Il mondo sembra allargarsi sempre di più, infatti ognuno di noi può “decantare” la propria opinione sui social. In questi contenitori variegati, ormai, leggiamo le notizie e i pareri più disparati, perché ogni individuo, si sente in dovere di scrivere il proprio pensiero, i propri crucci e soprattutto la propria critica, spesso acerba, rivolta ad altre persone.
Ci siamo abituati a leggere di tutto, su queste piattaforme virtuali, e non ci meravigliamo più, nel constatare che il livello culturale e sociale della collettività, molto spesso è di basso livello culturale, ed esageratamente portato alla contestazione su qualsiasi argomento della nostra vita.
La gente pensa che possa scrivere di tutto, anche mancando di rispetto al prossimo, e creando un notevole disagio a chi legge anche con delle notizie travisate, o riportate in modo del tutto scorretto.
Credo che il web, in genere, comodissimo per molte attività, anche lavorative, racchiuda in sé anche dei lati oscuri, che andrebbero controllati, anzi del tutto eliminati, per evitare che persone sotto falsi nomi, possano approfittare della libertà di scrivere, per danneggiare gli altri o per pubblicare notizie false e allarmanti, che tanto nuocciono alla comunità.
Purtroppo, invece di prendere in considerazione il lato positivo di una piattaforma web, alcuni personaggi ne fanno tappa di malessere e comunicazioni ingannevoli, senza rendersi conto che creano danno anche a sé stessi, soprattutto nel modo acre, e nocivo, di mettersi in
cattiva luce.
Comunque sono sempre esistite persone corrette, e altre subdole e diseducate, che andrebbero sradicate dalla nostra società…..impresa ardua e quasi del tutto impossibile!
·Oggi ho effettuato un sopralluogo nella zona di distaccamento della frana che ha colpito il Maio, zona Via Cellario. Per arrivare sul luogo sono partito dal Cretaio ed ho raggiunto la Cava Puzzillo al di sotto della sorgente di Buceto! Purtroppo smottamenti e frane sui percorsi campestri mi hanno impedito di attraversare la suddetta Cava Puzzillo. Ho cercato di arrivaci passando al di sopra della sorgente di Buceto, purtroppo anche lì era franato. Ho deciso di imboccare la il percorso che va per i Cantoni e passa al disopra di Cava Puzzillo e Cava Sinigallia, anche qui diverse frane di piccola entità si sono staccate dalla montagna e sono precipitate verso il basso.Sono quindi arrivato alla zona Cellario ed ho individuato a circa 600 metri sul livello del mare una frana di grande identità che si è staccata dalla montagna ed ha travolto quasi tutte le case che si trovavano sulla sua strada!Si tratta di terriccio inzuppato/saturo di acqua che poggia su uno strato di argilla solida! L’argilla altamente scivolosa ha fatto si che una parte del terriccio saturo d’acqua potesse scivolare facilmente verso il basso travolgendo le case che erano sul suo cammino.
Le figure da 1 a 7 documentano lo strato argilloso con sovrapposto terriccio saturo di acqua ed inglobamento di blocchi tufacei. Dalle foto si riconosce che vi sono ancora blocchi in bilico di diversi metri di diametro che alla prossima pioggia avranno facilità a scivolare verso il basso!
La figura 6 indica lo stato di saturazione del terriccio.
E le figure 8-10 indicano ove finisce lo strato di scivolamento argilloso e ove inizia il canalone che ha portato i detriti a valle.Inoltre il terriccio scivolato verso il basso ha indebolito del tutto la zona, quindi il restante terriccio alle prossime piogge avrà gioco facile per poter scivolare verso il basso. Invito caldamente i responsabili a mettere la zona in sicurezza prima dell’arrivo di nuove abbondanti piogge! Il pericolo è ancora imminente e potrebbe costare altre vite umane!
L’abbondante materiale franoso versatosi a Piazza Bagni si è comunque distaccato dalle pareti di Cava Ervaniello e Cava Sinigallia. Distacco di terriccio ed alberi si notano da lontano anche in zona Monte Cito e Pizzone, il materiale distaccato non è comunque ancora arrivato a valle.Cava Puzzillo, con il distacco di materiale nella zona alta, deve essere monitorata e messa in sicurezza in quando, con acquazzoni forti, il materiale distaccato può raggiunge facilmente il centro abitato di Piazza Bagni, via Pio Monte della Misericordia (via Lava!) ed il porto di Casamicciola.
Riassumendo buona parte del versante nord e specialmente Casamicciola Terme, dopo la tragedia del 26.11.22, sono ancora ad alto rischio per quando riguarda lo slittamento di frane che poi indebolendo i versanti da cui si staccano, impostano altre frane.#ischia#casamicciola#frana
Disturbo da ansia di malattia: la paura che il corpo possa tradire.
Quello che ci fa stare male, che non riusciamo a comprendere, ad esprimere o ad accettare, non finisce nell’oblio ma si «nasconde» e attende il modo, l’occasione migliore per uscire e mostrarci, stupendoci, quanto non sia possibile ignorare ciò che crea difficoltà.
L’uso del corpo come espressione di malesseri fisici, che fisici «non sono», aveva attirato già l’attenzione di Freud sebbene tendesse a credere che la somatizzazione (che nei casi più gravi veniva classificata come «conversione isterica») fosse una patologia prevalentemente femminile.
Occorressero anni, studi e cambiamenti socio-culturali per consentire anche all’uomo di identificare pubblicamente le sue ansie, paure, difficoltà e quindi orientare gli studi sulla somatizzazione in modo più ampio ed utile.
Oggi sono molte e in aumento le persone che, colte o immerse in periodi di difficoltà concreta, preferiscono «tacere» e non dare voce al malessere che connota i loro vissuti, nella speranza che i problemi si risolvano da soli.
Nella maggior parte dei casi, le emozioni e le preoccupazioni vengono «messe a tacere» con l’uso di farmaci tanto da essere diventati i farmaci maggiormente acquistati e usati.
Se da un lato il trattamento dell’ansia che accompagna alcuni momenti della nostra vita vada valutata e contenuta anche con la farmacologia, dall’altro poter condividere i pensieri che stanno alla base di tale malessere è un passo utile e importante.
Mentre un tempo si parlava di ipocondria, oggi il DSM-5 definisce quella situazione in cui ogni segno che proviene dal corpo (mal di pancia, mal di testa…) viene interpretato in modo sbagliato: Disturbo d’ansia da malattia.
Cos’è e come si manifesta?
È un modo scomodo di essere in rapporto con il proprio corpo. Anziché ascoltarlo, si tende ad averne paura e percepirlo come qualcosa di pericoloso che può tradirci e che non è in grado di offrirci alcun momento di serenità.
Una volta innescata questa modalità di pensiero non ci saranno medici, specialisti o esami clinici capaci di far star meglio. Internet e le informazioni che possono essere trovate non fanno altro che aggravare lo stato d’ansia che alla fine farà perdere di vista ogni altre attività relazione e occupazione sottraendo le energie disponibile e canalizzandole verso il tentativo di trovare una diagnosi giusta allo star male.
Da dove arriva questa eccessiva preoccupazione per la salute? Come ha trovato il suo terreno fertile nei pensieri di chi vive il benessere fisico come qualcosa di irrealizzabile?
Come la maggior parte, se non tutti, i disagi emotivi, dall’infanzia. Dall’essere stati bambini ammalati e quindi non aver superato lo stress legato all’esperienza.
Dall’aver avuto genitori ansiosi, rispetto alla salute che hanno interpretato erroneamente ogni malessere passeggero, come il possibile sintomo di una patologia più grave.
Dall’aver avuto in famiglia persone affette da gravi patologie e non essere aiutate a comprendere ed elaborare le emozioni che si provavano.
Dal non percepire sé stessi sufficientemente forti oppure non trovare il modo di esprime con le parole, una fragilità emotiva che ha le sue ragioni di esistere.
Dal non riuscire a fidarsi degli altri e quindi nutrire il bisogno esasperato di poter controllare gli eventi anche attraverso comportamenti ossessivi quali il dovere dimostrare di «avere qualcosa che non va»
Dal bisogno di richiamare l’attenzione su di sé
N.B: alla base di ogni ansia rispetto allo stato di salute del proprio corpo ci sono motivazioni reali e non immaginarie. Chi soffre di Disturbo d’Ansia di malattia vive costantemente in uno stato di incertezza, paura, terrore. Non è una «malattia immaginaria» e pertanto merita attenzione e rispetto.
Mariangela Ciceri
Sono psicologa clinica e forense. Come clinica mi occupo di consulenza e supporto psicologico sia individuale che di coppia, di psicodiagnostica, di sostegno alla genitorialità, di psico-geriatria, di orientamento scolastico e professionale. Come libera professionista in ambito giuridico e forense il mio ruolo è quello di consulente nella valutazione del danno psichico dovuto ad eventi traumatici, di valutazione delle competenze genitoriali in caso di separazione e divorzio, di mediazione familiare. Conduco inoltre laboratori di comunicazione, psicologia sociale, uso della scrittura come strumento di consapevolezza e problem solving, al fine di facilitare il superamento di criticità emotive.
Sono curatrice per Edizioni della Sera di libri sul territorio. Scrivo racconti per Giulio Perrone Editore e altre varie case editrici.
Il mio primo libro 10 anni fa con la Graphot Piazza Statuto e Porta Susa. Organizzo eventi e aiuto nella pubblicazioni di libri di altri autori.
Il mio evento più bello a Claviere l’anno scorso e la presentazione alla Feltrinelli di Torino per Chiara Moscardelli.
Tutte queste cose svolte con immensa passione e allegria. Perché nonostante gli intoppi di percorso è sempre bello relazionarsi con le persone e scoprire nuovi mondi.
IL PROGETTO FIRMATO DA SONIA ANTINORI CON LUCIA BALDINI E ARLO BIGAZZI ARRIVA A MILANO PER SCOPRIRE CON RUGGERO FRANCESCHINI IL QUARTIERE MULTIETNICO DI VIA PADOVA
Il viaggio visionario nel mondo di oggi sulle tracce delle Vie dei Canti di Chatwin si arricchisce di un nuovo formato e di un nuovo compagno di avventura
WALKABOUT – il progetto performativo che nasce dalla fusione di materiali testuali basati sui viaggi di Sonia Antinori con la ricerca visiva-visuale della fotografa Lucia Baldini e con la ricerca sonora-musicale del compositore musicista Arlo Bigazzi – verrà presentato a Milano nel formato passeggiata/promenade, per la regia e co-progettazione di Ruggero Franceschini, artista dell’ultima generazione di creativi che infonde al progetto una visione cosmopolita.
Nei giorni di venerdì 1 e sabato 2 dicembre (ore 15.45) e domenica 3 dicembre (ore 14.45) la performance itinerante attraverserà il quartiere multietnico di via Padova (punto di ritrovo M1 fermata Pasteur, uscita Via dei Transiti). “È un quartiere ingiustamente con una brutta fama e a me, che ci vivo, – sottolinea Franceschini – interessa sovvertire questa narrazione di insicurezza. L’obiettivo è creare una cartografia di quest’area attraverso una performance che rovesci la narrazione stereotipata di quartiere poco sicuro, anche perché abitato da tanti migranti”.
Nella versione milanese le immagini di Lucia Baldini vengono rimpicciolite e utilizzate per hackerare, per intervenire nello spazio pubblico sommandosi al tramestio, al rumore visivo che caratterizza le nostre città, dove ogni centimetro quadrato è occupato dalla pubblicità. Mentre invece i suoni di Arlo Bigazzi e la voce di Sonia Antinori hanno una funzione opposta, di isolamento, perché vengono trasmessi tramite un paio di cuffie wi-fi di cui verranno dotati i partecipanti. In questo modo saranno isolati dal fragore, dal traffico della vita metropolitana.
“WALKABOUT è soprattutto una sperimentazione continua – spiega Franceschini –; non ha ancora raggiunto né forse raggiungerà una totale perfezione, anche perché soprattutto nella versione dello spazio pubblico potrà essere applicata a differenti contesti, nutrendosi ogni volta dei diversi quartieri, dei diversi paesi paesaggi, territori che abiterà. Il mio intervento artistico ha proprio una funzione di cartografia, così come il “walkabout” cerca di rendere familiare l’ambiente inospitale del deserto. Perché l’atto di camminare, come ci insegna Francesco Careri nel suo Walkscapes,è un atto performativo in sé, ma anche un atto di pensiero (thinking by walking)”.
WALKABOUT
di Sonia Antinori
narrazione visiva Lucia Baldini
passeggiata a cura di Ruggero Franceschini
regia Ruggero Franceschini
musiche originali Arlo Bigazzi
una produzione MALTE
con il contributo di Ministero della Cultura, Regione Marche
Venerdì 1, sabato 2 dicembre, ore 15.45
domenica 3 dicembre, ore 14.45
Quartiere di via Padova
punto di ritrovo M1 fermata Pasteur, uscita Via dei Transiti
I tesori della “Valmadonna Trust Library”. Manoscritti e incunaboli ebraici dal X° all’XVI° secolo
Lunedì 5 dicembre alle ore 17.00 presso la Biblioteca Civica “Francesca Calvo” di Alessandria, piazza Vittorio Veneto 1, verranno illustrati I tesori della “Valmadonna Trust Library”, importante raccolta di manoscritti e volumi a stampa in ebraico del collezionista Jack Lunzer che costituì il fondo oltre mezzo secolo fa.
Lunzer, nato ad Anversa da famiglia ebrea nel 1924, ha raccolto, in ogni parte di Europa e nel mondo, testi scritti o stampati in ebraico, collezionando circa tredicimila volumi, alcuni rarissimi, se non addirittura unici: Bibbie scritte a mano, tomi introvabili, pagine che hanno attraversato secoli di storia e migliaia di chilometri per giungere nelle sue mani.
Negli anni dell’immediato dopoguerra, Lunzer frequentò molto Alessandria, ospite della famiglia Vitale. Quando si trattò di scegliere il nome della sua fondazione, Lunzer pensò a Valmadonna, in ricordo dei luoghi frequentati. Nacque così la “ Valmadonna Trust Library”, la più grande collezione privata del mondo di libri in ebraico.
La collezione comprende opere provenienti da tutto il mondo e riflette gli interessi personali di Lunzer, in particolare per l’Italia “culla della stampa ebraica”. Molti pezzi risalgono ai primi anni della stampa in ebraico, che apparvero in Italia (Barco, Bologna, Brescia, Casal Maggiore, Ferrara, Mantova, Napoli, Piove di Sacco, Reggio di Calabria, Roma, Soncino), in Spagna (Guadalajara, Híjar, Zamora), in Portogallo (Faro, Leiria, Lisbona) e nell’Impero Ottomano (Costantinopoli). Oltre il 60% delle edizioni sono state pubblicate in Italia.
Nel 2017 la raccolta, ritenuta la più importante collezione privata di manoscritti e libri rari ebraici del mondo, venne acquistata dalla National Library of Israel (NLI).
A introdurre l’incontro di lunedì 5 dicembre, la prof.ssa Paola Vitale Delegata della Sezione di Alessandria della Comunità Ebraica di Torino e Milo Hasbani Vicepresidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane – UCEI.
A seguire gli interventi dei relatori, il dott. Angelo Piattelli curatore della collezione “Dr. David e Jemima Jeselsohn” di Zurigo che illustrerà la collezione della Valmadonna Library e Mons. Pierfrancesco Fumagalli della Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano che nella sua relazione “Alle origini dell’Umanesimo” descriverà un antico manoscritto ebraico illustrato inserito in una Bibbia ambrosiana.
Concluderanno Don Marco Visconti Direttore della Biblioteca del Seminario di Alessandria, la Dott.ssa Alessandra Rivera Presidente della Società Cooperativa Arca, la dott.ssa Paola Ottone, responsabile dell’Ufficio Tutela del Patrimonio librario della Biblioteca Civica di Alessandria.
L’evento è stato realizzato grazie alla collaborazione del Centro Servizi per il Volontariato Asti Alessandria, l’azienda CulturAle Costruire Insieme, L’Associazione La Vita Buona, L’Associazione Valmadonna Insieme.
I tesori della “Valmadonna Trust Library”. Manoscritti e incunaboli ebraici dal X° all’XVI° secolo
Lunedì 5 dicembre alle ore 17.00 presso la Biblioteca Civica “Francesca Calvo” di Alessandria, piazza Vittorio Veneto 1, verranno illustrati I tesori della “Valmadonna Trust Library”, importante raccolta di manoscritti e volumi a stampa in ebraico del collezionista Jack Lunzer che costituì il fondo oltre mezzo secolo fa.
Lunzer, nato ad Anversa da famiglia ebrea nel 1924, ha raccolto, in ogni parte di Europa e nel mondo, testi scritti o stampati in ebraico, collezionando circa tredicimila volumi, alcuni rarissimi, se non addirittura unici: Bibbie scritte a mano, tomi introvabili, pagine che hanno attraversato secoli di storia e migliaia di chilometri per giungere nelle sue mani.
Negli anni dell’immediato dopoguerra, Lunzer frequentò molto Alessandria, ospite della famiglia Vitale. Quando si trattò di scegliere il nome della sua fondazione, Lunzer pensò a Valmadonna, in ricordo dei luoghi frequentati. Nacque così la “ Valmadonna Trust Library”, la più grande collezione privata del mondo di libri in ebraico.
La collezione comprende opere provenienti da tutto il mondo e riflette gli interessi personali di Lunzer, in particolare per l’Italia “culla della stampa ebraica”. Molti pezzi risalgono ai primi anni della stampa in ebraico, che apparvero in Italia (Barco, Bologna, Brescia, Casal Maggiore, Ferrara, Mantova, Napoli, Piove di Sacco, Reggio di Calabria, Roma, Soncino), in Spagna (Guadalajara, Híjar, Zamora), in Portogallo (Faro, Leiria, Lisbona) e nell’Impero Ottomano (Costantinopoli). Oltre il 60% delle edizioni sono state pubblicate in Italia.
Nel 2017 la raccolta, ritenuta la più importante collezione privata di manoscritti e libri rari ebraici del mondo, venne acquistata dalla National Library of Israel (NLI).
A introdurre l’incontro di lunedì 5 dicembre, la prof.ssa Paola Vitale Delegata della Sezione di Alessandria della Comunità Ebraica di Torino e Milo Hasbani Vicepresidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane – UCEI.
A seguire gli interventi dei relatori, il dott. Angelo Piattelli curatore della collezione “Dr. David e Jemima Jeselsohn” di Zurigo che illustrerà la collezione della Valmadonna Library e Mons. Pierfrancesco Fumagalli della Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano che nella sua relazione “Alle origini dell’Umanesimo” descriverà un antico manoscritto ebraico illustrato inserito in una Bibbia ambrosiana.
Concluderanno Don Marco Visconti Direttore della Biblioteca del Seminario di Alessandria, la Dott.ssa Alessandra Rivera Presidente della Società Cooperativa Arca, la dott.ssa Paola Ottone, responsabile dell’Ufficio Tutela del Patrimonio librario della Biblioteca Civica di Alessandria.
L’evento è stato realizzato grazie alla collaborazione del Centro Servizi per il Volontariato Asti Alessandria, l’azienda CulturAle Costruire Insieme, L’Associazione La Vita Buona, L’Associazione Valmadonna Insieme.
Vicente Huidobro (Cile, 1893 ‑ 1948). Padre del creazionismo e uno degli autori più rilevanti della poesia ispanoamericana del secolo XX.
Porto negli occhi Il calore delle tue lacrime… Le ultime. Ormai non piangerai più. Sui sentieri Giunge l’Autunno E porta via tutte le foglie. Oh, che stanchezza! Una pioggia di ali Copre la terra.
Un dramma senza fine e assolutamente innaturale ha colpito la vita di Oscar Garcia Junyent, ex giocatore e attuale allenatore di calcio. Dopo mesi di lotta contro una brutta malattia, si è spenta per sempre la sua figlioletta. Ad annunciarlo ci ha pensato lo stesso mister, pubblicando una foto che lo ritrae insieme alla piccola e accompagnandola con uno struggente addio.
La vita a volte è crudele
Veder morire un figlio o una figlia è un episodio che la natura non dovrebbe prevedere e che non dovrebbe mai succedere. Tuttavia, la vita a volte è crudele e il destino sceglie persone che devono affrontare questa montagna insormontabile di dolore.
Qualche anno fa, precisamente nel 2019, il mondo del calcio mondiale si era stretto intorno a Luis Enrique, ex calciatore spagnolo e allenatore di diverse squadre prestigiose, compresa la nazionale del suo paese.
Sua figlia, la piccola Xana di soli 9 anni, volò in cielo pochissimi mesi dopo che le venne diagnosticato un osteosarcoma. Praticamente un tumore delle ossa, che nella maggior parte dei casi si manifesta proprio nei bambini e negli adolescenti, quando l’osso è in fase di crescita.
Un nuovo appuntamento a cura di Flora Rucco nel salotto culturale Interno 4
Domenica 27 novembre alle ore 19 a Interno 4 in via della Lungara 44 a Roma appuntamento con ESPERART di Flora Rucco che presenta “Sinfonie di Novembre” serata artistica della rassegna di arte e cultura “Trascendenze”. Una serata dedicata agli artisti nati sotto il segno del sagittario, nello zodiaco hanno maggiore propensione all’esplorazione del diverso o del lontano da sé. Interverranno: Flora Rucco, pittrice, Luciana Capece, poetessa, critico letterario, Loreta Carnevale, scrittrice, Enzo Carnevale, regista, autore, Sonia De Meo, attrice psicologa, Lucia Batassa, attrice, drammaturga, Manuela Di Salvia, attrice, autrice del libro “Il viaggio”, Giuseppe Cataldi, cantautore, Anna Avelli, poetessa. Presenta Chiara Pavoni. Aperitivo artistico.
Noi donne sotto un apparenza fragile e gentile, nascondiamo una grande forza e volontà. Stranamente la nostra fragilità ci fa essere forti , energiche, combattive.Siamo idealiste e romantiche, crediamo nella forza dell’amore e pensiamo che tutto possa cambiare grazie a questo sentimento grande che ci appartiene. Cambiare, cambiare si può per amore, questo lo crediamo e quasi mai avviene.
La nostra forza fisica è limitata e proprio per questo siamo tenaci, resistenti, perspicaci, abbiamo una sopportazione del dolore fisico e morale che nessun uomo possiedera’mai! Amiamo sempre, anche a costo del martirio fisico e psicologico! Amiamo perché pensiamo che per amore si possa cambiare! Noi lo facciamo, per i nostri figli, per il nostro compagno o semplicemente perché dobbiamo adattarci.
Viviamo sempre in mezzo a sentimenti di colpa, ho sbagliato, ho fallito, non sono stata capace! Se veniamo trattate male, pensiamo che il nostro comportamento ha generato quel tipo di situazione. Se veniamo schiaffeggiate, prese a calci, controllate, minacciate, pensiamo che forse siamo noi generare un certo tipo di comportamento!
La violenza fisica è visibile, la violenza psicologica invece non è visibile, possiamo viverla ogni giorno, siamo colpevoli di ogni cosa, la casa non è pulita abbastanza, il cibo fa schifo, non sei capace a fare la madre, figli e compagni che ti prendono a male parole. Non ti senti all’altezza, non ti senti adatta, tutto ciò che fai è sbagliato, fatto male!
Sei una poveretta, non capisci nulla e noi donne ad ascoltare il cumulo di parole che ci cadono addosso, prima come pietre poi come macigni che ti schiacciano e ti annullano. L’uomo è forte fisicamente e con le parole ma, fragile dentro e l’unica arma contro di noi è la sua forza e la sua violenza. Ci distrugge con l’unica arma che sa di possedere, la forza fisica.
Quando l’uomo perde terreno e sa che le violenze verbali, fisiche non bastano più per tenersi la sua donna, di proprietà, sa che dovrà compiere l’atto estremo, ucciderla, ucciderle i figli, sfigurarla con la complicità di una società che scusa e perdona la fragilità del povero uomo! Nessuno riesce a fermarli, nessuno ha la volontà di fermarli, nessuno li condanna abbastanza duramente e noi continuiamo a morire, morire perché abbiamo amato, morire perché abbiamo sperato, morire perché dovevamo morire per un amore malato che invece speravamo di cambiare.
L’ennesimo delitto in cui l’uomo manifesta la sua paura e fragilità ma, anche l’ennesimo fallimento dell’essere uomo. Non si può chiamare uomo chi compie un atto cosi bestiale, non portiamo fiori a tutte le donne morte per mano di un essere che uomo non è, portiamo a tutte le donne giustizia una volta per tutte. Iris G. DM
Mi sento come un foglio bianco usato e stropicciato, un foglio dove forse non c’è scritto niente o invece ci sono una miriade di parole, ma nonostante tutto un foglio accartocciato che non si sa ancora se stracciare e gettare o aprirlo stirandolo alla meglio con le mani facendo rimanere impresse tutte le pieghe. Non sono affatto affranta o delusa, sono in stallo tra il sorriso e il pianto, quel momento giusto che in natura si chiama autunno e io lo sento dentro il cuore. Colori caldi, rossi e gialli intensi che portano tanto senso d’amore ma al tempo stesso lasciano aperto quel brivido di pensare e pensare a volte anche sbagliato, gli ultimi colori dorati in un azzurro grigio perlato di un mare già agitato per la fretta di cambiare. E in questo stallo, tra due piedi e due emozioni, vedo che il tempo sta scorrendo e siamo già a Natale.
Io con il Natale ho sempre avuto un rapporto particolare, al di la della fede e del senso religioso, che può essere certamente personale, a me quel senso commerciale invasivo, quella felicità “obbligata e concentrata”, quell’essere cordiali e umani all’improvviso e in quel determinato momento, ebbene non mi hanno mai rapita nel cuore e nella mente.
Ho trascorso ormai tanti mai di quei Natale che tanti si accomunano e pochi sono quelli speciali da potere ricordare, al di la delle tradizionali cene o pranzi con tutti ( e dico e sottolineo tutti) i parenti anche quelli che non avevi mai conosciuto e che improvvisamente ti venivano vicini e con un sorriso a 32 denti ti accarezzavano e con la faccia tosta di conoscerti da sempre ti rifilavano la tipica frase fatta…..”come sei cresciuta! Ti stai facendo davvero carina, tutta la zia…. ( l’ennesimo nome di una zia morta che tutti conoscevano tranne io!).
Ho odiato quella zia che mi somigliava e io non ci ho mai comunque creduto.
Ho trascorso Natale, sola con me stessa, raccolta in una coperta per ripararmi dal freddo che abitava ormai in quella casa di quattro mura, dove il riscaldamento era una stufa a legna, ma legna non ce n’era perchè per averle bisognava pagare e al tempo il mio lavoro era assai precario e mal remunerato, e sola mi stringevo la coperta e sospiravo a tempi migliori con la speranza di cambiare.
Natale pieno di doni e di regali, doni fatti per partecipazione e regali insignificanti, ripetitivi e assolutamente inservibili, obbligo della società e obbligo al consumo anche e soprattutto del superfluo.
I Natale più belli li ho trascorsi quando avevo i figli ancora piccoli e allora tutto era dedito per loro, per loro ci addossavamo il faticoso lavoro dell’albero, faticoso nel sceglierlo, addobbarlo e poi sfarlo, il presepe che ogni anno doveva essere diverso per poi finire ad essere sempre uguale ma con uno spirito di gioia sempre diverso.
Troppo presto parlare di Natale?….Ma se nei supermercati e nei centri commerciali i Panettoni e i Pandoro sono quasi terminati, se le luci nonostante ci sia una crisi energetica in giro, a me paiono molto più numerose e brillanti di un tempo e già da quasi un mese sono accese!
E la guerra in corso? E le persone che muoiono dai soprusi dei più? E …..ma già queste cose non fanno il senso della festa e del Natale, tanto, come ieri contro la violenza sulla donna, come sempre si sono usate scarpe rosse, bende all’occhio e nomi di donne filmate su un muro colorato di rosso sangue o rosa sbiadito, e oggi tutto è già passato, come passerà anche la guerra e la morte, e l’appuntamento è “convenzionale” al prossimo anno a “ricordare”.
Ecco che riprendo il foglio bianco accartocciato e nonostante lo abbia stirato con le mani, le rughe ovvero le piegature rimangono impresse e non si possono più eliminare.
Prima di questo avevo letto di Echenoz solo “Ravel”, una biografia garbata e attenta soprattutto agli aspetti umani e caratteriali del musicista, che mi piacque molto.
Nonostante ciò sono stata indecisa se iniziare Inviata , avendo letto commenti poco favorevoli ad eccezione di uno : ho così deciso di rendermene conto da me, ed eccomi qua!
Certo non lo metterò nella cerchia dei miei più amati in assoluto, ma, pensandoci bene, trovo che ha una originalità che mi ha soddisfatta.
Anzitutto lo posso definire una spy- story, anzi no ( eccoci!): è più una parodia del genere! Gli elementi ci sono tutti: lo spionaggio internazionale, il super potente super cattivo, la bella donna, le conquiste erotiche, le armi più o meno sofisticate e così via. Ma l’impresa è affidata a personaggi improvvisati, imbranati o addirittura inconsapevoli; la soluzione finale ( che certo non rivelerò) è ben diversa da quella che ci aspetteremmo.
Tutta l’azione poi sembra non decollare mai: per una buona metà del libro ci si dilunga in preparativi, molto tranquilli, e si fa conoscenza con una serie di altri personaggi che apparentemente sono solo di contorno. Ovviamente alla fine tutto si incastrerà vicendevolmente.
Oltre a questo, la stessa scrittura ha le caratteristiche della lentezza, della divagazione, magari a vantaggio delle descrizioni d’ambiente o del carattere di un personaggio: divagazioni che sembrano fatte apposta non per creare una suspense, ma per diletto dell’autore. A questo proposito cito la ripetuta informazione sui percorsi parigini, a piedi o in metrò, di qualche personaggio ed in particolare del “mercato selvaggio caotico come un terreno incolto” che invade un boulevard ( cap. 3°).
Nei momenti poi d’azione sembra prevalere nei personaggi un elemento paradossale o irrazionale ( emblematici i due che dovrebbero fungere da guardie del corpo).
Eeeh, però però…mi viene spontaneo un pensiero: ma quanta irrazionalità esiste nella realtà!? E mi riferisco a “personaggi” emblematici di potere o politico o economico, che agiscono su questo pianeta non in un romanzo… Ma via, anch’io divago, forse.
Accennavo poco fa all’autore: Ecco una caratteristica “vistosa” di lui è proprio la sua presenza nel libro, attraverso sia una brillante ironia, che sparge a piene mani nel linguaggio e nelle situazioni, sia attraverso ricorrenti ( forse anche troppi) interventi di lui medesimo al lettore.
«Ora, se non vi dispiace, ci occuperemo un po’ del marito». A volte finge di essere un personaggio interno alla storia: «Il giorno seguente, nel pomeriggio, visto che non avevamo niente da fare e passavamo giusto di lì, ci siamo introdotti con discrezione in casa di…» A volte assume il ruolo di “cronista” della vicenda : «dobbiamo interrompere questa scena perché ci è appena pervenuta una notizia».
Addirittura gioca sulla propria onniscienza di narratore, confessandone dei limiti: « Benché ci siamo un giorno vantati di essere i più informati di tutti, dobbiamo ammettere che al momento non sappiamo che ne sia stato di lui».
Questo giocare con il lettore può anche non piacere, in effetti, però l’ho chiamato gioco proprio perché l’autore pare proprio divertirsi a smontare certe regole narrative (« questo ora non ve lo dico»), ed a rovesciare il modo di raccontare senza preoccuparsi di aderire ad un genere. Tanto più che, sotto sotto, ci dipinge certi equilibri planetari che di divertente hanno poco.
Mi sono trovato quasi per caso alla presentazione di questo libro e senza aspettiva alcuna ne ho iniziato la lettura durante un viaggio treno.
L’ho amato da subito. La scrittice mi ha parlato direttamente, a tratti musicalmente, come se i personaggi del libro appartenessero alla mia vita. Dafne, Diego, Simone, questi alcuni dei personaggi, li riconosco in me, tra amici e conoscenti. Una scrittura intima e un messaggio autorevole: l’importanza della comunicazione e della condivisione, il peso della solitudine in alcune situazione.
La morte che si intreccia alla vita come una spirale per arrivare all’amore per la vita.
Consiglio questo libro a chiunque voglia farsi un bel viaggio introspettivo o voglia regalarlo a qualche persona cara.
Cerco nella commozione che ancora mi pervade il giusto ordine alle parole.
La giusta distanza, necessaria a raccontare questa storia che trascina in sé il peso ed il dolore della verità. Una verità che l’autrice ricerca in maniera lucida ma maniacale, trattenendo “il cuore accanto”: né troppo dentro a confondere, né troppo lontano a dimenticare.
Maria Grazia Calandrone, che è poeta (ed io questo non lo sapevo ma l’ho compreso leggendone la vibrante prosa), plana con leggerezza sul vissuto della madre naturale, Lucia, rivolgendo a Lei una perpetua carezza, che è conforto e perdono.
Non avendo di Lei alcun ricordo, la riporta a nuova vita.
Come nei libri di storia i grandi, così Lucia, prende forma e anima attraverso le parole di Maria Grazia.
“Rinascerai, Lucia, anche solo a parole. È tutto quello che posso.”
Maria Grazia ha bisogno che sua madre diventi reale, probabilmente per renderle il commiato che non le è stato concesso renderle. Ma soprattutto ha bisogno di spiegare a se stessa e al mondo chi era Lucia, cosa ha vissuto Lucia.
Ha bisogno di denunciarlo, che Lucia “ha ventinove anni, è innamorata, ha una figlia neonata. Se solo non trovasse davanti a sé solo strade chiuse, Lucia vivrebbe, forse ancora..”
Ma Lucia appartiene ad un tempo lontano, o almeno così ci piace immaginare. Ad un periodo di mezzo in cui l’emancipazione femminile sta affacciandosi lentamente al mondo, ma ancora non è presente tra le retrovie della gente. Figurarsi nelle piccole realtà contadine come quelle da cui Lucia proviene.
Lucia è per la famiglia una merce di scambio, un’occasione per un buon affare. Viene umiliata e vessata, non amata, ripudiata fino alla fine della sua vita.
Lucia è la vera vittima dell’abbandono. Di un disamore che non le dà alcuna chance di salvezza, che è puro egoismo e non opportunità. Lucia è sacrificata sull’altare di una cultura gretta, patriarcale e maschilista, in un paese – l’Italia – il cui diritto di famiglia viaggia ancora su due velocità, dove la discriminazione tra uomo e donna non fa ancora abbastanza rumore.
Lucia è vittima di violenza. Una violenza avallata e condivisa dal sistema culturale e valoriale del tempo. Una violenza di massa, dalla quale non riesce a fuggire, ovunque vada se la ritrova addosso.
Ma Lucia non si piega, piuttosto si spezza.
Lei vuole vivere, vuole tornare a brillare. Ci prova con tutte le sue forze. Ma alla fine ne vedremo dissolversi l’essenza e tutta la sua bellezza.
L’abbandono che Lucia subisce è del tutto diverso da quello che prepara e infine compie.
Questo Maria Grazia lo sa, la verità è nei fatti che analizza, ricostruisce, forse, ad un certo punto accarezza, che legge come un testamento postumo d’amore dei suoi genitori verso di Lei.
“L’amore di Lucia per me […] sta nel Dove non mi ha portata.”
Pagine che alternano il freddo registro della cronaca, ben incastonato nel contesto sociale, culturale economico e legislativo del tempo, a frangenti di elevata poesia.
Che non è mai autocommiserazione, ma balsamico perdono.
Un rimpianto misto amore.
È un testo altissimo, di cui ho detto forse troppo.
Non so per quale motivo, pur sapendo che lei si stimasse una gran cuoca, quando le chiesero quale fosse il suo piatto migliore, io mi inserii dicendo “bruciato di arrosto”. Qualcuno rise, era una semplice, innocente spiritosaggine, ma lei no; Licia si offese a tal punto che non mi guardò in faccia tutta la sera. Un piccolo incidente che minò il nostro amore; a nulla valsero le mie scuse e poi le preghiere. Ci lasciammo dopo un paio di mesi. Lei tenne la gatta le cui fusa ancora mi mancano ed oggi che freddamente ripenso a quanto accaduto, un particolare spicca nitido sul nebbioso bailamme dei ricordi.
Andavamo spesso in cima alla collina dove a fianco di un convento di frati, sopravviveva una specie di osteria dalla quale, seduti su un muretto, ammiravamo il mare e lì sorseggiavamo un bicchiere di vino dalmata del quale, chissà per quale strano motivo, l’oste ne era sempre provvisto. L’ultima volta Licia non bevette ma lasciò il vino libero di asciugarsi al sole e questo, ricordo bene, fu prima del mio bruciato di arrosto. Che intrigate sono le cose del mondo e che fesso sono stato a non capire che Licia mi aveva già lasciato.
Un giorno, un professore entrò nella sua classe e chiese ai suoi allievi di prepararsi per un test a sorpresa. Tutti seduti nei propri banchi aspettavano con ansia affinché l’esperimento avesse inizio.
Come faceva di solito, l’insegnante consegnò a ognuno di essi un foglio di carta poggiandolo con il testo rivolto verso il basso. Una volta completata la distribuzione, invitò gli studenti a girare il foglio.
Rimasero tutti stupiti nel vedere che non c’erano domande, soltanto un punto nero nella parte centrale del foglio bianco. Notando l’espressione di meraviglia nei loro occhi, il professore spiegò: “Desidero che voi descriviate ciò che vedete”. Pur se confusi, gli alunni cominciarono la prova “misteriosa”.
Terminato il tempo stabilito, il professore ritirò tutti i fogli e iniziò a leggere ciascuno degli scritti ad alta voce davanti agli studenti.
Tutti quanti, senza alcuna eccezione, in un modo o nell’altro, avevano definito il punto nero cercando di spiegarne la forma o la sua posizione centrale nel foglio. Dopo che tutti i compiti furono letti e in aula era sceso il silenzio, il professore cominciò a spiegare:
“Non ho alcuna intenzione di assegnare un voto per questo. Ho voluto soltanto darvi qualcosa su cui pensare. Come potete notare, nessuno di voi si è espresso sulla parte bianca del foglio, nonostante sia la più estesa. Tutti vi siete concentrati sul piccolo punto nero; la stessa cosa accade nella nostra vita. Noi ci ostiniamo a focalizzare solo il punto nero, che rappresenta un problema che ci infastidisce. Nonostante le macchie scure siano molto più piccole rispetto a tutto ciò che la vita ci dona, sono quelle che inquinano le nostre menti. Rivolgete il vostro sguardo lontano dai punti neri della vostra esistenza. Gioite delle benedizioni che in ogni momento la vita vi dona.”
Quando a Emile viene diagnosticata una forma precoce di Alzheimer è certo di una sola cosa: vuole vivere quel poco che gli resta scoprendo posti che non ha mai visto e che ha sempre voluto visitare. Gli occorre solo un compagno di viaggio, non facile da trovare viste le sue condizioni fisiche di cui ha dettagliatamente scritto nell’annuncio. Ma quando una ragazza di nome Joanne risponde, rendendosi disponibile a partire subito, lui non può credere ai suoi occhi.
Inizia così, a bordo di un camper, il viaggio di Emile e Joanne: un viaggio emozionante, dove nulla è prevedibile, che porterà i due protagonisti a confrontarsi con il loro passato, ad affrontare le loro paure e a scoprire, attraverso la conoscenza reciproca, una parte di sé a loro sconosciuta.
Questo romanzo tocca davvero note profonde.
Sono stata travolta dal coraggio di Emile di vivere questo momento della sua vita lontano dai suoi cari e mi sono commossa alla fine del libro per la scelta di Joanne.
Un merito particolare, a mio parere, va anche a uno dei personaggi secondari: Myrtille, una vecchietta che mi è rimasta nel cuore per la sua ingenuità (mi ha fatto davvero sorridere) e la sua bontà d’animo.
Il libro è scritto molto bene e si legge velocemente.
Il tema dell’autodeterminazione terapeutica è preponderante, ma non è il solo. È un libro che parla anche di perdita, di elaborazione del lutto e di rinascita ed infine, non per importanza, di amore.
Per chi ha voglia di leggere pubblico uno stralcio di
“A QUEL TEMPO”.
Un racconto ambientato nella Paternò degli anni sessanta.
3
Ricordi…
La memoria delle piccole cose del nostro passato, e la rivisitazione della vita vissuta, forse, più dello scritto, resta impressa nella mente di tutti noi.
Voglio dire che, se cerchiamo di capire chi siamo e dove siamo diretti, non possiamo dimenticarci chi eravamo, e allora, come se salissi su un’ipotetica macchina del tempo, voglio ripercorrere a ritroso le impronte dei miei passi, e come d’incanto mi appare l’immagine della “putia” di mia madre, per tutti la “putia della signora Angelina”.
Come ho già detto non era un vero e proprio negozio, ma semplicemente una grande stanza che faceva angolo fra Via Circonvallazione e Via Fratelli Bandiera e che mia madre, improvvisandosi commerciante, aveva adibito a negozio.
La parete che costeggiava la via Circonvallazione era fornita da un’ampia finestra che era stata adibita a vetrina d’esposizione, mentre l’ingresso era sull’altra via. Non so, a dire il vero, se mia madre avesse una regolare licenza di vendita. Sicuramente non l’aveva da subito ma poiché gli affari inizialmente andavano bene, penso che col tempo si sia messa in regola.
È verso la fine degli anni ’50 che sorge il negozio, sulle ali dell’entusiasmo di tanti altri piccoli negozi di venditori e artigiani che sorgevano come funghi, lungo la via principale.
Si sa, si era in un periodo tutto sommato di crescita economica, anche se non paragonabile a quella dei paesi del nord Italia.
I negozi erano tutti molto piccoli. In genere erano le stanze che si affacciavano sulla via e i più fortunati avevano addirittura un piccolo retro come magazzino.
Ancora risuonano nelle mie orecchie i rumori dei lavori degli artigiani e sento i mille odori caratteristici di ogni negozio.
Dopo il negozio di mia madre, dalla stessa parte della strada, c’era la bottega del “suddunaru”.
Quest’uomo era un vero artista nella lavorazione del cuoio. Era un uomo magro e minuto con uno strano timbro di voce, nel senso che era molto acuto, quasi stridulo e alla fine di ogni frase sembrava quasi che risucchiasse l’aria che gli era uscita dalla gola. Il viso aveva la forma di un’incudine, il naso era stretto e molto pronunciato, e la testa era coperta da una rada peluria che con un grande sforzo di fantasia si poteva definire capelli. Era conosciuto come “Saru u schettu”, nel senso che non si era mai sposato. La sua vita trascorreva fra la bottega e i vari maneggi, dove consegnava di persona i suoi capolavori.
Dicevano che era anche un abile cavallerizzo e che mai, a memoria d’uomo, si era vista una persona abile come lui nel domare i cavalli, anche i più irrequieti. Forse per questo io immaginavo che non si fosse mai sposato, o forse come alcuni dicevano, che a lui le donne non piacevano. Non lo so se fosse vero, ma so che non lo avevo mai visto parlare con una donna.
La sua arte spaziava dalle selle borchiate alle cinture per gli uomini fino anche alle museruole per cani.
Appese sulla porta del negozio facevano mostra, in bella vista, molte sue creazioni. I suoi “capolavori”, come amava definirli.
C’era un pezzo speciale che io adocchiavo sempre e che desideravo fosse mio. Un sogno irrealizzabile: una frusta fatta in budello di maiale molto flessibile che quando il sellaio la faceva roteare sembrava fischiasse nel lacerare l’aria.
Dalla parte opposta della strada c’era invece il calzolaio. Lungo il marciapiede che costeggiava il suo negozio, sopra un improvvisato banchetto, erano esposte un’infinità di forme di legno di scarpe.
Dal suo negozio usciva un odore che a me piaceva molto, era un misto di colla e cuoio.
Il calzolaio era un omone grosso e alto, aveva un paio di baffi che, dicevano, non ce n’erano di simili in tutta la Sicilia. Li aveva sempre ben curati e le estremità erano rivolte in alto, sembrava che fossero incollate, tanto stavano ritte e ferme.
Ricordo di averlo sempre visto con addosso un grembiule di cuoio scuro e unto, scalfito da un’infinità di piccoli tagli. Era sempre seduto fuori, sul marciapiede, su uno sgangherato sgabello. Batteva continuamente pezzi di cuoio con un martello dalla testa piatta e larga, distesi su una spessa lastra di ferro. Aveva le mani tozze e callose, sempre screpolate.
Con un lungo ago infilato di uno spesso filo di spago riparava scarpe, stivali, e anche borse di tutti i tipi.
Era il calzolaio del quartiere, nel senso che oltre a riparare le scarpe, le produceva artigianalmente su misura. Anche noi eravamo suoi clienti.
Quello che mi appassionava delle sue scarpe, erano dei ferretti a mezza luna che aggiungeva alle estremità delle suole e che facevano, quando si camminava su un pavimento di sasso o comunque duro, un rumore metallico, e ad ogni passo che si faceva, sembrava di ballare il tip-tap.
Un altro negozio che faceva molti affari era quello del vasaio. Anche lui esponeva la sua mercanzia lungo il marciapiede e la mia paura era, quando passavo accanto ai “bummuli”, di toccarne qualcuno e farlo cadere mandandolo in mille pezzi. Per quel motivo, cercavo di passare dalla parte opposta del marciapiede.
Il negozio, a dire il vero, era gestito da una donna, la signora Filomena che era la moglie del vasaio. Era una donna molto alta e prosperosa, aveva il fascino e la grazia di una leonessa. Gli occhi erano grandi e neri come il buio della notte. Aveva una chioma di capelli abbondanti e neri che erano mossi e ondulati con la scriminatura un poco di lato. Quello che colpiva in quella donna era il contrasto fra il nero dei capelli e il candore della pelle. La vita era molto sottile e il seno esuberante.
Sì, era indubbiamente una bella donna, tutti gli uomini del quartiere, me compreso, ne erano segretamente innamorati.
Purtroppo il marito vasaio, anche lui molto alto e prestante, era gelosissimo. Per questo motivo, pochissimi uomini rivolgevano la parola a sua moglie, per evitare equivoci e liti inutili.
Quelle poche volte che parlava con qualche uomo, i discorsi vertevano solo sulla vendita dei vasi esposti.
Calogero, questo era il nome del vasaio, lavorando nel retrobottega, sembrava assente, ma ai suoi occhi nulla sfuggiva.
Non vendevano solo vasi di terracotta, ma anche attrezzi di vario tipo, scatole metalliche, piatti, portavasi di ferro e lampade a petrolio.
A proposito delle lampade a petrolio, erano oggetti che mi piacevano particolarmente, non chiedetemi perché, non lo so, forse perché nel mio subconscio erano i custodi della fiamma e del calore.
Ricordo che la parte superiore della lampada, era fatta da una specie di tubo di vetro, dove la parte bassa s’innestava in una molla metallica e la parte alta finiva con una greca merlata.
Per controllare la resistenza del vetro, ogni acquirente usava battere con le dita la parte esterna del vetro, e secondo il rumore, si riusciva a capire se il vetro fosse integro o incrinato. Ancora nelle mie orecchie risuona il tintinnio del vetro al battere delle dita.
La bottega del carrettiere era quella che creava più frastuono, confusione e disordine, nel senso che il continuo via vai di carretti impediva una serena pace, così come potrebbe essere ai giorni nostri il disturbo che ci arreca il traffico automobilistico. C’è da dire che era anche quella che dava movimento a tutta la via.
Con i suoi attrezzi e macchinari costruiva carretti variopinti e anche sponde e pianali per i letti.
A quel tempo erano pochi i letti fatti di reti e molle, e i materassi erano riempiti di paglia e crine. Solo nelle case dei ricchi si usavano materassi riempiti di lana.
Era anche un continuo battere sui cerchioni delle ruote e sulle sponde dei carri. A completare l’opera ci si metteva anche il lavoro di sistemazione delle botti per il vino, e dunque anche sui cerchi delle botti era un continuo martellare.
Un altro bottegaio era il tappezziere, il quale era specializzato nel rinnovare le sedie di rafia, divani e poltrone.
Era anche una specie di sarto e a lui le donne portavano i cappotti da rivoltare finché c’era stoffa a sufficienza. Insomma non si buttava mai nulla.
All’occorrenza funzionava anche da tintoria e coloro che avevano un lutto da “portare” per tanto tempo, si rivolgevano a lui affinché “rinnovasse di nero” il loro guardaroba.
Un artigiano che non aveva fissa dimora era l’arrotino, che con il suo carretto passava di tanto in tanto per la mia via. Allora capitava che le donne, in massa, uscissero da casa, chi per portargli qualche ombrello da riparare, chi qualche coltello da molare e chi qualche pentola ammaccata e bucata da rimettere a nuovo.
In genere sostava per una giornata intera e verso il suo carretto era un continuo via vai di donne che gli portavano qualcosa da riparare, non prima di aver fatto una lunga ed estenuante trattativa sul compenso da corrispondere.
Non mancavano i negozi prettamente maschili, come il salone da barba, dove si regalavano mini calendari profumati, con rappresentate donne seminude che a sfogliarli avevano un non so che di pornografico e vagamente peccaminoso.
Come il circolo, dove gli uomini bevevano vino e disputavano qualche partita a carte, e che era sicuramente il locale dove si urlava di più.
Non poteva mancare poi il tabaccaio in cui si vendevano tabacchi, accendini, cerini, valori bollati. Insomma diciamo che la Via Circonvallazione era una strada piena di vita.
Il negozio di mia madre, per quei tempi, era sicuramente il più attrezzato e anche quello fornito delle più svariate mercanzie. In una vetrina dietro il bancone facevano bella mostra bianche bottiglie di latte con tappo di sigillo di sicurezza, con tassativo vuoto a rendere.
Cosa eccezionale per quei tempi, il negozio di mia madre era anche fornito di un grande e rumorosissimo banco frigo, dove all’interno erano ordinatamente stipati formaggi, salumi, prosciutti, salami, uova, ricotta fresca messa in contenitori di cesti fatti di frasca e coperti da foglie di fico, e tutto quello che necessitava di essere conservato al fresco.
In una grande vetrata sotto il bancone di formica, di un tenue color celestino con riflessi verdi, con le portine di vetro che si aprivano a scorrimento una sull’altra, erano in esposizione grosse forme di pane, la “vastedda”. A dire il vero, di pane se ne vendeva ben poco per via del fatto che non esisteva, a quei tempi, casa che non avesse il proprio forno.
Adesso che ci penso, il pane che maggiormente mia madre vendeva, era il famoso pane industriale, la “mafalda”, che era un bastone di pane con sopra spruzzati dei semi di sesamo, buonissimo da mangiare caldo e con la mortadella. Credetemi sulla parola, non esiste paragone in quanto a sazietà e prelibatezza, con le merendine industriali dei giorni nostri: pane e mortadella vince sicuramente dieci a zero. C’era anche uno scaffale con tanti contenitori di vari tipi di pasta e riso. Tutto da vendere rigorosamente sfuso.
Il reparto pasticceria non era altro che un alto scaffale con molti ripiani che arrivava a sfiorare il soffitto. Era il reparto preferito dai miei fratellini che, avendo scoperto il sistema per aprirlo, non facevano altro che accomodarsi direttamente all’interno per fare razzia di dolci.
I vasi di vetro pieni di confetti e leccornie varie, erano i primi a essere svuotati, poi era il turno delle rotelle di liquerizia e delle caramelle, quelle con tante sfumature di colori, erano le più attraenti. Se ne mettevano in bocca tre o quattro per volta. Si comportavano come potrebbe agire una volpe in un pollaio: facevano una strage.
Quando mia madre se ne accorgeva, erano urla e strilli per tutta la casa contro mia sorella maggiore, perché diceva mia madre, che non poteva fare tutto lei e il compito di curare i fratellini era suo.
Lo scatolame, come tonno, pelati, detersivi, era ammassato in un angolo. Per quanto riguarda il caffè, una rarità, era chiuso a chiave in una vetrinetta a parte, le cui chiavi erano di esclusiva gestione di mia madre, mentre il caffè d’orzo era contenuto in un recipiente metallico in bella vista sopra il bancone.
Ad ogni modo, nonostante l’offerta fosse varia e abbondante, non si poteva neanche lontanamente paragonare a quella dei moderni supermercati, ma tutto quello che si vendeva era indubbiamente privo di conservanti e additivi e sicuramente più genuino. A quei tempi c’era meno offerta ma molta più qualità.
Il negozio era sempre invaso da un misto di odori di salumi, dolci, detersivi e il tutto si mischiava in un unico aroma che invadeva chiunque entrasse.
L’odore delle cassate di mandorle e di pistacchio si mischiava a quello forte e pungente del “piacentino”. Purtroppole parole non bastano per descrivere la sinfonia di odori e sapori che invadevano l’aria del negozio.
Il negozio era anche un punto d’incontro fra le massaie del quartiere, le quali, con la scusa di fare la spesa si riunivano a spettegolare e a comunicare gli ultimi aggiornamenti avvenuti nel circondario.
Diciamo che era una specie di giornale radio locale dove le casalinghe raccontavano le ultime notizie, con il tacito accordo, di mantenere il segreto professionale sul nome della “giornalista” di turno. Una specie di tutela della riservatezza, anche se tutti sapevano tutto di tutti.
Fuori, sulla porta del negozio, non c’era un cartello che indicasse l’orario di apertura e neanche quello del giorno di chiusura settimanale. Si entrava e usciva in qualsiasi momento. Mia madre apriva la mattina quando si alzava e chiudeva poco prima di andare a dormire. Ecco questo era l’orario del negozio.
Una porta con un vetro smerigliato divideva il locale negozio dall’abitazione privata, per cui tutta la casa era avvolta dal profumo, mentre altre volte era il negozio a essere avvolto dagli odori, buoni per altro, che provenivano dalla cucina. In alto, appesi al soffitto del negozio, facevano mostra una serie di carte moschicida, che quando erano sature di prede, mia madre sostituiva.
Ormai con i moderni centri commerciali tutto questo è sicuramente sparito per sempre.