Sui test di ammissione a medicina, sui quiz e sui test…

Il problema non è che  mancano i medici in Italia perché ci sono i test d’ingresso e il numero chiuso nella facoltà di medicina. Secondo gli esperti questo è dovuto al cosiddetto “imbuto formativo”, cioè all’insufficiente numero di borse di studio per laureati in medicina. Le questioni casomai sono altre: quando lo Stato deve fare una selezione? Non sarebbe  meglio se la scrematura avvenisse esclusivamente in  base al vero merito e all’impegno, ovvero in base al profitto degli studenti? Non  è discriminatorio il numero chiuso? Non è contro il diritto allo studio?  Certamente il diritto di essere curati da medici capaci e competenti è sacrosanto e imprescindibile (e viene prima del diritto allo studio), ma siamo davvero sicuri che quei test d’ingresso verifichino oggettivamente le capacità e il talento dei candidati? Siamo tutti d’accordo che la selezione deve esserci, ma non è che ancora una volta ci facciamo abbindolare dalla presunta scienza dei quiz e dei test, come se potesse essere verità assoluta e dare responso certo e definitivo su un giovane, che voglia intraprendere lo studio della medicina? Siamo veramente sicuri che quei test d’ingresso siano il modo migliore per selezionare i migliori? Ne siamo veramente certi? Da dove nasce questa fiducia smisurata nei test? Senza ombra di dubbio sono il metodo più economico, più sbrigativo, più democratico (apparentemente perché mette tutti nella stessa condizione). Un tempo i test li chiamavano reattivi carta e matita. Ma siamo sicuri che sia il migliore, quello che cioè ci dice la verità sulle capacità e la preparazione di quei candidati? Alcuni studiosi potrebbero snocciolare una gran mole di dati sulla predittività dei test di ammissione e su correlazioni significative tra resa dei test d’ingresso e profitto universitario. Però c’è il rischio tangibile della profezia che si autoavvera a cui potrebbero essere soggetti i professori: visto che gli studenti sono stati ritenuti migliori con i test  allora li potrebbero considerare tali a priori, valutando meno severamente i loro studi. E ancora perché affidare gran parte della selezione ai test quando questo compito potrebbero svolgerlo i professori? Alcuni potranno rispondere in questo modo: allo stato attuale delle conoscenze i test e i quiz sono il modo migliore per selezionare i candidati. Ma anche se fosse cosa dire del costo proibitivo per la preparazione a quei test di ammissione? E ancora mi chiedo se è meglio avere dei laureati in medicina disoccupati oppure la mancanza di medici in periodi di crisi, di emergenza, come durante la pandemia? Così come mi chiedo se lo Stato contempla adeguatamente il numero di medici, formati in Italia, che vanno a lavorare all’estero, e il numero di medici italiani, formati a Tirana o nei Paesi dell’Est, che vengono a lavorare in Italia? Certamente qualcuno potrebbe ritenere sensatamente che la facoltà di medicina metta alla prova i candidati esattamente come qualsiasi scuola di eccellenza italiana. Però la selezione non deve diventare troppo esclusiva perché altrimenti ci sarebbe davvero la carenza di medici italiani. Non è  che alla base di tutto domina incontrastata la diffusissima sottocultura dei quiz e dei test, il cui primo postulato è che in base a queste prove si può individuare gli intelligenti ed escludere quelli non validi? Siamo veramente sicuri che vengano scelti i migliori ed esclusi i peggiori?  Il problema a riguardo è che questa fiducia nei test si perpetua perché coloro che diventano professori avendo superato un test di ammissione da studenti ritengono che questo sistema sia giusto ed esatto. Ma non è tutto ciò una convinzione fondata su una percezione errata, dato che la cosiddetta scienza dei test e dei quiz ha dei limiti metodologici evidenti e noti a chi abbia masticato un poco di psicologia delle differenze individuali? 

Due parole su blog, literary blog, riviste online, polemiche letterarie (consigliando il libro di Gilda Policastro)…

Innanzitutto blog è un abbreviativo di web log, letteralmente sito che tiene appunti. Il blog ha avuto successo negli Stati Uniti. Ormai è conosciuto anche da noi da anni. Viene da chiedersi subito: perchè aprire un blog? Ritengo che chi apre un blog lo faccia prima di tutto per comunicare le sue opinioni e le sue considerazioni sulla società odierna. Il blog è un angolo di web in cui dare sfogo a una parte di sé stessi, a ciò che si ha dentro. Alcuni l’hanno paragonato a un diario senza lucchetto. Certo è anche un modo di apparire, di far conoscere le proprie ansie, i propri turbamenti e i propri scazzi a persone prima irraggiungibili, perché lontane geograficamente. In molti blog ci sono annotazioni diaristiche, sensazioni, opinioni sul mondo attuale, articoli di giornale. Spesso un blog ben fatto è una via di mezzo tra il diario e il giornalismo, tra la community e la raccolta di link. Gli autori dei blog sono persone che vogliono comunicare in modo diretto e in modo giovane. Sono liberi pensatori che solamente un decennio fa non avrebbero trovato nessun sbocco. I blog in Italia attualmente sono migliaia e migliaia; forse aumenteranno ancora. Sono certo che aumenterà a dismisura anche quella che in gergo si chiama la fuffa. I blog aumenteranno per un motivo molto semplice: perché per creare un blog non c’è bisogno di conoscere l’html o altri linguaggi informatici specifici. Inoltre il blog rispetto al classico sito web è più semplice da creare ed è anche più dinamico. In un blog si possono mettere più scritti rispetto a un sito. Per fare un sito occorre anche dosare le forze, operare certe scelte, essere parsimoniosi. Ad esempio fare un sito personale di 500 pagine significa caricare troppo di link la home page e rendere più lente le visite del sito. Allo stesso tempo il blog è meno dinamico e più egocentrico rispetto alla mailing list, al gruppo Yahoo, al gruppo Facebook, al gruppo Msn. Nel blog il vero protagonista è l’autore stesso, anche se ci sono i commenti dei post. Inoltre nella mailing list frequentata un messaggio appare per poche ore. Spesso ci sono altre persone che postano e i visitatori leggono i messaggi più frequenti. Nella mailing list frequentata i messaggi si accavallano, si susseguono, si sovrappongono. Un intervento quindi cade subito nell’oblio. Nel blog l’intervento rimane per svariati giorni. Potremmo quindi teorizzare che il blog sia il giusto mezzo di comunicazione delle proprie sensazioni e delle proprie idee. E poi mi faccio una seconda domanda: perché i navigatori del web visitano i blog? Io penso sia per il voyeurismo. Probabilmente sono una sorta di guardoni telematici, che curiosano nei blog per sapere qualcosa di piccante o di interessante sulla vita sentimentale, sessuale e sociale delle persone. E’ anche vero d’altro canto che ci sono blog di aspiranti giornalisti o blog che trattano di letteratura, ma -ahimè- a quanto mi è stato dato di vedere questi siti non sono molto frequentati: non interessano quanto la tanto deprecata fuffa.

Un tempo esistevano le riviste letterarie cartacee. Ma da qualche anno a questa parte con l’avvento di internet è avvenuta una trasformazione: dalle riviste letterarie cartacee siamo passati alle riviste letterarie online, spesso aperiodiche per evitare di essere catalogate come testate giornalistiche. D’altronde i visitatori purtroppo sono più dei lettori per diverse ragioni: il disinteresse degli italiani alla lettura, l’oligarchia delle grandi case editrici, le difficoltà delle librerie indipendenti. Per chi possiede un sito letterario può essere particolarmente motivante e divertente accrescere la popolarità del proprio angolo virtuale. Un tempo i webmaster cercavano alla rinfusa link perché l’importanza di un sito internet veniva valutata in base alla link popularity. Oggi invece devono essere più accorti, il gioco si è fatto leggermente più sofisticato perché la rilevanza di un sito internet si basa su una serie di algoritmi che calcolano non solo la quantità dei link, ma anche la qualità e la pertinenza. Dal 2000 a oggi ho potuto constatare la proliferazione di siti letterari per aspiranti, emergenti o sedicenti poeti. I più snob ritengono che ciò vada a discapito della qualità letteraria, personalmente sono dell’idea che questo fenomeno sia un’ulteriore prova incontrovertibile della democraticità del web. Nessuno ha ancora pensato di vietare a critici letterari e italianisti di fare il proprio lavoro. Inoltre anche nel sito letterario più dilettantesco e scalcinato di un gruppo di adolescenti si deve valutare la buona fede e la passione, che animano i gestori di tale sito. I maligni sosterranno che ciò che spinge molti autori alla creazione di un sito sia solo narcisismo, ma personalmente ritengo che sia una forma di narcisismo molto più nobilitante di quella che spinge a fare le veline o i tronisti. Ognuno deve avere diritto ad uno spazio reale o virtuale in cui esprimersi. Internet è l’editore più democratico che esista. Il visitatore deve saper scegliere in questa dimensione parallela sconfinata. Non bisogna nemmeno dimenticarsi che oggi i caffè letterari e i salotti non fanno più letteratura, mentre artisti e scrittori oggi sempre più frequentemente si scambiano e-mail e collaborano a siti letterari.

Penso alle parole del poeta Aldo Nove, che recentemente ha dichiarato: “Se Pasolini fosse vivo, oggi avrebbe un blog”. Tagliamo subito la testa al toro: non tutti quelli che hanno un blog letterario sono Pasolini. Anzi per ora di Pasolini non ne ho trovati. Ma c’è anche chi da anni e anni certifica la morte dei blog letterari. E allora quale tra le due è la verità? A chi dare ragione? Il blog va bene per un autore per svariati motivi: per l’espressione delle sue idee, per veicolare più facilmente dei messaggi, per autopromuoversi. Anche collaborare a un blog collettivo può andare bene per gli stessi identici motivi. In fondo Pulsatilla, al secolo Valeria Di Napoli, non avrebbe venduto 300000 copie con il suo primo libro se non avesse gestito un blog frequentatissimo. A onor del vero diverse blogstar sono riuscite a compiere il passaggio, sono diventati bestselleristi. Altre hanno venduto molto di meno, ma sono approdati all’editoria di qualità. Certo per scrivere ci vuole un minimo di costanza. Bisogna avere un minimo di ideazione. Bisogna aggiornare il blog con continuità. È un impegno che si prende. È richiesta almeno la conoscenza basilare della lingua italiana, bisogna saper scrivere un minimo correttamente senza fare strafalcioni ed errori madornali (che poi le incertezze e i refusi toccano anche ai più attenti e meticolosi). Si deve stare più attenti alle leggi perché si esce fuori dalla bolla social e i post restano sui motori di ricerca. Bisogna autocensurarsi talvolta. Bisogna fare attenzione. Scrivere comporta molte controindicazioni e molte implicazioni. Bisogna ponderare e valutare tutto. Non si può certo scrivere ciò che passa per la testa. Ma la scrittura è libertà di espressione. Non solo ma se il Dsm comprende tra le varie dipendenze il sesso, la televisione, Internet, eppure la scrittura e la lettura non vi vengono annoverate. Scrivere e leggere non fa male, anzi è terapeutico. I pazienti vengono curati dagli psicoterapeuti con la psicosintesi e la biblioterapia. Quindi è solo un topos letterario quello di Don Chisciotte che impazzisce per i libri, che non corrisponde a realtà. Leggere fa bene. Aumenta le connessioni cerebrali. Fortifica l’intelligenza (qualsiasi definizione le si voglia dare). Arricchisce il vocabolario e più parole si conosce meno probabilità si ha di essere “fregati” dai padroni e più si è in grado di elaborare la realtà, come notò Don Milani. Ma poi gli stessi che giurano sulla morte dei literary blog sono anche gli stessi che cercano disperatamente i like sui gruppi Facebook! Literary blog come Nazione Indiana hanno fatto la storia del web italiano. Nei primi anni 2000 per farsi una certa reputazione poetica bisognava avere pubblicato qualcosa su Nazione Indiana perché la redazione era selettiva e nei commenti non veniva risparmiato nessuno, a nessuno venivano fatti sconti. Sui literary blog un tempo nascevano molte polemiche, in cui ci potevano essere duelli all’ultimo sangue tra trolls che si firmavano Paperino e professoresse universitarie. Consiglio a tutti a tale riguardo di approfondire l’argomento con il seguente libro: “Polemiche letterarie: dai Novissimi ai lit-blog” di Gilda Policastro (Carocci, 2012). Inoltre oggi i literary blog sono sempre visitati, ma è difficile partire da zero, partire dal nulla. È difficile creare traffico, attrarre visitatori. È sempre più difficile il posizionamento sui motori di ricerca. È sempre più difficile attrarre lettori con il passaparola. Ci vogliono soldi e/o pazienza e/o impegno. Bisogna a ogni modo dedicare una certa quota parte del proprio tempo libero. Sorge spontaneo un interrogativo: ne vale la pena di versarsi in questa attività non remunerativa per comunicare qualcosa a qualcuno, che in buona parte dei casi non si conosce? Il destinatario spesso se ne sta nascosto nell’anonimato. E poi siamo sicuri che qualcuno non percepisca in modo errato il nostro messaggio, il nostro contenuto? È un rischio che va messo in conto, ma che non è quantificabile né oggettivamente calcolabile. Per ora nessuno è stato perseguitato per un blog. Bisogna fare mente locale per una rapida analisi dei costi/benefici. Che cosa si vuole trovare con un blog o con una collaborazione? Soldi? Il partner? Legittimazione culturale? Lavoro? Oppure si è contenti di fare una cosa che ci piace con passione? Forse quest’ultima cosa non è già molto?

Una piccola meschinità (miniracconto di fantasia)…

Ha preso una tachipirina. Ha mangiato solo due crostini tanto per non essere digiuno, tanto per fermarsi lo stomaco.  Accende la radio. La stazione sta passando una canzone straniera  di moda negli anni ’80, di cui non riesce a ricordarsi il titolo. Fa degli sforzi di memoria, proprio non riesce a ricordarlo. Sono arrivati a un paese del circondario dove c’è un panificio che fa una buona schiacciata. Suo padre parcheggia. Poi va a comprarla. Lui aspetta in macchina. Dopo cinque minuti suo padre mette sui sedili posteriori la busta con dentro la schiacciata. Gli fa cenno di uscire fuori dell’abitacolo e andare in un bar vicino, distante solo trenta metri, per prendere qualcosa. Piove a dirotto, ma loro si incamminano, incuranti di tutto. Due schizzi d’acqua non hanno mai rovinato la salute a nessuno! Entrano. Il titolare è cinese. La barista è italiana. Suo padre ordina un caffè.  Lui prende un cappuccino. Ci sono degli avventori che parlano tra di loro. Scherzano, ridono, parlano del tempo. Lui prende il cappuccino e si mette seduto a un tavolino. Prima si gusta la schiuma con dei colpi di cucchiaio. Quindi apre la bustina dello zucchero, che gira e rigira. Infine si sorbisce lentamente il liquido. È un buon cappuccino perché il latte e il caffè sono di qualità. Si guarda intorno. Arriva una donna sulla quarantacinquina.  È lei o non è lei? È una sua vecchia conoscenza? Rimane interdetto. I suoi pensieri sembrano fermarsi. Il tempo sembra fermarsi. Sono istanti di incertezza e di sospensione. Molti anni fa quando lei era una bella ragazza lo aveva illuso. Passava sempre davanti al suo negozio. In realtà lei aveva solo giocato. Lei aveva molti uomini e lui non significava niente per lui. Solo un gioco di sguardi molto prolungato, durato delle settimane, ma che non aveva portato a nulla. Appena lui aveva provato ad approcciarla, lei si era rivelata ferma, decisa, categorica, risoluta. Lo aveva preso a male parole e il giorno dopo si era presentata davanti al suo negozio con un uno dei suoi amanti a scambiarsi effusioni. La delusione era stata cocente, ma erano altri i drammi, le vere sofferenze nella vita. Bisognava non pensarci, andare avanti, fare finta di niente, sopportare tutto. Lei continuava a passare davanti al luogo dove lavorava come se fosse invincibile, irreprensibile, totalmente padrona del mondo o almeno di quel piccolo mondo di provincia, dove le belle ragazze potevano permettersi tutto. Lui non sapeva il suo nome, sapeva solo dove lavorava. Poi lui aveva chiuso il negozio e non l’aveva più vista. Poco male! Meglio così! Quindi un giorno morì un ex collega di lavoro di sua madre. Lui andò a visitare il profilo Facebook del defunto e trovò che lei era una sua amica sui social. Solo allora seppe il suo nome e cognome. Poi seppe, leggendo il giornale, che il  padre di lei era morto. Forse è lei in quel bar. È quasi irriconoscibile.  Quello è un vero tuffo nel passato. È un vero tuffo al cuore. Prende la tazza e la riporta al banco. In quel breve tragitto la guarda. È davvero lei. È appoggiata al banco di tre quarti. Lei lo guarda di sguincio, con la coda dell’occhio. I loro sguardi si incrociano, ma senza alcuna curiosità né elettricità né erotismo da parte di entrambi. Lei forse si chiede cosa mai ci faccia lì. Lui sa già che quello è il suo paese. Nota che la sua bellezza è sfiorita.  Lei mormora qualcosa, mentre lui posa sul banco la tazza. Lei sussurra queste parole: “il tuo problema è che non hai il fisico”. Le bisbiglia, le pronuncia in modo appena percepibile. I due uomini che sono con lei, forse suoi amici o forse suoi amanti, lo guardano male, lo apostrofano con due insulti. Cercano la rissa. Sono disposti a venire alle mani. Lui capisce che non tira aria, che quel luogo non fa per lui. Chiede a suo padre che sta leggendo un giornale sportivo se possono andare via. Il padre annuisce.  Vanno verso la macchina. Lui è totalmente immerso nei suoi pensieri. Non l’attrae più quella donna e poi è una vecchia ferita ormai interamente cicatrizzata.  Però non riesce a non pensarci. Pensa che a volte il destino gioca dei brutti scherzi. Pensa che è strano e davvero buffo rivederla dopo poco più di quindici anni. Quante cose sono avvenute in quel periodo! Pensa a un mare di cose. Pensa che lei prima poteva puntare sulla bellezza e ora non è altro che una donna rozza, sgraziata,  ormai non più appariscente, non più piacente. Certo il suo pensiero o questa sua semplice constatazione di fatto non è da comunicare al prossimo perché sarebbe stato ritenuto cinico, odioso, politicamente scorretto, insensibile nei confronti delle donne. Certe grandi intellettuali femministe se sapessero questi suoi pensieri lo considererebbero un omuncolo banale, scontato, sotto la media. Lui se ne frega altamente. Questa sua idea cattiva, spietata gira e rigira nella sua mente e lui quella mattina è davvero di buon umore. Sa che è senza lavoro, che ha solo un amico fidato, che non ha una donna, che forse i suoi soldi finiranno presto, che c’era stata una pandemia terribile e una terribile guerra è in corso. Sicuramente questo è  segno inequivocabile che è meschino, ma ognuno ha la sua meschinità che nasconde a tutti in fondo all’animo. Sono piccoli pensieri da non rivelare al prossimo, ma esistono e ci fanno talvolta stare meglio, sono garanzia di momenti di felicità. Non fate finta di essere puri e candidi come gigli! Ammettetelo serenamente. Non cercate di dimostrare una grandezza d’animo che non avete. Confessatelo che è la vostra gretta meschinità che vi fa tirare avanti in questa vita! E lui quella mattina si sente solo ma felicemente solo. È stato rifiutato da quella ragazza anni fa.  Non ha avuto baci, carezze, calore, orgasmi da lei.  Ma ora a 50 anni è felice di essere stato rifiutato, di non esser il suo uomo, di non avere figli da lei e si sente davvero un uomo fortunato. Pensa a tutti i problemi del mondo,  ma non può  fare a meno di essere di buon umore e niente e nessuno possono togliergli quello stato d’animo,  pensando a come è diventata ora quella ragazza che un tempo stordiva tutti con la sua bellezza. È di nuovo in macchina. Partono. Sono di nuovo in un ambiente caldo e confortevole. Accende di nuovo la radio. La stazione passa una canzone straniera di moda negli anni ’80, di cui lui proprio non riesce a ricordarsi il titolo, nonostante gli sforzi di memoria. 

Due parole sul web oggi…

Anche Internet è cambiato molto in questi anni. Se prima si chattava da anonimi con persone sconosciute, oggi l’anonimato si sta riducendo. Non è più tempo di giochi di ruolo. Non è più tempo come nei primi anni 2000 di sperimentare nuove subpersonalità.  Oggi l’identità personale e sociale è determinata in buona parte dai social. Si diffonde a macchia d’olio il personal branding; molti cercano di presentarsi meglio che possono, di farsi un’ottima reputazione online. C’è sempre una confusione tra Sé effettivo e Sé desiderato, tra reale e virtuale, tra atto e potenza. Alcuni si perdono in questo guazzabuglio. Tutti vogliono essere online. La dipendenza da Internet come la dipendenza dalla televisione sono menzionate entrambe dal DSM. Tutti vogliono testimoniare la loro esistenza. Essere online a qualsiasi livello è un certificato ineludibile della propria esistenza. C’è chi va in un posto nuovo e lo fotografa. C’è la mania dei selfie. Ogni evento, ogni accadimento deve essere immortalato, eternato.  Per dirla alla Goethe “fermati attimo”! C’è anche chi si filma nei propri momenti di intimità (è lapalissiano che il reato di revenge porn non ha scuse né giustificazioni e va perseguito in ogni sede). Condividere qualsiasi cosa sui social dal punto di vista neuropsicologico è spiegabile con la scarica di dopamina dei like nella corteccia orbitofrontale e nel nucleo accumbens. Anche la quantità di visualizzazioni dà  scariche di dopamina. Ma c’è qualcosa di più profondo, ovvero l’affermazione dell’ego e della propria esistenza. Condividere qualcosa significa contemporaneamente esserci, dire “io sono”, dire “io esisto”. Molti devono dimostrarlo agli altri ma anche a sé stessi di esserci, di esistere. Cercano conferme e approvazione dagli altri. C’è un modo probabilmente più nobile di stare su Internet, cioè aggiornare il profilo social come se fosse un diario online in cui promuovere i pensieri, le impressioni, scrivendo in modo indipendente, strafregandosene della reazione altrui. Talvolta è  per autopromuoversi.  Anche questo modo più nobile di stare nel web è un piccolo lascito intellettuale, la testimonianza certa di ciò che pensavamo e sentivamo, nel caso in cui dovessimo morire. Ci sono tantissimi profili social di persone morte. Ogni tanto mi ci imbatto e mi fanno sia un poco di impressione che di tristezza e di nostalgia.  Mi è successo di avere qualche contatto social che è scomparso. Ognuno dissemina tracce nel web. Ognuno lascia una minuscola traccia nel mondo virtuale, a cui la stragrande maggioranza dell’umanità non farà minimamente caso. Come io che scrivo in vari siti. Probabilmente io scrivo per mantenere in esercizio la mente, per esprimermi, ma anche per lasciare le mie piccole idee, le mie sensazioni a qualcuno. Il bello e allo stesso tempo il brutto di diffondere parti di sé nel web è che non ci sono destinatari precisi, noti e non si sa che cosa ne penserà la maggioranza di coloro che le conoscono. Però in fondo cosa importa? Ognuno contribuisce a suo mondo all’intelligenza collettiva del web nel migliore dei casi oppure nel peggiore al gran calderone, all’orripilante pandemonio internettiano.  Una volta una tale mi ha detto ironicamente: “tu continua a fare lo splendido sui social, a fare l’intellettualoide del web”. Informo tutti che la libertà delle proprie idee è garantita dalla Costituzione e ognuno lo fa nel modo che ritiene più consono oppure anche come sa fare meglio. A ogni modo queste frasi sferzanti da fini dicitori o da fini dicitrici non mi tangono minimamente. Io ho il mio piccolo dovere.  Mi obbligo ogni giorno a scrivere una riflessione breve, un articolo semplice. È una cosa che mi impongo ogni giorno.  Non sarà poesia memorabile. Non sarà prosa da grande casa editrice. Ne sono consapevole. È roba mia. È gratuita. Se volete potete favorire. Può darsi che ogni tanto ci sia del buono che stimoli altre riflessioni, altro pensiero. Può anche darsi di no e io scrivo col beneficio d’inventario quando invece nel mondo delle patrie lettere molti pensano di scrivere capolavori. Insomma si sta tutti sul web per condividere, esprimersi, esibirsi, guardare, farsi i fatti degli altri, etc etc. A volte la stupidità o la creatività altrui possono stupirci, estasiarci, rassicurarci o infastidirci. Poi i nostri scritti  al momento della dipartita  saranno solo piccole tracce disseminate nel mare magnum del web, di cui potranno accorgersi solo persone a noi care e altre che non abbiamo mai visto nella vita reale perché il web, anche nel 2022, è sempre rizomatico, casuale, comunque asettico. 

Due parole sole sul web oggi… di Davide Morelli

Anche Internet è cambiato molto in questi anni. Se prima si chattava da anonimi con persone sconosciute, oggi l’anonimato si sta riducendo. Non è più tempo di giochi di ruolo. Non è più tempo come nei primi anni 2000 di sperimentare nuove subpersonalità.  Oggi l’identità personale e sociale è determinata in buona parte dai social. Si diffonde a macchia d’olio il personal branding; molti cercano di presentarsi meglio che possono, di farsi un’ottima reputazione online. C’è sempre una confusione tra Sé effettivo e Sé desiderato, tra reale e virtuale, tra atto e potenza. Alcuni si perdono in questo guazzabuglio. Tutti vogliono essere online.

La dipendenza da Internet come la dipendenza dalla televisione sono menzionate entrambe dal DSM. Tutti vogliono testimoniare la loro esistenza. Essere online a qualsiasi livello è un certificato ineludibile della propria esistenza. C’è chi va in un posto nuovo e lo fotografa. C’è la mania dei selfie. Ogni evento, ogni accadimento deve essere immortalato, eternato.  Per dirla alla Goethe “fermati attimo”! C’è anche chi si filma nei propri momenti di intimità (è lapalissiano che il reato di revenge porn non ha scuse né giustificazioni e va perseguito in ogni sede). Condividere qualsiasi cosa sui social dal punto di vista neuropsicologico è spiegabile con la scarica di dopamina dei like nella corteccia orbitofrontale e nel nucleo accumbens. Anche la quantità di visualizzazioni dà  scariche di dopamina. Ma c’è qualcosa di più profondo, ovvero l’affermazione dell’ego e della propria esistenza. Condividere qualcosa significa contemporaneamente esserci, dire “io sono”, dire “io esisto”.

Molti devono dimostrarlo agli altri ma anche a sé stessi di esserci, di esistere. Cercano conferme e approvazione dagli altri. C’è un modo probabilmente più nobile di stare su Internet, cioè aggiornare il profilo social come se fosse un diario online in cui promuovere i pensieri, le impressioni, scrivendo in modo indipendente, strafregandosene della reazione altrui. Talvolta è  per autopromuoversi.  Anche questo modo più nobile di stare nel web è un piccolo lascito intellettuale, la testimonianza certa di ciò che pensavamo e sentivamo, nel caso in cui dovessimo morire.

Ci sono tantissimi profili social di persone morte. Ogni tanto mi ci imbatto e mi fanno sia un poco di impressione che di tristezza e di nostalgia.  Mi è successo di avere qualche contatto social che è scomparso. Ognuno dissemina tracce nel web. Ognuno lascia una minuscola traccia nel mondo virtuale, a cui la stragrande maggioranza dell’umanità non farà minimamente caso. Come io che scrivo in vari siti. Probabilmente io scrivo per mantenere in esercizio la mente, per esprimermi, ma anche per lasciare le mie piccole idee, le mie sensazioni a qualcuno.

Il bello e allo stesso tempo il brutto di diffondere parti di sé nel web è che non ci sono destinatari precisi, noti e non si sa che cosa ne penserà la maggioranza di coloro che le conoscono. Però in fondo cosa importa? Ognuno contribuisce a suo mondo all’intelligenza collettiva del web nel migliore dei casi oppure nel peggiore al gran calderone, all’orripilante pandemonio internettiano.  Una volta una tale mi ha detto ironicamente: “tu continua a fare lo splendido sui social, a fare l’intellettualoide del web”. Informo tutti che la libertà delle proprie idee è garantita dalla Costituzione e ognuno lo fa nel modo che ritiene più consono oppure anche come sa fare meglio. A ogni modo queste frasi sferzanti da fini dicitori o da fini dicitrici non mi tangono minimamente.

Io ho il mio piccolo dovere.  Mi obbligo ogni giorno a scrivere una riflessione breve, un articolo semplice. È una cosa che mi impongo ogni giorno.  Non sarà poesia memorabile. Non sarà prosa da grande casa editrice. Ne sono consapevole. È roba mia. È gratuita. Se volete potete favorire. Può darsi che ogni tanto ci sia del buono che stimoli altre riflessioni, altro pensiero. Può anche darsi di no e io scrivo col beneficio d’inventario quando invece nel mondo delle patrie lettere molti pensano di scrivere capolavori. Insomma si sta tutti sul web per condividere, esprimersi, esibirsi, guardare, farsi i fatti degli altri, etc etc. A volte la stupidità o la creatività altrui possono stupirci, estasiarci, rassicurarci o infastidirci. Poi i nostri scritti  al momento della dipartita  saranno solo piccole tracce disseminate nel mare magnum del web, di cui potranno accorgersi solo persone a noi care e altre che non abbiamo mai visto nella vita reale perché il web, anche nel 2022, è sempre rizomatico, casuale, comunque asettico. 

La biblioteca di Borges, il libro totale, la verità…

Nel 1941 Borges scrisse un racconto fantastico, intitolato “La biblioteca di Babele”, costituita da stanze esagonali. È una biblioteca totale, che comprende tutti i libri dell’umanità ma anche tutte le possibili combinazioni delle lettere dell’alfabeto. Non è una biblioteca infinita ma illimitata per la mente umana. Gli uomini in questo racconto cercano il libro totale, il libro della verità,  ma non lo trovano; la loro ricerca dura infruttuosamente tutta la vita, anche perché è impossibile distinguere un libro della verità da un libro che racchiude solo falsità. 

Borges ce lo scrive a chiare lettere: state attenti, cari lettori, perché è impossibile o quasi distinguere il vero dal falso. Inoltre viene da chiedersi che cosa sia la verità. Nella biblioteca di Babele ci sono anche libri insensati e altri forniti di un senso compiuto. Insomma c’è tutta la casistica. Potremmo affermare che la biblioteca di Borges è simbolo di tutto lo scibile, addirittura dell’assoluto. Ma siamo poi sicuri che tutta la conoscenza umana possa significare veramente la realtà e poi la verità totale, assoluta? Io mi accontenterei di trovare un libro, che esprima la mia vita. Vorrei insomma il libro della mia vita. Forse mi basterebbe una frase, un’espressione verbale.

Mi piacerebbe trovare qualcosa in un libro da identificarmi veramente,  qualcosa in cui riconoscermi, in cui rispecchiarmi totalmente. L’ho cercato nei libri che ho letto, ma inutilmente. Nella realtà il libro della mia vita non l’ho mai trovato. Se leggevo libri di filosofi, psicologi, scrittori, poeti trovavo un poco di verità nei loro libri, ma poi l’animo umano muta, la mente è variabile e tutto ciò che credevo vero anni fa non lo ritengo vero oggi. Inoltre talvolta quel poco di verità di un maestro di pensiero annullava quella di un altro. Brandelli di verità si susseguivano, si accavallavano,  talvolta si mischiavano per poi perdersi nell’oblio irrimediabilmente. E in poesia? Ci sono versi memorabili.

Ci sono versi talvolta che mi fanno sobbalzare dalla sedia. Ma mi chiedo se parlano veramente di me e a me. La risposta spesso è no, per quanto siano ben scritti e ben fatti. Ci sono alcuni versi che mi dicevano molto un tempo e ora non mi dicono più niente. È vero che ci sono libri che cambiano la vita e cambiano noi stessi, ma la questione è senza dubbio soggettiva, dipende dalla personalità e dal vissuto di ciascuno. Insomma la faccenda è complicata e più ci penso più si complica ulteriormente. 

Se gli altri non hanno mai scritto niente che significasse me e la mia vita mi sono detto che avrei potuto scriverlo io. Ma nella scrittura si sa bene dove si parta, ma non dove si va a parare né dove si finisca. Zanzotto chiamava tutto ciò eterogenesi dei fini. Se io ho l’obiettivo di parlare della mia vita può  benissimo darsi che non la racchiuda veramente, non la esprima veramente. Può darsi che manchi il bersaglio mirato, prefissato.

Oppure può darsi che riesca a esprimere la mia vita e il suo senso ma molto malamente. In un modo o nell’altro i libri sono sempre qualcosa di altro, di diverso da me, dal mio modo di essere,  dalla mia vita. Forse i libri non hanno questa funzione. Forse devono rappresentare altro in partenza. Forse non troverò mai nessun libro né ne scriverò mai uno che mi rappresenti. Forse la realtà è che ogni lettore e ogni scrittore è destinato senza alcuna ombra di dubbio al fallimento.

Accade che scriva qualcosa e poi vada a leggerlo e mi dica che questo non sono più io, sono già cambiato, sono già diverso. Forse la verità, come cantava Enrico Ruggeri, in una sua canzone è che non c’è verità (almeno a livello fenomenologico,  esistenziale, umano). Ogni uomo ha una sua prospettiva e la verità umana è data dalla sommatoria di tutti gli uomini esistiti, esistenti e che verranno, ovvero una cosa non rappresentabile per ogni mente umana.

Se consideriamo inoltre che ogni prospettiva,  ogni punto di vista in parte si sovrappone e in parte si differenzia con le altre prospettive di tutti gli altri esseri umani, ci accorgiamo subito dell’enorme complessità di questo problema combinatorio,  non risolvibile in alcun modo, neanche da matematici e scienziati di prim’ordine. Ma forse tutti questi ragionamenti su un racconto di Borges sono viziati dal fare supposizioni per assurdo. Però in questi casi non si può fare altrimenti, non si può esimerci dal ragionare per assurdo, che comunque allena la mente a ogni modo.

Insomma la vita è un rompicapo insolubile. Le vite degli altri ci sembrano più chiare e semplici da giudicare perché ne siamo più distanti e non ne conosciamo tutte le problematiche,  le valenze, la complessità. Come ho trovato scritto sui social tempo fa: ognuno è bravo col cubo di Rubik degli altri. La vita è fatta così.  

Il mio lagotto Argo…

Ora io per dimostrare di essere una persona intellettualmente seria e valida dovrei affrontare grandi tematiche, fare sottili distinguo, fare polemiche al vetriolo, cercare di usare parole difficili per far vedere quanto sono bravo e colto, etc etc. Invece il mio minimalismo esistenziale e non solo prende spesso il sopravvento e così oggi vi parlerò del mio cane. Qualche professore impegnato storcerà il naso e disapproverà fortemente queste righe, ma tant’è…d’altronde io scrivo anche per sputtanarmi e una dose di ironia ci vuole sempre per scrivere: mai assumere una posa, mai atteggiarsi troppo, mai prendersi troppo sul serio! Il mio lagotto si chiama Argo e ha dieci anni. Se tutto va bene ha ancora 5-7 anni di vita. Per ora gode di buona salute. Lo si nota dal fatto che è iperattivo e non sta mai fermo. Non lo porto a fare tartufi perché nei boschi di San Miniato c’è in corso una guerra tra trifolai e mettono delle polpette avvelenate. Io e mio padre lo portiamo a fare le scampagnate sullo scolmatore.  Allora insegue gabbiani, annusa per terra, segue delle tracce, corre a perdifiato.  Bisogna stare attenti perché alcune volte c’è il pastore con le sue pecore e con il suo cane, che potrebbe aggredire Argo. Così cerchiamo sempre di metterci molto lontani dal pastore (almeno tre km distanti) oppure ritorniamo a casa e desistiamo se quel giorno c’è troppa gente (ma è raro). Lui gradisce molto le scampagnate e lo si vede dal fatto che ogni volta che apriamo la bauliera, per qualsiasi motivo, lui salta sopra e sale in macchina perché crede di andare a zonzo. È molto impegnativo invece portarlo al guinzaglio in città perché tira molto; non sei tu a guidarlo, ma è lui a guidare te. Inoltre non si diverte e non ha la stessa libertà di azione di quando è in aperta campagna.  Così accade che sia molto difficile che lo porti a fare il giro del quartiere. Una volta, quando era piccolo, ha tirato talmente tanto il guinzaglio  che per un giorno ho avuto il dolore alla spalla. Il guinzaglio è il suo nemico. Appena lo vede vuole morderlo. Argo è intelligente. Capisce sempre tutto. Conosce tutto di noi, delle nostre abitudini e dell’ambiente circostante. Sa tutto quello che c’è da sapere. Impara in fretta. Si adatta presto.  In casa passa il suo tempo sdraiato oppure abbaia ai cani che passano coi padroni, alle ambulanze, ai vigili del fuoco, agli operatori ecologici. Un suo passatempo è cercare di prendere delle lucertole. A volte scava nel giardino perché è il suo istinto quello di essere uno scavatore. Quando era più piccolo, appena aprivamo il cancello, lui scappava e mi toccava rincorrerlo per acchiapparlo.  Oggi invece non lo fa più, anche se è sempre un giocherellone, un mattacchione. È molto sensibile e affettuoso;  anche con gli estranei si mette supino e si fa accarezzare. Diciamo che non ha paura degli estranei. Per lui gli esseri umani sono tutti amici e quindi non potrebbe fare il cane da guardia. Ha un indole buona come molti lagotti. Va benissimo come cane da compagnia. È buono e attaccato ai padroni,  al limite della ruffianeria.  Potrebbe ringhiare o mordere solo se qualcuno lo disturba mentre mangia. A onor del vero ruglia  anche quando è a riposarsi in casotto e io mi avvicino per vedere se sta bene. Una volta è stato operato all’occhio. Lo abbiamo portato a Firenze. Due ore di operazione  e tre veterinari per togliergli un pezzo di forasacco, che gli era andato in un occhio. Argo vuole sempre compagnia. Se qualcuno stende i panni lui va lì a strusciarsi. Se in soggiorno qualcuno guarda la televisione lui si mette sdraiato sopra il tappetino di un gradino dell’ingresso di casa e ascolta il rumore della TV, talvolta stiracchiandosi.  Ad Argo non togli mai l’appetito. Fa due pasti e poi quando noi mangiamo fa due spuntini, che consistono nel mangiare bucce di mele, di pesche o di pere. Argo d’estate soffre il caldo e allora fa il bagno ogni giorno nella tinozza in giardino, che gli prepariamo sempre. Argo deve essere tosato 3 o 4 volte l’anno per stare bene. Anche i suoi croccantini costano. Però nonostante queste spese ne vale la pena, dato che ci ripaga con tutto il suo amore. Argo ormai è un membro della famiglia e noi viviamo in simbiosi con lui. Dargli da mangiare, accarezzarlo, sincerarsi se sta bene, portarlo in campagna sono ormai dei rituali quotidiani che scandiscono la mia giornata. Parafrasando una celebre pubblicità degli anni scorsi un lagotto allunga la vita e di certo dispensa il buonumore, poiché è di una simpatia unica. 

Dacci oggi la nostra follia quotidiana…

“Accettiamo la follia, Oh uomini

della mia generazione. Seguiamo

le tracce di quest’epoca massacrata:

guardiamola trascinarsi dentro la scura terra del Tempo

nella casa chiusa dell’eternità

col latrato del morente

col viso che indossa cose morte –

non diciamo mai

volevamo di più; cercavamo di trovare

una porta aperta, un estremo atto d’amore,

che trasformasse la crudele oscurità del giorno;

ma

trovammo inferno e nebbia diffusi

sulla terra, e nella testa

una putrida palude di enormi tombe sghembe.”

“Accettiamo la follia” (Kenneth Patchen)

Freud  tanto tempo fa scrisse un libro riguardante la psicopatologia della vita quotidiana, che lui ravvisava negli atti mancati, nei lapsus, nelle dimenticanze. Oggi a mio avviso la psicopatologia della vita quotidiana si è accresciuta enormemente. Basta vedere i social e tutto il loro bullismo telematico,  mentre molti altri sempre sul web non fanno che predicare nel deserto, scrivendo cose interessanti, e fanciulle discinte un poco svampite, un poco sgrammaticate hanno centinaia di migliaia di follower, guadagnando cifre da capogiro mettendosi in posa. È normalità tutto ciò? Non parliamo di chi governa il mondo, di chi decide le guerre e gli assetti geopolitici. Non sono forse persone psicopatiche o che comunque prendono decisioni folli? Non c’è forse follia nella razionalità tecnologica esasperata,  nelle guerre, nella povertà diffusa in molte parti del pianeta, nel cosiddetto progresso,  che porta in definitiva al suicidio probabile della specie? Ma ritorniamo alla psicopatologia della vita quotidiana. Non è forse psicopatologico chi in macchina accelera pur di non fermarsi per far passare il pedone sulle strisce? E non è psicopatologico chi percorre in macchina una strada in controsenso per abbreviare il percorso per andare a casa? Non è psicopatologico creare assembramento in un bar frequentato mettendosi a fare colazione al banco quando si potrebbe prendere cappuccino e pezzo dolce e spostarsi al tavolino? Non è psicopatologico spendere centinaia di euro quando alcuni vanno a fare la spesa, comprando molte cose di cui non avevano bisogno per niente? Non è psicopatologico spendere cinquantamila euro per una bella automobile e poi non avere soldi per pagarsi il  dentista? Non è psicopatologico invocare il rispetto della legge e poi pensare di farsi giustizia da soli? Non è psicopatologico sorpassare più macchine quando dopo cento metri c’è un semaforo? Non è psicopatologico passare una decina di ore al giorno come fanno molti pensionati davanti alla televisione? Non è forse psicopatologico drogarsi per evadere dalla realtà? Non è forse psicopatologico essere dipendenti dal sesso? Non è forse psicopatologico spendere migliaia di euro in abiti firmati? Non è forse psicopatologico imbottirsi di Viagra 85 anni? Non è forse psicopatologico scaricare in aperta campagna dei rifiuti tossici? Quello che voglio dire è che erroneamente pensiamo che i folli siano disadattati. Forse è vero per i folli migliori e più innocui. Ma per stare al passo e adattarsi a un mondo folle bisogna per integrarsi socialmente e lavorativamente sviluppare nevrosi e psicosi. Ogni tanto le persone lasciano intravedere, lasciano scorgere la loro follia, quasi sempre inibita, come in queste piccole azioni quotidiane che io ho elencato,  ma sarebbero un’infinità gli atti quotidiani psicopatologici, che ciascuno di noi compie, spesso senza accorgersene e senza riflettere. La maggioranza delle persone non riesce a mettere a fuoco né a frutto la propria follia. Etichettare un modo molto negativo i cosiddetti folli è un modo per esorcizzare la propria follia, i disturbi che tutti più o meno abbiamo. Ci sono persone che non riconoscono il loro lato folle, lo reprimono totalmente e poi dopo aver covato rabbia, inadeguatezza hanno uno scatto d’ira, perdono totalmente la lucidità, diventano pericolosi socialmente. In questi giorni sono saliti alla cronaca degli omicidi causati da persone  con problemi psicologici non curati. Io assumo psicofarmaci per prevenire ogni disturbo. Mi vedo una volta ogni tre anni con il mio terapeuta, ma c’è una buona alleanza terapeutica, nel senso che se dovessi avere pensieri strani la prima cosa che faccio sarebbe chiamarlo. Eppure soffro di attacchi di panico e di ideazione prevalente, due cose non invalidanti, non socialmente pericolose e non patologiche a livello psichiatrico. Quando ci vediamo gli descrivo i miei umori e i miei stati mentali. Vuole che gli consigli dei libri. Mi ha detto che se voglio posso anche non pagare, ma io pago sempre. Ritengo che andare da un terapeuta possa favorire l’evoluzione mentale di ognuno. Non la vedo una cosa degradante, umiliante, di cui vergognarsi. Dovremmo tenere presente queste cose quando si tratta di salute mentale: 1) tutti, più o meno, abbiamo problemi psicologici. Dire che una persona ha dei problemi è superfluo e dispregiativo perché tutti abbiamo dei problemi. Non riconoscerlo significa negare l’evidenza dei fatti, la natura umana, la problematicità odierna con un mondo sempre più caotico e complesso 2) tutti avremmo bisogno di uno specialista della psiche per fare un check-up, almeno una volta all’anno 3) ognuno dovrebbe lavorare su sé stesso e tramite l’introspezione cercare di integrare la  parte non patologica con la parte patologica, che tutti abbiamo 4) non si dovrebbe aspettare di andare da uno psicologo solo quando si ha una crisi. Bisognerebbe andarci sempre 5) andare dallo psicologo anche quando si sta bene non è mai inutile perché tutto sommato aumenta la nostra autoconoscenza interiore e funge da valvola di sfogo 6) bisogna sfatare qualsiasi pregiudizio sulla follia. Basti pensare a riguardo al risaputo e provato legame tra follia e creatività 7) andare da un esperto della psiche non è segno necessariamente di essere gravemente disturbati, ma significa essere delle persone civili, che curandosi si prendono cura della loro salute mentale e migliorano i rapporti umani con le persone con cui interagiscono. 8) certe cose intime e scomode è meglio raccontarle a un professionista che ha il segreto professionale tra le regole deontologiche che a finti guaritori, maghi, cartomanti, santoni, sempre pronti a specularci sopra. 9) talvolta psicologi, psicoterapeuti,  psichiatri si rivelano non adeguatamente preparati o empatici. Questa però non deve essere la scusa buona per non andarci. Prima o poi la persona giusta si trova 10) come andiamo una volta all’anno a fare le analisi del sangue o l’elettrocardiogramma dovremmo andare da uno psicoterapeuta a farci fare un controllo ogni anno. 11) molto meglio la moda di andare dallo psicologo che quella di non andarci affatto

Tutte queste cose potrebbero sembrare scontate per coloro che credono di essere raffinati intellettuali, in realtà non lo sono per niente perché in Italia da questo punto di vista della salute mentale siamo ancora indietro e c’è ancora molta strada da fare. Il vero progresso umano passa anche da un cambiamento di mentalità nei confronti della cosiddetta follia. 

Lui, l’anticomunista (piccola storia insignificante)…

Lui era anticomunista. Il resto della cittadina era comunista, anche se per comodo e per opportunismo votava partiti di centrosinistra. Per le sue idee si era fatto dei nemici, era malvisto,  gli avevano fatto terra bruciata. Le ragazze non lo volevano, lo rifiutavano sempre, al massimo lo illudevano con un gioco di sguardi prolungato e poi andavano a fare ammucchiate con altri, rivelandosi con lui molto scostanti e altezzose.  Lui era anticomunista e questo era il minimo che potesse succedere. Dicevano anche che era pazzo, gay, ritardato mentale, impotente, minidotato sessualmente, molto brutto. Lui li lasciava dire. D’altronde nessuno avrebbe testimoniato a suo favore perché erano tutti contro di lui. Così la diffamazione continuava. Lui era anticomunista e tre volte l’avevano picchiato a sangue per questo: pugni in faccia, una volta anche un calcio in faccia, varie escoriazioni sul corpo. Naturalmente era roba tra ragazzi o al massimo tra giovani uomini  e poi nella civilissima Toscana a volte si prendono e a volte si danno. Lui era anticomunista. E alcuni giovani estremisti di sinistra per un periodo lo attenzionarono, lo pedinarono,  volevano attentare alla sua incolumità fisica. A riprova della grande civiltà toscana fu il fatto che il corso  di Pisa era pieno di studenti che protestavano per l’incarcerazione di quei giovani che oltre a pedinare lui avevano fatto attentati incendiari ad altre persone ed erano stati fermati tempestivamente dalle forze dell’ordine. Ma il popolo toscano dava solidarietà ai delinquenti e non alle vittime designate o potenziali. Ma erano forse delle ingiustizie? Al mondo c’erano ingiustizie più grandi e poi per teoria e per prassi i comunisti non commettono mai ingiustizie: i comunisti sono buoni e se talvolta usano la violenza è del tutto legittimo perché è per la rivoluzione.  E poi se tutto gli andava male nella vita in quella cittadina  bastava ascoltare i Negrita e capire una volta per tutte che quella cittadina non era Hollywood! Ma perché non poteva andare via? Era impossibilitato per ragioni familiari. Lui era anticomunista e non aveva amicizie né un lavoro perché le conoscenze, le pubbliche relazioni contavano molto in quel posto. Lui amava scrivere, ma anche lì nel mondo delle patrie lettere, nel 2000 e oltre, bisognava essere comunisti e scrivere per i comunisti cose da comunisti. Così finì solo e dimenticato da tutti. Nessuno lo aiutò e poi naturalmente aiutati che Dio ti aiuta. Lui era una mezzasega, un mezzo uomo e forse anche meno perché non aveva una donna, non aveva una famiglia,  non aveva un lavoro. Quando morì nessuno lo ricordò. La gente era ormai diventata di destra perché faceva comodo, per opportunismo, per quieto vivere, per calcolo, per protesta. Ma anche la destra non lo vedeva di buon occhio perché non lui non si era mai venduto, mai allineato, mai iscritto e non aveva mai militato. Lui era uno che non aveva mai risparmiato critiche. Nessuno andava mai a visitare la sua tomba perché quando uno è morto è morto e a cosa serve? E poi i pochi che lo avevano conosciuto bene lo odiavano perché lui in vita era uno che aveva avuto tanto tempo da perdere e lo aveva perso e sprecato bene. Non si era industriato, non aveva rischiato, non era stato un uomo pratico. La gente si era a ogni modo dimenticata in fretta di lui e poi cosa c’era da ricordare? Assolutamente niente. Rimanevano disseminati in angoli del web i suoi scritti, che alcuni leggevano senza sapere che era morto. Lui era stato un anticomunista. Sipario. 

Conversazione sulla vita…

“Dov’è la voglia di vivere? Dov’è, se le donne sono degli altri, se ci nutriamo di assenze, se la solitudine cresce? Andiamo avanti per inerzia o forse solo sperando che il domani sia migliore, anche se realisticamente parlando domani sarà peggio, saremo più soli, più vuoti, più poveri, più disperati….”

“Come dice una canzone “siamo nati per essere vivi”. La forza della vita irrompe sempre, è travolgente, è coinvolgente. Se non ci sono l’amore, il sesso, l’amicizia, il lavoro c’è sempre qualche elemento residuale di vita, a cui ci si può aggrappare.”

“Un tempo scrivevo perché mi sentivo solo ma non lo ero, anche se non lo sapevo. Pensavo che per rompere la solitudine ci volesse necessariamente il calore del corpo di una donna, la sua intimità,  etc etc. Cercavo amori trascendentali.  Avevo in testa grandi amori. Invece oggi mi accorgo che è sufficiente molto meno.”

“Basta molto meno per rendere la vita accettabile, per ripararsi dalle offese, dalle ferite del mondo e dalle avversità della vita. Basta un buon libro da leggere, una passeggiata all’alba, una cena con un vecchio amico, un piccolo viaggio.”

“La cosa che mi lascia interdetto è che tutti sono maestri di vita,  che tutti sono giudici. Al contrario nessuno può giudicare nessuno fino a quando quella persona non ti offende o non ti ferisce o non ti danneggia”

“In quei casi specifici il giudizio sorge spontaneo e legittimo.”

“A poco serve lottare contro il mondo, contro le ingiustizie e le guerre.  Non c’è più tempo e tutto sarebbe inutile. Niente cambierebbe perché niente è mai cambiato.”

“Se c’è una costante in questa società è che le ingiustizie e le guerre vengono sempre perpetuate.”

“Forse niente cambierà.  Forse qualcosa cambierà, ma noi non lo vedremo.”

“Non c’è margine di libertà.  La libertà è solo apparente. I voli sono sempre pindarici.”

“Dovremmo vivere nel miglior modo possibile quel poco tempo che ci manca. Dicono che sia così per tutti. Ne prendiamo atto. Ma ciò non cambia la sostanza. Non c’è tempo da perdere e invece ognuno rimane ancorato alle sue abitudini, ai suoi tarli.”

“È difficile cambiare vita perché nella stragrande maggioranza dei casi non basta cambiare luogo, ma si dovrebbe cambiare sé stessi.”

“È la noia che ci assale, che domina, che vince.”

“E la sola cosa che può alternarsi alla noia è il dolore. Schopenhauer insegna a tutti. La gioia è solo un piccolissimo momento transitorio e fuggevole.”

“Eppure bisogna tenere stretti i nostri momenti felici.”

“Oramai sono rari anche i momenti felici. I periodi felici erano solo quelli della giovinezza.”

“La verità è che la solitudine talvolta attanaglia. Ma oramai siamo troppo grandi, troppo vecchi per ammetterlo sinceramente.”

“E la nostra città?”

“La vedo alienante e indifferente, come la New York di Hopper o forse ancora peggio così distante, quasi un altro mondo, come la città metafisica di De Chirico.”

“A volte per rompere la solitudine avrei voglia di affittare una escort…”

“Non hai nemmeno i soldi per farlo. Hai i soldi ogni giorno giusto per un caffè.”

“Mi accontento della convivialità della barista, del suo sorriso”

“Dov’è la vita? Dove si nasconde e dove si disperde? Si disperde chissà dove. La vita fugge dentro il tempo. La vita è il tempo che se ne va. È così semplice. Hanno voglia di dire cogli l’attimo, se ogni attimo è inafferrabile.”

“La vita è una cosa già così complicata e c’è chi la complicata ulteriormente.”

“Che cos’è la vita? È forse infinita la vita? Qual è la vera vita?”

“La vita va vissuta e basta. Ogni pensiero a riguardo è inadeguato. Hanno speso miliardi di parole e hanno fatto miliardi di metafore per raccontare la vita. Ma la vita è inenarrabile,  indescrivibile, indefinibile.”

“Eppure noi esseri umani abbiamo bisogno di cercare di capire la vita. È un giocoforza.  È un automatismo ineludibile riflettere sulla vita.”

“La vita andrebbe accettata così com’è.  Bisognerebbe lasciarsi trasportare dalla corrente e allo stesso tempo continuare a galleggiare. La vita va amata così com’è.”

“Un pensiero non paga un debito. È un antico modo di dire toscano. Forse è davvero così. Probabilmente certi pensieri rovinano la vita.”

“Ci sono cose della vita che non si possono fare a meno di odiare. Amare tutta la vita è impossibile.”

“C’è chi non ce la fa più e ha la smania di raccontare tutta la sua vita, ma talvolta non ha nessuno a cui raccontarla, con cui sfogarsi. A volte vedo ogni nuovo incontro come un nuovo modo di raccontare sé stessi e la propria vita in modo diverso, spesso senza riuscirci. I tentativi spesso sono goffi e improbabili.”

“Guardala la vita che vince sulla morte in tutte le sue forme. I vagiti hanno la meglio sui rantoli.  Coppie si tengono per mano sul far della sera. Bambini giocano tra le tombe. Eros ha sempre la meglio su Thanatos.”

“Forse però non ci sono possibilità di riscatto né di redenzione né di salvezza.”

“Nessuno sa se c’è una via di uscita, ma dobbiamo vivere come se ci fosse. È la nostra illusione, la nostra speranza, forse la nostra unica ancora di salvezza.”

Il mio commento a “L’antiere” (commedia) del molese Antonio Padovano…

Antonio Padovano, autore prolifico e di rara qualità,  con questa commedia ci riporta magistralmente in un mondo contadino di primo acchito  meridionale, ma in realtà appartenente a ogni angolo d’Italia decenni e decenni fa. È un tuffo nel passato che fa bene al cuore e alla mente. È la testimonianza di come eravamo noi tutti, di come erano tutti gli italiani, sfruttati e sfruttatori, schiavi e signori.  Questo mio commento potrà sembrare ad alcuni celebrativo ed elogiativo, ma queste mie parole sono state tutte soppesate e non sono altro che un semplice atto di stima nei confronti di un autore, che non si è mai venduto, che è sempre riuscito a mantenere fedele a sé stesso, pur rinnovandosi sempre e non esaurendo mai la sua vena creativa. La scena è unica. Tutto inizia con nove zappatori,  ma non tutti prenderanno la parola. Padovano con quest’opera dà parola agli umili, agli umiliati e gli offesi. Non si perde in preamboli. I dialoghi sono fitti e si leggono tutti d’un fiato. L’opera è emozionante,  coinvolgente,  scatena empatia e risonanze interiori, seppur l’autore non indugi mai in facili nostalgie e/o sentimentalismi strappalacrime e ricattatori.  Il libro non è mai noioso, non è un concione per così dire, ma è sempre pregnante, significativo. Il microcosmo descritto è una realtà lontana nel tempo, appartiene a una concezione della vita assai diversa da quella odierna, eppure quanta partecipazione umana c’è in questo libro per i poveri zappatori! Il grande punto di forza di Padovano è che mette in scena senza alcuna ombra di opportunismo ma facendo una scelta controcorrente il dramma nudo e crudo delle classi subalterne quando molti altri rappresentano la borghesia o si perdono nell’insensatezza della vita, nell’inquietudine esistenziale,  nel teatro dell’assurdo, avulso dai veri problemi della vita. Ciò dimostra quanto lo scrittore sia alieno da ogni compromesso col potere e dalle mode culturali.  Lo scrittore ci ricorda quando i nostri avi emigravano in America, si imbarcavano sulle navi, andavano a cercare fortuna anche in Germania,  quando prendevano le terre in affitto e guadagnavano una miseria, quando i sindacalisti erano visti come ruffiani e i preti come ladri, quando gli zappatori davano sempre la colpa al loro capetto (l’antiere), che era un povero cristo come loro, messo in mezzo  tra l’incudine degli altri lavoratori e il martello dei padroni. Allora c’era una netta suddivisione tra cafoni e galantuomini. I contadini faticavano tutti i giorni e vivevano di stenti. Come riassume egregiamente Padovano: “Stanziano aiuti, fanno riforme, ma non approvano mai la legge che dà le terre a chi le fatica”. La regia di Padovano è davvero sapiente. Lo studio del linguaggio è attentissimo e molto scrupoloso. Ogni parola è ponderata. La nominazione ha una precisione chirurgica. Il dosaggio per imbastire una commedia come si deve è quello giusto: una diglossia ben calibrata, un uso di vocaboli dialettali parsimonioso,  mai eccessivo e comprensibile ai più perché intuibili dal contesto, una dialettica mai improvvisata e nemmeno mai artefatta.  È un’opera questa da leggere a poco a poco e con calma, da gustarsi a piccole dosi perché dietro un’apparente semplicità (mai lasciarsi ingannare dalle apparenze) si celano un lavoro paziente, certosino e un grande talento autentico, cristallino. 

Estremisti psichici, nel pensiero, nell’azione, disagio sociale e rabbia…

Tutti siamo estremisti psichicamente,  più esattamente nell’inconscio. Tutti abbiamo un lato oscuro, una parte atavica, che desidera  uccidere qualcuno. Molti non lo confessano, non lo ammettono pubblicamente,  ma non siamo ipocriti perché è davvero così.  Anche io ho i miei scatti d’ira, i momenti che vorrei fare fare fuori qualcuno che mi rompe, che mi dà fastidio, che mi urta. Naturalmente sono solo mezze idee vagheggiate appena e mai realizzate. Ci vuole un attimo soltanto per diventare vittima o carnefice. È anche per questo che conduco una vita molto solitaria, lontana da stimoli psicosociali negativi, per quanto possibile. Cerco di evitare per quanto sta nelle mie forze le persone negative. La mia solitudine è la mia dolce compagna. Evito malignità e stupidità.  Ho solo un amico di vecchissima data che frequento. Ho la vaga sensazione comunque che per non diventare assassini o violenti bisogna fare una certa autoanalisi, saper fare introspezione, sapersi guardare dentro, sapersi conoscere dentro, in una parola sola insomma lavorare su di sé. Penso che bisogna coltivare l’interiorità per evitare la violenza e a volte questo non basta. Molto spesso fortunatamente gli intenti bellicosi vengono tenuti a freno. Ma qualche volta, seppur raramente, accadono nel mondo le aggressioni, gli omicidi. Però la cosa non è semplice. Ci sono gli estremisti nel pensiero e altri che sono estremisti nell’azione. Ci sono persone che scindono pensiero e azione. Ci sono estremisti ideologici e politici che non hanno mai fatto male a una mosca. Ci sono moderati politici che uccidono la moglie o il vicino. Ci sono estremisti non  violenti e violenti non estremisti. Secondo gli albori del politicamente corretto l’estremismo è il peggiore dei mali e sempre secondo questo politicamente corretto d’antan l’estremismo derivato dall’aspirazione all’uguaglianza è molto più giustificabile di altre forme. Ci possono essere estremisti rivoluzionari ed estremisti controrivoluzionari. Ci possono essere estremisti dell’innovazione ed estremisti della tradizione. De Maistre ad esempio era un estremista della controrivoluzione e della tradizione.   L’orientamento politico estremo non è che una delle molteplici dimensioni di una persona e non è detto che sia la più pregnante, la più significativa,  la più importante (il climax è voluto). Difficile a ben vedere tracciare una linea di demarcazione netta  tra moderati ed estremisti. Nel 1978 quando rapirono Moro molti simpatizzarono, parteggiarono, tifarono per le Brigate Rosse perché Moro con il compromesso tra Dc e Pci per alcuni voleva conciliare l’inconciliabile e queste persone,  tifose delle Br, non pensavano alla sua vita umana. Si pensi anche al fatto che secondo un sondaggio antelitteram dell’epoca se le Brigate Rosse si fossero presentate alle elezioni come partito politico avrebbero preso in via del tutto teorica 200000 voti. Perché le Brigate Rosse hanno perso? Per vari motivi: per l’opposizione della società civile, per gli assassini da parte dei brigatisti di un operaio come Guido Rossa e di un antennista televisivo come Peci, per la fine della guerra fredda, etc etc.  Ci sono anche moderati teoricamente che all’atto pratico alzano i toni, vogliono lo scontro politico e di fatto gettano benzina sul fuoco, istigando i violenti. Ci sono persone moderate che vanno fuori dai gangheri e fanno dichiarazioni pubbliche inopportune e violente: sono parole preterintenzionali in questi casi, che vanno al di là delle intenzioni, soprattutto se qualcuno è particolarmente arrabbiato e ha i suoi cinque minuti, per così dire. Ci sono allo stesso modo estremisti politici che tengono un doppio linguaggio, dimostrandosi moderati, non violenti ufficialmente e rivelandosi sanguinari privatamente, aizzando i loro adepti a compiere crimini. A volte mi chiedo se Adriano Sofri sia veramente moderato e riflessivo come nei suoi libri o se invece sia sempre quello della giovinezza. La stessa cosa a suo tempo mi chiedevo per Lanfranco Pace, che era un giornalista molto ponderato. A volte certe persone non sono più le stesse della giovinezza. Inutile riprendersela con loro. Hanno pagato il fio. Che su di loro scenda pure l’oblio! E se qualcuno li rammenta spero sia solo per indicarli come cattivi maestri e non per prenderli come esempio. Ci sono i pentiti, coloro che rinnegano idee e azioni di un tempo. Anche gli ex terroristi evolvono, cambiano radicalmente, nutrono molti rimorsi, vivono angosciati tra i sensi di colpa. Alcuni scusano il passato ritenendo che fosse colpa dei furori e dell’ubriacatura ideologica di un’epoca ormai lontana. Oggi il contesto storico e politico  è completamente diverso. Ma c’è un disagio sociale e una rabbia che sono fisiologici in questa società.  Tutto ciò può essere represso con la forza. Ma per certe cose la forza da sola non serve. Oppure si può cercare di comprendere. Sta anche ai giovani cercare di trasformare la rabbia e il disagio sociale in qualcosa di costruttivo, di positivo, di armonioso, per quanto la politica non dovrebbe abbandonarli a sé stessi.  Condannare ogni forma di aggressività è come gettare il bambino con l’acqua sporca.  Bisogna essere comprensivi e tolleranti nei confronti di chi si sente mancare il terreno sotto i piedi, di chi fa la fame, di chi è povero. È chiaro e l’ho sempre detto che a stomaco pieno si ragiona meglio.  Ma il disagio e la rabbia è anche delle persone di mezza età che si trovano licenziate in tronco con una email da parte della multinazionale, che si trovano a fare i rider rischiando l’infarto, che sono costrette a chiudere un’attività senza l’opportunità di trovare un lavoro e finendo sul lastrico. La politica deve assistere queste persone, che non hanno più voce in capitolo o che comunque non vengono ascoltate più  da nessuno affinché la violenza non alberghi nelle loro menti e nei loro animi. 

Due parole soltanto sulla non vita…

Cosa è che io chiamo non vita? La vita inautentica è pur sempre vita. Heidegger definiva vita inautentica la chiacchiera impersonale, la curiosità,  l’equivoco. Oggi ci sono a mio avviso, almeno nella società occidentale, più forme di vita inautentica.  Ma chi è in uno stato vegetativo? Non è forse la non vita per antonomasia? Ci sono anche gli albori della non vita, i primi sintomi di non vita, come una solitudine prolungata per anni, le malignità di una comunità cittadina che diffama per anni una singola persona, un ambiente castrante e iperprotettivo, la deprivazione sociale, l’astinenza sessuale protratta per anni, il mobbing sopportato per anni, la disoccupazione sopportata per anni. Una persona può resistere, può anche non ammalarsi (avendo degli anticorpi psicologici resistenti), ma tutto ciò può minare a lungo termine la sua psiche e il suo fisico. Se avete questo tipo di problemi vi diranno di non lamentarvi. Vi diranno che ci sono persone al mondo che muoiono di cancro o di fame. Ma appunto la non vita è perfida, insidiosa, ingannevole perché sembra a tutti gli effetti vera vita. Chi è depresso vive nei momenti bui una non vita, eppure pochi lo capiscono. E allora il depresso, incompreso, si chiude sempre più in sé stesso e talvolta implode definitivamente.  Chi vive una non vita spesso viene incolpato. In fondo gli si dice che la responsabilità è unicamente sua perché è lui che vuole vivere così.  Intanto la non vita continua quotidianamente a ferire. Spesso la vita senza che noi ce ne accorgiamo si tramuta involontariamente in non vita. Guccini cantava: “”E quel vizio che ti ucciderà non sarà il fumare o il bere, ma qualcosa che ti porti dentro, cioè vivere, vivere e poi vivere”. La vita xpesso fa talmente male da diventare non vita. Talvolta per non soffrire più si cerca di rifugiarsi in una non vita. Ma anche la zona di comfort, un mondo ovattato può portare alla morte. Di alcuni si dirà: ma perché l’ha fatto, se aveva tutto? È la classica goccia cinese. La goccia scava le rocce a lungo termine, anche se a breve termine può apparire innocua. Alla fine si finisce per somatizzare queste sofferenze. Per albori della non vita intendo soprattutto le sofferenze interiori, il dolore esistenziale. Gli altri ci possono aiutare ad attraversare il nostro dolore esistenziale, ma ognuno deve trovare la forza di attraversare il proprio deserto. In fondo nei momenti cruciali della vita ci si ritrova soli. E allora forse quelli che io ho definito gli albori della non vita sono l’essenza stessa della vita. Forse la non vita corrisponde alla vera vita. Forse la socialità, la sessualità,  la convivialità,  la coscienza sono solo degli orpelli inutili oppure sono solo dei falsi bisogni. Forse lo stato vegetativo è uno stato di coscienza superiore o l’anticipazione della vera vita. 

Due parole di buonsenso (si spera) sul sesso…

Il sesso è una valvola di sfogo incredibile, forse la migliore. Battiato cantava: “voglio fare un autodafé dei miei innamoramenti. Voglio praticare il sesso senza sentimenti”. Il sesso è sempre un rischio. Non solo dal punto di vista sierologico (basta prendere le precauzioni). Anche il sesso occasionale ha degli effetti. La sessualità libera totalmente non esiste, almeno qui da noi, nella nostra società. Il sesso è sempre una scommessa a uno o più livelli. Il sesso senza complicazioni non esiste. Ci sono sempre dei risvolti, delle problematiche annesse e connesse, delle conseguenze. Dopo aver fatto sesso si finisce sempre per pagare pegno sempre a qualcosa o a qualcuno/a. Il sesso fine a sé stesso non esiste. Un tempo il sesso senza sentimento si chiamava sesso senza trasporto. È molto difficile usare un’altra persona e essere usati da un’altra persona in modo totalmente anaffettivo e impersonale. C’è anche chi sostiene che tutto ciò non sia naturale oppure morale oppure addirittura non sia umano. È comunque un atto che è compreso tra le nostre libertà e come tale va rispettato. Ma talvolta viene messo in atto un inganno: la ragazza si concede sessualmente a un ragazzo di cui è innamorata, anche se lui vuole solo divertirsi. Lei cerca l’amore e lui solo il sesso: sono su due piani diversi. Di solito c’è sempre qualcuno tra gli amanti che non si accontenta del sesso soltanto ma vuole una storia seria. È difficile in questi casi godere entrambi e non fare del male interiormente o sentimentalmente a nessuno. Ma fare sesso con un’altra persona, anche quando si tratta solo ed esclusivamente di sesso, significa prendersi carico delle problematiche e della sensibilità altrui, almeno momentaneamente. Se uno va con una prostituta deve rispettare la sua storia e la sua dignità di ragazza madre oppure di studentessa che si vende perché è orfana di padre e deve mantenersi da sola agli studi. Oppure se uno va con una pornostar deve rispettare la sua scelta di donna e prendersi carico della sua solitudine di persona che ha fatto una scelta controcorrente moralmente e che spesso l’ha portata al conflitto con la sua famiglia e con i suoi parenti. Ma spesso c’è poca discrezione quando si fa sesso e allora sia uomini che donne si giocano la loro reputazione per quei pochi minuti di intimità. Il sesso fine a sé stesso non esiste perché ogni uomo è triste dopo il coito e in questa società ancora cristiana la coscienza rimorde (se non rimorde al momento dell’atto, rimorde trent’anni dopo in punto di morte). Ci sono esperienze sessuali che lasciano sensi di colpa e senso di vuoto. Per fare sesso libero bisognerebbe essere persone aperte mentalmente e libere da tutto e da tutti, anche da inganni, remore, illusioni, aspettative. Insomma è molto difficile. Il sesso però è l’attività più piacevole del mondo e della vita. Tutti siamo stati giovani, infoiati, carichi di ormoni, incoscienti. Ognuno ha quindi di imparare sui propri errori (ma forse è meglio non definirli come tali), ha il diritto di trasgredire e di fare le sue cazzate, fino a quando non fa male agli altri.

Due parole sul senso della vita…

Ci sono fondamentalmente quattro modi di porsi nei confronti della vita: 1) accettare la sua assurdità e insensatezza, tirando avanti (come teorizza, ipersemplificando, Camus ne “Il mito di Sisifo”) 2) ricercare il senso della  vita incessantemente. Ci sono stati illustri pensatori che ritenevano che una vita senza ricerca non è  vera vita, avendo una concezione piuttosto elitaria dell’esistenza 3) dare noi un senso alla vita (come voleva H.Hesse) 4) non porsi il problema e tirare avanti per inerzia.

Molte persone vivono per inerzia senza pensare. Si lasciano trasportare dalla corrente. La vita per molti è una forza a cui non possono opporsi. Altri si lasciano dominare dalle catene indissolubili dei propri pensieri, delle abitudini, delle dipendenze psicologiche. La vita è difficile e opinabile. Tanto è vero che in Toscana è un’espressione popolare e sulla bocca di tutti “la vita è un casino”. 

Frankl, il padre della logoterapia, chiedeva alle persone le ragioni per cui non si uccidevano. Molti psicologi chiedono ai loro pazienti le ragioni per cui vivono. Sono due cose diverse. Sono due facce della stessa medaglia. La sostanza però è la stessa.  In realtà molto spesso si vive e si muore senza ragioni. Alla base di molte vite c’è l’irragionevolezza. Ci si uccide quando non ce la facciamo più, quando la nostra esistenza non è più tollerabile. Il problema non è trovare una ragione per vivere molto spesso: il problema è sopportare la nostra vita. Cesare Pavese scriveva che ognuno ha almeno una buona ragione per uccidersi. Ma la tollerabilità della nostra vita dipende dalla nostra neurochimica secondo molti esperti. Non siamo noi a decidere totalmente. Il nostro margine di libertà,  il nostro range di pensiero e d’azione è molto ridotto, anche se per gli esistenzialisti ogni attimo è un bivio. Molto spesso comunque si vive perché si spera che le cose vadano in modo uguale a oggi o addirittura meglio. Molto spesso si vive perché Eros ha la meglio su Thanatos senza sapere esattamente il perché.  Viviamo o ci uccidiamo senza tenere la contabilità dei pro e dei contro. Io vivo perché non muoio di fame per ora, perché sono grato a Dio di avere famiglia e salute, perché ho un amico vero, perché voglio bene ai miei familiari e loro contraccambiamo  perché posso mangiare, perché posso leggere, perché posso guardare le donne che reputo belle, perché posso camminare, perché posso navigare su Internet, perché posso contemplare la natura, perché posso vedere un bel film, perché posso interagire con persone nuove sui social, perché ogni mattina posso scrivere un articolo o una considerazione in qualche blog culturale o in qualche testata online, perché posso gustarmi le albe e i tramonti, perché ho raggiunto un certo equilibrio interiore, perché riesco a stare bene con  me e a tollerare le mie tare oltre a quelle altrui. Non sto a elencare invece le pecche e le cose negative della mia vita (ad esempio non ho uno stipendio, sono insoddisfatto sessualmente, è da 12 anni che non faccio una vacanza, etc etc). La mia vita comunque è vivibile. L’ambiente a breve termine è mediamente prevedibile. Ma ne sono davvero sicuro? Le incognite e le pessime novità sono sempre dietro l’angolo. Il senso della vita sfugge irreprensibile e si disperde in infiniti rivoli. Pensavi di averlo trovato una sera dopocena e invece ti accorgi di non essere approdato a niente. Ti accorgi di essere al punto di partenza.  E se dovessi rispondere alla domanda di Frankl, ovvero “perché non ti uccidi?” rimarrei interdetto. C’è chi sostiene che il suicidio sia un atto vigliacco e chi pensa che per farlo ci voglia un coraggio immenso. Ma danno per scontato che decidiamo noi.  In realtà siamo veramente noi a decidere, a scegliere? Qualcuno si uccide per vedere cosa c’è di là e se c’è qualcosa. C’è chi non si uccide, resiste, pur accarezzando l’idea, perché ha paura di andare all’inferno. Gesualdo Bufalino scriveva che i suicidi sono solo degli impazienti. Niente di meno e niente di più. 

La mia introduzione alla raccolta di poesia “Kimera” (poesie dell’Io) di Francesco Innella, prossimamente su Amazon…

Innella tratta di sé in questi bei versi senza cadere nell’egolatria. Supera addirittura un raffinato egotismo stendhaliano, che lo aveva contraddistinto molti anni fa. Con questa raccolta dimostra di aver superato la sua “notte dell’anima”. Queste poesie sono frutto di un combattimento interiore. Quando una persona fa meditazione per anni e intraprende un cammino spirituale spesso le capita di lottare contro i propri elementi fantasmatici.  Ognuno ha le sue fratture psicologiche e i  suoi fantasmi. Importante è saperli affrontare. Il poeta scrive a riguardo di “antiche presenze, che infestano da sempre la mente”. Chi nega di avere dei fantasmi mentali non è onesto intellettualmente o non si conosce abbastanza. Per dirla alla Bion ognuno ha i propri nuclei psicotici. Il nostro poeta li affronta. Ma le “antiche presenze” possono anche essere immagini primordiali antiche, archetipi appunto. Il percorso interiore e poetico di Innella consiste nello scavo di sé, nel lavoro di sé per rendere conscio l’inconscio. Ci riesce in modo egregio.   Innella ha lottato e ha vinto questa lotta interiore. A mio avviso è approdato all’equilibrio interiore o almeno a stati di coscienza,  di consapevolezza superiori. Intendiamoci subito: diventare persone spirituali non è cosa per niente facile perché ci sono tanti ostacoli, tante difficoltà. Nella migliore delle ipotesi nelle nostre vite, se si è persone oneste, dobbiamo sempre convivere nostro malgrado con “la comunella di malvagi” di cui scriveva Michelstaedter. Se mi chiedete però se  Innella è un  uomo pienamente risolto vi posso solo rispondere che nessun uomo e nessuna vita interiore sono pienamente risolte. Se considerate alla fine di ogni vita qualsiasi parabola esistenziale c’è sempre qualcosa di incompiuto. Il poeta a ogni modo lascia parlare nelle sue poesie il caro daimon socratico e lo fa in modo impeccabile. Il poeta percorre “la via interiore”: quella del “mistico silenzio” che porta a trascendere i conflitti interiori.    Ora il discorso è che una parte della critica, come reazione avversa all’ipertrofia dell’io di molti autori neolirici, auspicherebbe la rimozione dell’io lirico. Ma mi chiedo io quanto io c’è nel mondo e quanto mondo c’è nell’io? Impossibile distinguere con esattezza il viaggio di andata e ritorno che ognuno compie tra il proprio io e il mondo. Non si può discernere con esattezza.  È un gioco di specchi incredibile, fatto di introiezioni del mondo nell’io e di proiezioni dell’io nel mondo, la nostra vita. C’è un’interazione continua tra io e mondo. Inoltre in Innella non c’è traccia di superomismo né di culto della propria personalità. Poi per dirla all’Innella è inutile cercare di scacciare l’io perché ritorna sempre. Piuttosto ci vuole autoconoscenza e visione delle nostre problematiche interiori.  In questa raccolta abbiamo  lo smarrimento di un io che prende visione della miseria ontologica pascaliana (cioè essere una minuscola cosa di fronte all’immensità: Innella a tal proposito scrive di essere “un frammento dell’Assoluto”). Il poeta parla con il cuore in mano a tutti. Affronta tematiche complesse e spinose in modo comprensibile. Le sue belle poesie possono essere comprese dai più, anche se talvolta hanno il doppio, il triplo fondo e possono avere svariati livelli, diverse chiavi di lettura. Di sicuro questa raccolta è stata una lettura piacevole, anche perché ogni parola, ogni espressione è ponderata, calibrata, misurata; ogni parola ha il suo posto preciso e di ogni parola viene stabilito il suo peso specifico. Nel peggiore dei casi queste poesie vi consoleranno perché Innella interloquisce con voi, conosce bene i vostri animi, sa che siete suoi simili e suoi fratelli. Dispiace che questo autore, che spicca per bravura e umanità,  non sia adeguatamente conosciuto in un Sud che avrebbe bisogno di ascoltare la voce di poeti come lui. Ma il discorso si fa più ampio perché l’Italia intera  disconosce, mortifica,  bistratta  poeti validi, che restano sconosciuti ai più. Tra i tanti che scrivono versi il nostro si distingue per la ricerca interiore e la sobrietà stilistica, anche se essere poeti oggi è impresa da folli e la strada è impervia, è tutta 

Aforismi afoni e cafoni (parte terza)…

-Non accadeva mai nulla. Nulla di interessante. Nulla di memorabile. Così si mettevano a parlare del tempo e di altre inezie per ingannare il tempo. Ci voleva calma e pazienza per vivere in provincia. Probabilmente sarebbero morti di infarto e il giornale non avrebbe dedicato all’evento neanche un trafiletto.

– Anche un pirla può avere delle perle di saggezza.

– Dire che si vive è un eufemismo. Diciamo che si sopravvive.

– È un peccato non commettere certi peccati.

– Da giovani il sesso è una cosa tremendamente seria. Con la maturità si riesce talvolta a scorgere il lato ludico del sesso.

– Un pensiero per essere valido deve essere pensato più volte. L’importante è che non diventi un’ossessione.

– Un dubbio non è altro che una certezza intelligente.

– L’Italia è il Paese dei lupi, delle pecore e degli sciacalli.

– I giovani credono ai cantanti. Le persone mature invece credono ai maghi e agli astrologi.

– L’importante è saper cogliere l’essenza anche nell’assenza.

– L’ossessione nei confronti di una donna è tipica degli uomini che non hanno fantasia.

– La vita è assurda. Bisogna esserne consapevoli, ma vivere come se non lo fosse.

– In Italia c’è così tanta violenza fisica che la violenza psicosociale viene presa poco in considerazione.

– La coerenza da sola non è una virtù. Dipende a quali principi si è coerenti.

– Il tempo libero per molti è noia o sballo. Niente altro.

– I guai vengono già da soli. Non crearteli.

– In Italia c’è tanto gallismo. Ma gli studi degli andrologi sono sempre più pieni.

– Non fatevi ingannare. Il partito di maggioranza in Italia non è di sinistra, di centro o di destra. Piuttosto è quello trasversale degli uomini di legge (giudici e avvocati).

– Teledipendenti di tutto il mondo unitevi!

– Gli scienziati studiano l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande. Peccato che gli esseri umani sono finiti e di media grandezza!

– La maggioranza dei borghesi usa i libri come soprammobili.

– Chi pensa che si stava meglio quando si stava peggio si sbaglia. È soltanto che allora era più giovane.

– Certe attrici prima si fanno il produttore e poi si rifanno dal chirurgo estetico.

– Il problema tra le generazioni è che sono pochi coloro che imparano qualcosa dalla vita e altrettanti meno sono i giovani che vogliono far tesoro dell’esperienza dei maturi.

– Non so se sia meglio o peggio, ma ringrazio Dio di avermi fatto diverso da certe persone.

– In Italia per stare comodi bisogna essere accomodanti.

– C’è un abuso della libertà di parola, mentre è in disuso la libertà di pensiero.

– Certe donne cercano nel loro uomo il padre e trovano soltanto un bambino attempato.

– Parlare male dell’Italia è una cura omeopatica.

– Ci autoassolviamo sempre perché facciamo cadere sempre le nostre colpe in prescrizione.

– Il potere vorrebbe uniformare i gusti. Ma non è detto che ci riesca.

– Non bisogna credere ai poeti e ai loro amori non ricambiati e impossibili. Il mondo va avanti grazie ad amori ricambiati e banali.

– È più libero chi conquista una libertà di chi la considera un suo diritto acquisito.

– Cari letterati, basta con il birignao.

– La legge è piena di cavilli. In politica regnano invece gli intrallazzi.

– Non cercate di essere eclettici. La società vi punirà.

– L’eccesso di informazione inibisce la riflessione.

– La forza fisica è dell’altro secolo. Oggi conta altro.

– Non cercate di dare un senso a ciò che probabilmente un senso non ce l’ha.

– L’unica cosa certa nella vita è l’incertezza.

– Bella la morte che elimina ogni sofferenza! Tremenda la morte che elimina ogni speranza!

– Il politicamente corretto è un impasto di ipocrisie e di rispetto della dignità umana.

– Non si vedono più in giro nasi aquilini, orecchi a sventola, doppi menti. Tanti scelgono di rifarsi piuttosto che di accettarsi.

– “Ama il prossimo tuo come te stesso”. E chi odia se stesso?

– Quando le compagne di scuola non vengono più guardate negli occhi l’innocenza è perduta per sempre.

– Tra tutte le donne che scendono a compromessi solo le più belle fanno carriera.

– Le regole si possono applicare in modo elastico o fiscale. Ma spesso in Italia non si applicano affatto.

– Non so se sia peggio chi offende o chi fa l’offeso senza essere mai stato offeso.

– I barboni sono dei santi laici.

– Io non sono un fallito qualunque: sono un fallito totalmente riuscito.

– Se nella notte hai dei microrisvegli non preoccuparti: i ladri staranno alla larga.

– Parla come mangi e scrivi come caghi.

– Dopo essere stati dal dentista si può essere giù di morale…anzi di molare.

– Gelosia retroattiva? Gelosia ossessiva? Ogni tanto bisognerebbe resettare tutto con una amnesia.

– Molti giorni della nostra vita sono pleonastici.

– E se Satana fosse uno pseudonimo di Dio?

– Moltissimi italiani sarebbero disposti a tutto per un passaggio televisivo. Tutti vorrebbero il successo.

– Un eccesso di cultura può inibire la creatività. Le persone troppo colte spesso finiscono per autocensurarsi.

– La coppia scoppia e gli avvocati matrimonialisti si arricchiscono.

– Molte identità sono specchi in frantumi.

– Perdonare non è un dovere. È un diritto.

– Le abitudini e la normalità ci rassicurano.

– Gli uomini con i soldi sono più amati dal gentil sesso. La ricchezza rende amabili.

– Dopo aver visto per un’ora donne in topless sulle spiagge si viene colpiti da un momentaneo calo del desiderio.

– Sono se sempre più i moralisti senza morale.

– È così difficile pensare per un’ora senza rimuginare le proprie fantasie erotiche.

– La noia è per certi versi autoalienazione.

– Fallire è un poco morire.

– Prima di pensare a salvarsi l’anima bisognerebbe pensare a salvarsi la pelle.

– Perché gli uomini non agiscono secondo l’etica kantiana? Innanzitutto la coscienza di Kant era permeata di pietismo tedesco. Inoltre la condizione necessaria per l’imperativo categorico è la ragionevolezza dell’uomo. Forse l’uomo non è un essere ragionevole.

– Siamo come dei gatti randagi a cui dei sadici hanno tolto le vibrisse e perciò non hanno alcun senso di orientamento.

⁃ La televisione e la carta stampata ci vogliono far credere che i vip siano le vallette e i calciatori, che si fidanzano e si sposano tra di loro. Ma siamo sicuri che questi sono i veri vip? È l’importanza dello show business? Oppure questa è solo una strategia da parte di chi dirige i mass media per distrarre le persone e non fargli sapere cosa accade nei consigli di amministrazione delle stanze dei bottoni? Ci sono persone molto potenti, che sono poco conosciute al grande pubblico. Al contrario tutti conoscono delle starlette usa e getta, che per una stagione hanno tutti gli onori della cronaca.

– Oggi tutto è relativo tranne quello che le scienze considerano oggettivo.

– Scrivere? Autoterapia e tentativo di esprimere la propria visione del mondo.

– Il darwinista sociale non tiene conto del destino.

– Anche coloro che hanno più giudizio non provano piacere nell’essere giudicati.

– L’unico luogo di aggregazione dei giovani è la discoteca. Quindi non lamentatevi troppo dei giovani.

– La fantasia al potere? Forse no. Ma non dovrebbe nemmeno trovarsi nell’ufficio oggetti smarriti.

– Il matrimonio può essere un’istituzione superata per i coniugi, ma è necessaria per i figli piccoli e gli amanti pigri.

– I soldi? Troppi danno alla testa. Troppo pochi danno allo stomaco e fanno venire i crampi dalla fame.

– Gli sbadigli e il riso sono socialmente contagiosi. Il buon senso mai.

– Sono veramente pochi coloro che ammettono di essere invidiosi.

– La maggioranza delle persone arrivate pensano che sia esclusivamente per merito loro. La maggioranza delle persone che non c’è l’ha fatta pensano che sia esclusivamente per sfortuna.

– Siamo una colonia americana. Importiamo le mode americane con qualche decennio di ritardo.

– In Italia c’è il racket dei venditori delle rose, dei mendicanti, delle prostitute, dei lavavetri. C’è il racket su tutto.

– Il più grande difetto della giovinezza è l’incoscienza. Il più grande pregio è la spensieratezza.

– Gli italiani di oggi sono più formali, ma meno gentili di un tempo.

– L’autunno mi ha portato al parossismo della noia.

– A volte quando agiamo ci osserviamo, ci sentiamo sdoppiati e dissociati.

– Nessuno oggi crede alle metanarrazioni. Oggi crediamo alle infranarrazioni.

– La donna indipendente non è più oggetto del desiderio, ma soggetto del desiderio.

– Siamo così sicuri quando giudichiamo gli altri. Siamo così pieni di dubbi quando giudichiamo noi stessi.

– Noi italiani non abbiamo senso dello Stato. Non siamo animali istituzionali.

– Lo snobismo intellettuale allontana le persone dalla cultura.

– Per scacciare la noia molti si affidano alla trivialità.

– Chi ha paura del nuovo spesso ha una resistenza al cambiamento: ha paura di cambiare sé stesso.

– Che senso ha essere ricchi se poi si hanno dei pessimi gusti e si comprano solo schifezze?

– Chi vuole l’uomo forte lo vada a cercare in palestra.

– Uomo moderno, a Carnevale un’altra maschera ti coprirà il volto.

– Un’amara verità detta da una persona cara fa ancora più male.

– Gli amici possono essere simili. La persona amata è meglio se è complementare.

– Per avere successo in Italia bisogna anche essere bravi nelle pubbliche relazioni.

– L’ozio è il padre dei vizi e il patrigno dei liberi pensatori.

– Senza rispetto reciproco non c’è alcuna forma di convivenza civile.

– Non sono io che non capisco certe poesie. Sono certe poesie che sono così profonde da non avere senso.

– Se ne abusiamo anche un farmaco può diventare un veleno.

– Gli idealisti sono sempre peggiori dei propri ideali. Alcune volte per la loro mediocrità. Altre volte per gli ideali troppo elevati.

– L’onestà è una qualità che non tutti si possono permettere.

– Non tutti i nodi vengono al pettine. Alcuni nodi infatti restano in gola.

– È impossibile imparare a vivere. Però si può sempre imparare a pensare.

– Nessuno può dire la verità perché nessuno sa la verità.

– È pacifico che questa Italia non è pacificata.

– Prima ancora della delocalizzazione della produzione è avvenuta la delocalizzazione delle conoscenze.

– Quanti Natali ancora? Quanti ultimi dell’anno? Quante Pasque? Quanti Ferragosto ancora?

– Nessuno può disapprovare una prova provata.

– Le donne farebbero di tutto per un elisir di lunga giovinezza. Gli uomini farebbero di tutto per avere una giovane amante.

– Abbiamo bisogno delle idee per crederci immortali.

– Vantaggio di non essere benestanti: è improbabile che dei ladri professionisti vengano a rubarci.

– La grande città a lungo termine ti corrompe.

– Nella vita moderna spesso non c’è più una rotta. Si tratta di navigare a vista.

– Chi sogna ad occhi aperti spesso va a sbattere contro la realtà.

– Chi dice che Tizio fondamentalmente è un bravo ragazzo vuol dire che Tizio non è un bravo ragazzo.

– Siamo sempre appesi a un filo che può spezzarsi da un momento all’altro.

– Non credete all’uomo femminista. È solo un espediente per scopare di più.

– Tutti si sentono obbligati a farlo, ma vivere intensamente è un privilegio di pochi.

– I giovani pensano troppo al sesso. Gli anziani lo rimpiangono troppo e finiscono per assumere il Viagra.

– Il darwinista sociale non tiene in considerazione il destino oppure chiamatelo caso.

– La morte è un passaggio oppure non è niente.

– L’io è sempre presente, anche quando sembra assente.

– Tutti si limitano all’apparenza. Pochi ricercano l’essenza: eppure è lì che si rintraccia la vera esistenza.

– Chi dice “non c’è che dire” in realtà avrebbe molto da dire.

– Chi dice “esattamente” spesso nel discorso che segue diventa approssimativo.

– Ci sono uomini talmente illusi che pensano che le loro mogli li abbiano sposati per amore e non per soldi.

– Mi fa specie pensare a quanto si sia evoluta la specie.

– Un tempo l’ignoranza era una condanna senza appello. Oggi spesso è una colpa.

– Come si può avere fiducia negli altri se non abbiamo fiducia in noi?

– Se fossimo immortali allora diventeremmo tutti immorali.

– La vita in sé è senza regole. Sei soltanto tu che devi darti delle regole.

– Talvolta c’è una sorta di presagio nel paesaggio.

– La vera contentezza consiste nell’avere le cose che non si possono comprare.

– Basta avere davvero poco potere per inebriarsi di potere.

– Dopo una bugia ne diciamo subito un’altra. Invece mezza verità basta e avanza.

– Non ricordiamo a colori. Il nostro passato è tutto in bianco e nero.

– È sempre meglio essere troppo viziato che troppo vizioso.

– Sono tante le persone che scatenano la propria follia al volante.

– È progresso quando una cosa ritenuta impossibile diventa possibile.

– Non facciamo il processo alle intenzioni, ma teniamo sempre presente le dichiarazioni di intenti.

– Ci sono artisti e uomini spirituali che sembrano non lavorare e invece stanno da sempre lavorando su loro stessi.

– L’importante è vivere la vita fino in fondo, anche se si è in disaccordo col mondo.

– Nonostante tutto vale la pena vivere sempre più a lungo.

– A onor del vero nessuno sa se il tempo ci cambia e quanto e come ci cambia.

– Bisogna sempre fare attenzione quando usciamo fuori di casa perché il mondo non è un posto affatto sicuro.

– Con l’età diminuiscono gli incontri e aumentano i ricordi.

– La storia potrebbe anche essere maestra di vita. Comunque noi non impareremmo mai la lezione.

– Per la nostra sorte è bene capire che l’umanità, se continua così, non avrà magnifiche sorti.

– Ricordiamoci sempre che i soldi non hanno odore e le stelle non guidano più l’uomo contemporaneo in alcuna direzione.

– Non sempre il silenzio è assenso. Talvolta è mutismo per non controbattere a un controsenso.

– Con l’età se ne vanno capelli, denti, prestanza sessuale e sogni. Che se ne fa uno dell’esperienza e della maturità?

– In pratica in Italia nessuno ha il diritto di avere un lavoro, di trovare un’anima gemella e di farsi una famiglia. Se capita bene. Se non capita bisogna comunque accontentarsi.

– Da giovani si ricerca il piacere. Da maturi più che altro si cerca di evitare il dolore.

– Ognuno dovrebbe ricercare il sesso, il senso della vita e il divino a modo suo.

– Tutti i paradisi terrestri sono solo sia una pura illusione che un’effimera evasione.

– I potenti hanno paura di un popolo pensante.

– I potenti non si preoccupano tanto quando il popolo si lamenta ma quando sempre più persone credono nella democrazia dal basso.

– Questo mondo è sofferenza. Solo chi vive di illusioni può credere diversamente.

– Bisogna conoscere i mali del mondo ma non per questo bisogna sentirsi migliori.

– Tutto il potere finisce sempre in poche mani, in pochi accentratori.

– Nel mondo purtroppo vince la competizione sulla cooperazione.

– La maggioranza dei vip sono narcisisti e qualcuno è anche megalomane.

– Chi non ha fatto niente è stato pusillanime o è innocente.

– Nella vita non si sa mai dove tutto inizia e dove tutto finisce.

– Non ci resta che frequentare ogni giorno la vita fino a quando la morte non ci accerchierà.

– I telegiornali vanno ascoltati per rimanere informati, ma va sempre ricordato che quel che accade nel mondo non sempre interferisce nel nostro mondo e nella nostra vita privata.

– Questo mondo è una immensa sala di attesa. Nessuno sa quale è la sua destinazione.

– Usiamo pure l’espressione “ammazzare il tempo” ma sarà il tempo ad ammazzare noi.

– Ogni tanto bisognerebbe raccogliersi e stare ad ascoltare in perfetta solitudine il silenzio.

– Nessuno arriva mai veramente perché bisogna sempre ripartire, a meno di non essere arrivati al capolinea.

– Pensare significa fallire.

– Solo pochi riescono a fare della propria passione un lavoro e non è detto che siano i migliori.

– Viviamo a prescindere da tutto.

– Nella vita bisogna scampare dai propri vizi e dai propri guai.

– L’importante nella vita è avere le giuste dosi di serotonina e dopamina e ogni tanto qualche picco di adrenalina.

– Non si può piacere a tutti e neanche a nessuno. Salvo eccezioni,  tutti piacciono così e così.

– Si ha un bel dire “ognuno per la sua strada”. E se la strada è una sola e sempre la stessa per tutti ?

– Amare i flashback, i nonsense e le epifanie non significa necessariamente essere un artista.

– Ho visto anime belle fare cose turpi.

– Non si può imparare a vivere. Non si può imparare a morire. Non siamo fatti per imparare ciò. Accontentiamoci di imparare le cose che si possono imparare.

– A forza di parlare di mafia ci dimentichiamo dei punti di forza e delle qualità del Sud. Ricordiamoci anche della Magna Grecia, del barocco e degli intellettuali meridionali.

– Si può godere di tutta la libertà del mondo e nonostante questo essere infelici.

– Se guardi per qualche istante il sole rimani abbacinato. Non fissare mai troppo il sole. È una cosa bella ma tutte le cose belle possono far male.

– Non è mai troppo tardi per ricominciare tutto da capo.

– Non mi piace L’espressione “salvatore della patria”. Non abbiamo bisogno di salvatori e nemmeno di patrie ma di persone che fanno onestamente il proprio mestiere.

– Nella vita bisogna sempre evitare i confronti faccia a faccia con gli imbecilli.

– Nessuno sa per quale motivo è venuto al mondo ma la vita può andare bene lo stesso.

– Eva ha mangiato la mela della conoscenza e del peccato. Caino ha ucciso Abele. Ma perché le loro colpe devono ricadere sull’intera umanità?!??

– Non ho capito perché fisici e religiosi credono che ci sia una unica forza che governa l’universo.

– Il cielo non può essere sempre stellato. A volte le stelle vengono oscurate dalle nuvole. Porta pazienza.

– Talvolta nella vita è come guidare controsole. Talvolta è ancora peggio: è come guidare contromano.

– È sempre difficile stabilire se nella vita si fanno le cose perché ci vanno o per non rovinare l’immagine che gli altri hanno di noi.

– Anche se non trovi quello che cerchi il mondo è comunque un posto interessante.

– Sono gli uomini di affari delle multinazionali che governano il mondo. Sono loro che finanziano i politici e pagano le loro campagne elettorali. Tutto il resto sono balle.

– La cosa triste è che nessuno pensa più di poter cambiare il mondo.

– In Italia non sono solo i politici ad essere corrotti. La politica è solo la punta dell’iceberg.

– A forza di stare al passo con i tempi si finisce con i piedi nella fossa.

– Bisogna sempre andare avanti senza mai fare il passo più lungo della gamba.

– Basta una volta sola per rovinarsi e diventare ladri o assassini. Basta una volta sola e indietro non si torna.

– Le droghe leggere alterano un poco la coscienza, ma slatentizzano disturbi psicologici.

Aforismi afoni e cafoni (parte seconda)…

Aforismi afoni e cafoni (2):

⁃ Il costo del lavoro è troppo alto. Il costo della disoccupazione è ancora più alto.

⁃ L’uomo moderno può scegliere solo tra Dio e il nulla.

⁃ Disse l’imprenditore al bancario: a tempo debito forse mi darai credito?

⁃ L’odio non è altro che antipatia all’ennesima potenza.

⁃ Siamo troppo distanti dalla natura e dai nostri simili: troppe barriere invisibili.

⁃ Esistono soltanto istanti felici. Siamo ingannati dalla memoria quando ci ricordiamo di periodi felici.

⁃ Non sapremo mai se un proverbio è frutto di saggezza popolare o aforisma di un anonimo. Forse il bello dei proverbi è proprio questo.

⁃ Il futuro talvolta supera perfino il futuribile.

⁃ La malinconia è sempre accompagnata da un’inquietudine sottile.

⁃ Il paradosso è un cortocircuito della logica.

⁃ Non so se sia meglio la psicologia dove la profezia si autoavvera o la filosofia dove il soggetto si autopredica.

⁃ Tutti i grandi autori di aforismi sono tristi tranne Montaigne.

⁃ Un tempo la letteratura era mitopoietica. Oggi nessuna arte crea più miti.

⁃ Leopardi è sottovalutato come filosofo. Fortunatamente.

⁃ La lettura di Nietzsche può creare degli autoesaltati. Idem per la lettura di Marx.

⁃ Secondo gli psichiatri il delirio è un’interpretazione errata della realtà. Ma non c’è niente di oggettivo. C’è solo una maggioranza, rappresentata dagli psichiatri, che esercita una pressione e vuole riportare a una presunta obiettività il delirante.

⁃ Poche parole sono insufficienti. Troppe parole confondono. Nessuno sa mai quante sono le parole giuste.

⁃ Ci distinguiamo dagli animali per la paura della morte e il culto dei morti.

⁃ Quel treno fermo su quel binario morto quante vite e quanti amori ha trasportato!

⁃ Le falsità che dicono sul nostro conto ci fanno assolutamente meno male delle verità che dicono sul nostro conto.

⁃ I moralisti sono sempre moralisti dei peccati e dei vizi altrui.

⁃ Le passanti con cui abbiamo incrociato lo sguardo sono immagini poetiche, ma all’atto pratico non vale neanche la pena di ricordarle e continuano a starsene lì in una zona morta della memoria.

⁃ Non so perché ho incontrato le persone che ho incontrato, che erano come viaggiatori di un treno. Non so perché non ho incontrato quelle che non ho incontrato, che erano come dei viaggiatori di un treno su un binario parallelo al mio.

⁃ Il passato per quanto possibile va conservato. Il presente per quanto possibile va colto. Il futuro per quanto possibile va pianificato.

⁃ A venti anni si ha dei sogni, che anno dopo anno verranno decimati dalla realtà.

⁃ Per vivere bene non importa capire. Il raziocinio spesso è un ostacolo.

⁃ Avere e apparire contano più dell’essere in questa società. Si è in base in quello che si ha e in base a quello che si appare.

⁃ Tatuaggi e piercing sono un modo per distinguersi, ma guai a dirlo!

⁃ Gli psichiatri devono lottare prima di tutto contro la propria follia.

⁃ La donna sceglie spesso l’uomo che le scelgono le amiche.

⁃ L’uomo è più impulsivo sessualmente per natura o per cultura. La donna invece per natura è assolutamente più resistente.

⁃ La società è fatta di microcosmi che si incontrano spesso a tavolino. Talvolta casualmente.

⁃ Triste realtà: dobbiamo sempre indossare delle maschere e sottostare al gioco delle parti.

⁃ Per saper apprendere nuove nozioni bisogna saper mettere nell’oblio altre vecchie nozioni.

⁃ Non so se Dio esista. Ma se esiste sembra far di tutto per far credere che non esista.

⁃ Paradosso della coscienza: diamo del lei a certi lestofanti e diamo del tu a Dio quando preghiamo.

⁃ La bestemmia è un automatismo degli ignoranti più che un’offesa da parte degli atei a Dio.

⁃ Credere o meno nell’amore non dipende dall’età ma dalla ingenuità.

⁃ Basta con la storia della volpe e dell’uva perché l’uva appassisce presto e la volpe resta sempre la volpe.

⁃ Non sopporto chi ostenta la sua cultura. Non sopporto chi ostenta la sua ignoranza. Non sopporto chi ostenta. Non sopporto chi non sopporta. Non sopporto neanche me.

⁃ Non tutti gli individui intelligenti sono creativi, ma tutti i creativi sono anche persone intelligenti.

⁃ Internet è una grande intelligenza collettiva. Nonostante ciò sono in molti a usarla in modo stupido.

⁃ Obiezione al nichilismo: almeno in questa vita c’è sempre un’alterità fisiologica tra l’io e il nulla.

⁃ Non dovremmo mortificare l’aldiqua per l’aldilà e nemmeno mortificare l’aldilà per l’aldiqua. Dovremmo trovare un equilibrio. Questo è uno dei motivi per cui vivere è difficile.

⁃ Le letture fortificano l’intelligenza. Un paio di belle gambe femminili la nullificano in un istante.

⁃ Le letture private vengono memorizzate meglio dei libri studiati a scuola.

⁃ Anche nell’uomo più saggio alberga un maschio libidinoso e vanitoso.

⁃ Paradosso del cattolicesimo fino a qualche anno fa: ai gay onesti non veniva mai data l’assoluzione nei confessionali, mentre venivano sempre assolti i ladri e gli assassini.

⁃ La Chiesa è sessuofobica. Molti hanno criticato la psicoanalisi per il suo pansessualismo. Ovunque vai c’è sempre di mezzo il sesso.

⁃ Io credo in Dio perché a qualcuno bisogna pur credere. Nonostante tutto.

⁃ Non sottovalutiamo mai nessuno: anche l’essere umano più lento è stato lo spermatozoi più veloce a fecondare un ovulo.

⁃ Non si può essere giudicati in base a quello che si è o non si è, ma solo in base a quello che si fa o non si fa. Ma chi non fa niente non dovrebbe essere giudicato.

⁃ Si può fare molte critiche al cristianesimo, ma non bisogna mai scordarsi che è anche una religione abbastanza tollerante.

⁃ Credere in niente come fanno i nichilisti forse è troppo dispersivo.

⁃ L’uomo aggiusta tutto a sua immagine e somiglianza: crede sempre in un Dio antropomorfo.

⁃ Non capisco come mai certi religiosi invocano il castigo divino e invece non sperano nella misericordia divina: mistero divino.

⁃ Preferisco i toscanismi agli inglesismi per preservare la lingua italiana.

⁃ Chi utilizza arcaismi allontana le persone dalla cultura. Aveva ben altre intenzioni, ma sortisce sempre l’effetto contrario.

⁃ La cultura non può consistere nell’immagazzinare dati. Per questo c’è già il computer. Piuttosto deve essere rielaborazione dei dati.

⁃ Un computer non avrà mai inconscio, emozioni, libido, sentimenti. Non disprezziamo questo nostro impasto di nervi, sangue e ormoni tipicamente umano.

⁃ La più grande gloria postuma è l’oblio.

⁃ Nessuno scrive più lettere. Come erano poetici quei lapsus calami!

⁃ Un buon amico è uno che ti presenta le ragazze.

⁃ Un uomo socievole può sempre servirsi dell’intelligenza degli amici. Tuttavia la solitudine potenzia la riflessione.

⁃ Un buon psicologo deve essere soprattutto empatico.

⁃ Ad Aosta non c’è la costa, però anche là tutto costa.

⁃ Il dovere non è altro che il rovescio del diritto.

⁃ Ad un certo punto i genitori muoiono o devono essere assistiti perché sono infermi. È allora che i figli, ormai maturi, rimpiangono come non mai la spensierata giovinezza.

⁃ Leggere è un dialogo tra l’autore e il lettore.

⁃ I genitori devono soprattutto saper ascoltare. I figli devono soprattutto frequentare i genitori perché nessuno sa quanto è il tempo a disposizione per vedersi.

⁃ Chi abita più giù del Po è terrone per i padani. Chi sta sopra Roma è un polentone per chi abita nel Sud. Chi abita nel centro si prende offese dovunque vada.

⁃ Ho visto logiche clientelari generare partitocrazia che a sua volta generava logiche clientelari e così via…ad libitum.

⁃ Tra internazionalismo e nazionalismo alla fine vinse la globalizzazione.

⁃ Il razionalismo ha causato migliaia di nevrosi.

⁃ Espressioni verbali che rendono subito snob una persona: “stato dell’arte”, “momento topico”, “esecrabile”, “apotropaico”, “non possiamo esimerci “.

⁃ Al massimo generalizzate, ma non discriminate.

⁃ Mai dare per scontato il rispetto della dignità umana.

⁃ Un tempo il sesso era roba per giovani. Un tempo.

⁃ Non esiste una linea di demarcazione tra normalità e follia.

⁃ Peggio di tutti stanno i quarantenni: non hanno lo slancio vitale dei ventenni e neanche la pensione dei settantenni.

⁃ In Italia, salvo rare eccezioni, vige la gerontocrazia.

⁃ In Italia ci sono fondamentalmente due generazioni: quella del Viagra e quella del Prozac.

⁃ La morte non è che l’ultimo passo del nostro cammino.

⁃ Trovo che l’immagine piu’ poetica sia quella di raggi di sole, che filtrano dalle imposte e illuminano il pulviscolo. Se si dovesse salvare una sola immagine poetica io personalmente sceglierei quei corpuscoli sospesi e illuminati.

⁃ Tutti vogliono imparare la tecnica, ma si scordano che spesso è questione di metodo.

⁃ I difetti che detestiamo negli altri non sono altro che i nostri difetti inconfessabili.

⁃ Televisione e discoteche assopiscono le coscienze.

⁃ Non sarà una società multirazziale né multirazzista. Sarà una società asociale.

⁃ Meglio avere un eloquio lento e parlare con cognizione di causa che essere logorroici e non dire niente.

⁃ La cosa più difficile è cercare di processare se stessi.

⁃ Sono reo confesso, prigioniero e poi recidivo.

⁃ Gli innamoramenti non corrisposti si ricordano di più delle conquiste.

⁃ La prolificità non è mai sinonimo di qualità. Comunque anche gli scrittori devono mangiare: perdoniamoli.

⁃ Volevano cambiare il mondo e non riuscivano nemmeno a cambiare sé stessi.

⁃ È un esercizio pericoloso smascherare la cafonaggine altrui ed è molto più utile smascherare la propria.

⁃ Mi fa pena la demenza senile. Mi fa rabbia l’incoscienza giovanile.

⁃ Non confondiamo la spigliatezza con il talento.

⁃ Gli uomini non sono tutti uguali, ma nemmeno così diversi come il potere vuole far credere per giustificare le differenze enormi di reddito e ricchezze.

⁃ Talvolta l’antisionismo sfocia nell’antisemitismo.

⁃ Anche l’ateo più sdegnoso si rivolge a Dio quando sta per morire.

⁃ Ci vuole sia la teoria che la pratica. Con la sola teoria l’uomo rischia di finire nel pozzo come Talete. Con la sola pratica rischia invece di finire come il tacchino induttivista di Russell.

⁃ Raramente mi sembra di aver capito tutto in un istante, ma subito dopo ritorna l’opacità consueta.

– Spesso chi dice genericamente di raccogliere le sfide alla fine non raccoglie un bel niente.

– Questa è una “società liquida”: ecco perché fa acqua da tutte le parti.

– Per imparare realmente a fare una cosa prima bisogna vederla fare a chi sa farla, poi bisogna farla con un supervisore e quindi va fatta da soli.

– Ogni giorno un femminicidio. Ci scordiamo i dettagli di ogni storia e ogni femminicidio si perde nella statistica.

– La verità è un asintoto per noi esseri umani.

– La realtà è il nostro punto di vista sulle cose.

– Le idee nascono quando meno te lo aspetti.

– Abbiamo tutti i giorni contati. Eppure ci annoiamo. Quanto mai ci annoieremo se fossimo tutti immortali?

– Chi dice a una donna che non è per piaggeria in realtà lo sta dicendo per piaggeria.

– È nella natura di tutti gli esseri umani essere ruffiani. Anche i meno ruffiani si sono arruffianati con qualcuno qualche volta.

– Raramente la scrittura dipende dal talento. Spesso dipende dall’esercizio, dalle letture e dalla forma mentis.

– L’importante è crederci, però certe frasi motivazionali sono proprio cretine.

– In qualsiasi organizzazione italiana è presente del corporativismo.

– La mafia è determinata da arcaismi, omertà, fatalismo, disoccupazione.

– Al mondo d’oggi non è ammessa alcuna imperfezione estetica.

– Pensare troppo può portare all’autodistruzione.

– La felicità è uno stato transitorio. La tristezza invece può durare a lungo.

– La cosa peggiore non è la solitudine ma il sentirsi soli.

– Tutte le cose belle se vengono analizzate a lungo risultano mediocri.

– Tra essere e avere vinse l’apparire.

– Spesso in questa società saper bluffare è più importante che avere buone carte.

– Le bugie hanno le gambe corte, ma molto fiato perché arrivano sempre lontano.

– Oggi non ci sono più certe donne brutte come una volta. Al massimo sono bruttine interessanti per qualcuno.

– Un tempo l’importante era avere un certo stile. Oggi invece è importante avere un certo stile di vita.

– Non aspettare che giunga l’ispirazione non facendo nulla. Piuttosto aspettala facendo qualcosa.

– Artista non darti troppe arie: la natura è sempre più creativa della creatività umana.

– Le donne sono più creative degli uomini: loro possono mettere al mondo dei bambini.

– Oggi l’aborto legale è un male minore. Quando non era legalizzato abortivano lo stesso di nascosto ed era più rischioso per le donne.

– Quando stiamo bene siamo solo clienti. Quando stiamo male chiamiamo il medico e il prete e diventiamo pazienti e credenti.

– Gli psicologi e gli psichiatri non hanno grande successo in Italia perché le persone preferiscono andare dai preti e dai maghi.

– Perché le questioni sentimentali non sfocino in tragedie è necessaria l’ironia.

– La morte giunge sempre inaspettata, anche quando ormai si è morenti.

– Le illusioni possono fare male ma sono necessarie.

– I politici tergiversano. Nel frattempo i problemi delle persone restano tali e quali.

– A volte ad andare al supermercato si diventa quasi felici.

– Un conto è essere sciocco. Un conto è essere scioccato.

– Un conto è fare il furbo. Un altro è essere furbi.

– I giovani che dicono di voler spaccare in realtà sono solo degli spacconi.

– Chi troppo vuole stringe sempre qualcosa rispetto a chi non vuole niente.

– Non è vero che a questo mondo nessuno regala niente. I cretini vestiti da Babbo Natale ad esempio regalano sempre qualcosa ai bambini e gli spacciatori regalano la droga all’inizio agli adolescenti.

– Utilizzare l’espressione “scelta obbligata” non è per niente una scelta obbligata.

– La vita è una equazione le cui variabili sono infinite.

– Nessuno è totalmente originale, neanche i geni o i folli.

– Oggi per essere esenti da scandali bisogna essere anonimi. Il problema però è che al mondo di oggi nessuno è totalmente anonimo, visto e considerato che tutti ad esempio usiamo i social. 

– Ogni nazione un tempo aveva una lingua e un esercito. Rimarranno solo gli eserciti perché in futuro probabilmente tutti parleranno inglese.

– Se rubi ai ricchi per dare ai poveri rischi pene severe. Se invece rubi ai poveri per dare ai ricchi non rischi nulla perché la legge tutela i ricchi, ma avrai solo le briciole. Se ti metti in proprio potrai avere molto ma lo farai a tuo rischio e pericolo.

– In Italia c’è da sempre una gran confusione tra peccato e reato. Anche oggi ci sono peccati non perseguibili legalmente che socialmente vengono considerati più gravi di certi reati.

– Prima di essere esigenti con gli altri certe persone dovrebbero essere esigenti con loro stesse.

– Oggi molti di coloro che non vengono assunti a tempo indeterminato vengono definiti consulenti dalle organizzazioni. È un contentino come un altro. È un benefit verbale.

– Talvolta sprechiamo le ore come se fossimo immortali.

– L’importante è tirare a campare. Soprattutto dopo una sensazione imminente di morte.

– C’è chi tira a campare e chi tira al Campari.

– Per fare qualsiasi cosa oggi ci vogliono i soldi. Anche per autodistruggersi ci vogliono i soldi.

– Per scrivere bisogna sfruttare non solo la propria intelligenza ma anche la propria stupidità.

– Ricordati che chi parla male degli altri a te poi parlerà male di te agli altri.

– In teoria ogni individuo è unico ed irripetibile. In pratica i mass media compiono un livellamento verso il basso.

– Quando sogniamo di morire ci svegliamo subito di soprassalto. Questo accade perché per il nostro inconscio siamo immortali.

– Viviamo di impressioni, pensieri e ricordi: niente altro.

– Dire il falso è un reato ma talvolta dire la verità è molto più dannoso.

– Non è vero che non c’è più religione: piuttosto nel mondo di religioni ce ne sono talmente tante e non riescono mai a coesistere pacificamente tra loro.

– Certe persone sono così snob che snobbano persino loro stesse quando si guardano alo specchio.

– Pensiamo poco ai nostri avi. Pensiamo poco ai nostri posteri. Insomma pensiamo poco.

– Certe donne si fanno piacere anche uomini per nulla piacenti, specialmente se questi ultimi hanno i soldi.

– L’essere umano è tutto incastonato nel niente.

– Il matrimonio rende le persone meno libere di chi è solo e poi anche nel matrimonio c’è la solitudine dei coniugi.

– Cari intellettuali, non pretendete niente da noi. Noi siamo gli eredi del pensiero debole.

– Un nuovo giorno è arrivato ma finirà nel dimenticatoio anche questo.

– Quando viene la morte nessuno è mai pronto.

– Purtroppo si vive una volta sola!!! Per fortuna si muore una volta sola!!!

– È legittimo essere fatti…di frasi fatte.

– Ci si può fare la ragazza. Ci si può fare un’idea. Ci si può fare gli affari propri. L’importante comunque è non farsi.

– In Italia contano sia le pubbliche relazioni che le relazioni private. Insomma sono importanti le relazioni.

– C’è chi è deprivato e chi è depravato.

– Ognuno è indaffarato. Ognuno a suo modo è un poco provato.

– Nessuna vita è totalmente compiuta. C’è sempre qualcosa lasciato in sospeso.

– Ognuno fa ciò che vuole. No. Ognuno fa ciò che può. No. Ognuno fa ciò che fa.

– Mantenere le promesse molto spesso è impossibile. È già tanto mantenere le premesse.

– Teorie del complotto e astrologia favoriscono il mantenimento dello status quo: nessuno può più fare rivoluzioni se tutto è già deciso.

– Ogni esistenza è un grande spettacolo tragicocomico.

– La vita è un continuo rimandare la morte.

– Non sono importanti gli anni vissuti ma gli istanti felici vissuti.

– Quando aspetti il tempo non passa mai. Quando ti stai divertendo il tempo passa troppo in fretta. Non ci sono vie di mezzo.

– Credeva che fosse idiozia. Invece era una pura idiosincrasia.

– Qualsiasi metafora della vita non è calzante.

– Per rimanere a galla nella vita spesso bisogna spingere sotto e far annegare qualche altro.

– Nella vita non vince nessuno. Non vincono nemmeno i vincenti.

– Di solito si è tristi per qualcosa in particolare, mentre si può essere felici anche per niente.

– Ci sono solo due tipi di morti che ci interessano: le persone a cui abbiamo voluto bene e i morti famosi.

– Molte persone cercano l’anima gemella per colmare un vuoto. Ma il vuoto che ognuno ha è incolmabile.

– Non prendete mai troppo sul serio gli aforismi e nemmeno chi li scrive. Gli aforismi sono fatti per essere smentiti. Vi ricordate cosa fece Cioran a causa di Friedgard Thoma?

– Lo sanno tutti che il tempo vola ma nessuno sa dove va.

– Come è rassicurante essere nella norma!!!

– Non calcolate troppo. Nella vita spesso è inutile fare troppi calcoli.

– Ognuno ha le sue fratture. Alcune sono insanabili e nonostante ciò bisogna imparare a conviverci.

– L’infinito non fa per noi esseri umani. Non ci resta che perdersi nell’indistinto.

I miei aforismi afoni e cafoni…

AFORISMI AFONI E CAFONI:

-In Italia ci sono molte realtà sotterranee: mafie, massonerie, sette sataniche. Inoltre l’Italia è un Paese a sovranità limitata (si pensi alle basi Nato) e ha anche uno Stato nello Stato (il Vaticano). Quindi bisogna sempre stare molto attenti a quello che si dice e a quello che si fa. Comunque apparentemente sembra un Paese normale.

-L’italiano medio è solo un’astrazione di chi, a torto o a ragione, pensa di essere superiore alla media.

-Lo Stato premia le pubbliche virtù. La criminalità organizzata si occupa esclusivamente dei vizi privati (droga, prostituzione, gioco di azzardo, fumo). La lotta può sembrare impari. C’è sempre la speranza che tutto cambi in meglio.

-Fare esperienza vuol dire anche sporcarsi l’anima.

-Gli estremismi sono tutti sbagliati. Anche gli estremismi di coloro che si professano moderati.

-Quando uno ha successo aumentano esponenzialmente amici, parenti, ex compagni di scuola. Uno il successo lo deve condividere con tanti. L’insuccesso invece è figlio unico.

-Da piccolo pensavo che uno statista fosse uno statistico che avesse avuto una svista.

-Anche noi scemi del villaggio ci siamo evoluti: siamo diventati scemi del villaggio globale.

-È sempre meglio avere un hobby che appartenere a una lobby.

-I cimiteri sono pieni di persone, un tempo, ritenute indispensabili.

-L’importante non è risolvere i propri problemi ma porseli.

-Gli ignoranti copiano. I postmoderni citano. I manieristi cercano di emulare. I professori si documentano. Gli artisti si ispirano. Quindi i più creativi sono quei critici letterari che recensiscono libri senza averli mai letti.

-La fedeltà logora anche i più monogami.

-Ci sono ancora i negazionisti dell’Olocausto e delle foibe. Ci vuole sempre qualche secolo prima che un fatto storico venga giudicato con un minimo di obiettività e senza malafede.

-Italiani: eterni incompiuti.

-Un tempo esistevano i malati immaginari. Ora tutti si fanno l’autodiagnosi consultando internet. Siamo tutti malati virtuali.

-Teoricamente la cultura è il pane di domani. Praticamente la finanza con le sue speculazioni è il cibo avvelenato di oggi.

-Siamo tutti viandanti e nessuno sa quando finisce il cammino.

-I comici e i politici talvolta si scambiano mestiere.

-Abbiamo avuto il progresso tecnologico ma non lo sviluppo storico.

-Il potere è sempre più impalpabile.

-Le mafie non esisterebbero senza referenti politici.

-L’unica cosa immutabile è l’eterno divenire.

-Non so più a chi credere: tanto vale che creda in me stesso!

-Pensare è un lavorio che procede a fasi alterne.

-Basta un niente per finire nella bara. Basta che qualche cellula del corpo impazzisca. L’organismo umano è così complesso. È davvero una fortuna che tutto funzioni bene. Eppure pensiamo raramente a questa nostra fortuna. Spesso diamo tutto per scontato.

-In altre epoche i miti e le religioni fornivano all’uomo una comprensione prerazionale del tutto. Ora tutto è cambiato. L’uomo si crede una divinità in grado di dominare la natura con l’ausilio della scienza.

-Segni richiamano altri segni. Qualche segno raramente diviene un simbolo. È tutto qui.

-La storia d’Italia era colma di orrori e di omissis. Noi vivevamo a latere. Era l’unico modo per vivere.

-La vita non è un gioco a somma zero. La vita non è un gioco.

– Tu cerca e alla fine sarai trovato.

-Comunque non lamentiamoci troppo del progresso. Ricordiamoci anche dei nostri avi che morivano prematuramente per un’influenza, un ascesso o di tetano.

– La civiltà dell’immagine suggestiona anche gli individui meno suggestionabili.

-Il successo di un personaggio televisivo è basato non tanto sul suo talento ma spesso sui meccanismi di identificazione dei telespettatori.

-Ognuno è un assassino nel teatrino infelice del proprio inconscio.

-I vip hanno tutti i privilegi in questo Paese, tranne quello di restare vip per tutta la vita.

-Il potere è la sublimazione del sesso o una grande facilitazione per fare sesso.

-Figli d’arte? Ma spesso di quale arte?

-Meglio essere pieni di difetti che avere tanti eccessi: si vive di più.

-Invidiamo soprattutto persone vicine, che hanno cose o qualità che noi non abbiamo.

-Non necessariamente un alleato è un amico: spesso è solo un alleato.

-In Italia oggi essere paranoici non è patologico: è fisiologico.

-Questa è l’epoca in cui gli stessi amanti sono cornuti.

– Nonostante una rassicurante quotidianità un attimo prima puoi esserci e un attimo dopo puoi non esserci più.

-Quando si assiste ad uno spettacolo della natura o si contempla un’opera d’arte talvolta la nostra creatività può  essere inibita invece che ispirata da quello spettacolo o da quella opera.

⁃ Nella vita sono rari gli istanti in cui ci sentiamo davvero vivi.

⁃ Ogni aforista ha il gusto del paradosso.

⁃ In Italia resiste ancora la famiglia. Non esistono più la societa’ e l’opinione pubblica.

⁃ Quando uno muore ne fanno un’agiografia. Nessuno osa più parlarne male: se pensassero di più ai vivi!!!

⁃ C’eravamo tanto ignorati.

⁃ Errore o orrore? Onere o onore?

⁃ Io appartengo alla retroguardia. Ma non andate a dirlo in giro.

⁃ Gli errori più dannosi sono quelli di gioventù.

⁃ Solo chi ha soldi segue la moda.

⁃ Chi usa la parola “basito” mi basisce.

⁃ Il colmo per un magro? Morire il Giovedì grasso.

⁃ Molti confondono il giudizio di Dio con il giudizio dei bigotti.

⁃ L’Italia è un Paese dalle virtù private e dai vizi pubblici.

⁃ Ci sono fondamentalmente quattro tipi di persone, che hanno atteggiamenti diversi nei confronti della vita: gli illusi, gli ottimisti, i pessimisti, i realisti. Gli illusi e gli ottimisti non vanno presi neanche in considerazione. I realisti sono i più equilibrati. I pessimisti sono i più lungimiranti.

⁃ Dall’Italia non fuggono solo cervelli. Sono sicuro che esportiamo anche molta stupidità. C’è qualche legge che permette solo ai geni e che proibisce agli scemi del villaggio di fuggire?

⁃ Ormai anche i futuristi sono passatisti.

⁃ La fantasia è deleteria quando diventa gelosia.

⁃ C’è una cosa peggiore della stupidità: la presunzione di sentirsi intelligenti.

⁃ Nessun gruppo di persone vuole sentirsi chiamare “gente”.

⁃ Tutti vogliono essere chiamati per nome e vogliono del tu dalle belle donne, indipendentemente dall’età.

⁃ La cosa più noiosa in una conversazione è quando l’altra persona vuole fare l’intellettuale a tutti i costi e non si accorge minimamente di essere solo noiosa.

⁃ Il tempo dà ragione sempre troppo in ritardo. Molto spesso dà ragione ai cadaveri.

⁃ Quando è stato commesso un crimine le persone attendono sempre verità e giustizia. Ma è già una cosa eccezionale se arriva una delle due.

⁃ Le donne di oggi sono molto più emancipate sessualmente rispetto ad un tempo, ma sono anche molto più esigenti.

⁃ Chi ama troppo finisce per essere un masochista. Chi viene amato troppo finisce per essere un sadico. Ma non è questione di cattiveria o di carattere. È solo la spietata legge della domanda e dell’offerta.

⁃ La cosa che fa più male in quel che chiamano amore è l’ingratitudine.

⁃ È paradossale utilizzare spesso il termine “esattamente” e nel resto della conversazione essere vaghi ed imprecisi.

⁃ Il corpo viene sempre più esibito. Non c’è più alcuna pruderie. Purtroppo o per fortuna.

⁃ Il popolo e’ sovrano solo quando gli si vuole propinare delle cretinate a basso costo.

⁃ I padri non esistono più. Oggi ci sono i mammi.

⁃ Quando subiamo un ingiustizia dimenticare è più facile che perdonare.

⁃ Dare fiducia, confidarsi e confessarsi sono bisogni del nostro animo.

⁃ Si deve notare qualche imperfezione per non cadere in tentazione.

⁃ Meglio una fiducia mal riposta che starsene guardinghi senza sosta.

⁃ Non vedo sulla faccia della Terra un nuovo Confucio, un nuovo Socrate, un nuovo Cristo, un nuovo Platone, un nuovo Cartesio, un nuovo Kant, un nuovo Freud, un nuovo Marx. È il segno che stiamo regredendo o che forse tutto è già stato fatto e scritto?

⁃ Moralisti non disprezzate troppo la sessualità. Senza di essa non saremmo al mondo. È banale, ma è sempre meglio ricordarlo.

⁃ Chi ti dice che la politica è solo corruzione in fondo sta cercando di corromperti.

⁃ Tutto oggi deve essere icastico per trasmettere il messaggio in modo efficace.

⁃ Non capisco perché tutti vogliono appropriarsi della sfiga, che tra l’altro e’ trasversale.

⁃ Le disgrazie talvolta fortificano. Più spesso deprimono.

⁃ Tesi, antitesi e sintesi e qualche aperitivo di tanto in tanto.

⁃ Rigurgito anti-intellettuale: preferisco il sentimentalismo al decostruzionismo.

⁃ Bisogna essere cauti ed evitare di essere caustici.

⁃ Ci sono in giro persone più false delle banconote del Monopoli.

⁃ Quanto si sono arrovellati il cervello negli anni Settanta su Moravia, Antonioni, Fellini!!! Ed ora pochi li ricordano!!! Caduti nell’oblio!!!

⁃ Le elezioni in molte nazioni sono solo una formalità.

⁃ L’abitudine è una schiavitù autoimposta e al tempo stesso una piacevole conferma che niente ci ha sconvolto la vita.

⁃ L’uomo contemporaneo per difendersi dalle proprie angosce deve riscoprire l’ozio creativo.

⁃ I soldi devono essere un mezzo. Quindi non vanno né apprezzati né disprezzati troppo.

⁃ Coloro che fingono di essere troppo aperti mentalmente con la propria donna prima o poi rischiano di essere colpiti da un raptus di gelosia.

⁃ Meglio provare vergogna una volta che provare continuamente sensi di colpa.

⁃ Talvolta per giungere alla verità bisogna capovolgere la realtà.

⁃ Ormai le tattiche e le strategie le decidono gli esperti di mass media.

– L’etica cristiana è basata sul l’intenzione è sul perdono, ma molti cristiani se lo scordano.

⁃ Le donne, appena diventano madri, spostano la maggior parte del loro narcisismo sui figli.

⁃ I due comandamenti a mio avviso più trasgrediti sono “non commetttere atti impuri” e “non desiderare la donna d’altri”. Sono i peccati a sfondo sessuale.

⁃ Quando dicono “quello è un poeta importante” oppure quando dicono “quello è un poeta famoso” bisognerebbe sempre rispondere che è relativamente importante o famoso.

⁃ Siamo sempre relativamente giovani e mai relativamente vecchi.

⁃ Se Dio non esistesse dovremmo essere ancora più attaccati a questa vita perché è unica.

⁃ Un tempo le persone avevano delle opinioni sugli avvenimenti. Oggi ci sono gli opinionisti e I tuttologi, che pensano per noi.

⁃ Avevamo tutti più privacy quando nessuno usava questo termine. Oggi grazie alla diffusione di internet e dei social nessuno ha privacy.

⁃ Quando si invecchia si diventa tutti salutisti.

⁃ Paese che vai, mistero che trovi. In Italia le Madonne che piangono. In USA ci sono i cerchi nel grano.

⁃ La New zage per me non e’ una controcultura. È una subcultura.

⁃ Se tutto il mondo è paese perché sulla faccia della terra esistono così tante guerre e contese?

⁃ Non so se l’ectasy è  stata creata ad hoc per la musica techno o il contrario. Francamente non mi interessa saperlo.

⁃ La qualità va a discapito della quantità e anche la quantità va a discapito della qualità.

⁃ Lavorare meno, lavorare tutti. Ma chi glielo dice a certi stakanovisti?

⁃ Negli anni Settanta i giovani si ammazzavano per la politica. Ora c’è qualche scaramuccia tra emo e truzzi. In fondo siamo progrediti.

⁃ Dark e paninari sono scomparsi e nessuno sinceramente li rimpiange.

⁃ Nessuno muore mai in pace perché sarebbero tante altre cose da fare e nessuna esistenza è mai pienamente compiuta.

⁃ Elias Canetti ha scritto che leggendo i grandi autori di aforismi gli sembrava che si conoscessero tutti bene tra loro. In fondo la natura umana è sempre quella.

⁃ I politici rubano sicuramente. Hanno sempre diverse mogli e una famiglia troppo allargata da mantenere.

⁃ Anche i pregiudizi positivi sono pregiudizi.

⁃ In tempi di crisi i soldi non vanno spesi, anche se i mass media dicono esattamente il contrario per far girare l’economia. Non vanno investiti, anche se alcuni immobiliaristi dicono che si può fare ottimi affari. Non vanno nemmeno risparmiati, anche se gli analisti dicono che da alcuni indici come il cet 1 si puo’ vedere la solidità delle banche. In tempi di crisi con i soldi è meglio non farci niente, anche perché davvero pochi ormai hanno i soldi.

⁃ Chi dice che oggi l’unica trasgressione è la normalità non ha ancora capito che la normalità non esiste.

⁃ L’epistemologia talvolta diventa un pettegolezzo sulla scienza.

⁃ Le donne vittime di stalking non hanno scelto l’uomo sbagliato. Nessuna donna sa quale è l’uomo sbagliato a priori.

⁃ Chi dice che la fortuna non esiste è stato abbastanza fortunato da non aver conosciuto la sfortuna, anche se non lo ammetterà mai.

⁃ Dovendo scegliere tra i due, tutti vorrebbero essere come Don Chisciotte piuttosto che come Sancho Panza. Tutti preferirebbero essere considerati pazzi piuttosto che persone semplici dotate di buon senso.

⁃ Nessuno sa se ci fossero più perversioni sessuali nei tempi antichi o oggi. Diciamo allora che ogni epoca ha le sue perversioni.

⁃ È sempre più difficile essere originali. Io modestamente non lo sono.

⁃ Ci sono sempre più autori illeggibili, ma è meglio non dirlo.

⁃ Psicopatologia della normalità: i peggior folli sono quelli che non si curano.

⁃ Guardandomi allo specchio ricompongo il mosaico della mia identità.

⁃ Non sono un fisionomista e non credo nella fisiognomica. Credo solo nella fisioterapia.

⁃ Starsene in santa pace è solo un modo di dire.

⁃ La cosa più triste è pagare per gli errori altrui.

⁃ Giovinezza fa rima con avventatezza. Adolescenza fa rima con incoscienza.

⁃ Alcuni utilizzano la locuzione “stato dell’arte”. Ecco l’Italia dovrebbe essere proprio lo Stato dell’arte.

⁃ Chi usa eccessivamente la parola “sostanzialmente” ha poca sostanza nei suoi discorsi.

⁃ Giornalisti non disprezzate i blog e i social. Non sono solo fuffa. A volte vi anticipano.

⁃ Per Sartre il razzismo era “lo snobismo dei poveri”. Ma il vero snobismo è quello dei più ricchi e dei più colti ed è anch’esso una forma subdola (anche se non violenta) di razzismo.

⁃ La retorica è enfasi all’ennesima potenza.

⁃ Questa società è già competitiva. In futuro sarà iper-competitiva.

⁃ Quando si analizza una società è difficile stabilire quali siano le variabili indipendenti, quelle dipendenti e quelle intervenienti. Non parliamo poi quando si tratta di individuare delle costanti antropologiche.

⁃ Ciò che è soggettivo viene considerato inopportuno. Finisce per essere considerato oggettivo non solo ciò che è misurabile, ma anche ciò che viene imposto dall’alto.

⁃ Anche i pensionati sono sempre in movimento. Stare fermi per un poco potrebbe far pensare e il pensiero può far male.

⁃ All’abbazia di San Galgano solo qualche visitatore, mentre a pochi chilometri c’è sempre gente per vedere una comunissima casa colonica, dove hanno girato la pubblicità del Mulino bianco. Si vede anche da questo che noi italiani ormai siamo un popolo di rincoglioniti.

⁃ Le ragazze italiane di oggi sono molto più represse sessualmente delle loro coetanee inglesi, americane, tedesche, olandesi, francesi. Ma sono senza dubbio molto più emancipate delle loro mamme.

⁃ Molti italiani se ne fregano del colore politico del governo. Per loro l’importante è tirare a campare.

⁃ Il codice deontologico di qualsiasi ordine viene sempre applicato con molta elasticità qui in Italia.

⁃ Cerca sempre di osservare gli altri. Anche quando vai a prendere un caffè al bar. Osserva continuamente e taci.

⁃ La temperanza dei desideri sarebbe uno dei modi più efficaci per non perpetrare ulteriori disuguaglianze.

⁃ Il sesso un tempo era anche trasgressione. Oggi è solo uno sfogo.

⁃ Non vi fidate troppo di coloro che si presentano come persone umili. Spesso è tutta una farsa.

⁃ I vincitori scrivono la storia e ai posteri di tutti gli altri (neutrali e perdenti) non resta che impararla.

⁃ Papa Leone I fermò Attila facendogli vedere un crocifisso. Montezuma invece non riuscì a fermare Cortes nemmeno con dei sacrifici umani. In questo caso un sanguinario senzadio fu più timoroso di Dio di un condottiero cristiano spagnolo. Cosa si dissero poi Momtezuma e Cortes oppure Attila e Papa Leone I è un mistero e forse non deve nemmeno interessarci.

⁃ Bisogna semplificare un poco senza rendere tutto semplicistico.

⁃ Sono pochi i dati di fatto incontestabili e incontrovertibili. Nella maggioranza dei casi per ogni fatto esistono diverse interpretazioni.

⁃ Montale è il poeta delle illuminazioni e delle agnizioni.

⁃ Secondo gli antichi non è la stirpe che nobilita l’uomo, ma l’uomo che nobilita la stirpe. Questo concetto è ancora valido, ma attualmente alla parola “stirpe” bisognerebbe sostituire la parola “categoria”.

⁃ È meglio vivere che pensare e scrivere.

⁃ Ecco le parole che a mio avviso descrivono in modo magistrale la condizione dell’uomo moderno: “i suoi pensieri andavano su e giù /dai versi al sesso a Dio /senza punteggiatura” (Auden).

⁃ Alcuni uomini pagano centinaia e centinaia di euro delle belle escort soprattutto per la soddisfazione di presentarsi in un ristorante con una bella donna al proprio fianco.

⁃ Una volta passato l’innamoramento non corrisposto quella donna dà il voltastomaco e basta. Agli uomini ragionevoli accade così.

⁃ Le persone colte per stare con gli altri senza crearsi dei problemi non devono mai dare sfoggio di cultura e devono usare la diglossia.

⁃ La diversità in genere è arricchimento, ma va saputa gestire: altrimenti è una fonte inesauribile di problemi.

⁃ L’arte non è morta, ma moribonda.

⁃ Il diritto romano-germanico può condurre al cavillo. La common law alle sentenze basate sull’emotività.

⁃ Ogni scrittura per essere un minimo decente deve avere un sottofondo di autoironia.

⁃ Ne hanno tentate tutte per riportare in auge il marxismo. Hanno provato il catto-comunismo, un mix tra freudismo e marxismo oppure tra fenomenologia e marxismo. Per prendere le distanze da Mosca hanno tentato la via dell’eurocomunismo. Quando hanno saputo i crimini del comunismo hanno iniziato a parlare di un comunismo italiano, anche se fino a pochi mesi prima erano tutti internazionalisti.

⁃ Un tempo prima di scrivere studiavano Croce, De Sanctis, Lukacs. Studiavano la poesia ingenua di Schiller, il pensiero poetante di Holderlin, la critica del giudizio kantiana. Oggi scriviamo tutti senza più tutte queste sovrastrutture ideologiche ed estetiche. Purtroppo o per fortuna.

⁃ Alcuni pensano di poter fare una cultura di destra con autori difficili come Nietzsche, Heidegger, Spengler, Junger, Evola. Alcuni hanno pensato di rifondare una cultura di destra con Tolkien. In definitiva esiste una cultura di sinistra. Esiste una cultura liberale. Ma non esiste una cultura di destra.

⁃ Forse non abbiamo bisogno di una moltitudine di parole. Forse la vita può essere espressa sostanzialmente con pochi verbi: nascere, crescere, vivere, invecchiare, morire. Tutto il resto è facoltativo.

⁃ La televisione e la carta stampata ci vogliono far credere che i vip siano le vallette e i calciatori, che si fidanzano e si sposano tra di loro. Ma siamo sicuri che questi sono i veri vip? È l’importanza dello show business? Oppure questa è solo una strategia da parte di chi dirige i mass media per distrarre le persone e non fargli sapere cosa accade nei consigli di amministrazione delle stanze dei bottoni? Ci sono persone molto potenti, che sono poco conosciute al grande pubblico. Al contrario tutti conoscono delle starlette usa e getta, che per una stagione hanno tutti gli onori della cronaca.

⁃ Rispetto ad un tempo oggi esistono tre opportunità “volontarie” per bucare gli schermi: i talent show, i reality show, i quiz televisivi. Ci sarebbe inoltre un’ulteriore modalità involontaria: essere uno dei protagonisti ( testimone, imputato, familiare della vittima, parente o amico della vittima) di un caso di cronaca nera. Siamo pervasi da questa strana sorta di democrazia della notorietà.

⁃ Il reality show è interessante da un punto di vista psichiatrico. Sono interessanti l’esibizionismo dei partecipanti, i meccanismi di identificazione con i protagonisti da parte del pubblico, il voyeurismo di milioni di spettatori.

⁃ Dalla contemplazione del cielo stellato scaturiscono qualsiasi cosmologia e religione.

⁃ Il presupposto di molti è che Dio sia innocente. E se invece avesse creato il male per divertirsi?

⁃ Ci sono persone talmente narcisiste, che se ne fregano del giudizio di chiunque.

⁃ Lo stoicismo,l’epicureismo, l’ateismo e l’agnosticismo vanno bene quando si gode di ottima salute. Per altri momenti nutro dei seri dubbi.

⁃ I giovani nella stragrande maggioranza sono solo dei consumatori. Guai per il mercato se diventassero consumatori critici!!!

⁃ L’intera società è diventata un coito. Tutto il resto non conta. Il resto è uno spazio riempitivo. Oppure forse è solo una nota ai margini di una pagina vuota.

⁃ Bisogna aver analizzato a fondo il linguaggio per essere veramente chiari.

⁃ Chi si sente superiore agli altri spesso non ha il dubbio che stia sbagliando valutazione. Il problema non è che alcune valutazioni totalmente errate si pagano. Il problema è che valutare in modo errato continuamente si finisce per pagare sempre.

⁃ Tutti quelli che hanno letto qualche libro ad una certa età vogliono fare gli intellettuali organici.

⁃ I pubblicitari e gli estensori dei discorsi dei politici sono sempre al lavoro per creare slogan efficaci e frasi ad effetto. Purtroppo.

⁃ Se non dai ragione a uno stupido significa che sei altrettanto stupido.

⁃ Gli italiani sono ossessionati dalla paura che qualcuno violi le proprie mure domestiche. Alcuni politici non si pongono il problema. Altri ci speculano e strumentalizzano.

⁃ La scuola non deve costringere all’obbedienza acritica. La scuola non deve costringere.

⁃ La maggioranza di noi ha conoscenza solo delle guerre in cui l’Occidente ha degli interessi.

⁃ Di santa c’è solo la pace e non la guerra.

⁃ Guerra santa, guerra civile, bomba intelligente sono solo gli ossimori più stupidi del linguaggio umano.

⁃ Molti cercano di raggiungere un modello prefissato. Pochi ce la fanno. Sono una rarità quelli che lo superano.

⁃ Carpe diem? Ma se viviamo sempre nel passato prossimo.

⁃ Mai prendersi troppo sul serio. Mai prendersi. Piuttosto lasciarsi: lasciarsi andare senza esagerare.

⁃ Ci piace incontrare gli amici per notare che non siamo gli unici ad invecchiare. Incontriamo gli amici anche per sapere cosa fanno ora coetanei e coetanee che abbiamo perso di vista. Ma soprattutto frequentiamo gli amici perché sono amici.

⁃ Dobbiamo evitare di frequentare persone negative, che cercano di sminuire gli altri per affermare se stesse. La nostra psiche ci ringrazierà.

⁃ È sempre meglio essere sopra le righe che essersele sniffate le righe.

⁃ Sono sempre più gli italiani che usano continuamente espressioni come “cioè”, “spesse volte”, “un attimino”. E sono convinti anche di parlare bene!!!

⁃ Poteva accadere talmente di tutto che di fatto non accadde niente!!!

⁃ Cari cattolici, siamo poi così sicuri che il suicida scelga di darsi la morte?

⁃ L’italiano è una lingua difficile. Scrivendo, sorgono sempre dei dubbi. Questo accade anche ai radical chic, anche se non lo ammettono.

⁃ C’è chi crede di credere in Dio e chi ha un’ipertrofia del proprio io.

⁃ Le showgirl fanno sempre corsi di dizione, in cui non insegnano loro l’italiano ma solo a togliere le inflessioni dialettali.

⁃ L’ebook non può per ora sostituire il piacere tattile di tenere in mano un libro. Inoltre leggere un eBook è più faticoso.

⁃ Oggi solo i preti usano la parola “anima”.

⁃ Nel mondo occidentale ormai non vige più alcuna forma di censura. Gli adulti sono più liberi, ma i bambini sono indifesi.

⁃ L’antropologo studia le tribù per scoprire tutti i tabù.

⁃ Neanche i più creativi possono essere sempre creativi vita natural durante.

⁃ Anche le democrazie occidentali, per mantenere lo status quo, utilizzano condotte violente e illiberali.

⁃ Non ti preoccupare. Non è una crisi di identità. Questa è l’epoca delle identità multiple.

⁃ Quanta ideologia, quanto denaro e quanti posti di lavoro dietro il problema della droga!!!

⁃ Ogni riferimento non è puramente casuale ma è puramente causale.

⁃ Nessuno sapeva cosa era lo spread. Poi tutti lo impararono e quindi poco dopo se lo dimenticarono. Nel frattempo la crisi continuava a mietere vittime.

⁃ La vita dei cittadini del terzo mondo non conta niente e i cittadini del primo mondo possono fare ben poco, presi individualmente. Ci sono troppi interessi in gioco. Il potere è spaventosamente più potente del contropotere. La buona volontà di una minoranza non basta. Viviamo tutti in una situazione di stallo: impotenti, se non indifferenti, i cittadini del primo mondo e malnutriti quelli del terzo mondo.

⁃ Non sempre la riflessione e la meditazione determinano equilibrio, se la persona non è stabile mentalmente.

⁃ C’è della follia in qualsiasi normalità e della normalità in qualsiasi follia.

⁃ La politica più recente ha voluto dividere gli italiani. Hanno cercato di riproporre l’Italia di Guareschi, mentre nel parlamento vigeva il solito consociativismo.

⁃ I marxisti avrebbero bisogno di nuovi Marx oppure di nuovi marxismi.

⁃ Talvolta gli artisti anticipano i tempi. Quando accade finiscono per essere considerati folli o rimangono a lungo incompresi.

⁃ Non è vero che il tutto sia superiore alla somma delle parti: è soltanto diverso. Provate a mischiare latte e birra oppure caffè e sale e ve ne accorgerete.

⁃ La bestemmia è un automatismo per alcuni (più ignoranti che anticlericali o atei).

⁃ Ci sono donne che non fanno carriera per il semplice motivo che non sono belle.

⁃ Fare figli è una cosa che soddisfa il desiderio di immortalità dell’uomo.

⁃ Per molti uomini è un tabù parlare di sentimenti. Per molte donne è un tabù parlare di sesso. Eppure entrambi vogliono sia sentimento che sesso.

⁃ A breve termine la pornografia è eccitante. A lungo termine si rivela alquanto noiosa.

⁃ La filosofia conforta chi è triste, ma non risponde alle domande che si pone.

⁃ Un paradosso sociale è che persone intelligenti possono formare un gruppo stupido.

⁃ Nell’innamoramento vengono accentuati i pregi ed eliminati i difetti. Una volta passato che delusione constatare realmente l’oggetto del desiderio!!!

⁃ Nell’umanesimo moderno ci sono sempre più ismi e sempre meno idee originali.

⁃ Leggere è sempre un dialogo tra l’autore e il lettore.

⁃ Chi ha un complesso di inferiorità passa facilmente e velocemente alla smania di grandezza ( e viceversa).

⁃ Un paradosso della conoscenza: per sapere le nozioni più semplici di una disciplina bisogna essere padroni della materia.

⁃ Leopardi è sottovalutato come filosofo. Fortunatamente.

⁃ Popper dice cose semplici. Ma prima di lui nessuno le aveva dette.

⁃ Non è detto che la scuola formi. Talvolta può anche deformare le menti.

⁃ Sono pochi i veri liberali. Molti che si professano tali sono dei liberisti selvaggi.

⁃ La crisi dei venti anni di J.S. Mill è un’eccezione che conferma la regola. Di solito le crisi interiori avvengono in età avanzata, quando ormai non si è più in tempo.

⁃ Tutto ciò che è asistematico viene rigettato. Viene considerato irrazionale perché niente deve scalfire la ragione strumentale.

⁃ Un tempo c’erano le favole e ogni favola aveva una morale. Oggi nessuno crede più alle favole e manca una morale.

⁃ Erano poetici quei giovani con gli eskimi. Peccato che alcuni di loro finirono per sparare!!!

⁃ L’amore non esiste. Esiste solo l’innamoramento prima e il volersi bene durante il matrimonio. Il mondo va avanti grazie all’inganno.

⁃ Se ragionassimo sempre a rigor di logica e se parlassimo sempre con cognizione di causa in poco tempo impazziremmo tutti.

⁃ I rituali collettivi sono necessari al potere per mantenere una socializzazione approssimativa, superficiale e grossolana.

⁃ Credere in rapporti umani autentici è ipocrita e fuori luogo.

⁃ I dialoghi sono sempre più monologhi camuffati.

⁃ Il marxismo non tiene adeguatamente conto dell’individuo

⁃ Non si giunge più alla sintesi perché da tempo non c’è più l’antitesi.

⁃ Gli italiani sono sospesi tra religione e superstizione.

⁃ Non immergerti troppo nell’attualità e nella cronaca nera: potresti non riemergere più.

⁃ La sicurezza è basata anche sulla percezione soggettiva dei cittadini. Ma è errato pensare che sia basata esclusivamente sulla percezione soggettiva dei cittadini.

⁃ Diventeremo tutti apolidi o cosmopoliti?

⁃ Il sesso è strano: ci sono donne attratte dai loro cani e becchini che desiderano morbosamente certe defunte.

⁃ Ci vuole un poco di sano patriottismo senza cadere nel nazionalismo.

⁃ I politici campano con le promesse fatte in campagna elettorale: promesse successivamente non mantenute.

⁃ Il sesso debole ha preso il sopravvento.

⁃ È difficile trovare una linea di demarcazione tra autostima e presunzione.

⁃ La solitudine è una brutta bestia, se non si apprezza pienamente la libertà che deriva da quella condizione.

⁃ Sfogare i propri istinti forse è uno dei pochi modi di socializzare rimasti.

⁃ Non cercate equità su questa terra. Il mondo degli uomini è sempre ingiusto.

⁃ Chi ha ragione non ha bisogno di dimostrare niente. La ragione prima o poi si mostrerà da sé.

⁃ Non ammiro mai le donne bellissime. Le ritengo solo fortunate. Mi fanno un poco pena una volta che sono invecchiate e la loro bellezza è sfiorita. Perdono di ogni interesse. Io le vedo anche un poco ridicole. Spesso nella vita si sono limitate solo a recitare una parte.

⁃ Sogna ma con discrezione e circospezione.

⁃ Dicono che bisogna farsi una visione del mondo. Ma non è detto che coloro che non ce l’hanno vivano peggio.

-Il primo Maggio è la festa più triste dell’anno per i disoccupati.

-Andare dal dentista è sempre antipatico, anche se il dentista è gentile e simpatico.

-Quando mangi male in pizzeria o al ristorante spendi sempre troppo, anche se spendi relativamente poco.

-La società scoraggia a tutti i livelli il senso critico perché chi lo possiede è un pessimo consumatore.

-L’altruismo è anche un ottimo modo per stare bene con se stessi.

-Ci vogliono più griglie interpretative. Ci vuole l’interdisciplinarietà.

-Strana razza l’intellettuale: più scrive in modo incomprensibile, più viene ritenuto intelligente e colto.

-La prima cosa che fa un italiano quando si arricchisce è ostentare la propria ricchezza.

-Ancora oggi per molti la sofferenza psichica non è vera sofferenza.

-Se viene chiesto cosa odiano di più …tutti rispondono: l’ipocrisia. Io non so per quale motivo, visto e considerato che ci sono cose molto più deleterie.

-Per avere successo nel mondo dello spettacolo o in politica bisogna avere innanzitutto delle personalità narcisistiche.

-Nei talent show insegnano a ballare e a cantare, ma non aiutano mai a diventare autori. Ma che razza di talent sono?

-Farsi dare del cretino da un cretino significa ricevere un complimento. Infatti meno per meno fa più e la doppia negazione afferma.

-Nessuno è intelligente come pensa di essere.

-Il fazioso è uno che mistifica la realtà perché la sua parte politica abbia la meglio. Omette alcuni fatti, ne deforma altri e ne enfatizza altri ancora.

-La società è una moltitudine di microcosmi, che si incontrano più o meno casualmente (quando si incontrano).

– Ci sono sempre più persone esibizioniste, che non hanno niente di speciale da esibire.

– L’intelligenza giunge al suo culmine quando abbraccia le cose e penetra negli animi.

– Siamo un popolo di poeti, santi e navigatori. Ma siamo davvero un popolo o un’accozzaglia di gente?

– L’attività simbolica è al tempo stesso la forma di conoscenza più intuitiva e la modalità di relazione più diretta dell’uomo col mondo.

– La voce della coscienza è sempre più rauca.

– Forse la cultura origina da quel che gli psicologi chiamano faustismo, ovvero dal desiderio di lasciare tracce indelebili per i posteri. Tutto questo per vincere la morte.

– La letteratura è una multinazionale di alter ego.

– Certi grandi imprenditori pensano di stare giocando a Monopoli. Certi grandi politici pensano di stare giocando a Risiko.

– Certi estremisti politici sono più in lotta con se stessi che contro il potere.

– Chi ti sottovaluta ti avvantaggia.

– È oramai utopica ogni forma di collettivismo in questa società purtroppo atomizzata.

– Molti intellettuali di sinistra snobbano l’economia. La destra invece snobba la cultura umanistica.

– La cultura non può essere solo nozionismo, ma deve essere anche rielaborazione di contenuti.

– Oggi c’è poco spazio per la metafora e l’affabulazione in generale: è la civiltà o l’inciviltà dell’immagine.

– Anche l’inflazione legislativa determina l’impunità.

– Anche la cultura dei più colti è fatta di reminiscenze e di lacune.

– L’autoironia è la migliore arma contro la propria stupidità.

– È impossibile non pensare a niente ed è difficile pensare di questi tempi.

– Le beghine, non avendo una vita propria, spettegolano sulla vita altrui.

– Il futuro è un libro intonso di cui si conosce l’ultima pagina.

– La musica riesce a cogliere sfumature dell’animo indicibili.

– I vecchi sono giovani invecchiati troppo presto.

– Ci sono verità inverosimili e bugie credibili.

– Purtroppo non esiste solo il conformismo. C’è anche il conformismo dell’anticonformismo.

– Il modo più sicuro per avere la meglio in una discussione è dare all’avversario del qualunquista.

– La carne è debole. Lo spirito anche, ma si sta allenando.

– I soldi non fanno la felicità, ma eliminano molte cause di infelicità.

– In Italia la verità se arriva subito è scomoda, se arriva tardi è scontata. Comunque non arriva mai in tempo.

– In Italia sono tutti a dieta, tranne i quotidiani che con gli inserti aumentano sempre di peso.

– I giovani parlano molto. I vecchi poco. È la vita anno dopo anno che ammutolisce.

– Un tempo il telefonino era uno status symbol. Oggi funge da cordone ombelicale per bambini ed adolescenti: le mamme sono più tranquille.

– Non fare mai agli altri quelli che non vorresti fosse fatto a te: concetto semplice di difficile applicazione.

– A Natale tutti in chiesa a confessarsi. Sei giorni dopo tutti alle feste a dissacrare diversi comandamenti.

– Al prete i praticanti confessano tutto, tranne i propri peccati sessuali.

– Scrutare l’abisso, ma fermarsi sull’orlo del precipizio.

– Diventare ciò che si è….se ciò che si è fa realmente star bene con sé stessi.

– È così difficile pensare senza rimuginare le proprie fantasie sessuali.

– La conoscenza di noi stessi è discontinua ed extralogica. Di questo abbiamo timore e allora cerchiamo superficialmente gli altri. Negli altri troviamo la cattiveria ed allora ci rifugiamo nuovamente in noi stessi.

– Forse tutto è già stato scritto. Forse si tratta solo di riscrivere o di scrivere delle minuscole note a margine.

Consiglio spassionato per gli scriventi…

Se soffri di disturbi dell’umore, se hai una psicopatologia,  se devi elaborare un lutto, se devi superare un trauma ricordati che la scrittura può essere terapeutica, ma spesso non basta, non è sufficiente: in molti casi c’è bisogno di un esperto psicoterapeuta.  La scrittura può essere terapeutica, ma non deve sostituire totalmente la vera terapia. Cerca di vincere resistenze culturali e psicologiche, vai in analisi. Grande era Freud, ma grandi erano anche i viennesi che andavano da lui. Ricordati che le cose andrebbero assai meglio se ognuno andasse dallo psicologo. Anche assumere degli psicofarmaci non è un’onta indelebile. Consigliati con un terapeuta. Non affidarti esclusivamente alla catarsi della scrittura, che nel 99% dei casi non porta all’abreazione.  Non chiedere troppo a te stesso né alla tua scrittura. Se credi davvero alla terapia della scrittura allora chiedi aiuto a uno psicoterapeuta esperto di psicosintesi.  Ti aiuterà.  Potrai fare un percorso interiore insieme a lui. Se addirittura credi che la scrittura sia salvifica ricordati allora le ultime parole che scrisse tremante Tondelli in ospedale: “La letteratura non salva. Solo l’amore salva”. 

L’attrice (miniracconto di fantasia)…

“E sui destini che si incrociano un po’ male
E che si parte per vedersi ritornare…” (Roberto Vecchioni)

Era in una città straniera, anzi era lui a essere uno straniero in quella città fredda. Forse sarebbe andato con una escort. Era l’unico modo di rompere la solitudine. Aveva preso il treno. Aveva fatto centinaia di km, guardando distrattamente fuori dal finestrino. Avrebbe abbandonato per due o tre giorni quella sua cittadina maledetta, dove molti lo odiavano o dove comunque nessuno lo aiutava. Anzi era addirittura inutile per lui ormai chiedere aiuto perché sapeva già la risposta. Aveva collezionato troppi no, troppi rifiuti. Era così sul lavoro, con le amicizie ma anche con le ragazze. Troppe porte chiuse in faccia. Nessuna novità all’orizzonte. Così era partito per qualche giorno. Era un’evasione da poco, un abbozzo di fuga. Ma sapeva che non poteva abbandonare la sua cittadina per motivi familiari ed economici. Forse niente e nessuno si sarebbe potuto frapporre tra lui e una bella escort. Era una questione di vita o di morte. Si sentiva troppo solo e un incontro furtivo avrebbe rimandato una crisi. Intendiamoci: non era così giù da tentare il suicidio perché l’aiutava uno stabilizzatore dell’umore. Ma il calore di una donna l’avrebbe aiutato assai. Così comprò un quotidiano locale perché c’erano gli annunci delle escort. Pensò che in fondo i giornalisti erano tutti ipocriti a fare la morale a cittadini e politici quando i giornali per cui scrivevano sfruttavano il mestiere più antico del mondo e ricevevano lauti finanziamenti dallo Stato. Entrò in un pub. Prese una birra. Poi altre ancora. Fu grazie al coraggio, l’ebbrezza e l’incoscienza degli alcolici ingurgitati che conobbe una ragazza poco più grande di lui. Era bella. Partiva molto svantaggiato perché le ragazze così avvenenti vanno con tipi in carriera o particolarmente attraenti. Lui invece non era un maschio alfa. Non aveva possibilità di conquista. Ma lei quel giorno non aveva niente da fare e bevve insieme al ragazzo sfigato. Dopo un’ora erano entrambi su di giri e lei lo invitò a casa sua. Pagò lui il taxi. Salirono di corsa le scale. Lei le disse che voleva fare l’attrice. Lui annuì senza rispondere. Lei aveva molte idee e molti progetti per il futuro. Lui sapeva di non avere futuro. Il ragazzo si giocò tutte le carte. Le raccontò che si sentiva solo. Lei lo lasciò fare. Nel giro di poco tempo si baciarono sul divano del soggiorno. Poi lui la prese per mano. Lei non lo respinse e lo guidò in camera sua. Fecero quel che dovevano fare, come se fosse un bisogno, qualcosa di insopprimibile e irrinunciabile.  Nessuno seppe se era accaduto per destino o libertà. Neanche se lo chiesero. Quando lei si rivestì capì che quel ragazzo era d’intralcio per i suoi progetti e lo mise gentilmente alla porta, risoluta ma con delicatezza d’animo. Non le lasciò neanche il suo numero di telefono. Le disse “addio” e niente più. Forse era stato solo l’alcol. Forse lui era stato solo un diversivo in una città deserta d’agosto. Non si rividero più. Anzi lui la rivide nel piccolo schermo. Lei diventò infatti famosa e ricca. Diventò un’attrice importante.  Lui non lo raccontò mai a nessuno perché nessuno gli avrebbe creduto. Visse tutta la vita in quella cittadina maledetta. Fece ancora qualche piccola fuga, prendendo il treno. Ma non incontrò più nessuna donna. Era ormai troppo in là con gli anni. Neanche lui cercò di incontrare di nuovo l’attrice. Ogni tanto alla fine della giornata pensava a lei, ma era solo un attimo. Lui era stato solo un diversivo, un passatempo. Lui con lei aveva rotto la solitudine, lei invece con lui era evasa dalla routine di un agosto, ormai troppo lontano. Qualche volta pensava che quell’incontro non fosse reale, credeva di averla solo sognata. 

Due parole su Giorgio Gaber…

L’ultimo suo lascito è stato un album registrato in studio “Io non mi sento italiano”: 10 brani scritti con Sandro Luporini, di cui 6 inediti. Gaber era assurto alla fama nazionale grazie alla televisione, ma all’apice della popolarità scelse il palcoscenico, inventando addirittura un nuovo genere: il teatro-canzone. Eppure erano in molti a canticchiare in quegli anni la ballata del Cerruti Gino o lo shampoo. Tra i suoi spettacoli ricordiamo “Dialogo tra un impegnato e un non so”, “Far finta di essere sani”, “Libertà obbligatoria”, “E pensare che c’era il pensiero”.

Eclettico, versatile sapeva cogliere la complessità del mondo circostante in tutte le sue sfaccettature. Gaber sapeva descrivere con felici bozzetti l’Italia senza stilizzazioni. Era un artista così sensibile da carpire elementi e spunti da svariate fonti. In canzoni come “I borghesi” ad esempio è possibile intuire il gioco di assimilazione e innovazione che ha suscitato in lui tale lavoro. Gaber era un uomo di sinistra, ma soprattutto era un libero pensatore lontano dai dogmi e dalla retorica di qualsiasi partito politico. Nella sua celebre canzone “Il tic” aveva raccontato in modo esemplare la mortificazione del lavoro moderno nelle catene di montaggio, che negava qualsiasi tipo di autorealizzazione dell’individuo. Gaber con un testo graffiante e la sua bravura nel fare il mimo metteva in risalto la divisione del lavoro e la parcellizzazione di esso. Lo stesso Marx aveva scritto ne “Il capitale” che il lavoro “diventa lavoro-macchina, l’abilità del singolo diventa sempre più infinitamente limitata e la coscienza degli operai della fabbrica viene degradata fino all’estrema ottusità”. Così scriveva Marx. Naturalmente ai tempi di Marx gli operai lavoravano 16 ore al giorno in condizioni disumane. L’artista deve essere non un discepolo, ma un testimone scomodo della sua epoca. Giorgio Gaber lo è stato con la sua perenne analisi spietata della realtà. E’ stato anche un intellettuale, a cui ha fatto riferimento la sua generazione e non solo. E’ stato tale perché era una delle poche coscienze critiche che vegliavano sulla penisola. E’ riuscito a raccontare i sogni della generazione del ’68, di quel maggio francese, che non ha coniato soltanto slogan come “l’immaginazione al potere”, ma che ha operato un rinnovamento totale della cultura contemporanea, trasfondendo nuovi slanci di vitalità e nuovi ideali. Erano gli anni della denuncia della crisi dei vecchi valori, del sentirsi parte comune; gli anni delle occupazioni nelle università e delle uova lanciate alla prima della Scala.

In una sua canzone “La libertà” Gaber cantava: “la libertà non è star sopra un albero,/ non è neanche il volo di un moscone,/la libertà non è uno spazio libero,/libertà è partecipazione”. E in questo stare insieme, in questo collettivismo i suoi coetanei avevano creduto ciecamente per tutta la giovinezza. Ma se l’erano dimenticato con il sopravvenire della maturità. Ecco perchè recentemente Gaber a conti fatti aveva detto a tutti che la sua generazione aveva perso: gli ideali più nobili, come l’aspirazione all’uguaglianza e la difesa dei diritti dei più deboli, erano stati traditi dal conformismo, dalla pigrizia intellettuale, dall’opportunismo e dal solito machiavellismo all’italiana. In “Qualcuno era comunista” il cantautore scrive: “da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito. Due miserie in un corpo solo”. Ma forse il problema sta a monte. Forse quella generazione aveva perso perché non era riuscita a trovare un giusto equilibrio tra solitudine e partecipazione collettiva. Gaber l’aveva intuito infatti scriveva in “La solitudine”: “La solitudine non è mica una follia,/ è indispensabile per star bene in compagnia”; però allo stesso tempo avvertiva anche che “l’uomo non è fatto per stare solo” e che “il suo bisogno di contatto è naturale,/ come l’istinto della fame”. Forse i giovani di allora avevano creduto utopicamente che il senso di appartenenza potesse bastare, non ritagliando spazi di individualismo, che sono salvifici per il senso critico di ognuno. Ma allora erroneamente si era creduto che i problemi individuali, i propri tarli e le proprie fisime potessero scomparire al cospetto del gruppo. E Gaber infatti canta in “Far finta di essere sani”: “per ora rimando il suicidio/ e faccio un gruppo di studio,/le masse, la lotta di classe, i testi gramsciani,/far finta di essere sani”.

Ancora e di nuovo sulla solitudine…

Pavese scriveva che il problema della vita è come rompere la solitudine,  come comunicare con gli altri. Sempre Pavese scriveva che l’importante era avere una donna a letto e a casa e tutto il resto erano balle. Secondo una celebre frase nessun uomo è un’isola. Per altri invece siamo tutti soli. C’è una problematica collettiva: sulla Terra si sono scordati di Budda, Socrate, Cristo, Maometto. Inoltre è Darwin a fare il mercato. Non c’è giustizia in questo mondo. Infine come scriveva la Wilcox: “Ridi e il mondo riderà con te./ Piangi e piangerai da solo”. È vero che ognuno può sperimentare la morsa della solitudine in vita sua perché la vita è fatta anche di solitudine. Tuttavia qualche goccia di veleno non risulta spesso letale. Solo per pochi la solitudine è intollerabile. Quando succede qualcosa di tragico per troppa solitudine nessuno sembra avere colpa. Invece la società, la politica stessa dovrebbero combatterla. Ma tutto ciò è lettera morta perché il potere divide e governa. Ai potenti tornano comode l’asocialità, l’isolamento di alcuni. I potenti godono quando le persone scomode e anticonformiste sono sole. Chi resiste alla pressione di uniformarsi avrà tra i vari guai anche una solitudine crescente. Ma poco importa se uno viene lasciato solo o sceglie di essere solo. Poco importano i motivi della solitudine. Il sesso è il modo più popolare e più istintivo per rompere la solitudine. Da giovani è quasi un’esigenza, che può sfociare nel ludico. Da maturi è soprattutto un modo per non sentirsi soli. La solitudine è affare che riguarda la soggettività, come direbbero gli psicologi riguarda la percezione soggettiva, anche se talvolta ci sono riscontri oggettivi. La solitudine è uno stato d’animo. Comunque di solito siamo fatti così: quando proviamo troppa solitudine telefoniamo, andiamo al bar, al ristorante,  in centro. Ma talvolta è comunanza, socialità senza un minimo di comunione. A volte basta poco per sentirsi sollevati. Basta una conversazione anche formale. Ci sono persone per cui la solitudine si fa feroce. Sono coloro che soffrono di deprivazione sociale, ovvero di povertà di stimoli sociali. Uno può essere ben disposto nei confronti del prossimo, ma a forza di essere soli ci si disabitua alle regole del gioco sociale, alla convivenza civile. Finisce  così che certi uomini sono costretti a vivere tra “pareti invisibili”, come ne “Il carcere” di Pavese, romanzo che parte dalla condizione esistenziale dell’uomo al confino per poi trattare della solitudine in senso lato. Ognuno dovrebbe scrivere un sos, un messaggio in bottiglia, come nella canzone di Sting.  Il problema è che di solito non li scriviamo gli sos né leggiamo quelli altrui. A questo mondo la solitudine è bandita. È considerata un falso problema. Invece esiste. Ci sono persone più o meno sole e ci sono persone più o meno resistenti nel sopportarla. Si può essere soli per i motivi più disparati. Talvolta ad altri problemi si somma anche la solitudine. Altre volte la solitudine è l’origine di altri problemi. La solitudine è un problema sottovalutato perché troppi artisti hanno cantato la solitudine,  assumendo una posa. La solitudine spesso era una questione borghese prevalentemente e spesso gli artisti trattavano questo tema non parlando di problematiche sociali ed economiche importanti. È però vero che ognuno dovrebbe parlare di ciò che conosce meglio e probabilmente molti artisti conoscevano a menadito la solitudine. Però chi voleva fare la rivoluzione combatteva non solo i controrivoluzionari ma anche i valori piccoloborgesi incarnati da essi. Chi era solo lo era perché asociale e solitario, perché non prendeva parte alla lotta, perché non era un compagno e perciò meritava la solitudine e con lui c’era poco o niente da spartire. Questa era la prassi. Succede che alla solitudine ci si abitua e si ha paura del cambiamento. Ci sono persone che accettano una solitudine eroica pur di andare avanti per la loro strada, come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Una domanda che mi faccio spesso è, realisticamente parlando, quali e quanti compromessi bisogna accettare per non rimanere soli. Per esempio io preferisco starmene in disparte. Accade che se qualche persona nuova mi invita a uscire quasi sempre declino l’invito. Ho il timore di essere inadeguato, di deludere, di avere motivi di attrito, di non essere compreso o di non comprendere. Due sono le questioni cruciali della solitudine: quanta se ne può sopportare? Come e con chi romperla? Queste domande sono universali, ma le risposte hanno solo validità individuale. Spesso si va per tentativi ed errori. Le regole in questo senso sono ignote. Così talvolta per non sbagliare rimandiamo a data da destinare. Eppure stamani ho preso un caffè e sulla bustina di zucchero c’era una frase di Wayne Dyer, che dice: “Quello che hai da fare fallo adesso. Il futuro non è promesso a nessuno”. Diamo quasi per scontato la buona salute, l’autonomia fisica, una condizione economica non disagiata. Eppure tutto potrebbe finire da un momento all’altro. Alcuni poeti, addirittura troppo sfiduciati nei confronti dei contemporanei, affidano le loro parole ai posteri. Scrivono così le loro lettere al mondo, sperando che se non li comprende il mondo attuale li comprenda quello futuro. Come Emily Dickinson,  che scriveva questi versi immortali: 

“Questa è la mia lettera al mondo

che non ha mai scritto a me –

le semplici notizie dalla natura dette –

con tenera maestà

Il suo messaggio è affidato

a mani per me invisibili –

per amore suo – dolci compatrioti –

teneramente giudicate – me”

Brevissimo pensiero sulla vita…

Secondo gli spiritualisti bisognerebbe vivere soprattutto di vita interiore, seguendo valori e obblighi morali. Ma di spiritualisti ne sono rimasti pochi. In realtà come scriveva Nietzsche Dio è morto, sono finiti i valori e la fede nella ragione umana. Il nichilismo sempre secondo il filosofo tedesco è diventato perciò lo stato psicologico perenne e incessante dell’uomo moderno occidentale. Perfino l’arte oltre alla religione è stata svalutata in nome della scienza. Il positivismo ha fallito con la fiducia smisurata nel fatto in sé e nella concezione unitaria del sapere. Il neopositivismo pure. È rimasto uno scientismo totalizzante. Però a onor del vero la società attuale è il culmine del materialismo e della frivolezza. I simbolisti deprecavano l’avvento dei nuovi barbari e proponevano l’artista come aristocratico. Ma tutto ciò a distanza di secoli è carta straccia. Cosa è rimasto all’uomo di massa da tempo immemorabile? Un disagio esistenziale, una angoscia simile a quella che già Baudelaire chiamava spleen. Domina incontrastata l’economia. Tutto è prodotto interno lordo. In realtà bisognerebbe essere felici di essere qui e ora, essere felici di esistere. Ma è molto difficile non avere aspettative.  Siamo esseri desideranti.  Dovremmo desiderare di non desiderare, ma se un giorno raggiungessimo la pace dei sensi rimpiangeremmo innanzitutto il desiderio. Non sappiamo ancora vivere senza Dio nonostante sia morto. L’avvento dell’oltreuomo non è ancora compiuto. E questa terra, questo mondo non hanno quindi ancora alcun senso. La nostra è un’epoca di transizione. Il nuovo deve ancora sostituire il vecchio nel cuore e nella mente degli uomini. La vita, appena rialziamo la testa, ci presenta subito il conto e ci assesta un nuovo colpo basso. Rileggevo Saba e definisce a un certo punto la vita come “un sorso amaro”. Qualcosa che dura pochissimo, appunto un sorso e per giunta amaro.  Alcuni sostengono che bisogna saper distinguere tra ciò che passa e ciò che resta. Ma che cosa resta? Noi dobbiamo fingere che qualcosa resti. Questa è la più suprema delle illusioni per cui vivere. Un’altra illusione è che ne valga la pena di fare quel che stiamo facendo. E se invece fosse tutto vano, tutto inutile?  Mi viene sempre in soccorso Saba, secondo cui il pensiero della morte aiuta a vivere. Ma ancora una volta sarà vero? Cosa siamo infine? Per Pirandello siamo uno, nessuno, centomila. Lo psicologo Kanizsa lo dimostrò scientificamente, proponendo a dei soggetti, dopo averli sottoposti a un test proiettivo fasullo, la descrizione dei loro tratti di personalità.  Li sottopose due volte a questo test farlocco e propose due descrizioni totalmente opposte. I soggetti dissero entrambe le volte che le descrizioni corrispondevano totalmente alla loro personalità.  Tutto ciò è paradossale. Siamo fatti di moltissime contraddizioni. Io sono qui, sono costretto ad ammazzare il tempo e vivere di ricordi. Io stesso sono immalinconito, intrististito, imbastardito dalla solitudine e dalla mancanza di stimoli sociali. A modo mio sono emarginato dalla vita, provo un sentimento di esclusione e di autoesclusione dalla vita. A volte mi chiedo a quanta solitudine devo arrivare? Un tempo ascoltavo la canzone Michel di Claudio Lolli, storia della fine di un’amicizia. Mi immedesimavo in Lolli trenta anni fa. Adesso ho scoperto che sono io Michel. Lolli intervistato disse che Michel aveva fatto una brutta fine: era solo, senza una donna, avvinazzato, in un paese morto della provincia francese, proprietario di una piccola officina. Almeno lui aveva un mestiere in mano e la libertà di ubriacarsi! Io nemmeno quelle! A ogni modo continuo a tirare avanti. Essendo fuori da ogni giro e da ogni gioco di potere ho anche il privilegio di una maggiore libertà interiore. Della vita non sono ancora sazio. Ho ancora molta voglia di vivere, nonostante alcune limitazioni di questa mia realtà.  Non è con il nozionismo, con la concettualizzazione, nemmeno con lo spirito critico che si tira avanti. In certi casi è bene non pensare. Vivere e pensare è troppo. Bisogna pensare di vivere più che vivere per pensare. L’intelletto, i libri sono di troppo. A volte sono ingombranti. Non ha formule l’esistenza. Mallarmè scriveva che aveva letto molti libri, ma che la carne continuava a essere debole. Perfino l’eros non ha logica. La stessa vita è irrazionale. Oppure ha leggi arcane, inarrivabili per noi. Nonostante questo cerco ancora di capire e cogliere i nessi. Ci vuole ironia, autoironia, leggerezza. La profondità serve per capire sé stessi, gli altri, le cose, il mondo. Ma per affrontare la vita ci vuole un minimo di leggerezza per non finire schiacciati dalla vita stessa. Si rimane comunque feriti, nel migliore dei casi offesi dalla vita. Ma mai lasciarsi sopraffare dalla sfortuna, dall’arlia! Talvolta fatichiamo a riprenderci. Di solito le stesse novità sono cattive notizie o cattive cose. Sempre Saba scriveva del peso della vita, sperando naturalmente che non si faccia insostenibile. 

Un pensiero brevissimo sulla scuola…

La scuola è uno dei migliori agenti di socializzazione oltre che la più grande istituzione culturale. In teoria dovrebbe dare possibilità di uguaglianza o almeno uguaglianza di possibilità.  Molto spesso i genitori chiedono troppo alla scuola. Troppo spesso le risorse sono scarse e gli insegnanti sono lasciati a sé stessi. Ogni insegnante avrebbe molti doveri purtroppo. Dovrebbe avere senso di responsabilità e cercare di non commettere errori sulla pelle altrui. Talvolta basta un giudizio negativo espresso in modo indelicato per affossare un ragazzo. Basta poco per demorallizarlo. Un insegnante dovrebbe spiegare bene e vedere se hanno appreso bene i suoi alunni. Ma non è tutto colpa o merito degli insegnanti, che come dice un proverbio possono portare alla fonte un cammello ma non possono costringerlo a bere. A un certo punto possono motivare, ma è all’allievo che spetta di studiare, di apprendere. Sono vari gli approcci disciplinari, le scuole di pensiero. La scuola dovrebbe favorire lo sviluppo cognitivo, accrescere la cultura, far diventare dei buoni lavoratori e dei buoni cittadini di domani. In verità manca molto alla scuola italiana: non c’è educazione civica né educazione sessuale. Per insegnare bene gli insegnanti per dirla alla Bateson dovrebbero utilizzare rigore e immaginazione. La scuola prima di tutto dovrebbe insegnare e a pensare, dovrebbe insegnare a imparare a imparare, dovrebbe fornire “visioni molteplici del mondo” (sempre Bateson), dovrebbe insegnare a scegliere, dovrebbe insegnare ad autocorreggersi. In realtà spesso tutto ciò è lettera morta. Agli insegnanti viene chiesto molto, anzi troppo. Succede così che qualsiasi cosa facciano sbaglino. Ma nonostante ci siano molte metodologie e mille manuali ogni studente ha il suo modo di apprendere e di approcciare la realtà,  ognuno è fatto a modo suo, ogni allievo è una storia a sé. Ogni studente, sempre per dirla alla Bateson, ha una sua particolare epistemologia. I problemi della scuola sono infiniti. Manca la carta igienica nei bagni. Gli edifici scolastici sono fatiscenti e crollano. Lo Stato spende poco per l’istruzione e il risultato tangibile è un’alta percentuale di abbandono scolastico. Ogni insegnante teoricamente dovrebbe porsi in ascolto dei suoi studenti, dovrebbe esercitare empatia. I peggiori insegnanti invece sono quelli che riversano le loro frustrazioni sugli allievi, si dimostrano svogliati e frustrati, non hanno un minimo di sensibilità,  sono disinteressati a tutto e tutti, pensano solo a riscuotere lo stipendio. Se come cantava Baglioni ci sono ragazzi che vanno in classe come se dovessero andare dal dentista, altrettanto succede agli insegnanti. Ma il peggior danno in assoluto è quello dell’insegnante che abusa del suo potere e esprime giudizi di valore assoluto sulle capacità vere o presunte dei suoi allievi. Alcuni di loro dicono che sono legittimati a esprimere tali valutazioni su capacità e limiti cognitivi perché hanno molta esperienza in materia. In realtà un adolescente può anche non impegnarsi erroneamente essere giudicato incapace oppure vivere una crisi. In realtà ogni ambito di esperienza è sempre limitato per sentirsi depositari assoluti della verità. Ogni insegnante dovrebbe perciò essere possibilista e aperto al dubbio. Nelle scuole ci vorrebbe lo psicologo non solo per l’orientamento scolastico, ma anche per venire incontro ai problemi dei giovani in crisalide. Infine la scuola non dovrebbe essere solo trasmissione culturale ma dovrebbe trasmettere passione. Troppe cose! Sarebbe troppo bello se accadesse, ma come dicevano un tempo: troppa grazia Sant’Antonio!!!

Un pensiero sulla poesia in una giornata al mare…

Si fa presto a dire e scrivere poesia. Invece oggi, almeno in Italia, è terribilmente difficile. Se Woodstock attrasse 500000 giovani vicino a New York, nonostante giorni di pioggia torrenziale, Castelporziano fu una sconfitta inequivocabile. La stessa differenza che intercorre tra un capolavoro come Don Chisciotte e la pur simpatica armata Brancaleone. Sempre continuando le analogie con il cinema, sperando che non risultino delle forzature eccessive, a volte la poesia italiana mi sembra una partita a tennis senza pallina come in Blow-up di Antonioni (e la situazione mi appare peggiorata da quando Frost sosteneva che scrivere versi liberi è come giocare a tennis senza rete), altre volte mi sembra che i poeti siano come i protagonisti dell’Avventura, sempre di Antonioni, che dovrebbero ricercare la poesia scomparsa e invece nell’indagine si accorgono di essere interessati a ben altro. Continuando con il tennis, a  volte i poeti mi sembrano trovarsi in una terra di nessuno e come certi tennisti si trovano a metà campo, si fanno prendere alla sprovvista dai passanti dell’avversario che mette loro la pallina tra i piedi, mentre altre volte gli stessi poeti si trovano troppo vicini alla rete e allora ha gioco facile l’avversario/il pragmatico/l’uomo comune della strada/ la stessa realtà a fare loro il pallonetto e fare il punto decisivo. Talvolta i poeti mi sembrano inadeguati. Altre volte mi sembra che la realtà sia spietata, assassina nei confronti della poesia, come in Easy rider, dove i ribelli fanno una brutta fine. L’Italia è nel migliore dei casi inospitale per chi voglia fare poesia, nel peggiore è addirittura repressivo, limitante, castrante, per non usare il termine abusato concentrazionario, dato che sarebbe fuori luogo parlare di campi di concentramento. Insomma diciamocelo in tutta onestà: non è un Paese per poeti, indipendentemente dai detti e da una grande tradizione culturale che abbiamo alle spalle. Diciamocelo ulteriormente: questa realtà non è poetica. C’è crisi economica, tutta una serie di problemi annessi e connessi,  la guerra, una pandemia che non vede fine. Eppure allo stesso tempo la realtà contiene in sé ancora un nucleo indissolubile di poesia. Basta saperla scorgere. Basta un’alba,  un tramonto, un amore sbocciato, anche un semplice gioco di sguardi. Sono a Marina di Cecina con un amico di infanzia. Passeggiamo sul lungomare. Guardiamo i bagni. Osserviamo tutta la gente nella spiaggia libera. Guardiamo una casa con 3 vani e 5 posti letto in affitto e parliamo di questo. Ci facciamo delle foto in riva al mare. Prendiamo un caffè. Abbiamo fatto discorsi seri, abbiamo parlato di noi stessi, ma ci troviamo bene anche a stare quarti d’ora in silenzio.   Nel vocio indistinto c’è poesia. Nei riflessi di sole c’è poesia. In un turista che non sa dove andare e mi chiede informazioni c’è poesia. Ripensare alle mie estati d’infanzia passate proprio a Marina di Cecina e rimembrare c’è poesia. La poesia è eterna perché fa parte dell’essere umano. È connaturata all’essere umano. La poesia per dirla con le parole del sociologo Alberoni è uno stato nascente, come minimo tra l’autore e il lettore. Il problema comunque non è tanto che non ci sono persone pronte a riconoscere in sé stessi la poesia oppure nel mondo. Il problema di base è la mancanza di volontà di rispecchiarsi nei poeti italiani viventi. Tutto al più le persone assaporano le loro liriche in blog letrerari o riviste online. Ma di solito non avviene il fatidico passo di comprare il libro. Forse una delle questioni è che la comunità poetica è piccola e solo chi vi appartiene compra libri di poeti italiani viventi. Non si tratta di legittimazione culturale, di cui alcuni poeti godono, ma di legittimazione mediatica. Di poesia contemporanea ne parlano pochissimo i mass media. Sui giornali come Repubblica hanno chiuso le rubriche di poesia. Hanno poco successo. Non hanno riscontro di pubblico. Di conseguenza l’ego smisurato di diversi poeti diventa frustrazione assoluta, fallimento. Essere poeta è quasi un contentino. Assume per i più pratici quasi un significato spregiativo.  Un tempo era vanto e orgoglio essere considerati tali. Chi lo fa fare di metterci la faccia? Come cantava Ron “alle ragazze non chiedere niente se il tuo nome non è sui giornali o si fa dimenticare”. A essere poeti non si guadagna nulla, anzi si spende, nella maggioranza dei casi. Ma nonostante questo qualcuno continua a essere poeta, pur essendoci molti contro e pochi pro. Nonostante tutto c’è chi scrive ancora per amore della poesia. Io mi prometto che non scriverò più poesia, nonostante ogni tanto mi si presenta una disposizione d’animo favorevole. E continuo a guardare una bella ragazza in due pezzi che prende il sole e mi perdo poi nel mare e nel luccichio dei raggi di sole, che si incontrano con le onde. Sono al mare e sono quasi felice a prendermi questo vento, a godermi questo istante. Mi prometto che non si può scrivere poesia a 50 anni ormai, così come mi riprometto sempre di non innamorarmi. Ma siamo umani e potrei anche finire per ricascarci. Nessuno è perfetto, come in una celebre battuta di un film che ha fatto epoca.