Racconti: “Tu non puoi giocare… vai a divertirti con le bambole!”, di Lorenzo Rossomandi – Scritti

“Tu non puoi giocare… vai a divertirti con le bambole!”

Erano passati tre anni da quella frase e ora Luca ne aveva sedici.

Ma quell’invito lo ricordava ancora. Era incisa nella sua memoria come una cicatrice.

Peggio di una cicatrice. Quest’ultima è un segno, un ricordo, ma difficilmente fa male dopo qualche mese.

Quella frase, invece, era ogni giorno sempre più dolorosa.

Era quella che gli aveva sbattuto in faccia la verità, il suo essere diverso, il suo non essere accettato dagli altri.

Ma cosa aveva poi di così diverso? Era gentile, non accettava di fare a botte per qualsiasi stupidaggine che accadeva in classe, non lo appassionavano le ricreazioni passate a scalciare una palla di carta e scotch nel corridoio, come facevano gli altri.

E tutta questa era la sua diversità? Eppure era così!

Le notti insonni, la vergogna di parlarne con qualcuno per non peggiorare le cose, lo stavano logorando.

Ogni notte, ogni santa notte.

In realtà, un giorno, trovò il coraggio di parlarne con Serena, la sua compagna di classe che viveva nel suo condominio. A lui piaceva Serena. Nata in Toscana, si era trasferita da poco a Milano. Ancora non lo conosceva, pensava, per quello lo salutava e ci parlava. Ricordava la sua espressione inizialmente stupita, mentre le spiegava che quando a scuola vedeva “lui”, sentiva come delle farfalle nella pancia. Poi quello stupore si trasformò in sorriso e poi quel sorriso si rivelò un sogghigno, poi la bocca di Serena pronunciò quella frase che lo distrusse dentro: “Ma te, allora, sei finocchio!”

Non ci parlò più con lei.

Anzi.

Decise di non parlarne più con nessun altro.

Ormai si era convinto: era anormale. Uno con dei problemi. Uno da curare.

Probabilmente il suo silenzio peggiorava le cose; i suoi genitori lo avrebbero potuto portare da uno bravo in queste cose.

Per farlo tornare “normale”.

Quel giovedì però fu una giostra di emozioni forti.

L’aria di quella mattina di giugno era già calda, la città aveva già preso vita e la scuola invece era finita. Il balcone era invitante e il dolore per l’ennesimo amore che sapeva di non poter vivere era troppo forte.

Ci aveva pensato tutta la notte. Non poteva continuare così. Tutto quello era uno strazio. Non si può vivere senza amore e non si può vivere senza essere accettati e amati dagli altri.

Era il momento di farla finita.

Quattro piani erano una garanzia per il risultato.

Era quella la cosa migliore da fare… chiudere gli occhi… contare fino a tre… uno… due…

Il cellulare squillò. Luca tenne ancora gli occhi chiusi incapace di decidersi se pronunciare il “tre” o rispondere al telefono.

Guardò lo schermo e vide che era Davide.

Perché lo chiamava? Non lo aveva mai fatto prima.

Rispose: “Ciao Luca…”

“Ciao Davide…”

Entrambi rimasero in silenzio per un po’… come bloccati.

Poi Davide ruppe gli indugi.

“Voglio uscire con te”.

Luca rimase di sasso. Non aveva mai pensato che Davide… insomma, non ci aveva mai pensato…”

Quel pomeriggio andarono insieme al “Milano Pride”.

Conobbero un sacco di persone, si lasciarono travolgere dai colori, dalla musica, dai sorrisi.

Non si misero insieme, ma insieme, da quel giorno, impararono ad accettarsi.

E quel balcone al quarto piano rimase solo un buon posto dove esporre i gerani.

Racconti: SOVRAPPENSIERO, di Gregorio Asero

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SOVRAPPENSIERO

A volte capita di abbandonarmi a pensieri di tenerezza e allora mi lascio andare con tutto il mio essere a meditazioni soavi, e prima che possa finire lo stato di abbandono, mi accade una strana cosa, come quando l’orchestra finisce di suonare una melodia e depone i suoi strumenti sul palco per una meritata pausa di riposo: vivo attimi di attesa eterna. È molto difficile seguire queste strane sensazioni per lungo tempo, perché la mia mente non riesce a concentrarsi fino in fondo, visto che, purtroppo o per fortuna sono un uomo comune, carico di tutti i suoi limiti umani.

Mi capita anche che, lungo il percorso della mia vita, incontri persone simpatiche con le quali chiacchiero spensieratamente e in allegria. Ma cosa sono le parole dette da estranei? Possono essere esteriorità senza senso se le paragoniamo alla poesia e all’arte in genere. Che senso hanno le parole che pronunciamo a iosa e a volte senza neppure dar loro importanza, rispetto a quelle che sono le manifestazioni intime della nostra interiorità religiosa, del nostro modo di intendere la pittura, la musica, la poesia?

A volte, senza voler peccare di presunzione, mi sembra di essere un angelo precipitato dal carro, che conduce in Paradiso, nella più insignificante e squallida realtà terrestre. Io dico che il poeta, l’artista in genere sono gli ultimi testimoni di una forma di vita che sta lentamente andando in disfacimento. E mi chiedo se la poesia e l’arte, non siano l’unico esempio di ciò che avrebbe potuto essere il nostro martoriato pianeta se non fosse esistita la forma del linguaggio parlato.

La comunicazione fra umani, e di conseguenza fra le varie anime, dovrebbe avvenire attraverso l’empatia fra due persone, o fra due popoli, o fra l’intera umanità. Ecco, quando si parla di comunicazione fra due anime è questo quello che penso: l’empatia. Purtroppo penso che l’umanità si stia incamminando fra altre vie, quelle dell’autodistruzione.

Gregorio Asero

Cosa è davvero importante?, di Davide Morelli

Cos’è importante?

È più importante un libro di poesie 

su un innamoramento non corrisposto?

Oppure un volume di aforismi?

Oppure un romanzo “sperimentale”,

per ciò che comunemente si intende 

per sperimentale in Italia oggi?

Oppure un saggio divulgativo di psicologia?

Oppure un volume di morale sessuale cattolica?

Oppure una tesi di un dottore di ricerca su Pessoa? 

Oppure una storia dell’economia?

Oppure una biografia di Dante?

Oppure un libro di barzellette di un comico?

Oppure un libro di satira politica? 

Oppure una silloge con cento epigrammi? 

Oppure un tomo sui paradossi della filosofia?

Oppure un saggio sull’esoterismo? 

Oppure un saggio di un critico letterario sulla neoavanguardia?

Oppure un saggio sul consumo critico?  

Oppure una raccolta di racconti di vita vissuta?

Oppure un’agiografia?

Lo scibile è un albero enorme

i cui rami sono infiniti. 

Poeti, letterati, scrittori, studiosi 

fanno un grande baccano.

Ognuno rivendica l’originalità e la bellezza

del suo libro e quindi la necessità della lettura.

Che poi i libri brutti e inutili 

sono sempre quelli altrui!

Così tutto deve essere pubblicato.

Poco importa se rimane invenduto.

C’è posto e spazio per tutti

o almeno così sembra.

Forse è una grande illusione.

Forse è già stato scritto tutto.

Restano solo piccole note a margine

e piccole variazioni su temi non originali. 

Faranno spazio a tutti.

Non vi affannate. Non vi accalcate. 

Non vi dimenate.  Non sgomitate. 

Niente colpi bassi ai colleghi.

Cos’è più importante?

Tutto e niente è importante.

Tutto e niente è necessario.

La risposta non la sapremo mai

almeno in questa vita,

per cui non vi considerate mai 

troppo importanti. 

L’importanza di un libro o di un autore

è spesso soggettiva e opinabile,

a meno che non si tratti di

mostri sacri universalmente riconosciuti.

I lettori possono fare a meno

dei vostri libri,

ma siete voi autori e i vostri libri

che non potete fare a meno di lettori

(può sembrare una chiusa scontata, 

ma l’altezzosità e lo snobismo di taluni

dimostra il contrario). 

Io nel frattempo vado a farmi un caffè 

e naturalmente lascio scrivere a voi

i vostri capolavori. 

LE COLAZIONI DI UN TEMPO, di Teresa Tropiano

LE COLAZIONI DI UN TEMPO, di Teresa Tropiano

C’era un tempo in cui ci si alzava  molto presto al mattino per recarsi al lavoro.

La colazione non era fatta di latte e caffè, biscotti, cappuccino e cornetti o cereali, corn flakes, muesli, yogurt (mio nonno direbbe : ciā sònde sti muchèminde)

 Soprattutto non si andava al bar a fare colazione poiché la vita era molto sacrificata soprattutto per coloro che dovevano lavorare nei campi, nelle fabbriche, nelle miniere,  o a mare, a pesca. Ci si nutriva con roba genuina: una fetta di pane fatto in casa con olio evo di produzione propria e pomodori appesi (rigorosamente pugliesi) frutta fresca e il tepore del caminetto acceso. 

Ecco…quel tempo vorrei tornasse per me che l’ho vissuto e tutt’ora mio padre che vive in campagna fa questa colazione sana e nutriente così come d’altronde molti contadini ancora che hanno la fortuna di vivere a contatto con la natura. Ad esempio da colazione con…â cjallèdde!

Teresa Tropiano 

Foto di Mimmo Guglielmi 

Buongiorno a tutti e buona, sana colazione

Valeria Bianchi Mian: AUTOBIOGRAFIA DEL NEMICO 

Valeria Bianchi Mian

Valeria Bianchi Mian:  AUTOBIOGRAFIA DEL NEMICO 

In questo scatto c’è il passaggio tra la mia giovinezza e l’età della ragione. Non trovai la Ratio e non il Lume che supera il luce tutte le Ombre. Semplicemente afferrai la trama che mi ha portata – avventure indicibili e mostri e creature – alla me che adesso cammina al centro dinamico delle sfumature.

Dal buio rimescolando estrarre inchiostro, cuocere a temperatura corporea, anima e spirito distrarre dalla lotta e fissare il volatile, e volatilizzare il fisso.

Questo il processo.

Ai lettori l’ardua sentenza.

Massimo Tallone ed io alla guida di un piccolo gruppo di alchimiste abbiamo fatto dello Zolfo atmosfere, del Mercurio parole, del Sale il senso. 

“Autobiografia del nemico” è un cofanetto di racconti nei quali troverai lo specchio della tua stessa psiche.

“Autobiografia del nemico” è l’autobiografia dell’incontro con l’inconscio. 

È farsi carico dell’Ombra junghiana.

Dell’Altro in noi.

L’antologia sta per andare in stampa con Golem Edizioni – ottobre 2022 – (grazie a Giancarlo Caselli)

“Autobiografia del nemico” è anche un corso, è scrittura-cura in collaborazione con la casa editrice. Il libro nasce dal corso e al corso riporta. Si riparte a fine ottobre. 

Vuoi partecipare alla prossima antologia?

Golem Edizioni e Scritturacura presentano

Autobiografia del nemico

Vi piacerebbe raccontare il vostro percorso in un libro?

Otto incontri preserali per esplorare le ombre che ogni autore/autrice porta in sé. Dal 24 ottobre 2022 a Torino in Piazza De Amicis 80/D, accanto alla Libreria Belleville Torino di Paola Tombolini (o online) con due docenti d’eccezione: Massimo Tallone e Valeria Bianchi Mian.

Alla fine del percorso gli allievi daranno forma ai racconti che verranno inseriti in un’antologia pubblicata da Golem Edizioni e che sarà presentata al Salone del Libro 2023.

Costo: 350€ (per iscrizioni entro il 15 settembre sconto del 10%).

Dodici posti disponibili ma affrettatevi… la vostra ombra è in agguato.

Per informazioni e/o iscrizioni info@golemedizioni.net

Racconti: IL CARRETTO, di Cinzia Perrone – Autrice

Racconti: IL CARRETTO, di Cinzia Perrone – Autrice

Camminavo con mio padre, quando all’improvviso si arrestò a una curva e dopo un breve silenzio mi domandò:

Oltre al canto dei passeri, senti qualcos’altro?

Aguzzai le orecchie e dopo alcuni secondi gli risposi: Ascolto il rumore di un carretto. 

Giusto, mi disse. E’ un carretto vuoto.

Io gli domandai: Come fai a sapere che si tratta di un carretto vuoto se non lo hai ancora visto?

Allora mi rispose: E’ facile capire quando è un carretto vuoto, dal momento che quanto più è vuoto tanto più fa rumore.

Divenni adulto e anche oggi quando vedo una persona che parla troppo, interrompe la conversazione degli altri, è invadente, si vanta delle doti che pensa di avere, è prepotente e pensa di poter fare a meno degli altri, ho l’impressione di ascoltare la voce di mio padre che dice: Quanto più il carretto è vuoto tanto più fa rumore…

Terraced Mountains — Phil Perkins Photography

Terraced Mountains — Phil Perkins Photography

Fantasy landscape digital artwork depicting several sedimentary, terraced mountains, with fog and a curving waterway passage. It looks great on a variety of products – posters, mugs, tee shirts, device cases, pet blankets, etc. – available in the following galleries: Redbubble Tee Public Pixels Society 6 ArtPal Sample products…

Recette n°8795: (Russie – légume) Patates douces à la russe — Mémoire de marmite

Recette n°8795: (Russie – légume) Patates douces à la russe — Mémoire de marmite

Pour 4 personnes: 1 kg de patates douces 25 cl ( 1/4 de litre) de lait 2 oeufs 2 cuillères à soupe de farine 3 cuillères à soupe de Maïzena (fécule) Facultatif: persil haché Huile de friture sel, poivre ………………………………………… Faire cuire les patates douces non pelées 25 mn dans de l’eau bouillante salée ……… […]Recette n°8795: (Russie – légume) Patates douces à la russe — Mémoire de marmite

https://yourborderline.wordpress.com/2022/09/06/recette-n8795-russie-legume-patates-douces-a-la-russe-memoire-de-marmite/

Fugacité CCXLIII — Lire dit-elle

Fugacité CCXLIII — Lire dit-elle

Photo Julie /Rouen vue de la côte Sainte-Catherine la poésie poussée sur les fleuves du doute déroute mon animal sincère ce soir une lame de lumière passe et repasse comme une consolation médite dans l’eau d’un moi profond pour redonner un corps vrai au paysage   Barbara AuzouFugacité CCXLIII — Lire dit-elle

Secrets de chaux et de sables — Lire dit-elle

Secrets de chaux et de sables — Lire dit-elle

Pyrgi / île de Chios le soleil aura caressé longtemps les cercles appliqués laissés par la main variable pour percer les secrets de chaux et de sable marin que chaque matin ravive au loin la mer affabule le jour s’éteint dans le voyage inversé du crépuscule où tremble désormais toute géométrie tout s’endort nous offrant […]Secrets de chaux et de sables — Lire dit-elle

Racconti: L’anziana donna sedeva sulla sua poltrona e pensava… di Lorenzo Rossomandi – Scritti

Photo by Ron Lach on Pexels.com

L’anziana donna sedeva sulla sua poltrona e pensava a ciò che non sarebbe più riuscita a fare nella vita. Il fisico la stava via via abbandonando e la dipendenza verso gli altri era sempre più marcata. Persino alzarsi per andare a fare un bisogno era diventata un’impresa da agonista puro. Si allungò appena per afferrare il libro sul mobiletto vicino a lei. La lettura era ciò che le rimaneva e che riusciva ancora a emozionarla. Vicino al libro trovò qualcos’altro che non si aspettava. Una scatola bianca con tanto di nastro rosso e un biglietto. Aprì la busta del biglietto e, incuriosita lesse il messaggio. C’era scritto semplicemente «Ecco la felicità». (Segue)

La ricca signora si svegliò la mattina con ancora un forte mal di testa. Non osava schiacciare il tasto per l’apertura delle tapparelle della finestra per timore che la luce potesse acuire ancora di più l’emicrania. I postumi della festa della sera precedente erano drammatici quella mattina. Alla fine si fece coraggio e cercò con la mano il telecomando sul comodino. Lo trovò, ma sentì anche qualcos’altro vicino a ciò che cercava. Una piccola scatola. La sorpresa le fece dimenticare il mal di testa. Fece entrare la luce, vide la scatoletta bianca con il nastro rosso e incuriosita lèsse il biglietto. C’era scritto semplicemente «Ecco la felicità». (Segue)

Lisa era disperata. A quattordici anni non era giusto soffrire così. Due genitori che le avevano pianificato la vita. Studio, amici, sport. Tutto era programmato. Ma la musica non era nei loro programmi. Quella musica che la faceva volare. Che le dava i brividi e la rendeva leggera. Decise di mettere in atto il suo piano. Fuggire di casa e partire per andare lontano. A Milano.

Aveva un amico lì, lo aveva conosciuto l’estate precedente a Riccione. Aveva 500 euro dei regali che i suoi parenti le avevano via via donato per le varie feste. Le sarebbero bastati? Non poteva saperlo, ma sicuramente le avrebbero consentito di acquistare un biglietto del treno di sola andata. Apri il mobile dove li conservava e la vide. Era una scatola con un fiocco rosso. Si fece seria e prese il biglietto. Lo aprì e lèsse: «Ecco la felicità». (Segue)

Anita non sapeva più quanti anni avesse. Non sapeva quanti gliene sarebbero rimasti. Non sapeva dove avrebbe passato quella notte che si preannunciava più fredda del solito. Il muro su cui era appoggiata aveva l’intonaco vecchio e immaginava che il suo cappotto recuperato qualche anno prima dal cassone dei vestiti per i poveri, si sarebbe infarinato un po’ da quella polvere. Guardava la strada e cercò di ricordarsi di che colore fosse. Ma non se lo ricordava. Erano anni che non si guardava neanche. Adesso pensava al suo cartone che la pioggia del giorno prima aveva irrimediabilmente rovinato. Si rattristò. Abbassò lo sguardo e vide che davanti a lei qualcuno aveva poggiato un pacco bianco con un nastro rosso e un biglietto sopra. Non poteva pensare che fosse per lei. Rimase un po’ a guardarlo aspettando che qualcuno tornasse per riprenderselo. Dopo un po’ si fece coraggio e per prima cosa prese il biglietto e lo lèsse: «Ecco la felicità». (Segue)

L’anziana signora aprì il pacchetto. Trovò una foto. Inforcò gli occhiali e guardo bene. Era sua nipote, in quel momento quindicenne che sorrideva gioiosa. Ma nella foto era più matura, splendida. Aveva una corona di alloro sulla testa e un libro in mano che doveva essere la sua tesi di laurea.

All’anziana signora vennero le lacrime agli occhi dalla felicità. «Adesso» si disse «potrei anche morire sapendo ciò che sarebbe successo».

Dalle dimensioni del pacchetto la ricca signora aveva già intuito tutto. Scartò senza entusiasmo il pacchetto e scopri al suo interno una custodia a lei familiare. Delusa dalla mancanza di fantasia del suo compagno, apri la custodia di quello che immaginava già essere il suo ennesimo anello con diamante, o rubino , o smeraldo, o qualsiasi altra noiosa pietra preziosa. Ed invece trovò un biglietto. La sua cara amica che non vedeva dai tempi dell’Università la stava invitando da lei. Avrebbero passato una splendida settimana assieme rivivendo i luoghi dell’Erasmus.

La donna si ritrovò a sorridere era felicissima.

Lisa scosse il pacchetto. Non senti alcun rumore. Sembrava assolutamente vuoto. Aspettò ancora qualche attimo poi, scrollando le spalle, si decise ad aprirlo. C’era un biglietto scritto a mano. Lo lèsse, era un contratto per l’acquisto di un costosissimo pianoforte e il modulo di iscrizione al conservatorio. Rimase sorpresa, i suoi genitori non potevano permettersi quella spesa. Poi pensò ai suoi genitori, alle domeniche senza ristorante da anni, a tutte le loro estati passate a casa mentre lei andava a Riccione con la nonna. Un nodo alla gola le bloccava il respiro. Ma era felice. Per il dono e per sapere di avere due genitori così.

Anita non ricordava neppure quando fosse stata l’ultima volta che aveva ricevuto un dono. Non sapeva neanche se fosse per lei. Ma finse di sì. Con calma iniziò a scartarlo. Si trovò davanti ad una scatola di cartone. «comoda» pensò «mi ci sdraierò sopra la notte. Aprì con cura la scatola e dentro ci trovò una pesante coperta di lana.

Quelle notti sarebbe stata al caldo.

Era proprio una donna felice adesso.

Breve e semplice annotazione su bestseller e romanzi in Italia…

Un tempo esistevano i bestseller (o best seller) all’italiana. Riuscivano a coniugare letterarietà ed evasione (come i successi di Salgari, Collodi, De Amicis) ad esempio negli ultimi decenni dell’Ottocento. Oppure nel Novecento riuscivano a creare un connubio tra letterarietà e impegno (come nel caso del “Il giardino dei Finzi-Contini”, “Il gattopardo”, “La ragazza di Bube”, “La noia”, “Il giorno della civetta”). Nell’Ottocento anche i romanzi di appendice avevano una loro dignità. Oggi molti bestseller (la maggioranza sono bestseller di consumo) sono frutto  di un mix di furbizia, marketing, ricerca grossolana di intrattenimento. Per diventare scrittori di successo nella maggioranza dei casi bisogna essere multitasking:  andare in televisione, fare molte presentazioni delle proprie opere, essere commerciali, pensare a un eventuale adattamento cinematografico, pubblicare con una grande casa editrice. Il rischio però in cui incorre un aspirante scrittore è sempre quello di diventare un personaggio pubblico senza essersi arricchito. Uno scrittore ad esempio che vende diecimila copie può essere noto ed avere tutti gli oneri del personaggio pubblico ma non gli onori e i guadagni. Per scrivere un bestseller bisogna anche farsi guidare dalla propria casa editrice e dal proprio editor. Non voglio con questo negare che per scrivere un bestseller ci voglia anche del talento e non voglio neanche fare una fenomenologia del bestseller. Esistono casi anche di bestseller nati con il passaparola. In generale i lettori italiani sono esterofili e spesso importiamo bestseller più che esportarli. Uno dei pochi a sovvertire questa regola è stato Umberto Eco.

Molti intellettuali snobbano i bestseller e con questi la cultura di massa. Gli intellettuali dovrebbero sempre analizzare i gusti del pubblico, anche senza essere studiosi di sociologia della letteratura. Forse non lo fanno a sufficienza. D’altra parte ci sono anche molti lettori, che pensano che i libri di Dan Brown, Fabio Volo, Federico Moccia, Susanna Tamaro siano dei capolavori.  Forse sbagliano entrambi. Forse oggi come non mai si può assistere al superamento di concezioni come quelle di cultura alta e di cultura bassa. D’altra parte non possiamo nemmeno affermare che la qualità di un’opera non coincide quasi mai con la quantità delle copie vendute perché oggi i critici letterari sono sempre più rari e i canoni estetici di un tempo si sono dissolti. Aveva ragione Arbasino: se dovessimo giudicare i ristoranti  dal numero di clienti le grandi catene di paninoteche sarebbero considerate i migliori ristoranti.  Bisognerebbe però, prima di acquistare un libro, chiedersi sempre se si cerca del puro divertimento oppure se si vuole un’opera che ci faccia riflettere e magari riesca ad aggiungere un tassello alla nostra ricerca del vero. Almeno questo….onde evitare delusioni. Personalmente tra un libro di nicchia e un bestseller io vi consiglierei di comprare un long seller (o classico).

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Il Pifferaio Magico: Il Macabro Mistero Medievale dietro una fiaba per bambini

Il Pifferaio Magico: il Macabro Mistero Medievale dietro una Fiaba per Bambini

Il “pifferaio magico” (o meglio “il pifferaio di Hamelin“) è una delle fiabe classiche più conosciute in tutto il mondo. Nonostante la sua grandissima diffusione sono in pochi ad aver approfondito la genesi di questa favola, probabilmente proprio per l’abitudine di considerarla innocua e priva di ogni riferimento alla realtà. La storia per bambini più recente (versione del 1857) ci racconta di un pifferaio che, giunto nella città di Hamelin, la liberò dalla piaga dei ratti con la promessa di una lauta ricompensa.

Quando la città fu liberata, gli abitanti si rifiutarono di pagare il pifferaio, che portò via tutti i bambini del paese, accompagnandoli in un luogo di gioia. 

La versione originale della fiaba del 1812 non prevedeva il lieto fine, e i bambini venivano portati in una caverna nella quale venivano chiusi per sempre. Solo un bambino, zoppo, riusciva a salvarsi dal rapimento, perché non in grado di tenere il passo degli altri.

Vari fatti

I fatti accaduti ad Hamelin il 26 giugno del 1284 sono la base per le classiche fiabe dei Fratelli Grimm descritte sopra, che sono tutt’altro frutto della semplice fantasia. L’iscrizione affissa nel muro di una casa della città di Hamelin, risalente al 1600 circa, recita:Anno 1284, nel giorno di San Giovanni e Paolo, il 26 giugno – un pifferaio con abiti variopinti adescò 130 bambini nati ad Hameln che furono persi al calvario del Koppen.

La targa racconta un fatto di cronaca che deve aver scosso la popolazione in modo devastante, la perdita di 130 figli della città a causa di un “pifferaio” che li portò a morire nel calvario del Koppen, sacrificati per una ragione sconosciuta. Particolarmente interessante notare come sia usato il termine “calvario” che sottintende sì al sacrificio ma anche alla sofferenza del percorso che ivi conduce.

La rilevanza e veridicità dell’episodio ci viene non tanto dall’iscrizione, realizzata oltre 300 anni più tardi, ma dalla vetrata di una chiesa, ubicata nella piazza del mercato, nella quale si nota la scena del pifferaio che spinge i bambini all’interno della montagna.

Terzo e ultimo riferimento all’episodio ancora presente nella città è il divieto assoluto di suonare musica nella via “Senzatamburi“, dove anche i cortei in festa che vi arrivano cessano immediatamente ogni suono.

Ma cosa è successo ai bambini di Hamelin?

Sono state fatte numerose ipotesi per spiegare l’episodio, da un’epidemia di peste sino a una migrazione di massa, ma sono poche quelle con un fondamento storiografico logico.Quale sia stato il destino dei 130 bambini di Hamelin risulta ancor oggi un mistero e, se non verranno trovati reperti archeologici come ad esempio le ossa dei bambini, è destinato a rimanere un segreto custodito dalle montagne tedesche.

https://wordpress.com/read/blogs/176787982/posts/892

Riflessioni: IL BISOGNO DI CONOSCENZA DELL’UOMO E LA FEDE: NEMICI O AMICI?, di Antonella Perrone – Autrice

IL BISOGNO DI CONOSCENZA DELL’UOMO E LA FEDE: NEMICI O AMICI?

Ulisse, eroe omerico protagonista dell’Odissea, è un personaggio moderno affamato di conoscenza e rappresenta l’aspirazione all’assoluto.

Ulisse può essere ritenuto exemplum dell’uomo dell’umanesimo, insofferente ai dogmi e ai limiti imposti dal divino, portatore di desiderio di sconfinare in nuove verità e raggiungere qualcosa di ignoto, certo che questo lo appagherà.

Ulisse si contrappone al modello dell’uomo medioevale, chiuso nelle sue certezze sul mondo e sulla divinità.

Lo stesso Dante, modello di uomo medioevale per eccellenza, mosso da un forte spirito religioso, interpreta la volontà di spingersi oltre i confini delle proprie possibilità, come un atteggiamento di follia, sfida ed arroganza. Nonostante ne riconosca le molte virtù, non esita perciò ad inserire Ulisse nella sua Divina Commedia, dove l’uomo viene punito nella bolgia dei consiglieri fraudolenti.

Nel canto XXVI dell’Inferno Ulisse si distingue nettamente dalle anime precedentemente incontrate nel cammino di Dante: a differenza di altri, non è esplicitamente consapevole del peccato commesso. L’evento tragico che lo caratterizza è il suo naufragio, episodio che il personaggio ritiene accidentale, ma che rappresenta invece il compiersi del volere divino di negare a un uomo la conoscenza che non ha il diritto di avvicinare del tutto.

L’episodio del naufragio ha quindi in Dante la funzione di monito verso tutti coloro che utilizzano l’ingegno per compiere grandi imprese senza essere appoggiati dalla fede. Lo stesso Dante ammette però che è proprio il desiderio di conoscere che caratterizza gli uomini: vivere privi di questo, porta l’uomo sullo stesso piano degli animali.

Anche lo stesso Dante compie un viaggio oltre i propri limiti: la differenza è che lui non è caduto nell’errore di seguire il suo desiderio senza affidarsi a una guida divina.

Racconti: TUTTO E’ RELATIVO, di Antonella Petrone – Autrice

TUTTO E’ RELATIVO

Come possiamo affermare che quello di cui siamo convinti è convinzione anche per gli altri?

Ciò che per una persona può risultare apprezzabile, per un’altra può non esserlo. Io posso apprezzare un libro che invece una mia amica potrebbe ritenere noioso. E si arriverebbe a divergenze sempre più forti se facessimo il confronto fra generazioni diverse che sono magari contraddistinte da esperienze, educazione e vissuti differenti che possono influenzare notevolmente una persona. Se per esempio un ragazzo ritiene

divertente passare la notte a ballare in mezzo al caos di una discoteca per ore intere, un anziano non lo tollererebbe mai e per di più potrebbe anche ritenerlo pericoloso e riprovevole.

Un altro esempio, forse il più significativo, ci è dato dalla classificazione fra ciò che è bello e ciò che non lo è. Infatti la bellezza è relativa e può variare a seconda di gusti, età, tradizione e anche nazionalità. Infatti capita spesso che ci siano divergenze sul valutare la bellezza di una persona, di un dipinto, di un edificio, di un abito.

Anche la felicità può variare a seconda di una situazione e dei sentimenti che prova la persona che la vive. Infatti se alcuni sono felici per una vittoria, altri saranno tristi perché quella vittoria è magari costata a loro una sconfitta.

Consideriamo quindi ogni aspetto che ci circonda nella vita di tutti i giorni relativo, in quanto non avremo mai un parere assoluto che ci accomuni su un argomento.

Ma se tutto è relativo, non è forse vero che anche la mia tesi lo è?

Racconti: IL BAMBINO CATTIVO E LA STACCIONATA, di Cinzia Perrone – Autrice

IL BAMBINO CATTIVO E LA STACCIONATA, di Cinzia Perrone – Autrice

Cinzia Perrone – Autrice

IL BAMBINO CATTIVO E LA STACCIONATA

C’era una volta un bambino che faceva tante cose cattive; questo bambino faceva arrabbiare tutti e a tutti arrecava dei gran dolori con misfatti e insulti.

Un giorno però il bambino cominciò a capire il male che stava facendo e ne provò dolore anche egli, così decise di diventare “buono”.

Andò dal nonno e gli disse: “Nonno come posso fare per diventare più buono?”; e il nonno, saggia persona, gli rispose: “Vedi quella staccionata laggiù? Ogni volta che fai un’azione cattiva andrai presso quella staccionata e con un martello ci metterai un chiodo.”

Il bambino all’inizio fu un po’ sorpreso da questo consiglio, poi però fece come gli disse il nonno.

Nonostante le buone intenzioni del bambino, i chiodi nella staccionata furono molti! Ma cominciava a diminuire la frequenza con cui il bambino inchiodava, fino ad arrivare al giorno in cui il bambino non ne mise neppure uno!

Allora il bambino andò dal nonno e disse: “Nonno finalmente non faccio più cattive azioni, ma ancora non mi sento buono!”, e il nonno disse: “Bene, ora vai alla staccionata e con questo cacciavite comincia a togliere tutti i chiodi che hai messo”; il bambino fece come gli disse il nonno.

Ci volle un po’ di tempo ma i chiodi furono tutti rimossi, il bambino tornò dal nonno e il nonno gli disse: “cosa noti?”, e il bambino:

“beh, ora al posto dei chiodi ci sono tanti buchi!” e il nonno: “Ecco, quello è il male che hai causato, a volte non basta non fare cattive azioni per sentirci buoni, dovremmo cominciare a togliere i “chiodi” dalla nostra staccionata e vedere quanto profondi sono i “buchi lasciati”, a volte capita che il tempo otturi quei buchi, altre volte quei buchi sono talmente profondi che nemmeno il tempo riesce a chiudere, altre volte ancora lasciamo lì quei chiodi senza volerli rimuovere”.

La coscienza è come la staccionata in cui quel bambino poneva dei chiodi; a volte non vogliamo vederla ma è lì che aspetta che tu tolga quei chiodi e che ripari il male fatto; ma è molto più facile martellare un chiodo che toglierlo.

Il cibo e i poeti, a tavola con Hemingway

Sin dalla sacre scritture, per poi arrivare alla Divina Commedia e a risalire la storia tutta della letteratura italiana, il cibo ha negli scritti un valore simbolico sempre diverso e una grande valenza emotiva: dal frutto primigenio delle Sacre Scritture ai formaggi della grotta di Polifemo nell’Odissea; dalla simbologia boccaccesca, fino alla carestia dei Promessi Sposi, sempre la letteratura e la poesia italiane hanno incastonato il cibo al centro di ragionamenti ben più complessi di un semplice ingrediente quotidiano.

NAPOLI

«C’è della poesia nel cibo, mentre è scomparsa da qualsiasi altra cosa, e finché la digestione me lo permetterà io seguirò la poesia», assicurava Ernest Hemingway, che i sapori della vita li conosceva, li amava davvero e ne gustò tanti. E, certamente, il cibo e il bere sono sempre stati elementi centrali di questo forte connubio. Ristoranti e trattorie, bar e caffè hanno rappresentato luoghi di incontro, ispirazione e conoscenza determinanti nei romanzi di Ernest, grande anche come divoratore di vita. Hemingway era un mangiatore (e bevitore) formidabile. Esplorava i cibi con lo stesso appetito con cui si appassionava ai luoghi. Amava  la trota fritta che andava a pescare da ragazzo e poi cucinava sul fuoco da campo nelle foreste del Michigan, e il filetto di leone ucciso personalmente nei safari in Africa, ma ci sono anche piatti italiani, francesi, spagnoli (come il baccalà di Pamplona, che Hemingway definì uno dei suoi piatti preferiti).

Racconto di Ernest Hemingway

Le trote nel fiume

Al margine del prato scorreva il fiume. Nick fu contento d’esser arrivato al fiume.
Attraversò il prato dirigendosi verso monte, i calzoni gli s’inzuppavano di rugiada mentre camminava. Dopo la giornata calda la rugiada era venuta presto ed abbondante.
Il fiume non faceva rumore. Era troppo veloce e tranquillo. Al margine del prato, prima di salire su un rialzo di terreno per piantarvi la tenda, Nick guardò nel fiume le trote che affioravano.
Venivano alla superficie per gli insetti che al calar del sole giungevano dalla palude posta oltre il fiume. Le trote saltavano fuori dall’acqua per afferrarli. Mentre Nick percorreva la stretta striscia di prato lungo il fiume, alcune trote. erano saltate alte fuor d’acqua.
Ora, mentre guardava il fiume, gli insetti dovevevano essersi disposti su tutta la superficie, perché in tutta l’acqua le trote si muovevano alla conquista del cibo.
Fin dove egli poteva vedere c’erano trote che saltavano, formando circoli su tutta la superficie
dell’acqua, come se stesse per piovere…

*Uno scrittore formidabile, coinvolgente, sensibile, con uno stile asciutto, senza fronzoli.
Bellissima la descrizione di queste trote che saltano fuori dall’acqua come se piovesse…
 

Viaggio nella Storia: Canossa, di Luciana Benotto

Luoghi, personaggi, fatti e leggende

di Luciana Benotto

Viaggio nella Storia: Canossa

Correva il 27 gennaio 1077 quando, davanti all’imponente maniero della contessa Matilde di Canossa, che in quei giorni ospitava papa Gregorio VII, si presentò l’imperatore Enrico IV. Egli andava a chiedere venia al pontefice dopo quanto accaduto alla Dieta di Worms, durante la quale, assieme ai feudatari a lui fedeli e a dei vescovi, aveva dichiarato di non riconoscere la nomina di Gregorio, fautore di una monarchia basata sul potere del clero, e quindi lo deponeva. Siamo nel periodo della cosiddetta Lotta per le investiture tra Impero e Chiesa.

Ma come mai il sovrano del Sacro Romano Impero, era giunto a una tale grave e pericolosa presa di posizione?

Per saperlo dobbiamo andare  a ritroso di qualche anno, ovvero nel 1059, quando il papa, che allora era solo il monaco Ildebrando di Soana, in un Concilio in Laterano, riuscì ad ottenere che l’elezione del pontefice venisse sottratta all’imperatore e riservata ai soli cardinali; e questo andava a scontrarsi con l’idea di potere di Enrico che, rovesciando quell’ottica, sosteneva invece che il conferimento delle cariche ecclesiastiche competeva a lui, in quanto la sua autorità gli veniva direttamente da Dio.20

Quella scomunica, fatto gravissimo per un sovrano, scioglieva però i sudditi dal loro giuramento di fedeltà e questo causò lo scoppio di una guerra civile tra i feudatari che lo sostenevano e quelli ribelli che lo contestavano. Ecco il perché del viaggio in Italia. 

A Canossa egli riuscì ad ottenere il perdono grazie alla mediazione della contessa Matilde, che consigliò all’amico pontefice di revocare la scomunica, ma per ottenerlo Enrico IV dovette però stare tre giorni e tre notti inginocchiato davanti al portale d’ingresso col capo cosparso di cenere, mentre imperversava una bufera di neve. Questo raccontano le cronache. E da allora “andare a Canossa” significa sottomettersi e umiliarsi di fronte a un nemico. Cosa resta oggi del luogo dell’incontro di quei due importanti personaggi?

Di quel grande castello posto sopra un’aspra rupe di arenaria bianca, che nel 1502/3 accolse pure Ludovico Ariosto nelle vesti di capitano estense, rimangono solo delle suggestive rovine. Tra le strutture riconoscibili ci sono: la cisterna scavata nella roccia che riforniva il mastio, i resti di un palazzo cinquecentesco e la cripta della chiesa di Sant’Apollonio, che nel 1116 fu abbazia benedettina. Parte dei materiali rinvenuti nel corso di scavi, sono custoditi nel piccolo e interessante Museo Nazionale realizzato all’interno di un fabbricato adiacente le vecchie mura castellane: un fonte battesimale romanico, ceramiche, cimeli matildici, capitelli ed epigrafi.

Al maniero si accede tramite un sentiero che risale a tornanti il versante occidentale della rupe, e che inizia non lontano dal parcheggio. Dalla sommità della rocca, nelle giornate limpide, si gode di un vastissimo panorama: a nord le Alpi, a sud l’Appennino e ad ovest l’alta rupe di Rossena, su cui sorge un altro castello della contessa, attualmente trasformato in ostello, e accanto al quale sta il caratteristico borgo sorto nell’XI secolo, ma oggi d’aspetto cinquecentesco. 

E della proprietaria del maniero, la contessa Matilde cosa possiamo dire? Che fu una feudataria potente, una donna che grazie alla sua intelligenza, scaltrezza e forza d’animo, visto che sopportò dolori ed umiliazioni, riuscì a dominare una vasta estensione territoriale a nord dello Stato della Chiesa, nonostante le donne a quell’epoca erano considerate molto inferiori agli uomini. Ma per saperne di più, vi consiglio di leggere almeno uno di questi tre saggi: La gran contessa di Edgarda Ferri, Breve storia di Matilde di Canossa di Paolo Golinelli e Matilde di Canossa di Eugenio Riversi

Orari di visita del castello e del Museo Nazionale di Canossa: mart. 10.00 – 17.00 tutti gli altri giorni 9.00 – 17.00. Chiuso lun.

Come arrivare

in auto: A1 uscita Parma, poi S.S. 9 fino a S.Ilario d’Enza, indi S.P. 513

in treno: Stazione F.S.  a Ciano d’Enza; collegamenti di autobus

Racconti: Un tintinnio di braccialetti, di Federica Sanguigni

Racconti: Un tintinnio di braccialetti, di Federica Sanguigni

Ella si annunciava così: un tintinnio di braccialetti che arrivava alle orecchie di Guido prima di quel taglio di capelli un po’ mascolino ma che lo intrigava in maniera pazzesca.

Ogni mattina, seduto al solito tavolino della solita caffetteria (non cambiava le sue abitudini da anni, ormai), mentre gustava il suo nerissimo e amarissimo caffè, Guido osservava la creatura arrivare. Prima erano i suoi braccialetti, appunto. Poi era la volta delle sue gambe (quante acrobazie faceva con quelle gambe, Guido, nelle sue fantasie a occhi aperti), quindi la mano che salutava con un cenno un po’ distratto il barman di turno, e infine la sua testa sbarazzina e sensuale. Immancabilmente, Guido cessava di bere il caffè, si perdeva in quella visione e la accompagnava con lo sguardo fino al tavolino appartato dove, rigorosamente da sola, la creatura si sedeva a gustare il suo cappuccino “pieno di schiuma, mi raccomando”, accompagnato da un soffice croissant con marmellata ai mirtilli.

Guido immaginava di avvicinarsi al suo tavolo, o di farle avere un biglietto su un vassoio (era all’antica, lui, un gentiluomo d’altri tempi), ma il rispetto e la scarsa audacia lo frenavano, rimandando al giorno successivo la coraggiosa azione.

Purtroppo, quel giorno non arrivò. Non per lui, almeno. E quando i braccialetti, tintinnando come sempre, annunciarono l’arrivo della creatura, Guido non era al solito tavolino a bere il suo nerissimo e amarissimo caffè. 

Un malore improvviso lo aveva colto mentre, in procinto di uscire per recarsi alla caffetteria, si era guardato allo specchio e si era reso conto che il tempo stava passando e che non ne rimaneva ancora molto davanti a lui. Preso il coraggio a due mani, era tornato indietro, si era seduto alla possente scrivania di mogano, testimone di tanti giorni trascorsi a scrivere le più belle pagine di romanzi divenuti poi best sellers. Aveva preso la stilografica più preziosa per scrivere il suo pensiero più intimo all’affascinante creatura che, di lì a poco, avrebbe ammirato al caffè.

Ma la penna si era bloccata a mezz’aria. Un dolore lancinante lo aveva colto di sorpresa, partendo dal torace e percorrendo tutto il braccio. La stilografica era caduta a terra senza far rumore, attutito dal soffice tappeto. 

Nulla, invece, era riuscito a coprire l’assordante tonfo che aveva fatto il cuore di Guido mentre si accasciava sulla poltrona morbida e un po’ consunta. Un cuore che aveva amato in silenzio. Un amore di cui, ormai, restava solo un biglietto immacolato che non era riuscito ad accogliere in tempo le emozioni più segrete di un uomo riservato e discreto.

Un gentiluomo d’altri tempi. 

(Federica Sanguigni)

Disegno di Laura Lauri

Racconti: La storia del povero cieco, di Cinzia Petrone – Autrice

La storia del povero cieco

Un giorno, un non vedente era seduto sul gradino di un marciapiede con un cappello ai suoi piedi e un pezzo di cartone con su scritto:

«Sono cieco, aiutatemi per favore»

Un pubblicitario che passava di lì si fermò e notò che vi erano solo alcuni centesimi nel cappello. Si chinò e versò della moneta, poi, senza chiedere il permesso al cieco, prese il cartone, lo girò e vi scrisse sopra un’altra frase.

Al pomeriggio, il pubblicitario ripassò dal cieco e notò che il suo cappello era pieno di monete e di banconote.

Il non vedente riconobbe il passo dell’uomo e gli domandò se era stato lui che aveva scritto sul suo pezzo di cartone e soprattutto che cosa vi avesse annotato.

Il pubblicitario rispose:

“Nulla che non sia vero, ho solamente riscritto la tua frase in un altro modo”.

Sorrise e se ne andò.

Il non vedente non seppe mai che sul suo pezzo di cartone vi era scritto:

«Oggi è primavera e io non posso vederla».

Morale:

Cambia la tua strategia, cambia prospettiva di osservazione, quando le cose non vanno molto bene e vedrai che andrà meglio.

Racconti: Le rane nel pozzo, di Cinzia Petrone – Autrice

Le rane nel pozzo

Questo racconto ci parla del potere delle opinioni altrui. Narra di un nutrito gruppo di rane che aveva l’abitudine di andare a divertirsi nella foresta. Cantavano e saltavano fino al tramonto. Ridevano a crepapelle ed erano inseparabili.

Un giorno, in una delle solite uscite, decisero di esplorare una nuova foresta. Avevano già iniziato a giocare, quando tre di loro caddero in un pozzo profondo che nessuna aveva notato. Le altre rimasero scioccate. Guardarono nel pozzo e videro che era troppo profondo. “Le abbiamo perse”, esclamarono.

Le tre rane nel pozzo tentarono di scalarne le pareti, ma era troppo difficile. Dopo appena un metro di arrampicata, ricadevano indietro. Le altre in superficie commentavano che ogni sforzo era ormai inutile. Come avrebbero mai potuto risalire un pozzo così profondo? Dovevano rassegnarsi. Ormai non c’era più niente da fare.

Due delle rane udirono i commenti e si arresero. Pensavano che le altre, in superficie, avessero ragione. La terza rana, al contrario, continuò ad arrampicarsi e a cadere, e dopo qualche ora riuscì a liberarsi. Le altre rimasero stupite. Una chiese subito, “Come hai fatto?” Ma la rana non rispose. Era sorda.

Racconti: La storia del povero cieco, di Cinzia Petrone – Autrice

La storia del povero cieco

Un giorno, un non vedente era seduto sul gradino di un marciapiede con un cappello ai suoi piedi e un pezzo di cartone con su scritto:

«Sono cieco, aiutatemi per favore»

Un pubblicitario che passava di lì si fermò e notò che vi erano solo alcuni centesimi nel cappello. Si chinò e versò della moneta, poi, senza chiedere il permesso al cieco, prese il cartone, lo girò e vi scrisse sopra un’altra frase.

Al pomeriggio, il pubblicitario ripassò dal cieco e notò che il suo cappello era pieno di monete e di banconote.

Il non vedente riconobbe il passo dell’uomo e gli domandò se era stato lui che aveva scritto sul suo pezzo di cartone e soprattutto che cosa vi avesse annotato.

Il pubblicitario rispose:

“Nulla che non sia vero, ho solamente riscritto la tua frase in un altro modo”.

Sorrise e se ne andò.

Il non vedente non seppe mai che sul suo pezzo di cartone vi era scritto:

«Oggi è primavera e io non posso vederla».

Morale:

Cambia la tua strategia, cambia prospettiva di osservazione, quando le cose non vanno molto bene e vedrai che andrà meglio.

Racconti: Le rane nel pozzo, di Cinzia Petrone – Autrice

Le rane nel pozzo

Questo racconto ci parla del potere delle opinioni altrui. Narra di un nutrito gruppo di rane che aveva l’abitudine di andare a divertirsi nella foresta. Cantavano e saltavano fino al tramonto. Ridevano a crepapelle ed erano inseparabili.

Un giorno, in una delle solite uscite, decisero di esplorare una nuova foresta. Avevano già iniziato a giocare, quando tre di loro caddero in un pozzo profondo che nessuna aveva notato. Le altre rimasero scioccate. Guardarono nel pozzo e videro che era troppo profondo. “Le abbiamo perse”, esclamarono.

Le tre rane nel pozzo tentarono di scalarne le pareti, ma era troppo difficile. Dopo appena un metro di arrampicata, ricadevano indietro. Le altre in superficie commentavano che ogni sforzo era ormai inutile. Come avrebbero mai potuto risalire un pozzo così profondo? Dovevano rassegnarsi. Ormai non c’era più niente da fare.

Due delle rane udirono i commenti e si arresero. Pensavano che le altre, in superficie, avessero ragione. La terza rana, al contrario, continuò ad arrampicarsi e a cadere, e dopo qualche ora riuscì a liberarsi. Le altre rimasero stupite. Una chiese subito, “Come hai fatto?” Ma la rana non rispose. Era sorda.

Racconti: IL BAMBINO CATTIVO E LA STACCIONATA, di Cinzia Perrone – Autrice

IL BAMBINO CATTIVO E LA STACCIONATA, di Cinzia Perrone – Autrice

Cinzia Perrone – Autrice

IL BAMBINO CATTIVO E LA STACCIONATA

C’era una volta un bambino che faceva tante cose cattive; questo bambino faceva arrabbiare tutti e a tutti arrecava dei gran dolori con misfatti e insulti.

Un giorno però il bambino cominciò a capire il male che stava facendo e ne provò dolore anche egli, così decise di diventare “buono”.

Andò dal nonno e gli disse: “Nonno come posso fare per diventare più buono?”; e il nonno, saggia persona, gli rispose: “Vedi quella staccionata laggiù? Ogni volta che fai un’azione cattiva andrai presso quella staccionata e con un martello ci metterai un chiodo.”

Il bambino all’inizio fu un po’ sorpreso da questo consiglio, poi però fece come gli disse il nonno.

Nonostante le buone intenzioni del bambino, i chiodi nella staccionata furono molti! Ma cominciava a diminuire la frequenza con cui il bambino inchiodava, fino ad arrivare al giorno in cui il bambino non ne mise neppure uno!

Allora il bambino andò dal nonno e disse: “Nonno finalmente non faccio più cattive azioni, ma ancora non mi sento buono!”, e il nonno disse: “Bene, ora vai alla staccionata e con questo cacciavite comincia a togliere tutti i chiodi che hai messo”; il bambino fece come gli disse il nonno.

Ci volle un po’ di tempo ma i chiodi furono tutti rimossi, il bambino tornò dal nonno e il nonno gli disse: “cosa noti?”, e il bambino:

“beh, ora al posto dei chiodi ci sono tanti buchi!” e il nonno: “Ecco, quello è il male che hai causato, a volte non basta non fare cattive azioni per sentirci buoni, dovremmo cominciare a togliere i “chiodi” dalla nostra staccionata e vedere quanto profondi sono i “buchi lasciati”, a volte capita che il tempo otturi quei buchi, altre volte quei buchi sono talmente profondi che nemmeno il tempo riesce a chiudere, altre volte ancora lasciamo lì quei chiodi senza volerli rimuovere”.

La coscienza è come la staccionata in cui quel bambino poneva dei chiodi; a volte non vogliamo vederla ma è lì che aspetta che tu tolga quei chiodi e che ripari il male fatto; ma è molto più facile martellare un chiodo che toglierlo.

ÉPHÉMÈRE, di Rebecca Lena

ÉPHÉMÈRE

 · di Rebecca Lena · in Racconti. ·

Ricordo il vitreo bulbo oculare di una volpe appena morta. Voragine muschiosa, sospesa nel nulla. 

Avevo provato a raccoglierla dalla sua zampa ossuta – scricchiolii di un corpo appena investito – ma scivolava fra le dita. La spostai a lato della strada, il muso ritorto pesava di assenza. 

Una carezza ultima gliel’ho voluta dare mentre un ragazzino, fermatosi anche lui, mi chiedeva se fosse ancora calda. “Funzionano anche loro come noi?” Disse, ma non sono sicura di aver inteso davvero il significato di quella domanda. “Bè, non è ancora fredda, forse è morta da una ventina di minuti”, provai a rispondere. 

Siamo noi ad attraversare le cose, il bosco. Tutto è bosco anche senza alberi.

E poi la notte, addormentata, ricordo di aver corso nel mio sogno e lei mi seguiva, quella volpe, saltava e correva fra gli alberi, vivace, ma non si faceva toccare. La persi quasi subito. Io delusa e sollevata tornai a casa. Spiai dall’oblò della mia roulotte tutta la notte. Osservavo il buio di cespugli sperando che si animassero all’improvviso. Volevo che tornasse da me. 

D’un tratto, al mattino, lei tornò, ma senza pelliccia: la vidi: traballante e spaesata. Solo un corpo nudo di donna, adulta, con un ventre, l’ombelico e i capelli crespi. La bocca era dipinta di terra fino al mento, una leggera peluria d’oro brillava su braccia e gambe. Le andai incontro e la baciai, quanto era morbida, esile. Rimase inginocchiata, inesperta nelle sue gambe, con la testa fra le mie mani, vicina al mio ventre. Toccai le sue labbra e le riempii di fiori, poi baciai la sua fronte e lei socchiuse gli occhi, forse addomesticata dalla sua nuova debolezza. 

Presto mi accorsi che il suo corpo era scosso da scariche irregolari e, quasi bruscamente, gli arti cominciarono a tremare. L’adagiai subito vicino ad una pietra e le strinsi la mano, lei soffriva senza emettere alcun suono, la gambe leggermente divaricate come a voler partorire. 

D’un tratto un tuono in lontananza lo vidi spaccare il cielo e lasciar filtrare una densa nube di cenere. Non sapevo che un universo aldilà avesse iniziato a bruciare. 

Il corpo di lei, tremando, cominciò a perdere contorno; incrociai le sue dita scure e mi accorsi di ciò che teneva stretto, una piccola pietra vitrea, muschiosa. La presi e la imbucai frettolosamente nella tasca. 

Il suo viso cominciava a scricchiolare. Tremolii di nervi, sabbia. Provai a baciare la sua bocca socchiusa ma la sentii sfaldarsi sotto la mia pressione, anche le dita si fecero sabbia. 

Vidi lo spacco del cielo che continuava a riversare cenere sulla valle. Mi voltai nuovamente ma di lei non rimaneva più alcuna forma. C’era una lieve piramide ocra accanto alla pietra. Lei era svanita, la mia volpe. Ed io seduta lì accanto, con la bocca polverosa.

Un boato terribile, d’un tratto: la nube avanzava e sapevo che avrebbe sparpagliato ovunque quella sua sabbia brillante. Feci per prenderne una manciata, ma fuggì.

Raggiunsi la mia roulotte, ero al sicuro. Scavai nel fondo della tasca per trovare quel piccolo oggetto che mi era scivolato fra le dita. Fuori la cenere infuriava tra gli alberi. Lo guardai da vicino e capii: era un bosco, un micro-bosco vivo dentro una sfera. Le punte minuscole dei suoi abeti fluttuavano, stormi di microorganismi esplodevano fra i rami. La accostai all’orecchio e credetti di sentir provenire un ronzio, un grido lontano. La strinsi fra le mani mentre fuori tutto si faceva buio.


Approfitto per ringraziare Maurizio Grasso per la bellissima recensione di Racconti della Controra.


 Racconti della Controra è disponibile su:

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COL VENTO, di Rebecca Lena

COL VENTO

 · di Rebecca Lena · in Racconti. ·

Il peso del petto, mi rifugio nei pensieri di spasmi di foglie, nelle macchie inaspettate dei lampioni.  Il vento. Tutto scuote, ma scavo una fossa nel suolo. Il buio e il pube del bosco, il mio bisbigliare assorbito da quelle foglie, insalivate; e lo sento: l’inumidirsi della parola nella deglutizione del vespro. La buca di terra è confortevole.

Vorrei occhi che possano nascondermi al moto delle cose.

Ma, seppellito il corpo a metà, forse mi preparo, immemore, alla separazione da quelle cose; l’allontanarsi, che è il progressivo aumento d’una distanza fra me ed un (s)oggetto qualunque, ad una velocità costante. Preferisco l’ombra solida e il non vedere, per poter delineare meglio qualsiasi cosa informe, che è il sentire. La forma della vacuità.

Gli spazi vuoti mi rendono leggero. Quei segni – che componevano il mio significare – riemergono e si spargono col vento. Forse divengo scrittura nuova, incomprensibile, per adesso.

 Racconti della Controra è disponibile su:

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Nimbus… da Frida la loka

Nimbus si preparano da tempo, radunandosi e preparandosi ad uno sciopero o rivolta, non saprei di preciso; che non può ni deve andare ad oltranza, si devono far vedere, si devono far sentire. Sonno pronte, cariche, gonfie di rabbia contenuta fin da tropo tempo. Era questione di tempo e si farebbero vive.

Non sono sole; un frastuono gli accompagna da dietro, come il “cacerolazo” che si fece sentire ovunque, da nord a sud, da est ad ovest, in un’ Argentina martoriata, violentata, saccheggiata impunemente; dove ogni utensile di cucina diventò strumento di protesta; mestolo di legno contro una pentola, due coperchi a modo di piatti in lata da scagliasi uno contro l’altro e far suonare il più forte possibile, d’un balcone, d’una casa, una, mile!!!

Ed il caos arriva, prima o poi, l’ultima goccia contenuta nelle buffe bolle di forma indefinita e d’un denso bianco, da il via, soltanto l’ultima goccia. Sembrerebbe inocua, ma non è da sola… sono tante, disperse dappertutto; questione di tempo e saranno finalmente tutte insieme e proclameranno ad alta voce, quello non dicono da tanto tempo.

Aspettiamo con ansia, questo momento di ribellione,  che bagnino le anime impure e avare; che trascini feroce la cattiveria umana; che lavi i peccati commessi di coloro che in nome di ” lesa umanità ” perpetra dietro le quinte spilorcie e  menefreghiste idee. Que non sono degni dell’acqua benedetta; acontententatevi con questa, ch’è già un gran dono.

Tua.
30 agosto, 2022.

http://fridalaloka.com

Racconti: Stefano iniziò ad odiare, di Lorenzo Rossomandi – Scritti

Stefano iniziò ad odiare.

Il momento in cui accadde fu quando si rese conto che i conti non tornavano più.

E quell’estate non avrebbe portato i suoi figli a Euro Disney.

Ci volevano troppi soldi.

Possibile che lavorando 8 ore al giorno, facendosi un mazzo cosí, dovesse imporre alla propria famiglia una vita di rinunce? Possibile che non fosse in grado di poter mantenere lo stesso tenore di vita che, invece, suo padre era riuscito a dargli?

In quel momento si sentì un fallito, Stefano.

Ma solo in quel momento.

Perché la sua mente non poteva accettare questa realtà. Il suo “ego” non poteva ammettere che fosse così.

Ascoltava i discorsi dei politici. Ascoltava le loro promesse, le loro rassicurazioni e si incazzava ancor di più. “Sono trent’anni che promettono, ma le cose vanno sempre peggio!”

Poi ascoltò quelli che anziché promettere, spiegavano.

E quelle spiegazioni avevano un senso.

Ovvero, davano un senso a ciò che gli stava accadendo e, contemporaneamente, lo scagionavano dal sentirsi un fallito.

Non era lui il problema.

La colpa era dei burocrati europei. Quelli ci vogliono annientare come popolo. La colpa era dei poteri forti, di coloro che hanno come disegno quello di distruggere la classe media per concentrare la ricchezza nelle loro mani.

La colpa era di quelli che continuavano a sprecare risorse per accogliere quei migranti, gente con un’altra cultura, un’altra storia, un’altra pelle, che non riesce ad adattarsi al mondo civile e vive di violenza e furti.

Avevano ragione quei politici che spiegavano tutto questo. Tutto adesso aveva una logica.

E, sopratutto, lui non aveva alcuna colpa.

E fu così che, quell’estate, Stefano cominciò ad odiare!

La triste favola di lady D, di Cinzia Petrone – Autrice

La triste favola di lady D, di Cinzia Petrone – Autrice

Cinzia Perrone – Autrice

La triste favola di lady D

Il 28 agosto 1996 venne ufficializzato il divorzio, dopo 25 anni di matrimonio, tra il principe Carlo e Diana. Con un bollo di 20 sterline e un timbro apposto da Mr. Robert West sul decreto che sancisce il divorzio n. 5029, la principessa Diana Spencer e il Carlo principe di Galles, erede al trono d’Inghilterra, pongono fine alla loro unione.

Si sposarono a 32 anni lui, appena 20 lei. La storia della maestrina d’asilo semplice e bella che avrebbe potuto diventare regina diventò una favola moderna. Arrivarono due figli, William e Henry. I fotografi seguivano ovunque la coppia reale. Ogni vestito, ogni gesto, ogni sorriso della principessa Diana era analizzato e finiva in prima pagina.

Presto però le cose presero una piega diversa. La ventata di nuovo portata a corte da Diana si infranse contro la rigidità della famiglia reale e contro il “fantasma” di un’altra donna”, Camilla Parker Bowles, amore di gioventù di Carlo, da lui mai dimenticata.

Il palazzo dorato divenne ben presto una prigione. I giorni di quella che presto sarebbe diventata semplicemente Lady D si trascinavano tra cerimonie ufficiali, viaggi di rappresentanza e la pressione della casa reale. 

Ma purtroppo come spesso accade, l’uccellino libero dalla sua gabbia non sopravvive…finendo per schiantarsi contro un destino avverso.

Racconti: NOSTALGIA, di Alessandro Prever

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NOSTALGIA

Sono troppo triste, ti prego, rimandiamo ancora una volta.

I tuoi occhi d’estate, sono pieni di mare.

Sei allegra, leggera.

Guardandoti, coi tuoi bimbi, mi sembra di vedere mia madre giovane, che parlava ai suoi tre bambini in un mattino di cinquanta anni fa.

E mi torna alla mente mio padre, che tornava dal lavoro, la domenica in quei giorni caldi di vacanza.

Sono troppo triste, ti lascio ai tuoi occhi, a tutto il tuo mare.

Oggi mio padre, come tutti i forti e i vincenti, a dispetto degli anni e delle malattie,lancia ancora il suo grido di battaglia, come il Generale lo lancia ai suoi soldati.

Come da bimbo, a lui va il rispetto che si deve alla resistenza e alla lotta, che si deve all’esempio continuo.

Ma anche l’affetto, a chi ti ha sempre dato sempre sicurezza, sapendo della tua fragilità.

Quanto a me, sono più simile al soldato morente, che in battaglia caduto in una pozza di sangue si sforza di morire intorno alle piante e agli animali.

Sono molto triste, ma tu, coi tuoi bambini, mi riporti indietro in un giorno di mare, in cui chiaccherando con mia madre alla Stazione, noi bambini aspettavamo mio padre.

Lo aspettavamo nei colori dell’estate, nei colori di tutto quel vento.

Noi bambini , aspettando alla stazione , riempivamo di colori le vacanze, riempivano di suoni ,il vento di Mistral.