Due parole su Giorgio Gaber…

L’ultimo suo lascito è stato un album registrato in studio “Io non mi sento italiano”: 10 brani scritti con Sandro Luporini, di cui 6 inediti. Gaber era assurto alla fama nazionale grazie alla televisione, ma all’apice della popolarità scelse il palcoscenico, inventando addirittura un nuovo genere: il teatro-canzone. Eppure erano in molti a canticchiare in quegli anni la ballata del Cerruti Gino o lo shampoo. Tra i suoi spettacoli ricordiamo “Dialogo tra un impegnato e un non so”, “Far finta di essere sani”, “Libertà obbligatoria”, “E pensare che c’era il pensiero”.

Eclettico, versatile sapeva cogliere la complessità del mondo circostante in tutte le sue sfaccettature. Gaber sapeva descrivere con felici bozzetti l’Italia senza stilizzazioni. Era un artista così sensibile da carpire elementi e spunti da svariate fonti. In canzoni come “I borghesi” ad esempio è possibile intuire il gioco di assimilazione e innovazione che ha suscitato in lui tale lavoro. Gaber era un uomo di sinistra, ma soprattutto era un libero pensatore lontano dai dogmi e dalla retorica di qualsiasi partito politico. Nella sua celebre canzone “Il tic” aveva raccontato in modo esemplare la mortificazione del lavoro moderno nelle catene di montaggio, che negava qualsiasi tipo di autorealizzazione dell’individuo. Gaber con un testo graffiante e la sua bravura nel fare il mimo metteva in risalto la divisione del lavoro e la parcellizzazione di esso. Lo stesso Marx aveva scritto ne “Il capitale” che il lavoro “diventa lavoro-macchina, l’abilità del singolo diventa sempre più infinitamente limitata e la coscienza degli operai della fabbrica viene degradata fino all’estrema ottusità”. Così scriveva Marx. Naturalmente ai tempi di Marx gli operai lavoravano 16 ore al giorno in condizioni disumane. L’artista deve essere non un discepolo, ma un testimone scomodo della sua epoca. Giorgio Gaber lo è stato con la sua perenne analisi spietata della realtà. E’ stato anche un intellettuale, a cui ha fatto riferimento la sua generazione e non solo. E’ stato tale perché era una delle poche coscienze critiche che vegliavano sulla penisola. E’ riuscito a raccontare i sogni della generazione del ’68, di quel maggio francese, che non ha coniato soltanto slogan come “l’immaginazione al potere”, ma che ha operato un rinnovamento totale della cultura contemporanea, trasfondendo nuovi slanci di vitalità e nuovi ideali. Erano gli anni della denuncia della crisi dei vecchi valori, del sentirsi parte comune; gli anni delle occupazioni nelle università e delle uova lanciate alla prima della Scala.

In una sua canzone “La libertà” Gaber cantava: “la libertà non è star sopra un albero,/ non è neanche il volo di un moscone,/la libertà non è uno spazio libero,/libertà è partecipazione”. E in questo stare insieme, in questo collettivismo i suoi coetanei avevano creduto ciecamente per tutta la giovinezza. Ma se l’erano dimenticato con il sopravvenire della maturità. Ecco perchè recentemente Gaber a conti fatti aveva detto a tutti che la sua generazione aveva perso: gli ideali più nobili, come l’aspirazione all’uguaglianza e la difesa dei diritti dei più deboli, erano stati traditi dal conformismo, dalla pigrizia intellettuale, dall’opportunismo e dal solito machiavellismo all’italiana. In “Qualcuno era comunista” il cantautore scrive: “da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito. Due miserie in un corpo solo”. Ma forse il problema sta a monte. Forse quella generazione aveva perso perché non era riuscita a trovare un giusto equilibrio tra solitudine e partecipazione collettiva. Gaber l’aveva intuito infatti scriveva in “La solitudine”: “La solitudine non è mica una follia,/ è indispensabile per star bene in compagnia”; però allo stesso tempo avvertiva anche che “l’uomo non è fatto per stare solo” e che “il suo bisogno di contatto è naturale,/ come l’istinto della fame”. Forse i giovani di allora avevano creduto utopicamente che il senso di appartenenza potesse bastare, non ritagliando spazi di individualismo, che sono salvifici per il senso critico di ognuno. Ma allora erroneamente si era creduto che i problemi individuali, i propri tarli e le proprie fisime potessero scomparire al cospetto del gruppo. E Gaber infatti canta in “Far finta di essere sani”: “per ora rimando il suicidio/ e faccio un gruppo di studio,/le masse, la lotta di classe, i testi gramsciani,/far finta di essere sani”.

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