Pier Carlo Lava: Un percorso tra commercio, marketing e passione per la comunicazione
Dal settore commerciale e marketing al mondo della consulenza e del blogging
La mia carriera lavorativa si è sviluppata nel settore commerciale e marketing, un ambiente dinamico e stimolante, capace di offrire sfide quotidiane e opportunità di crescita continua. Questo mondo mi ha affascinato sin dall’inizio, non solo per la sua natura in continua evoluzione, ma anche per il forte impatto che ha avuto sulla mia crescita professionale e personale.
Lavorare in questo settore significa non conoscere la routine: ogni giorno è una nuova sfida, ogni momento richiede adattabilità, intuizione e competenza. Il commercio e il marketing si fondano su un mix di organizzazione, metodo, psicologia, dialettica, creatività e improvvisazione, tutti elementi che distinguono i professionisti più abili sia nelle vendite che nelle strategie di comunicazione e branding.
Spesso, guardando indietro, ci si chiede se si rifarebbero le stesse scelte. Molti, potendo tornare indietro, sceglierebbero strade diverse. Personalmente, non cambierei quasi nulla del mio percorso: rifarei la stessa scelta con la consapevolezza che, per natura delle cose, ogni esperienza vissuta sarebbe comunque unica e irripetibile.
Se c’è una cosa che forse modificherei, è il tempo dedicato alla famiglia. Con il senno di poi, avrei voluto concedere più spazio agli affetti, bilanciando meglio le esigenze professionali con quelle personali. Il lavoro mi ha dato molto, ma è altrettanto importante riconoscere il valore del tempo condiviso con chi ci è più caro.
Oggi, con l’esperienza maturata, continuo a coltivare la mia passione per la comunicazione e l’informazione attraverso il mio ruolo di blogger e consulente, contribuendo con analisi, riflessioni e contenuti su Alessandria Today e altri progetti editoriali. Perché, in fondo, il sapere e l’esperienza acquistano valore solo quando vengono condivisi.
Non voglio svelare molto di questo libro estremamente intrigante, scritto benissimo.
Un treno, un racconto pubblicato su Le Monde, un esperimento dove l’erotismo gioca un gran ruolo. Una seduzione (non voglio spoilerare) che prenderà diverse strade.
Io amo il mare. Il mare che mi fu rapito da fanciullo. Allora capita che mi metta a sognare come sarebbe stata la mia vita con lui al mio fianco. Immagino che raramente sarebbe stato sempre lo stesso.
Esso è in continuo movimento come il mio animo, come i miei pensieri. Sarei somigliato a lui: mai quello del giorno prima e mai come quello di domani. Immagino che nelle giornate di vento, il mare mi avrebbe portato il calore di terre lontane.
E come in immensi campi, le onde avrebbero tracciato polverose strade fatte di schiuma. Le barche le immagino come solitarie e sperdute cattedrali, dove ognuna per suo conto, vagava in cerca di un porto sicuro. Le nubi e il vento avrebbero alternato, come artisti del colore l’illusione, che il mondo cambia, pur restando sempre lo stesso. Immagino che ci sarebbero stati continui alternarsi di umori, di caldo, di freddo, di quiete, di calma, di tempeste, così com’è il mio spirito, in continuo movimento. Io amo il mare, il mare che mi fu rapito da fanciullo.
Ancora un’ altra piacevole scoperta dalla mia biblioteca cartacea, un po’ trascurata di questi tempi, dove mi capita talvolta di trovare qualche libro che non avevo ancora letto; ed ecco qua I sette quadranti, libro un po’ atipico nella produzione della Christie. Infatti non si tratta del classico giallo ma di una spy story, anche se non mancano neppure un paio di morti.
Anche qua non è presente nessuno dei classici investigatori nati dalla penna della nostra scrittrice ma troviamo a condurre le indagini una giovane donna a cui non manca l’iniziativa, Eileen Brent, che si fa coinvolgere in un intrigo misterioso in cui compare una associazione segreta denominata I sette quadranti.
In un ambiente aristocratico molto britannico, che si muove tra la residenza di campagna di Chimneyes e Londra, sfilano davanti ai nostri occhi vari personaggi- giovani uomini, donne misteriose, ragazze indipendenti ed amanti del rischio, uomini più maturi, compreso un ispettore di Scotland Yard del tutto particolare – e non mancano i colpi di scena sino al chiarirsi del mistero che arriva proprio nel finale del libro, sorprendendo il lettore, anche se, ripensandoci, la Christie ha effettivamente disseminato qua e là un bel po’ di indizi, che comunque non è facilissimo cogliere, almeno secondo la mia opinione.
Pur non essendo questo romanzo uno dei migliori della Christie, è tuttavia un libro godibile, scritto con il solito stile classico ed elegante di questa scrittrice.
Una delle cose che amo di più è vagabondare tra gli scaffali delle librerie, e qui spesso incontro libri che diversamente non avrei avuto modo di conoscere.
E quasi sempre sono incontri belli, come è stato per questo libro, di un’autrice che non conoscevo.
Ambientato in un piccolo paese della Sicilia, è una storia d’amore, anzi di amori, sarebbe più preciso dire.
Tutto qui, direte voi. Ancora l’amore, per l’ennesima volta, già narrato con molteplici abiti di sempre diversi…
E no, invece, questa è una gran bella storia, che davvero val la pena di leggere, e che non si dimentica.
Amore per le proprie radici, per la propria terra, in questo caso la Sicilia, terra di sole e di mare, ma anche di di crimine e dolore, amore per le donne, che pur lungamente vessate da una cultura maschilista, sono parte integrante della vita degli uomini.
E sono forti e coraggiose le donne di questo romanzo.
Agata , che gestisce un tabacchino, bella e intangibile, con un amore che la vedovanza lascia inalterato, Lisabetta, l’erborista un po’ maga che cura il corpo e l’anima della gente, Lucia, che dalla solitudine di una vita si difende come può ,e la Saracina, una splendida tenuta che sarà un po’ al centro di tutta la narrazione.
Personaggi maschili molti, legati nel bene e nel male a queste donne, ma di questi non vi parlerò, dovrete scoprirli voi.
Una narrazione stilisticamente perfetta, con note dialettali che rimandano alla più pura tradizione letteraria siciliana, che fa capo al Verga e, in tempi più recenti a Camilleri, piacevole, musicale, volta alla composizione di una trama che confluisce in un’utopia vestita da sogno, un sogno bello , per un’avvenire migliore, che ha tutte le speranze e le possibilità di potersi avverare.
Bravissima questa scrittrice, sicuramente una delle migliori penne contemporanee.
Sicuramente un libro da non perdere, ma anche da conservare gelosamente per poterlo poi, rileggere.
Un segreto nascosto per anni, custodito, blindato dal resto del mondo. Tra i ricordi legati alla mia infanzia uno in particolare, irreale sotto alcuni aspetti, è un’esperienza di vita che mi è stata cara ed è ancora lì, nel mio cuore. È un ricordo singolare: basta un nonnulla per riattivare la memoria, perché noi siamo i ricordi e per questo ho cura di loro.
Un giorno qualunque, come di consueto, mi allontanai da casa per avviarmi in prossimità del bosco che era circondato da alte montagne: un posto che inseguito divenne il mio habitat. Una volta arrivata non persi tempo a iniziare il mio gioco preferito, quello di imitare il canto degli uccelli che a loro volta si mostravano lusingati per il mio tentativo di aprirmi a una relazione con l’ambiente circostante. Insieme a loro, in un’armonia festosa, avvertivo una suggestione. Un incanto alimentava quello strano concerto, quando a un tratto il silenzio fece da padrone. Udii un ritornello, cantato da una voce di donna, innalzarsi sopra di noi: una melodia che arrivava dalla collina. Incuriosita, m’inoltrai in direzione della voce, così acuta da zittire tutti gli animali abitanti della selva. La cantante era vestita con noncuranza, trasandata, disordinata, con un cappellino in testa, messo all’indietro come per dire: «È così!»
Quando ebbi il piacere d’incontrarla, lei generosamente mi sorrise, protese la sua mano e, presentandosi, mi disse il suo nome: «Marta».
Da quel giorno m’insegnò la sua musica, capace di trasportarmi in un mondo fantastico che, ancora, non ho capito cosa fosse di preciso. Il nostro canto sincronizzato, all’unisono, s’innalzava fino a toccare il cielo.
A Marta piaceva perdersi nei suoi monologhi, con il suo modo di parlare, gesticolando. Immaginava di scambiare parole con persone, oppure vedeva personaggi fantasiosi che, pontile si affacciavano nella testa. Quando Marta camminava in paese, i bambini, in compagnia degli adulti, la prendevano in giro e si divertivano schernendola.
Nell’osservarli, soffrivo molto, anche perché inevitabilmente al suo passaggio si sussurravano credenze erronee o cupe fantasie. Marta, incurante, per tutta risposta li guardava e passava. Devo confessare che, in sua compagnia, mi sentivo una principessa e lei diventava la mia regina, e come per magia la sua voce, mentre bevevo ogni sua parola, mi dava la sensazione di assaporare uno squisito gelato. Assaporavo tutto quello che lei diceva.
Estasiata, non volevo perdermi nulla.
Il tempo scorreva, come sempre, e al tramonto ci salutavamo per rientrare nelle nostre rispettive dimore.
Ricordo che, una sera, mia madre a tavola, in presenza della famiglia, mi riprese con queste testuali parole: “Tu con quella pazza non devi avere nulla a che fare, capisti!»
Annuii con la testa osservando mio fratello, di fronte soddisfatto, mentre mi faceva la linguaccia, contento per il rimprovero. Con mio dispiacere, anche gli altri presenti si unirono a dare ragione alla mamma. Solo mio padre prese le mie difese: «Lasciala stare! Non fanno niente di male, cantano e basta! Cosa vuoi che sia un canto? Male non fa! “Mia madre non si diede per vinta e disse: «Tutto il paese considera Marta strana per non dire pazza… Non vorrai che su tua figlia cada la stessa insinuazione?!»
Papà si alzò di scatto con voce autorevole, per farsi sentire anche dai sordi: “Hai detto bene: insinuazioni! Questi sono solo pettegolezzi di persone che sono sempre lì a giudicare il prossimo! Noi dobbiamo essere lontani da questo bisbiglio continuo: un sussurrare che non ci appartiene. Eva non commette alcun errore a frequentarla. Le ho osservate nel bosco e non hanno fatto altro che cantare e ridere; questo non mi sembra affatto strano! Non voglio più sentirti riprendere la bambina per queste stupidaggini. Lasciala libera, non è scema!» Detto questo si ritirò nella sua camera, non prima di avermi strizzato l’occhio in segno di approvazione.
Mamma rimase a bocca aperta, non fece nessun commento all’omelia del marito e, nel guardarmi, alzò le spalle come per dire: veditela tu!
Da quel giorno spesso andai a trovare Marta nel bosco. Il silenzio mi aiutava a carpire la sua presenza. La seduzione del posto dove ci s’incontrava si sentiva a pelle e, nonostante la mia tenera età, captavo quell’attrattiva ogni volta che mi trovavo in sua compagnia. Marta, una donna con mille risorse, grazie alla sua ricchezza interiore affascinava tutti quelli che riuscivano a conoscerla per davvero. Non a caso si avvicinò a lei, prima come amico e poi come marito, un giovane del posto molto sensibile, e Marta non rifiutò le sue attenzioni. Un giovane geologo che, appieno titolo, conquistò il cuore di Marta, fino a farla diventare sua sposa e madre dei suoi figli.
Tutto il paese fu incuriosito dall’evento del matrimonio di Marta.
In chiesa accorsero numerosi per guardare la sposa che non disdegnò l’attenzione dei presenti regalando loro sorrisi luminosi. Il mormorio, alle spalle della coppia, sembrava non avere fine, tanto è vero che il parroco fu costretto più volte a invitare i fedeli al silenzio. Persino la mia famiglia, nonostante fosse a conoscenza della nostra amicizia, non risparmiò i commenti senza curarsi della mia presenza. Per mio conto continuai a guardare felice la coppia, strizzando l’occhio come faceva mio padre, che era assente, quel giorno, per ragioni di lavoro.
In seguito, nonostante Marta avesse impegni di moglie e madre, non smise di venirmi a cercare nel nostro spazio, lì nel bosco, per parlare e ridere anche di cose banali che, però, a noi bastavano.
Una volta arrivò in compagnia del suo gatto dallo sguardo umano. Avvertivo un certo disagio e facevo fatica a osservarlo, ma Marta mi rassicurò nel dirmi che il suo gatto, in un’altra vita, era stato una persona e che ora la sua anima era prigioniera nel corpo di un animale. Mi disse che anche lei in passato era stata una volpe furba e intelligente. A questo punto mi chiesi io chi fossi stata, e non feci in tempo a formulare il pensiero che Marta mi anticipò rispondendomi: «Tu eri uno scoiattolo rosso, vivevi nella foresta, eri disseminatore all’interno del bosco, grazie all’abitudine tipica degli scoiattoli di sotterrare e nascondere scorte alimentari, proprio come fai adesso che mi porti avanzi di pranzo e altro per consumarli nei nostri incontri!»
Replicai: «Bello essere stato uno scoiattolo carino con i dentini sporgenti, un roditore autonomo, libero di muoversi nel suo spazio, non come noi che abbiamo dei limiti circoscritti: questo si può fare, quest’altro no! Ci sono delle regole da osservare per il bene di tutti, non è vero?»
«I codici di comportamento a volte sono validi, altri sono stati attuati per tenerci buoni e trattenerci dal fare tutto quello che si vuole; se così non fosse vivremmo in un mondo per sbranarci a vicenda! Ti chiami Eva come la prima donna, almeno per quello che dice la Bibbia sei stata la prima figura femminile nella storia dell’umanità. Chi può negare il contrario? Chi può averne la certezza? Chi può fare da garante a tutto questo?»
«Ma allora… siamo in un mondo d’incertezze pronte a dispensare confusione!»
«Ebbene sì! Però la forza del pensiero supera i confini: possiamo pensare liberamente quello che vogliamo. Eva, parliamoci chiaro: quando tu pensi c’è qualcuno che ti mette le catene o ti proibisce di pensare?»
«No!»
«Allora noi siamo gente libera nell’immaginazione, nell’osservazione, nell’intelligenza; questo spirito non può essere chiuso, imprigionato…Nessuno ha questo potere! Tu, ragazzina, non farti mettere i piedi in testa dalla prepotenza altrui. Io sono quello che sono, nonostante alle mie spalle si continui a schernire il mio essere, ovvero una donna fuori dagli schemi fissati dai protocolli di comportamento. Io sono libera perché sono diversa da tutti gli altri e mi accetto per quello che sono!»
Mi precipitai a rispondere: «Tu mi sei piaciuta così come sei e nessuno mi ha impedito di avvicinarti per conoscerti ed esserti amica. Sei bella! Non ti serve altro! Ho capito che il giudicarti da parte nostra non è corretto. Io voglio essere come te che: anche da sposata, trovi ugualmente spazio per continuare a essere te stessa e spesso vieni in questo posto con i bambini a insegnare loro l’amore per la natura! Felice di essere parte di questo gruppo e che tu, in questa esperienza, sia stata anche la mia insegnante!»
«Sono lusingata per le cose belle che pensi di me. Quest’altopiano mi chiama come un’attrattiva che nessuno riuscirebbe a comprendere, perché da questi alberi emana un’atmosfera magica che la mia fantasia non può fare a meno di trascurare; intravedo figure storiche del passato che hanno dato lustro alla nostra letteratura in tutto il mondo. Per questa ragione cammino a qualsiasi ora per venire in questo posto, perché alcune voci mi chiamano per salutarmi prima di partire!»
Ascoltavo con la bocca aperta: «Davvero… tu vedi personaggi importanti?!»
«Certo! Attenta, ti farò vedere il rito…La prima cosa è quella di accendere un piccolo fuocherello per poi gettarvi sopra una polvere magica custodita sempre nelle mie tasche; una spolverata capace di formare una nube di fumo che si dissolverà con la comparsa di gente che passeggia.»
E così fu! Un rito magico accompagnato da formule e invocazioni con alcuni nomi complicati mai sentiti. Ma non ebbi paura nemmeno quando lo sguardo penetrante di Marta si posò su di me.
«Si! Tu mi devi credere se ora ti confermo di vedere un letterato sotto braccio al suo maestro Virgilio passeggiare in questa selva. Si avviano per soffermarsi di fronte alla fiamma, sorridenti mi cercano per scambiarci i pensieri, per poi salutarmi e proseguire il cammino fino a scomparire. Sono una visione operata da un potere soprannaturale.»
Impaziente, per l’eccitazione dello scenario, chiesi: «Ma che cosa dovrei fare per vederli?»
«Ci vuole pazienza, il tempo ti dirà come fare.»
«Sono i soli, ospiti di questa collina? “Domandai ancora, ansiosa di sapere.
«No. Ci sono altre persone. Ancora adesso, nel nostro tempo, si parla di loro: un certo filosofo con un suo seguito di discepoli che si ferma a tratti per spiegare loro il Demiurgo, l’artefice dell’universo; un musicista sordo, che se ne va in giro con una bacchetta in mano e continua a fare il direttore d’orchestra senza sentire musica, perché lui nel suo silenzio è già uno strumento musicale; l’imperatore Nerone, che è stato il più amato e allo stesso tempo il più odiato imperatore dei romani, per aver causato l’incendio di Roma, fugge inseguito da sua madre Agrippina che con la scopa in mano rincorre il figlio incendiario per continuare a colpirlo; infine c’è Petrarca che cerca ancora la sua Laura con le trecce morbide sull’affannoso petto.»
Esclamai: «Mamma mia! Cosa mi dici! Per questo vieni qui! Tu non sei sola come tutti credono, ma in compagnia di personaggi incredibili. Dimmi… anche i tuoi figli riescono a vedere qualcosa?»
«No! Non credo. Questo è un dono, che appartiene ad alcune persone sensibili, la cui anima che va oltre la sensibilità comune.»
Impaziente di capire chiesi: «Ma come si fa ad avere questa sensibilità rara?»
«Si nasce! Poi a un certo momento della vita senti dentro un richiamo che t’invita ad allontanarti da tutti per cercare te stessa. Solo raggiunto questo traguardo cominci ad avvertire dei suoni, scorgi immagini che si accavallano e che piano piano si focalizzeranno nella memoria con la volontà di vederci chiaro.»
Quel giorno particolare vive dentro di me, limpido e incollato nel ricordo di aver conosciuto una persona che, oltre l’immaginario, è stata per la mia fanciullezza una persona speciale che mi ha spinta a non smettere di sognare, perché attraverso i sogni si raggiunge l’impossibile, il desiderio e la speranza si riaccendono per darci la forza di andare avanti fino alla fine del mondo. Io non sono mai riuscita a vedere le cose e i personaggi da lei descritti, però è come se lo avessi fatto: attraverso i suoi occhi ho visto quello che lei vedeva.
Il suo amore verso la natura ancora oggi mi commuove, quando ricordo quel periodo ricco di fantasia che solo una mente speciale come Marta è riuscita a darmi; quella purificazione necessaria a proseguire questo viaggio da sola senza di lei.
Per mesi rimanemmo tranquille a improvvisare e sognare l’impossibile, ma tutto questo a un certo punto finì: per qualche oscura ragione, di Marta non si seppe più nulla. A giorni alterni mi assentavo da casa per recarmi al solito posto, ma lei non veniva per consolare il mio pianto, che non dava segno di fermarsi. Uno di quei giorni, a oscurità inoltrata, ritornai dalla mia famiglia che era lì in pensiero per la mia assenza prolungata oltre l’orario prestabilito.
Mamma e papà, con gli occhi spalancati, mi chiesero la ragione delle mie lacrime. Risposi di essere triste per la mia amica Marta che sembrava essere svanita: «Qualcuno sa dirmi cosa è successo?» domandai.
«Certo! Sappiamo che Marta con la sua famiglia si è trasferita in un’altra città lontana. Suo marito ha accettato una proposta di lavoro importante per tutti loro. Tu non ti devi preoccupare per Marta: lei, con il suo temperamento e la sua particolare genialità, si farà apprezzare in qualsiasi luogo.»
«Ma… come, è andata via senza salutarmi, lei che mi ha sempre detto di volermi bene? … Perché mi ha fatto questo?!»
Mia madre, stranamente, si avvicinò e, nel baciarmi per consolarmi, mi disse: “Bambina mia, le sorprese non finiscono mai… Non disperare, un giorno si farà rivedere o sentire, e tornerete a essere amiche.»
Sono passati molti anni dalla sua scomparsa… Ma non dal mio cuore che continua ad amarla per la sua stranezza peculiare. So bene di non aver incontrato mai più una persona che mi ricordasse il suo sorriso. Non sentii più la sua voce inconfondibile danzare nell’aria, la sua melodia preziosa rimuovere le foglie per echeggiare e diffondersi, per attaccarsi nella memoria di chi, come me, non riesce a scordarla.
Confesso che, nonostante Marta non venisse più nel bosco, più volte tornai per sentirla vicina in qualche modo, come accadde quel pomeriggio con il sole amico che filtrava tra la siepe e gli alberi ondeggianti. Mi sembrò di vederla in compagnia di poeti e sofisti intenti a raccontarle leggende legate a eventi che hanno lasciato il segno. La meraviglia mi regalò pochi attimi di gioia, e devo ammettere che in quel momento io mi sentii Marta.
Ho imparato che la diversità è un valore aggiunto, che le cose strane fanno parte della nostra esistenza e anche oltre. Nulla è sbagliato, e tutto può entrare a far parte della logica se accettato dalla ragione che, illuminata dal cuore, non risparmia di suggerirci la via del bene
È così la sera, simile a un drappo che si apre con l’acerbità di un cenno. La mano rovista, mette a nudo separa l’inutilità dal vero dell’affanno. L’indomani, andando per le strade, tenersi alla scia: farne un luogo di culto da non disperdere, non rimescolare. E tanti domani, troppi da accalcare sul raggio mite che si prolunga nella fuga. Tanti, voglio sommarli su una fune che si svolge a legare gli attimi, quando riposano sul greto del respiro. Il sonno che ci assorbe permeato da una luce immobile e la voce ancora che apparecchia sillabe per mandarle a vivere in tre (o infinite) dimensioni.
Fiabe Italiane del Piemonte: un libro di fiabe per regalare un sorriso ai bimbi in ospedale.Dal 1 al 31 Dicembre, per ogni libro acquistato “Fiabe Italiane del Piemonte” scritto da Paolo Menconi e presentato da Loredana Cella, una copia verrà donata ai bimbi ricoverati in ospedale. Una iniziativa dell’Associazione Culturale AEDE in collaborazione con la Fondazione FORMA Onlus dell’Ospedale Regina Margherita di Torino.Il libro di fiabe è disponibile su Amazon:https://www.amazon.it/dp/B0BMSZLDG5/
Fiabe Italiane del Piemonte di Paolo Menconi Presentazione di Loredana Cella Lo scopo di questo bel libro è raccontare ai bambini le antiche fiabe, rendendole attuali, in modo che la cultura e la saggezza delle nostre genti non vada persa, ma venga anzi trasmessa con una rinnovata energia. Un modo diretto per valorizzare e tramandare la cultura di una regione, il Piemonte, che ha avuto così grande importanza nelle vicende italiane. Link a Fiabe Italiane del Piemonte
Le alleghiamo la Copertina del libro, un banner per promuovere l’iniziativa benefica e il Comunicato Stampa con preghiera di pubblicazione.Con l’augurio che possiate pubblicare il Comunicato Stampa contribuendo al successo di questa iniziativa che ci auguriamo possa regalare un sorriso ai bimbi in ospedale, la ringraziamo per l’attenzione e cogliamo l’occasione per porgere i nostri più cordiali saluti.Dr. Paolo Milani SEZIONE CULTURA
Un libro di fiabe per regalare un sorriso ai bimbi in ospedale.Dal 1 al 31 Dicembre, per ogni libro acquistato “Fiabe Italiane del Piemonte” di Paolo Menconi, un libro verrà regalato ai bimbi in Ospedale con la Fondazione Forma onlus dell’Ospedale Regina Margherita di Torino.A Dicembre, acquista un libro di Fiabe e uno verrà regalato ai bimbi in Ospedale!Una iniziativa dell’Associazione Culturale AEDE in collaborazione con la Fondazione Forma Onlus dell’Ospedale Regina Margherita di Torino.“Fiabe Italiane del Piemonte” è una raccolta di 10 appassionanti fiabe piemontesi, reinterpretate e raccontate ai bambini da Paolo Menconi.Le Fiabe della tradizione, ricche di una antica saggezza popolare, raccontate in un libro per regalare un sorriso ai bimbi in ospedale e alle loro famiglie.Milano, Novembre 2022 – L’antica saggezza e le antiche fiabe della tradizione piemontese, reinterpretate e arricchite, come in una ballata, da nuove divertenti filastrocche e stornelli, sono state raccontate in un libro, scritto da Paolo Menconi. In occasione del Natale, il libro si pone anche un importante obiettivo quello di regalare un sorriso ai bambini in Ospedale: per ogni libro acquistato, uno verrà regalato ai bambini in Ospedale. Una bella iniziativa che vede la collaborazione dell’Associazione Culturale AEDE con la Fondazione FORMA Onlus dell’Ospedale Santa Margherita di Torino.
Loredana Cella nella Prefazione del libro parla del valore delle tradizioni:“… questa incantevole raccolta di Fiabe Piemontesi, prende spunto dagli antichi racconti che si rigenerano, si rinnovano e si trasformano in storie nuove e coinvolgenti, con un linguaggio intriso del sapore della saggezza antica, ma attualizzato secondo i dettami del nostro tempo. Questo libro racconta ai bambini le antiche fiabe, rendendole attuali, in modo che la nostra cultura e la saggezza delle nostre genti non vada persa, ma venga anzi trasmessa con una rinnovata energia.”
Paolo Menconi, afferma: Attualizzare le storie della tradizione è, forse, il modo migliore per incamminarsi sui sentieri che portano ad un futuro ricco di saggezza e di conoscenza; un modo diretto per valorizzare e tramandare la cultura di una regione che ha avuto così grande importanza nelle vicende italiane. Per parlare dell’iniziativa, durante tutto il mese di Dicembre 2022, per ogni libro acquistato de “Fiabe Italiane del Piemonte” di cui sono l’autore, un libro verrà regalato ai bimbi in ospedale attraverso la Fondazione FORMA Onlus di Torino. Mi auguro che molte persone ci aiutino di regalare un libro ai tanti bimbi che vivono in ospedale situazioni difficili, con un piccolo gesto che può regalare loro un sorriso. Grazie a tutti per la preziosa collaborazione.Link Amazon:https://www.amazon.it/dp/B0BMSZLDG5/ Book Trailer:https://youtu.be/o8xYvNvdfI8Per informazioni: Dr. Paolo Milani info@associazioneaede.it www.associazioneaede.it
FORMA onlus – FORMA Onlus è la Fondazione del Regina Margherita di Torino. È nata nel 2005 dalla volontà di un gruppo di famiglie di aiutare l’Ospedale dei bambini, coinvolgendo gli amici e poi gli amici degli amici per acquistare apparecchiature all’avanguardia, per rendere gli ambienti di degenza più sereni, colorati e accoglienti, e favorire un ambiente familiare e amico, aiutando i bambini meno fortunati, italiani e non, che necessitano di un sostegno economico ad accedere ai servizi del Regina Margherita. FORMA Onlus – Piazza Polonia, Torino – Tel 0113135025 – fondazioneforma.itAssociazione Culturale AEDE – L’Associazione Culturale AEDE opera per la diffusione e il sostegno della Musica e della Cultura, attraverso l’organizzazione di concerti, pubblicazioni, incontri culturali, attività di formazione e master musicali. AEDE Associazione Culturale, Milano – www.associazioneaede.it
·Oggi ho effettuato un sopralluogo nella zona di distaccamento della frana che ha colpito il Maio, zona Via Cellario. Per arrivare sul luogo sono partito dal Cretaio ed ho raggiunto la Cava Puzzillo al di sotto della sorgente di Buceto! Purtroppo smottamenti e frane sui percorsi campestri mi hanno impedito di attraversare la suddetta Cava Puzzillo. Ho cercato di arrivaci passando al di sopra della sorgente di Buceto, purtroppo anche lì era franato. Ho deciso di imboccare la il percorso che va per i Cantoni e passa al disopra di Cava Puzzillo e Cava Sinigallia, anche qui diverse frane di piccola entità si sono staccate dalla montagna e sono precipitate verso il basso.Sono quindi arrivato alla zona Cellario ed ho individuato a circa 600 metri sul livello del mare una frana di grande identità che si è staccata dalla montagna ed ha travolto quasi tutte le case che si trovavano sulla sua strada!Si tratta di terriccio inzuppato/saturo di acqua che poggia su uno strato di argilla solida! L’argilla altamente scivolosa ha fatto si che una parte del terriccio saturo d’acqua potesse scivolare facilmente verso il basso travolgendo le case che erano sul suo cammino.
Le figure da 1 a 7 documentano lo strato argilloso con sovrapposto terriccio saturo di acqua ed inglobamento di blocchi tufacei. Dalle foto si riconosce che vi sono ancora blocchi in bilico di diversi metri di diametro che alla prossima pioggia avranno facilità a scivolare verso il basso!
La figura 6 indica lo stato di saturazione del terriccio.
E le figure 8-10 indicano ove finisce lo strato di scivolamento argilloso e ove inizia il canalone che ha portato i detriti a valle.Inoltre il terriccio scivolato verso il basso ha indebolito del tutto la zona, quindi il restante terriccio alle prossime piogge avrà gioco facile per poter scivolare verso il basso. Invito caldamente i responsabili a mettere la zona in sicurezza prima dell’arrivo di nuove abbondanti piogge! Il pericolo è ancora imminente e potrebbe costare altre vite umane!
L’abbondante materiale franoso versatosi a Piazza Bagni si è comunque distaccato dalle pareti di Cava Ervaniello e Cava Sinigallia. Distacco di terriccio ed alberi si notano da lontano anche in zona Monte Cito e Pizzone, il materiale distaccato non è comunque ancora arrivato a valle.Cava Puzzillo, con il distacco di materiale nella zona alta, deve essere monitorata e messa in sicurezza in quando, con acquazzoni forti, il materiale distaccato può raggiunge facilmente il centro abitato di Piazza Bagni, via Pio Monte della Misericordia (via Lava!) ed il porto di Casamicciola.
Riassumendo buona parte del versante nord e specialmente Casamicciola Terme, dopo la tragedia del 26.11.22, sono ancora ad alto rischio per quando riguarda lo slittamento di frane che poi indebolendo i versanti da cui si staccano, impostano altre frane.#ischia#casamicciola#frana
Disturbo da ansia di malattia: la paura che il corpo possa tradire.
Quello che ci fa stare male, che non riusciamo a comprendere, ad esprimere o ad accettare, non finisce nell’oblio ma si «nasconde» e attende il modo, l’occasione migliore per uscire e mostrarci, stupendoci, quanto non sia possibile ignorare ciò che crea difficoltà.
L’uso del corpo come espressione di malesseri fisici, che fisici «non sono», aveva attirato già l’attenzione di Freud sebbene tendesse a credere che la somatizzazione (che nei casi più gravi veniva classificata come «conversione isterica») fosse una patologia prevalentemente femminile.
Occorressero anni, studi e cambiamenti socio-culturali per consentire anche all’uomo di identificare pubblicamente le sue ansie, paure, difficoltà e quindi orientare gli studi sulla somatizzazione in modo più ampio ed utile.
Oggi sono molte e in aumento le persone che, colte o immerse in periodi di difficoltà concreta, preferiscono «tacere» e non dare voce al malessere che connota i loro vissuti, nella speranza che i problemi si risolvano da soli.
Nella maggior parte dei casi, le emozioni e le preoccupazioni vengono «messe a tacere» con l’uso di farmaci tanto da essere diventati i farmaci maggiormente acquistati e usati.
Se da un lato il trattamento dell’ansia che accompagna alcuni momenti della nostra vita vada valutata e contenuta anche con la farmacologia, dall’altro poter condividere i pensieri che stanno alla base di tale malessere è un passo utile e importante.
Mentre un tempo si parlava di ipocondria, oggi il DSM-5 definisce quella situazione in cui ogni segno che proviene dal corpo (mal di pancia, mal di testa…) viene interpretato in modo sbagliato: Disturbo d’ansia da malattia.
Cos’è e come si manifesta?
È un modo scomodo di essere in rapporto con il proprio corpo. Anziché ascoltarlo, si tende ad averne paura e percepirlo come qualcosa di pericoloso che può tradirci e che non è in grado di offrirci alcun momento di serenità.
Una volta innescata questa modalità di pensiero non ci saranno medici, specialisti o esami clinici capaci di far star meglio. Internet e le informazioni che possono essere trovate non fanno altro che aggravare lo stato d’ansia che alla fine farà perdere di vista ogni altre attività relazione e occupazione sottraendo le energie disponibile e canalizzandole verso il tentativo di trovare una diagnosi giusta allo star male.
Da dove arriva questa eccessiva preoccupazione per la salute? Come ha trovato il suo terreno fertile nei pensieri di chi vive il benessere fisico come qualcosa di irrealizzabile?
Come la maggior parte, se non tutti, i disagi emotivi, dall’infanzia. Dall’essere stati bambini ammalati e quindi non aver superato lo stress legato all’esperienza.
Dall’aver avuto genitori ansiosi, rispetto alla salute che hanno interpretato erroneamente ogni malessere passeggero, come il possibile sintomo di una patologia più grave.
Dall’aver avuto in famiglia persone affette da gravi patologie e non essere aiutate a comprendere ed elaborare le emozioni che si provavano.
Dal non percepire sé stessi sufficientemente forti oppure non trovare il modo di esprime con le parole, una fragilità emotiva che ha le sue ragioni di esistere.
Dal non riuscire a fidarsi degli altri e quindi nutrire il bisogno esasperato di poter controllare gli eventi anche attraverso comportamenti ossessivi quali il dovere dimostrare di «avere qualcosa che non va»
Dal bisogno di richiamare l’attenzione su di sé
N.B: alla base di ogni ansia rispetto allo stato di salute del proprio corpo ci sono motivazioni reali e non immaginarie. Chi soffre di Disturbo d’Ansia di malattia vive costantemente in uno stato di incertezza, paura, terrore. Non è una «malattia immaginaria» e pertanto merita attenzione e rispetto.
Mariangela Ciceri
Sono psicologa clinica e forense. Come clinica mi occupo di consulenza e supporto psicologico sia individuale che di coppia, di psicodiagnostica, di sostegno alla genitorialità, di psico-geriatria, di orientamento scolastico e professionale. Come libera professionista in ambito giuridico e forense il mio ruolo è quello di consulente nella valutazione del danno psichico dovuto ad eventi traumatici, di valutazione delle competenze genitoriali in caso di separazione e divorzio, di mediazione familiare. Conduco inoltre laboratori di comunicazione, psicologia sociale, uso della scrittura come strumento di consapevolezza e problem solving, al fine di facilitare il superamento di criticità emotive.
Sono curatrice per Edizioni della Sera di libri sul territorio. Scrivo racconti per Giulio Perrone Editore e altre varie case editrici.
Il mio primo libro 10 anni fa con la Graphot Piazza Statuto e Porta Susa. Organizzo eventi e aiuto nella pubblicazioni di libri di altri autori.
Il mio evento più bello a Claviere l’anno scorso e la presentazione alla Feltrinelli di Torino per Chiara Moscardelli.
Tutte queste cose svolte con immensa passione e allegria. Perché nonostante gli intoppi di percorso è sempre bello relazionarsi con le persone e scoprire nuovi mondi.
IL PROGETTO FIRMATO DA SONIA ANTINORI CON LUCIA BALDINI E ARLO BIGAZZI ARRIVA A MILANO PER SCOPRIRE CON RUGGERO FRANCESCHINI IL QUARTIERE MULTIETNICO DI VIA PADOVA
Il viaggio visionario nel mondo di oggi sulle tracce delle Vie dei Canti di Chatwin si arricchisce di un nuovo formato e di un nuovo compagno di avventura
WALKABOUT – il progetto performativo che nasce dalla fusione di materiali testuali basati sui viaggi di Sonia Antinori con la ricerca visiva-visuale della fotografa Lucia Baldini e con la ricerca sonora-musicale del compositore musicista Arlo Bigazzi – verrà presentato a Milano nel formato passeggiata/promenade, per la regia e co-progettazione di Ruggero Franceschini, artista dell’ultima generazione di creativi che infonde al progetto una visione cosmopolita.
Nei giorni di venerdì 1 e sabato 2 dicembre (ore 15.45) e domenica 3 dicembre (ore 14.45) la performance itinerante attraverserà il quartiere multietnico di via Padova (punto di ritrovo M1 fermata Pasteur, uscita Via dei Transiti). “È un quartiere ingiustamente con una brutta fama e a me, che ci vivo, – sottolinea Franceschini – interessa sovvertire questa narrazione di insicurezza. L’obiettivo è creare una cartografia di quest’area attraverso una performance che rovesci la narrazione stereotipata di quartiere poco sicuro, anche perché abitato da tanti migranti”.
Nella versione milanese le immagini di Lucia Baldini vengono rimpicciolite e utilizzate per hackerare, per intervenire nello spazio pubblico sommandosi al tramestio, al rumore visivo che caratterizza le nostre città, dove ogni centimetro quadrato è occupato dalla pubblicità. Mentre invece i suoni di Arlo Bigazzi e la voce di Sonia Antinori hanno una funzione opposta, di isolamento, perché vengono trasmessi tramite un paio di cuffie wi-fi di cui verranno dotati i partecipanti. In questo modo saranno isolati dal fragore, dal traffico della vita metropolitana.
“WALKABOUT è soprattutto una sperimentazione continua – spiega Franceschini –; non ha ancora raggiunto né forse raggiungerà una totale perfezione, anche perché soprattutto nella versione dello spazio pubblico potrà essere applicata a differenti contesti, nutrendosi ogni volta dei diversi quartieri, dei diversi paesi paesaggi, territori che abiterà. Il mio intervento artistico ha proprio una funzione di cartografia, così come il “walkabout” cerca di rendere familiare l’ambiente inospitale del deserto. Perché l’atto di camminare, come ci insegna Francesco Careri nel suo Walkscapes,è un atto performativo in sé, ma anche un atto di pensiero (thinking by walking)”.
WALKABOUT
di Sonia Antinori
narrazione visiva Lucia Baldini
passeggiata a cura di Ruggero Franceschini
regia Ruggero Franceschini
musiche originali Arlo Bigazzi
una produzione MALTE
con il contributo di Ministero della Cultura, Regione Marche
Venerdì 1, sabato 2 dicembre, ore 15.45
domenica 3 dicembre, ore 14.45
Quartiere di via Padova
punto di ritrovo M1 fermata Pasteur, uscita Via dei Transiti
I tesori della “Valmadonna Trust Library”. Manoscritti e incunaboli ebraici dal X° all’XVI° secolo
Lunedì 5 dicembre alle ore 17.00 presso la Biblioteca Civica “Francesca Calvo” di Alessandria, piazza Vittorio Veneto 1, verranno illustrati I tesori della “Valmadonna Trust Library”, importante raccolta di manoscritti e volumi a stampa in ebraico del collezionista Jack Lunzer che costituì il fondo oltre mezzo secolo fa.
Lunzer, nato ad Anversa da famiglia ebrea nel 1924, ha raccolto, in ogni parte di Europa e nel mondo, testi scritti o stampati in ebraico, collezionando circa tredicimila volumi, alcuni rarissimi, se non addirittura unici: Bibbie scritte a mano, tomi introvabili, pagine che hanno attraversato secoli di storia e migliaia di chilometri per giungere nelle sue mani.
Negli anni dell’immediato dopoguerra, Lunzer frequentò molto Alessandria, ospite della famiglia Vitale. Quando si trattò di scegliere il nome della sua fondazione, Lunzer pensò a Valmadonna, in ricordo dei luoghi frequentati. Nacque così la “ Valmadonna Trust Library”, la più grande collezione privata del mondo di libri in ebraico.
La collezione comprende opere provenienti da tutto il mondo e riflette gli interessi personali di Lunzer, in particolare per l’Italia “culla della stampa ebraica”. Molti pezzi risalgono ai primi anni della stampa in ebraico, che apparvero in Italia (Barco, Bologna, Brescia, Casal Maggiore, Ferrara, Mantova, Napoli, Piove di Sacco, Reggio di Calabria, Roma, Soncino), in Spagna (Guadalajara, Híjar, Zamora), in Portogallo (Faro, Leiria, Lisbona) e nell’Impero Ottomano (Costantinopoli). Oltre il 60% delle edizioni sono state pubblicate in Italia.
Nel 2017 la raccolta, ritenuta la più importante collezione privata di manoscritti e libri rari ebraici del mondo, venne acquistata dalla National Library of Israel (NLI).
A introdurre l’incontro di lunedì 5 dicembre, la prof.ssa Paola Vitale Delegata della Sezione di Alessandria della Comunità Ebraica di Torino e Milo Hasbani Vicepresidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane – UCEI.
A seguire gli interventi dei relatori, il dott. Angelo Piattelli curatore della collezione “Dr. David e Jemima Jeselsohn” di Zurigo che illustrerà la collezione della Valmadonna Library e Mons. Pierfrancesco Fumagalli della Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano che nella sua relazione “Alle origini dell’Umanesimo” descriverà un antico manoscritto ebraico illustrato inserito in una Bibbia ambrosiana.
Concluderanno Don Marco Visconti Direttore della Biblioteca del Seminario di Alessandria, la Dott.ssa Alessandra Rivera Presidente della Società Cooperativa Arca, la dott.ssa Paola Ottone, responsabile dell’Ufficio Tutela del Patrimonio librario della Biblioteca Civica di Alessandria.
L’evento è stato realizzato grazie alla collaborazione del Centro Servizi per il Volontariato Asti Alessandria, l’azienda CulturAle Costruire Insieme, L’Associazione La Vita Buona, L’Associazione Valmadonna Insieme.
I tesori della “Valmadonna Trust Library”. Manoscritti e incunaboli ebraici dal X° all’XVI° secolo
Lunedì 5 dicembre alle ore 17.00 presso la Biblioteca Civica “Francesca Calvo” di Alessandria, piazza Vittorio Veneto 1, verranno illustrati I tesori della “Valmadonna Trust Library”, importante raccolta di manoscritti e volumi a stampa in ebraico del collezionista Jack Lunzer che costituì il fondo oltre mezzo secolo fa.
Lunzer, nato ad Anversa da famiglia ebrea nel 1924, ha raccolto, in ogni parte di Europa e nel mondo, testi scritti o stampati in ebraico, collezionando circa tredicimila volumi, alcuni rarissimi, se non addirittura unici: Bibbie scritte a mano, tomi introvabili, pagine che hanno attraversato secoli di storia e migliaia di chilometri per giungere nelle sue mani.
Negli anni dell’immediato dopoguerra, Lunzer frequentò molto Alessandria, ospite della famiglia Vitale. Quando si trattò di scegliere il nome della sua fondazione, Lunzer pensò a Valmadonna, in ricordo dei luoghi frequentati. Nacque così la “ Valmadonna Trust Library”, la più grande collezione privata del mondo di libri in ebraico.
La collezione comprende opere provenienti da tutto il mondo e riflette gli interessi personali di Lunzer, in particolare per l’Italia “culla della stampa ebraica”. Molti pezzi risalgono ai primi anni della stampa in ebraico, che apparvero in Italia (Barco, Bologna, Brescia, Casal Maggiore, Ferrara, Mantova, Napoli, Piove di Sacco, Reggio di Calabria, Roma, Soncino), in Spagna (Guadalajara, Híjar, Zamora), in Portogallo (Faro, Leiria, Lisbona) e nell’Impero Ottomano (Costantinopoli). Oltre il 60% delle edizioni sono state pubblicate in Italia.
Nel 2017 la raccolta, ritenuta la più importante collezione privata di manoscritti e libri rari ebraici del mondo, venne acquistata dalla National Library of Israel (NLI).
A introdurre l’incontro di lunedì 5 dicembre, la prof.ssa Paola Vitale Delegata della Sezione di Alessandria della Comunità Ebraica di Torino e Milo Hasbani Vicepresidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane – UCEI.
A seguire gli interventi dei relatori, il dott. Angelo Piattelli curatore della collezione “Dr. David e Jemima Jeselsohn” di Zurigo che illustrerà la collezione della Valmadonna Library e Mons. Pierfrancesco Fumagalli della Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano che nella sua relazione “Alle origini dell’Umanesimo” descriverà un antico manoscritto ebraico illustrato inserito in una Bibbia ambrosiana.
Concluderanno Don Marco Visconti Direttore della Biblioteca del Seminario di Alessandria, la Dott.ssa Alessandra Rivera Presidente della Società Cooperativa Arca, la dott.ssa Paola Ottone, responsabile dell’Ufficio Tutela del Patrimonio librario della Biblioteca Civica di Alessandria.
L’evento è stato realizzato grazie alla collaborazione del Centro Servizi per il Volontariato Asti Alessandria, l’azienda CulturAle Costruire Insieme, L’Associazione La Vita Buona, L’Associazione Valmadonna Insieme.
Un nuovo appuntamento a cura di Flora Rucco nel salotto culturale Interno 4
Domenica 27 novembre alle ore 19 a Interno 4 in via della Lungara 44 a Roma appuntamento con ESPERART di Flora Rucco che presenta “Sinfonie di Novembre” serata artistica della rassegna di arte e cultura “Trascendenze”. Una serata dedicata agli artisti nati sotto il segno del sagittario, nello zodiaco hanno maggiore propensione all’esplorazione del diverso o del lontano da sé. Interverranno: Flora Rucco, pittrice, Luciana Capece, poetessa, critico letterario, Loreta Carnevale, scrittrice, Enzo Carnevale, regista, autore, Sonia De Meo, attrice psicologa, Lucia Batassa, attrice, drammaturga, Manuela Di Salvia, attrice, autrice del libro “Il viaggio”, Giuseppe Cataldi, cantautore, Anna Avelli, poetessa. Presenta Chiara Pavoni. Aperitivo artistico.
Noi donne sotto un apparenza fragile e gentile, nascondiamo una grande forza e volontà. Stranamente la nostra fragilità ci fa essere forti , energiche, combattive.Siamo idealiste e romantiche, crediamo nella forza dell’amore e pensiamo che tutto possa cambiare grazie a questo sentimento grande che ci appartiene. Cambiare, cambiare si può per amore, questo lo crediamo e quasi mai avviene.
La nostra forza fisica è limitata e proprio per questo siamo tenaci, resistenti, perspicaci, abbiamo una sopportazione del dolore fisico e morale che nessun uomo possiedera’mai! Amiamo sempre, anche a costo del martirio fisico e psicologico! Amiamo perché pensiamo che per amore si possa cambiare! Noi lo facciamo, per i nostri figli, per il nostro compagno o semplicemente perché dobbiamo adattarci.
Viviamo sempre in mezzo a sentimenti di colpa, ho sbagliato, ho fallito, non sono stata capace! Se veniamo trattate male, pensiamo che il nostro comportamento ha generato quel tipo di situazione. Se veniamo schiaffeggiate, prese a calci, controllate, minacciate, pensiamo che forse siamo noi generare un certo tipo di comportamento!
La violenza fisica è visibile, la violenza psicologica invece non è visibile, possiamo viverla ogni giorno, siamo colpevoli di ogni cosa, la casa non è pulita abbastanza, il cibo fa schifo, non sei capace a fare la madre, figli e compagni che ti prendono a male parole. Non ti senti all’altezza, non ti senti adatta, tutto ciò che fai è sbagliato, fatto male!
Sei una poveretta, non capisci nulla e noi donne ad ascoltare il cumulo di parole che ci cadono addosso, prima come pietre poi come macigni che ti schiacciano e ti annullano. L’uomo è forte fisicamente e con le parole ma, fragile dentro e l’unica arma contro di noi è la sua forza e la sua violenza. Ci distrugge con l’unica arma che sa di possedere, la forza fisica.
Quando l’uomo perde terreno e sa che le violenze verbali, fisiche non bastano più per tenersi la sua donna, di proprietà, sa che dovrà compiere l’atto estremo, ucciderla, ucciderle i figli, sfigurarla con la complicità di una società che scusa e perdona la fragilità del povero uomo! Nessuno riesce a fermarli, nessuno ha la volontà di fermarli, nessuno li condanna abbastanza duramente e noi continuiamo a morire, morire perché abbiamo amato, morire perché abbiamo sperato, morire perché dovevamo morire per un amore malato che invece speravamo di cambiare.
L’ennesimo delitto in cui l’uomo manifesta la sua paura e fragilità ma, anche l’ennesimo fallimento dell’essere uomo. Non si può chiamare uomo chi compie un atto cosi bestiale, non portiamo fiori a tutte le donne morte per mano di un essere che uomo non è, portiamo a tutte le donne giustizia una volta per tutte. Iris G. DM
Mi sento come un foglio bianco usato e stropicciato, un foglio dove forse non c’è scritto niente o invece ci sono una miriade di parole, ma nonostante tutto un foglio accartocciato che non si sa ancora se stracciare e gettare o aprirlo stirandolo alla meglio con le mani facendo rimanere impresse tutte le pieghe. Non sono affatto affranta o delusa, sono in stallo tra il sorriso e il pianto, quel momento giusto che in natura si chiama autunno e io lo sento dentro il cuore. Colori caldi, rossi e gialli intensi che portano tanto senso d’amore ma al tempo stesso lasciano aperto quel brivido di pensare e pensare a volte anche sbagliato, gli ultimi colori dorati in un azzurro grigio perlato di un mare già agitato per la fretta di cambiare. E in questo stallo, tra due piedi e due emozioni, vedo che il tempo sta scorrendo e siamo già a Natale.
Io con il Natale ho sempre avuto un rapporto particolare, al di la della fede e del senso religioso, che può essere certamente personale, a me quel senso commerciale invasivo, quella felicità “obbligata e concentrata”, quell’essere cordiali e umani all’improvviso e in quel determinato momento, ebbene non mi hanno mai rapita nel cuore e nella mente.
Ho trascorso ormai tanti mai di quei Natale che tanti si accomunano e pochi sono quelli speciali da potere ricordare, al di la delle tradizionali cene o pranzi con tutti ( e dico e sottolineo tutti) i parenti anche quelli che non avevi mai conosciuto e che improvvisamente ti venivano vicini e con un sorriso a 32 denti ti accarezzavano e con la faccia tosta di conoscerti da sempre ti rifilavano la tipica frase fatta…..”come sei cresciuta! Ti stai facendo davvero carina, tutta la zia…. ( l’ennesimo nome di una zia morta che tutti conoscevano tranne io!).
Ho odiato quella zia che mi somigliava e io non ci ho mai comunque creduto.
Ho trascorso Natale, sola con me stessa, raccolta in una coperta per ripararmi dal freddo che abitava ormai in quella casa di quattro mura, dove il riscaldamento era una stufa a legna, ma legna non ce n’era perchè per averle bisognava pagare e al tempo il mio lavoro era assai precario e mal remunerato, e sola mi stringevo la coperta e sospiravo a tempi migliori con la speranza di cambiare.
Natale pieno di doni e di regali, doni fatti per partecipazione e regali insignificanti, ripetitivi e assolutamente inservibili, obbligo della società e obbligo al consumo anche e soprattutto del superfluo.
I Natale più belli li ho trascorsi quando avevo i figli ancora piccoli e allora tutto era dedito per loro, per loro ci addossavamo il faticoso lavoro dell’albero, faticoso nel sceglierlo, addobbarlo e poi sfarlo, il presepe che ogni anno doveva essere diverso per poi finire ad essere sempre uguale ma con uno spirito di gioia sempre diverso.
Troppo presto parlare di Natale?….Ma se nei supermercati e nei centri commerciali i Panettoni e i Pandoro sono quasi terminati, se le luci nonostante ci sia una crisi energetica in giro, a me paiono molto più numerose e brillanti di un tempo e già da quasi un mese sono accese!
E la guerra in corso? E le persone che muoiono dai soprusi dei più? E …..ma già queste cose non fanno il senso della festa e del Natale, tanto, come ieri contro la violenza sulla donna, come sempre si sono usate scarpe rosse, bende all’occhio e nomi di donne filmate su un muro colorato di rosso sangue o rosa sbiadito, e oggi tutto è già passato, come passerà anche la guerra e la morte, e l’appuntamento è “convenzionale” al prossimo anno a “ricordare”.
Ecco che riprendo il foglio bianco accartocciato e nonostante lo abbia stirato con le mani, le rughe ovvero le piegature rimangono impresse e non si possono più eliminare.
Prima di questo avevo letto di Echenoz solo “Ravel”, una biografia garbata e attenta soprattutto agli aspetti umani e caratteriali del musicista, che mi piacque molto.
Nonostante ciò sono stata indecisa se iniziare Inviata , avendo letto commenti poco favorevoli ad eccezione di uno : ho così deciso di rendermene conto da me, ed eccomi qua!
Certo non lo metterò nella cerchia dei miei più amati in assoluto, ma, pensandoci bene, trovo che ha una originalità che mi ha soddisfatta.
Anzitutto lo posso definire una spy- story, anzi no ( eccoci!): è più una parodia del genere! Gli elementi ci sono tutti: lo spionaggio internazionale, il super potente super cattivo, la bella donna, le conquiste erotiche, le armi più o meno sofisticate e così via. Ma l’impresa è affidata a personaggi improvvisati, imbranati o addirittura inconsapevoli; la soluzione finale ( che certo non rivelerò) è ben diversa da quella che ci aspetteremmo.
Tutta l’azione poi sembra non decollare mai: per una buona metà del libro ci si dilunga in preparativi, molto tranquilli, e si fa conoscenza con una serie di altri personaggi che apparentemente sono solo di contorno. Ovviamente alla fine tutto si incastrerà vicendevolmente.
Oltre a questo, la stessa scrittura ha le caratteristiche della lentezza, della divagazione, magari a vantaggio delle descrizioni d’ambiente o del carattere di un personaggio: divagazioni che sembrano fatte apposta non per creare una suspense, ma per diletto dell’autore. A questo proposito cito la ripetuta informazione sui percorsi parigini, a piedi o in metrò, di qualche personaggio ed in particolare del “mercato selvaggio caotico come un terreno incolto” che invade un boulevard ( cap. 3°).
Nei momenti poi d’azione sembra prevalere nei personaggi un elemento paradossale o irrazionale ( emblematici i due che dovrebbero fungere da guardie del corpo).
Eeeh, però però…mi viene spontaneo un pensiero: ma quanta irrazionalità esiste nella realtà!? E mi riferisco a “personaggi” emblematici di potere o politico o economico, che agiscono su questo pianeta non in un romanzo… Ma via, anch’io divago, forse.
Accennavo poco fa all’autore: Ecco una caratteristica “vistosa” di lui è proprio la sua presenza nel libro, attraverso sia una brillante ironia, che sparge a piene mani nel linguaggio e nelle situazioni, sia attraverso ricorrenti ( forse anche troppi) interventi di lui medesimo al lettore.
«Ora, se non vi dispiace, ci occuperemo un po’ del marito». A volte finge di essere un personaggio interno alla storia: «Il giorno seguente, nel pomeriggio, visto che non avevamo niente da fare e passavamo giusto di lì, ci siamo introdotti con discrezione in casa di…» A volte assume il ruolo di “cronista” della vicenda : «dobbiamo interrompere questa scena perché ci è appena pervenuta una notizia».
Addirittura gioca sulla propria onniscienza di narratore, confessandone dei limiti: « Benché ci siamo un giorno vantati di essere i più informati di tutti, dobbiamo ammettere che al momento non sappiamo che ne sia stato di lui».
Questo giocare con il lettore può anche non piacere, in effetti, però l’ho chiamato gioco proprio perché l’autore pare proprio divertirsi a smontare certe regole narrative (« questo ora non ve lo dico»), ed a rovesciare il modo di raccontare senza preoccuparsi di aderire ad un genere. Tanto più che, sotto sotto, ci dipinge certi equilibri planetari che di divertente hanno poco.
Mi sono trovato quasi per caso alla presentazione di questo libro e senza aspettiva alcuna ne ho iniziato la lettura durante un viaggio treno.
L’ho amato da subito. La scrittice mi ha parlato direttamente, a tratti musicalmente, come se i personaggi del libro appartenessero alla mia vita. Dafne, Diego, Simone, questi alcuni dei personaggi, li riconosco in me, tra amici e conoscenti. Una scrittura intima e un messaggio autorevole: l’importanza della comunicazione e della condivisione, il peso della solitudine in alcune situazione.
La morte che si intreccia alla vita come una spirale per arrivare all’amore per la vita.
Consiglio questo libro a chiunque voglia farsi un bel viaggio introspettivo o voglia regalarlo a qualche persona cara.
Cerco nella commozione che ancora mi pervade il giusto ordine alle parole.
La giusta distanza, necessaria a raccontare questa storia che trascina in sé il peso ed il dolore della verità. Una verità che l’autrice ricerca in maniera lucida ma maniacale, trattenendo “il cuore accanto”: né troppo dentro a confondere, né troppo lontano a dimenticare.
Maria Grazia Calandrone, che è poeta (ed io questo non lo sapevo ma l’ho compreso leggendone la vibrante prosa), plana con leggerezza sul vissuto della madre naturale, Lucia, rivolgendo a Lei una perpetua carezza, che è conforto e perdono.
Non avendo di Lei alcun ricordo, la riporta a nuova vita.
Come nei libri di storia i grandi, così Lucia, prende forma e anima attraverso le parole di Maria Grazia.
“Rinascerai, Lucia, anche solo a parole. È tutto quello che posso.”
Maria Grazia ha bisogno che sua madre diventi reale, probabilmente per renderle il commiato che non le è stato concesso renderle. Ma soprattutto ha bisogno di spiegare a se stessa e al mondo chi era Lucia, cosa ha vissuto Lucia.
Ha bisogno di denunciarlo, che Lucia “ha ventinove anni, è innamorata, ha una figlia neonata. Se solo non trovasse davanti a sé solo strade chiuse, Lucia vivrebbe, forse ancora..”
Ma Lucia appartiene ad un tempo lontano, o almeno così ci piace immaginare. Ad un periodo di mezzo in cui l’emancipazione femminile sta affacciandosi lentamente al mondo, ma ancora non è presente tra le retrovie della gente. Figurarsi nelle piccole realtà contadine come quelle da cui Lucia proviene.
Lucia è per la famiglia una merce di scambio, un’occasione per un buon affare. Viene umiliata e vessata, non amata, ripudiata fino alla fine della sua vita.
Lucia è la vera vittima dell’abbandono. Di un disamore che non le dà alcuna chance di salvezza, che è puro egoismo e non opportunità. Lucia è sacrificata sull’altare di una cultura gretta, patriarcale e maschilista, in un paese – l’Italia – il cui diritto di famiglia viaggia ancora su due velocità, dove la discriminazione tra uomo e donna non fa ancora abbastanza rumore.
Lucia è vittima di violenza. Una violenza avallata e condivisa dal sistema culturale e valoriale del tempo. Una violenza di massa, dalla quale non riesce a fuggire, ovunque vada se la ritrova addosso.
Ma Lucia non si piega, piuttosto si spezza.
Lei vuole vivere, vuole tornare a brillare. Ci prova con tutte le sue forze. Ma alla fine ne vedremo dissolversi l’essenza e tutta la sua bellezza.
L’abbandono che Lucia subisce è del tutto diverso da quello che prepara e infine compie.
Questo Maria Grazia lo sa, la verità è nei fatti che analizza, ricostruisce, forse, ad un certo punto accarezza, che legge come un testamento postumo d’amore dei suoi genitori verso di Lei.
“L’amore di Lucia per me […] sta nel Dove non mi ha portata.”
Pagine che alternano il freddo registro della cronaca, ben incastonato nel contesto sociale, culturale economico e legislativo del tempo, a frangenti di elevata poesia.
Che non è mai autocommiserazione, ma balsamico perdono.
Un rimpianto misto amore.
È un testo altissimo, di cui ho detto forse troppo.
Non so per quale motivo, pur sapendo che lei si stimasse una gran cuoca, quando le chiesero quale fosse il suo piatto migliore, io mi inserii dicendo “bruciato di arrosto”. Qualcuno rise, era una semplice, innocente spiritosaggine, ma lei no; Licia si offese a tal punto che non mi guardò in faccia tutta la sera. Un piccolo incidente che minò il nostro amore; a nulla valsero le mie scuse e poi le preghiere. Ci lasciammo dopo un paio di mesi. Lei tenne la gatta le cui fusa ancora mi mancano ed oggi che freddamente ripenso a quanto accaduto, un particolare spicca nitido sul nebbioso bailamme dei ricordi.
Andavamo spesso in cima alla collina dove a fianco di un convento di frati, sopravviveva una specie di osteria dalla quale, seduti su un muretto, ammiravamo il mare e lì sorseggiavamo un bicchiere di vino dalmata del quale, chissà per quale strano motivo, l’oste ne era sempre provvisto. L’ultima volta Licia non bevette ma lasciò il vino libero di asciugarsi al sole e questo, ricordo bene, fu prima del mio bruciato di arrosto. Che intrigate sono le cose del mondo e che fesso sono stato a non capire che Licia mi aveva già lasciato.
Un giorno, un professore entrò nella sua classe e chiese ai suoi allievi di prepararsi per un test a sorpresa. Tutti seduti nei propri banchi aspettavano con ansia affinché l’esperimento avesse inizio.
Come faceva di solito, l’insegnante consegnò a ognuno di essi un foglio di carta poggiandolo con il testo rivolto verso il basso. Una volta completata la distribuzione, invitò gli studenti a girare il foglio.
Rimasero tutti stupiti nel vedere che non c’erano domande, soltanto un punto nero nella parte centrale del foglio bianco. Notando l’espressione di meraviglia nei loro occhi, il professore spiegò: “Desidero che voi descriviate ciò che vedete”. Pur se confusi, gli alunni cominciarono la prova “misteriosa”.
Terminato il tempo stabilito, il professore ritirò tutti i fogli e iniziò a leggere ciascuno degli scritti ad alta voce davanti agli studenti.
Tutti quanti, senza alcuna eccezione, in un modo o nell’altro, avevano definito il punto nero cercando di spiegarne la forma o la sua posizione centrale nel foglio. Dopo che tutti i compiti furono letti e in aula era sceso il silenzio, il professore cominciò a spiegare:
“Non ho alcuna intenzione di assegnare un voto per questo. Ho voluto soltanto darvi qualcosa su cui pensare. Come potete notare, nessuno di voi si è espresso sulla parte bianca del foglio, nonostante sia la più estesa. Tutti vi siete concentrati sul piccolo punto nero; la stessa cosa accade nella nostra vita. Noi ci ostiniamo a focalizzare solo il punto nero, che rappresenta un problema che ci infastidisce. Nonostante le macchie scure siano molto più piccole rispetto a tutto ciò che la vita ci dona, sono quelle che inquinano le nostre menti. Rivolgete il vostro sguardo lontano dai punti neri della vostra esistenza. Gioite delle benedizioni che in ogni momento la vita vi dona.”