Don Rocco Alfieri non è più quello di un tempo, i pensieri lo stanno tradendo e dal suo feudo nell’hinterland sud di Milano sta perdendo il controllo sugli affari criminali della Società. Il figlio prediletto Domenico, detto Micu Bang Bang, si trova in carcere; il secondogenito, Antonino, non è pronto per ereditare il bastone del comando. Poi ci sono i Procopio, la cosca satellite relegata da generazioni a fare il lavoro sporco, che cerca di alzare la testa alleandosi con la mafia albanese e la mala egiziana. Filippo Barone è un consulente milionario. Ripulisce denaro, pilota appalti e fa da cerniera tra il mondo di sotto, dove si muovono grandi casati malavitosi e narcotrafficanti internazionali, e quello di sopra, popolato da ricchi imprenditori, senatori corrotti e broker senza scrupoli. Barone vive una torrida storia con Bianca Viganò, una modella e influencer dai lunghi capelli castani, legata profondamente all’amico d’infanzia Leonardo Ferrari, un bravo ragazzo di quartiere che spaccia cocaina tra le panchine di Piazza Prealpi. Il loro mondo non cambia mai. Li tiene uniti in una tragedia moderna e senza pietà, dove nessuno si salva e dove, dai grattacieli di CityLife ai nightclub di Corso Como, si sovrappongono i mille volti della criminalità multietnica di Milano, i sogni di successo dei ragazzini cresciuti ascoltando trap nei casermoni popolari della periferia, gli affari sporchi dei faccendieri che muovono milioni di euro dagli uffici open space con vista sul Duomo. Tutti insieme, nell’amore e nell’odio, accomunati da un unico destino. Perché il mondo non cambia, ma l’Apocalisse è alle porte.
Recensione
Il mondo, chico …. E tutto quello che c’è dentro.
Nella capitale lombarda le famiglie della‘ndrinasi spartiscono il territorio e i profitti in un clima di apparente equilibrio e rispetto. Ma quando il pilastro portante dell’organizzazione viene meno, avidità e segreti rancori porteranno ad una sanguinosa lotta intestina per il potere.
Filo conduttore della narrazione è la figura di Filippo Barone, titolare di una società di consulenza cui si appoggia la famiglia Alfieri per occultare le proprie attività illecite e mettere al sicuro il patrimonio. Col benestare della Società “madre” di San Michele d’Aspromonte, gli Alfieri sono al vertice della Società Lombardia, e sono alleati coi Procopio, il loro “braccio armato”.
Quando però appare chiaro che Rocco Alfieri, il capobastone, non è più in grado di gestire l’organizzazione, approfittando anche dell’assenza del figlio maggiore Domenico, ospite in carcere, e della debolezza del secondogenito Antonino, gli altri esponenti della Società iniziano a pensare di alzare la testa…
La parola è impegnata. Indietro non si torna.
Nel mezzo degli affari dei cristiani troviamo Leonardo Ferrari, Manny, col suo fedele “fratello” Nicholas Russo, Carlito, e Bianca Viganò, nati nei quartieri più disagiati ma desiderosi di riscatto. I primi due sono dediti allo spaccio, la seconda è legata da alcuni anni a Filippo Barone, pur frequentando Manny al contempo, e si da’ da fare coi social network. Tutti e tre si ritroveranno invischiati nell’Apocalisse, e dovranno cercare di non soccombervi.
…. si trovava sulla linea di fuoco, in un campo di battaglia che non le apparteneva e dove non avrebbe ottenuto trionfi. Doveva stare in campana.
Un libro duro, scuro e freddo come una notte d’inverno, crudo e aspro come il sapore del sangue, intenso e pungente come l’odore della legna che arde. Un libro venato di invidie, gelosie, ricatti, tradimenti, inganni e morte, macchiato di tristezza e solitudine, intriso di realismo ed ineluttabilità. Un libro che parla di “mafia”, dei suoi tentacoli e delle sue “strutture”, ma anche di voglia di libertà, di sogni, di amicizia e amore.
Era felice. Proprio come lei. E per il momento andava bene così.
Con l’ausilio di una scrittura fluida e accattivante, l’autore riesce a descrivere il mondo dei malandrini in modo estremamente preciso e dettagliato, inserendo anche molti termini del gergo usato dagli sgarristi ed espressioni in dialetto calabro, che rendono il tutto più verosimile e credibile. L’alternanza dei punti di vista nel corso della narrazione aiuta a comprendere meglio gli eventi e i personaggi, permettendo di non perdere per strada pezzi importanti del puzzle che le pagine costruiscono piano piano.
Micu Bang Bang di risposte sicure ne aveva una e una sola: non partì da lui l’ordine di mandare i cristiani al campo santo.
Una storia interessante, ricca di colpi di scena, perfettamente studiata e sviluppata, che affascina e spinge a non voler smettere di leggere. Il finale aperto è la degna conclusione per una vicenda che, purtroppo, non sembra possa averne.
Il mondo non cambia, l’Italia non cambia.
Consigliato a chi non ha timore di dare uno sguardo al torbido che infesta il nostro Paese!
Non esistono capitoli in quest’opera che ha l’apparente struttura di un romanzo ma è poesia. È prosa poetica che ci viaggia sulle teste come un dirigibile senza meta in balia di un solo vero protagonista: il destino.
Il tutto avviene in un luogo non luogo abitatoda decisioni mancate o sfiorate alla ricerca di “un trafugare ancora un giorno alla vitapiuttosto che lasciarla appassire”.
Sembra che ogni rigo debba condurci verso un addio, ogni verso “oltre le finestre che chiudono i battenti ai sogni”.
Molteplici le letture che dalle pagine sgorgano a fiotti, come un treno con i suoi passeggeri, crisalidi in attesa che il viaggio sicompia; fermate e ripartenze tra il vuoto della quotidianità e l’aspirazione all’amore, “perché senza amore si è morti pur vivendo”.
La Sconosciuta è un’opera che induce a riflettere su sé stessi, su come e perché accettare il cambiamento, inteso come superamento dei confini tracciati all’interno delle case, da una finestra. Cambiare è lasciarsi qualcosa alle spalle, è un morire per rinascere.
Allora bisogna sapersi spingere oltre il davanzale, oltre le colonne d’Ercole, a un’ora dal destino “verso un non luogo dove non serve viaggiare per giungere a destinazione”.
E se “l’amore è una rapina dell’anima” (Platone) conviene lasciarsi andare al mito di Amore e Psiche, percorrendo strade sconosciute all’ordinario.
Un passaggio profondamente lirico della Sconosciuta “Il bianco è la stasi, il non colore” mi ha rimandato immediatamente a Cecità di Saramago in cui la cecità dei protagonisti non è data dall’oscurità ma da una sorta di bianco abbacinante. Lo stesso bianco accecante che è stasi, quel non colore che rappresenta, in fondo, l’incapacità di imbrattare la tela, l’assenza di emozioni che ci allontana dall’essenza, rendendoci “tutti, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.”
Leggere La Sconosciuta è un po’ come navigare a vista, senza soluzione di continuità, è un arrendersi gradualmente alla poesia, lasciando che il rincorrersi di albe e tramonti continui ad accadere.
Rosa Pugliese
Rosa Pugliese, Zurigo 1965. Diplomata in Lingue Straniere, vive dal 1978 a Venosa, in Lucania. Fa parte del Movimento Internazionale “Donne e Poesia” diretto dalla poetessa Anna Santoliquido e dell’A.N.PO.SDI. (associazione nazionale poeti e scrittori dialettali. È volontaria del programma nazionale di promozione della lettura in famiglia in età precoce Nati per Leggere. Ha preso parte come volontaria a un corso di lingua italiana rivolto a studenti emigrati. Nel 2019 la sua prima silloge poetica La strategia della formica, Scatole parlanti Editrice, nel 2021 la seconda raccolta poetica La tana del riccio, AttrAverso Edizioni.
Alle donne che meritano, oggi niente auguri per la befana ma una poesia a loro dedicata… Le donne di Alda Merini
Ci sono donne… E poi ci sono le Donne Donne… E quelle non devi provare a capirle, perchè sarebbe una battaglia persa in partenza. Le devi prendere e basta. Devi prenderle e baciarle, e non devi dare loro il tempo di pensare. Devi spazzare via con un abbraccio che toglie il fiato, quelle paure che ti sapranno confidare una volta sola, una soltanto a bassa, bassissima voce. Perchè si vergognano delle proprie debolezze e, dopo averle raccontate si tormentano – in una agonia lenta e silenziosa – al pensiero che, scoprendo il fianco, e mostrandosi umane e fragili e bisognose per un piccolo fottutissimo attimo, vedranno le tue spalle voltarsi ed i tuoi passi allontanarsi. Perciò prendile e amale. Amale vestite, che a spogliarsi son brave tutte. Amale indifese e senza trucco, perchè non sai quanto gli occhi di una donna possono trovare scudo dietro un velo di mascara. Amale addormentate, un po’ ammaccate quando il sonno le stropiccia. Amale sapendo che non ne hanno bisogno: sanno bastare a se stesse. Ma appunto per questo, sapranno amare te come nessuna prima di loro.
Come nella favola, tingerò i capelli del colore del tempo e indosserò il vestito che un ragno ha intessuto.
Prenderò la borsa del mendicante sotto casa. È sdrucita, bucata e vuota adatta proprio alla mia rabbia boia: ogni tanto parlano insieme.
Indosserò una calza strappata a chi, con l’arma in mano, nasconde il proprio viso agli occhi di chi ha ucciso.
Quella della befana non mi sta affatto bene, c’è carbone o ricchezza, ma ben poca franchezza.
Restano le scarpe, salvezza di chi fugge dallo schifo. Devono aver le ali della bricconeria, che ogni giorno, dalle sei del mattino, è sempre a casa mia.
Cari signori, é pronta adesso dell’ io l’ acconciatura per il fatidico Nobel della fregatura.
Fuori c’è una vera e propria bufera di neve, ormai sono un paio di settimane che il maltempo non dà tregua.
Lo scorso mese ha piovuto così tanto da far franare un pezzo di strada isolando in parte il piccolo paese di montagna. In queste ultime settimane la neve è scesa senza interruzione costringendo tutti gli abitanti a rimanere chiusi in casa, perché le strade sono diventate impraticabili.
I bambini e gli adulti non sono più abituati a tutta questa neve e la guardano con curiosità scendere lenta ricoprendo ogni cosa, scende senza interruzioni fino a trasformare il paesaggio in una coltre ondulata da cui emergono comignoli e finestre illuminate.
Per uscire, i bambini, devono coprirsi con sciarpe, cappelli e guanti in lana che li fanno sembrare tanti pupazzi colorati che rimbalzano sul bianco candido che ogni giorno cresce sempre di più, ma sono felici di correre e giocare lasciando incustoditi i loro computer. Hanno scoperto la gioia di divertirsi con poco, come fare gli angeli o i pupazzi di neve tutti insieme e le loro risate risuonano nell’aria fredda. Gli anziani gli insegnano ad usare gli oggetti che trovano per le strade per rendere uniche le loro creazioni e il risultato è un insieme di tanti soldatini colorati e silenziosi che sorvegliano il paesino di montagna mettendo allegria quando si guardano dalle finestre.
E’ la sera del 5 gennaio, mi stringo addosso lo scialle mentre vado a sedermi nella mia poltrona preferita e una preghiera muta mi passa per la testa. “Speriamo che quest’anno la Befana non si sia presa un’altra vacanza”.
Mi sento osservata, la mia gatta mi osserva in maniera strana. Sulla finestra sento un rumore come se qualcuno stesse raspando contro il vetro, mi giro lentamente e vedo il furetto bianco dell’anno scorso che mi fissa sbuffando, mi avvicino, apro la finestra per farlo entrare.
«Vedo che non sei cambiata di molto, sempre lenta sei.»
«Ciao anche a te Sherlock, come mai da queste parti?»
«Secondo te? Manca poco a mezzanotte per cui…» Mi guarda sorridendo «meglio prepararsi, non credi?»
«Scusa, vorrei starmene tranquilla al calduccio quest’anno.»
«Ma come… non hai voglia di vivere un’avventura…»
«No. Troppo freddo, troppi giri da fare, troppi pacchetti da consegnare…»
«Come sei negativa» Maya mi si struscia sulle gambe e mi guarda con dolcezza «dovresti essere felice per un’altra avventura magica.»
«Ti assicuro che non ne sento il bisogno.»
«Non sei per niente curiosa?» Sherlock mi strizza un occhio.
«Curiosa? E di cosa?»
«Non ti sembra strano che negli altri paesini limitrofi, il tempo sia leggermente diverso?»
«Ma di cosa stai parlando? Siamo in inverno per cui è normale che ci sia tanta neve e…»
«Ma non ti sembra strano che la neve non diminuisca mai? Che tutti sembrano esser tornati bambini, che nessuno…» Maya mi osserva seria e con un mezzo sorrisetto: “Sono sicura che si sta divertendo a vedermi in difficoltà.”
«ALT» li guardo entrambi leggermente preoccupata «Di cosa state parlando?»
«Fortuna che ti piacciono i gialli e i polizieschi» Sherlock si sistema meglio la sciarpa attorno al collo. «Bene, mezzanotte è passata, avanti, prendi scopa, sacco e mettiti il cappotto e tutto il resto che dobbiamo andare, spicciati che non abbiamo molto tempo» corre davanti alla porta e si gira a guardarmi «avanti, datti una mossa.»
«Se pensi che io…» Mi fermo, mi sento diversa e capisco che non ho scelta, devo andare. Accidenti a Babbo Natale e alla Befana. «Anche quest’anno aveva voglia di farsi una vacanza?»
«Quest’anno ha deciso di seguire il tuo consiglio.»
«Quale?»
«Quello che tu hai espresso l’anno scorso, che si meritava una vacanza in una Spa.»
«Ma non mi dire. Ma perché non mi cucio per bene la bocca prima di parlare?»
«Maya, tu che fai, rimani in casa o vieni con noi?»
«Sono curiosa, per cui vi seguo, ma fa freddino lì fuori, brrr…»
«Prendi, ho portato queste muffole per i tuoi piedi e questa sciarpa rossa per te» e come per magia ecco alle zampette e al collo della mia gatta questi accessori rossi a coprirla.
«Grazie, sono bellissime.»
«In effetti…» Li guardo e capisco che non ho alternative, devo andare e poi… sono curiosa di sapere a quale mistero stesse alludendo prima. «Ho capito, andiamo.»
Abbottono per bene il cappotto, prendo il sacco e la scopa ed esco. Fuori una luce lunare illumina il paese che, coperto di neve e illuminato dalle luminarie cittadine, sembra essere uscito da vecchie cartoline vintage, è stupendo. Non so per quale motivo ma ho la sensazione di non essere da sola, mi do della stupida e recupero il quaderno delle consegne per capire come organizzarmi. Ad un tratto sento un colpetto sulla spalla, mi giro e per poco non mi prende un infarto.
«Possiamo aiutarti?»
Il pupazzo di neve che si trovava vicino alla mia porta mi sta parlando e, dietro di lui, ci sono tutti gli altri pupazzi in fila a osservarmi in attesa dei miei ordini. Cerco di articolare una frase ma non mi esce nulla.
«Se ci dici dove dobbiamo andare, consegniamo noi i vari regali ai bambini» continuo a fissarlo in silenzio, come è possibile?
«Sarà passato un anno ma tu…» Sherlock esasperato salta sul sacco e me lo trovo a un palmo dal naso «Non sei cambiata di molto, sempre lenta sei» mi dà un morso sul naso e salta giù.
«Scusa se una scena così mi ha sconvolta. Tutti i giorni ho davanti a me pupazzi di neve che si muovono e parlano.»
«Ma è normale per te, parlare con un furetto e con la tua gatta?»
«Diciamo che dopo la sorpresa dell’anno scorso … adesso tanto sconvolgente non lo è più parlare con voi.»
«Datti una mossa Befana, che abbiamo altre cose da fare. Pesca nel sacco il regalo, leggi a chi deve essere portato e consegnalo al pupazzo che andrà a portarglielo. Avanti, comincia!»
Cercando di darmi un contegno, comincio a fare quello che mi ha detto Sherlock, ma non so perché la lista di quest’anno sembra non avere fine. Lentamente le statue di neve sostituiscono i pupazzi che si sono allontanati con i loro doni; quando anche queste sono terminate arrivano pezzi del labirinto; poi fiocchi grandi di neve e, quando alla fine il sacco è vuoto, attorno a me non c’è più neppure un’idea di neve, tutto è libero e incredibilmente in ordine. Ma cosa è successo e come mai quest’anno la lista era così lunga? Mi guardo attorno e non c’è nessuno a parte i miei amici animali che mi osservano in attesa che dica o faccia qualcosa.
«Qualcuno mi può spiegare cosa è successo? Perché così tanti regali?»
«Perché quest’anno a riceverli non erano solo i bambini, ma tutti quanti. Questi ultimi mesi non sono stati facili per nessuno ed era giusto che per un giorno tutti avessero un desiderio esaudito.»
«Mi sembra una bella cosa»
«Vieni con me, abbiamo un’altra cosa da fare» Sherlock saltella davanti a me e comincia a correre veloce. Salto sulla scopa, metto Maya comoda sopra al sacco che ho dietro e lo seguo sperando di non perderlo di vista. Ci allontaniamo dal paese, ci ritroviamo in una vallata che riconosco subito, è quella dell’anno scorso dove avevo visto tanti barboni e i senza tetto che volevano andare lontano al caldo.
«Ma…» rimango sorpresa, sono tutti loro con vestiti caldi e nuovi a sorridermi, sembravano aspettarmi, mi avvicino timorosa «Ciao» è l’unica cosa che riesco a dire.
«Ciao» una signora anziana si avvicina camminando lentamente «Grazie a te e alla tua generosità adesso stiamo tutti bene, abbiamo trovato un posto in cui ognuno di noi può rendersi utile e riposarsi quando è stanco, non ci manca più nulla, abbiamo pensato di venire a restituire qualcosa di quello che abbiamo ricevuto.»
«E questa giornata ci è sembrata quella giusta per poterlo fare» un signore alto con i capelli bianchi come la neve mi porge un fiore fatto di carta. «Questa rosa bianca è per te.»
«Grazie, ma io non ho fatto proprio nulla.»
«Ti assicuro che il tuo gesto è stato unico e molto bello, ci hai permesso di ritrovare la voglia di vivere, così noi ogni anno vogliamo restituire un po’ di quello che abbiamo ricevuto e se nel mondo altri come te non avessero paura di regalare la speranza… la vita diventerebbe più bella e meno solitaria per ognuno di noi e di voi.»
«Sono felice che tutti voi stiate bene e…»
«Manca poco al sorgere del sole» Sherlock ci guarda serio «ognuno di voi deve andare se non vuole che l’incantesimo si spezzi.»
«Incantesimo???» Lo guardo senza capire.
«La notte della Befana sta’ per terminare e con lei la sua magia, se non volete che tutto vada sprecato, ognuno deve tornare da dove è arrivato, altrimenti…»
«Hai ragione» la vecchina mi stringe la mano e si allontana verso il pallone fatto di calze della befana, con la cesta speciale fatta da me l’anno scorso. Li vedo allontanarsi nel cielo stellato che presto lascerà il posto ai primi raggi solari. Salgo sulla scopa e veloce mi avvio verso casa, arrivo infreddolita ma felice, questa esperienza del 6 gennaio comincia a piacermi, chissà se anche il prossimo anno la Befana si farà sostituire ancora da me.
Per il momento voglio solo riscaldarmi, salutare il mio amico furetto e coccolare la mia gatta che sembra felice del regalo ricevuto da Sherlock.
«Ammetto che è stata una notte veramente folle ma anche piena di magia e di amore. Mia nonna lo diceva sempre: “Se ricevi qualcosa di bello poi devi restituirne una parte, perché così la catena dell’amore e delle buone azioni non si ferma; attorno ci saranno sempre più persone che sorrideranno e torneranno a sperare. Basta crederci”.»
«Nonna saggia»
Maya si era già messa comoda sul suo cuscino preferito.
«E’ giunto il momento che vai via o ti puoi fermare un po’ con noi?»
«Mi dispiace, ma la magia sta terminando anche per me, chissà…» Sherlock si alza sulle zampe posteriori e io mi chino alla sua altezza per permettergli di darmi una leccatina sulla guancia. «… forse ci rivedremo il prossimo anno.»
Veloce corre fuori dalla stanza e dalla finestra lo vedo allontanarsi verso il sole che sta sorgendo.
Mi stiracchio per bene e senza neppure guardarmi allo specchio vado in cucina per farmi una tazza grande di cappuccino, con tanta schiuma. Una volta pronta, con alcuni biscotti vado a sedermi davanti alla televisione, sono proprio curiosa di sentire cosa dirà il giornalista per l’improvvisa scomparsa della neve e di tutto quello che era stato creato in quei giorni, per non parlare dei regali misteriosi che tutti avevano ricevuto.
Sorridendo mi metto comoda sul divano mentre sullo schermo della televisione compare il cronista che con un viso pieno di stupore inizia a parlare.
«Buon giorno. Buona Befana a tutti. Oggi ci siamo svegliati…»
Elektra una teenager timida ed introversa di New York, una sera durante una festa perde i sensi e si ritrova a vivere un’esperienza paranormale legata ad un ricordo appartenente ad un’altra persona. Da quel momento questi strani fenomeni iniziano a susseguirsi sempre più, fino a che la ragazza per venire a capo di questo mistero, deciderà di compiere un viaggio che la porterà indietro nel tempo… per la precisione a Bologna durante la seconda guerra mondiale.
Qui vivrà una serie di esperienze fianco a fianco con un gruppo di partigiani, grazie alle quali non solo scoprirà la natura dei suoi ricordi, ma compirà un viaggio nel profondo della sua anima, che la porterà a diventare una persona totalmente nuova.
Note Biografiche
Elisa Delpari nasce a Casalmaggiore il 15 novembre del 1988 e vive insieme al suo compagno a Moglia, un paesino in provincia di Mantova. E’ diplomata.
Non ha grosse esperienze lavorative alle spalle, ma fin da piccola ha sempre avuto una passione per la lettura ed un’altra, non meno significativa inerente alla storia che l’hanno portata a scrivere il suo primo romanzo “1944: The rebellion” ed il suo seguito “2030: Apocalypse war”.
Oltre a questi due grandi amori adora viaggiare, andare a teatro, fare lunghe escursioni immersa nella natura ed andare con la sua fidata bicicletta nelle campagne della sua città.
Preparazione: Ponete un pentolino sul fuoco con 200 grammi di zucchero e l’equivalente in acqua e scaldate a fuoco lento, togliendo dal fuoco il composto ottenuto quando lo zucchero inizia a cambiare colore. Nel frattempo unite in una ciotola l’albume, lo zucchero a velo, il succo di limone e il cucchiaio di alcol, mescolando con una frusta fino a ottenere una consistenza pari a quella della glassa. Aggiungete ora due cucchiai del composto ottenuto allo zucchero cotto in precedenza in acqua, unendo anche il colorante alimentare nero. Mettete il pentolino sul fuoco a cuocere: per la presenza dell’alcol lo zucchero tenderà a salire a galla, assumendo anche la tipica porosità del carbone.
Conservate il composto ottenuto in una carta oleata ad asciugare, avendo cura di chiuderla ermeticamente e di farla raffreddare per un paio d’ore, prima di metterla nella calza.
Nel 2023 torna la stagione in collaborazione con Piemonte dal Vivo e gli appuntamenti di Scuola per il pubblico.
Novi Ligure: Continuando la tradizione inaugurata l’anno scorso della Scuola per il pubblico, anche quest’anno verranno organizzati incontri di avvicinamento al teatro, che prevedono reading di grandi testi di prosa e approfondimenti sulla storia del teatro, con particolare riferimento agli spettacoli programmati al Marenco di Novi.
Nel primo incontro, fissato per mercoledì 11 gennaio, il direttore artistico, Giulio Graglia, elaborerà il tema della pazzia, che a partire da Shakespeare e dagli autori nordici, ha sempre affascinato molti scrittori teatrali.
Verso gli anni ‘20 del secolo scorso, il tema si fece più complesso e profondo, quando la mente umana e le sue alterazioni divennero oggetto di studio da parte di Freud, secondo cui i processi psichici inconsci influenzano il pensiero, il comportamento umano e le interazioni tra individui. Basterà citare La maschera e il volto di Luigi Chiarelli e Enrico IV di Luigi Pirandello.
Il primo appuntamento è previsto alle ore 16:30; al termine, dalle ore 18:00 alle 18:30, avrà luogo un incontro con Carolina Rosi e alcuni degli interpreti dello spettacolo di Edoardo De Filippo, che sarà messo in scena in serata. (Entrambe le iniziative pomeridiane saranno gratuite)
Alle ore 21:00 la stagione in collaborazione con Piemonte dal Vivo apre il 2023 con lo spettacolo di Eduardo de Filippo Ditegli sempre di sì. Il tema della pazzia ha sempre offerto spunti comici o farseschi, ma di solito è giocato a rovescio, con un individuo sano che si finge pazzo. In questo caso, invece, il protagonista è realmente pazzo. Michele Murri è infatti un pazzo metodico con la mania della perfezione. La sua malattia mentale è vera, e a causa di essa egli è stato internato per un anno in manicomio. Uscito grazie ad un atto di fiducia di uno psichiatra ottimista, torna alla vita normale, alla sua casa, dove l’unica che conosce la sua pazzia è la sorella Teresa. Qui si trova a fare i conti con un mondo assai diverso dagli schemi secondo i quali è stato rieducato in manicomio; tra equivoci e fraintendimenti che coinvolgono don Giovanni, il padrone di casa, la figlia Evelina e il giovane Luigi, corteggiatore della ragazza, a cui Michele cerca di tagliare la testa, credendo sia la radice dei problemi del ragazzo, alla fine ci si chiede: chi è il vero pazzo? E qual è la realtà vera?
Tra lemeno note delle commedie di Eduardo, uno dei suoi primi testi scritti, “Ditegli sempre di sì” si basa su un perfetto equilibrio tra comico e tragico; ne risulta un’opera molto divertente che però, pur conservando le sue note farsesche, suggerisce serie riflessioni sul labile confine tra salute e malattia mentale. In un’atmosfera di dolore e senso di minaccia l’opera, si sviluppa tra equivoci, fraintendimenti, menzogne, illusioni, avvolgendo lo spettatore in un clima sospeso tra la surrealtà di Achille Campanile e di un Luigi Pirandello finalmente privato della sua filosofia.
Elledieffe, la Compagnia di Teatro di Luca De Filippo (Fondazione teatro della Toscana), ha affidato la regia a Roberto Andò, abituato a muoversi tra cinema e teatro, qui alla sua prima esperienza eduardiana. Una produzione importante per la Compagnia, che continua, nel rigoroso segno di Luca, a rappresentare e sostenere l’immenso patrimonio culturale di una delle più antiche famiglie della tradizione teatrale. Nel ruolo di Michele, Tony Laudadio; in quello di sua sorella Teresa, Carolina Rosi. Altri interpreti: Andrea Cioffi, Antonio D’Avino Federica Altamura, Vincenzo Castellone, Nicola Di Pinto, Paola Fulciniti, Viola Forestiero, Vincenzo D’Amato, Gianni Cannavacciuolo, Boris De Paola regia Roberto Andò; scene e luci Gianni Carluccio, costumi Francesca Livia Sartori.
Vien da lontano, per le vie nevose, lascia giù, al cancello del giardino, il somarello, e tra le sue calzette una ne sceglie per ciascun bambino e gliela porta: e sal dritta e sicura per ogni stanza, sia pur chiusa e scura. In ogni stanza di bambini buoni entra pian piano, e il loro sonno spia: e ai piedi del lettino lascia i suoi doni.
PIERO CALAMANDREI
Poesia di 9 versi, 8 endecasillabi regolari e l’ultimo doppio senario. Rime giardino/bambino, sicura/scura, buoni/doni, alterna BB, baciata DD, alterna EE. Piero Calamandrei (Firenze 1889–1956), avvocato e giurista, membro del partito d’azione, è uno dei padri della nostra Costituzione. Ha scritto per i bambini questa lirica, gentile, delicata e affettuosa, poco dopo la fine della guerra.
La ‘vera’ storia della Befana. Una fiaba di don Giampaolo Perugini
La “vera” storia della Befana Una fiaba di don Giampaolo Perugini
Pubblichiamo on-line una fiaba scritta dal parroco della parrocchia di Santa Gemma Galgani per presentare ai bambini la festa dell’Epifania. È attesa l’edizione di una prima raccolta delle fiabe scritte da don Giampaolo Perugini per diverse feste cristiane.
Il Centro culturale Gli scritti (7/12/2007)
In un villaggio, non molto distante da Betlemme, viveva una giovane donna che si chiamava Befana. Non era brutta, anzi, era molto bella e aveva parecchi pretendenti.. Però aveva un pessimo caratteraccio. Era sempre pronta a criticare e a parlare male del prossimo. Cosicché non si era mai sposata, o perché non le andava bene l’uomo che di volta in volta le chiedeva di diventare sua moglie, o perché l’innamorato – dopo averla conosciuta meglio – si ritirava immediatamente. Era, infatti, molto egoista e fin da piccola non aveva mai aiutato nessuno. Era, inoltre, come ossessionata dalla pulizia. Aveva sempre in mano la scopa, e la usava così rapidamente che sembrava ci volasse sopra. La sua solitudine, man mano che passavano gli anni, la rendeva sempre più acida e cattiva, tanto che in paese avevano cominciato a soprannominarla “la strega”. Lei si arrabbiava moltissimo e diceva un sacco di parolacce. Nessuno in paese ricordava di averla mai vista sorridere. Quando non puliva la casa con la sua scopa di paglia, si sedeva e faceva la calza. Ne faceva a centinaia. Non per qualcuno, naturalmente! Le faceva per se stessa, per calmare i nervi e passare un po’ di tempo visto che nessuno del villaggio veniva mai a trovarla, né lei sarebbe mai andata a trovare nessuno. Era troppo orgogliosa per ammettere di avere bisogno di un po’ di amore ed era troppo egoista per donare un po’ del suo amore a qualcuno. E poi non si fidava di nessuno. Così passarono gli anni e la nostra Befana, a forza di essere cattiva, divenne anche brutta e sempre più odiata da tutti. Più lei si sentiva odiata da tutti, più diventava cattiva e brutta. Aveva da poco compiuto settant’anni, quando una carovana giunse nel paese dove abitava. C’erano tanti cammelli e tante persone, più persone di quante ce ne fossero nell’intero villaggio. Curiosa com’era vide subito che c’erano tre uomini vestiti sontuosamente e, origliando, seppe che erano dei re. Re Magi, li chiamavano. Venivano dal lontano oriente, e si erano accampati nel villaggio per far riposare i cammelli e passare la notte prima di riprendere il viaggio verso Betlemme. Era la sera prima del 6 gennaio. Borbottando e brontolando come al solito sulla stupidità della gente che viaggia in mezzo al deserto e disturba invece di starsene a casa sua, si era messa a fare la calza quando sentì bussare alla porta. Lo stomaco si strinse e un brivido le corse lungo la schiena. Chi poteva essere? Nessuno aveva mai bussato alla sua porta. Più per curiosità che per altro andò ad aprire. Si trovò davanti uno di quei re. Era molto bello e le fece un gran sorriso, mentre diceva: “Buonasera signora, posso entrare?”. Befana rimase come paralizzata, sorpresa da questa imprevedibile situazione e, non sapendo cosa fare, le scapparono alcune parole dalla bocca prima ancora che potesse ragionare: “Prego, si accomodi”. Il re le chiese gentilmente di poter dormire in casa sua per quella notte e Befana non ebbe né la forza né il coraggio di dirgli di no. Quell’uomo era così educato e gentile con lei che si dimenticò per un attimo del suo caratteraccio, e perfino si offrì di fargli qualcosa da mangiare. Il re le parlò del motivo per cui si erano messi in viaggio. Andavano a trovare il bambino che avrebbe salvato il mondo dall’egoismo e dalla morte. Gli portavano in dono oro, incenso e mirra. “Vuol venire anche lei con noi?”. “Io?!” rispose Befana.. “No, no, non posso”. In realtà poteva ma non voleva. Non si era mai allontanata da casa. Tuttavia era contenta che il re glielo avesse chiesto. “Vuole che portiamo al Salvatore un dono anche da parte sua?”. Questa poi… Lei regalare qualcosa a qualcuno, per di più sconosciuto. Però le sembrò di fare troppo brutta figura a dire ancora di no. E durante la notte mise una delle sue calze, una sola, dove dormiva il re magio, con un biglietto: “per Gesù”. La mattina, all’alba, finse di essere ancora addormentata e aspettò che il re magio uscisse per riprendere il suo viaggio. Era già troppo in imbarazzo per sostenere un’altra, seppur breve, conversazione. Passarono trent’anni. Befana ne aveva appena compiuti cento. Era sempre sola, ma non più cattiva. Quella visita inaspettata, la sera prima del sei gennaio, l’aveva profondamente cambiata. Anche la gente del villaggio nel frattempo aveva cominciato a bussare alla sua porta. Dapprima per sapere cosa le avesse detto il re, poi pian piano per aiutarla a fare da mangiare e a pulire casa, visto che lei aveva un tale mal di schiena che quasi non si muoveva più. E a ciascuno che veniva, Befana cominciò a regalare una calza. Erano belle le sue calze, erano fatte bene, erano calde. Befana aveva cominciato anche a sorridere quando ne regalava una, e perciò non era più così brutta, era diventata perfino simpatica. Nel frattempo dalla Galilea giungevano notizie di un certo Gesù di Nazareth, nato a Betlemme trent’anni prima, che compiva ogni genere di miracoli. Dicevano che era lui il Messia, il Salvatore. Befana capì che si trattava di quel bambino che lei non ebbe il coraggio di andare a trovare. Ogni notte, al ricordo di quella notte, il suo cuore piangeva di vergogna per il misero dono che aveva fatto portare a Gesù dal re magio: una calza vuota… una calza sola, neanche un paio! Piangeva di rimorso e di pentimento, ma questo pianto la rendeva sempre più amabile e buona. Poi giunse la notizia che Gesù era stato ucciso e che era risorto dopo tre giorni. Befana aveva allora 103 anni. Pregava e piangeva tutte le notti, chiedendo perdono a Gesù. Desiderava più di ogni altra cosa rimediare in qualche modo al suo egoismo e alla sua cattiveria di un tempo. Desiderava tanto un’altra possibilità ma si rendeva conto che ormai era troppo tardi. Una notte Gesù risorto le apparve in sogno e le disse: “Coraggio Befana! Io ti perdono. Ti darò vita e salute ancora per molti anni. Il regalo che tu non sei venuta a portarmi quando ero bambino ora lo porterai a tutti i bambini da parte mia. Volerai da ogni capo all’altro della terra sulla tua scopa di paglia e porterai una calza piena di caramelle e di regali ad ogni bambino che a Natale avrà fatto il presepio e che, il sei gennaio, avrà messo i re magi nel presepio. Ma mi raccomando! Che il bambino sia stato anche buono, non egoista… altrimenti gli metterai del carbone dentro la calza sperando che l’anno dopo si comporti da bambino generoso”. E la Befana fece così e così ancora sta facendo per obbedire a Gesù. Durante tutto l’anno, piena di indicibile gioia, fa le calze per i bambini… ed il sei gennaio gliele porta piene di caramelle e di doni. È talmente felice che, anche il carbone, quando lo mette, è diventato dolce e buono da mangiare.
La storia della befana inizia nella notte dei tempi e discende da tradizioni magiche precristiane. Il termine “Befana” deriva dal greco “Epifania”, ovvero “apparizione” o “manifestazione”. La Befana si festeggia, quindi, nel giorno dell’Epifania, che solitamente chiude il periodo di vacanze natalizie.
La Befana è rappresentata, nell’immaginario collettivo, da una vecchietta con il naso lungo e il mento aguzzo, che viaggiando su di una scopa in lungo e in largo, porta doni a tutti i bambini. Nella notte tra il 5 e il 6 di gennaio, infatti, sotto il peso di un sacco stracolmo di giocattoli, cioccolatini e caramelle (sul cui fondo non manca mai anche una buona dose di cenere e carbone), la Befana vola sui tetti e, calandosi dai camini, riempie le calze lasciate appese dai bambini. Questi, da parte loro, preparano per la buona vecchina, in un piatto, un mandarino o un’arancia e un bicchiere di vino. Il mattino successivo, oltre ai regali e al carbone per chi è stato un po’ più cattivello, i bambini troveranno il pasto consumato e l’impronta della mano della Befana sulla cenere sparsa nel piatto.
Come dice la famosa filastrocca “La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte col cappello alla romana viva viva la Befana!”, la Befana indossa un gonnellone scuro ed ampio, un grembiule con le tasche, uno scialle, un fazzoletto o un cappellaccio in testa, il tutto vivacizzato da numerose toppe colorate.
Nella tradizione cristiana, la storia della befana è strettamente legata a quella dei Re Magi. La leggenda narra che in una freddissima notte d’inverno Baldassare, Gasparre e Melchiorre, nel lungo viaggio per arrivare a Betlemme da Gesù Bambino, non riuscendo a trovare la strada, chiesero informazioni ad una vecchietta che indicò loro il cammino. I Re Magi, allora, invitarono la donna ad unirsi a loro, ma, nonostante le insistenze la vecchina rifiutò. Una volta che i Re Magi se ne furono andati, essa si pentì di non averli seguiti e allora preparò un sacco pieno di dolci e si mise a cercarli, ma senza successo. La vecchietta, quindi, iniziò a bussare ad ogni porta, regalando ad ogni bambino che incontrava dei dolcetti, nella speranza che uno di loro fosse proprio Gesù Bambino.
Una figura, quindi, magica e poetica per i bambini. Una tradizione della nostra cultura che andrebbe rispettata, quanto il presepe o i canti natalizi, e non svuotata di significato con festeggiamenti inappropriati.
Franco Russi nasce a San Severo (FG). Diplomato perito elettrotecnico lascia giovanissimo la cittadina della Capitanata iniziando la sua attività tecnica incentrata su continue ricerche professionali, lontano dalla sua terra. Pone le sue conoscenze al servizio di varie aziende. Dirige più società nel campo dell’elettronica e delle telecomunicazioni realizzando molti progetti che lo hanno portato a depositare diversi brevetti industriali nel mondo delle telecomunicazioni, sicurezza attiva e passiva, risparmio energetico.
INTERVISTA
Partendo dalla nostra cittadina, tra gli anni ’60 /’70, come si trasformò la sua passione giovanile in attività professionale per lo sviluppo delle nuove tecnologie? – Tutto ha inizio con la mia prima intuizione, a sedici anni, quando ideai “l’Interruttore Elettromagnetico Differenziale” ad elevata sensibilità, in seguito denominato “Salvavita.” Con peripezie incredibili riuscii a contattare una grande società di Milano la SIEMENS divisione “Gorla Siama” (legata in qualche modo alla B-Ticino).
Poi la sua ascesa continua, ormai sempre lontano dalla Capitanata. – Fu tutto un incalzare. A ventisette anni divenniLegale Rappresentante della società Servizi di Telematica s.r.l. di cui fui anche socio a soli ventinove anni. Presidente del Consiglio di Amministrazione della Elberg S.p.A. Senza sosta passo a Dirigente della EDS Italia (società paritetica a IBM) e dopo ancora a Dirigente in ALBACOM progetti speciali.
L’idea del Salvavita nasce proprio da un episodio luttuoso accaduto a San Severo, rimasto a memoria di tanti. – Purtroppo è così. Casualmente a metà degli anni ’60, avevo quindici anni, mi ritrovai ad assistere alla folgorazione di un amico di giochi, nei pressi della villa comunale. La cosa mi sconvolse al punto che in seguito non feci altro che pensare a soluzioni che impedissero le folgorazioni elettriche e dopo alcuni mesi nacque “L’Interruttore Elettromagnetico Differenziale ad elevata sensibilità”. Sarebbe divertente descrivere la scena del sedicenne che, mentre parla a tre ingegneri di grande levatura (in SIEMENS), si stupisce del loro stupore. Il risultato fu che la Società acquistò il diritto di sfruttamento del progetto/brevetto assumendosi l’impegno, senza limiti di tempo, ad assumermi nella stessa società al conseguimento di un diploma o di una laurea. Fu così che nel 1969, insieme ad altri due miei amici di scuola, sanseveresi anche loro, iniziai la mia avventura nel mondo del lavoro.
Da alcuni articoli apparsi su giornali autorevoli quali Il Sole 24 ore, il Corriere Adriatico, il Sussidiario, risulta che lei ha depositato numerosi brevetti e sviluppato diversi progetti volti a risolvere situazioni in alcuni casi molto complesse, ce ne può fare cenno? In realtà assunto in SIEMENS Gorla Siama percepirono le mie doti innate e fui indirizzato nei servizi di emergenza, ma quando passai alla SIP diedi sfogo a tutta la mia capacità creativa. Inventai la teleconferenza sfruttando linee solitamente utilizzate per la trasmissione dati.
Poi la Cariplo. – Sì, alla CARIPLO ebbi il compito di seguire tutto lo sviluppo della rete telematica della Banca. Nei cinque anni di permanenza realizzai molti progetti e depositai otto brevetti nel mondo dei collegamenti di trasmissione dati, sicurezza e telesorveglianza. Fu il periodo più creativo in cui realizzai progetti/brevetti in un settore estremamente tecnologico e difficile da spiegare.
So che è intervenuto anche in ambito della prevenzione sanitaria per quanto riguarda il proliferare della Legionella. – Certo e proprio recentemente con interventi definitivi presso il Policlinico Gemelli, al Palazzo Santa Marta in Vaticano e in alcune strutture alberghiere.
La Legionella fa un po’ paura, subdola, invisibile e spesso mortale. Dobbiamo temerla anche nelle nostre abitazioni? – Allo stato attuale degli impianti domestici posso affermare che tale pericolo non esiste. Negli impianti in cui è previsto un accumulo di acqua, chiamato spesso bombolone di riserva dell’acqua calda, il fenomeno può verificarsi. Due piccoli accorgimenti da adottare: tenere l’acqua nell’accumulo a temperature superiori ai 65°C ed evitare di essere vicini allo scroscio d’acqua, sia doccia, bidet e/o lavabo nei primi secondi dall’apertura dei rubinetti.
In tanti ignorano i suoi tanti meriti per lo sviluppo di tecnologie di cui oggi possiamo usufruire. Non ha mai pensato di farsi una lecita propaganda per promuovere se stesso? – In effetti non ho mai avuto molto tempo da dedicare al marketing di me stesso ed ai rapporti sociali. Sono sempre stato del parere che debbano essere i fatti a parlare.
E i fatti ci sono stati. Alcuni fra i riconoscimenti di cui si è sentito gratificato? – Posso orgogliosamente affermare di essere stato invitato come relatore in diversi convegni per presentare i miei progetti presso Istituti di Credito, presso la IBM, Olivetti. Per un nuovo rivoluzionario brevetto depositato “Architettura di rete telematica a 2 fili ad elevata affidabilità” mi è stato proposto un incarico universitario a contratto per introdurre la mia innovazione nel mondo della ingegneria. Inoltre ho ricevuto il personale ringraziamento del Senatore Carlo Bo, Rettore Magnifico della Università di Urbino, nonché fondatore della stessa Università, per aver risolto un annoso e pesante problema inerente le scariche atmosferiche distruttive sugli apparati informatici e telematici della Università.
A soli cinquantuno anni, anche per ragioni di salute, decide di abbandonare tutto e di dedicarsi a studi e progetti di interesse e passione personale E negli ultimi tempi nasce uno dei suoi ultimi brevetti, di grande utilità il Me.Si. Di cosa si tratta esattamente?
Il Me.Si. è un brevetto molto intelligente che permette un risparmio ingente per quanto riguarda il consumo del riscaldamento. È applicabile a tutti i tipi di impianti, di qualunque potenza e dimensione e con qualsiasi generatore di calore e combustibile purché ci sia un liquido come mezzo di trasporto del calore. Riduce praticamente a zero gli accorgimenti per una corretta gestione dell’impianto.
Come lei stesso afferma il Me. Si. Ha 44 anni di prove, test, verifiche e ha raggiunto circa 2000 installazioni. È complicata l’installazione nelle nostre abitazioni? Si installa in pochi minuti, non richiede modifiche sull’esistente ed ha la capacità di prevenire, con estrema precisione la perdita di calore che l’immobile subirà nella successiva “mezz’ora” di funzionamento. A differenza degli impianti esistenti il Me.Si. non corre dietro al recupero del calore, ma lo previene adeguando la potenza della caldaia alla quantità di calore effettivamente necessaria per mantenere costante il benessere nell’immobile. Quindi la caldaia si accende per il solo tempo necessario per far riscaldare i corpi radianti e sfruttando il principio dell’isteresi termica, spegnendola, l’ambiente continua a scaldarsi per il rilascio graduale della temperatura contenuta nei corpi scaldanti fino a raggiungere il benessere ambientale.
Forse non tanto semplice per chi non è del campo In pratica è come se avessi due impianti di riscaldamento; il primo dato dalla caldaia che scalda i corpi scaldanti e l’ambiente, il secondo è dato dai corpi scaldanti che rilasciano nel tempo il calore accumulato.
A chi consiglierebbe il suo apparato? Il mondo delle applicazioni è infinito. Ovunque esista un impianto dotato di circolazione di liquido scaldante (no aria). Non a caso è stato applicato in ospedali, al Policlinico Gemelli di Roma, in diversi condomini, in Istituti scolastici privati di grosse dimensioni (circa mille studenti), in conventi e comunità religiose, asili privati e in alcuni palazzi del Vaticano, in piscine private etc etc. In seguito applicato agli impianti di ACS per introdurre risparmi di energia elettrica e di combustibile si è rivelato un ottimo strumento per impedire la proliferazione del batterio Legionella mediante trattamento termico controllato (vedi Policlinico Gemelli, palazzo Santa Marta in Vaticano ed alcuni alberghi).
Dopo l’installazione gli effetti sono immediati? Il Me.Si. una volta installato, nelle prime ore di funzionamento acquisisce dati importanti e si adegua, in assoluta autonomia, alle esigenze dell’immobile sia in base alle dispersioni termiche che alle escursioni climatiche anche di 40°C. Produce un calore omogeneo, molto dolce come se fosse un impianto radiante e non più irradiante ed evita anche la formazione di “bombe di calore” e quindi anche di macchie di muffe.
Questa volta ha deciso di gestire personalmente la sua invenzione, senza l’intermediazione di aziende. La pessima esperienza fatta in passato con agenti e manutentori mi ha portato a non sviluppare nessuna rete commerciale e a impegnarmi da solo nella commercializzazione ed esecuzione degli impianti, evitando agenti e sub agenti. Fortunatamente la mia innovazione/ brevetto vale ben poco se privata del mio Know-How. Tutto ciò ovviamente a scapito del numero dei clienti che comunque sono di tutto rilievo tra cui la centrale termica del Gemelli in grado di produrre ed erogare calore ad un paese d 25 mila abitanti.
Che percentuale di risparmio si può avere con l’applicazione del Me.Si? Questo ritrovato, inizialmente nato per i piccoli impianti, ha permesso e permette di introdurre risparmi sulla spesa del riscaldamento pari circa al 40/50 %. Ancora oggi nonostante sia applicato in oltre 3.000 strutture suscita incredulità.
Infatti vorrei chiederle come è stato accolto sul “mercato” Il Me.Si. è spesso osteggiato perché il manutentore teme di perdere il cliente. Inoltre visto che brevetto risponde a precise formule matematiche in ogni applicazione fa emergere, se ci sono, gli errori esistenti sugli impianti. Chi lo ha installato non fa altro che ringraziarmi per il grado di benessere ottenuto e, quasi tutti, dopo anni di utilizzo, per fasce orarie, hanno finalmente ascoltato i miei suggerimenti tenendolo acceso 24 ore al giorno constatando che, risparmiano lo stesso rispetto a prima, magari un po’ meno del 50%, ma usufruiscono del calore giorno e notte.
Ha ancora progetti o sogni da realizzare? Conoscendo la mia irrequietezza mentale direi che fare innovazioni è come presentarmi un piatto di ciliegie ed io, sapendo di mentire, dico a me stesso “questa è l’ultima”. Amo risolvere i problemi e anzi approfitto per dire che in questa intervista mi sono astenuto dal parlare di altri miei brevetti e progetti portati a termine. Alcuni sono molto affascinanti e meriterebbero pagine e pagine di descrizione.
Grazie mille per la sua cortese disponibilità Sono io a doverla ringraziare per questa piacevole chiacchierata.
Alle donne che meritano, oggi niente auguri per la befana ma una poesia a loro dedicata… Le donne di Alda Merini
Ci sono donne… E poi ci sono le Donne Donne… E quelle non devi provare a capirle, perchè sarebbe una battaglia persa in partenza. Le devi prendere e basta. Devi prenderle e baciarle, e non devi dare loro il tempo di pensare. Devi spazzare via con un abbraccio che toglie il fiato, quelle paure che ti sapranno confidare una volta sola, una soltanto a bassa, bassissima voce. Perchè si vergognano delle proprie debolezze e, dopo averle raccontate si tormentano – in una agonia lenta e silenziosa – al pensiero che, scoprendo il fianco, e mostrandosi umane e fragili e bisognose per un piccolo fottutissimo attimo, vedranno le tue spalle voltarsi ed i tuoi passi allontanarsi. Perciò prendile e amale. Amale vestite, che a spogliarsi son brave tutte. Amale indifese e senza trucco, perchè non sai quanto gli occhi di una donna possono trovare scudo dietro un velo di mascara. Amale addormentate, un po’ ammaccate quando il sonno le stropiccia. Amale sapendo che non ne hanno bisogno: sanno bastare a se stesse. Ma appunto per questo, sapranno amare te come nessuna prima di loro.
Concorso Letterario Nazionale Althedame “Beyond Borders – Oltre i Confini” IX edizione Scadenza: 25 febbraio 2023 Organizzato da: Associazione Culturale Althedame di Este E-mail: associazioneculturalealthedame@gmail.com Internet: vedere su Facebook “Gruppo Althedame” REGOLAMENTO Il concorso è aperto a tutti coloro che abbiano già compiuto sedici anni. Sezione A – POESIA 1) Giovani: dai 16 ai 30 anni Tema: libera interpretazione del titolo del Concorso Lunghezza: una sola cartella in formato A4, carattere Arial, corpo 12, interlinea 1 (lunghezza massima di 30 versi) Opere ammesse: una, inedita e mai premiata in altri concorsi.<br>2) Adulti: dai 30 anni in su Tema: libera interpretazione del titolo del Concorso Lunghezza: una sola cartella in formato A4, carattere Arial, corpo 12, interlinea 1 (lunghezza massima di 30 versi) Opere ammesse: una, inedita e mai premiata in altri concorsi. Spedizione elaborati: Spedire l’elaborato, che dovrà essere anonimo, all’indirizzo di posta elettronica associazioneculturalealthedame@gmail.com con indicato nel corpo dell’email: Oggetto: Sezione Poesia Giovani o Sezione Poesia Adulti; Allegato 1: Il documento word, denominato con uno pseudonimo, contenente l’elaborato con cui si vuole concorrere; Allegato 2: Il documento word, denominato con “Dati Autore”, contenente lo pseudonimo scelto, il nome e il cognome dell’autore, data di nascita, l’indirizzo di residenza e il numero di telefono. Allegato 3: Il modulo d’autorizzazione alla partecipazione per minori. Allegato 4: La ricevuta del versamento effettuato Giuria: ci saranno due giurie. 1) La giuria tecnica, presieduta da Bruna Mozzi (scrittrice e giornalista) e composta da Chiara Bertollo (insegnante di lettere e musicoterapista), Enrico Da Rù (insegnante e scrittore), Leonardo Manetti (poeta), Valentina Mora (psicologa e psicoterapeuta), Paola Muraro (insegnante e conduttrice di gruppi di lettura), Luciana Permunian (insegnante ed esperta di scrittura creativa), individuerà tre vincitori per categoria (Giovani – Adulti). 2) La giuria popolare, costituita dai soci dell’Associazione Althedame, come quella tecnica individuerà tre vincitori per categoria (Giovani – Adulti). Premi: attestati, targhe, libri. Notizie sui risultati: i vincitori saranno avvisati mediante telefonata e/o email. Data premiazione: La cerimonia di premiazione avverrà in un sabato del mese di aprile a Este, in un luogo ancora da definirsi. Quote di partecipazione: 6 euro da versare: 1) nella carta PostePay n°5333 1710 9644 0223 intestata a Bottin Stefano (C. F. BTTSFN62C21D442S) 2) o attraverso bonifico bancario sul conto intestato all’Associazione Althedame. Banca Prealpi San Biagio IBAN IT28 S089 0462 4600 3400 0001 902 BIC CCRTIT2TPRE Le quote di partecipazione raccolte andranno a sostenere la “Città della Speranza” Sezione B – PROSA (Racconto breve) 1) Giovani: dai 16 ai 30 anni Tema: libera interpretazione del titolo del concorso Lunghezza: una sola cartella in formato A4, carattere Arial, corpo 12, interlinea 1 (1800 battute spazi inclusi) Opere ammesse: una, inedita e mai premiata in altri concorsi. 2) Adulti: dai 30 anni in su Tema: libera interpretazione del titolo del concorso Lunghezza: una sola cartella in formato A4, carattere Arial, corpo 12, interlinea 1 (1800 battute spazi inclusi) Opere ammesse: una, inedita e mai premiata in altri concorsi. Spedizione elaborati: Spedire l’elaborato, che dovrà essere anonimo, all’indirizzo di posta elettronica associazioneculturalealthedame@gmail.com con: Oggetto: Sezione Prosa Giovani o Sezione Prosa Adulti; Allegato 1: Il documento word, denominato con uno pseudonimo, contenente l’elaborato con cui si vuole concorrere; Allegato 2: Il documento word, denominato con “Dati Autore”, contenente lo pseudonimo scelto, il nome e il cognome dell’autore, data di nascita, l’indirizzo di residenza e il numero di telefono. Allegato 3: Il modulo d’autorizzazione alla partecipazione per minori. Allegato 4: La ricevuta del versamento effettuato. Giuria: ci saranno due giurie. 1) La giuria tecnica, presieduta da Bruna Mozzi (scrittrice e giornalista) e composta da Chiara Bertollo (insegnante di lettere e musicoterapista), Luigi Contegiacomo (archivista, storico, scrittore), Enrico Da Rù (insegnante e scrittore), Valentina Mora (psicologa e psicoterapeuta), Paola Muraro (insegnante e conduttrice di gruppi di lettura), Luciana Permunian (insegnante ed esperta di scrittura creativa), individuerà tre vincitori per categoria (Giovani – Adulti). 2) La giuria popolare, costituita dai soci dell’Associazione Althedame, come quella tecnica individuerà tre vincitori per categoria (Giovani – Adulti). Premi: attestati, targhe, libri. Notizie sui risultati: i vincitori saranno avvisati mediante telefonata e/o email. Data premiazione: La cerimonia di premiazione avverrà in un sabato del mese di aprile a Este, in un luogo ancora da definirsi. Quote di partecipazione: 6 euro da versare: 1) nella carta PostePay n°5333 1710 9644 0223 intestata a Bottin Stefano (C. F. BTTSFN62C21D442S) 2) o attraverso bonifico bancario sul conto intestato all’Associazione Althedame. Banca Prealpi San Biagio IBAN IT28 S089 0462 4600 3400 0001 902 BIC CCRTIT2TPRE
Rincorro quelle interminabili onde, che col loro andirivieni, riportano in quell’arenile solitario, fibrillanti attimi di remoto, unici nel momento, a inorgogliosire trame nascoste perse in complicate disavventure d’esistenza, interminabili e irrisolvibili. Intense nuances smaglianti, e variegate sfumature tonalizzano inquiete intime trine , risvegliate d’un tratto a inusitati palpiti, che, col loro fremere, hanno delineato inaspettati percorsi vissuti, volti a donar certezze nella personalità, sempre vogliosa di crescenti sagome caratteriali. Quel continuo plasmare innovativi intenti ,assimilati da quel che valido, ruota intorno a noi ,riassumendone le parti migliori, quelle che ampliano la nostra visuale, donandole l’ intrigante nota in più, che insieme a originali accordi, tempra un’armonia interiore in grado di captare ogni minuscola inezia del percorso esistenziale, colorandolo di straordinaria emozionalità e di quel sovrappiù, da non sottovalutare, capace di aprire radiosi spiragli. Quegli spiragli piccolissimi emanano briosa luce, che s’ingrandisce giorno per giorno rendendoci capaci di osservare oltre il consueto, in una dimensione più languida e accattivante, in grado di percepire arcane sensazioni che proiettano il nostro sentire al di là di un insipido attimo d’essenza…. @Silvia De Angelis
Influencer è chi, grazie alla sua posizione,autorità,conoscenza o carisma ha il potere di influenzare gli acquisti delle persone, orientandole in modo più o meno intenso. Generalmente, un influencer si impegna attivamente in una nicchia di mercato distinta,che va dal settore dell’abbigliamento a quello dei cosmetici,delle calzature, degli accessori e delle scelte di luoghi di vacanza in hotel di lusso.
Gli influencer quasi sempre collaborano con le aziende, aiutandole a vendere i loro prodotti o servizi, nell’ambito del cosiddetto “Influencer Marketing”e sono definiti “beni di relazione sociale “dato che possono fare decollare un determinato marchio o prodotto.
Il rapporto di “We are social “del 2020 ci dice che 50 milioni di persone sono online in Italia , e 35 milioni sono sui social ovvero il 58% della popolazione :esse seguono con evidente interesse e ammirazione gli influencer per essere guidati nelle scelte, anche negli atteggiamenti stessi.
Pubblicano regolarmente post sul loro argomento sui loro canali preferiti e generano un grande seguito di persone entusiaste e coinvolte, che prestano molta attenzione ai loro punti di vista.
Tipi di influencer
Ci sono tipi diversi di influencer :il modo più comune di valutarli è sula base del numero di follare(seguaci) che hanno e il livello di influenza su di loro e anche il tipo di promozione effettuata. Talvolta tuttavia essi possono cambiare prospettiva .
Per esempio, molti mega-influencer sono anche celebrità. Sono loro ad avere oltre un milione di seguaci ,anche grazie alla loro popolarità,come Chiara Ferragni. Eppure hanno spesso meno influenza reale sul loro pubblico, perché mancano di esperienza in una nicchia ristretta dedicata.
In genere solo i grandi marchi possono rivolgersi a loro. I loro servizi sono infatti costosi (anche diverse migliaia di euro a post) e sono estremamente pignoli sulla aziende con cui scelgono di collaborare. In quasi tutti i casi, i mega-influencer hanno agenti che lavorano per loro conto per fare qualsiasi accordo di marketing.
Alcuni micro e persino i nano-influencer possono al contrario avere un impatto enorme sui seguaci nella loro nicchia specialistica, e di conseguenza essere di grande beneficio per un’azienda che vende un prodotto destinato a quel settore. I microinfluencer sono persone comuni che si sono fatte conoscere per la loro conoscenza di quella nicchia I micro-influencer hanno costruito una community di seguaci specializzati, e non vogliono danneggiare il loro rapporto con i loro fan promuovendo un cattivo prodotto per cui sono generalmente attendibili.
Alcuni micro-influencer sono felici di promuovere un marchio gratuitamente. Altri si aspettano una qualche forma di pagamento.
Possono essere comunque economici e avere un’enorme influenza su un piccolo numero di persone, ma nella maggior parte delle nicchie, è necessario lavorare con centinaia di nano-influencer per raggiungere un vasto pubblico.
Influencer italiane di successo
Di regola ,sono le ragazze più dei maschi a svolger il ruolo di influencer :In Italia ne abbiamo almeno 10 che cavalcano la cresta dell’onda :
Il corso di laurea triennale dell’università “E campus”
Il corso di laurea,nuovo nel suo genere, promette di far acquisire solide competenze a coloro che sono intenzionati a svolgere questa nuova attività lavorativa in costante crescita, ma di fornire strumenti anche a coloro che di fatto già la svolgono ma ambiscono a rafforzare le proprie conoscenze e/o acquisire nuovi strumenti di lavoro. La preparazione offerta da questo curriculum, consentirà all’influencer di svolgere nel tempo un’attività professionale affidabile e sostenibile, in particolare nel settore Moda & cosmetica , uno degli ambiti con la maggiore domanda di influencer marketing.con tanto di remunerazione professionale.
Al giorno d’oggi in Italia la professione di influencer non è ufficialmente regolamentata. Tuttavia, nel mondo anglosassone i blogger, gli instagramer, gli youtuber e gli influencer in genere sono tra i professionisti più giovani e richiesti da marchi commerciali e agenzie pubblicitarie di rilievo. E questa realtà è arrivata con forza anche qui da noi .
Ecco il piano di studi che è proposto dall’università
1° anno:
Semiotica e filosofia dei linguaggi, Informatica, Estetica della comunicazione, Sociologia dei processi economici, Tecnica, storia e linguaggio dei mezzi audiovisivi, Organizzazione aziendale
2° anno:
Diritto dell’informazione e della comunicazione, Metodologia della ricerca sociale, Lingua inglese, Sociologia della comunicazione e dell’informazione, Psicologia della moda, Sociologia della moda, Progettazione, processi e comportamenti organizzativi, A scelta dello studente
3° anno:
Linguaggi dei nuovi media, Etica della comunicazione, Social media marketing, Lingua spagnola, Laboratorio di scrittura istituzionale e pubblicitaria, Laboratorio di scrittura, Laboratorio di lettura dell’immagine, A scelta dello studente, Tirocini formativi e di orientamento, Prova finale
Insegnamenti a scelta dello studente Organizzazione di eventi e ufficio stampa, Semiotica del testo, Psicologia della comunicazione, Intercultural communication of multi-level political and social processes, Diritto privato, Comunicazione d’impresa, Antropologia giuridica e comunicazione dei sistemi culturali, Storia della televisione, Governance dell’Unione europea, Storia del giornalismo, Urban and territorial marketing, Gestione delle imprese e marketing, Psicologia del lavoro, Strategie d’impresa e gestione della comunicazione, Diritto sindacale e delle relazioni industriali, Web content marketing, Marketing automation & e-reputation management
Indubbiamente ,come detto,i giovani sono molto attirati da una lavoro che unisce visibilità e successo ad un cospicuo guadagno e pertanto tanti sono gli aspiranti ,mentre lavori più tradizionali restano in attesa di personale disposto ad essere assunto per non dover chiudere l’attività svolta.
Entro in casa dopo aver fatto una bella passeggiata nel freddo della sera, fuori il sole si spegne sulla neve caduta durante la notte creando riflessi colorati che mettono di buon umore.
Il freddo mi è entrato dappertutto facendomi ballare sui piedi congelati per cercare di farlo passare, mi spoglio in fretta per liberarmi dei vestiti umidi ed entro nella doccia per permettere all’acqua calda di sciogliere il gelo che sento in tutto il corpo. La felpa mi accoglie e riscalda mentre preparo una tazza di cioccolata calda.
Mi siedo sul divano sotto ad una copertina colorata di ciniglia e la mia gatta si acciambella ai miei piedi, la tivù accesa su un canale dove stanno trasmettendo uno dei tanti film a tema natalizio mi concilia il sonno ed io lentamente mi addormento mentre continuo a pensare ad una notizia che il telegiornale aveva dato nella mattinata: tutte le calze per la notte della befana erano scomparse dalle bancarelle e dai negozi. Come fosse successo e perché, nessuno lo sapeva. I genitori e i nonni che avevano aspettato gli ultimi giorni per acquistarle, nella speranza di poter risparmiare un po’, e così poter fare un regalo più bello ai bambini, adesso temevano di deluderli ed erano furiosi verso le autorità che non avevano saputo trovare una soluzione al mistero.
Un rumore mi sveglia di soprassalto e Maya mi guarda strana, si alza e sempre guardandomi sospettosa si allontana preferendo un cuscino vicino al termosifone. Scuoto la testa, mi alzo per andare in cucina e… mi blocco … la mia schiena.
E adesso????
Con fatica, mi avvio verso la mia camera da letto dove ho le pastiglie per quando mi blocco ed il mio cuscino di sale grosso che, riscaldato, mi darà sollievo dove mi fa male. Cammino lentamente appoggiandomi al muro, passando davanti allo specchio dell’anticamera mi cade l’occhio sull’immagine riflessa e… mi blocco. Ritorno sui miei passi e mi fermo davanti allo specchio per essere sicura di non avere le allucinazioni.
Cosa diavolo è successo?????
– È il regalo che quest’anno la befana ha voluto fare ad alcune persone – Calma, adesso sento pure le voci dentro casa? Mi giro e vedo la mia gatta seduta dietro di me che mi guarda sorniona – Non sarai mica tu a parlare?
– E chi vuoi che sia? Certo che sono io.
Calma, rimaniamo calmi… io sto ancora dormendo e … – spazientita la mia gatta mi dà un morso al polpaccio e mi fissa. – ahiiiiiii.
Non abbiamo tutta la notte. Concentrati e ascoltami bene.
Mi sai spiegare perché sono conciata così?
Sei proprio brutta. Comunque, questa è la regola.
Regola???
Certo. Da adesso fino a domani mattina, quando sorgerà il sole, tu puoi andare dove vuoi e fare tutto quello che vuoi a bordo della tua scopa speciale, hai una immunità di invisibilità… ma devi ricordarti che, prima che il sole termini di salire nel cielo, devi essere a casa, altrimenti ovunque ti troverai quando la scopa scomparirà tu ritornerai ad essere di nuovo tu.
Ma… sono la befana! – Non riesco a credere all’immagine che lo specchio mi rimanda. Il vestito è colorato e un po’ rattoppato come quello delle vecchine di una volta, il cappotto è lungo di colore scuro e al collo ho una sciarpa lunghissima fatta ai ferri e un fazzoletto di flanella legato sotto il mento. Gli occhi sono nascosti dietro ad un paio di occhiali grandi e vicino alla porta vedo una scopa in saggina con il manico grosso di noce scuro.
Come mai sei così silenziosa? Non sei contenta di poter andare dove vuoi, ma solo dopo che avrai consegnato i regali ai bambini?
Ma che scherzo è questo…
Credo che sia stato Babbo Natale a pensarlo.
COSAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA??????
Lo scorso anno la Befana si è lamentata con lui perché voleva prendersi un giorno di pausa il 6 gennaio, ma non poteva farlo per la mancanza di disponibilità da parte delle persone. Così, quest’anno, ha pensato di farle un regalo. Con la magia ha reclutato tante “befane” che potessero sostituirla per una notte. Ha messo alcuni nomi nel suo cappello e, dopo una bella rimescolata con la mano, ha estratto per ogni città una persona e ha fatto un incantesimo speciale per farle diventare le sue sostitute.
E se mi rifiuto?
Rischi di trovarti così per un anno intero.
Accidentaccio …. E allora?
Copriti bene e comincia il tuo giro. Quello vicino alla scopa è il sacco, tu metti la mano dentro e tiri fuori il regalo e lo lasci al bambino che lo ha richiesto.
Hai detto che posso fare tutto quello che voglio?
Si, ma solo dopo che avrai terminato la consegna dei regali. Prima inizi e prima termini e più tempo ti rimane per fare… cosa vuoi fare?
Ho una mezza idea che mi frulla per la testa…
Prima i regali…
Ho capito. – Sbuffo esasperata. Prendo scopa, sacco ed esco mentre la gatta mi guarda dubbiosa, sconsolata ritorna a pisolare sul cuscino vicino al termosifone.
Una volta in strada mi sistemo la sacca sulle spalle come fosse uno zaino, devo cercare di capire come posso sedermi senza cadere, ma soprattutto come farla funzionare. Aver letto i libri e visto i film di Harry Potter aiuta, eccomi in aria. Mamma mia come sono in alto e come è veloce. Calma, devo mantenermi calma, però la vista da quassù è bella. Adesso devo solo capire come fare per consegnare tutti i regali, vediamo cosa c’è nel sacco. Ritorno a terra e comincio a rovistarci dentro …. diciamo che il sacco ricorda la borsa di Mary Poppins, praticamente dentro c’è di tutto, allungo la mano e non trovo la fine ma solo tanti pacchetti. Legato con un filo rosso al laccio della sacca c’è un taccuino, lo apro e ci sono i nomi e cosa bisogna consegnare, per fortuna che è suddiviso per quartiere. Inizierò da quelli che sono vicino a casa mia. Fortuna che abito in un paesino di montagna e non ci sono tantissime famiglie.
Ma come fa la befana a portare tutti i regali tutto da sola?
Sono stanca, mi devo riposare un attimo. Controllo il taccuino per vedere quanti bambini mi sono rimasti e … per fortuna ne ho ancora pochi. Mi rialzo, risalgo sulla scopa e parto per le ultime consegne. Se mai dovessi incontrarla le regalerò un fine settimana in una SPA, se lo merita, sono distrutta e ho consegnato solo una piccola parte rispetto a quello che deve fare da sola in una notte.
Sono seduta su di una panchina mentre controllo che il sacco sia vuoto … – ma quanto è profondo questo sacco? – Controllo di aver cancellato tutti i nomi e…. ce l’ho fatta!
E adesso posso cercare di capire che fine hanno fatto tutte le calze, chi le ha rubate e perché.
Da dove cominciare? Il sacco comincia a muoversi come se avesse un attacco di tosse. Faccio un salto e mi ritrovo seduta per terra sul freddo della neve. Il sacco si muove sempre di più e alla fine ecco uscire un musetto dal sacco, prima vedo le narici, poi gli occhi e infine ecco apparire un bellissimo furetto bianco come la neve ma con una macchiolina nera tra gli occhi e il naso.
E tu chi sei?
Mi sembra evidente: un furetto.
Questo lo avevo capito da sola, grazie. Ma … parli?
Certo. E prima che tu me lo chieda, mi chiamo Sherlock – si rituffa nel sacco e riappare con un paio di occhiali rotondi sul naso, una sciarpa attorno al collo – bene, allora da dove cominciamo?
Come?
Datti una mossa perché è rimasto poco tempo. Da dove vuoi cominciare per risolvere il tuo mistero?
Vuol dire che mi darai una mano?
Ma sei sempre così lenta? Perché pensi che sia venuto, ti vuoi decidere?
Giusto, il mistero. Pensavo di andare in piazza dove si trova il mercatino Natalizio e vedere…
Con un salto è già a mezza strada – allora ti decidi?
Arrivo. Arrivo. – Salto sulla scopa e in pochi minuti siamo nella piazza del paese. Le luci dell’albero e delle lampadine fuori dai negozi rendono il luogo magico. – Che meraviglia?
Credo che mi metterò ad annusare attorno alle bancarelle …
Giusto, tu hai un olfatto molto accentuato – mi guardo attorno in cerca di un particolare che possa aiutarmi mentre Sherlock corre veloce attorno a tutte le bancarelle chiuse, si ferma un attimo pensieroso e ricomincia la sua corsa folle.
Ci sono diversi odori … la traccia va verso il bosco.
Allora andiamo a vedere.
Mi salta sulla spalla ed io rimonto sulla scopa e voliamo verso il bosco. Non sono spaventata ma solo curiosa. Chi sono i ladri e cosa se ne fanno di tutte quelle calze e del loro contenuto?
In lontananza intravedo delle luci, man mano che mi avvicino mi accorgo che sono tantissime e formano un cerchio e nel mezzo un enorme falò rischiara tutta la radura. Sono senza parole. Scendo verso il limitare del bosco e mi metto a camminare con circospezione tenendomi vicino agli alberi per non farmi notare mentre Sherlock corre veloce verso le luci, è più curioso di me.
Arrivo nella radura ed mi avvicino al cerchio di luci e rimango senza parole. Le calze sono tutte cucite assieme e formano un enorme e colorato pallone aerostatico con attaccata un’enorme cesta di vimini, dentro la cesta ci sono tutti i barboni del paese, non pensavo che ci fossero così tante persone senza casa. Le guardo muta, non so cosa dire. Ci pensa il mio furetto curioso a farlo al posto mio.
Ciao.
Ciao. – Risponde una vecchia signora – Ma tu non sei la befana?
No. La sostituisco solo questa sera. Ma … cosa state facendo?
Avevamo un desiderio.
Quale?
Andare verso il sole in cerca di un luogo in cui non avremmo più né freddo né fame.
E come pensate di riuscirci? – Li guardo tutti con affetto – Non credo che in questo modo andrete molto lontano e rischiate di farvi male.
Non importa. – Sempre meglio di come stiamo adesso. Nessuno noterà la nostra sparizione, siamo invisibili. – Se si alzano con quel pallone di sicuro precipiteranno appena ci sarà un po’ di vento. Il furetto mi tira per la gonna obbligandomi a piegarmi. Con fatica lo accontento, la schiena mi fa un male…
Io avrei un’idea, ma devi volerlo anche tu, altrimenti non funziona.
Di cosa si tratta?
Tu sei la befana.
E allora?
Tu sei la Befana, hai la scopa e il sacco magico.
Continuo a non capire.
Mi guarda spazientito – Sei la Befana e in questa notte magica tu … se vuoi, puoi realizzare i desideri di tutti i bambini.
Ma loro non sono bambini.
Mi dà un morso al naso esasperato.
Ahi! – Ad un tratto capisco. I vecchi con l’età ritornano bambini. Una strana idea comincia a prendere forma e guardo il furetto che mi strizza l’occhio e mi sorride. – Forse so cosa fare.
Metto il sacco per terra e lo allargo per bene fino a farlo diventare grande abbastanza per contenere la cesta che è attaccata al pallone, li leggo stretti e poi li attacco alla scopa. Faccio salire tutte quelle persone e dico un paio di paroline magiche, che non sapevo di conoscere. Sono tutti affacciati felici e mi salutano riconoscenti mentre si allontanano nel cielo stellato e io sento il cuore riempirsi di amore e di gratitudine, sono felice per loro. La luna li accoglie nella sua luce ed io spero che ovunque andranno ci sia tanta gioia e serenità. Mi giro e vedo la strada che devo fare per tornare a casa, meglio che mi avvii. Sherlock mi saltella attorno contento mentre mi scorta verso casa. Sono stanca, ho freddo e vorrei tanto essere al calduccio nel mio salotto… e il mio desiderio si avvera appena l’ho pensato. Mi sento ancora incredula per l’avventura che ho vissuto, vado alla finestra, Sherlock mi saluta con una zampina e si allontana nella notte. Gli sorrido e poi intirizzita per tutto il freddo che ho patito mi infilo sotto alla doccia bollente. Mi avvolgo nella coperta del mio letto e mi addormento guardando l’albero di Natale che brilla davanti alla mia finestra sotto alla neve che scende.
Il televisore si accende svegliandomi. Tengo gli occhi chiusi mentre sento una notizia che mi fa sorridere. Il giornalista sorpreso riferisce che tutti i senza tetto, i barboni e le persone povere sono scomparse. Per le strade non si trova nessuno e le associazioni di volontari cercano qualcuno che sappia spiegare come sia possibile che tutti sono scomparsi durante la notte senza lasciare traccia. Sorrido, io lo so cosa è successo, è un segreto che la Befana non svelerà mai.
Maya si acciambella ai miei piedi tutta contenta di riavermi a casa con lei ed io ritorno a dormire.
Alessandria today presenta “Verità e Misteri” il nuovo libro di Elena Di Gesualdo, da Tubinga fino a Stonehenge
Siamo molto lieti di presentare ai nostri lettori l’ultima fatica letteraria della scrittrice Elena Di Gesualdo “Verità e Misteri”, da Tubinga fino a Stonehenge
Alessandria, post pubblicato a cura di Pier Carlo Lava Social Media Manager – Alessandria today
Sinossi:
Tradizione e fede religiosa fanno da sfondo nella narrazione di questa storia, al punto da sondare le profondità del cuore dell’uomo e il suo anelito verso l’Infinito, che si esprime non solo nella contemplazione ma anche nelle bellezze artistiche, le quali fanno da fil rouge al viaggio, da Tubinga fino a Stonehenge, dove storia e leggenda si intrecciano mirabilmente fino a formare uno splendido ordito di sapere
Biografia: Elena Di Gesualdo è nata a Genova nel 1971.
All’età di quattro anni si è trasferita in Francia, a Toulouse, dove ha iniziato la sua formazione scolastica e, adolescente, è tornata in Italia, proseguendo gli studi a Genova. Nel 1994 si è laureata in filosofia con la tesi: ‘Politica e religione in America: un confronto tra Alexis de Tocqueville e Michel Chevalier”.
Insegnante in un Istituto Superiore di II grado, già articolista per settimanali della provincia di Alessandria, è appassionata anche di scienza e letteratura.
Ha già pubblicato ‘Alla scoperta degli Inca’, Edizioni Abrabooks, 2021, romanzo storico in cui è manifesto tutto il suo amore per la conoscenza.
“Quel poco che so della morale l’ho appreso sui campi di calcio e le scene di teatro – le mie vere università”
Solo un poeta, beffandosi di una società intellettuale che condanna la passione per il calcio in nome di una presunta e mai dimostrata inferiorità spirituale rispetto al balletto classico, alla musica dodecafonica e alle sfilate di moda, ha avuto la faccia tosta di ammettere che quel poco che sa della morale lo ha appreso sui campi di calcio, la sua vera università. Questo temerario è stato Albert Camus, Nobel per la letteratura nel 1957. Albert Camus, il celebre scrittore francese nato in Algeria nel 1913, ha giocato a calcio, come portiere, nel Racing universitario algerino e, secondo alcune voci, anche nella nazionale algerina durante dei campionati mondiali. Se non si fosse ammalato di tubercolosi, forse non avrebbe fatto lo scrittore-filosofo e avrebbe continuato a giocare. Fu la fine della sua giovinezza e l’inizio di quella che per lui divenne una vita monca. Nel 1930 la tubercolosi era ancora una malattia senza cura e questo segnò per sempre la visione del mondo che Camus ebbe della vita: un delicato equilibrio tra l’Assurdo e la Contraddizione. Si gettò a capofitto nella politica, nell’impegno civile e, soprattutto, nella scrittura.
Ma il calcio fu qualcosa di cui Camus non si libererò mai. Infatti la notizia della vittoria del premio lo raggiunge in uno stadio, al Parco dei Principi, mentre assiste a Racing Paris-Monaco. Un giornalista della televisione francese gli chiede di commentare una papera del portiere parigino. “Non diamogli addosso”, è la risposta: “È quando sei in mezzo al campo che capisci quanto sia difficile”. da ragazzino, in Algeria, giocava in porta perché, avendo solo un paio di scarpe, le avrebbe consumate di meno. Venendo da una famiglia povera, non poteva concedersi il lusso di correre nei campi: ogni sera la nonna gli ispezionava le suole e, se le avesse trovate danneggiate, lo avrebbe picchiato. Quei pomeriggi passati a respingere palloni come, più avanti, le insidie della vita, gli hanno insegnato che i colpi più pericolosi non arrivano mai da dove ci si aspetta. Memore di questa esperienza, con i soldi del Nobel acquisterà una tenuta a Lourmarin, nel Lubéron, dove trascorrerà le domeniche guardando i ragazzi della squadra locale allenarsi o giocare contro i villaggi vicini, arrivando persino a sponsorizzarli e a pagare loro le maglie. E così può ripensare agli amici d’infanzia, alle partite per strada, alla povertà che gli appariva naturale e ovvia come l’aria stessa di questo mondo, a tutto quello che ha perso e che si illude di ritrovare quando una rete si gonfia e i ragazzi esultano. Non è la stessa cosa ed è sempre più difficile, ma può bastare per riempire il cuore di un uomo che è stato bambino.
“Non c’è un altro posto del mondo dove l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio”.
Albert CamusCamus
Mia cara,
nel bel mezzo dell’odio
ho scoperto che vi era in me
un invincibile amore.
Nel bel mezzo delle lacrime
ho scoperto che vi era in me
un invincibile sorriso.
Nel bel mezzo del caos
ho scoperto che vi era in me
un’ invincibile tranquillità.
Ho compreso, infine,
che nel bel mezzo dell’inverno,
ho scoperto che vi era in me
un’invincibile estate.
E che ciò mi rende felice.
Perché afferma che non importa
quanto duramente il mondo
vada contro di me,
in me c’è qualcosa di più forte,
qualcosa di migliore
che mi spinge subito indietro.
Albert Camus
*Un grande poeta, scrittore, poteva diventare un grande calciatore, il talento ha molteplici sfaccettature. Tutto ciò che può insegnare qualcosa di bello e importante vale la pena viverlo, in un campo di calcio o osservando un tramonto e se poi puoi riversarlo nei versi diventa una ricchezza da condividere.
La scrittrice Maria Santoro è una nuova autrice di Alessandria today Biografia e Sinossi libri
Sono particolarmente lieto di comunicare agli affezionati lettori di Alessandria today che ci seguono sempre più numerosi, che da oggi la scrittrice Maria Santoro è una nuova autrice della nostra redazione.
Mi chiamo Maria Santoro, sono nata a Sorrento (Na) il 03/04/1985 e risiedo a Massa Lubrense (Na). Ho una laurea magistrale in giurisprudenza.
Amo da sempre leggere e scrivere, ho pubblicato due romanzi storici con la casa editrice Albatros-Il filo di Roma, “Il destino tra noi” e “Il destino tra noi-parte seconda”.
In self-publishing ho all’attivo anche un romanzo contemporaneo, “La voce del cuore”.
Attualmente ho un blog di recensioni libri “La valigia di carta” con mia sorella Valeria, dove ci piace parlare di quello che leggiamo ed aiutare autori emergenti a farsi conoscere.
Il Destino tra noi
Trama del libro
Dopo la tragica morte del padre la giovane contessa Melanie de Varenne cerca di reagire al dolore. A un ricevimento conosce il conte Adrian Lebon, pericolosamente affascinante e romantico, e i due s’innamorano. L’uomo però è promesso sposo di un’altra, perciò entrambi impongono al proprio cuore di dimenticare. Ma quando si rivedono la prepotenza dei reciproci sentimenti scardina inevitabilmente ogni difesa eretta dal buonsenso.
Il destino ha già scritto per loro storie diverse, obbligandoli a unirsi in matrimonio con altri, ma l’amore fonde le loro anime in una, per sempre. E nemmeno un ingiusto, doloroso addio ne segnerà la fine. Il destino tra noi è un romanzo che parla d’amore, quell’incognito imprevisto che entra nelle nostre vite senza chiedere il permesso, catapultandoci inconsapevolmente in un magico mondo dove volontà e ragione sono bandite, dove ci si ubriaca con calici colmi di frizzanti emozioni, dove i cuori alati si ritrovano per librarsi in volo nei cieli dell’eternità, dove gli occhi vengono rapiti dal fiabesco panorama di una tanto anelata felicità; e forse è per questo che è il nostro sogno più grande.
La Voce del Cuore
Trama del libro
Marina non sente più Davide da un pò. Eppure le aveva giurato che il loro amore sarebbe sopravvissuto alla lontananza. Invece erano solo parole. E’ a pezzi, il cuore devastato, proprio non le va di farsi prendere in giro da Gabriele, il playboy della pittoresca cittadina costiera dove vive che l’ha puntata. Però, dopo un bacio rubato, qualcosa cambia per entrambi, anche se ammetterlo non è così semplice., soprattutto se il passato torna a bussare alla porta…
Nella poesia italiana, anche nella migliore, in questi ultimi anni gli autori e le autrici sono in bilico tra la scrittura del trauma e il trauma della scrittura. Per quanto riguarda la prima è alquanto difficile dire se poeti e poetesse per essere tali hanno dovuto per forza cercare di cicatrizzare una ferita interiore, mai totalmente rimarginata, oppure se hanno deciso giocoforza di trattare i loro traumi, anche perché considerato più apprezzabile a livello socioculturale e letterario. Può darsi che siano vere entrambe le cose. Un tempo certe cose si tacevano, se ne aveva pudore, il trauma si rimuoveva o nel migliore dei casi si sublimava, mentre oggi tutti ne vogliono scrivere, leggere e certi argomenti fanno vendere di più; d’altronde non va nemmeno messa in dubbio la buona fede di chi lo fa, in quanto è una cosa totalmente legittima. Il problema è che non sempre la terapia della parola è efficace, nemmeno sotto supervisione di esperti terapeuti: figuriamoci se ci si sobbarca il compito di rielaborare il trauma o il lutto da soli/e! Talvolta si chiede troppo alle proprie forze o alla parola poetica stessa. Per quanto riguarda il trauma della scrittura intendo la presa di coscienza degli autori o delle autrici della effettiva marginalità della lirica italiana, che di fatto è una nicchia per i più famosi, mentre a tutti gli altri non resta che accontentarsi di una piccola bolla virtuale. I più realisti e dotati di buon senso si accorgono che possono ben poco, che essere poeti ha più oneri che onori; prendono atto della pochezza della loro arte, della sua risibile incisività/popolarità; si rendono conto che il loro sogno adolescenziale o giovanile si è infranto, è caduto. Non tutti riescono a confessare a sé stessi, né ad accettare socialmente la loro sconfitta. Ecco allora che la comunità dei poeti, degli aspiranti, dei sedicenti è popolata da presenze inquietanti, che si vantano del premio inutile vinto dopo anni di partecipazione a concorsi letterari oppure di quella volta che un critico letterario in privato a voce ha detto loro quanto erano belle le loro poesie. Esistono come in ogni ambito le persone tarate, che hanno vanagloria, narcisismo patologico, autocompiacimento e nevrosi così disturbanti da far passare la voglia di scrivere poesie o di occuparsi di poesia. Ma bisogna innalzarsi sopra queste miserie per contemlare la curvatura dell’orizzonte. Un altro limite della poesia italiana è che la comunità poetica è costituita tutta da persone comuniste o del Partito Democratico. Esiste quindi una poesia comunista e una poesia “democratica”, ma non esiste una poesia anarchica oppure liberale. Esistono ad esempio una sparuta minoranza di anarchici, ma non un’anarcopoesia. Esistono pochi poeti liberali, ma non una poesia liberale. Questo accade perché chi è numericamente superiore detta legge e gli altri non hanno la forza o il coraggio di proporre le loro idee; per quieto vivere alcuni tacciono oppure occultano il loro orientamento politico e una parte della loro visione del mondo. Non mancano poi anche coloro che si lamentano di non avere mai tempo per scrivere, dato che hanno molte incombenze lavorative, sociali, familiari. A queste persone ricordo che avere una moglie, dei figli, avere un lavoro sono cose molto più appaganti della scrittura. Il filosofo Emanuele Severino quando qualcuno si lamentava delle cose che gli erano necessarie scriveva che era come se un quadro che si lamentasse del chiodo a cui era appeso oppure come una colomba che si lamentasse dell’aria. Una moglie, un lavoro, una vita sociale consentono di vivere e realizzarsi pienamente a differenza di una vita di sola scrittura…altrimenti alcuni paradossalmente finirebbero per invidiare chi è disoccupato/a perché ha tanto tempo per scrivere! Avere troppo tempo libero non è un privilegio in alcuni casi: questo bisognerebbe sempre ricordarselo, invece di invidiare situazioni e condizioni esistenziali oggettivamente/onestamente poco o per nulla invidiabili. Diciamocelo francamente: per quanto riguarda la poesia scrivere o non scrivere è la stessa cosa, anzi probabilmente è peggio scrivere perché ci si mette a nudo e ci si espone al pubblico ludibrio. Per non parlare del fatto che certi letterati mai prenderebbero in considerazione un disoccupato che scrive oppure lo considererebbero con paternalismo un privilegiato, un perditempo o al massimo un caso sociologicamente interessante (roba da socioanalisi e niente altro). Concludendo, tra dolore esistenziale e scrittura, tra realismo e illusione, tra privilegi, veri o presunti, ed effettive constatazioni di fatto la giusta misura e il punto di non ritorno dipendono dalla personalità e dalla sensibilità di ognuno e purtroppo non sono riconoscibili a priori.