così vicino il tramonto

lo puoi toccare
con le sue luci e i suoi fari
con i rumori
e le canzoni nel bar,
così vicino il tramonto
da ritornare
con il giorno in tasca
consumato.

lo puoi toccare
con le sue luci e i suoi fari
con i rumori
e le canzoni nel bar,
così vicino il tramonto
da ritornare
con il giorno in tasca
consumato.

Alessandria: GIUSTA LA MOBILITAZIONE DEL COMITATO DI SPINETTA, MA LA BONIFICA NON SI OTTIENE CON LA CHIUSURA DELLA SOLVAY
“Condividendo molto le ragioni del Comitato che a Spinetta Marengo si batte per tutelare la salute degli abitanti, rivendicando nei confronti della Solvay la messa al banco delle produzione nocive e chiedendo agli Enti di controllo e alle Istituzioni un maggiore impegno e trasparenza nelle loro importanti funzioni, debbo però con franchezza dire che lo slogan “chiusura e bonifica subito” non mi convince e non mi trova d’accordo.
Infatti, oltre a contrapporsi ai lavoratori della Solvay senza offrire loro una credibile alternativa occupazionale, la storia industriale di questo Paese ci insegna che la chiusura delle aziende non porta mai alla bonifica, ma scarica i costi e le conseguenze di un sito inquinato non su chi lo ha causato, spesso aziende private, ma sul pubblico, cioè a carico della collettività che le risorse per le bonifiche sovente non ha.
Una battaglia giusta, ma molto difficile come quella condotta dal comitato di Spinetta ha bisogno, per risultare vincente, del pieno sostegno delle istituzioni (Comune, Provincia, Regione) e della condivisione da parte delle organizzazioni dei lavoratori, anch’esse interessate alla salute dei lavoratori, per non risultare isolata nei confronti delle iniziative della multinazionale belga. Da questo punto di vista l’esperienza unitaria del sindacato, del Comune e delle strutture sanitarie portata avanti, con costanza e per anni, nei confronti della Eternit di Casale Monferrato rappresenta un utile situazione da prendere come riferimento”.
Leggi anche su: https://alessandria.today/
Tu

‘Stu tiempo malandrino
m ‘arricorda …
È tarde s’è fatte notte
e tu si chille ca arrivave e io te vasavo
Pure stanotte te dicesse
‘o vire ca ‘stu core nun se ferma?
Chiagne
Ie me sento ‘mbriaca
Ie nun capisco niente.
Vulesse turna a nascere …
Ma comme è doce ‘ o silenzio
E tu damme ‘na voce
chiammame
io sento …
# Laura
Posted on by Jane Aguiar

where dawn meets the dusk
my arms outstretched for a hug
became straight line
Kir stretches out his arms to embrace Zhenya passionately

With the help of a dark spell, she forces him to love her again but she chants the wrong spell and stops the fountain, the flow of water and time.
the season’s image
reflection in calm water
like soul’s mirror image

He deceives her in love but she loves him deeply
After learning that she will be the mother of his child, she wants him back
She meets a Yogini and learns a dark spell interestingly
In the wedding ceremony of the lovers,
she recites, ‘I am yours and you are mine’
Thinks that her best friend and her groom are true lovers
She steps down and falls.
The groom helps her, though it disrupts their wedding
As she chants, her lover re-enters her life only to shower love like heavy rainfall
He is so engrossed in love that he is not even aware of the child
Loves only and does not allow to take care of the baby
Finally, bored and panicked, she becomes wild
Plans to kill him and an accident occurs
Even after he dies, his soul yearns
to become forever hers
Amo” I love you!
love deeply from head to toe
dark spell, drowns me in you
Copyright ©️2022 Jane Aguiar
Pic Credit: Dark spell
Written in response to:
tankatuesday-poetry-challenge-no-294-10-18-22-ekphrastic-photoprompt by Colleen
w3-prompt-25-weave-written-weekly by David
” Amo” means boss. She becomes the boss as she rules his soul. I tried to write idyll haibun for #tankatuesday-syllabic-poetry (one prose and one haiku) according to the rule, the title should connect to the poem.
Thank you for reading!
Stay Blessed!

PENSAVO FOSSI UN GIRASOLE
Pensavo fossi un girasole
e ti ho portato nel mio sogno;
perchè,
scelgo il girasole,
semplice onesto e retto .
Pensavo: lui è un girasole
porta speranza alle persone..
Ti portai nel mio campo di girasole
alzammo il volto verso il cielo,
apparve una meravigliosa fiducia,
insieme le nostre anime volarono via.
dipinto colori acrilici ,acquarelli

Essere fragili è tipico degli esseri umani: vi sono però persone che riescono bene a nascondere la propria fragilità indossando una “maschera” di forza e risolutezza. La fragilità denota una spiccata sensibilità, e non è un qualcosa di cui vergognarsi.
Alcuni individui ritengono che la fragilità sia una forma di debolezza, ma in realtà chi riesce a mostrare le proprie fragilità senza timore del giudizio altrui è una persona libera e quindi più felice.
Il segreto per stare bene con se stessi risiede nell’accettare le proprie debolezze e fragilità senza accanirsi contro di esse o combatterle come fossero dei nemici: fanno parte di noi e contribuiscono a renderci esseri umani unici e diversi da tutti gli altri.
Fragilità non significa necessariamente debolezza. Implica piuttosto la capacità di provare emozioni, empatia con gli altri. Le persone fragili non sono indifese come spesso erroneamente si ritiene: la loro forza è tutta nei sentimenti e nella capacità di entrare in sintonia con il prossimo.

La strada di Cormac McCarthy
Un libro tira l’altro ovvero il passaparola dei libri
La strada
Cormac McCarthy
Noi non mangeremmo mai nessuno, vero?
No. Certo che no.
Neanche se stessimo morendo di fame?
Stiamo già morendo di fame.
Hai detto che non era così.
Ho detto che non stavamo morendo. Non che non stavamo morendo di fame.
Ma comunque non mangeremmo le persone.
No. Non le mangeremmo.
Per niente al mondo.
No. Per niente al mondo.
Perché noi siamo i buoni.
Sì.
E portiamo il fuoco.
E portiamo il fuoco. Sì.
Ok.
Certo che dopo Cecità di Saramago, La strada non è certo la strada giusta per tirare un sospiro di sollievo.
Sono passata da una cecità bianco latte, ad un mondo grigio cenere.
“Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo”
La strada è un libro essenziale…in tutti i sensi.
…è una distopia essenziale, indispensabile leggerlo almeno una volta nella vita;
…è essenziale nella scrittura, una scrittura scarna, priva di fronzoli, di giri di parole, non esiste il superfluo, non c’è più nulla di superfluo, anche i puntini e le virgolette dei dialoghi sono di troppo;
…è essenziale nelle ambientazioni e nei colori: solo ed esclusivamente desolazione, terra bruciata grigio cenere, polvere, tanta polvere da sentirla quasi in bocca, riga dopo riga, alberi bruciati, animali estinti;
…è essenziale nelle sensazioni: fame, freddo, paura, dolore;
…è essenziale nella trama e nei protagonisti, un padre e un figlio in un mondo post-apocalittico che percorrono la strada verso sud in cerca di terre più calde…eppure
…eppure una volta terminata la lettura ci si accorge di quanto sia denso, intenso, commovente, pieno di piani di lettura, questo libro meraviglioso.
Un padre e un figlio, l’uno l’universo dell’altro, per i quali il passato non conta, esiste solo il presente, il futuro è inimmaginabile.
“Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: Se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato”
Una storia con una potenza emotiva devastante, un libro non per stomaci deboli, eppure McCarthy ha saputo farmi arrivare tutto l’amore per la vita, la famiglia e la giustizia.
La vita, a cui padre e figlio sono aggrappati con tutte le loro forze e le energie, le poche che restano.
Camminano inesorabili verso sud, verso la speranza di un mondo migliore, una nuova vita. Il padre sa che sarà pressoché improbabile trovarla, ma non può e non deve privare il figlio della luce della speranza.
La famiglia, si sostengono, si aiutano, si consolano, si raccontano, litigano, discutono e profondamente si amano. Uno il sostegno dell’altro, uno la forza dell’altro, uno la ragione di esistere dell’altro.
Ti posso chiedere una cosa?
Sì, certo che puoi.
Tu cosa faresti se io morissi?
Se tu morissi vorrei morire anch’io.
Per poter stare con me?
Sì. Per poter stare con te.
Ok.
La giustizia, perché anche in un mondo disumanizzato, senza più regole sociali, dove gli uomini per sopravvivere si mangiano a vicenda, loro sono i buoni, coloro che nonostante tutto hanno un gesto d’amore e generosità verso un vecchio incontrato sul loro cammino, un vecchio che chiede aiuto, a loro che hanno pochissimo più di lui.
E allora nel peggior scenario che si possa immaginare, senza luce, senza vita, senza colori, quello che fa da contraltare è il fuoco, il fuoco che accendono per riscaldarsi, per cucinare il poco che trovano, per far luce nel buio denso della notte, il fuoco dell’amore che sono riusciti a conservare nei loro cuori.
Ed è questo fuoco, questo amore, che riapre alla speranza, alla fratellanza, all’accoglienza, non più solo individui ma collettività.
Non tocca a te preoccuparti di tutto.
Il bambino disse qualcosa che l’uomo non capì. Cosa?, disse.
Il bambino alzò gli occhi, il viso sporco e bagnato. Sì, invece, disse. Tocca a me
Buona lettura!

NELLO SGUARDO DENUDATO
Incursione collettiva di gente
sulla parodia d’un mare
privo del sogno levigato d’un caleidoscopio.
Ambigua la moria di predilette telline
scippate sul nascere d’un rantolo d’onda.
Si fa timida la replica d’un volo asimmetrico
recitato da un gabbiano solitario
alla ricerca d’un indennizzo
per mete dissestate dal suo habitat.
Nella tempra di messaggi inclementi
nel coro della quotidianità
si rincorre un apice scorretto
abboccato a chiaroscuri incerti
che s’approprino di luce
nello sguardo denudato….

Libri: ”Cuore di tenebra” di Joseph Conrad
Un libro tira l’altro ovvero il passaparola dei libri
“Cuore di tenebra” di Joseph Conrad
Ediz. Penguin
Confesso che mi sono avvicinata a questo libro con molta diffidenza. Avevo sentito dire che si trattava di un’opera dalla grande complessità dovuta al suo linguaggio oscuro e quasi incomprensibile. Dato che avevo già letto un libro tosto (L’Ulisse), non avevo molta voglia di ripetere l’esperienza, leggere dev’essere un piacere e non una forzatura.
Tuttavia, ho provato lo stesso a leggerlo, e non me ne sono pentita. Ciò che mi ha fatto innamorare di questo libro è lo stile evocativo e simbolico di Conrad. Un linguaggio che ti trasporta nell’oscurità più totale, nel buio dell’anima umana. Una poesia sul genere umano e sulle sue debolezze, che incanta chiunque abbia la fortuna di leggerla. Mi viene da paragonare la prosa di questo libro, al canto delle sirene dell’Ulisse. Irresistibile, penetrante, intenso e ammaliante.
Un “piccolo” ( per le dimensioni del libro) gioiello. L’inglese di Conrad è qualcosa di sublime e favoloso che fin da subito ti cattura nella sua rete di metafore e simbolismi di vario genere.
L’unica pecca è che sia troppo corto! Ma forse è proprio questo che lo rende un romanzo così speciale. I libri non devono essere necessariamente ‘corposi’ perchè possano venire apprezzati. E poi non conta il numero di pagine ma l’intensità del racconto che trafigge l’animo e che lì rimane, per l’eternità.
Ne consiglio vivamente la lettura (in versione originale poi è magnifico!).
Concludo con un brindisi a Conrad, che ci ha consegnato un romanzo seducente e indimenticabile. Che ci ha lasciato questo bellissimo diamante letterario da mirare e rimirare. A presto Conrad! Non vedo l’ora di leggere i tuoi altri capolavori…
PATRIA

Sogno d’un dì d’estate.
Quanto scampanellare
Stridule pel filare
moveva il maestrale
le foglie accartocciate.
Scendea tra gli olmi il sole
In fascie polverose:
erano in ciel due sole
nuvole, tenui, rose;
due bianche spennellate
in tutto il ciel turchino.
Siepi di melograno,
fratte di tamerice,
il palpito lontano
d’una trebbiatrice
l’angelus argentino…
dov’ero? Le campane
mi dissero dov’ero,
piangendo, mentre un cane
latrava al forestiero,
che andava a capo chino.
GIOVANNI PASCOLI, Myricae, 1893
In un giorno d’estate Pascoli sogna di tornare al paese natio, San Mauro; il paesaggio dell’infanzia è ricostruito con pennellate impressionistiche e sensazioni acustiche.
La lirica è onirica e visionaria, il transfert onirico trasforma il sentire qui in un vedere là. L’incipit è un indicatore semantico, una didascalia.
Ballata minima; rime: a bcbca dedea f ghghf ililf; unico verbo l’imperfetto indicativo, che esprime il passato nella sua durata. 22 versi settenari piani (accento sulla penultima sillaba), sono disposti in 4 strofe, più due isolati.
Nella prima strofa assuonano tra loro: ARE / ALE / ATE, nella seconda: OLE/ OSE, nella terza: INO/ ANO, nella quarta: ANE. Quindi la prima strofa è uditiva, la seconda visiva, la terza visiva/uditiva, la quarta uditiva. (Contini).
Pascoli, al solito, usa la sintassi franta (frasi spezzate), la paratassi (frasi brevi, coordinate), o lo stile nominale (frasi senza il verbo).
L’interrogazione improvvisa e inattesa del v. 18 chiude l’elenco in stile nominale della quarta strofa, interrotto dalla domanda improvvisa; il suono delle campane è il punto di svolta, l’agente acustico che rompe l’incanto del sogno, riportando il poeta alla realtà angosciante, perché prende coscienza della propria condizione di esiliato, della propria esclusione, neppure il cane riconosce “il forestiero che va a capo chino”.
Da rappresentazione di voci dell’estate (cicale, maestrale, le fasce polverose, ‘due bianche spennellate/ in tutto il ciel turchino’, indimenticabile, la trebbiatrice) si muta in evocazione del ricordo.
Il significato non conta, il primato spetta al significante, perché le parole sono scelte soltanto per il loro suono. (Beccaria).
AL CAPOLINEA

Disincanto
nell’empatia
sfuggita ad affinità
e argute ipotesi espressive.
nella spoglia rapsodia
d’una solitaria assenza
ancorata a una terra senza suono

Incontro…
Un averla piccola
che apre il suo piccolo becco
e lascia cadere un piccolo fiore
davanti ai miei passi.
pulendosi la testa sulle mie dita
e Io ,avevo perso ,la mia.
Guardo il Cielo
e le nuvole formano
un mare minaccioso e grigio.
L’averla piccola vola al suo riparo
ormai impaurita
la guardo allontanarsi
raccontandomi …
Che non tutti i giorni di questo mondo
hanno il coraggio di restare…
E tu non ci sei più.
Davide Scuotto
SU DA NADIA ARNICE AUTRICE IN 2022

Trama
In una sera di vento e di pioggia, un passante
scopre in un’automobile il cadavere di Matteo
Laganà, un pregiudicato che gestiva un
piccolo autosalone e praticava il pugilato, ma
arrotondava i magri introiti prestando soldi a
usura e minacciando i creditori.
Frequentava una donna dal passato doloroso.
ingenua, in difficoltà economiche e a lui
completamente assoggettata.
Quest’ultima s’incontrava spesso con
un’amica in un appartamento, dove
avvenivano cose che dovevano rimanere
segrete, e che si trovava a pochi metri dalla
scena del delitto.
La donna, indagata per favoreggiamento, per
paura che il suo segreto sia rivelato, per la
prima volta nella sua vita farà una scelta.
Mentre il commissario De Nicola vive un
periodo particolarmente felice e il PM Enrica
Risso attraversa una crisi personale, si
scoprirà che l’assassino aveva un movente del
tutto diverso da quello a cui gli investigatori
pensavano.
Autore
vive a Torino, dove è nato nel 1957 in una
famiglia intellettuale.
Ha sempre lavorato nella grande industria ma si
occupa anche di teatro. Ha scoperto tardi il
gusto di scrivere, concentrandosi sul genere
poliziesco e creando il personaggio del
commissario De Nicola.
Ha pubblicato L’uomo in nero e altre storie e La
ragazza ingenua, il tipografo e altre storie con
Robin Editore e L’appartamento del primo piano
e altre storie, Un martedì di pioggia e Il delitto
della casa dei Draghi con Golem Edizioni.
Casa Editrice
Golem Edizioni è una casa editrice di Torino.
Fondata nel 2016 da Giancarlo Caselli, grazie alla
sua dedizione e passione, raggruppa autori,
autrici e libri di vari generi, con predilezione per
i saggi, i thriller e i gialli. I libri del catalogo sono
presenti in tutte le librerie e negli store online.
SU DA NADIA ARNICE AUTRICEIN 2022

Poesie di Giacinto Plescia
Arte e ricerca scientifica, dall’ideale greco di bellezza, ai solidi platonici, alla sezione aurea ed alla prospettiva vivono un dialogo mai interrotto. Lucrezio parla del vuoto e ci fa ricordare l’indeterminazione di Heisenberg e Planck, per Galileo “la natura parla la lingua della matematica” e Douglas Hofstadter evidenzia come in Escher convivono matematica, topologia e logica. Sulla natura, sul problema della conoscenza e del sapere s’ interroga l’opera di Leopardi, la sua poesia s’intreccia alla filosofia nei versi “questo globo ove l’uomo è nulla, sconosciuto è del tutto”, e alla matematica, segnatamente, alla topologia: i “nodi quasi di stelle” sono un riferimento ante litteram alla teoria dei nodi, i versi “le nostre stelle o sono ignote, o così paion… un punto di luce nebulosa” confermano la sua attenzione per l’universo e richiamano l’astrofisica infatti, adolescente, scrisse la “Storia dell’astronomia“. Si può dire, per parafrasare Shakespeare che ci sono più cose nella poesia, nella filosofia e nella scienza che in cielo e in terra. I versi di Giacinto Plescia, risentono di queste lezioni e letture.
E’ una poesia ben incardinata nei binari del pensiero heideggeriano, quello di Plescia in “L’Erranza”. Dall’indicazione “formale” del pensiero poetante, la raccolta si propone chiaramente di ragionare, più che evocare, attraverso la voce poetica. Molto bello, dal punto di vista formale, l’uso di alcune espressioni come temporalità immaginaria o capelli di luce, che ricordano i Fadensonnen di Celan.
Giacinto Plescia si laurea in Architettura al Politecnico di Torino, consegue n.2 Attestati di perfezionamento in “Scienza e Filosofia, Temi di Epistemologia Generale ed Applicata” e n.1 in “Estetica ed Ermeneutica delle Forme Simboliche” all’Università di Firenze. Partecipa a Concorsi universitari di Docenza, Convegni internazionali e nazionali di Fisica, Modelli Matematici e Urbanistica. All’attivo ha molte pubblicazioni di Filosofia, Urbanistica, Modelli Matematici e Topologia. Ha presentato dei brevetti sul Fullerene ad Università ed agenzie.
Link dell’autore: Sito web: https://www.giacintoplescia.it/
Blog: https://giacintoplescia.blogspot.com/
Blog di Scienze e Humanities: https://frame-frames.blogspot.com/
Link per l’acquisto:
Amazon: https://amzn.to/3AVUNAR
Ilmiolibro: https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/poesia/584321/lerranza-2/
SU DA NADIA ARNICE AUTRICE IN 2022

Era grosso quanto un elefante, ma aveva la testa simile a quella di un rinoceronte, con ben cinque occhi.
Per fortuna il Boscaiolo non aveva cuore, quindi non poteva avere paura. PAGINA 131
Un forte ciclone fa volare in aria la piccola Dorothy e il suo cagnolino. All’improvviso i due si ritrovano in un mondo fantastico, dove, insieme a nuovi meravigliosi amici, iniziano un lungo viaggio, alla ricerca del grande Mago di Oz. Un classico della letteratura liberamente adattato da Geronimo Stilton. Ricco di tantissime illustrazioni a colori! Età di lettura: da 7 anni.
RECENSIONE
Oggi voglio parlarvi del libro: “Il Meraviglioso Mago di Oz” di Geronimo Stilton.
Dorothy e il suo cagnolino vengono catapultati in aria da un forte ciclone. I due si ritrovano in un mondo fantastico, dove, insieme a nuovi meravigliosi amici, iniziano un lungo viaggio, alla ricerca del grande Mago di Oz.
Un classico intramontabile per i più piccoli, una storia senza uguali. Mia figlia l’ha amato moltissimo.
Le illustrazioni belle e colorati rendono il racconto ancora più intrigante.
Consigliatissimo!
PUNTEGGIO 5/5

Carezzava i pandiluna con il sesso
delle parole più sottili sulla terra
dalle radici all’orlo di ogni fiore,
superficie profonda della pelle
prima soglia e ultima frontiera.
La sento ancora piantata fra le zolle
mentre allatta le verbene a seni dritti;
è un canto che si muta in acquabuona
nel ventre di qualcuno che lei ama
così le ossa cave del suo credo
nel mistero della sola linea alba
che mi contiene e mi fa volare.
Amina Narimi

AL CAPOLINEA
Disincanto
nell’empatia
sfuggita ad affinità
e argute ipotesi espressive.
S’approda a rotte di diniego
nella spoglia rapsodia
d’una solitaria assenza
ancorata a una terra senza suono

EPILOGO
Foglie d’erba. Il vento passeggia in voi
come in capelli di fanciulle, spesso suona
leggere sinfonie con un ritmo sibilante.
Dove abitate o minuscole formiche, che andate
passeggiando avanti e indietro
e sotto e sopra i fili d’erba del giardino?
E l’ape che ronza innamorata dei fiori
di lavanda, e la cicala che si stanca di cantare
e i grilli che saltano perpetuamente
e i figli di ogni genere di specie, abbracciati alle
loro madri, e i cespugli di erica arsi dal sole.
Io sono devoto alla terra aperta
alla vastità dei campi di grano, ai tramonti
affollati di oscena bellezza
alle falci appese al chiodo della cascina
all’aratro che si è piegato al volere della meccanica
quantistica
e piango dove ancora intatti seguono i sogni
della mia gente lacerata dai fertilizzanti osceni
dai pesticidi devastanti, dalle api che muoiono
di fiore in fiore, di veleno in veleno.
E mi sveglio in questa mia terra che mi è madre ostile
per tutto il male che le abbiamo fatto.
disperato e moribondo
prego una pioggia che non viene
con il condizionatore puntato negli occhi ad elemosinare
i miei venti gradi di sudore, il mio stupido desiderio
che avanza. E moltiplico il sacrificio dei figli mandandoli
a combattere il terrore
e li vedo tornare col cellulare appeso alla cintura
del fucile.
O terra divina e disincantata, vedi come gli uomini ti hanno
denudata e oltraggiata, hanno succhiato ogni genere
di minerale, avvelenato le vene dal Danubio all’ Eldorado
massacrato ogni specie che potesse
essere trasformata in profitto.
Oh come sono stati capaci di prostituirsi al Capitale
come ci si prostra davanti ad un dio divoratore
proclamando a piene mani un giuramento di morte eterna.
E che nessuno mai ne in cielo ne in terra possa vendere
o comprare alcuna semenza, alcun frutto, senza la sua
abbondante benedizione.
Che ne sa la piccola formica o il gregge di cavallette
O la cicala, il grillo, l’ape, il fiore
che ne sa il vento di cosa siamo ancora capaci
noi specie votata al declino.
Giuseppe Scolese

IL CLAMORE DEL SILENZIO
Vento triste di novembre
che un mattino m’ illudesti,
puoi dirmi di questo giorno
quello che ancora non so?
Ma sì, era un giorno così.
Dammi il senso e la musica
dell’onda il sapore del sale,
di un notturno l’ansietà,
per risentire il respiro
di un’estate trascorsa già.
Ma si, era un giorno così,
come un maggio di neve.
Lo percepivo al sole calante
salire dal profondo del mare,
più tenue al fresco leggero,
inquieto al sentore boscoso.
Spazza via questa nebbia
che monotona mi avvolge
come un inverno improvviso;
la brezza mi stringe il cuore
e ancor si attarda un sogno
che segue quest’attesa.
Sì, era un giorno così,
un’ombra vaga sul cuore,
fintanto che nel perdermi
fissavo il suo volto struggente,
poi una luce lontana sorgeva,
ed io bevevo le sue parole
nel clamore del mio silenzio.
Tutti i diritti riservati
@copyright
Autore : Mirella Ester Pennone Masi
foto web

Galileo mostra il cannocchiale al Doge di Venezia
Il genio pisano che rivoluzionò l’astronomia è considerato il padre della scienza moderna per aver introdotto il metodo scientifico.
Galileo Galilei non fu l’inventore del cannocchiale, ma fu colui che trasformò quello che veniva considerato quasi un giocattolo in uno strumento di grande perfezione, adatto all’indagine scientifica del cosmo. In un certo senso lo ha reinventato nell’agosto del 1609, dato che non ebbe mai fra le mani uno di quei piccoli strumenti provenienti dalle Fiandre e ne aveva solo sentito parlare come di oggetti che permettevano di vedere vicine le cose lontane.
La paternità del cannocchiale fu oggetto di grandi discussioni all’epoca, tanto che nel 1665 fu addirittura pubblicato un libro “De vero telescopii inventore”, per far luce sul problema, senza tuttavia arrivare ad una conclusione condivisa. L’intuizione che mediante una combinazione di lenti si potesse realizzare uno strumento per l’osservazione astronomica si può far risalire addirittura a Leonardo da Vinci, un secolo prima, che nel suo “Codice Atlantico” parla di “Far occhiali per vedere la luna più grande”.
Il 21 agosto 1609, Galileo mostra la prima realizzazione del suo strumento a senatori e notabili veneziani dal campanile di San Marco, a Venezia e, con lettera datata 24 agosto, presenta il cannocchiale al Doge, ottenendo un grande successo. Ritornato a Padova, dove risiedeva, lo perfeziona ulteriormente portandolo a 20 e addirittura a 30 ingrandimenti, quando i cannocchiali di costruzione olandese raggiungevano appena i 4.
Il successo veneziano sarebbe stato cosa effimera se Galileo non avesse subito compreso che il cannocchiale non era tanto da utilizzare guardando a terra quanto rivolgendolo verso il cielo. La Luna, Giove e la Via Lattea sono i primi oggetti celesti verso i quali Galileo punta il cannocchiale scoprendo in essi caratteristiche che mai uomo prima di lui aveva visto.
A Padova, dove fu professore all’Università, Galileo usava la torre del castello che ancora oggi, i padovani chiamano “la specola”.

Alessandria: TACCIANO LE ARMI NEGOZIATO SUBITO!
L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha riportato la guerra nel cuore dell’Europa ed ha già fatto decine di migliaia di vittime e si avvia a diventare un conflitto di lunga durata con drammatiche conseguenze per la vita e il futuro delle popolazioni ucraine, ma anche per l’accesso al cibo e all’energia di centinaia di milioni di persone, per il clima del pianeta, per l’economia europea e globale.
Siamo e saremo sempre dalla parte della popolazione civile, delle vittime della guerra in Ucraina e dei pacifisti russi che si battono per porre fine all’aggressione militare.
Questa guerra va fermata subito e va cercata una soluzione negoziale, ma non si vedono sinora iniziative politiche né da parte degli Stati, né da parte delle istituzioni internazionali e multilaterali che dimostrino la volontà di cercare una soluzione politica alla crisi.
Occorre invece che il nostro paese, l’Europa, le Nazioni Unite operino attivamente per favorire il negoziato e avviino un percorso per una conferenza internazionale di pace che, basandosi sul concetto di sicurezza condivisa, metta al sicuro la pace anche per il futuro.
Bisogna fermare l’escalation militare. Le armi non portano la pace, ma solo nuove sofferenze per la popolazione. Non c’è nessuna guerra da vincere: noi invece vogliamo vincere la pace, facendo tacere le armi e portando al tavolo del negoziato i rappresentanti del governo ucraino, di quello russo, delle istituzioni internazionali.
La popolazione italiana, nonostante sia sottoposta a una massiccia propaganda, continua ad essere contraria al coinvolgimento italiano nella guerra e a chiedere che si facciano passi concreti da parte del nostro governo e dell’Unione Europea perché sia ripresa con urgenza la strada dei negoziati.
Questo sentimento maggioritario nel paese è offuscato dai media mainstream ed è non rappresentato nel Parlamento. Occorre dargli voce perché possa aiutare il Governo a cambiare politica ed imboccare una strada diversa da quella attuale.
Per questo – a otto mesi dall’inizio della guerra – promuoviamo una nuova giornata nazionale di mobilitazione per la pace con iniziative in tutto il Paese per ribadire:TACCIANO LE ARMI, NEGOZIATO SUBITO!
La settimana sul disarmo indetta dalle Nazioni Unite, è preceduta quest’anno da una serie di manifestazioni in Europa il 21, 22, 23 ottobre promosse da Europe for peace, una rete di associazioni che in Italia fa riferimento a Rete pace e disarmo, Sbilanciamoci e #StopTheWarNow.
L’appello,riportato in fondo, chiede un immediato cessate il fuoco, che si aprano negoziati e che l’ONU indica una conferenza internazionale di pace. Venerdì 21 ottobre a Casale Monferrato, ANPI, CGIL, CISL e UIL invitano la cittadinanza a partecipare alla manifestazione che sarà in Piazza Mazzini dalle 16.30 alle 19.
Il 22 ottobre, ad Alessandria, in piazzetta della Lega, alle 17 ci sarà un presidio promosso dal coordinamento Alessandria per la pace, di cui fanno parte diverse associazioni: Associazione Verso il Kurdistan, Associazione per la pace e la nonviolenza, Rete Radié Resch, APS SineLimes, ICS Ets, Emergency, Equazione, Laboratorio Synthesis, Città Futura, Human Art, Refugees Welcome, Cambalache, Casa di Quartiere, L’ulivo e il libro, Cooperativa Azimut, Coompany, Me.dea contro la violenza sulle donne,Tessere le identità, Laboratorio Perla Nera, Assefa, persone a titolo individuale.
Alla manifestazione hanno già aderito: ANPI, ACLI, Associazione il Colibrì, CGIL, ISRAL, Libera, Possibile, ma l’elenco potrebbe continuare nei prossimi giorni.
Leggi post di cultura, società, territorio e ambiente ai seguenti link:
– Come stai? – gli chiede la moglie, in piedi in cucina mentre prepara la cena.
– Bene. Perché? – risponde Eugenio, anch’esso in piedi, intento a darle una mano.
– Non lo so, hai un’aria più stanca del solito. –
– E andrà avanti così. –
La donna lo osserva attonita.
– Voglio dire, è normale che sia così, non ringiovanisco di certo. –
– Per te siamo con un piede nella fossa. –
– Non proprio; comunque, io parlo per me. –
– Certo, io sono una ragazzina. Mi domando, a questo punto, che viviamo a fare? –
– Mi dispiace … coinvolgerti in queste mie paranoie – dice Eugenio.
– Ci sarebbe un unico modo per evitarlo – replica la donna.
– Non parlarne. –
– No, accettare la vita per quella che è. Dovremmo farlo tutti, o sbaglio? –
– No, hai ragione, come sempre. La verità, è che dovrei togliere il disturbo. –
– Davvero geniale! – esclama con tono sarcastico la donna. – E in che modo? Diamoci un taglio, prima che mi si blocchi l’appetito. –

Antonio Padovano, autore prolifico e di rara qualità, con questa commedia ci riporta magistralmente in un mondo contadino di primo acchito meridionale, ma in realtà appartenente a ogni angolo d’Italia decenni e decenni fa. È un tuffo nel passato che fa bene al cuore e alla mente. È la testimonianza di come eravamo noi tutti, di come erano tutti gli italiani, sfruttati e sfruttatori, schiavi e signori. Questo mio commento potrà sembrare ad alcuni celebrativo ed elogiativo, ma queste mie parole sono state tutte soppesate e non sono altro che un semplice atto di stima nei confronti di un autore, che non si è mai venduto, che è sempre riuscito a mantenere fedele a sé stesso, pur rinnovandosi sempre e non esaurendo mai la sua vena creativa. La scena è unica. Tutto inizia con nove zappatori, ma non tutti prenderanno la parola. Padovano con quest’opera dà parola agli umili, agli umiliati e gli offesi. Non si perde in preamboli. I dialoghi sono fitti e si leggono tutti d’un fiato. L’opera è emozionante, coinvolgente, scatena empatia e risonanze interiori, seppur l’autore non indugi mai in facili nostalgie e/o sentimentalismi strappalacrime e ricattatori. Il libro non è mai noioso, non è un concione per così dire, ma è sempre pregnante, significativo. Il microcosmo descritto è una realtà lontana nel tempo, appartiene a una concezione della vita assai diversa da quella odierna, eppure quanta partecipazione umana c’è in questo libro per i poveri zappatori! Il grande punto di forza di Padovano è che mette in scena senza alcuna ombra di opportunismo ma facendo una scelta controcorrente il dramma nudo e crudo delle classi subalterne quando molti altri rappresentano la borghesia o si perdono nell’insensatezza della vita, nell’inquietudine esistenziale, nel teatro dell’assurdo, avulso dai veri problemi della vita. Ciò dimostra quanto lo scrittore sia alieno da ogni compromesso col potere e dalle mode culturali. Lo scrittore ci ricorda quando i nostri avi emigravano in America, si imbarcavano sulle navi, andavano a cercare fortuna anche in Germania, quando prendevano le terre in affitto e guadagnavano una miseria, quando i sindacalisti erano visti come ruffiani e i preti come ladri, quando gli zappatori davano sempre la colpa al loro capetto (l’antiere), che era un povero cristo come loro, messo in mezzo tra l’incudine degli altri lavoratori e il martello dei padroni. Allora c’era una netta suddivisione tra cafoni e galantuomini. I contadini faticavano tutti i giorni e vivevano di stenti. Come riassume egregiamente Padovano: “Stanziano aiuti, fanno riforme, ma non approvano mai la legge che dà le terre a chi le fatica”. La regia di Padovano è davvero sapiente. Lo studio del linguaggio è attentissimo e molto scrupoloso. Ogni parola è ponderata. La nominazione ha una precisione chirurgica. Il dosaggio per imbastire una commedia come si deve è quello giusto: una diglossia ben calibrata, un uso di vocaboli dialettali parsimonioso, mai eccessivo e comprensibile ai più perché intuibili dal contesto, una dialettica mai improvvisata e nemmeno mai artefatta. È un’opera questa da leggere a poco a poco e con calma, da gustarsi a piccole dosi perché dietro un’apparente semplicità (mai lasciarsi ingannare dalle apparenze) si celano un lavoro paziente, certosino e un grande talento autentico, cristallino.

L’indagine incrociata ha portato buoni frutti, ed è quello che la coppia di investigatori si aspettava, sicuri che il caso della morte del professore di matematica sia di facile lettura e, salvo imprevisti, di veloce risoluzione. Talmente scontato da lasciare perplessi.
– Per me il collega del professore trovato morto non me la racconta giusta – afferma Ted, seduto sulla panchina dinanzi al plesso scolastico.
– Nemmeno il padre del ragazzo – replica Parker, seduto a fianco dell’amico. – Tutto troppo facile. –
– Cosa vuoi dire? –
– Quello che pensi anche tu. –
– Che la polizia scioglierà il rebus quanto prima. –
– Già. Perché la moglie del defunto professore ha voluto affidarci il caso ancor prima di attendere l’esito delle indagini della polizia? –
– Forse perché siamo più solerti – osserva con un sorriso, Ted.
– No, non mi convince – replica Parker. – O forse hai ragione … –
– A cosa pensi? –
– Non lo so, la cosa non mi è ancora del tutto chiara … –
– Il solito intuito? –
– Sì, può darsi. –
– Di solito ci azzecchi. –
– Già, di solito è così. –


Inaccessibili varchi
ove sconcerto e amarezza
oltraggiano la sensibile caratura
d’occhi tessuti di capogiri.
Disseccate lacrime
albergano alla foce
d’un pianto penzoloni
inabile tracciare rigagnoli
sull’incarnato uggioso.
Il collante d’esistenza
narra d’un sottovoce caparbio
plausibile battibecco
di forza intima
tenuta in serbo sull’abbaino
@Silvia De Angelis
Alessandria: E’ autunno ma la situazione meteo è drammatica, il rischio è che ripartano le fioriture

Clima: non cadono le foglie, ci sono le zanzare e nei campi è allarme siccità
Le piante non sono entrate nella fase di riposo vegetativo, gravi ripercussioni sulle produzioni
Non cadono le foglie dalle piante che per il caldo non sono entrate nella fase di riposo vegetativo caratteristico della stagione ma in giro ci sono ancora mosche e zanzare, ancora particolarmente aggressive, a testimoniare un autunno bollente che ha fatto scattare di nuovo l’allarme siccità.
E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti diffusa in occasione del gran caldo anomalo registrato anche in Alessandria e provincia, in un 2022 che si classifica, fino ad ora, come il più caldo di sempre con una temperatura addirittura superiore di quasi un grado (+0,96 gradi) rispetto alla media storica.
“Oltre a bloccare la normale caduta autunnale delle foglie, l’allungamento della fase vegetativa delle piante rischia addirittura di far ripartire le fioriture, con il pericolo di esporle ai danni di un prevedibile forte abbassamento delle temperature. Fatto ancora più grave è che le gemme che fioriranno anticipatamente, destinate a gelare, verranno a mancare in primavera, diminuendo il potenziale produttivo delle coltivazioni e quindi il raccolto. Ma nelle campagne gli effetti si fanno sentire anche per i parassiti che sono rimasti attivi con le temperature miti e attaccano più facilmente le colture ancora in campo. Inoltre, se l’inverno non dovesse essere sufficientemente freddo, aumenterebbe il numero di insetti svernanti che riescono a sopravvivere e si presenterebbero più numerosi e dannosi in primavera”, ha affermato il Presidente Coldiretti Alessandria Mauro Bianco.
Il caldo record e la mancanza di pioggia hanno fatto addirittura scattare l’allarme siccità fuori stagione. Le piogge delle scorse settimane non sono state sufficienti pertanto gli imprenditori agricoli stanno intervenendo con irrigazioni supplementari decisamente fuori stagione, per non compromettere i raccolti.
“Le condizioni metereologiche quasi estive all’inizio dell’autunno, la cosiddetta ottobrata, non sono un fenomeno raro, anche se meno frequente nel territorio alessandrino, ma quest’anno si inseriscono in una quadro generale che conferma la tendenza al cambiamento climatico che si manifesta con la più elevata frequenza di eventi estremi con sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi ed stati gelo, nubifragi, trombe d’aria, bombe d’acqua, grandinate e siccità ma anche con l’arrivo di insetti alieni che colpiscono le colture con un danno complessivo nelle campagne stimato in 14 miliardi in un decennio”, ha aggiunto il Direttore Coldiretti Alessandria Roberto Bianco.
Inoltre, le fioriture anomale, fuori periodo, non procurano danni ‘solo’ alla campagna e ai raccolti ma causano anche problemi alle persone allergiche ai pollini, provocando allergie e raffreddori non previsti.

IO LO SO
Io lo so
che tu non credi
nei miei voli fantastici,
nei viaggi che navigo
con la mia fantasia,
nelle storie che ricamo
per saziare
la mia voglia di vivere.
Ma è pur vero
che volare col cuore
e con la mente,
stando fermi,
scarica emozioni
e aiuta a vivere storie infinite
e, se chiudi gli occhi,
puoi planare la tua anima
anche su una nuvola e da lì
guardare l’infinito e…
saziarti.
Puoi dondolarti su un’altalena
appesa ad uno spicchio di luna
e toccare con mano
le bellezze dell’universo.
Ecco, puoi fare tanto
pur di fuggire dalla noia,
dall’indifferenza,
dall’arroganza e dalla violenza.
Prova anche tu…
vedrai che tutto ti sembrerà
più sopportabile,
farai un pieno di energia
speciale ed unica
e volerai sempre più in alto.
eg – 14.12.2009 –

“Risonanze”. Un’esplosione di emozioni amplificate
Una continua ricerca dell’unicità tra dualismi e culture, in una vita caratterizzata da scienza e umanesimo. E’ l’opera della scrittrice Cristina Acciaro, originaria di Portocannone (Campobasso), un antico borgo del Molise di etnia e lingua arbëreshë, a dare questo segno tangibile di ricerca monolitica ma multisfaccettata. “Risonanze” è il titolo del libro pubblicato nella collana “I Diamanti” della Aletti Editore, in cui pagina dopo pagina, poesia dopo poesia, proprio come in una stanza, riecheggia un’unità che sa di armonia. E la vita dell’autrice, diplomata al Liceo classico ma laureata in Fisica, prima docente e poi dirigente scolastico, sembra essere lo specchio di questi valori, in cui la poesia è la costante del bello. Mutuato dalla fisica – come spiega l’autrice stessa – è anche il titolo dell’opera. «E’ di buon auspicio per raggiungere la massima diffusione e far vibrare l’anima del lettore per una esplosione di emozioni, proprio come un’onda modifica la sua ampiezza in crescendo durante il fenomeno della risonanza».
La prefazione del libro è affidata al poeta, figlio d’arte, Alessandro Quasimodo. «Abbiamo l’impressione che i colori, le immagini, offerti dalla natura, siano eco esponenziale dell’animo umano. I versi brevi e l’utilizzo dell’enjambement sono indice della ricerca di un ritmo scandito nell’intento di isolare ogni singolo vocabolo e di valorizzare il significante». L’opera è suddivisa in cinque sezioni: Io e il mare; I luoghi del cuore; La festa di maggio; Il tempo… scivola; Tempi moderni. I temi più ispiratori dei versi sono l’amore e la bellezza. «L’amore in senso lato – precisa la Acciaro -, per la famiglia, per il mio uomo, per i luoghi frequentati che fanno da scenografia ai ricordi, per la natura, in particolare per il mare, che fin da bambina ho contemplato, riconoscendo in esso, non solo uno spettacolo unico al mondo ma anche l’immagine dell’ignoto dell’infinito che catalizza i pensieri. Un simbolo di coraggio, curiosità, sapienza e conoscenza».
C’è tanto cuore, dunque. Ci sono i luoghi. C’è il pensiero. L’amore. Ma anche dolore. Solitudine. Inquietudine, incomunicabilità, prostituzione. Tutti i malesseri che attanagliano la società, a cui, appunto, è dedicata l’ultima sezione del libro. Il tutto che scorre in un tempo, moderno, che scivola… tra “il sacro e il profano”, tra “la festa di maggio” – a cui è dedicata la sezione di cinque poesie – e il 2 novembre”, in un animo rasserenato ma inquieto. «Considero la bellezza – afferma l’autrice – una sintonia tra apparenza e essenza, una inequivocabile manifestazione del bene, connessa con il senso di sacralità che scaturisce da una visione etica in cui bello e buono, grazia e moralità si intrecciano». Anche la memoria e il ricordo è strettamente connesso al concetto di bellezza, essendo testimonianza della insensatezza di azioni storiche, quali le guerre, e il cui ricordo deve essere mantenuto, per non ripetere gli errori del passato. Ciò che emerge dalle liriche è un continuo dualismo tra contraddizioni e stati d’animo differenti. Dualismo che caratterizza la vita dell’autrice, tra cultura umanistica e scientifica. «Sono figlia del mio tempo – afferma Cristina Acciaro -. Ho indossato e indosso maschere nel tentativo di costruire la mia felicità, con perseveranza e ironia inseguo gli obiettivi da raggiungere. In me stati d’animo differenti si rincorrono con moto armonico, rinasco e muoio ogni volta in un ciclo che si ripete e da cui traggo forza per nuove esperienze». Nessuna delle due, dunque, prevale. «La cultura è una sola, quella scientifica e quella umanistica sono due facce della stessa medaglia, perché coinvolge in entrambi i casi attività del pensiero.
Non ci sono strutture gerarchiche, a volte prevale l’una a volte l’altra, dipende dai casi. Il mio pensiero si muove all’interno dell’amore e della bellezza, caratteristiche che ritrovo in entrambe le culture». E, paradossalmente, la contraddizione, o meglio il superamento di essa, rappresentano una condizione fondamentale per raggiungere l’armonia. «Per ottenere la pace è necessario trovare un equilibrio. Questo si può fare attraverso un percorso di introspezione, superando le contraddizioni che si sono impossessate della nostra anima». La poesia, ma in generale tutte le arti, rappresenta un “isola felice” e può svolgere un’azione antagonista contro il dilagare della superficialità e dell’apatia. «E’ un simposio di emozioni e di idee condivise, può avere un’azione di denuncia con funzione educatrice e sociale». Il “vissuto” e, dunque, la realtà è ciò che sta alla base della scrittura. «Avere la pace interiore significa avere un animo puro che non conosce o ha
rifiutato sentimenti malevoli verso sé stessi e verso i suoi simili, un animo in cui trovano posto l’amore, la fratellanza e il perdono». Gli elementi stilistici rispecchiano la musicalità tipica delle liriche, raramente in rima; spesso versi sciolti, in endecasillabi e settenari, a cui si mescola, a volte, qualche verso libero più lungo o più corto degli altri. Poesie scritte di getto e, poi, migliorate attraverso una ricerca lessicale e metrica che, però, non le stravolge come qualcosa di artefatto. Le parole vengono usate come un pennello su tela per descrivere le sfumature percettive dell’anima. E, come nel fenomeno della risonanza, le emozioni diventano vibrazioni amplificate.
Federica Grisolia
(Vincenzo La Camera – Agenzia di Comunicazione)