Libri, ANDAR VIA, Pasquale Ciboddo

Pasquale Ciboddo

ANDAR VIA

Recensione di Fabio Dainotti

È certamente la terra, e segnatamente quella della Sardegna, culla della civiltà pastorale, il fondamento esistenziale per Pasquale Ciboddo, che nel suo libro di poesia, Andar via (impreziosito da un dipinto di Franca Maschio in copertina e corredato dei giudizi critici di Antonio Piromalli, Franco Fresi, Giuseppe Fiamma, Elio Andriuoli, Eugenio Maria Gallo, Enzo Concardi), rievoca, in toni a tratti anche queruli ed elegiaci (E cosa rimane), ricordi da conservare «nel museo del cuore» (Come dimenticare).

Il poeta canta, non sottacendone l’asprezza (La poesia della vita), un mondo fatto di «pascoli sofferti», di «sudore e fatica» da «rispettare» (con il contraltare dei furbi e dei profittatori che ne ridono) e insieme la semplice vita «…/ dei tempi andati, / pieni di vita, di feste, / di gioia di vivere /…» (È pena che tormenta), che corrispondono, sul piano personale e privato, all’infanzia fantasticante, quando, sotto gli occhi trasognati dell’autore fanciullo, i gesti sempre uguali delle donne assumevano contorni favolosi: «…/ mia madre / a luce di ‘acetilena’ / accanto al focolare / la sera dopo cena / sino a tarda notte / rammendava / con macchina da cucito / a manovella / pantaloni e camicie / strappate di mio padre. /…» (Invece era). 

Prendono vita paesaggi dell’anima di una geografia interiore ma anche archeologica (Era l’antenna del tempo), rievocati sul filo della nostalgia (Luoghi e colori) e rivissuti sensorialmente come «gusti e sapori» e «profumi» (Ora è nella memoria) o con descrizioni orientate verso un fresco naturalismo; paesaggi che si situano tra memoria e storia (sulla retrospettiva storica notevole la descrizione della condizione concentrazionaria nei campi di sterminio in Per non dimenticare). Numerosi i lessemi rientranti nel campo onomasiologico di quella civiltà; una parola chiave, ma la definirei parola-testimone, è «stazzi». Della «civiltà agreste» e pastorale il poeta rivendica i valori e insieme l’importanza delle «radici». C’è qualcosa di sacrale in questa «vita dura di caprai» dai «lunghi capelli» che indossano «…/ casacca / di pelle conciata / e larga cintura / di cuoio crudo / attorno ai fianchi /…» (Vita di caprai). E forse non è solo sogno o sterile vagheggiamento, ma ardito disegno: fare dell’arcaico un progetto di rinascita (Tornare ai valori). Se è vero che il duro lavoro dell’allevatore impedisce un’adeguata acculturazione, d’altro canto esiste anche la cultura in senso lato, quella che fa sì che sia più ‘colto’ un contadino, cresciuto a contatto con la natura, di tante ‘teste d’uovo’ d’oggi (Fonti di altro sapere). 

E spesso la natura (una natura romanticamente animata, composta di semplici creature che parlano un loro linguaggio senza «parole»), che pure è «nostra madre», si mostra «ostile», scatenando un vento rabido, personificato in un «discepolo del male», o si rivolta contro l’invadenza dell’uomo, dando luogo a terremoti e sommovimenti tellurici (Allora); a tal proposito si leva alto il monito dell’autore, che ammonisce gli uomini in tono esortativo: la natura va rispettata. Tra gli elementi naturali, anche il mare, «… arbitro / della vita sulla terra /…» (È guardiano), riveste una sua importanza; l’elemento equoreo è infatti presente nella poiesi di Ciboddo. Opposta alla vita naturale è quella che si conduce nelle città; l’opposizione città- campagna corrisponde alla contrapposizione tra naturalità ed artificio.

Molte altre sono le tematiche trattate nell’ambito di una poesia civile mossa dall’indignatio (alla raccolta di Ciboddo non è estraneo l’impegno civile, di cui parla nell’acuta prefazione Maria Rizzi): il dramma dell’emigrazione (Esodo, ma anche E ordine e pace) e ad essa connesso il divario Nord/Sud; il tema ecologico (il disboscamento selvaggio e l’equilibrio idrogeologico, lo scioglimento dei ghiacciai, l’inquinamento); la povertà e la fame (soprattutto negli anni di guerra); i lavori precari e pericolosi o mal pagati; la droga e i suoi effetti demoniaci; il timore dello sterminio causato da una guerra nucleare; la piaga degli «incendi estivi» (Ma è disumano) e quella della sofisticazione alimentare (Oggi). Non manca qualche componimento di carattere metaletterario: basterà citare il «rammendo», che diventa metafora della scrittura, e la «trama» e «l’ordito», che richiamano l’etimo della parola ‘testo’.

Attraversa tutta la raccolta una delicata vena esistenziale: ed ecco la solitudine, una «prigione di solitudine» (Che c’è di concreto), quasi una sfuggenza; ma c’è anche l’elogio della vita solitaria, propizia agli studi e vista come risorsa e ricchezza per guardarsi dentro e trovare alimento per la scrittura; l’amore, che pure è tra gli interessi del poeta; il pensiero della vecchiaia, che trova il correlativo oggettivo nell’immagine del tramonto («…/ in faccia al sole / che cala in mare /…», Chi potrà negare), e del destino di morte che attende tutti, magari dietro «curve impensate» (È meandro d’impatto), con l’inevitabile corredo di rimpianto per la «primavera di vita» (Sarebbe dolore) e per le gioie della giovinezza.

Di fronte a un presente degradato e corrotto e al pensiero della finitudine, la via di fuga, oltre al ritorno all’infanzia e alla nostalgia della terra (si arriva a un’equazione tra l’io e la terra in Tutto si perde) di cui si è detto, è la religiosità, la fede, anche se Dio appare a volte lontano e indifferente, un Dio che «tace» (Esodo), e sembra trasparire in questi momenti un’ombra di pessimismo cristiano (ma la silloge risente anche di certe conclusioni sconsolate e pessimistiche dei frammenti dei lirici greci come in L’esistenza, o in Meglio non nascere). Comunque l’io si mostra interessato al discorso sulla «trascendenza», i testi sterzano sovente in direzione del religioso, dell’«Oltre», soprattutto nell’explicit, dove si respira l’abbandono a una «fede» salvifica. 

Interessanti dal punto di vista stilistico certe riprese dall’alto, con i «…/ piccoli movimenti / di affamati roditori /…» (Sempre in agguato) visti dall’occhio del rapace, che simbolizza «…/ La morte / sempre in agguato /…» (ivi). La rima baciata pare voler sottolineare i punti di maggior concitazione lirica.

Questo e molto altro si riscontra nei testi di Pasquale Ciboddo (che utilizza tessere montaliane, termini del linguaggio specialistico, detti proverbiali e espressioni bibliche), con l’apodittica sentenziosità, non disgiunta da una capacità osservativa e di trasfigurazione del reale, di chi negli anni ha maturato una “sagesse” da rivelare ai lettori nel quadro di una concezione della poesia concepita non come semplice sfogo, ma con l’ambizione di essere di una qualche utilità agli altri; si può parlare in tal senso di istanza pragmatico-referenziale. Logico dunque che tra le figure di pensiero sia usitato l’epifonema, soprattutto in clausola. Il tono è quello tipico di una poesia sapienziale; e tale si qualifica nel testo intitolato proprio Ed è sapienza, ma vedi anche Nulla si ridesta e altre poesie ancora; e assume anche movenze profetiche e apocalittiche: «…/ La natura / è nostra madre. / Ci aiuta a vivere sereni / lontano da rumori / troppo intensi / che incitano a litigare / gli uni con gli altri / mai contenti di nulla / e invidiosi di chi sta bene. / È così che nascono le guerre / tra tutti i popoli. / È sarà la fine» (E sarà la fine); un ammonimento valido e di stringente attualità anche oggi, per tutti.

Fabio Dainotti

Pasquale Ciboddo, Andar via, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2021, pp. 136, isbn 978-88-31497-75-6, mianoposta@gmail.com.

La libraia che salvò i libri, di Kerri Maher (Autore)

Stefano Beretta (Traduttore)  . Federica Merati (Traduttore)  vedi tutti

Garzanti, 2022

Compton Editori, 2018

Si può recuperare la parte di noi che abbiamo smarrito?

Inaspettato come Perfetti sconosciuti. Romantico come C’è posta per te.

La Locanda dei libri è un casale sulle sponde del lago Trasimeno. Negli anni è diventato un punto di riferimento per lettori onnivori e scrittori in cerca di ispirazione. L’atmosfera ricca di charme e dal tocco provenzale, le stanze traboccanti di romanzi lo rendono rifugio ideale per i clienti che cercano conforto nelle pagine e nelle storie altrui. Proprio la locanda, dopo trent’anni, fa da scenario all’incontro tra Matilde, ex psicoterapeuta e ora proprietaria del casale, e Matteo, avvocato di professione e scrittore per passione. Il loro amore, interrottosi bruscamente quando stava per diventare un sentimento assoluto e potente, sarà però costretto a fare i conti con il tempo che è trascorso, con i traguardi che entrambi hanno raggiunto e anche con gli errori commessi. Matteo e Matilde vivranno un confronto fatto di ricordi, dolore e passione. È possibile recuperare le emozioni nate tanti anni fa e che nessuno dei due ha mai dimenticato? E ritrovare quella parte di sé che senza l’altro sembrava perduta?

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“L’EQUILIBRIO di BEN-ESSERE”: La riforma psichiatrica – Considerazioni a 45 anni dalla Legge n.180 – a cura di CIPRIANO GENTILINO

“L’EQUILIBRIO di BEN-ESSERE”: La riforma psichiatrica – Considerazioni a 45 anni dalla Legge n.180 – a cura di CIPRIANO GENTILINO

Pubblicato il 20 giugno 2022 da culturaoltre14

rubrica di Cipriano Gentilino

Le mie impronte digitali

prese in manicomio

hanno perseguitato le mie mani

come un rantolo che salisse la vena della vita,

quelle impronte digitali dannate

sono state registrate in cielo

e vibrano insieme ahimè alle stelle dellOrsa Maggiore.”

Alda Merini

La storia della cura della follia è complessa e molto influenzata dalle culture e conoscenze delle epoche e dei luoghi.

In Europa solo a partire dal 1600 il trattamento iniziò ad essere considerato da un punto di vista sociale e fu così che folli diventarono tutti coloro che, ritenuti una minaccia per la società, furono da allontanare, rimuovere e rinchiudere in una unica struttura per malati mentali, poveri, vagabondi, criminali, dissidenti.

Una delle prime case sorte allo scopo fu l’Hospital General di Parigi, fondato nel 1656. Qui le persone venivano rinchiuse non per prendersi cura di loro ma solo per essere escusi e controllati con la ipocrita finalità della correzione morale.

Fu solo in seguito alla nascita del pensiero illuminista che la concezione legata alla malattia mentale iniziò a mutare e iniziarono ad essere messe in atto pratiche per combattere la follia.

Un passo avanti dalla esclusione-correzione alla normalizzazione dalla malattia mentale che continuava però ad essere incomprensibile.

I metodi di cura restavano infatti disumani perché i folli erano considerati incapaci di dominare i propri istinti e si riteneva che per combattere la follia occorresse utilizzare mezzi quali l’intimidazione e la paura, allo scopo di dominare le persone e convincerle del fatto che non potessero continuare ad agire come volevano.

Nonostante questo o per questo Pinel libera i malati mentali nell’ospedale della Salpêtrière nel 1795 e questo segna un passaggio significativo nello sviluppo della Psichiatria .

Altre teorie e cure si susseguirono centrate spesso nei tentativi di cura attraverso la provocazione di vari tipi di shock durante i perduranti internamenti.

Un cambiamento radicale si ebbe tra la fine dell’800 e l’inizio del 900 con la nascita della psicoanalisi alla quale si deve il merito di aver posto l’attenzione sulla necessità di capire il sintomo più che di reprimerlo integrando alla visione biologica quella psicologica.

In Italia, all’epoca, la gestione dei manicomi era affidata perlopiù alle cure di frati e suore fino a quando nel 1904 non si riuscì ad avere un quadro normativo omogeneo che regolò la gestione dei manicomi e che restò in vigore fino al 1978 lasciando però il manicomio luogo di controllo e di ordine.

Fu solo nella seconda metà degli anni ’50, anche grazie a Ronald Laing e alle sue opere, che si iniziò, in Europa, a condannare i manicomi come luoghi in cui le persone perdevano la propria identità.

Mentre solo a partire dal 1968 con la legge 431, in Italia, si iniziò a prevedere il ricovero volontario e vennero istituiti centri di igiene mentale a livello provinciale.

La legge 349 del 1977 invece iniziò a considerare la tutela della salute quale diritto fondamentale e considerare la necessità di creare un Servizio Sanitario, in grado di affrontare la malattia mentale in un’ottica completamente nuova.

Mentre però la legislazione progrediva verso norme più rispettose della persona malata  lo stato reale di molti manicomi toccava livelli di degrado non tollerabili in una società civile e, in contemporanea, sul piano della ricerca scientifica e della pratica psichiatrica Basaglia, direttore dell’ospedale psichiatrico di Gorizia. muoveva una critica radicale nei confronti dei manicomi.

Partendo dalla teoria di Sigmund Freud, cominciò a sostenere che il rapporto tra terapeuta e paziente dovesse basarsi su presupposti diversi.

Modificò i metodi di cura applicati in quel periodo.

In primo luogo fece eliminare la terapia elettro-convulsivante e incoraggiò un nuovo tipo di approccio relazionale tra malato e operatore psichiatrico.

Quest’ultimo consisteva nel creare una relazione di maggiore vicinanza emotiva volta alla restituzione di socialità, diritti e umanità al sofferente; un approccio alla cura della malattia mentale fenomenologico ed esistenziale in netta contrapposizione a quello positivistico della medicina tradizionale vigente all’epoca.

Franco Basaglia, dunque, tradusse tutto questo in un’idea pratica del tutto innovativa che verteva nella trasformazione dei manicomi in comunità terapeutiche.

In una comunità dove i medici, gli operatori e i pazienti possedevano pari dignità e pari diritti; i rapporti non erano più verticali, bensì orizzontali privilegiando la collaborazione tra pari. Il malato, inoltre, non è considerato come un reietto, bensì come una persona da aiutare, recuperare e riabilitare. Quindi, in questo modo, al malato era concessa maggiore dignità e una migliore prospettiva di cura da condividere con coloro che inizialmente lo avevano ripudiato e allontanato.

Basaglia raggiunse lo scopo della reintegrazione sociale dei malati e fece notare a tutti l’inconsistenza di un processo volto alla discriminazione e disumanizzazione dell’essere umano.

All’epoca la forza innovativa della pratica basagliana e gli scandali sul degrado di molti manicomi spinsero alcune forze politiche ad organizzare un referendum sulla chiusura mentre peraltro era già in preparazione la legge di riforma sanitaria, la 833, che integrava finalmente la psichiatria prevedendo un passaggio graduale verso la chiusura dei manicomi.

Il referendum, in un periodo non facile per la politica italiana, si concluse per la chiusura delle strutture manicomiali. Fortunatamente. Perché se i cittadini si fossero espressi per il no, avrebbero fermato, per molti e molti anni, quello che il parlamento stava già prevedendo.

Il risultato del referendum portò al rischio di una vacatio legis e alla necessità di stralciare quanto inerente alla salute mentale dalla riforma sanitaria che è stata approvata in seguito.

Nacque così la legge 180, nota come legge Basaglia, che rivoluzionò il modo di concepire la malattia mentale e i principi della quale sono in sintesi:

– il divieto di costruire nuovi manicomi e la graduale chiusura di quelli esistenti.

– il trattamento sanitario deve essere volontario e solo in alcuni casi particolari può essere obbligatorio (TSO)

– Il malato resta in ospedale solo per un breve periodo di tempo e solo a causa di situazioni di emergenza, difficilmente gestibili dalla persona stessa o dalla famiglia.

La legge prevedeva inoltre che le Regioni individuassero le strutture adeguate per la tutela della salute mentale; ma queste si rivelarono, per la maggior parte, del tutto impreparate a gestire un cambiamento così grande e impegnativo sul piano culturale, strutturale, organizzativo, economico e politico.

La rete dei servizi sul territorio era infatti tutta da costruire.

Solo all’inizio degli anni 90, ben 15 anni dopo la legge 180, si iniziò ad intravedere qualche cambiamento anche nelle regioni meno attive, con l’inizio della territorializzazione, l’apertura dei centri di salute mentale nei distretti sanitari e, finalmente, l’assunzione di personale sanitario.

E solo nell’aprile 1994, venne approvato anche il Progetto Obiettivo Tutela Salute Mentale in cui, per la prima volta, vennero individuate le strutture e i servizi psichiatrici presenti sul territorio; si procedette altresì ad una diversificazione delle competenze professionali delle persone che lavoravano nel campo, per consentire loro di gestire meglio i sempre più complessi incarichi affidati, con l’obiettivo principale di promuovere, attraverso lo scambio di esperienze professionali differenti, pratiche volte a superare qualsiasi forma di oppressione e di violenza (azione coordinata e integrata di servizi psichiatrici con altri servizi socio sanitari come, ad esempio, consultori e Servizi per le Tossicodipendenze). Tutto questo doveva essere realizzato attraverso la partecipazione ai processi di cura dei pazienti e dei familiari, per ridurre al minimo il ricovero in struttura, attraverso interventi ambulatoriali e domiciliari, che comprendevano anche la ricerca programmata di inserimenti formativi e lavorativi e la promozione di programmi con obiettivo primario la socializzazione.

Dal 31 marzo 2015 sono infine ufficialmente chiusi gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (O.P.G.) ed è tuttora in corso un lento passaggio a delle strutture alternative denominate R.E.M.S. (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza). Tale cambiamento è stato pensato per umanizzare lo sconto della pena nelle persone già “condannate” da un disturbo psichiatrico.

Insomma, una strada lunga e tortuosa, piena di ostacoli.

Ad oggi sono stati sicuramente compiuti numerosi passi avanti ma ci sono ancora molti aspetti da definire e molti stereotipi da sradicare connessi alla sofferenza mentale, pregiudizi che favoriscono l’insorgere di immagini che etichettano i pazienti come categoria a parte, divisa dai normali.

È stato attivato infatti un sistema assistenziale all’avanguardia che ha rappresentato quarant’anni fa un grande avanzamento ma che sembra purtroppo essersi in parte arenato di fronte a molte antiche e recenti difficoltà.

Se da una parte la delega della gestione della sanità alle regioni dovrebbe permettere una programmazione sempre più aderente alla necessità territoriali dall’altra una eccessiva diversificazione delle politiche regionali e gli interessi di potere politico non sempre hanno portato a scelte efficaci e efficienti.

Il passaggio della dominazione sulla salute pubblica dalla università alla politica certamente non ha contribuito ad autonomizzare il settore sanitario pubblico come era nelle premesse dichiarate con la approvazione della 833.

Il sistema pubblico italiano di assistenza in salute mentale, attualmente, ha forti differenze geografiche di attuazione e di risorse finanziarie, di strutture e di personale disponibile; anche all’interno di una stessa regione vi sono spesso realtà locali molto differenti, sia di strutture sia di personale. Ciononostante, si potrebbe sostenere che, pur sotto sforzo, nel complesso il sistema dell’assistenza territoriale in salute mentale abbia comunque compiuto in questi quarant’anni grandi passi avanti rispetto al precedente assetto “manicomiale”.

Vi è stato un innegabile successo nell’eliminazione di istituzioni totali come i manicomi e nella realizzazione di una rete assistenziale regionale territoriale, diversamente funzionante a seconda di vari fattori ma comunque presente, che ha posto l’Italia in una posizione di avanguardia nel mondo. Tuttavia, all’impianto e all’impegno degli operatori sanitari in tutti questi anni non è sempre corrisposto una messa a disposizione di mezzi e strumenti per perseguire e raggiungere gli obiettivi previsti e desiderati.

Si potrebbe anche aggiungere che negli ultimi decenni vi sono stati cambiamenti sociali, epidemiologici e dei bisogni che possono mettere in difficoltà disposizioni di legge “pensate” per realtà di quasi mezzo secolo addietro.

Cambiamenti ai quali sarebbe necessario dare risposte nuove che, integrando le migliori esperienze territoriali e comunitarie, riuscissero a riproporre la sofferenza mentale come problema sociale di massima  importanza sanitaria, civile ed economica con forze nuove in grado di destrutturare in continuazione le nuove istituzionalizzazioni nelle strutture comunitarie, nei centri diurni e nei centri di salute mentale causate, non solo dalla normale dinamica di ogni istituzione, ma anche per la cronica carenza di personale, per la necessità, spesso dimenticata, di supervisione agli operatori,  di una reale formazione continua sul campo , di pratiche di socializzazione e di educazione sanitaria .

È necessario un nuovo entusiasmo che, a seguito di progressi scientifici, caratterizzi nuovi modelli organizzativi in grado di garantire la maggiore serenità possibile ai pazienti, ai loro familiari, ai loro colleghi, ai loro amici praticando una psichiatria che dia risposte esaustive e concrete sia sul piano psicologico che su quello della integrazione e del lavoro.

Tenendo sempre presente le parole di Basaglia sulla legge che porta il suo nome:

“E’ una legge transitoria, fatta per evitare il referendum, e perciò non immune da compromessi politici. Ora bisognerà lottare perché nella discussione sulla riforma sanitaria tanti aspetti farraginosi, ambigui, contraddittori di questa legge siano portati alla ribalta e cambiati. …  Ma attenzione alle facili euforie. Non si deve credere daver trovato la panacea a tutti i problemi dellammalato di mente…”

Cipriano Gentilino
Psichiatra

Libri: Scaffali di ricordi, di Martapia Rapuano

La storia di una donna che corre sul filo della memoria e lungo le sponde di un fiume.(…)

Ne viene fuori una figura femminile, sempre alla ricerca della vera Matilde, e per questo è uno sprono e uno stimolo per i lettori a guardare sempre dentro se stessi.

E’ comunque soprattutto un elogio della scrittura, della sua capacità catartica e della sua funzione salvifica.

-Il mio romanzo è disponibile sul sito Edizioni2000diciassette e negli store online: Mondadori, Feltrinelli, Amazon, IBS.

Su ordinazione in tutte le librerie.

Quattro libri per capire l’ecosistema più complesso del mondo

Quattro libri per capire l’ecosistema più complesso del mondo

giannigatti

Dal blog  https://www.essenziale.it/

Valentina Pigmei

I consigli di lettura per conoscere la storia e il futuro del mare e degli oceani, che a causa del riscaldamento climatico stanno cambiando più velocemente di quanto pensassimo.

“Il mare fa come gli pare, toglie qua e mette là come gli gira a lui. L’Oceano è disordinato e prepotente”. Vero e proprio protagonista del nuovo romanzo di Lorenza Pieri, Erosione, il mare al centro del libro non è quello placido del Mediterraneo d’estate, ma “qualcosa di imprevedibile e pericoloso che si presentava allo stato liquido”.

La storia di Erosione nasce da un luogo, la Chesapeake Bay, sulla costa atlantica degli Stati Uniti, una zona in cui la terra deve fare da sempre i conti con l’acqua: l’oceano di fronte e il più grande estuario nordamericano alle spalle. In particolare, questa storia ruota intorno a una casa, una villa sul mare che, in seguito a fallimentari tentativi per salvarla dal progressivo innalzamento delle acque e colpita una stagione dopo l’altra da allagamenti e uragani, perderà ogni valore immobiliare. Il romanzo, che si svolge nell’arco di una giornata — la giornata del trasloco —, è un racconto a tre voci, quelle dei tre fratelli proprietari della casa: una narrazione iperrealistica che, senza il bisogno di scenari distopici, ci catapulta in un dramma che è sempre più vicino.

Il ghiaccio si scioglie

Non sono tanti i libri in cui il tema del cambiamento climatico ha una sua funzionalità — e maturità — narrativa. “L’oceano che erode è stato il punto di partenza da cui ho costruito la storia di tre personaggi e delle loro voci così diverse. L’ispirazione viene da una grande casa che ho visto, a poco a poco, andare in rovina, così come ho visto la spiaggia inghiottita dal mare”, dice all’Essenziale Lorenza Pieri, che ha vissuto otto anni negli Stati Uniti e frequentato a lungo la zona di Chesapeake Bay.

“Ho scritto il libro durante la pandemia del 2020, in un momento in cui per tutti le cose stavano cambiando”. Dei tre fratelli è il personaggio di Anna, insegnante di scienze con la fissazione del cambiamento climatico, quella che più ha a cuore il climate change. Ripresa dai dirigenti scolastici per le sue lezioni considerate troppo radicali e angosciose per i ragazzi, è convinta che l’“erosione” della loro casa sia connessa in qualche modo alla scomparsa del vecchio padre Joe: “Anna si era convinta che nel 1999 fosse mancato lo scudo, il mantello protettivo, ma non solo, che il nonno in qualche modo avesse deciso di portarsi la casa con sé, con l’aiuto delle maree, degli uragani, dei tornado; che pezzo a pezzo avesse iniziato a spargerla un po’ in mare, un po’ nella sabbia, un po’ in cielo, ovunque, in quella dimensione immateriale che chiamiamo più comunemente morte”.

Il ghiaccio si scioglie, il livello del mare sale. La questione dell’innalzamento delle acque è un pericolo concreto, e non soltanto per la costa est degli Stati Uniti. Anche perché in mare tutto è interconnesso e quello che accade in un luogo è inevitabilmente collegato a ciò che succede altrove. Uno dei maggiori problemi legati alla minaccia del “mare che sale”, come lo chiama l’oceanografo e scrittore Sandro Carniel, è che evolverà in maniera difforme durante il prossimo secolo, creando enormi disuguaglianze. Nelle aree più ricche e popolate probabilmente saremo in grado di proteggerci più o meno efficacemente — anche se con numerosi effetti collaterali per l’oceano stesso —, mentre le zone povere e meno popolate subiranno conseguenze drammatiche: la popolazione esposta non avrà altra scelta che andarsene.

Nel Mare che sale, un libro breve e imprescindibile, Carniel fa l’esempio di vari luoghi del mondo dove il sea rise level ha già avuto un impatto evidente: l’isola di Waimanalo alle Hawaii, Venezia, l’isola di Labuan nel Borneo. Tra tutti i problemi legati all’oceano, quello dell’erosione delle coste è forse il più visibile e immediatamente raccontabile, anche se tanti suoi effetti a lungo termine non sono ancora stati interiorizzati.

“Una recente stima condotta tra 120 città costiere”, scrive Carniel, “riporta che, nell’anno 2100, in città come New Orleans e Guangzhou (oltre 18 milioni di abitanti) i danni supererebbero la cifra di 1.000 miliardi di dollari americani. Se vi state chiedendo come sia possibile per una pur enorme New Orleans totalizzare un danno paragonabile all’intero pil dello stato in cui si trova la risposta è semplice: il mare che sale non solo minerà le attività produttive, ma anche tutti quei beni e servizi considerati stabili; per esempio renderà inutilizzabili proprietà immobiliari per un controvalore di almeno 400 miliardi di dollari”.

Misurarsi con sogni e paure

“Da Miami a Rio de Janeiro, da Venezia a Shanghai, le aree a rischio sono davvero numerose”, scrive Alessandro Vanoli nella Storia del mare. “Se le proiezioni sono giuste, a fine secolo il mare potrebbe alzarsi tra un mezzo metro e un metro, allagando una parte importante delle pianure costiere. E la brutta notizia è che questo fenomeno ha una sua forza inerziale, per cui, anche se la tendenza al riscaldamento si invertisse domani, il mare continuerà a salire comunque per tantissimo tempo”.

La Storia del mare di Vanoli è un libro mastodontico sia per lunghezza sia per ambizione – coprire tutta la storia dell’oceano dalle origini – che riflette in qualche misura la ricchezza straordinaria e tentacolare di questo elemento. La lettura è resa piacevole dalla quasi totale assenza di citazioni — benché in fondo al volume ci sia una bibliografia essenziale preziosissima — e la narrazione scorre come quel flusso inesauribile che a detta degli antichi era l’oceano. Misurarsi con la storia del mare, del resto, è un viaggio da fare: è un modo di misurarsi con sogni e paure. “Raccontare di nuovo la storia del mare”, ha detto Vanoli, “è anche un modo per ricordare che non ci appartiene, non è stato creato per noi. Noi non siamo altro che una specie fra le specie. E siamo una specie ‘esondante’: proprio quello che non ci voleva per un ecosistema”. Oceanografi, storici, filosofi, climatologi. Tutti concordano: il mare non ha bisogno dell’uomo, mentre l’uomo ha bisogno del mare.

Lo scriveva lo storico Jules Michelet già nel 1860 quando pubblicò il suo celebre saggio Il mare. Michelet, cronista della rivoluzione francese, vedeva nella prospettiva del mare un confine che separa due mondi molto diversi, dove uno è costantemente in pericolo; sottolineava inoltre il legame tra il mare (la mer) e la madre (la mère), esplorando il rapporto tra l’uomo e questa “madre” della vita. “Che cosa dice la grande voce dell’oceano? Dice la vita, la metamorfosi eterna. Dice l’esistenza fluida. Svergogna le ambizioni pietrificate della vita terrestre. Che dice ancora? Dice immortalità. Una indomabile forza vitale si trova al fondo della natura. Quanto di più se si ritroverà alla sommità: nell’anima! Che cosa proclama infine? Solidarietà”. Se la prosa tardoromantica di Michelet suona misticheggiante per il lettore di oggi, la sua visione protoambientalista è preziosa e per nulla datata.

“Come potrebbe tornare a essere bella, scomparso l’uomo, la terra”, scriveva il poeta Giorgio Caproni. “Vale anche per l’oceano”, dice ancora all’Essenziale Sandro Carniel. “L’oceano sta morendo. Ma il riscaldamento raddoppiato, la siccità e così via non mettono a rischio l’oceano, lo mettono a rischio nella sua configurazione attuale. Tuttavia, mentre in qualche modo l’oceano si aggiusterà con un nuovo equilibrio, sarà magari un oceano più sporco, più inquinato ma esisterà, a rischio sono soprattutto le specie come la nostra, che non si sanno adattare in tempi brevi alle cose che cambiano velocemente. Anche se pensare globalmente non è nella natura dell’homo sapiens, senza dubbio la pandemia è stata una sorta di prova generale. Anche se è nulla in confronto a quello che accadrà”, continua.

Eppure l’oceano, in questo senso, potrebbe essere un grande maestro. Il mare insegna il rispetto della natura: fin dalle origini, i marinai lo temono e lo rispettano. L’oceano e i suoi abitanti insegnano prima di tutto la solidarietà, come suggeriva Jules Michelet. Gli studi sui cetacei per esempio mostrano che le balene vivono all’interno di strutture sociali altamente sviluppate, addirittura matriarcali. Tutta la vita nell’oceano è un grande e unico flusso connesso, come del resto avevano già intuito gli antichi greci per i quali il dio Okeanos, figlio di Urano (il cielo) e di Gea (la terra) era una divinità fluviale. Omero lo descrive come un immenso fiume che cinge tutto lo spazio terrestre e che, scorrendo su se stesso, collega il mondo. Un proverbio swahili dice “L’oceano ci porta ovunque”. Il mare è senza confini: non vale lo stesso per la terra. Anzi, quando si tenta di metterli i confini accadono tragedie come quelle molto frequenti nel Mediterraneo centrale. Per gli antichi greci c’era anche una relazione tra acqua dolce e acqua salata, questione centrale di cui spesso sembriamo dimenticarci.

Non esiste una talassocrazia

“Se i ghiacci della Groenlandia si sciogliessero, cosa molto difficile, la pianura Padana andrebbe sott’acqua”, dice all’Essenziale Giulio Boccaletti, saggista e climatologo italiano che vive a Oxford, autore di Acqua. Una biografia. “Ovviamente c’è un limite in cui il confine tra mare e acque terrestri si rompe. Oggi le acque sono considerate dall’oceanografia un sistema unico, ed è chiaro che il rapporto tra questi due mondi, le acque del mare e quelle terrestri, sta diminuendo.

L’esempio di nuovo è quello del Po dove, a causa della siccità, l’acqua del mare è risalita di 30 chilometri. Ma c’è un’importante distinzione da fare: mentre le acque dolci sono di sovranità nazionale, il mare non è soggetto a nessun governo. C’è una ragione tecnica alla radice dei problemi dell’oceano, non è solo noncuranza. Il deep sea è un bene comune. Non esiste una talassocrazia, come ad esempio al tempo dell’impero Britannico: non vogliamo un “governo del mondo”. E nemmeno abbiamo dato alle Nazioni Unite la nostra sovranità. Tuttavia, abbiamo bisogno di investire di più in istituzioni internazionali e di coordinamento”, continua Boccaletti.

È avvilente notare che a Lisbona dal 27 giugno al 1 luglio, in occasione della conferenza dell’Onu per l’oceano realizzata proprio per sostenere l’attuazione dell’obiettivo 14 dell’Agenda 2030, l’Italia non fosse tra i 21 paesi partecipanti né fosse presente alcun ospite italiano, eccetto il navigatore oceanico Giovanni Soldini.

Si dice che “il mare slega tutti i nodi”. Ho sempre pensato che la frase rimandasse al benessere che la semplice vicinanza al mare dona alla nostra specie. Quel famoso “brivido mistico” di cui parlava Herman Melville e che secondo lui spingeva “quasi ogni ragazzo che abbia dentro in sé uno spirito sano e robusto” ad ammattire prima o poi dalla voglia di mettersi in mare. Tuttavia, forse il mare scioglie i nodi proprio perché ha a che fare con la vita, con l’esistenza fluida.

La concentrazione salina, la temperatura, la pressione e le correnti sono tutti elementi che hanno a che fare con la vita. Con l’ossigeno che respiriamo. Si tratta del più grande ecosistema del mondo, un sistema complesso nel senso letterale del termine (cum + plexo) ovvero composto di più parti collegate tra loro e dipendenti l’una dall’altra. Un sistema che sta cambiando più velocemente di quanto pensassimo: non resta che affrontarlo con strumenti altrettanto complessi. E i libri sono tra questi.

Libri: Il figlio del figlio, di Marco Balzano

Il figlio del figlio, di Marco Balzano 

(Autore) Einaudi, 2022

Descrizione

Tre uomini che tirano le somme della propria vita. Tre lingue diverse per raccontare l’emigrazione e la perdita delle radici; il bisogno di partire e la conquista di un posto in cui tornare.

«Un pacato on the road Milano-Barletta di un nonno un padre un figlio che devono chiudere con il passato ma dentro un presente senza identità, un romanzo che dice molto su chi siamo»Goffredo Fofi

«Un libro di un vero scrittore»Raffaele La Capria

Nicola ha ventisei anni e fa l’insegnante precario a Milano. È figlio di Riccardo, un emigrante invecchiato troppo presto, e nipote di Leonardo, un contadino analfabeta e senza terra, che un giorno sorprende tutta la famiglia con una decisione importante: bisogna vendere la casa al mare, diventata l’oggetto ingombrante che divide fratelli, genitori e cugini. Cosí, una mattina di prima estate, partono a bordo di una Punto amaranto, nonno padre e nipote, per raggiungere la Puglia, a cui sono legati in maniera diversa. Il viaggio tra i luoghi e le memorie che hanno costruito la famiglia Russo diventa un viaggio iniziatico in cui i rapporti di confronto-scontro tra padri e figli si sciolgono in rapporti fra tre uomini, ognuno con i propri imbarazzi, affetti, difficoltà.

Libri: GAIA, di Gregorio Asero

A Gaia, personificazione della terra, dea primigenia dall’inesauribile forza creatrice, origine stessa della vita, si ispira il poeta Asero: a Gaia, Gea, Madre Terra, al nostro pianeta oggi cosi martoriato, dedica le sue liriche sperando “che la poesia possa salvare dalle brutture che l’animo umano può generare”. In questa raccolta racconta le sue esperienze e le sue emozioni nell’osservare la terra, il mondo, distaccandosi a volte dal quotidiano ed immergendosi nell’essenza poetica ed artistica di vivere e sentire, soffrire e gioire, amare e sognare…

MA NON È CHE IL SUPERBONUS SI CONTRASTA SOLO PERCHÉ È DEL M5S?

Facciamo un eccezione alla nostra linea editoriale, ma visto che tutti gli altri partiti sono contro… forse ne vale a pena…

MA NON È CHE IL SUPERBONUS SI CONTRASTA SOLO PERCHÉ È DEL M5S?

Supermalus.

Di Marco Travaglio

Alla festa del Fatto mi avvicina un gruppo di piccoli imprenditori edili, che stanno costituendo insieme a diversi cittadini un comitato per una ”class action” contro lo Stato sul Superbonus 110%.

E chiedono aiuto.

Hanno aperto cantieri per adeguare ambientalmente casette e appartamenti, hanno iniziato a lavorare in base a un preciso impegno dello Stato, poi quello stesso Stato – siccome era cambiato il governo, dal Conte-1 al Draghi – ha cambiato le carte in tavola, violando l’impegno.

E ha preso a sabotarli in ogni modo sulla cessione dei crediti, danneggiando per giunta le imprese più piccole e le famiglie meno facoltose. Uno scandalo a cielo aperto: non c’è nulla di più grave di uno Stato che tradisce i patti stipulati con i cittadini.

Altro che disaffezione, antipolitica, astensionismo.

Motivi di merito non ce ne sono: il Superbonus, ideato dal sottosegretario 5S Fraccaro, conviene a tutti: Stato, imprenditori e cittadini, a prescindere dal reddito, perché rilancia l’edilizia in crisi, crea posti di lavoro, riduce le emissioni di C02, fa risparmiare energia, trasforma le città in direzione ecologica, fa volare il Pil e il gettito fiscale.

Infatti piace a tutti: Confindustria, sindacati, famiglie, destra, centro e sinistra. Nessun partito si oppone e in Parlamento tutti, almeno a parole, sostengono da mesi che i crediti fiscali vanno sbloccati per far riprendere e terminare i lavori a chi è in mezzo al guado.

Eppure il governo, cioè Draghi (il Consiglio dei ministri è pura finzione: comanda il Migliore solo al comando), continua pervicacemente a opporsi.

Anche a costo di mentire con veline false che accusano i 5Stelle di bloccare con emendamenti sblocca-Superbonus (presentati peraltro da quasi tutti i partiti) il dl Aiuti-bis, rubando 17 miliardi di sostegni agli italiani: ma tutti sanno che i decreti sono leggi che entrano immediatamente in vigore, quindi nessuno sta bloccando nulla, a meno che il decreto sia bocciato in Parlamento in sede di conversione in legge (e non lo è stato né lo sarà).

Il Pd, pur favorevole a sbloccare la cessione dei crediti, ripete a pappagallo le panzane di Palazzo Chigi come se il Superbonus fosse una fisima di Conte, e non una legge dell’intero suo governo, inclusi i ministri del Pd, in primis quello dell’Economia Gualtieri che ne costruì gli strumenti finanziari.

Così si usano cinicamente decine di migliaia di imprese e famiglie in difficoltà per bieche manovre elettorali.

È questa la neutralità di un governo dimissionario delegato agli “affari correnti” (inclusi 10-20 miliardi di nuove spese militari)?

Si abbia almeno il coraggio di dire, a quelle imprese e a quelle famiglie, la verità: “Cari amici, il Superbonus è un’ottima idea, ma purtroppo è venuta ai 5Stelle, quindi dobbiamo affossarla”.

Così tutti capirebbero tutto.

SETTEMBRE, di Dal Santo Fabio – Pagine da faro

Pagine da faro

SETTEMBRE

Quest’alba di settembre

mi fa stringere gli occhi,

mentre su questa riva di lago

osservo l’orizzonte

ascoltando il rumore delle onde

dopo il temporale della notte.

Poi continuo sui miei passi

lasciando libertà ai miei pensieri

il vento mi scompiglia i capelli

mentre i miei occhi si dissetano

con un volo di gabbiano,

libero nel cielo turchese

come la speranza che vive dentro la mia anima.

Il tempo scivola piano

attorno a me

e le mie dita sfiorano l’orizzonte

per disegnare sogni in cielo

da far viaggiare verso l’infinito,

scrivo le parole di una poesia

per catturare ogni emozioni attorno a me,

perché tutto questo è vita,

perché è tutto questo

che mi fa battere il cuore.

Dal Santo Fabio

Testo e immagine

“Fino a quando la mia stella brillerà”, di Liliana Segre

Liliana Segre

dalla pagina Facebook di Enrica Bocchio

Ad Auschwitz superai la selezione per tre volte. Quando ci chiamavano sapevamo che era per decidere se eravamo ancora utili e potevamo andare avanti, o se eravamo vecchi pezzi irrecuperabili. Da buttare. Era un momento terribile. Bastava un cenno ed eri salvo, un altro ti condannava. Dovevamo metterci in fila, nude, passare davanti a due SS e a un medico nazista. Ci aprivano la bocca, ci esaminavano in ogni angolo del corpo per vedere se potevamo ancora lavorare. Chi era troppo stanca o troppo magra, o ferita, veniva eliminata. Bastavano pochi secondi agli aguzzini per capire se era meglio farci morire o farci vivere. Io vedevo le altre, orrendi scheletri impauriti, e sapevo di essere come loro. Gli ufficiali e i medici erano sempre eleganti, impeccabili e tirati a lucido, in pace con la loro coscienza. Era sufficiente un cenno del capo degli aguzzini, che voleva dire “avanti”, ed eri salva. Io pensavo solo a questo quando ero lì, a quel cenno. Ero felice quando arrivava, perché avevo tredici anni, poi quattordici. Volevo vivere. Ricordo la prima selezione. Dopo avermi analizzata il medico notò una cicatrice. «Forse mi manderà a morte per questa…» pensai e mi venne il panico. Lui mi chiese di dove fossi e io con un filo di voce ma, cercando di restare calma, risposi che ero italiana. Trattenevo il respiro. Dopo aver riso, insieme agli altri, del medico italiano che mi aveva fatto quella orrenda cicatrice, il dottore nazista mi fece cenno di andare avanti. Significava che avevo passato la selezione! Ero viva, viva, viva! Ero così felice di poter tornare nel campo che tutto mi sembrava più facile. Poi vidi Janine. Era una ragazza francese, erano mesi che lavoravamo una accanto all’altra nella fabbrica di munizioni. Janine era addetta alla macchina che tagliava l’acciaio. Qualche giorno prima quella maledetta macchina le aveva tranciato le prime falangi di due dita. Lei andò davanti agli aguzzini, nuda, cercando di nascondere la sua mutilazione. Ma quelli le videro subito le dita ferite e presero il suo numero tatuato sul corpo nudo. Voleva dire che la mandavano a morire. Janine non sarebbe tornata nel campo. Janine non era un’estranea per me, la vedevo tutti i giorni, avevamo scambiato qualche frase, ci sorridevamo per salutarci. Eppure non le dissi niente. Non mi voltai quando la portarono via. Non le dissi addio. Avevo paura di uscire dall’invisibilità nella quale mi nascondevo, feci finta di niente e ricominciai a mettere una gamba dietro l’altra e camminare, pur di vivere. Racconto sempre la storia di Janine. È un rimorso che mi porto dentro. Il rimorso di non aver avuto il coraggio di dirle addio. Di farle sentire, in quel momento che Janine stava andando a morire, che la sua vita era importante per me. Che noi non eravamo come gli aguzzini ma ci sentivamo, ancora e nonostante tutto, capaci di amare. Invece non lo feci. Il rimorso non mi diede pace per tanto, tanto tempo. Sapevo che nel momento in cui non avevo avuto il coraggio di dire addio a Janine, avevano vinto loro, i nostri aguzzini, perché ci avevano privati della nostra umanità e della pietà verso un altro essere umano. Era questa la loro vittoria, era questo il loro obiettivo: annientare la nostra umanità.”

Liliana Segre

“Fino a quando la mia stella brillerà”

Tramonto, di Anna Monteleone

Tramonto

Triste sempre è il tramonto

inumidisce gli occhi e dà mestizia

Va il ricordo al giovanil racconto

dei dolci sogni di poesia ricolmi

Un racconto che viene da lontano

quando i sogni cavalcavano il reale,

frinivan di notte le cicale

e amore e vita eran futuro arcano

Un attimo, un batter di ciglia

e tutto è già quasi finito…

Il futuro è rotolato via come una biglia

(Tramonto a.m.)

UN PO’ DI ME, di Yuleisy Cruz Lezcano

Yuleisy Cruz Lezcano

UN PO’ DI ME

Il sole…

Sono nata sotto il sole. Sono cresciuta sotto il sole. Un sole attenuato, un vulcano innocuo

che seppur sembrava minaccioso non ha asciugato la prima pioggia di lacrime.

Una pioggia di fine e di inizi che si ripetono. Una pioggia continua nell’anima e nel corpo. Un corpo che rifiutava la morte e si aggrappava alla vita.

Sono nata prima della conta di tutte le lune, prima delle previsioni di tutti i calendari.

Sono nata sotto il sole tenue di marzo, nata senza averi, portata a casa senza vestiti, coperta dalla peluria prematura di chi anticipa il proprio tempo, quella peluria che, a seguito, ho mangiato, l’ho mangiata tutta, così da farla crescere sullo stomaco, per digerire l’amaro della vita e sopravvivere a me stessa.

Non sono nata per prendere la vita a morsi, i denti li ho affilati a seguito. Ed è con questi denti che ho cominciato a scrivere. I fogli sono per me il piatto, la poesia il nutrimento e molte volte è stata l’unica ragione per aspettare l’alba; quell’alba che sembrava non arrivare mai… oggi l’unica cosa che so è che scrivo perché ne ho bisogno e scrivo tutto quello che mi passa per la testa, senza chiedermi che senso abbia.

Y. C. L.

Era il 1979, avevo 12 anni ed ero razzista, di Lorenzo Rossomandi – Scritti

Era il 1979, avevo 12 anni ed ero razzista.

Ovviamente non lo sapevo, ma lo scoprii quell’estate.

A mia, parziale, discolpa posso dire solo che in Italia all’epoca non c’erano neanche i “vu’ comprà”.

Grazie anche al fatto che avessi due zie in Australia (Sydney per la precisione) mio padre mi mandò laggiù per le vacanze estive.

E grazie al fatto che una delle due insegnasse in una scuola pubblica mi sono fatto anche qualche giorno di scuola “australiana”.

“Scuola australiana”, insomma.

Bianchi, neri, gialli, marroncini, un po’ anche rossi. Insomma. Un arcobaleno di colori che mi stupirono.

Beh. Ho deciso di essere sincero e lo sarò. I neretti mi facevano un po’ senso… neri, con il naso schiacciato e grossetto, i palmi delle mani chiari con le pieghe scure.

Insomma via…spero che non facciate troppo i puristi. Per un dodicenne, italiano nel 1979 non poteva essere che una cosa strana.

Ma mi ricordo un giorno. Eravamo fuori, nel piazzaletto esterno della scuola, nell’ora del lunch.

5 minuti per inghiottire un “meat pie” e un po’ di succo di frutta. E via!

a giocare a “soccer”. In italia ero un mediocre giocatore di calcio, ma lì potevo fare il Pelé della situazione. Ma ancora nessuno mi conosceva. Ad inizio partita si facevano le squadre. Ne più ne meno di come facevamo in Italia, i capitani scelgono i giocatori, uno per volta a turno. Si comincia. Parte il primo capitano e sceglie Tommy il neretto. L’altro capitano sceglie un altro. Tocca di nuovo al primo. Prima ancora che alzi la testa per guardare i candidati, Tommy gli salta quasi addosso urlandogli “Lorenzo! Lorenzo!” con quella zeta dolce che pronunciano gli anglofoni. Il capitano non può fare a meno di scegliermi.

Gli ero grato per la fiducia.

La partita fu uno spettacolo. Vabbè… più volte, io e Tommy, ci siamo dati il dieci. Io con la mia manina bianca.

Lui con la sua bicolore.

Alla fine persino un abbraccio.

Nei giorni successivi ci siamo cercati. Siamo diventati amici. Abbiamo parlato, giocato assieme. Lui mi ha difeso diverse volte da qualche facinoroso. Io gli insegnai a palleggiare.

Fu strana quella vacanza.

Partii che non sapevo di essere razzista. Scoprii di esserlo e in pochi minuti mi resi conto di non esserlo più.

E che non lo sarei mai più stato in vita mia.

Un altro 11 settembre: nel 1973 inizia nel sangue la dittatura di Pinochet, in Cile, di Cinzia Perrone – Autrice

Un altro 11 settembre: nel 1973 inizia nel sangue la dittatura di Pinochet, in Cile

Tutti ricordano l’11 settembre 2001 per le Torri Gemelle, ma altrettanto drammatico fu l’11 settembre del Cile, nel 1973, quando iniziò la dittatura di Pinochet.

L’11 settembre è un giorno che non rievoca soltanto l’attacco alle Torri gemelle di New York del 2001. È anche il giorno in cui avvenne il golpe in Cile, 28 anni prima, quando il popolo cileno si risvegliò sotto una cruenta dittatura militare di Pinochet, durata poi 17 anni. L’ultimo atto del primo governo socialista regolarmente eletto del Sudamerica si consumò in sole sette ore, dalle 6:30 del mattino dell’11 settembre 1973, momento in cui al presidente Salvador Allende (1908-1973), fu comunicata la sollevazione delle forze armate, alle 13:30, quando giunse l’annuncio ufficiale della sua morte.

Tutto iniziò il mattino dell’11 settembre 1973, giorno in cui il Cile entrò nella sua stagione più buia. L’ordine partì all’alba: i cacciabombardieri dovevano colpire La Moneda, il palazzo presidenziale e sede del governo cileno, a Santiago. Quel giorno l’edificio si era ritrovato circondato dai carri armati del generale Augusto Pinochet (1915-2006), che pretendeva le dimissioni di Salvador Allende, il primo presidente socialista del Cile, democraticamente eletto. I militari golpisti ordinarono che il palazzo venisse evacuato entro le 11, altrimenti sarebbe stato attaccato.

La risposta di Allende, fu trasmessa da Radio Magallanes: “Non mi dimetterò. Pagherò con la mia vita la lealtà della gente”, dichiarò il presidente asserragliato nel palazzo con elmetto in testa e un fucile kalashnikov a tracolla, regalo di Fidel Castro. Le forze di Allende resistettero fino alle 13:45, quando le unità speciali alla fine presero d’assalto il palazzo. Alle 14:00 si udì l’ultimo sparo: Allende si era dato la morte col fucile dell’amico cubano. Vedendo il corpo, il generale Palácios, uno dei leader golpisti, avvertì il quartier generale della Guarnigione di Santiago: “Missione compiuta. Moneda presa. Presidente morto”.

Con queste funeste parole iniziarono 17 anni di feroce dittatura.

Autunno, di Giuseppe Pippo Guaragna

Autunno

Nei toni d’ambra splende la betulla,

nel radioso tramonto della sera

e tende verso l’acero i suoi rami,

come tenera amante,

attratta dal carminio delle foglie.

Fiorisce il ciclamino

nelle forre e nei fossi,

rosseggiano le bacche

ai bordi dei sentieri,

vanno nel cielo nuvole e gabbiani.

Si va nei boschi in cerca di castagne,

si raccolgono funghi

mirtilli ed uva spina,

prepara le cataste il taglialegna,

s’accendono i camini.

È arrivato l’autunno

con le melanconie dei giorni uggiosi,

con i venti impetuosi,

che rendono di gelo anime e volti

e fan desiderare,

che il tempo passi e torni primavera.

GPG

Libri: La devo salvare – Diario di una Lolita fuori le righe, di Chiara Maniaci

La ricerca della propria strada nella vita può passare per sentieri imprevedibili

Cosa può spingere una giovane ragazza siciliana a trasferirsi a centinaia di chilometri per fare la hostess in un night bar?

Ce lo racconta Chiara Maniaci, nel suo primo libro, ispirato alla propria biografia, in cui descrive in modo fresco e coinvolgente l’avventura di partire sola per un mondo totalmente sconosciuto, quello del lavoro in un club notturno. Il rapporto con le colleghe, in cosa consiste il lavoro vero e proprio, i risvolti personali ed economici che le stravolgono la vita. Infine, l’amore e i suoi ancor più profondi stravolgimenti, per finire con un’apertura a un futuro costruito su se stessa e sulle proprie aspirazioni più profonde.

Un’opera prima in grado di colpire il lettore con la sua schiettezza, fondendo ingenuità e scaltrezza in un racconto pieno di dubbi e speranza per una vita migliore.

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Cucina: Agnolotti piemontesi – Agnolotti del plin o al plin

Me Piemont

Agnolotti piemontesi

Gli agnolotti piemontesi, o più semplicemente agnolotti (agnolòt o gnolòt in piemontese), sono una specialità di pasta ripiena tradizionale del Piemonte, e in particolare, della zona dell’Astesana e del Monferrato, nelle province di Alessandria e Asti, ma diffusa in tutta la regione. Esistono varianti degli agnolotti, tra cui gli agnolotti pavesi, che si differenziano per il ripieno a base di stufato.

L’origine del nome è incerta: la tradizione popolare identifica in un cuoco monferrino di nome Angiolino, detto Angelòt, la formulazione della ricetta; in seguito la specialità di Angelòt sarebbe diventata l’attuale Agnolotto. Un’altra teoria più moderna fa derivare il nome dal piemontese anolòt che nient’altro era che un ferro adoperato per tagliare questa pasta a forma di anello, che a detta di alcuni era appunto la forma primitiva che assunsero gli agnolotti.

La forma tradizionale è quadrata, con il ripieno racchiuso da due sfoglie di pasta all’uovo. La caratteristica principale dell’agnolotto piemontese rispetto alle altre specialità di pasta ripiena del resto d’Italia è l’utilizzo di carne arrosto per il ripieno.

Caratteristici della zona delle Langhe e del Monferrato sono gli agnolotti del plin o al plin, di piccole dimensioni e forma perlopiù rettangolare (il termine deriva appunto dal “plin”, ovvero il pizzicotto che viene dato per chiuderlo). Unici in tutto il Piemonte, e tipici del paese di Calliano in provincia di Asti, sono gli agnolotti d’asino, che si caratterizzano, a differenza di quelli standard, per avere il ripieno di carne d’asino.

Agnolotti del plin o al plin

Sia gli agnolotti piemontesi che gli agnolotti del plin sono inseriti nell’elenco dei Prodotti agroalimentari tradizionali italiani, stilato dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali e quindi tutelati secondo un disciplinare della Regione Piemonte. Pur potendo essere cucinati in diversi modi, sono quattro le ricette tradizionali:

con sugo di carne arrosto.

con burro, salvia e formaggio grana.

con ragù di carne alla piemontese.

in brodo di carne.

nel vino (solo in alcuni paesi dell’Alto Monferrato).

La ricetta classica non prevede la creazione di agnolotti piemontesi di magro: nel raro caso vengano prodotti, sono comunque denominati ravioli; allo stesso modo sono denominati ravioli gli agnolotti piemontesi contenenti un ripieno a base di fontina, comuni nel Canavese e nella Valle d’Aosta.

L’agnolotto è un piatto classico della cucina popolare piemontese: è infatti consuetudine utilizzare per il ripieno gli avanzi di arrosto dei giorni precedenti, triturati e mescolati fra loro, insieme a verdure, formaggio o altri ingredienti. Considerando questa origine risulta improprio parlare di una ricetta tradizionale per il ripieno, in quanto questo variava in relazione agli avanzi a disposizione; il fatto che questa sia da considerare l’origine più genuina dell’agnolotto è attestata dall’utilizzo del sugo d’arrosto per il condimento: questa ricetta infatti prevede di riutilizzare non solo la carne avanzata, ma anche l’intingolo dell’arrosto, coerentemente con la tradizione contadina che prevede di evitare ogni spreco.

(Fonte: Wikipedia)

«Il Guarracino» di Mimmo Mòllica e l’invasione di 200 nuovi pesci del Mediterraneo

«Il Guarracino» di Mimmo Mòllica e l’invasione di 200 nuovi pesci del Mediterraneo

Uno studio coordinato dal Cnr di Ancona ricostruisce la ‘storia’ delle invasioni biologiche nel mare nostrum, negli ultimi 130 anni. Circa 200 nuove specie ittiche sono oggi presenti, in conseguenza del cambiamento climatico. «La filastrocca del Guarracino» ebook di Mimmo Mòllica, descrive lo scenario di una celebre canzone napoletana di ignoto del ‘700, nella quale i pesci prendono parte ad una contesa amorosa, scontrandosi in una lotta apparentemente violenta, eppure divertente e godibile. Se la violenza deve essere raccontata così come essa si abbatte sull’ambiente, sul nostro Pianeta e sui nostri mari, non è certo la guerra del Guarracino. 

La rivista ‘Global Change Biology’ ha recentemente pubblicato i risultati di una ricerca, coordinata dall’Istituto per le risorse biologiche e biotecnologie marine del Cnr di Ancona, che ricostruisce la ‘storia’ delle invasioni biologiche nel mare nostrum, negli ultimi 130 anni, abitato da circa 200 nuove specie ittiche, in conseguenza del cambiamento climatico. 

Sono centinaia le specie esotiche che fanno oggi del Mar Mediterraneo “la regione marina più invasa al mondo”. La ricerca,  pubblicata sulla prestigiosa rivista Global Change Biology, ricostruisce tale ‘storia’ per le specie ittiche introdotte a partire dal 1896.

“Lo studio (coordinato dall’Istituto per le risorse biologiche e biotecnologie marine (Cnr-Irbim) di Ancona, ndr)  dimostra come il fenomeno abbia avuto un’importante accelerazione a partire dagli anni ’90 e come le invasioni più recenti siano capaci delle più rapide e spettacolari espansioni geografiche”, spiega Ernesto Azzurro del Cnr-Irbim e coordinatore della ricerca. 

“Da oltre un secolo, ricercatori e ricercatrici di tutti i paesi mediterranei hanno documentato nella letteratura scientifica questo fenomeno, identificando oltre 200 nuove specie ittiche e segnalando le loro catture e la loro progressiva espansione. Grazie alla revisione  di centinaia di questi articoli e alla georeferenziazione di migliaia di osservazioni, abbiamo potuto ricostruire la progressiva invasione nel Mediterraneo”. Tale processo ha cambiato per sempre la storia del nostro mare.

Gli effetti ambientali e socio-economici di queste ‘migrazioni ittiche’ in parte “costituiscono nuove risorse per la pesca, ben adattate a climi tropicali e già utilizzate nei settori più orientali 

del Mediterraneo”, spiega il ricercatore Cnr-Irbim. “Allo stesso tempo, tuttavia, molti ‘invasori’ provocano il deterioramento degli habitat naturali, riducendo drasticamente la biodiversità locale ed entrando in competizione con specie native, endemiche e più vulnerabili”. 

«La filastrocca del Guarracino», storia di pesci e di coltello

Ecco. La ‘storia’ si ripete e richiama il tema de «La filastrocca del Guarracino», storia di pesci e di coltello tra spose promesse e chi non le mantiene, titolo dell’ebook di Mimmo Mòllica. “Lo Guarracino” è una celebre canzone napoletana di autore ignoto del ‘700 che narra la surreale vicenda amorosa tra il coracino e una sardina, pesci dalla vita semplice e dagli amori complicati.

Il «Guarracino» (coracino), in cerca di una moglie, si innamora della Sardella, già fidanzata (o promessa) all’Alletterato (tonnetto alletterato), un pesce della famiglia dei tunnidi, certo assai più bello e forte del coracino. Lo Guarracino rientra nel repertorio della canzone popolare napoletana e racconta in maniera mirabile e geniale una vicenda amorosa di pesci e di mare per molti versi surreale, in una chiave divertente e fantastica, enumerando in lingua napoletana numerose varietà di pesci, la cui identificazione è stata oggetto di sfida tra studiosi, biologi marini, naturalisti ed esperti di fauna marina.

Benedetto Croce. una fantasia graziosa

Benedetto Croce definì Lo Guarracino “una singolare fantasia, capricciosa e graziosa e di un brio indiavolato”. Gino Doria la classificò “fra le cose più fresche, più festive, più colorite, più saporose e sarei a dire più odorose, della poesia semipopolare o semidotta che dir si voglia”. Mimmo Mòllica ha voluto proporre la sua versione in lingua italiana de “Lo Guarracino”. I pesci che prendono parte alla contesa amorosa si scontrano in una lotta apparentemente violenta, eppure divertente e godibile perché possibile solo nell’immaginazione dell’autore. Una lotta che può dare l’dea della forza dell’amore ma pure di passioni come la gelosia e l’appartenenza. La guerra tra pesci fa parte di una fantasiosa pantomima godibile e geniale.

Se una guerra è in atto, se la violenza deve essere raccontata così come essa si abbatte sull’ambiente, sul nostro Pianeta e sui nostri mari, non è certo la guerra del Guarracino. Così il canto (o filastrocca) riveste interesse scientifico, e didattico, sollecitando una serie di (amare) considerazioni sulla salvaguardia dell’ecosistema marino come patrimonio troppo spesso maltrattato e minacciato.

ANCORA MARE, di Giusy Finestrone

ANCORA MARE

Guardare il mare con gli occhi miei non tutti lo capiscono

Quando ne parlo o scrivo in molti si stupiscono

E’felicità, gioia, trasporto,pace ciò che provo

Ma un termine preciso adesso non lo trovo

Non è per me uno specchio d’acqua inanimato

Non è estate.. ma ogni stagione del creato

Il mare è vita, è emozione, è confidente

L’unico che riesce a far fare pace al cuore con la mente

Il suon delle sue onde è musica d’autore

Un melodioso canto che arriva dritto al cuore

La schiuma da cui si narra la bella Venere nacque

È la preziosa cornice delle impetuose acque

Cupo ed increspato d’inverno cambia colore

Del resto anche l’uomo ha spesso sbalzi d’umore

Ma nella bella stagione è di una bellezza infinita

Sarò ripetitiva ma è il più grande dono della vita!!!

Si riserva ogni uso e utilizzo @copyright di Giusy Finestrone

LA VECCHIA VIA, di Carmelo Salvaggio

LA VECCHIA VIA

E la ragione,

quando, superata ogni barriera,

andrà oltre la cortina della diffidenza

verso la confluenza col cuore,

lí si riconoscerà spirito nuovo

e porgerà la mano

al bisogno e alla debolezza.

Bello riscoprire l’antica via

della generosità dell’amore

e in essa incamminarsi

stringendo mani solidali

e desideri di unione

per partorire un vento

rigenerante di Pace.

08 settembre 2022

Carmelo Salvaggio

immagine mia

Ancora un autunno, di Grazia Torriglia

Ancora un autunno.

Stagione di passaggio

inganno dai forti colori

e profumi nati dalla terra.

Effimera coda d’estate

regala giorni assolati

mentre , in silenzio, dipinge di giallo le foglie.

E si allea con le nuvole ,

se bianche le spruzza di acquerello grigiastro, poi le pasticcia di nero…e le chiama tempesta.

Così, tra il chiaro-scuro trascorre ancora il mio settembre poi, forse, un altro inverno .

gt@

IL GATTO, di Silvia De Angelis

IL GATTO

Un quadrupede in parte misterioso, e dal fascino incredibile, per lo sguardo ammaliante e lo sgattaiolare sinuoso, imprevisto e inafferrabile.

Questi meravigliosi felini dal manto variegato, hanno un rapporto particolare con l’uomo : a volte scontrosi e lontani, altre vicinissimi e vogliosi di coccole e “grattini” sul capo.

La curiosità è parte integrante di questi animali, che amano scrutare l’ambiente che li circonda e captarne ogni rumore e sfumatura.

Cacciatori incredibili di piccole prede, fanno dei balzi enormi per catturarle, anche se poi in realtà non se ne alimentano.

L’indipendenza è una caratteristica del gatto, infatti se non è rilegato in piccoli ambienti casalinghi, girovaga nelle ore del giorno, ma più nella notte per il suo istinto selvatico della caccia.

Con la luce, gli occhi di questi splendidi animali, sono semichiusi, per raggiungere col buio una incredibile rotondità e grandezza, che mette in rilievo la lucentezza del loro sguardo.

Ogni gatto ha una personalità ben precisa, che lo distingue dal coetaneo….alcuni hanno un istinto più aggressivo, e selvaggio, altri un carattere più mansueto e accondiscendente..in ogni

caso questi esemplari sono un’ottima compagnia, soprattutto, per chi è solo, ed ha bisogno di dedicare il proprio pensiero ad un essere vivente…

@Silvia De Angelis 2022

https://deangelisilvia.blogspot.com/

LA ROSA E LA LUNA, di Teresa Tropiano

LA ROSA E LA LUNA

E quando arriva la sera

vedo spuntare la luna

che mi porge una rosa

rubata dal firmamento

e tutti i petali stacca

poi me li manda col vento

in una pioggia di stelle

dalle punte d’argento.

M’addormento serena

col profumo dolce del cielo

che mi sfiora la pelle

e mi accarezza i capelli

e di queste carezze

riempirò il mio giardino

con rose d’ogni colore

che mi parleranno d’amore.

Teresa Tropiano

Stasera avverrà il plenilunio di settembre. (Luna del raccolto).

XIII Festival Intern. Alessandria Barocca e non solo…

I concerti del XIII Festival Internazionale “Alessandria Barocca e non solo…” dedicati al repertorio del ‘600/’700 tornano con partecipazioni d’eccellenza a cui l’iniziativa promossa dall’Associazione Pantheon ETS sotto la direzione artistica di Daniela Demicheli ha ormai abituato il pubblico che sempre più numeroso segue gli eventi proposti.

“SACRE ARMONIE” è il titolo del concerto realizzato in collaborazione con Perosi60, che I MUSICI DELLA SERENISSIMA (Marianna Prizzon – soprano, Claudio Gasparoni – viola da gamba e Lorenzo Marzona – clavicembalo) terranno Sabato 17 settembre, alle ore 21, a San Sebastiano Curone, presso il settecentesco Oratorio della SS. Trinità

In programma musiche di Monteverdi, Frescobaldi, Vivaldi, Muffat, Purcell, Bach, Gasparini, Haendel. 
Questo sarà il terzo dei concerti del Festival inseriti, in collaborazione con la Fondazione CRA, negli itinerari di valorizzazione delle espressioni pittoriche e scultoree del Barocco Genovese presenti nella provincia alessandrina. 

Nell’Oratorio della SS. Trinità, denominato anche “l’Oratorio dei Rossi”, si trovano infatti la Madonna Addolorata dell’autorevole scultore genovese Anton Maria Maragliano, recentemente restaurata, ed una grande pala d’altare del genovese Francesco Campora.

Il concerto sarà ad ingresso libero e gratuito.

Venerdì 23 settembre alle ore 21 il Festival si sposterà ad Acqui Terme, nella bella Sala Santa Maria, in via Barone 3, per il concerto dell’ensemble I MUSICALI AFFETTI (Fabio Missaggia, Matteo Zanatto – violini, Carlo Zanardi – violoncello, Fabio Merlante – tiorba, arciliuto e chitarra barocca, Nicola Lamon – clavicembalo) dal titolo “SEICENTO ITALIANO – affetti e bizzarrie nel segno della Serenissima” .
In programma musiche di Rossi, Castello, Marini, Uccellini, Legrenzi, Vivaldi.

A parziale copertura dei costi di gestione della Sala Santa Maria da parte dell’Associazione Antithesis, in collaborazione della quale si svolgerà il concerto, il biglietto d’ingresso sarà di € 10 fino ad esaurimento posti per i non soci e di € 6 con posto riservato per i soci di Antithesis.

Prima del concerto (verso le 20:30) sarà offerto al pubblico un calice di benvenuto accompagnato da assaggi di prodotti locali.

Il XIII Festival internazionale “Alessandria Barocca e non solo…” gode del patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero della Cultura, della Regione Piemonte, della Provincia e del Comune di Alessandria, dei Comuni di Ovada e Castellazzo Bormida, delle Diocesi di Alessandria e Tortona ed è realizzato grazie al contributo delle Fondazioni CRA e CRT, di AMAG S.p.a. e di alcuni sponsor privati.

PEM! FESTIVAL”: ATTESI MORGAN, PAOLO BENVEGNÙ, ARTURO BRACHETTI, VIOLANTE PLACIDO, MARINA MASSIRONI E MOLTI ALTRI

PEM! FESTIVAL”: ATTESI MORGAN, PAOLO BENVEGNÙ, ARTURO BRACHETTI, VIOLANTE PLACIDO, MARINA MASSIRONI E MOLTI ALTRI

PROSEGUE FINO AL 1° OTTOBRE LA RASSEGNA PIEMONTESE DI INCONTRI, RACCONTI E CANZONI, A SAN SALVATORE, VALENZA, LU-CUCCARO, MIRABELLO, BALZOLA, ALESSANDRIA, RIVE, PONTESTURA CON LA DIREZIONE ARTISTICA DI ENRICO DEREGIBUS

Morgan, Paolo Benvegnù, Arturo Brachetti, Violante Placido, Marina Massironi, Ron, Pilar Fogliati, Luca Morino, il PeM Music Contest, omaggi a Fenoglio, Battiato, Martinotti e ai Mondiali del 1982. È ancora fittissimo il calendario del 17° “PeM! Festival – Parole e Musica in Monferrato”, iniziato a fine agosto e che continuerà sino al 1° ottobre.

In tutto diciotto appuntamenti in otto comuni per la manifestazione piemontese di incontri, racconti e canzoni diretta da Enrico Deregibus. Un festival itinerante che tocca San Salvatore (il comune capofila), Lu-Cuccaro, Balzola, Valenza, Mirabello, Alessandria, Pontestura e Rive.

Il fulcro è costituito da incontri con cantanti e cantautori che si raccontano inframezzando alle parole una parte musicale. Ma quest’anno sono diversi anche gli appuntamenti che riguardano teatro, cinema, letteratura, tutti a ingresso gratuito, senza prenotazione, tra le colline, le risaie e il Po, nel Monferrato, territorio patrimonio dell’Unesco, e nei suoi dintorni, a un’ora da Torino, Milano e Genova. 

Il prossimo evento in calendario è l’11 settembre, quando protagonista sarà Paolo Benvegnù, in un incontro/concerto (al Country Sport Village di Mirabello) condotto da Deregibus con Daniela Esposito, che permetterà di scoprire meglio uno dei cantautori rock italiani più amati e stimati.

Martedì 13 è in programma una serata omaggio per Maurizio Martinotti, nome fondamentale della musica trad non solo piemontese, scomparso nei mesi scorsi. A proporre alcuni suoi brani a Lu Cuccaro (in località Lu) saranno alcuni musicisti con cui ha collaborato, a cui si aggiungeranno testimonianze di amici e addetti ai lavori.

Dal 14 al 16 settembre sarà San Salvatore a ospitare tre serate del festival. Nella prima Marina Massironi proporrà alcune letture di testi di Mario Lodi in un evento in collaborazione con Biennale Junior / Fondazione Palmisano; nella seconda Violante Placido si racconterà a Enrico Deregibus alternando all’intervista una manciata di sue canzoni, a testimoniare il suo lato da cantautrice oltre a quello attoriale. Infine, venerdì 16, sarà la volta di Morgan, che con una esibizione/incontro a tutto campo passerà dai suoi brani a Bach, dai cantautori italiani a David Bowie.

Domenica 18 a Lu Cuccaro (località Cuccaro) protagonista sarà Arturo Brachetti, che, stimolato anche dalle domande di Deregibus, offrirà l’opportunità unica di conoscerlo sotto la veste insolita e meno nota di narratore invece che in quella di trasformista.

Gli eventi con personaggi importanti della musica, dell’arte e della società italiana continueranno poi il 19 con un appuntamento dedicato ai Mondiali del 1982 con Maurizio Crosetti a San Salvatore (presentato da Riccardo Massola), mentre il 21 è in programma la finale del “PeM Music Contest”, il concorso musicale per giovani artisti della provincia di Alessandria, che vedrà in finale Nyko Ascia, Nicola Project, L’ottico e Roma al Country Sport Village di Mirabello.

Venerdì 23 sarà Ron l’ospite che si racconterà a Enrico Deregibus (alle ore 18.30 a Balzola) con chitarra e pianoforte a portata di mano, mentre nella mattina del 25 tra San Salvatore e Lu Cuccaro ci sarà una passeggiata letteraria con Davide Longo dedicata a Beppe Fenoglio, nel centenario della nascita.

Nella parte finale del festival anche il comune di Valenza ospiterà due date: il 28 un tributo a Franco Battiato con Pino Marino e il 1° ottobre un incontro con Pilar Fogliati condotto da Riccardo Massola. In mezzo, il 29 a Pontestura, sarà invece la volta di Luca Morino (leader dei Mau Mau e protagonista di molti altri progetti) con una serata a metà fra concerto e intervista.

Le date precedenti del festival hanno visto sul palco gli Statuto, Vasco Brondi, Roberta Giallo (con un omaggio a Lucio Dalla), Carlot-ta e Chiamamifaro.

PROSSIME DATE “PEM! FESTIVAL” 2022

11 settembre, ore 21: incontro/concerto con Paolo Benvegnù – Country Sport Village, Mirabello (AL)), Strada Comunia 30

13 settembre, ore 21: serata omaggio per Maurizio Martinotti – Lu Cuccaro (AL), località Lu, Piazza San Nazario

14 settembre, ore 21: Marina Massironi legge Mario Lodi – San Salvatore (AL), Parco torre storica, via Sottotorre

15 settembre, ore 21: incontro con Violante Placido – San Salvatore (AL), Parco torre storica, via Sottotorre

16 settembre, ore 21: incontro/concerto con Morgan – San Salvatore (AL), Parco torre storica, via Sottotorre

18 settembre, ore 21: incontro con Arturo Brachetti – Lu Cuccaro (AL), località Cuccaro, via Colonnello Mazza 1 

19 settembre, ore 21: Maurizio Crosetti racconta Spagna ‘82 – San Salvatore (AL), Parco torre storica, via Sottotorre

21 settembre, ore 21: Finale PeM Music Contest con Nyko Ascia, Nicola Project, L’ottico, Roma – Country Sport Village, Mirabello (AL), Strada Comunia 30

23 settembre, ore 18.30: incontro con Ron – Balzola (AL), Piazza Papa Giovanni XXIII

25 settembre, ore 9: passeggiata letteraria su Beppe Fenoglio con Davide Longo – San Salvatore (AL), Partenza/arrivo loc. Salcido

28 settembre, ore 21: omaggio a Franco Battiato con Pino Marino – Valenza (AL), Centro comunale di cultura, piazza XXXI Martiri 1

29 settembre, ore 21: incontro/concerto con Luca Morino – Pontestura (AL), Teatro Verdi, Piazza Castello 19

1 ottobre, ore 18: incontro con Pilar Fogliati – Valenza (AL), Centro comunale di cultura, piazza XXXI Martiri 1

Il festival è diventato ormai un punto di riferimento nel panorama musicale e culturale italiano, come dimostra l’attenzione della stampa nazionale e gli artisti che vi hanno partecipato, nomi come Enrico Ruggeri, Diodato, Malika Ayane, Nada, Samuel, Roy Paci, Zen Circus, Tosca, Motta, Vittorio De Scalzi, Ghemon, Frankie hi-nrg mc, Luca Barbarossa, Irene Grandi, Giovanni Truppi, Marina Rei, Bobby Solo, Davide Van De Sfroos, Francesco Bianconi, Ex-Otago, Erica Mou, Ensi, Giorgio Conte, Massimo Bubola, Francesco Baccini, Ricky Gianco, Paolo Bonfanti, Pino Marino, Zibba, Francesca Incudine, Carlo Massarini e, in ambiti non musicali, Guido Catalano, Ernesto Ferrero, Luca Sofri, Franco Arminio, Rosetta Loy, Gianluigi Beccaria, Natalino Balasso, Guido Davico Bonino, Anita Caprioli, Giuseppe Cederna, Fabio Troiano, Bruno Gambarotta.

Tutti gli aggiornamenti su:

www.pemfestival.it

www.facebook.com/PAROLEeMUSICAinMONFERRATO

www.instagram.com/pem_festival

Il PeM! Festival è organizzato dai Comuni di San Salvatore Monferrato, Valenza, Lu-Cuccaro Monferrato, Balzola, Pontestura, Rive, Alessandria e Mirabello Monferrato e da Country Sport Village Mirabello.

Grazie a Fondazione CRT e Fondazione CRAL

Con il patrocinio di: Provincia di Alessandria, Regione Piemonte, Paesaggi Vitivinicoli di Langhe Roero e Monferrato Unesco World Eritage Site

Media Partner: RadioGold, Traks, BlogAl, Gruppo Fotografi Monferrini, Monferratowebtv.it 

Festival partner: Sui sentieri degli Dei (Agerola), Books & Blues (Casale Monferrato), Festival della parola (Chiavari), Mei Meeting etichette indipendenti (Faenza), Premio Bianca d’Aponte (Aversa), Premio Bindi (Santa Margherita Ligure), Voci per la libertà – Una canzone per Amnesty (Rosolina Mare).

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Ufficio stampa: Monferr’Autore

LA GUERRA DEL GAS PER FAR FUORI LE RINNOVABILI, di Mauro Coltorti

LA GUERRA DEL GAS PER FAR FUORI LE RINNOVABILI

Stiamo andando incontro al razionamento del gas perché, comprensibilmente Putin minaccia di chiudere i rubinetti se non saranno tolte le sanzioni contro Mosca. Il Mite ha appena pubblicato il piano che prevede la riduzione dell’orario del riscaldamento condominiale di un’ora e del termostato da 20 a 19 gradi. E anche per l’acqua chiederanno sacrifici alla popolazione. Ma dubito che saranno sufficienti perché chi è in crisi mistica è il nostro tessuto industriale ed in particolare le imprese energivore. Tutto questo mentre è evidente che nel corso degli ultimi anni l’Unione europea abbia sbagliato completamente le sue scelte che hanno inciso sulla determinazione del prezzo del gas. Prima del 2013 infatti i prezzi del gas erano stabiliti in contratti a lungo termine quindi estremamente stabili, mentre poi si è via via passati al prezzo spot della borsa olandese (TTF), aprendo al libero mercato soggetto però a fortissime speculazioni. Inoltre il gas che arrivava dalla Russia, prima del conflitto e della crisi energetica causata dalla pandemia (perchè con la ripresa il mercato cinese che paga di più si è “preso” le nostre forniture determinando l’innalzamento dei prezzi), era molto più conveniente di quello Usa. Ma gli Stati Uniti avevano deciso con Trump nel 2019 di aumentare del 50% le esportazioni di gas. Venerdì ci sarà un nuovo consiglio europeo: dopo l’accordo Parigi Berlino per lo scambio gas/nucleare, Draghi spera che l’intesa sul tetto al prezzo del gas sia più vicina, ma intanto l’Italia va a tutto carbone: le centrali sono spinte al massimo per risparmiare metano mentre si parla di recuperare risorse da destinare agli aiuti alle imprese dai decreti attuativi scaduti o inattuati. Sacrosanti gli aiuti alle imprese, ma scommetto che tra i decreti che salteranno ce ne saranno molti che riguardavano le rinnovabili e le comunità energetiche. Sembra quasi che la crisi venga usata come scusa per fermare la transizione ecologica e insistere con le fonti fossili. Perché non si negozia con urgenza la separazione del prezzo delle rinnovabili da quello del gas? E soprattutto aspettiamo di vedere investimenti sostanziali per le rinnovabili che dovrebbero sostituire quanto prima il gas. Ma sono mesi che si sarebbe dovuto lancirae massicci investimenti sulle rinnovabili. Li avete visti voi? A pensar male si fa peccato, diceva Andreotti, ma spesso ci si indovina. Ma vogliamo ancora sostenere il governo dei migliori? “Ma de che?” dicono a Roma

Riflessioni: Torneremo alle origini, di Teresa Tropiano

E torneremo alle origini, quando il bucato lo si faceva nelle enormi tinozze in legno, con sapone di Marsiglia o con la cenere (lisciva), quando non c’era bisogno di andare in palestra per stare in forma perché la vita stessa era una palestra, quando non c’era la lavatrice, o meglio, la lavasciuga o l’asciugatrice e i panni si sciorinavano al sole. Il profumo della biancheria non dava di smog o di gas di scarico delle auto ma di vento, di aria pulita.

Torneremo alla nostra genesi perché non potremo più pagare bollette esose di gas, luce e acqua con un misero stipendio e forse ci farà bene riassaporare la semplicità e la povertà di una volta! Soprattutto per alcune persone talmente abituate al benessere e alle comodità che non “sentono” più sulla pelle la carezza del sole, il profumo del vento, la bellezza della vita.

Teresa Tropiano

Buongiorno con … riflessione.

Racconti: “Tu non puoi giocare… vai a divertirti con le bambole!”, di Lorenzo Rossomandi – Scritti

“Tu non puoi giocare… vai a divertirti con le bambole!”

Erano passati tre anni da quella frase e ora Luca ne aveva sedici.

Ma quell’invito lo ricordava ancora. Era incisa nella sua memoria come una cicatrice.

Peggio di una cicatrice. Quest’ultima è un segno, un ricordo, ma difficilmente fa male dopo qualche mese.

Quella frase, invece, era ogni giorno sempre più dolorosa.

Era quella che gli aveva sbattuto in faccia la verità, il suo essere diverso, il suo non essere accettato dagli altri.

Ma cosa aveva poi di così diverso? Era gentile, non accettava di fare a botte per qualsiasi stupidaggine che accadeva in classe, non lo appassionavano le ricreazioni passate a scalciare una palla di carta e scotch nel corridoio, come facevano gli altri.

E tutta questa era la sua diversità? Eppure era così!

Le notti insonni, la vergogna di parlarne con qualcuno per non peggiorare le cose, lo stavano logorando.

Ogni notte, ogni santa notte.

In realtà, un giorno, trovò il coraggio di parlarne con Serena, la sua compagna di classe che viveva nel suo condominio. A lui piaceva Serena. Nata in Toscana, si era trasferita da poco a Milano. Ancora non lo conosceva, pensava, per quello lo salutava e ci parlava. Ricordava la sua espressione inizialmente stupita, mentre le spiegava che quando a scuola vedeva “lui”, sentiva come delle farfalle nella pancia. Poi quello stupore si trasformò in sorriso e poi quel sorriso si rivelò un sogghigno, poi la bocca di Serena pronunciò quella frase che lo distrusse dentro: “Ma te, allora, sei finocchio!”

Non ci parlò più con lei.

Anzi.

Decise di non parlarne più con nessun altro.

Ormai si era convinto: era anormale. Uno con dei problemi. Uno da curare.

Probabilmente il suo silenzio peggiorava le cose; i suoi genitori lo avrebbero potuto portare da uno bravo in queste cose.

Per farlo tornare “normale”.

Quel giovedì però fu una giostra di emozioni forti.

L’aria di quella mattina di giugno era già calda, la città aveva già preso vita e la scuola invece era finita. Il balcone era invitante e il dolore per l’ennesimo amore che sapeva di non poter vivere era troppo forte.

Ci aveva pensato tutta la notte. Non poteva continuare così. Tutto quello era uno strazio. Non si può vivere senza amore e non si può vivere senza essere accettati e amati dagli altri.

Era il momento di farla finita.

Quattro piani erano una garanzia per il risultato.

Era quella la cosa migliore da fare… chiudere gli occhi… contare fino a tre… uno… due…

Il cellulare squillò. Luca tenne ancora gli occhi chiusi incapace di decidersi se pronunciare il “tre” o rispondere al telefono.

Guardò lo schermo e vide che era Davide.

Perché lo chiamava? Non lo aveva mai fatto prima.

Rispose: “Ciao Luca…”

“Ciao Davide…”

Entrambi rimasero in silenzio per un po’… come bloccati.

Poi Davide ruppe gli indugi.

“Voglio uscire con te”.

Luca rimase di sasso. Non aveva mai pensato che Davide… insomma, non ci aveva mai pensato…”

Quel pomeriggio andarono insieme al “Milano Pride”.

Conobbero un sacco di persone, si lasciarono travolgere dai colori, dalla musica, dai sorrisi.

Non si misero insieme, ma insieme, da quel giorno, impararono ad accettarsi.

E quel balcone al quarto piano rimase solo un buon posto dove esporre i gerani.