaltra, sembra ben disposta nei suoi confronti, quasi protettiva e tra loro nasce un legame di affetto e di complicità.

Ma è il comportamento della madre il più contraddittorio: per un verso sembra provare ammirazione per quella figlia tanto brava a scuola, dai modi educati e comunque ormai lontana dall’ambiente rozzo e povero in cui è nata, ma nello stesso tempo sembra essere irritata dalla sua presenza e non tenta minimamente di aiutarla a capire cosa sia davvero successo; non la aiuta a comprende come una madre possa a privarsi della propria figlia affidandola ad altri se non la speranza di offrirle qualcosa di meglio o di diverso da quanto lei stessa potrebbe darle.

E che cosa può spingere una madre adottiva, che tanto desiderato una figlia, poi da rimandarla indietro senza alcuna spiegazione ragionevole? E come una ragazzina puo vivere il doppio abbandono e la perdita di ogni certezza? Sono questi i temi della narrazione, oltre che la difficoltà e la fatica di ricostituirsi un posto nella nuova famiglia imparando a controllare i propri sentimenti di rifiuto, paura, insicurezza generati dalla nuova situazione. L’autrice indaga con uno stile asciutto, severo, essenziale a volte duro i sentimenti di un’adolescenza rifiutata e abbandonata due volte, il suo ingiustificato senso di colpa per l’inadeguatezza degli adulti, e il desiderio di rimediare comunque una motivazione, una giustificazione per essere stata rifiutata una seconda volta.

Cultura. Libri: Claire Keegan, Piccole cose da nulla, Einaudi, 2022, traduzione di Monica Pareschi

Un libro tira l’altro ovvero il passaparola dei libri

Moreno Migliorati  ·   · 

Claire Keegan, Piccole cose da nulla, Einaudi, 2022, traduzione di Monica Pareschi

Con l’avvicinarsi del Natale del 1985, Bill Furlong si ritrova sempre più turbato da un senso di insoddisfazione. Mercante di carbone e legname che vive a New Ross, in Irlanda, dovrebbe essere felice della sua vita: è felicemente sposato e padre di cinque brillanti figlie, e gestisce un’attività di successo. Ma le cicatrici della sua infanzia permangono: sua madre lo ha dato alla luce quando era ancora un adolescente e non ha mai conosciuto suo padre.

Ora, mentre si avvicina alla mezza età, Furlong si chiede se tutto ha un senso e se ci sia da aspettarsi qualcosa di nuovo. Ma una serie di incontri preoccupanti nel convento locale, che funge anche da “scuola di formazione per ragazze” e attività di lavanderia, sconvolge la vita tranquilla di Furlong. I lettori che hanno familiarità con la storia delle Magdalene Laundries irlandesi, istituzioni in cui le donne venivano incarcerate e spesso morivano, riconosceranno immediatamente le circostanze di cui si parla e la situazione delle donne disperate intrappolate nel convento di New Ross.

Ma Furlong non capisce immediatamente a cosa ha assistito. Keegan, premiata scrittrice irlandese di racconti, purtoppo poco nota in Italia, riesce a dire moltissimo usando pochissime parole, con effetti straordinari, in questo breve e molto convolgente romanzo.

Nonostante la brevità del testo, lo stato emotivo di Furlong è reso pienamente, con una perfetta aderenza psicologica, e risulta profondamente toccante. Keegan riesce anche a ricreare con cura la rete di complicità attorno alle attività del convento, rete che risulta assai banale, e quindi tanto più agghiacciante. «Mentre proseguivano e incontravano altre persone che conosceva e non conosceva, si ritrovò a domandarsi che senso aveva essere vivi se non ci si aiutava l’uno con l’altro. Era possibile tirare avanti per anni, decenni, una vita intera senza avere per una volta il coraggio di andare contro le cose com’erano e continuare a dirsi cristiani, a guardarsi allo specchio?». Furlong riesce a rispondere alla sua domanda e a dare un senso alla sua vita.

Romanzo bellissimo, scritto con una prosa asciutta e che va dritta all’essenziale: consigliatissimo.

Cronaca: Le parole di Paola Cortellesi, che oggi festeggia il suo compleanno

Che tempo che fa 

«È impressionante vedere come nella nostra lingua alcuni termini che al maschile hanno il loro legittimo significato, se declinati al femminile assumono improvvisamente un altro senso, cambiano radicalmente, diventano un luogo comune, un luogo comune un po’ equivoco che poi a guardar bene è sempre lo stesso, ovvero un lieve ammiccamento verso la prostituzione.

Vi faccio degli esempi.

Un cortigiano: un uomo che vive a corte; Una cortigiana: una mignotta.

Un massaggiatore: un cinesiterapista; Una massaggiatrice: una mignotta.

Un uomo di strada: un uomo del popolo; Una donna di strada: una mignotta.

Un uomo disponibile: un uomo gentile e premuroso; Una donna disponibile: una mignotta.

Un uomo allegro: un buontempone; Una donna allegra: una mignotta.

Un gatto morto: un felino deceduto; una gatta morta, una mignotta.

Non voglio fare la donna che si lamenta e che recrimina, però anche nel lessico noi donne un po’ discriminate lo siamo.

Quel filino di discriminazione la avverto, magari sono io, ma lo avverto. Per fortuna sono soltanto parole. Se davvero le parole fossero la traduzione dei pensieri, un giorno potremmo sentire affermazioni che hanno dell’incredibile, frasi offensive e senza senso come queste. “Brava, sei una donna con le palle”, “Chissà che ha fatto quella per lavorare”, “Anche lei però, se va in giro vestita così”, “Dovresti essere contenta che ti guardano”, “Lascia stare sono cose da maschi”, “Te la sei cercata”.

Per fortuna sono soltanto parole ed è un sollievo sapere che tutto questo finora da noi non è mai accaduto.»

– Le parole di Paola Cortellesi, che oggi festeggia il suo compleanno.

Cultura. Libri. Jacqueline Winspear: Un semplice caso d’infedeltà

Jacqueline Winspear: Un semplice caso d’infedeltà

Un libro tira l’altro ovvero il passaparola dei libri

Paola Magalotti

Jacqueline Winspear: Un semplice caso d’infedeltà.

Macy Dobbs è giovane, coraggiosa, intelligente, determinata ed in carriera. Non teme il sacrificio, il dolore, la stanchezza, sta sempre a fianco degli uomini, li supporta e loro la stimano e la rispettano. E’ una donna moderna, sebbene vissuta un secolo fa! 

Rimasta orfana di madre, per aiutare il padre in difficoltà, va a servizio, appena adolescente. Nella casa in cui si trasferisce c’è molto lavoro ma anche una grande biblioteca, con tanti libri. Così Macy decide di leggere di notte, quando tutti in casa dormono. Scoperta dai padroni, teme di essere licenziata. Viene affidata, invece, ad un precettore che ne curerà l’istruzione e le aprirà la strada verso gli studi universitari. Lo scoppio della Grande Guerra cambia i suoi piani e Macy sceglie di diventare crocerossina.

A distanza di dieci anni dalla fine della guerra, quando la vita è ripresa a scorrere, nonostante le cicatrici nel corpo e nell’anima, Macy, chiamata ad indagare su un presunto caso d’infedeltà, si ritroverà, inaspettatamente, a fare i conti con il suo passato. 

Una storia d’amore, dolore, forza e riscatto.

Un libro delizioso, che tocca il cuore.

Cultura. Libri:  Il Commissario Soneri e la strategia della lucertola, di Valerio Varesi

Cultura. Libri:  Il Commissario Soneri e la strategia della lucertola, di Valerio Varesi

Un libro tira l’altro ovvero il passaparola dei libri

Algo Ferrari

TITOLO: Il Commissario Soneri e la strategia della lucertola

AUTORE: Valerio Varesi

Usciva nel 2014 questo romanzo dello scrittore parmigiano con al centro il suo solito commissario: Soneri. 

Direi che la nota riportata in apertura del libro, la quale ci ricorda che il romanzo è un’opera di fantasia e che ogni somiglianza con persone o  fatti è puramente casuale, in questo caso, risulta essere più che mai opportuna.

Il romanzo, infatti, definito come poliziesco atipico dallo stesso Varesi, rappresenta un quadro estremamente realistico e sconfortante di una città, Parma, in piena decadenza morale e politica, ancor prima che materiale.

La storia, che vede al centro un sistema di potere sempre più corrotto, coinvolge dagli uomini di affari ai politici, Sindaco e Assessori compresi.

In pratica, il libro non è solo un poliziesco ma anche un “j’accuse” al potere, corrotto e mafioso, in questa piccola città che, tuttavia, è uno specchio del potere e delle sue degenerazioni, in generale.

Varesi da buon dottore in filosofia non manca di riflettere sui tempi che viviamo e che ci rovinano la bellezza di una città con un passato fatto di grandi eventi e grandi uomini. Come non ricordare l’eroico Guido Picelli, il quale sulle barricate dell’oltretorrente fu alla testa dei resistenti all’avanzare dei fascisti di Italo Balbo o il mitico ex partigiano Giacomo Ferrari poi Sindaco mai dimenticato dai vecchi parmigiani.

Eppure, nel romanzo di Varesi, Parma è oggi in mano a bande di delinquenti che riescono a coinvolgere pienamente la politica.

Il giallo vero e proprio, invece, coinvolge un  anziano che muore in una casa di riposo in strane circostanze, il Sindaco che sparisce misteriosamente e i torrenti Parma e Baganza che sono percorsi da misteriosi uomini alla ricerca di un cane scomparso.

#recensionialgo