UN GIORNO ALL’IMPROVVISO…E INTANTO IL FIUME SCORRE – di Maria Rosaria Teni

Oggi è il compleanno di mio padre. Affido a uno scritto il mio pensiero e lo ricordo così: “Come succedeva ormai da una settimana, anche quella mattina di febbraio mi avviai verso l’ospedale. Sola, mentre la luce del sole illividita da nuvole minacciose mi accompagnava nel doloroso tragitto in macchina, ero in preda a mille pensieri. Le ruote consumavano l’asfalto viscido, altre vetture bucavano il travaglio della mia solitudine richiamandomi ad un’attenzione svogliata, doverosa ma ingombrante. Avevo dormito male ma non ci facevo più caso… Avevo fretta e l’ansia mi faceva desiderare che tutto passasse, che rimanesse solo un brutto momento da vivere pazientemente e da ricordare tra le esperienze da dimenticare.

Una voce “dentro” mi infastidiva, mi suggeriva eventualità oscure che si vogliono ignorare. Un presentimento si insinuava mellifluo ma non volevo, non dovevo pensare.

Da lontano, finalmente, la sagoma imponente dell’ospedale, issato tra nuvoloni grigi, freddo gigante di inquietudine. Un tuffo al cuore. “In una di quelle stanze c’è mio padre – mi son detta tra me e me – la persona che mi ha dato la vita…Papà, non è possibile che io stia vivendo tutto questo, forse sto sognando”. Mi vengono in mente le parole di Calderòn de la Barca, date quasi per scontate in citazioni più o meno banali, ma mai come in quel momento assertrici di verità. “La vida es sueño”, un sogno che è anche un’illusione, una metafora dell’essere che non si concretizza perché si dilegua. Dov’era il mio passato, dove il mio futuro se non ritrovavo più una direzione? Il timone della mia vita, colui che mi aveva insegnato a crescere, mi aveva educato all’onestà, al vivere corretto, che aveva contribuito alla formazione del mio bagaglio umano, era lì, steso in un letto, inerme di fronte alla sofferenza, annientato da un ineluttabile  percorso obbligato che ognuno deve compiere.

Dalla tangenziale, finalmente, ho imboccato l’uscita per l’ospedale. Avevo fretta di riabbracciare mio padre ma, nello stesso tempo, avrei voluto ritardare quel momento per continuare a pensare e nel pensiero costruire una realtà che non fosse la vera realtà. Due giorni  prima avevo provato l’angoscia di un risveglio impietoso. L’infermiere che assisteva papà durante la notte mi aveva telefonato all’alba per dirmi che, proprio durante quella nottata, mio padre aveva avuto un’emorragia interna abbastanza grave. Mi faceva male ricordare quegli interminabili momenti di attesa fuori dalla sua stanza, mentre il suo corpo sfibrato era tra le mani dei medici. Sentivo ancora nelle orecchie le loro voci concitate: “Bisogna fare una trasfusione…”. L’infermiera su e giù dalla stanza ed io che, ad ogni movimento, tentavo di penetrare con lo sguardo attraverso lo spiraglio che si creava tra la porta ed il muro ma vedevo solo il letto attorniato dai sanitari e dalle macchine. “Il battito sta calando…Proviamo con il defibrillatore” – e giù scariche…su mio padre. Una vertigine improvvisa… Nella sala d’attesa ho guardato mio fratello che tentava di nascondere le lacrime ma i suoi  occhi arrossati non mentivano. Un silenzio forte, presente, cupo. Uno sguardo, tra di noi, carico di frasi non dette, di speranze disperate, di temute conferme. Un camice bianco e l’invito silenzioso ad entrare uno per volta e per brevi attimi nella stanza dove ancora una volta si era combattuta una battaglia. “Può entrare in camera…solo per un momento, non lo affatichi”. In punta di piedi, timorosa di non reggere ma ansiosa, ho visto finalmente papà, circondato da macchine insondabili, il volto catturato in una maschera  collegata ad un respiratore e che, nonostante tutto, aveva conservato la dolcezza inconfondibile dei lineamenti. Un’idea di respiro si intravedeva attraverso la trasparenza dei tubi. Avevo le gambe piantate sul pavimento, non riuscivo a muovere un passo eppure avrei voluto abbracciarlo, correre da lui in uno slancio d’affetto, accarezzargli la fronte diafana. Un misto di indefinibili sensazioni durate un’eternità. “Papà, sono qui – stentava la voce a venir fuori – è passato tutto, cerca di stare tranquillo”. Lentamente aprì gli occhi. Sembra un atteggiamento normale ma quando vedi e ti accorgi che una persona non apre gli occhi capisci che non c’è più. Mio padre c’era ancora, mi guardava implorandomi silenziosamente, forse di smettere di soffrire. Cosa aveva provato durante quelle ore interminabili tra le mani dei medici? Cercava le mie parole che in quel momento non avevano la forza di essere dette. Scrutava sul mio volto segni di rassicurazione e manifestava mute domande: “Ce la farò? E’ arrivato il mio tempo? Cosa accadrà quando i miei occhi non avranno la forza di riaprirsi al mondo?” Tutto questo mi chiedeva mentre io mi disperavo e illogicamente tentavo una recita pietosa.

 La vita è una beffa.

Ti inganna, ti stordisce illudendoti con sprazzi di felicità e poi ti pugnala con l’inesorabile sentenza.

 Chi avrebbe potuto riconoscere in quell’uomo prostrato, attraversato da tubicini con flebo sospese come doni su un albero della cuccagna, devastato da  edemi ed ematomi, il mio papà, il mio grande e generoso papà, solido come una quercia, limpido come una sorgente di montagna,  prodigo come un campo di grano.

Supplicavano i suoi occhi  risposte vane.

Quante volte si era affidato alle mie cure, durante il percorso della sua malattia, e riponeva grande fiducia in me, rassicurato, a volte, quando aveva malesseri inusitati e preoccupanti. Allo stesso modo, in quel momento, dopo aver “ripreso” a vivere cercava parole confortanti con uno sguardo che scolpiva sempre più il mio dispiacere.

A tutto ciò ripensavo mentre salivo le scale dell’ospedale e mi sentivo il cuore pulsare in gola. Ad ogni rampa  sostavo per permettere al battito di rallentare e anche per un bisogno ulteriore di prepararmi a rivedere papà. Avevo un’oscura percezione che probabilmente scaturiva dall’angoscia provata  giorni prima. L’odore nauseabondo del disinfettante si mescolava al respiro corto che avevo una volta arrivata nella vasta sala d’attesa del sesto piano. Il solito tram-tram  del personale di servizio mentre entravo nella stanza dove mio padre mi aspettava. Era sveglio, quella mattina, e mostrava i segni della lunga nottata passata in compagnia della solita maschera d’ossigeno tenacemente avvinghiata al suo viso sofferente.
La mia voce, lontana da me stessa tanto da non sembrare mi appartenesse, risuonò forzatamente vivace: “Papà, sono qui…Allora, che mi dici? Come sei stato questa notte?”- inutile chiederglielo.
Sapevo già quanto fosse difficile riposare in quella posizione supina, con quella maschera sigillata che insufflava aria ma toglieva respiro. Aveva il viso gonfio ed erano evidenti i segni lasciati sulle guance dalle cinghie strette accuratamente attorno al capo per non permettere la fuoriuscita di alcun refolo d’aria. Ho voltato lo sguardo verso la finestra. Benché fossero ancora le sette del mattino, in realtà l’attività del personale ospedaliero era già fervida. Rumori di carrelli, via vai di gente per i cambi di turno, fermento tangibile di operosità. Dall’alto di quel sesto piano si poteva vedere bene il cielo che, prima completamente minacciato da nuvole sinistre, man mano si andava schiudendo a balbettanti lembi d’azzurro pallido frastagliato da antenne e cime di palazzoni scuri. Fuori da quella stanza, verso un orizzonte irraggiungibile…era lì che avrei voluto dirigere il mio corpo… Avere le ali e  fuggire via dall’oppressione che mi sprofondava nel dirupo.

“Papà, proviamo a bere un sorso d’orzo?” – mi avvicinai sperando di convincerlo a fare colazione – senza aspettarmi nessun risultato. Infatti, scosse lentamente la testa in segno di diniego e accennando alla tortura di quelle cinghie che gli immobilizzavano il capo. Sul monitor al suo fianco, i suoni erano regolari ed i valori che si illuminavano ad intermittenza sembravano contenuti. “Guarda, papà, se mi prometti di bere un po’ d’orzo, chiamo il medico e gli chiedo di togliere quella brutta maschera. Vuoi?”. Lo vidi all’improvviso rasserenato. Voleva respirare da solo, voleva sentirsi liberato, affrancato dalla stretta di quell’aggeggio infernale che lo allontanava dal respiro del mondo. Arrivò, frattanto, il medico che, prima di togliere il “ragno”, ( come era definita in gergo sanitario quella maschera), prese il valore della saturazione e, dopo una verifica, concesse finalmente a mio padre il permesso di sciogliere quelle cinghie. Non so quali sentimenti si stessero accavallando in quei momenti dentro di me…Osservavo ogni movimento ma non vedevo perché il mio pensiero, tumultuoso, navigava su un mare gravido di onde. Una soverchiante tempesta di impressioni mi scuoteva eppure ero lì, costretta a parlare, a recitare, a compiere gesti quotidiani…prendere il tovagliolo, adagiarlo sul suo petto, imboccare papà con cucchiaini d’orzo annacquato, far festa per ogni piccolo centellino trangugiato, proprio come con i bambini nelle loro prime pappe. Istanti preziosi avviluppati in un turbinio di attese che non si fanno scrupolo di fiaccare le ultime briciole di speranza. Dopo la mia “piccola” vittoria ho lasciato che, tranquillamente, si adagiasse sul cuscino ed io sono rimasta in piedi, accanto a lui, a carezzare la sua fronte, la cui pelle sottile si riscaldava sotto le mie dita. Avrei voluto quei momenti solo per me ma l’infermiera di turno, violando quella preziosa intimità, mi richiamava all’ordine, invitandomi perentoriamente ad uscire dalla stanza. Che assurdità!

Quale fastidio potesse arrecare la mia presenza al capezzale di mio padre non lo saprò mai, né mi perdonerò di aver ubbidito a quell’invito. Non avrei dovuto eseguire educatamente quanto richiestomi. Ma la buona educazione mi imponeva di essere ligia e, mentre prendevo la mia roba, un’altra carezza… “Torno fra poco, papà…aspetto fuori, in sala d’attesa.” Lo sguardo di sconforto di mio padre… non lo potrò dimenticare mai. Finché avrò vita.

Fino all’ultimo dei miei giorni ed oltre.

Se ci sarà.

Mi ha trafitto con i suoi occhi, sperando che io reagissi a quell’imposizione ma in quel momento, così particolare e così carico di tensione, la solita infermiera mi raggiunse invitandomi più bruscamente ad uscire. Abbozzai un cenno di saluto con la mano. “Sono qui fuori… ci vediamo fra poco”.

Non ti avrei più rivisto!

No, non potevo credere al medico che, dopo appena mezz’ora trascorsa in quella sconfinata sala d’attesa, mi fece cenno di avvicinarmi. “Signora…venga” – “Che succede?” – in un balzo fui da lui, sulla soglia della grande porta metallica a vetri opachi che divideva il reparto dalla sala d’attesa dove avevo stazionato frastornata, senza alcuna voglia di fare conversazione né tanto meno di leggere. Neanche l’ immancabile libro che, solitamente mi accompagna ovunque, ha avuto il potere di distrarmi da pensieri pesanti come macigni, da presentimenti insinuanti e devastanti che sfilavano in quei minuti vissuti in attesa. Avevo tentato di leggere qualche pagina ma, in quei momenti, anche “Le Confessioni” di Sant’Agostino non erano servite a far cambiare direzione alla mia angoscia. Mi accorgevo di scorrere con lo sguardo sulla stessa frase senza afferrarne il senso.

La mia solitudine e la solitudine di mio padre.

 Due solitudini, due diversi mondi che hanno visto il loro orizzonte velarsi di un tempo intangibile. “Il tempo è un’invenzione dell’anima” mi ritornava in mente la frase di Sant’Agostino, ma il tempo è dunque un’illusione peregrina che fluttua assecondando le situazioni. Non so quanto sia trascorso del mio tempo ma quando il medico ha poggiato la sua mano sulla mia spalla e mi ha detto: “Si è addormentato sereno…Non ha sofferto”- non ho capito allora se stessi vivendo o sognando di vivere, non ho concretizzato se quelle parole fossero effettivamente dette o immaginate, se io, sola, in quella stanza, fossi ancora io o l’immagine di me vista attraverso uno specchio.

Non ho parlato.

A che servono le parole quando c’è una folla disordinata di riflessioni che si accalcano, che ti invadono e ti lasciano senza voce? Mi sono rannicchiata su me stessa, quasi a parare un colpo forte allo stomaco. “Signora, si faccia coraggio. Ha smesso di soffrire.” – mi giungevano ovattate le frasi che sentivo sincere ma mio padre, dov’era? In quella stanza dove l’avevo lasciato salutandolo oppure nel mio cuore che era braccato da quel dolore violento, insopportabile? “Non posso entrare lì dentro…”- continuavo a ripetere tra me e me – “mio padre rimane accanto a me, qui, tra le mie mani che hanno ancora le sue carezza tra le dita…Te ne sei andato così, senza dirmi una parola…Se n’è andata una parte di me”.

Raggomitolata sempre più su me stessa, lacrime cristallizzate, pietrificate dalla fredda consapevolezza che non avrei più ritrovato mio padre. In quel momento ho sentito le ruote della barella, ho guardato istintivamente  attraverso la porta e l’ ho visto, libero finalmente dalla stretta della maschera e dal travaglio di tubi, aghi e fili arrampicati sulle braccia tumefatte ed ho ripensato alle parole del medico…”era sereno…ha chiuso gli occhi dolcemente…”.

“Era una tua peculiarità la dolcezza e ti ha accompagnato fino alla fine. Il mio tempo si è fermato.

Il tempo della mia infanzia, delle corse verso le tue braccia tese che poi mi sollevavano in aria e mi riportavano giù. Il tempo della mia giovinezza, quando ti sedevi accanto a me sognando di ascoltare un pezzo al pianoforte suonato senza troppi errori, dovuti soprattutto all’emozione di averti vicino. Quanto interesse dimostravi per i miei studi quasi che fossi tu, privato da ragazzo dal poter studiare musica, a eseguire quelle melodie. Intonavi le romanze celebri ed io, che accompagnavo al pianoforte, mi sentivo importante, consapevole che la musica innalza l’animo, contribuisce a sentirsi parte di un mondo universale. Il tempo della maturità scandito dalla tua instancabile fede che ha sorretto le mie debolezze, ha creduto nella forza della vita che si è rinnovata nel miracolo della nascita di mia figlia. La tua euforia nel sentirti chiamare “Nonno” dalla nipotina desiderata sopra ogni cosa. La tua pazienza nel sopportare i suoi scompigliamenti tra i tuoi capelli candidi sottoposti alle tenere angherie dell’unica ed amatissima nipote, reginetta del tuo cuore. Il tuo sorriso … la tua voce … i tuoi occhi … chiusi per sempre.”

Si susseguivano immagini lontane e presenti, ore intense e felici, mescolate a rapidi e disperati sussulti inespressi mentre restavo immobile. Era come se la tua stessa immobilità avesse trasfuso in me rendendomi incapace di compiere qualunque gesto o azione.

Solitario il pensiero, in un furioso sovrapporsi di istanti, flashback e riecheggiamenti, incalza, si aggrappa, si adagia su riverberi di vita vissuta.

 Ora sono solo perle di memoria.

…. E INTANTO IL FIUME SCORRE …   A  mio padre Gerardo, indimenticato

Maria Rosaria Teni

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La natura fa parte di noi

La natura fa parte di noi

Berutti Martina

LA NATURA

C’è qualcosa di spettacolare nel silenzioso rumore delle foglie che si sfiorano tra di loro accompagnate dell’armonia stregata del vento.

Come due fiori cresciuti su un precipizio tutti noi riusciamo a provare il brivido della vita senza aver paura di correre il rischio.

Ogni volta che la pressione della nostra complessa vita cittadina fluidifica il sangue e intorpidisce il mio cervello, cerco sollievo nella natura; e quando sento il giallo lamento del coyote all’alba, le mie preoccupazioni mi abbandonano e sono felice.

(Hamlin Garland)
QUANTO PIÙ UNO VIVE SOLO, SUL FIUME O IN APERTA CAMPAGNA, TANTO PIÙ SI RENDE CONTO CHE NON C’È NULLA DI PIÙ BELLO E PIÙ GRANDE DEL COMPIERE GLI OBBLIGHI DELLA PROPRIA VITA QUOTIDIANA, SEMPLICEMENTE E NATURALMENTE. DALL’ERBA DEI CAMPI ALLE STELLE DEL CIELO, OGNI COSA FA PROPRIO QUESTO; C’È TALE PACE PROFONDA E TALE IMMENSA BELLEZZA NELLA NATURA, PROPRIO PERCHÉ NULLA CERCA DI TRASGREDIRE I SUOI LIMITI.

(RABINDRANATH TAGORE)

La sensibilità è una raffinatezza dell’anima 

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Quando trovi la marea alta

È proprio allora che comincia la salita, me lo ripeto ogni volta, ed ogni volta…

Parole bellissime, solo a questo riesco a pensare oggi.

Non ho tempo da dedicare alla scrittura, non sempre possiamo fare quello che vogliamo o desideriamo, un figlio che ti prosciuga mente e corpo, piacevolmente, dai libri che mi legge alle partite a scacchi ad una nuova canzone imparata al pianoforte e vuole che ascolti.

In fondo, la vita si trata anche di questo, imparare a rinunciare col giusto compromesso.

Tua.

17 agosto 2022.

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Apologia del mare. Iris G. DM

Apologia del mare. Iris G. DM

Date: 16 agosto 2022 Author: irisgdm

Vivo di mare, per sempre salata,

Azzurrina come un onda, spesso tempesta, non ho bisogno di essere

Semplicemente sono,

Un po’ alga,

Un po’ scoglio,

Un po’ riccio,

Io vivo di mare,

Per sempre salata,

Sinuosa d’organza e di variabile turbamento

In un valzer fluttuoso. Iris G. DM

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Noi siamo quelli che abitiamo il mare. Si, avete capito bene, abitiamo il mare!
Una canzone recitava, siamo figli delle stelle! In realtà siamo figli del mare, siamo nati dall’acqua. Nel grembo delle nostre madri viviamo in un liquido che ci permette di svilupparci e di vivere. In media il 60, 65 per cento del nostro corpo, è composto di acqua. Direi una bella percentuale! L’acqua è vita, la vita è acqua, una proporzione equilibrata, la vita sta all’acqua, come l’acqua sta alla vita. Noi produciamo acqua, sudore, lacrime, urine, ecc. Senza acqua il nostro organismo va in tilt, come un motore senza olio. La prima vita si è sviluppata in un brodo primordiale, composto di acqua. Il mare, i laghi, i fiumi, torrenti, ogni corso d’acqua, anche il più piccolo rigagnolo è fonte di vita. E la bellezza dove la mettiamo?
Un lago alpino, un mare e un mare di coralli, una cascata, intorno verde, bellezza e vita.

Il mare ha l’aroma dell’autunno a settembre, settembre è rosa e ha il colore degli aranci e dei verdi melograni ancora non maturi. Settembre è un fenicottero che attende il tramonto dai colori perlacei e iridescenti, in un volo di ali rosa che dipingono il cielo prima dell’ora delle stelle. Settembre appiccicoso di dolci fichi e di rugose foglie, ha smeraldi di ricci di castagne, Cosa ha settembre? Cosa ha questa spiaggia rosa in un volo di fenicotteri rosa, in questo tramonto rosa? Ha l’armonia della terra, ha i canti degli amanti e delle sillabe che volano e si poggiano come semi nel vento. Iris G. DM

dal web


Un semplice fiore, ha bisogno d’acqua, noi abbiamo bisogno di acqua e di bere. Cosa c’è di meglio di un bicchiere d’acqua fresca? un liquido prezioso, incomparabile, necessario, indispensabile e di incomparabile meraviglia. L’acqua è trasparente, ma ha i colori della trasparenza che sono migliaia. La forma dell’acqua ha la nostra stessa forma, un liquido avvolgente, in cui una volta immersi, ci rigenera. La sua bellezza non ha limiti, ci rinfresca, ci disseta, ci permette di lavarci, ci permette di vivere, averla a portata di mano, una grande fortuna. In alcuni paesi poveri, le donne fanno chilometri per portare acqua nelle loro povere capanne. Piu volte al giorno di recano alle fonti, spesso lontane, con le anfore che sistemano sui loro copricapi. I loro fianchi ondeggiano nella fatica dell’acqua, un bene di lusso, che spesso noi sprechiamo. Ma ero partita, da noi che abitiamo il mare! Noi abbiamo un legame spirituale, profondo con l’acqua. Noi respiriamo il mare, il mare ci lenisce, ci guarisce. Noi non facciamo semplici passeggiate, noi costeggiamo la battigia con il mormorio dei flutti, raccogliamo conchiglie e sassi perfettamente levigati, incontriamo alberi scarniti e sbiancati dalla salsedine, sculture naturali da fare piangere il cuore. Noi non passeggiamo, sublimiamo i passi, sfioriamo le nuvole. Il nostro è un rapporto metafisico, camminiamo inpunta di piedi sulla sabbia calda, Hanyauku.

Le città sul mare

sono sospese tra acqua

e cielo.

Alla notte avviene l’arcano,

le luci si accendono

come corolle al vento,

come gioielli di una corona.

Blu velluto il cielo,

blu velluto il mare.

Le stelle,

i lumi,

i pulviscoli d’oro,

un amore sbocciato,

tra questo mare e

questo cielo.Iris G. DM

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dal web


Nelle notti di luna, la sabbia è piacevolmente fresca, come seta scivola sotto i piedi, una sensazione unica, un emozione trascendentale, come le onde notturne, sciabordano quasi silenziose, note e una musica che noi che abitiamo il mare, sentiamo, amiamo e non possiamo farne a meno. Il mare è amico, nello stesso tempo nemico, lo sanno i pescatori , Vincent Van Gogh ” i pescatori sanno che il mare è pericoloso e la tempesta terribile, ma non hanno mai trovato questi pericoli, una ragione sufficiente per rimanere a riva”. la riva, è lì che termina il canto del mare, ma nei cuori non termina mai. Un fascino in cui trovare il proprio equilibrio, per quanto non capisci il mare è sempre lì, a farti intuire, ma mai a svelarti i suoi misteri. Un mare di coscienza e di anima imperscrutabile, che tu ami e sai che sta dall’inizio del mondo. Noi nasciamo dal mare, da questa immensità liquida, la nostra anima si riflette nel cielo, perchè è azzurro tutto ciò che sa di infinito, di Dio, di eternità, i bambini nascono con gli occhi blu, perchè veniamo dallo stesso posto azzurro. Mare d’inverno, mare d’autunno, mare di primavera, mare d’estate, lo amo in ogni stagione, sempre tra le sue sponde in ammirazione, in tentazione, in preghiera, la mia musica è in riva al mare, un pianoforte, un violino, un onda, basta questo per innamorarsene , per sempre.

Solo tre cose sono infinite.

Il cielo nelle sue stelle,

il mare nelle sue gocce d’acqua,

e il cuore nelle sue lacrime. Gustave Flaubert

Lividezza di ricordi d’estate, da Frida la loka.

Un passato che non torna; magre gambine corrono frettolosamente nei pomeriggi caldi di estati lontani. Piedini piccoli ma snelli. Le cicale assordano freneticamente al punto di non sentirle.

C’è l’immenso; di verdi e ondeggianti pianure e terre aride d’un oro che brucia con solo guardarle, le piane non sono sole; a dare un pò di rinfresco con la loro ombra, afferrati saldi al suolo qualche quebracho blanco e tanti spinillos, spuntati ovunque. Le mucche ruminando svogliatamente al mio sguardo curioso.

Per fortuna, la mia terra, dà un soffio di armonia che si sente attraverso il finestrino spalancato della macchina, che colpisce in volto, assorbendo ogni profumo di campo.

Da piccola non ho avuto il piacere di conoscere quell’immensa vastità azzurra che affascina con il danzare delle onde e rompono fila perdendo forza verso la spiaggia o talvolta furiose ed arrabbiate contro un dirupo.

Mare ispiratore di poemi, sin da tempi remoti, che fa sognare, fa divertire, soffrire e fa commuovere.

Non ho il mare vicino; in compenso ci sono infiniti fiumi, infinite cascate, ruscelli mistici dove trascorrere i giorni più caldi e tuffarsi nelle tiepide e dolci acque.

Minuta, magrolina, son cresciuta, nella sabbia in riva a tanti fiumi quando estate e il ricordo, torna diverso, il mare manca; i fiumi e i profumi; di più.

Tua.

16 agosto, 2022.

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Publishing Flower. Casa Editrice non a pagamento, di Ilaria Marconicchio

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Ilaria Marconicchio

Ilaria Marconicchio è nata il 31 Ottobre 2001, nel Rione Sanità di Napoli. Ha 20 anni, e nella sua vita ha avuto poche cose in cui credere, e restando sempre chiusa in casa si è focalizzata molto sulla sua crescita personale. All’età di 12 anni era già sopraffatta da tante emozioni negative, e grazie a un educatore ha scoperto che trascivere ciò che si prova su un diario rende tutto più semplice.

E così fece, rendendo lui l’unica persona partecipe dei suoi segreti. Le fece notare che nella scrittura era molto empatica e che rendeva le scene molto sentite così, provando a scrivere un piccolo racconto, le diede la conferma. E si appassionò fino a scrivere un libro all’età di 18 anni. Un libro che racconta la vita di una ragazzina che voleva solo una cosa: amarsi. Ma non ci riusciva per una società cruda e ben ferma a degli standard di bellezza che ai tempi non credeva le appartenessero.

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Casa Editrice

Dopo qualche mese lo fece togliere dalla vendita, ma è presente online ancora la pagina del prodotto non disponibile. Nel corso degli anni la passione per i libri diventa un’ossessione, addirittura ne leggeva 3 al giorno, con massimo 300 pagine l’uno. Sapeva come funzionava una Casa Editrice, che dava all’autore dall’8% al 10% e magari non dava la possibilità a tutti di essere pubblicati o di crescere come autori… motivo per cui nell’agosto 2021 ha fondato la Publishing Flower,: Casa Editrice non a pagamento di cui nome proviene dalla sua passione per i libri e per le rose.Casa Editrice

Non solo pubblica qualsiasi genere, ma dà il 30% dei guadagni e, se un autore viene valutato in maniera negativa dal team di valutazione, lo aiuta personalmente a migliorare il suo libro per poterlo riproporre a lei, o a un’altra Casa Editrice. Per se stessa questa realtà Editoriale non solo è una seconda casa, ma è la sua seconda famiglia perché vuole unire gli autori, vuole che si aiutino a vicenda e vuole accontentarli in tutto ciò che serve per renderli soddisfatti del loro libro e della loro pubblicazione, perché si sente complice del loro modo di agire nei suoi confronti: si sente rispettata, la ritengono come una loro amica e riceve da molte autrici davvero molte attenzioni.

Non c’è gente che ha creduto in lei, ma vorrebbe dimostrare che invece con un po’ di sano impegno le cose possono andare sempre per il verso giusto. Il suo quartiere viene ritenuto spesso arido per i pochi sogni che ci sono, il poco futuro che aspetta a ogni ragazzo che cresce con una certa educazione, ma vorrebbe dimostrare, ancora, che ci sono dei fiori che germogliano in mezzo alle crepe.

Ha studiato per aprire anche un sito web, nel novembre 2021, su cui ha creato una community e l’ha reso un secondo lavoro, in cui aiuta emotivamente le persone che le scrivono addirittura in privato. Qual è uno dei suoi desideri, e motivo per cui vuole farsi conoscere? Ha attestati di scrittura, seo specialist, editor, correttore di bozze, grafico pubblicitario e, a breve, apprenderà anche la lingua inglese per avere maggiore cultura.

Il motivo di tutti questi corsi? Desidera aiutare chi non riesce a comprendere cosa voglia dalla vita, dal suo futuro, così da mostrargli le varietà di mestieri che ci sono, oltre quelli manuali che già conosciamo. E magari fargli apprendere le stesse cose che conosce lei.

Non ritiene che siano chissà quante qualifiche, ma ha 20 anni e crede di riuscire sicuramente a fare di meglio, ma per ora i suoi desideri sono quelli di aiutare il prossimo per il suo futuro, mostrandogli varie possibilità di carriera (Non servono soldi, perché per lei non ha prezzo la soddisfazione che proverebbe nell’aiutare qualcuno) e far crescere la sua realtà editoriale per dare agli autori la possibilità di credere nei loro romanzi, e che ogni lavoro può sempre essere migliorato. Ma con lei non si sentiranno mai soli.

E… niente, come dicono i ragazzi d’oggi.

Ci troviamo in una festa di compleanno d’un amico. Uno direbbe, che c’è di particolare…

Insomma, sono parecchio confusa, tra musica disco, regeeton e rumori d’oggi che non riesco a capire, atenti, non quella d’una volta, ché per loro, quella odierna è buonissima come per noi era quella che ascoltavamo. Ma questa d’oggi,  per me e tenete in conto la mia precarietà nel udire, è carente di ogni tipo di consistenza, parlo dai ritmi, e per non allungarmi troppo, ai contenuti, in sostanza, le parole.

Sono rimasta troppo indietro, oramai, all’epoca nella quale, quella che ritenevo una semplice ” canzone”, pure essa aveva un contenuto da sminuzzare e trarne un messaggio. E nel frattempo gli anni son passati, in queste ultime decade ci sono state grandi cambiamenti,  non sarei in grado di dire se tutti sono stati positivi, un poco di fiuto mi dice in fondo, che non è andata proprio così.

Allora ci troviamo in una disgiuntiva assai complessa, soprattutto per quelli stremammente strutturati o fissati solo ad un tipo d’ideologia, il che genera rifiuto ed in conseguenza astio, verso un tipo di ” società ” che, dai più intransigenti, non viene nemmeno considerata e parlo puntualmente di persone che hanno deciso o capito che il loro sesso con il quale sono nati, non gli rappresenta agli adolescenti d’oggi, fino a quelli che arrivano, con vento a favore, a porto ” sicuro” scappando da orrori diversi ai nostri, perché, conveniamo, direi che non è  un momento molto appagante dalle nostre parti.

Torno alla festa; tarda serata, dopo piscina, adolescenti e bambini ormai scarichi, caldo da scoppiare, e pioggia che non si fa viva…

Vengo ripagata nella mia resistenza; un amico francese
del festeggiato, sotto il mio sguardo vigile, cosa stava combinando con prese e cavi d’elettricità vari? Abbassa le luci, inizia a creare una certa atmosfera e infine apre un astuccio di misure importanti. Tira fuori un luccicante e splendido sax, ed inizia; ci ha deliziato e ha saputo, tramite questo magnifico strumento, osservando ognuno di noi agli ochi,  ad evidenziare con diverse armonie, il nostro stato d’anima più profondo. Melodie ritmiche, altre un pò bohème, note da blues e non potevano mancare quelle del jazz.

Da fridalaloka.com
Da fridalaloka.com

Quindi, come dicono I ragazzi oggi… e… niente… è stata un fine serata fantastico. E non rassegnata ma bensì consapevole di dover convivere con la diversità che anch’essa, forse ha il suo perché.

Tua.

1 agosto, 2022.

Da:

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Maria Clausi: RIFLESSIONI SULL’ESSERE UMANO.

Maria Clausi: RIFLESSIONI SULL’ESSERE UMANO.

Questa mattina ho avuto una piacevole conversazione con un signore colto, intelligente, dotato di notevole profondità d’animo. 

Abbiamo riflettuto sul perché della necessità degli esseri umani di darsi delle leggi.

Io, da parte mia, sono giunta alla conclusione che le leggi in verità servono perché i popoli hanno bisogno di essere sottomessi ad un’autorità e hanno bisogno di essere costretti alla osservanza di norme codificate in ragione della durezza del loro cuore. In realtà, basterebbe il diritto naturale per garantire la pacifica convivenza tra gli esseri umani. 

Sant’Agostino diceva, infatti, che esiste un diritto naturale che Iddio ha impresso nel cuore di ogni uomo: la coscienza del bene e del male!

La necessità di norme che costringono alla loro osservanza nasce dal grande egoismo dell’uomo e dalla sua voglia di prevaricare sugli altri.

Da qui nasceva un’altra mia riflessione: ultimamente sto rileggendo l’antico testamento e sono giunta alla conclusione che l’umanità, nel corso dei millenni, è rimasta identica a sé stessa. Identici sono i sentimenti, identiche sono le relazioni umane, identici gli inganni …

L’essere umano ha cambiato le tecnologie, gli strumenti attraverso i quali determina la qualità della sua esistenza: alle caverne si sono sostituiti i grattacieli, alle carrozze le ferrari, ai messaggeri i telefoni cellulari. Ma il suo animo è identico a quello di millenni fa!

Ed allora sono giunta alla triste conclusione che dalla storia dell’umanità e da quella del singolo non scalzaremo mai odio, inganno, tradimento, egoismo, tirannia, invidia, gelosia …

L’unica cosa che il singolo individuo può fare è scegliere quotidianamente il bene anziché il male.

Il resto sfugge al suo controllo.

MC

Val d’Orcia e Bagno Vignoni (Siena), Dario Menicucci

Val d’Orcia e Bagno Vignoni (Siena)

La Val d’Orcia è un’ampia valle situata in Toscana, nella provincia di Siena, a nord ed est del monte Amiata e vicina al confine con l’Umbria. Attraversata dal fiume Orcia al centro, che le dà il nome, è caratterizzata da gradevoli panorami paesaggistici e da svariati centri di origine medievale, due dei quali molto noti come Pienza e Montalcino.

Albero caratteristico il cipresso, cibi e vini tipici i Pici, i salumi di Cinta senese, il Pecorino di Pienza, il Brunello di Montalcino e la nuova denominazione del vino DOC Orcia.

Comuni

I comuni che costituiscono il Parco Artistico Naturale e Culturale della Val d’Orcia sono i cinque comuni senesi di Castiglione d’Orcia, Montalcino, Pienza, Radicofani, San Quirico d’Orcia. Altri centri importanti sono frazioni dei sei comuni: Contignano, Monticchiello, Bagno Vignoni, Rocca d’Orcia, Campiglia d’Orcia, Bagni San Filippo, Vivo d’Orcia. Hanno parte del loro territorio nella Val d’Orcia, anche se non fanno parte del parco, Sarteano, con la frazione di Castiglioncello del Trinoro, e Castel del Piano in provincia di Grosseto con le frazioni di Montenero d’Orcia e Montegiovi. Moltissime aziende agrituristiche, case rurali e rocche con impervie torri si disperdono nell’isolato e tranquillo paesaggio. Ai confini della valle si trovano Montepulciano e

Chianciano.

Patrimonio dell’Umanità

La valle è anche un importante parco, naturale, artistico e culturale, e dal 2 luglio 2004 è stato riconosciuto patrimonio mondiale dell’Umanità dall’UNESCO, per lo stato di conservazione eccellente del panorama, così come prodotto da un’intelligente opera di antropizzazione, il quale ha avuto una notevole influenza su molti artisti del Rinascimento. La commissione ha così giustificato l’inserimento nella lista:

L’area naturale protetta

Alla protezione dell’UNESCO si somma la protezione italiana come Area Naturale Protetta di Interesse Locale (ANPIL) “Val d’Orcia” dal 1999, su una superficie di 18.500 ettari. In parte compreso nell’ANPIL si trova anche il sito di interesse regionale, proposto come sito di importanza comunitaria (pSIC), “Cono vulcanico del Monte Amiata” .

All’interno dell’area naturale sono da segnalare anche i celebri cipressi di San Quirico d’Orcia.

Cono vulcanico del Monte Amiata

Il cono vulcanico del Monte Amiata è caratterizzato da un paesaggio alto montano con matrice forestale continua. I principali elementi di criticità interni al sito sono:

Pratiche selvicolturali che inducono un abbassamento dei livelli di naturalità.

Presenza, sino alla vetta, di impianti turistici (soprattutto sciistici) e della relativa viabilità; ne conseguono elevati carichi turistici invernali ed estivi, l’antropizzazione e la frammentazione degli habitat, il disturbo alla fauna, l’inquinamento delle acque, la diffusione di piante appartenenti a specie o ecotipi non locali, con rischio di inquinamento genetico, e l’innesco di fenomeni erosivi.

Turismo

La Val d’Orcia è un territorio ad elevato interesse turistico grazie alle peculiarità storico-paesaggistiche nonché a borghi caratteristici come San Quirico d’Orcia e Castiglione d’Orcia. Particolarmente sviluppato è anche il turismo eno-gastronomico.

L’intera area è un’importante punto di transito per gli itinerari di pellegrinaggio che tutt’oggi ripercorrono l’antica Via Francigena. Da alcuni anni il territorio della Val d’Orcia è stato particolarmente valorizzato grazie alla riscoperta ed alla valorizzazione di un turismo particolare legato alla ferrovia.

Tramite la riscoperta di antiche linee storiche non più attive per il servizio regolare come l’Asciano-Monte Antico e l’esecuzione di treni storici a vapore, il territorio è stato reso ancora più fruibile e raggiungibile con un diverso approccio che vede appunto il treno come mezzo di trasporto utile alla valorizzazione del territorio ed alla salvaguardia di un patrimonio ferroviario ed architettonico altrimenti destinato all’oblio ed al deperimento.

BAGNO VIGNONI

E’ una frazione del comune italiano di San Quirico d’Orcia, nella provincia di Siena, in Toscana.

Il villaggio è situato in Val d’Orcia, nelle vicinanze della via Francigena. Le acque che sgorgano in questo luogo vennero utilizzate fin dall’epoca romana a scopi termali.

Monumenti e luoghi d’interesse

Al centro del borgo si trova la “piazza delle sorgenti”, una vasca rettangolare, di origine cinquecentesca, che contiene una sorgente di acqua termale calda e fumante che esce dalla falda sotterranea di origini vulcaniche. Fin dall’epoca degli etruschi e poi dei romani – come testimoniano i numerosi reperti archeologici – le terme di Bagno Vignoni sono state frequentate da illustri personaggi, come papa Pio II, Caterina da Siena, Lorenzo de’ Medici e tanti artisti che avevano eletto il borgo come sede di villeggiatura.

Le acque che fuoriescono dalla vasca termale si dirigono verso la ripida scarpata del Parco naturale dei Mulini; vi si trovano quattro mulini medievali scavati nella roccia che furono importanti per l’economia locale in quanto la perenne sorgente termale garantiva il loro funzionamento anche in estate, quando gli altri mulini della zona erano fermi a causa dei fiumi in secca.

Dario Menicucci

ORSANTI, di Franco Castelli

ORSANTI

Li chiamavano “orsanti”, ed erano girovaghi artisti di strada e suonatori ambulanti, specializzati nel fare spettacolo con animali ammaestrati. Erano i poveri precursori del circo zoologico; si muovevano a piedi o coi carri, esibendosi nelle grandi città in occasione delle fiere e giravano tutta l’Europa, ma di loro si sono trovate tracce anche in Scandinavia, in Africa settentrionale, nel Medio-oriente.

Le compagnie di orsanti addestravano per le proprie esibizioni anche scimmie, istrici, cavalli, pappagalli o cammelli, ma il pezzo forte era l’orso, il cui peso poteva raggiungere i 350 chili e una volta alzato sulle zampe posteriori, anche due metri di altezza.

Molti di loro provenivano dalle valli appenniniche incassate fra Emilia, Toscana e Liguria (a Compiano, in alta Val Taro, è allestito un “Museo degli Orsanti”).

Sono tante le attestazioni iconografiche di questa secolare arte e professione:

stampe romane di Pinelli

incisioni inglesi e russe,

un dipinto di Antonio Ligabue (che probabilmente aveva visto la scena in Germania), foto d’epoca novecentesche ecc.

Ma a me piace particolarmente la miniatura medievale finale:

Far ballare l’orso, va bene, ma far ballare una cinghiala che allatta… non è mica da tutti…!!

Stefano Galli pittore: Piccola vendetta

Piccola vendetta

Un colpo tremendo al petto mi ha scaraventato contro un muro; mi alzo, meno male non ho

dolori. Mi sarò sporcato l‘impermeabile, devo farlo spazzolare prima degli appuntamenti di oggi.

Eccolo là quel deficiente! La gente acquattata non sa essere lui quello che ha sparato in aria dopo

la rapina. La polizia è già qui. Eccolo, eccolo, è lui quello che ha sparato! Non mi sentite? Lo prendo

a pugni e calci ma non succede niente: come se non ci fossi. E’ tremendo: mi ha mandato, all’altro

mondo ! Con tutto quel che ho da fare, dovevi ammazzarmi proprio oggi e non posso nemmeno

vendicarmi finché sei carne, ma so ben io cosa fare: ti seguirò ovunque andrai tanto, prima o poi,

anche tu creperai ed io sarò lì, in attesa che l’anima sbigottita esca dal tuo corpo per darle un

sacco di botte.

https://www.artmajeur.com/…/15945565/piccola-vendetta

alessandriaonline: Leggere nuoce all’ignoranza – Cultura – Ambiente – Società – Territorio – La bellezza interiore salverà il mondo

Pier Carlo Lava – Social Media Manager

alessandriaonline

Leggere nuoce all’ignoranza – Cultura – Ambiente – Società – Territorio – La bellezza salverà il mondo

https://alessandriaonline.wordpress.com

DISSE LA VITE AL VITICOLTORE: “DAMMI DA BERE, MA RICORDATI CHE SONO ASTEMIA”, di Silvia Gario

DISSE LA VITE AL VITICOLTORE: “DAMMI DA BERE, MA RICORDATI CHE SONO ASTEMIA”, di Silvia Gario

La siccità perdurante in Piemonte, il caldo torrido e le temperature particolarmente elevate rispetto alla norma stagionale stanno mettendo a dura prova la produzione vitivinicola anche in Monferrato.

In questo 2022 stiamo assistendo a condizioni che non si vedevano da circa settant’anni, in cui il caldo torrido arriva dopo un inverno ed una primavera scarsamente piovosi.

In primavera la coltura della vite ha tratto giovamento dalle temperature più elevate rispetto alla norma: infatti la fioritura è stata molto anticipata. Ma tutto questo è andato oltre quando le piogge hanno continuato a scarseggiare e le temperature si sono innalzate troppo per questo periodo dell’anno.

I terreni risultano particolarmente asciutti, la vegetazione continua ad essere stentata ed in alcuni vigneti, soprattutto quelli esposti a Sud e di alta collina, si avvertono segni di sofferenza delle viti dovuti alla perdurante siccità ed alla disidratazione.

La preoccupazione principale, più che per il caldo, è legata alla mancanza d’acqua.

Dobbiamo iniziare a fare i conti con queste condizioni climatiche sempre più estreme e dobbiamo trovare il modo di accumulare l’acqua quando c’è, di recuperare le acque reflue oppure di prevedere di realizzare pozzi artesiani (con sistema di pompaggio ad energia solare) per irrigare con impianti a goccia.

Questa è l’irrigazione di soccorso: una pratica agronomica che, in annate molto calde e siccitose, contribuisce a migliorare la qualità delle uve, supportando il metabolismo delle viti, garantendo al vigneto l’indispensabile nutrimento, per cercare di mantenere adeguati i livelli produttivi o, in alcuni casi, per garantire addirittura la sopravvivenza del vigneto stesso.

Infatti un conto è il moderato stress idrico che la vite è in grado di sopportare ed un altro è la siccità perdurante accompagnata da temperature particolarmente elevate rispetto alla norma.

Una vite che soffre per mancanza d’acqua è uno spettacolo triste: dapprima smette di respirare attraverso le foglie, per limitare l’evaporazione della poca umidità rimasta al suo interno, poi inizia a perdere le foglie, infine abbandona completamente i frutti, che si disseccano. A questo punto, i danni possono essere irreversibili, fino a causare la morte della vite: per questo l’irrigazione di soccorso è non solo utile alla qualità delle uve, ma indispensabile alla sopravvivenza del vigneto.

https://www.linkedin.com/pulse/disse-la-vite-al-viticoltore-dammi-da-bere-ma-ricordati-silvia-gario/?trackingId=ss61To%2FgR2GPJ72oPJpiqg%3D%3D

VIE SILENZIOSE, di Giusi Caliri 

VIE SILENZIOSE

Posted on  by Giusi Caliri

Barcellona Pozzo di Gotto, 4 luglio 2022            

Succede di trovarmi catapultata nella piccola casa di Barcellona per un motivo di cui avrei fatto volentieri a meno. Il Covid -19 ha deciso per me e per i miei figli, prendendosi, senza ritegno, la gioia e la libertà di godere un po’ di vacanze estive, dopo la fine dell’anno scolastico.            

Per fortuna qualcosa d’inaspettato può sopraggiungere, cambiando umori e pensieri.          

Stamattina, ancora insonnolita, mi siedo fuori a prendere un po’ di aria fresca, e, esplorando con lo sguardo i dintorni, mi soffermo su alcune piante di garofanini. 

Immaginate, sul basso muretto di cemento che separa il giardino dal cortile, dei vasetti tondi e rettangolari riempiti con garofanini rossi screziati di bianco, viola, rosa e fucsia.        

È un’emozione intensa, che mi traghetta fra i ricordi dell’infanzia: “to gnanu”[1] di Pozzo di Gotto dove abitava mia nonna Peppa. Lei, era così premurosa con i suoi garofanini, così allegri, colorati, profumati, che ci ficcavo il naso per sentire tutto il profumo. I fiori di mia nonna erano inconfondibili, di rara bellezza, con quel fucsia scuro, che sembrava velluto pregiato, dentro pentole vecchie, secchi, e qualche vaso di terracotta.        

A distanza di tempo non sono riuscita più a trovarli con quel tocco di colore che li rendeva unici.        

E adesso ritrovo i garofanini che avevo lasciato l’anno scorso in estate.      Annaffiati, accuditi e rigogliosi.     

È mio padre, che fa e disfa nel giardino, che richiederebbe più ordine, e manutenzione, però i fiori sono lì, profumati, e per quanto in questo momento il mio odorato sia in tilt, ci sono e mi aspettano.         

Sono sentimenti che affondano nel profondo, sono parole che non portano più rancori, sono colori che ridanno gioia e pace… 

ma soprattutto mi ricordano che l’amore vero, come quello di padre e figlia, non ha bisogno di parole, ma di vie silenziose che solo loro sanno, e percorrono insieme, mano nella mano, per sempre.


[1] Lo spiazzo esterno di una o più case

Da Il Diario di Giusi

Racconti: RICORDI … Maria Clausi

Racconti: RICORDI … Maria Clausi

RICORDI …

Ci sono dei momenti in cui, d’improvviso, mi affiorano alla mente pezzi di vita passata.

Ricordo ad esempio la mia infanzia che ho trascorso in un vicolo stretto e, di sera, molto buio. Ero circondata da persone anziane, che mi affascinavano con i loro racconti.

Ricordo poi la mia adolescenza e la mia giovinezza che ho trascorso ai piedi di un convento diroccato, oggi ristrutturato.

Ricordo le tante risate fatte con i vicini di casa.

Forse la parte più bella di quella mia vita passata sono le grosse risate che facevo con le mie vicine. Ci divertivamo con molto poco: delle semplici passeggiate, due chiacchiere in strada le sere d’estate, i racconti fatti dai vecchi con il loro dialetto a volte arcaico …

Quella vita fa parte di un passato definitivamente archiviato, un passato irripetibile, un passato che non può più replicarsi: moltissime persone non ci sono più. 

Il ricordo delle risate si mescola all’angoscia per tutti coloro che sono morti.

Ripensando a quella vita mi sembra che io appartenessi ad un’altra dimensione. 

Domani la mia vita presente sarà passato: quello a cui oggi penso con nostalgia e angoscia. 

Forse le grandi risate sono le cose belle che ci rimangono perché quelle risate sono accompagnate sempre da piccoli momenti piacevoli.

Le cose semplici sono le più belle da conservare in memoria.

Le cose semplici sono piccoli pezzi di vita: una vita che scorre velocemente, che ha tempi diversi dai nostri pensieri.

Quando mi affiorano alla mente i ricordi, penso che nessun istante della vita debba essere sprecato e angosciarsi per cose inutili significa sprecare la propria esistenza. 

Occorre vivere intensamente ogni attimo della propria vita perché ogni attimo è unico e irripetibile. 

MC

La poetessa che parlava alle api

La poetessa che parlava alle api

Date: 19 luglio 2022Author: immapara

Emily Elizabeth Dickinson nota come Emily Dickinson (Amherst, 10 dicembre 1830 – Amherst, 15 maggio 1886) è stata una poetessa statunitense, considerata tra i maggiori lirici moderni.
I fiori e, in particolar modo, le api che si posano sulle loro corolle sono elementi ricorrenti nelle opere della poetessa americana Emily Dickinson.
Il regno della Natura è per la poetessa lo scenario che l’Invisibile ha scelto per celarsi e a tratti rivelarsi tramite quelli che la poetessa chiama i “Bollettini dell’Immortalità”. Delle circa 1800 poesie che Emily Dickinson ha scritto nel corso della sua esistenza se ne trovano circa un centinaio dedicate alle api. Quei piccoli esserini volanti e industriosi catturavano l’immaginazione della poetessa che vi trovava lo specchio più fedele di se stessa, l’allegoria più fedele di emozioni e sensazioni. Nelle opere della poetessa di Amherst i vivaci insetti ronzanti sono spesso paragonati a pirati, condottieri temerari, eserciti di soldati: non hanno quasi mai una funzione confortante, non evocano dolcezza o riposo, ma sono esseri deputati all’azione, alla costruzione, talvolta anche all’annientamento. Le farfalle volano sognanti, mentre le api, nell’immaginario della poetessa, marciano come un plotone di cavalieri pronti a conquistare tutti i fiori del giardino. Nella poesia di Dickinson tuttavia spesso le api non sono solo semplici api, percepite nella loro pura essenza animale. Gli insetti ronzanti si fanno allegoria di sensazioni ed emozioni inespresse, l’ape è generalmente utilizzata per rappresentare una “figura maschile” che domina una figura femminile, solitamente nascosta dietro l’allegoria di un fiore, spesso di una rosa. Se il rapporto tra gli impollinatori e le piante di cui si nutrono è fondamentale per sostenere i nostri ecosistemi, allo stesso modo l’ispirazione poetica era vitale per la poetessa. Viene definita non a caso: la poetessa impollinatrice. È naturale che proprio alle api, sue interlocutrici favorite, Emily Dickinson decida di confidare il presagio della morte. Annunciare la sua morte all’ape la renderebbe inevitabile, e spezzerebbe l’incanto del giardino, la sua terra promessa. L’ape è una creatura innocente che non conosce il trauma della sofferenza né il destino ineluttabile della morte: la poetessa quindi non ha il coraggio di infliggerle tale conoscenza che spezzerebbe l’incanto di una vita vissuta cogliendo l’istante, in un eterno presente.

Non l’ho ancora detto al mio giardino –
Perché potrei esserne sopraffatta.
Non ho proprio la forza ora
Di svelarlo all’Ape.
Non ne farò parola nella strada,
perfino le botteghe stupirebbero ch’io
timida ed ignorante come sono,
abbia l’audacia di morire.

*È naturale che una poetessa dall’animo sensibile come Emily guardasse con occhi attenti e sognanti i fiori e gli insetti del suo giardino. Singolare questo suo grande amore per le api, esse diventano quasi una personificazione del suo io poetico. Il loro incessante lavoro, la voglia di vivere l’attimo, quella forza che a lei spesso mancava, lo slancio quasi sensuale dell’impollinazione su cui fantasticava. Ed anche quando la depressione oscurava i suoi pensieri, al piccolo insetto si aggrappava a cercare l’invisibile filo che riuscisse a tenerla legata alla vita perché l’ape non conosce il vuoto della fine.

La Vitto

Da Frida la loka.

Era la nostra nonna ( però era mia), un mix d’ereditá di geni attraversarono l’oceano e tanti vocaboli erano un cocktail ben assimilato e naturale.

E così, tramandati  nel tempo. Mia nonna Victoria era un personaggio abbastanza particolare; robusta, massiccia,  pele bianca e sottile sembrava un velo di fina seta, segni d’incazzatura permanente tra gli occhi che difficilmente qualcuno gli si avvicinaba per farle uno scherzo. La Vitto era molto speciale. Si alzava presto, poco pretenciosa però quando si metteva qualcosa in testa non c’era neanche il miglior mediatore ad oggi che potesse farle cambiare idea.

La Vitto, prácticamente mi alevvò,  fra tante pentole e un curioso bracciere di ferro del quale, uscivano pasti e pietanze uniche. Cucinate s’un pentolone oppure talvolta direttamente sulla griglia, sotto c’erano le brace tenue, dopo aver preparato il carbone con degna maestria.

Quello che mi rimane ancora oggi in testa, sono i profumi degli impasti messi a cuocere per fare una “tortilla” di pane con un pò di grasso di maiale, esquisitezza che appena tolta dal braciere, ti bruciava fino al midollo e aveva la peculiarità di un fondo arrostito diventato nero. Que crocantezza.

Ma i pezzi forti di lei, non era soltanto la cucina, dentro o nel patio, pieno di verde…

Mi manca tanto, l’ha perse troppo presto…e penso a lei spesso, ogni volta che mi si avvicinaba una farfalla  bianca. Mi diceva: – ricorda, quando perdi una persona a te cara, tornerà a trovarti tramutata in una farfalla bianca; aveva ragione… e parlo con lei.

Da tenor

Tua.

21 luglio, 2022.



Sorella di sangue diverso

Da Frida la loka.

Tu, sorella, lontana da me.

Ci siamo perse semplicemente per lungo tempo, a un tiro di schioppo da mille avventure immaginate insieme; una vita abbiamo trascorso, diverse strade, diverse scelte, diverso tempo.

Che non porti il mio sangue ed io non porto il tuo. Eppure sei mia sorella…

Mentre, i nostri sentieri prendevano passi lontani e diversi. Ma nella mente, c’eri, al mio fianco ad abbracciarmi nei momenti di sconforto e ridere come due pazze scatenate, che siamo quello… due pazze…
Parlavamo alla distanza raccontandoci le nostre e avremmo avuto la voglia di condividere un tavolo, un rosso con due calici e perché no, qualche sigaretta.

E contemplare il nulla; silenzi che avrebbero fato la nostra compagnia unica.

Ci siamo ritrovate dopo tanto, e pure sembrerebbe non fosse passato neanche un secondo lontana da te.

Davanti a noi; un tavolo, calici, rosso rubino e tanto da dirci guardandoci agli occhi.

Di scelte ne abbiamo fatte, decisioni abbiamo dovuto prendere, talvolta inciampando, rimangiandosi le parole. Chiedersi, avrei potuto fare diversamente…

Nessuno l’ho sa, nemmeno noi.
Di certo è, che anche se l’oceano ci tiene lontane sei qui, accanto a me.

Tua.

13 luglio, 2022.

Dal web.