Lucia Triolo: il pianista perduto

Una nota fuggitiva ha trapassato 
il muro della stanza,
s’è posata su un tasto del piano 
all’angolo.

Ma non è sua quella nota,
per questo lui la offre 
-strano souvenir rubato- 
a chi entra.
Una volta qualcuno la suonò

la suonò ancora
lentamente, 
velocemente
-mani ghiacciate-
ma non finì.
Infine ve la lasciò dimenticata.

Il piano va cercando quel pianista
perché è ancora viva
la sua nota
la stanza adesso è 
appartenenza vuota

Lucia Triolo: buio

ci inoltrammo
il buio domandava
non c’erano risposte.
l’ insidia avanzava
lo scorpione era in agguato

qualcuno sego’ il ponte
tra gioventù e vecchiaia
restò solo una traccia,
poi si dissolse

vestimmo i frantumi,
di palpiti violenti di emozione 
era ciò che  
restava

prestò aiuto
la strada che c’ era dovuta
la percorremmo
fino in fondo

ci ricandidarono
le ombre

Lucia Triolo: vibrazione

conta le pecore in fila
no, smetti,
è solo declino!

i tuoi zigomi non sono pecore al pascolo
abitudini ereditate a mille e a mille,
espressioni del volto a giocattoli rotti

svezzato il tuo nome dalla
tua leggenda 

non serve ritrovare un filo
per cassetti disordinati
scompagnate distanze
già affondate nel cuore

lascia l’ultima vibrazione:
ogni giorno é
un commercio di sussurri tra
le fibre di una fune

lucia triolo: decisione

gente vociava

un istante
le si era fermato
accanto 
tra lattine di birra
in cerca di una decisione 
(non era una nuova marca di birra)

e la chiedeva giusto a lei
che in fatto di decisioni e istanti
si teneva in bilico
su una scintilla

l’ istante è carnivoro
come una madre
la decisione pure

tra chi aveva voce in capitolo 
un’ingaggio di sciocchezze
brandiva il
suo pandipolvere

il giorno moriva

raggiravo 
(mi facevo raggirare da) 
foglie
d’amore rinsecchito

Lucia Triolo: quando la neve palpita

ho una benda sugli occhi
quando la neve palpita
come Dio

siamo di fango: la mia statua ed io
(impastate dai giorni degli altri)
lei cammina su di me
e mi capisce dentro

mentre attendiamo
(impastate in pantofole e vestaglia)
mi apre come un varco
e mi rapisce dentro

passa attraverso
(impastata d’amore)
la vedo allontanarsi
come avesse fretta o paura

quando la neve palpita
nessuno strappi
la benda che voglio
tenere sugli occhi

nessuno strappi Dio

lucia triolo: l’unica verità

Ecco 
la mia immagine
torna a scuotermi la carne
ad attraversarmi
come fossi
un santuario di schegge di ragione 
viva vivente.
Suda il profumo opaco altalenante
dell’incenso sull’altare di un io
in combutta con le sue ferite.
Si accalca su di me perplessa,
mi impietrisce,
si guarda attorno
non riunisce le coscienze che osservano scompigliate,
sa che affondano
per questo è qui lei,
la parte di me che appare
l’unica visibile verità.

Lucia Triolo: un’adozione

luce anticipata
lo sconosciuto, quasi solo,
solo,
prendeva a cuore due bambini
piccoli, molto piccoli
due fratellini 

miniature da andare a trovare
spesso 
delicatamente ne puliva le foto 
piccole, molto piccole
con dita agili e lente pettinava i
ciuffetti ricci dei capelli
ne rassettava svelto i vestitini
quasi fossero frammenti di sé,
una sua incompiutezza incontrata 
per caso su un’infanzia di altri
e si chinava a baciarne le labbra
il bel sorriso.

Si scambiavano preziosi silenzi

i bambini erano morti
lo sconosciuto aveva
adottato
due piccoli morti

prono, certezza era la terra
qualcosa di fermo

Lucia Triolo: s-vantaggio

Mi guardo lì 
testarda
seduta sul mio s-vantaggio.
Incalza la passione!
Non è ancora venuto fuori l’altro di me,

forse l’ ieri l’altro
perché sono un tempo
testardo, segreto
e viaggio, seduta sul mio s-vantaggio
ostaggio di un treno in corsa
parlo con tutti i passaggi a livello chiusi,
con le vie senza uscita

e sbatto avanti e indietro, 
e sono un arabesco in metamorfosi.
Speranza 
-comunque la vivessi, 
una malattia senza narcotico:
non andrò verso di lei-
sai tutto ciò che non so.

La semplicità del caos in me
zampilla come un pene
in un’acquasantiera

lucia triolo: Agosto di questi giorni

E questi giorni di Agosto
fieri, eterni
aggrappati alla distanza
tra ieri e domani
dentro il bicchiere del the freddo

così questi che
non riesco ad affondare
né a far galleggiare
come traverse di una vita
(mia, degli altri, che importa?)
percorsa solo a tratti.

Cedo tutto purché resti la voce
a chiamare implorare gemere
Tu dici: 
ci vestiamo
perché ci si possa acchiappare,

contati le dita
uno è irraggiungibile
poi
attraversati controcorrente

lucia triolo: prima amante

Modificaprima amante

il contesto non sembrava interessante 
i pecorai e le pecore
erano più a sud, forse più a nord
… nei pressi

se ne sentiva l’odore e
l’assenza

ma il rapporto era assai diretto:
figlia di, 
sorella di, 
moglie di
madre di, 
amica di…
e poi vivente, morente
e poi… poi …
prima amante

il pecoraio sentiva
un certo odore 
avvertiva una presenza
l’emblema di corpi che non
si decidevano alla notte rotta

di chi era in somma
questo fantasma angosciato 
di pecore 
senza identità
messe lì al pascolo
sul lato esterno
di ciò che mai ha quiete?

lucia triolo: bambola di paglia, ballata per una canzone

Amore che si rompe,
             amore che si incolla
amor che si trastulla
        e poi che invecchia

Tu sai: adesso non è più come allora
Voltati indietro
                     guarda:
sei sdraiata nel prato,
        gonfia la gonna al vento
e le sue mani dentro.

        Bambola di paglia:
lui accende un fiammifero
          e ti infiamma.
Prendi fuoco al suo tocco
                 e non ti spegne.

Lascia che ti consumi
lentamente.
La cenere d’amore
disperderà in campagna
E l’orologio gira
e gira
mentre la notte avanza

Amore ch’è finito
              eppur continua:
che nulla sia perduto
        di quell’ora.
Il prato ormai invecchiato
             segna la tua sagoma ancora.

Amore che si rompe,
amore che si incolla
amor che si trastulla
amore che s’immola

lucia triolo: in un attimo

C’è stato un tempo,
una brusca emozione nella vita allo specchio 
vissuta.
come su un trapezio volante

balzavo da una cima all’altra dei desideri:
due balzi nel poco, il doppio nell’eccesso,
l’infingardaggine negli uni, 
la sfrontatezza negli altri

e io, nel vuoto, a guardare lo specchio piegarsi, 
strizzarsi, distendersi, allargarsi, 
aggiustarmi il cappello sul volto, 
sorridere alle unghie dipinte, 
offrire una rosa alla ruga dei
miei compleanni, 
lì, sotto l’occhio sinistro.

C’è stato un tempo che lo specchio 
interrogava:
“tu, dei miei desideri che sai,
sei ancora una memoria elegante
e slanciata?”

E’ passata una vita
in un attimo,
uno sguardo
profondo ma anche di sfuggita
dentro noi
nella contrazione dei giorni, delle ore, 
dei minuti
un attimo insomma che, come una bella, 
si guarda allo specchio.
e lì sa tutto di sé.

“Sapessi cosa riflettono gli attimi 
-diceva lo specchio-:
una vita? Ah, come è poco una vita!”

C’è stato un tempo, 
un singhiozzo del tempo
e c’è ancora, quel tempo
ieri, domani 

o forse non più.

lucia triolo: volli te

Volli te
come si vuole
il mal di testa
per un ospite molesto.

Volli te
come si vuole
il veleno per i topi.

Volli te
come si vuole
la buccia di banana
per lo scippatore
o uno sgambetto d’autore.

Volli te
come in graduatoria
si vuol che si ritiri
chi ci sta davanti.

E poi volli te
come si vuole,
dopo la battaglia,
la bandiera garrire
sulla punta
della lancia

Ma tu,
tu volevi solo
essere baciato.
E io
non avrei fatto male
ad una mosca

lucia triolo: l’abito

Ho indossato l’abito
di un altro
mi stava a pennello?
forse no forse si.

fu Venerdì
per mostrarmi a qualcuno
perché 
mi si vedesse,
a weekend finito non l’ho
restituito:
era macchiato.

ho indossato disinvolto
le macchie di un altro.
qualcuno ha detto che erano 
grandi!
per me erano come il bene comune
sempre così misteriose;
quasi mai sai da dove vengono.

Altri vorrebbero
indossare il mio
non sanno che non ne ho
sono nudo
come quel re…
non ho
nemmeno il conforto delle macchie.

Certo che indosso abiti che 
non mi appartengono:
come dire ad altri
che sono uno specchio?

Lucia Triolo: dies natalis

All’ angolo, lì dove la strada quasi sbatte
contro di sè
quella sagoma,
indefiniti i contorni,
non vuol dir nulla.
È solo un mucchietto
senza sguardo
ne’ voce,
non so da dove venga.

Il giorno che pensa a me
è solo una raccolta di telecomandi rotti
-con le batterie scariche
e una stirpe regale di chips-
eroi sconfitti di insondabili realtà virtuali
cui credere per fede
Una rivisitazione dell’al di là?
Qui non si dice ne’ si ne’ no
e la morte non lascia traccia.

Ma io muoio davvero
Quando la mia tenerezza
invaderà il mondo?
Quando lo accenderà
di fiamma e luce?


Ecco sarà compiuto
il tempo
mio
e il mio
insognabile sogno.
Ecco sarà il giorno
in cui nacqui
alla fine.

Lucia Triolo: la casa cattiva

Camminano le orme,
si infittiscono, corrono agitate
nella tempesta

La casa dove nacque
saltella sempre là con la corda
piroetta frustate sul giardino della polvere
grigia e pallida come
una vecchia bambina spettinata e irriguardosa

ha ancora quell’ odore che si incarna
sulla pelle come un tatuaggio
e non te ne disfai più.

Ma l’ uomo non l’ha portata con sè
in tasca ha solo
la finestra occhiuta
il vento la sbatte,
vento trascinato dal vento
pioggia bagnata dalla pioggia,

i piedi della mente ghignano ancora
tempeste d’anima, dolori umidi
paure trapassanti dove si incontrano anima e carne,
vaga accanto al suo tempo
la casa lo tiene prigioniero
nella sua aria cieca come una buca

In fondo alla porta d’ingresso
stringe in pugno 
un desiderio inespresso ormai avvizzito.
L’ha incastrato prima che uscisse

Ricordati di non ricordare.

Lucia Triolo: esserti sempre

“Solo questo domando: esserti sempre,
per quanto tu mi sei cara, leggero”
(G. Raboni, Canzonette mortali 1981-83)

inscatolare tutte le pratiche?
congelare i respiri?

è tempo ora di
gettare vuoto nel vuoto
come sale su ferita che
       non chiude

e questa vita
fermaglio di passaggi erranti
           sbagliati 
sbaragliati
                      adesso in fuga

si slegano i dettagli nella mente
vagano dentro la dispensa
di assurdi quotidiani
(in amore)
perdono parola
acquistano in ululato

e le insonnie di queste vigilie
(come sta fermo un ti amo!)
a contare il tempo con un pallottoliere
perché sia colorato
a riaccogliere il vuoto
a riempire di per sempre l’ attimo

Esserti sempre!

ora in L. Triolo, Debitum