“Risonanze”. Un’esplosione di emozioni amplificate, di Cristina Acciaro. Aletti Editori

“Risonanze”. Un’esplosione di emozioni amplificate

Una continua ricerca dell’unicità tra dualismi e culture, in una vita caratterizzata da scienza e umanesimo. E’ l’opera della scrittrice Cristina Acciaro, originaria di Portocannone (Campobasso), un antico borgo del Molise di etnia e lingua arbëreshë, a dare questo segno tangibile di ricerca monolitica ma multisfaccettata. “Risonanze” è il titolo del libro pubblicato nella collana “I Diamanti” della Aletti Editore, in cui pagina dopo pagina, poesia dopo poesia, proprio come in una stanza, riecheggia un’unità che sa di armonia. E la vita dell’autrice, diplomata al Liceo classico ma laureata in Fisica, prima docente e poi dirigente scolastico, sembra essere lo specchio di questi valori, in cui la poesia è la costante del bello. Mutuato dalla fisica – come spiega l’autrice stessa – è anche il titolo dell’opera. «E’ di buon auspicio per raggiungere la massima diffusione e far vibrare l’anima del lettore per una esplosione di emozioni, proprio come un’onda modifica la sua ampiezza in crescendo durante il fenomeno della risonanza».

La prefazione del libro è affidata al poeta, figlio d’arte, Alessandro Quasimodo. «Abbiamo l’impressione che i colori, le immagini, offerti dalla natura, siano eco esponenziale dell’animo umano. I versi brevi e l’utilizzo dell’enjambement sono indice della ricerca di un ritmo scandito nell’intento di isolare ogni singolo vocabolo e di valorizzare il significante». L’opera è suddivisa in cinque sezioni: Io e  il mare; I luoghi del cuore; La festa di maggio; Il tempo… scivola; Tempi moderni. I temi più ispiratori dei versi sono l’amore e la bellezza. «L’amore in senso lato – precisa la Acciaro -, per la famiglia, per il mio uomo, per i luoghi frequentati che fanno da scenografia ai ricordi, per la natura, in particolare per il mare, che fin da bambina ho contemplato, riconoscendo in esso, non solo uno spettacolo unico al mondo ma anche l’immagine dell’ignoto dell’infinito che catalizza i pensieri. Un simbolo di coraggio, curiosità, sapienza e conoscenza».

C’è tanto cuore, dunque. Ci sono i luoghi. C’è il pensiero. L’amore. Ma anche dolore. Solitudine. Inquietudine, incomunicabilità, prostituzione. Tutti i malesseri che attanagliano la società, a cui, appunto, è dedicata l’ultima sezione del libro. Il tutto che scorre in un tempo, moderno, che scivola… tra “il sacro e il profano”, tra “la festa di maggio” – a cui è dedicata la sezione di cinque poesie – e il 2 novembre”, in un animo rasserenato ma inquieto. «Considero la bellezza – afferma l’autrice – una sintonia tra apparenza e essenza, una inequivocabile manifestazione del bene, connessa con il senso di sacralità che scaturisce da una visione etica in cui bello e buono, grazia e moralità si intrecciano». Anche la memoria e il ricordo è strettamente connesso al concetto di bellezza, essendo testimonianza della insensatezza di azioni storiche, quali le guerre, e il cui ricordo deve essere mantenuto, per non ripetere gli errori del passato. Ciò che emerge dalle liriche è un continuo dualismo tra contraddizioni e stati d’animo differenti. Dualismo che caratterizza la vita dell’autrice, tra cultura umanistica e scientifica. «Sono figlia del mio tempo – afferma Cristina Acciaro -. Ho indossato e indosso maschere nel tentativo di costruire la mia felicità, con perseveranza e ironia inseguo gli obiettivi da raggiungere. In me stati d’animo differenti si rincorrono con moto armonico, rinasco e muoio ogni volta in un ciclo che si ripete e da cui traggo forza per nuove esperienze». Nessuna delle due, dunque, prevale. «La cultura è una sola, quella scientifica e quella umanistica sono due facce della stessa medaglia, perché coinvolge in entrambi i casi attività del pensiero.

Non ci sono strutture gerarchiche, a volte prevale l’una a volte l’altra, dipende dai casi. Il mio pensiero si muove all’interno dell’amore e della bellezza, caratteristiche che ritrovo in entrambe le culture». E, paradossalmente, la contraddizione, o meglio il superamento di essa, rappresentano una condizione fondamentale per raggiungere l’armonia. «Per ottenere la pace è necessario trovare un equilibrio. Questo si può fare attraverso un percorso di introspezione, superando le contraddizioni che si sono impossessate della nostra anima». La poesia, ma in generale tutte le arti, rappresenta un “isola felice” e può svolgere un’azione antagonista contro il dilagare della superficialità e dell’apatia. «E’ un simposio di emozioni e di idee condivise, può avere un’azione di denuncia con funzione educatrice e sociale». Il “vissuto” e, dunque, la realtà è ciò che sta alla base della scrittura. «Avere la pace interiore significa avere un animo puro che non conosce o ha

rifiutato sentimenti malevoli verso sé stessi e verso i suoi simili, un animo in cui trovano posto l’amore, la fratellanza e il perdono». Gli elementi stilistici rispecchiano la musicalità tipica delle liriche, raramente in rima; spesso versi sciolti, in endecasillabi e settenari, a cui si mescola, a volte, qualche verso libero più lungo o più corto degli altri. Poesie scritte di getto e, poi, migliorate attraverso una ricerca lessicale e metrica che, però, non le stravolge come qualcosa di artefatto. Le parole vengono usate come un pennello su tela per descrivere le sfumature percettive dell’anima. E, come nel fenomeno della risonanza, le emozioni diventano vibrazioni amplificate.

Federica Grisolia

(Vincenzo La Camera – Agenzia di Comunicazione)

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