In un’inquieta scorribanda di pulsioni
lascio trapelare un plancton di fragili memorie
ancora in bilico
fra le dita e il vento
quasi a lasciarle scivolare via nell’oblio di stelle.
Invece sono fra l’ala e il guado del pensiero
come insistente semicroma
che faccia sentire il breve tempo di battuta
aperto a un fiore
mentre pianga
dietro il sole
il ciondolio della corolla
@Silvia De Angelis
Andreas Okopenko (1930 – 2010) poeta e scrittore austriaco
Lo ha pregato di non scompigliare i riccioli, di rimetterle in ordine il vestito di non sgualcirlo fino all’indomani. Poi gli ha detto di venire, per quel momento ha già annotato nel diario: primo amore.
L’amore necessita di un compagno di viaggio che sappia cogliere ogni sfumatura e possa condividerla. In realtà il vero viaggio è la condivisione e non se ne è scritto né se ne scriverà mai abbastanza. Amore vicino, lontano, raggiungibile, irraggiungibile, la cosa più dolorosa è non poter più comunicare. Antonio riesce a farlo con le sue poesie e tocca vertici lirici altissimi. Non mi dilungo oltre visto che l’intervista è molto corposa e stimolante, ma nel caso si voglia ordinare il volume basta scrivere ad acarya@acarya.it verrà spedito tramite corriere.
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Quando si parla di risorgere (pg.14)
Se dobbiamo iniziare a raccontare e raccontarsi, spesso la vita offre delle coincidenze che non si riescono a decifrare, o meglio, si ha l’impressione che qualcosa accada perché debba accadere, come se delle forze invisibili facessero incontrare le anime per creare delle storie, delle sinergie particolari. È banale dire “cogli l’attimo”…
ringrazio con gioia la giuria del premio Lucini per il lusinghiero terzo posto tra i finalisti (sezione raccolta inedita di poesie) concessa al mio testo “Dislocazione”. Di seguito un assaggio del testo
“nulla da nascondere!
racconta la donna furtiva che ti cammina accanto della sua resa (quando nessuno vede) racconta delle squame che perdi,
ti finiscono in tasca i veterinari in pellegrinaggio sul tuo nome vogliono aggredirti le maschere del volto sanno quante varianti può avere un lapsus
non cedere di amare mi sono allontanata solo per un momento”
Dèmoni e meraviglie Venti e maree S’è ritirato già il mare in lontananza E tu Come alga dolcemente dal vento accarezzata Nelle sabbie del letto ti agiti sognando Dèmoni e meraviglie Venti e maree Il mare s’è ritirato già in lontananza Ma nei tuoi occhi socchiusi Due piccole onde son rimaste Dèmoni e meraviglie Venti e maree Due piccole onde per farmi annegare.
All’alba di ogni giorno ci cingiamo di presupposti positivi per realizzare i migliori progetti, nell’arco della giornata…..ma poi l’iter delle ore, che vanno, riservano contrattempi e intralci di vario genere, che spesso tramutano il nostro ottimismo in malumore.
Credo sia proprio un’avventura, la vita, e mai riusciremmo a immaginare quanto essa, abbia in serbo per noi.
Ognuno di noi reagisce in modo diverso ai temporali d’esistenza, adottando il tipo di atteggiamento che rispecchia quella serie di caratteristiche dovute alla personalità, all’ambiente in cui si è vissuti e all’esperienza accumulata fino a quel momento.
Non sempre si riesce a mantenere un self control di fronte a una problematica, e l’istinto immediato, trasmette quel forte pensiero, che avrebbe la presunzione di risolvere tutto in un tempo brevissimo. Purtroppo non è sempre così.
Allora intervengono la forza d’animo e la speranza, alleate incredibilmente utili in queste situazioni, senza le quali saremmo davvero spiazzati e con pochissime risorse. Ma l’amica migliore, in questi frangenti d’esistenza è la calma. Essa infatti ci aiuta a ragionare, e ad affrontare con obiettività, quanto ci sta accadendo e
a trovare il miglior sistema, per uscire indenni, da un momento particolarmente ombroso….
La notizia del giovane runner Andrea Papi, morto sbranato da un’orsa in Trentino,ha riaperto il tema irrisolto degli animali selvatici in città.
Da tempo l’invasione di cinghiali ha allertato gli abitanti della città, alla prese con animali che possono essere finte di pericolo e che si aggirano vicino alle abitazioni e per le strade urbane,attirati dall’immondizia e dagli odori di cibo. Si è proposto di abbattere i maschi ma poi il provvedimento è apparso inadeguato per risolvere il problema ,nella consapevolezza che le femmine potevano andare in calore con maggiore frequenza.
I gabbiani ,altra presenza frequente ha creato disagi ai bar ,ai ristoranti ed attività similari svolte all’aperto per la loro richiesta di cibo che li portava addirittura a rubare dai tavoli e a rischiare di ferire le persone.
Ora però sono gli orsi a far temere per l’incolumità degli abitanti del Trentino,ad una vicinanza sempre maggiore con questi animali che si aggirano nei boschi limitrofi ai centri abitati se non addirittura sconfinano nelle proprietà private.
Aggressioni infatti ce ne sono state ed alcune hanno significato rischio di vita per gli aggrediti ma la terribile vicenda di Andrea Papi ha ridestato l’attenzione sulla pericolosità di lasciare liberi animali problematici .
Così,dopo varie discussioni, la trappola è scattata e l’orsa incriminata per l’aggressione è stata catturata dal tubo approntato dal corpo forestale e JJ4 ,il nome attribuito all’animale è ora “agli arresti”. Gli animalisti da subito,capeggiati dall’onorevole Vittoria Brambilla, si sono opposti alla sua uccisione e perfino i genitori di Andrea si sono dichiarati contrari alla soppressione. Il presidente della regione autonoma del Trentino Maurizio Fugatti ha dato la notizia il 18 aprile del suo contenimento nella zona faunistica del Casteller,l’unica in Italia autorizzata a vigilare gli animali pericolosi ed ha anche ammesso che il provvedimento doveva essere preso dai primi avvistamenti nel 2020 di orsi in zone abitate ma l’iniziativa era stata bloccata dai tribunali. L’orsa era in compagnia dei figli, tre cuccioli di 35 /40 kg di peso di circa due anni e ,dunque ,in fase di svezzamento che, dopo al cattura della madre,si sono subito allontanati,dimostrandosi (pare) autosufficienti. Se il tribunale amministrativo si pronuncerà entro l’11 maggio, si procederà all’abbattimento dell’orsa con l’eutanasia.
Gli animalisti hanno ora manifestato la loro rabbia sui social, coniando anche un hastag in polemica verso il governatore Fugatti. Molti affermano che non faranno più vacanze in Trentino se l’orsa verrà abbattuta perché l’animale ha solo cercato di difendere i cuccioli. Contrari all’eutanasia anche i veterinari.
P reamboli di minuscoli bocci
R isollevati da un eccedente manto
I ncrementano abbracci di primule
M iriadi impulsi di rondini
A vventurate nella fragilità dell’aria
V eicolano intonazioni e lemmi d’amore
E manati da atmosfere di mughetto
R iflesse nell’essenza di verde muschio
A llineata in un sottaciuto aroma
Mentre un cielo blue è trafitto dalle bianche lische di pesce, fine, scaltre, lacerando in mille pezzi lo spazio
Il silenzio; sempre accanto, compagno fedele dirompe tanti dei mie crocicchi; E io, osservo il mare lassù.
Mi distraggo, inizio a gioccherellare con il pensiero in una mano, e il fumo che sale E non posso, non voglio Giocare con la tasca della mia camicia...
Uno degli angoli è scucito, non ho voglia di ripararlo, -ma il cuore?, penso. Chissà; lasciasse sfuggire qualche pezzetto!... Infine; non sarebbe male un pò di pace per il mio animo turbato.
Oh! Quanta voglia di urlare a fin non posso! Mi chiedo, - cosa ho nella mia piccola tasca ? - il cuore?, pazzia? O resta solo il fondo da raschiare?... briciole.
Vương Quốc Vinh, conosciuto con il nome d’arte Ocean Vương (Ho Chi Minh, 14 ottobre 1988), è uno scrittore e poeta vietnamita naturalizzato statunitense.
Così ballavamo: le vesti bianche delle madri ci traboccavano dai piedi, fine agosto ci mutava in rosso cupo le mani. così amavamo: una bottiglia di vodka e un pomeriggio in soffitta, le tue dita tra i miei capelli – i miei capelli foresta in fiamme. Ci tappavamo le orecchie e l’accesso d’ira di tuo padre si mutava in palpiti del cuore. Quando le nostre labbra si toccavano, il giorno si serrava in una bara. Nel museo del cuore due persone senza testa erigono una casa che brucia. C’era sempre un fucile appeso al caminetto. Sempre un’altra ora da ammazzare – per poi implorare un dio di restituircela. Se non la soffitta, la macchina. Se non la macchina, il sogno. Se non il ragazzo, i suoi vestiti…
rubavi voce agli uccelli non erano le cinque della sera e le lucciole levavano stonate un coro muto.
Che demonio hai scatenato col tuo gesto perduto, trucidata la mia eternità ogni nervo hai appeso a un chiodo capovolto terrorizzandolo di gioia di ogni poro hai fatto ruga azzurra .
Quel demone furioso conserva in un reliquiario l’aria vana della felicità slacciata che mi desti e non si volta
fugge per le scale del mio ventaglio, canta piega su piega getta altrove il mantello.
Ogni me hai messo a nudo sotto un’obliqua pioggia come l’estrema delle terre che hai avvistate. e tu continui a non sapere
e io so che se sapessi lo rifaresti ancora e ancora
Giovanna Sicari (Taranto, 15 aprile 1954 – Roma, 31 dicembre 2003) è stata poeta, scrittrice e critico letterario.
Persino improtetta, facendo ricorso alla massa di luce del cielo, qualcosa si accendeva ribelle alla fine del male. Si scartava il tempo di una giornata piovosa, il resto pioveva magnifico fra le piante e il ponte. Questo costituiva il tempo, l’unità del tempo
Charles Ducal (Lovanio, 1952) è uno dei più importanti poeti belgi di lingua olandese.
Parola contro parola
Di tutte le parole le nostre sono le più deboli, anche se stanno indiscutibilmente in bocca. Nessuno le interroga, nessuno le violenta. Baciano le stelle, il suolo non lo toccano.
Altre parole agitano gambe e braccia riempiono crani, infiammano la gola. Un coltello nella schiena si traduce con carezza un calcio in pancia con contatto vitale.
L’altra parola non rima. Indica solamente che la realtà concorda con il vostro giornale. Preme sui vostri occhi, sul pulsante della tv, e accende. Ci incupisce e ci spaventa.
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Profughi
1.
Andammo incontro alla nostra paura. Alle nostre spalle avanzava qualcosa di ancora più grande. Non avevamo avevamo sentito come la città… ma volevamo entrare prima che si chiudesse la porta.
Avevamo sepolto bambini, avevamo imparato come scampa una preda e rinunciato alla nostra vergogna in…
Dove si trova: Municipio XII, quartiere Monteverde – Gianicolense Epoca: XVII XX secolo Estensione: 181 ettari Ingressi: via di S.Pancrazio, via Aurelia Antica, via Leone XII, largo M. Luther King, via Vitellia, via della Nocetta
Ingrandita nel tempo grazie alle continue acquisizioni di terreni fra loro confinanti, la villa conserva numerose tracce delle trasformazioni susseguitesi dal Seicento all’Ottocento.
Residenza di campagna della famiglia Pamphilj, sotto il pontificato di Innocenzo X (1644-1655) assunse l’aspetto di una fastosa residenza nobiliare di campagna. L’acquisizione della Villa Corsini a Porta San Pancrazio, avvenuta nel 1856 da parte del Principe Andrea V Doria Pamphilj, rappresentò l’ultimo grande ampliamento della Villa. Nel 1939 il Comune di Roma avviò i primi espropri, e lo Stato Italiano acquisì nel 1957 il nucleo originario; parte dei 184 ettari attuali furono acquisiti dal Comune di Roma nel 1965 e nel 1971, rendendo finalmente possibile l’apertura al pubblico di questo parco meraviglioso in varie fasi, concluse il 1° maggio 1971. L’apertura di Via Leone XIII (la cosiddetta “Via Olimpica”), in occasione delle Olimpiadi del 1960, ha diviso in due parti il complesso: a est il settore più ricco di testimonianze monumentali (edifici e giardini storici, fontane, arredi), a ovest quello più “selvaggio” e naturalisticamente più qualificato.
Dalle preesistenze alla nascita della villa Pamphilj
Numerose parti della villa conservano tuttora cospicue testimonianze dell’epoca romana e medioevale: il confine settentrionale lungo la Via Aurelia Antica coincide in parte con le strutture dell’acquedotto Traiano Paolo; in numerosi settori del parco sono state individuate importanti strutture funerarie di età romana (particolarmente significative quelle messe in luce presso il Casino del Bel Respiro); il Casale di Giovio conserva esempi di murature di età imperiale di grande pregio e un architrave decorato altomedievale. E’ tuttavia durante il pontificato di Innocenzo X (Giovanni Battista Pamphilj), fra il 1644 ed il 1655, che l’area, il cui primo nucleo era già da tempo di proprietà della famiglia, cominciò a configurarsi quale fastosa residenza nobiliare di campagna. In quegli anni, infatti, il “Cardinal nepote” Camillo Pamphilj fece edificare il Casino del Bel Respiro con gli annessi giardini , ristrutturò per esigenze abitative l’edificio di Villa Vecchia e commissionò la realizzazione di alcune delle fontane principali del parco. All’interno del complesso operarono alcuni dei maggiori artisti del tempo quali Alessandro Algardi, Giovan Francesco Grimaldi, Gian Lorenzo Bernini.
La villa tra Sette e Ottocento
Nel Settecento, la Villa dei Pamphilj venne ampliata attraverso alcune importanti annessioni di terreni limitrofi. Particolarmente significativi gli interventi realizzati nel Giardino dei Cedrati da Gabriele Valvassori, e le modifiche apportate alla Fontana del Giglio, al canale ed al lago ad opera di Francesco Bettini, responsabile anche di numerosi altri interventi nella villa, tesi a rinnovare arredi e giardini. Ancora nel Settecento, vanno ricordati gli interventi dell’architetto Francesco Nicoletti, cui si deve, fra l’altro, la realizzazione della Stanza dell’Organo nell’esedra del Giardino del Teatro. L’acquisizione della Villa Corsini a Porta San Pancrazio, avvenuta nel 1856 ad opera del Principe Filippo Andrea V Doria Pamphilj, rappresentò l’ultimo grande ampliamento della Villa. Tra le opere realizzate in questa fase storica, immediatamente successiva alle battaglie combattute nell’area del Gianicolo e nella stessa villa durante l’estrema difesa della Seconda Repubblica Romana (1849), vanno segnalate: l’Arco dei Quattro Venti, ingresso monumentale della Villa, costruito nelle forme attuali su un preesistente “Casino” di campagna; la ristrutturazione della Palazzina Corsini; le Serre antistanti Villa Vecchia; il Monumento ai Caduti Francesi. Nello stesso periodo, il Giardino del Teatro assunse una configurazione di tipo paesistico, mentre i lavori di ampliamento del viale antistante Villa Vecchia portarono alla riduzione di un’ala di questo edificio. L’ultima importante costruzione avviata nel parco fu la cappella funeraria, edificata fra il 1896 ed il 1902 nel Giardino del Teatro, su progetto di Edoardo Collamarini.
Il Novecento
La villa rimase di proprietà della famiglia Doria Pamphilj fino ai primi decenni del Novecento. A partire dal 1939, il Comune di Roma dette inizio ad una serie di espropri, culminati nelle due aperture al pubblico del parco: nel 1965 fu resa accessibile la parte occidentale della Villa, mentre nel 1971 fu definitivamente acquisito il settore orientale del parco, aperto al pubblico il 22 maggio. L’intera Villa è oggi di proprietà del Comune di Roma, fatta eccezione per il Casino del Bel Respiro, acquisito nel 1967 dal Demanio dello Stato ed attualmente sede di rappresentanza della Presidenza del Consiglio dei Ministri. E’ in corso di studio il progetto di riunificazione del parco, idealmente avviato con la costruzione del ponte pedonale su Via Leone XIII, mediante l’interramento della via Olimpica.
Bibliografia essenziale C. Benocci, Villa Doria Pamphilj, Roma 1996 C.Benocci (a cura), Le virtù e i piaceri in villa. Per il nuovo museo comunale della Villa Doria Pamphilj, catalogo della mostra Roma 1998, Milano 1998 C. Benocci, Algardi a Roma. Il Casino del Bel Respiro a Villa Doria Pamphilj, Roma 1999 C. Benocci, Villa Doria Pamphilj e il suo Museo in A. Campitelli (a cura di), Verdi Delizie. Le ville, i giardini, i parchi storici del Comune di Roma, Roma 2005, Roma 2005, pp.171-188 (WEB)
In quei rauchi sibili frammentati evanescenti nelle anse del pensiero riemerge forte l’aspirazione a un quasi indennizzo sulle filigrane di chiglie saccheggiate ove pastelli ridestati diano colore alla coscienza immalinconita Si imbibisce di lucidità l’iride nell’attesa dello schiudersi d’esilaranti dettagli in quel colare avvincenti vernici sui polpastrelli Carezzano un suadente amplesso di docili onde rincorrenti in quel bisbiglio che si fa verbo forte nel brivido sfiorato
Parole scoscese
nel ventre maturo
mosse
dal remoto manto di gioventù
Assenze
e tacite ombre
assottigliano il mantice d’andare
velato d’una scia di rondini
assorte nell’inflorescenza d’un petalo nero
informe
capovolto nel cielo
@Silvia De Angelis
I miei desideri sono api: scavano cinture d’oro fanno piovere i loro favi, volano, sciamano, ronzano, riempiono il sentiero, strappano il velo della nebbia ricamato e trasparente ovunque portano il sole.
Conosciuto come Carlos Gardel. Quando si parla di Gardel si parla di tango, e in parte dell'Argentina.
Nasce in Francia nel 1890 ma arriva in Argentina da bambino, diventando uno dei simboli più amati, ammirati e rispettati degli argentini.
Gardel, cresciuto nel quartiere Abasto di Buenos Aires, dove si trovava il Mercato Centrale di Frutta e Verdura, proprio lì, di fanciulla età, inizia a essere riconosciuto per il suo canto e da quel momento in poi la sua fama comincia a trascendere.
Nell'anno 1902, diventa un macchinista al teatro La Victoria, inizia ad ascoltare diversi cantanti di zarzuela e d'opera; e nel 1911 forma un duo con "El Oriental" José Razzano, (dopo un presunto duello musicale tra i due).
Nel 1912 registra 15 canzoni per la Columbia Records, solo con la chitarra come strumento. Tra i successi della sua compilation eccelle con il brano "Sos mi tirador plateao", che diventa molto popolare.
Nel 1917 divenne il primo cantante ufficiale di tango, quando presenta in anteprima la canzone di tango intitolata “Mi noche triste”, collaborando con quel tango che era solo musica senza parole. Nello stesso anno gira e presenta in anteprima il suo primo film, "Flor de durazno", e inizia la sua fase di registrazione con José Razzano, con l'etichetta Disco Nacional e la canzone "Cantar eterno".
Negli anni '20 porta il tango in Europa, facendolo conoscere in Spagna e Francia; ed è nel 1925 che si separa da El Oriental.
L'anno successivo l'uomo dei capelli scuri torna in Argentina e inizia a dedicarsi alla fonografia, diventando una figura famosa in Argentina, Uruguay e in diversi paesi europei negli anni '30.
Nel corso della sua carriera, la casa cinematografica Paramount Pictures Corporation chiama Carlos Gardel a recitare in quattro film, girati a Joinville, in Francia, conquistando così il mercato degli Stati Uniti, dove registra dischi, canta in radio e gira films di grande successo che accresce la sua fama in tutta l'America.
Poco dopo Carlos incontra il collaboratore, poeta e giornalista Alfredo Le Pera, con il quale scrive molti tanghi, tra cui i famosi "Mi Buenos Aires Querido", "Volver" e "El Día Que Me Quieras", tra gli altri.
Sebbene sia riconosciuto per i suoi tanghi, Gardel si è distinto in più di settecento registrazioni, non solo di tanghi; ma anche musica folk come milonghe, zambas, rancheras, melodie, stili, ecc.
È l'anno 1935 che Carlos Gardel, insieme ad Alfredo Le Pera e ad altri suoi musicisti, muore nella collisione di due aeroplani in procinto di decollare sulla pista dell'aeroporto Enrique Olaya Herrera nella città di Medellín, in Colombia.
Il distinto e molto apprezzato Gardel era allora nel pieno della sua carriera, impegnato a fare un gran tour in tutta l'America Latina, e milioni di suoi ammiratori lo piansero.
Fonte: Crisholm Larsson. El Tango a Broadway (anni ’30) Titolo inglese: El Tango en Broadway ID manifesto: CL83830 Categoria: Film Progettista: Paciarotti Anno: anni ’30 Attore/regista: Carlos Gardel, Trini Ramos, Vicente Padula, Suzanne Dulier, Manuel Peluffo, dir. Louis J.Gasnier Studio cinematografico: Exito Paese: argentino Paese del film: argentino / americano
A Piazza Vittorio, la storica piazza romana dell’Esquilino in prossimità della Stazione Termini e della Basilica di Santa Maria Maggiore, è possibile scorgere un curioso assemblaggio di statue e simboli esoterici. La Porta Magica, conosciuta anche come Porta Alchemica, è uno dei resti più significativi di Villa Palombara, una villa maestosa che si trovava sul Colle Esquilino prima dell’urbanizzazione della zona. Secondo la leggenda la porta era collegata alla pietra filosofale e agli studi eccentrici del noto alchimista proprietario della villa. La Porta Magica di Piazza Vittorio, detta anche Porta Alchemica o Porta Ermetica o Porta dei Cieli, è un monumento edificato tra il 1655 e il 1680 dal Marchese Massimiliano Savelli Palombara nella sua residenza, Villa Palombara, sita nella campagna orientale di Roma sul colle Esquilino nella posizione quasi corrispondente all’odierna Piazza Vittorio. La Porta Magica è l’unica delle cinque porte di villa Palombara sopravvissuta al tempo. Oggi si può ammirare la Porta Magica nell’angolo settentrionale dei giardini all’interno di Piazza Vittorio Emanuele II. La sua posizione originaria era però ad un centinaio di metri dalla corrente allocazione, lungo un muro perimetrale di villa Palombara che fronteggiava la Strada Felice e la Strada Gregoriana (oggi via Merulana). Nel 1873 la Porta Magica fu smontata e ricostruita nel 1888 all’interno dei giardini di Piazza Vittorio, su un vecchio muro perimetrale della chiesa di Sant’Eusebio, e accanto furono aggiunte due statue del dio Bes, che si trovavano in origine nei giardini del Palazzo del Quirinale. L’interesse e la curiosità che crea la Porta Magica è dovuta al fatto che la stessa è corredata da simboli alchemici ed esoterici incisi nel marmo che fa da contorno alla porta. L’interesse del marchese di Palombara per l’alchimia nacque probabilmente per la sua frequentazione, sin dal 1656, della corte romana della regina Cristina di Svezia a Palazzo Riario sul Gianicolo, oggi sede dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Cristina di Svezia era un’appassionata cultrice di alchimia e di scienza (tra i suoi maestri figura anche Cartesio). Il marchese Palombara dedicò a Cristina di Svezia un suo poema rosacruciano nel 1656, e secondo una leggenda la stessa Porta Magica sarebbe stata costruita per celebrare una riuscita trasmutazione avvenuta nel laboratorio di Palazzo Riario. Secondo la leggenda, l’alchimista Francesco Giuseppe Borri, appena scarcerato dalle carceri di Castel Sant’Angelo a seguito di accuse di eresia e veneficio, fu ospitato dal marchese Palombari nella sua villa per diversi anni. Sempre la leggenda racconta che il Borri trascorse una notte nei giardini della villa alla ricerca di una misteriosa erba capace di produrre l’oro, e al mattino seguente fu visto scomparire per sempre attraverso la porta, lasciando dietro di sè alcune pagliuzze d’oro, frutto della riuscita trasmutazione alchemica, e una misteriosa carta piena di enigmi e simboli magici che doveva contenere il segreto della pietra filosofale. Il marchese cercò inutilmente di decifrare il contenuto del manoscritto e tutti i suoi simboli ed enigmi, finché decise di rendere pubblico il contenuto del manoscritto, facendolo incidere sulle cinque porte di villa Palombara e sui muri della magione, nella speranza che un giorno qualcuno sarebbe riuscito a decifrare il messaggio alchemico. Un’altra leggenda vuole che la Porta Magica sia stata creata dal marchese Palombara come accesso al proprio laboratorio esoterico e che iscrisse i simboli alchemici e aggiunse le statue dei Bes a guardia della porta per rendere il luogo tetro e spaventare contadini e viandanti, evitando quindi che si avvicinassero troppo a curiosare. Il Bes è un antico personaggio mitologico nano dell’antico Egitto, a metà strada tra dio e guerriero che combatte i demoni, considerato dio della guerra ma anche patrono del parto in casa, associato anche alla sessualità, all’humour, alla musica e al ballo. Questa leggenda però non ha fondamenta, in quanto sappiamo che le statue dei bes sono effettivamente provenienti dal palazzo del Quirinale, e vennero incluse a contorno della porta solo dopo lo spostamento della stessa dall’ubicazione originaria. I simboli incisi sulla Porta Magica sono illustrazioni classiche dei libri di alchimia e filosofia esoterica della seconda metà del Seicento, e di cui la biblioteca del marchese Palombara era particolarmente ricca. In particolare il disegno sul frontone della Porta Magica, con i due triangoli massonici sovrapposti e le iscrizioni in latino, compare quasi esattamente uguale sul frontespizio di un famoso libro allegorico/alchemico del 600:: il simbolo alchemico del sole e dell’oro. Il fregio rappresenta un simbolo della setta alchemica dei Rosacroce, riportato in molti testi del Seicento. I simboli alchemici lungo gli stipiti della porta seguono, con qualche lieve difformità, la sequenza dei pianeti associati ai corrispondenti metalli, in pieno spirito alchemico rosacrociano. Saturno-piombo, Giove-stagno, Marte-ferro, Venere-rame, Luna-argento, Mercurio-mercurio. Ad ogni pianeta viene associato un motto ermetico, seguendo il percorso dal basso in alto a destra, per scendere dall’alto in basso a sinistra, secondo la direzione indicata dalla Torah ebraica. La Porta Magica si può quindi interpretare come un monumento che segna il passaggio storico del rovesciamento dei simboli del cristianesimo esoterico verso i nuovi modelli spirituali che si svilupparono nel Seicento. Interessati a scoprire altri aneddoti sui luoghi, i personaggi e le vicende della Città Eterna? Seguitemi nella mia visita guidata a Piazze, Palazzi e Fontane di Roma, nel tour di Fontane e Acquedotti di Roma o in un altro dei miei tour e visite guidate a Roma e provincia.(WEB)
Tutti palestrati! Fitness che business! Tutti con il suv o la berlina di lusso! Tutti in settimana bianca e in crociera, a costo di indebitarsi! Tutti impasticcati col Viagra e il Cialis e la paroxetina! Tutti a volere l’elisir di eterna giovinezza! Tutti tatuati per trasgressione e senso di appartenenza! Per sempre combattuti: da una parte tutto è vanità di vanità, dall’altro cogli l’attimo. Così pensavo banalmente seduto su una panchina, dopo aver camminato a lungo. Erano pensieri banali e scontati, dopo aver bazzicato alla stazione e aver visto la gente che saliva e che scendeva da un treno per Pisa. Sono andato anche dentro il villaggio Piaggio. Sono giunto davanti a una rotonda, dove da piccolo venni aggredito da un cane e mi salvai salendo sulla macchina. Era lo stesso posto e mentalmente ho rivissuto la scena. Poi sono ritornato sui miei passi. Ero a poche centinaia di metri dalla stazione, dietro a un palazzo, in una piccola piazza malfamata luogo di spaccio e di prostituzione. C’erano giovani ragazzi sdraiati sulle panchine e io avevo adocchiato una bellissima ventenne ferma sul bordo della strada. Incuriosito mi sono messo a osservarla. Pensavo che facesse la vita. È stata sul bordo della strada per venti minuti. Era al telefono. Ero abbacinato dal sole e sudavo, ma volevo andare fino in fondo. Povero fesso e maiale! Avevo pensato male: appena ha aperto il patronato a pochi metri, lei è entrata subito! L’abito non fa il monaco, ma neanche il luogo fa il monaco. Purtroppo non si può mai sapere da un primo sguardo, di primo acchito i costumi, più o meno facili, di una donna. Mi sono recato nel bar della stazione. C’era una ragazza carina e giovane che ha inveito contro di me, seduta al tavolino del bar. Sono entrato nel locale e ho preso una spuma piccola con l’ultimo euro che avevo. La ragazza mi ha guardato un attimo tra il serio e il faceto, tra l’ironico e il compassionevole, forse anche un poco stizzita. Strano perché non le avevo fatto niente! Ha pagato il suo conto. Io sono ritornato verso la stazione a veder passare i treni e a vedere i passeggiatori. Uno di questi giorni, passata Pasqua, andrò a fare una vacanza di due giorni e prenderò il treno anche io. È da 15 anni che non mi muovo. Ho una dannata voglia di viaggiare, vedere altri luoghi, imbattermi in persone nuove.
Io negli anni ’90 c’ero. Ero ventenne. Tra ragazzi e ragazze ci guardavamo ancora negli occhi. Ci si poteva scegliere e amare semplicemente perché avevamo gli stessi interessi comuni, per simpatia reciproca, per affinità intellettuale o perché si era cretini insieme o perché uno sapeva ballare o perché un altro sapeva le canzoni dei cantautori o perché scriveva poesie. Bastava poco o niente per piacersi. L’aspetto fisico, estetico, sessuale contava molto di meno di ora. Un’opportunità veniva data a tutti. Se ci provavi correttamente non rischiavi una denuncia per molestie, come adesso, se non sei un maschio alfa, a cui oggi invece è tutto concesso. I soldi contavano molto di meno, anche perché tutti stavano molto meglio di adesso. Ti poteva capitare di stare con una che tutti prendevano in giro perché troppo obesa e poi due settimane dopo di metterti con una finalista di Miss Muretto (allora esisteva) e pensare che in fondo ogni ragazza è uguale e diversa, è bella a suo modo. Ognuno aveva le sue carte da giocare. Esistevano ancora i gusti personali e avevano la meglio sui canoni della moda, del cinema, della televisione, della pornografia. Certo c’erano molte cose da conquistare. C’erano molti diritti civili in meno. C’erano più maschilismo e più omofobia. C’era più chiusura mentale. Oggi molti uomini di un pezzo che facevano i moralisti al bar e facevano la reputazione del prossimo non ci sono più. Sono defunti loro e i loro pregiudizi. Allora bastava poco o niente per essere presi di mira dalla gente del paese e essere rovinati per sempre. Allora c’erano più risse e più violenza fisica. Non tutto era bene. Allora non era più facile di adesso: era semplicemente un’epoca diversa. Ma allora c’era a mio avviso una sensibilità e una profondità d’animo e di pensiero tra giovani che oggi si sono quasi perse o che comunque mi sembra che non siano più apprezzate. Forse però sono il solito maschio omega attempato che ha nostalgia dei suoi tempi e non capisce i giovani. Forse allora le cose mi andavano meglio perché ero giovane, avevo 32 denti, la pancia piatta e un’altezza nella norma (mentre i giovani ora sono tutti alti 1.85), due soldi in tasca che ora non ho.
In fondo che mi manca? Un tetto sotto cui dormire ce l’ho. Così come ho 4 mura che mi riscaldano d’inverno e mi tengono al fresco d’estate. Ho da mangiare e da bere. Ho un bagno in cui cacare. Ho i miei genitori e mia sorella. Ho un cane che mi fa i complimenti. Ho una zona molto tranquilla in cui camminare. Ho un bar in cui prendere il caffè e in cui conosco qualcuno per fare due chiacchiere. Ho una biblioteca comunale in cui prendere dei bei libri usati a 1 euro, mezzo euro o 2 euro. Ho una camerina tutta mia in cui posso leggere, raccogliermi, meditare sulla vita e sul mondo. Ho un posticino in cui mangiare una pizza con il mio migliore amico. In fondo sono fortunato perché altrove si muore di fame o di guerra. Per il lavoro ormai è un casino: rassegnazione totale. Però godo di buona salute. Che me ne importa del sesso, dell’amore? Oh certo…tutto l’amore che ho provato e che non è stato ricambiato!?! Oh certo l’imperativo sociale qui è avere una scopamica! Oh certo ora è primavera e quei due ragazzi davanti a me si scambiano effusioni e io sono solo. No. Non posso considerare solo questo. Certamente ho dei momenti di crisi ogni tanto, ma sono più le cose che ho di quelle che non ho ed è a queste che devo guardare, non mi devo crucciare troppo, fissare troppo su ciò che non ho avuto, su ciò che non ho. E poi fuori è primavera e c’è il cielo sgombro, il tepore del sole, la vita, anche per chi non ha un amore.
Eugenio Montale (1896 – 1981) Premio Nobelper la letteratura
Piove. È uno stillicidio senza tonfi di motorette o strilli di bambini. Piove da un cielo che non ha nuvole. Piove sul nulla che si fa in queste ore di sciopero generale. Piove sulla tua tomba a San Felice a Ema e la terra non trema perché non c’è terremoto né guerra. Piove non sulla favola bella di lontane stagioni, ma sulla cartella esattoriale, piove sugli ossi di seppia e sulla greppia nazionale. Piove sulla Gazzetta Ufficiale qui dal balcone aperto, piove sul Parlamento, piove su via Solferino, piove senza che il vento smuova le carte. Piove in assenza di Ermione se Dio vuole, piove perché l’assenza è universale e se la terra non trema è perché Arcetri a lei non l’ha ordinato. Piove sui nuovi epistèmi del primate a due piedi, sull’uomo indiato, sul cielo ominizzato, sul ceffo dei…
E’ verissimo che ridere giova alla nostra salute, ma esistono persone che ridono per ogni sciocchezza, vedendo in essa un introvabile lato comico.
Questo atteggiamento esasperante, rivela una serie di problematiche oscure, che si cerca di mettere a tacere, con un fare non spontaneo, e non sincero, al di là dell’occasione che si sta vivendo.
Riusciamo spesso, a trovare il lato ironico in ogni situazione, e questo ci permette di sdrammatizzarla rendendola meno invasiva, ma ciò non toglie che ridere esageratamente, quando non esiste un motivo valido, lascia davvero esterrefatti.
Le persone che hanno il sorriso sulla bocca, e quindi sono solari, trasmettono un senso di positività al loro contorno, al contrario di coloro che “vedono sempre il grigio” e rispecchiano questa immagine di tristezza sul loro volto.
C’è chi ride quando una persona cade, o quando qualcuno si trova in difficoltà e stenta a fare un discorso scorrevole, oppure quando una persona di bassa cultura pronuncia uno sfondone….insomma in tutti quegli eventi in cui bisognerebbe tacere, o, al limite, dare manforte …
Questi individui “ridanciani”, non perdono occasione per prendere in giro chiunque, e trovandosi spesso, in una situazione non regolare di vita, cercano di spostare il loro disagio su altri, cercando di ridicolizzarli con una risata del tutto fuori luogo.
In realtà questi soggetti trasmettono un senso di pena, perché nel loro immaturo comportamento, lasciano trapelare quanto impaccio sia alla base del loro vivere…