Un pensiero sulla poesia in una giornata al mare…

Si fa presto a dire e scrivere poesia. Invece oggi, almeno in Italia, è terribilmente difficile. Se Woodstock attrasse 500000 giovani vicino a New York, nonostante giorni di pioggia torrenziale, Castelporziano fu una sconfitta inequivocabile. La stessa differenza che intercorre tra un capolavoro come Don Chisciotte e la pur simpatica armata Brancaleone. Sempre continuando le analogie con il cinema, sperando che non risultino delle forzature eccessive, a volte la poesia italiana mi sembra una partita a tennis senza pallina come in Blow-up di Antonioni (e la situazione mi appare peggiorata da quando Frost sosteneva che scrivere versi liberi è come giocare a tennis senza rete), altre volte mi sembra che i poeti siano come i protagonisti dell’Avventura, sempre di Antonioni, che dovrebbero ricercare la poesia scomparsa e invece nell’indagine si accorgono di essere interessati a ben altro. Continuando con il tennis, a  volte i poeti mi sembrano trovarsi in una terra di nessuno e come certi tennisti si trovano a metà campo, si fanno prendere alla sprovvista dai passanti dell’avversario che mette loro la pallina tra i piedi, mentre altre volte gli stessi poeti si trovano troppo vicini alla rete e allora ha gioco facile l’avversario/il pragmatico/l’uomo comune della strada/ la stessa realtà a fare loro il pallonetto e fare il punto decisivo. Talvolta i poeti mi sembrano inadeguati. Altre volte mi sembra che la realtà sia spietata, assassina nei confronti della poesia, come in Easy rider, dove i ribelli fanno una brutta fine. L’Italia è nel migliore dei casi inospitale per chi voglia fare poesia, nel peggiore è addirittura repressivo, limitante, castrante, per non usare il termine abusato concentrazionario, dato che sarebbe fuori luogo parlare di campi di concentramento. Insomma diciamocelo in tutta onestà: non è un Paese per poeti, indipendentemente dai detti e da una grande tradizione culturale che abbiamo alle spalle. Diciamocelo ulteriormente: questa realtà non è poetica. C’è crisi economica, tutta una serie di problemi annessi e connessi,  la guerra, una pandemia che non vede fine. Eppure allo stesso tempo la realtà contiene in sé ancora un nucleo indissolubile di poesia. Basta saperla scorgere. Basta un’alba,  un tramonto, un amore sbocciato, anche un semplice gioco di sguardi. Sono a Marina di Cecina con un amico di infanzia. Passeggiamo sul lungomare. Guardiamo i bagni. Osserviamo tutta la gente nella spiaggia libera. Guardiamo una casa con 3 vani e 5 posti letto in affitto e parliamo di questo. Ci facciamo delle foto in riva al mare. Prendiamo un caffè. Abbiamo fatto discorsi seri, abbiamo parlato di noi stessi, ma ci troviamo bene anche a stare quarti d’ora in silenzio.   Nel vocio indistinto c’è poesia. Nei riflessi di sole c’è poesia. In un turista che non sa dove andare e mi chiede informazioni c’è poesia. Ripensare alle mie estati d’infanzia passate proprio a Marina di Cecina e rimembrare c’è poesia. La poesia è eterna perché fa parte dell’essere umano. È connaturata all’essere umano. La poesia per dirla con le parole del sociologo Alberoni è uno stato nascente, come minimo tra l’autore e il lettore. Il problema comunque non è tanto che non ci sono persone pronte a riconoscere in sé stessi la poesia oppure nel mondo. Il problema di base è la mancanza di volontà di rispecchiarsi nei poeti italiani viventi. Tutto al più le persone assaporano le loro liriche in blog letrerari o riviste online. Ma di solito non avviene il fatidico passo di comprare il libro. Forse una delle questioni è che la comunità poetica è piccola e solo chi vi appartiene compra libri di poeti italiani viventi. Non si tratta di legittimazione culturale, di cui alcuni poeti godono, ma di legittimazione mediatica. Di poesia contemporanea ne parlano pochissimo i mass media. Sui giornali come Repubblica hanno chiuso le rubriche di poesia. Hanno poco successo. Non hanno riscontro di pubblico. Di conseguenza l’ego smisurato di diversi poeti diventa frustrazione assoluta, fallimento. Essere poeta è quasi un contentino. Assume per i più pratici quasi un significato spregiativo.  Un tempo era vanto e orgoglio essere considerati tali. Chi lo fa fare di metterci la faccia? Come cantava Ron “alle ragazze non chiedere niente se il tuo nome non è sui giornali o si fa dimenticare”. A essere poeti non si guadagna nulla, anzi si spende, nella maggioranza dei casi. Ma nonostante questo qualcuno continua a essere poeta, pur essendoci molti contro e pochi pro. Nonostante tutto c’è chi scrive ancora per amore della poesia. Io mi prometto che non scriverò più poesia, nonostante ogni tanto mi si presenta una disposizione d’animo favorevole. E continuo a guardare una bella ragazza in due pezzi che prende il sole e mi perdo poi nel mare e nel luccichio dei raggi di sole, che si incontrano con le onde. Sono al mare e sono quasi felice a prendermi questo vento, a godermi questo istante. Mi prometto che non si può scrivere poesia a 50 anni ormai, così come mi riprometto sempre di non innamorarmi. Ma siamo umani e potrei anche finire per ricascarci. Nessuno è perfetto, come in una celebre battuta di un film che ha fatto epoca.

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