Favole: “ JECHY LA FORMICA EVOLUTA “, Rosa Cozzi

Buongiorno !…

Per grandi e piccini, le favole più belle !…

“ JECHY LA FORMICA EVOLUTA “

In un prato fuori città , davanti a una bella casa rosa, c’era un albero di betulla, che nei giorni d’autunno incominciava a spogliarsi delle sue foglie come tanti altri alberi.

Ma questo albero ospitava da sempre una colonia di formiche operose, che con le loro zampine salivano e scendevano ininterrottamente giorno e notte per il suo tronco, portando sopra il loro dorso cibarie e facendo scorte per quando il gelido inverno sarebbe arrivato, impedendo di stare fuori casa ad ogni creatura.

In questa colonia c’era Jechy una bella formichina con due occhioni dalle ciglia molto lunghe e dai modi molto aggraziati.

Era una sognatrice, e sarebbe diventata un essere molto importante, ed era per questo che tutti i suoi amici la prendevano in giro.

Lei avrebbe voluto volare, e pensava sempre di escogitare il modo in cui poterlo fare.

Un giorno era seduta sull’unica foglia rimasta in cima all’albero, e pensierosa sospirava dietro il suo sogno, ammirando dall’alto il mondo sottostante, vedeva tante cose nuove, un cane che rincorreva un gatto, una gallina che raspava e tirava fuori dalla terra un lombrico con il suo becco, e pensò che se fosse stata sulla terra avrebbe fatto la fine di quel povero lombrico, e vide anche in lontananza un piccolo ruscello con la sua acqua cristallina che scorreva verso il mare.

Passava ore e ore a guardare il mondo, senza muovere una zampina per dare un aiuto e non si rendeva conto che gli altri dovevano faticare anche per lei.

Ad un tratto una folata di vento scosse forte forte i rami dell’albero , sembrava che fosse passato un uragano, e con forza si aggrappò ai bordi della grande foglia per non cadere.

Ma il vento persistette a soffiare, ed ecco che la foglia si staccò, e volteggiando nell’aria come un paracadute . Dapprima Jechy pensò che sarebbe precipitata e si sarebbe fatta molto male, ma la foglia continuò a volteggiare e lei stupita esclamò : << Sto volandooooo >> !…

Jechy un pochino spaventata ma non troppo, dondolava sempre aggrappata alla foglia, incominciava ad avere la testa che le girava e lo stomaco in subbuglio, anche perché le era caduta sulla testa una lunga paglia.

Gira che ti gira, dondola che ti dondola, finalmente la foglia si adagiò sull’acqua del ruscello, e la forza dell’acqua che scorreva veloce incominciò a trainare la foglia.

Jechy la formica ancora tutta stordita , e scombussolata da questa strana avventura , piano piano riacquistò la sua baldanza, e sentendosi pronta incominciò a navigare, servendosi della lunga paglia per remare.

Naviga che ti naviga, rema che ti rema, si ritrovo in una piccola rientranza dove l’acqua sembrava stagnare, Jechy pagaiando si accostò al bordo, e con un balzo approdò sull’erba.

Ed ecco che era diventata in una sola volta aviatrice volando nell’aria sulla foglia, e allo stesso tempo pirata sull’acqua.

Incominciò a lisciarsi e pulirsi le zampine, per farsi ammirare dagli amici, e pensava : << chissà quanta invidia ho suscitato >> !.

Si guardò intorno, ma non vide nessuno dei suoi amici con cui raccontare la sua strabiliante epopea, constatò con rammarico che si era stancata molto e pensò che questa avventura doveva condividerla con altri se voleva divertirsi.

Allora s’incamminò sempre speranzosa di arrivare a ritrovare la sua casa.

E si ripromise di cambiare il suo comportamento verso i suoi simili.

Sarebbe diventata una brava formichina e avrebbe lavorato molto a fare scorte anche per gli altri, l’unione fa la forza.

A stare da soli non c’era gusto, la vita é bella se si sa stare in compagnia. La solitudine rende tristi e toglie il sorriso . . .

di Rosa Cozzi

da “ LE DIECI FAVOLE PIU’ BELLE

DL.1941/ 633

I nonni, gli angeli custodi di ogni famiglia, Cinzia Perrone – Autrice

I nonni, gli angeli custodi di ogni famiglia

“Celebrare l’importanza del ruolo svolto dai nonni all’interno delle famiglie e della società in generale”. Con questo scopo, nel 2005, è stata istituita in Italia, con una legge apposta, la Festa dei Nonni, che ricorre ogni anno in una data molto speciale, quella del 2 ottobre, giorno in cui la Chiesa cattolica celebra gli ‘Angeli custodi’. I nonni infatti, nella vita quotidiana, per i nipoti e le famiglie sono, dei veri e propri ‘angeli custodi’.

I nonni sono il nostro passato, aiutano la famiglia nella crescita dei nipoti, rappresentano un bagaglio di esperienze, saggezza, valori e consigli che trasmettono alle generazioni future. “Ecco 10mila lire, ma non sprecarle”, “Mangia ancora un poco”, “Copriti, che fa freddo!”, “Ai miei tempi…”. Innegabile non avere nelle orecchie queste frasi. Quante volte le abbiamo sentite dai nostri nonni? Non c’è un numero preciso, certamente tante. Quello che è sicuro è che chiunque, riascoltandole, nella vita ha provato le 500leggendole.

I nonni spesso riescono ad avere confidenza con i nipoti più dei genitori, che certamente coccolano e viziano di più, per troppa bontà. Le nonne regalano poi deliziosi piatti di una volta, che sanno fare solo loro: la torta, la crostata, le tagliatelle, i ravioli.

“La generazione più giovane è la freccia, la più vecchia è l’arco”, diceva lo scrittore John Steinbeck.

Un tesoro familiare preziosissimo per piccoli e grandi, sempre pronti ad aiutare moralmente e anche economicamente la famiglia. Gentili, affettuosi, generosi, inclini ad ascoltare, accontentare e curare tutti i mali con la dolce medicina dei

baci e delle carezze. Per tutto quello che fanno, forse una giornata speciale per celebrarli non basta: ogni giorno in realtà andrebbero festeggiati.

Non ci resta quindi che dire: tanti auguri nonni e nonne!

Racconti: Ero in auto, guidavo e pensavo ai fatti miei, di Lorenzo Rossomandi – scritti

Ero in auto, guidavo e pensavo ai fatti miei.

D’un tratto vedo un gatto nero che, dal marciapiede della strada, decide di attraversare. E lo fa proprio davanti all’Opel Corsa che mi precede. Uno schizzo rapidissimo e, con due balzi, arriva al marciapiede opposto, fortunatamente sano e salvo.

Il tipo con la Corsa, nonostante il gatto fosse ormai passato, frena di scatto e si sposta sulla destra fermandosi. Non mi aspettavo questa manovra, ma avevo abbastanza distanza di sicurezza da permettermi di rallentare e scansarlo. Mentre lo sorpasso do un’occhiata al guidatore, senza un motivo valido, così d’istinto. Lo vedo guardarmi con un sorriso beffardo. In un attimo capisco: mi ha fatto passare perché, la presunta sfiga del gatto nero che attraversa la strada, me la becchi io…

Mi chiedo fino a quanto possa essere idiota la gente superstiziosa.

Finito il sorpasso guardo lo specchietto retrovisore. Vedo la Corsa rientrare nella carreggiata e…SPAM!

…andare a sbattere con la fiancata al furgoncino che la stava sorpassando e non si aspettava di certo quella manovra.

“Ma non doveva essere passata a me la sfiga?” Mi chiedo sorridendo, questa volta io, beffardo scuotendo la testa.

E se, a portare sfiga, sia il fatto di essere superstiziosi?

Quando il giorno al crepuscolo si svuota, di Nelly Sachs

“Quando il giorno al crepuscolo si svuota” di Nelly Sachs

Pubblicato il 31 agosto 2022 da culturaoltre14

Quando il giorno al crepuscolo si svuota

e il tempo non ha più immagini

e si uniscono le voci solitarie –

gli animali altro non sono

che cacciatori o cacciati –

solo profumo i fiori –

quando ogni cosa diventa innominata

come all’inizio –

scendi nelle catacombe del tempo,

che si aprono a chi è prossimo alla fine –

là dove crescono i germogli del cuore –

cali

nell’interiorità oscura –

sfiorando la morte

che è solo un passaggio turbinoso –

e nell’uscire

apri rabbrividendo gli occhi

gli occhi dove una nuova stella

ha lasciato il suo riflesso –

Nelly Sachs

( da Le stelle si oscurano, 1944/46 – trad. Ida Porena)

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ph Eleonora Mello

Nelly Sachs è una poetessa tedesca (Berlino 1891 – Stoccolma 1970). Figlia di un facoltoso commerciante ebreo, esordì con poesie e racconti, in seguito ripudiati, di tendenza neoromantica. Nel 1940, con l’aiuto della scrittrice S. Lagerlöf (cui aveva dedicato le sue Legenden und Erzählungen, 1921), si rifugiò con la madre in Svezia, dove poi prese la cittadinanza. Il trauma delle persecuzioni e della fuga provocò una rottura netta con le precedenti esperienze e l’avvio di una produzione lirica e lirico-drammatica nuova, in cui si fondono il destino personale e quello del popolo di Israele, ossessivamente evocati tramite un linguaggio immaginifico che si fonda su tradizioni antiche personalmente recuperate. La prima raccolta delle liriche della nuova maniera, In den Wohnungen des Todes, è del 1947. Seguirono: Sternverdunkelung (1949), Und niemand weiss weiter(1957), Flucht und Verwandlung (1959) e Fahrt ins Staublose (1961; trad. it. 1966), raccolta di tutta la lirica dal 1946, integrata dalle poesie più recenti. Non si discostano dall’opera lirica le “poesie sceniche” raccolte nel volume Zeichen im Sand (1962), fra cui il “mistero dei dolori d’Israele” Eli (pubblicato già nel 1951) e Simson fällt durch die Jahrtausende (1959). Postumo è uscito il volume di liriche Teile dich Nacht (1971). Nel 1966 le fu assegnato il premio Nobel per la letteratura insieme a S. Y. Agnon.

I prediletti del suolo e il loro significato: I Floghi, di Maria Rosaria Perrone

“I PREDILETTI DEL SUOLO E IL LORO SIGNIFICATO: I FLOGHI” di Maria Rosaria Perrone

Pubblicato il 30 agosto 2022 da culturaoltre14

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Il nome botanico è Phlox, la pianta appartiene alla famiglia delle Polemoniaceae, ed è originaria dell’America. I fiori sono in gruppi dai colori brillanti che variano dal viola ai vari toni del rosa, crema e rosso, alcuni sono bianchi screziati di rosa ed emanano un profumo piacevole. La fragranza di questo fiore e la bellezza erano particolarmente gradite alle Dame del medioevo, tanto che i cavalieri adornavano i loro vestiti con i flox durante le feste ed i ricevimenti. I menestrelli medievali raccontavano che il cavaliere usava lasciare il suo fiore, il flox appunto, alla dama con la quale aveva ballato e festeggiato durante la serata e per tale motivo il Flox nel linguaggio dei fiori è simbolo di complicità e intesa.

Un mio Haiku…

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Raccolgo fiori
rossi come passione
dolce l’intesa

 -Maria Rosaria Perrone-

“Una gabbia andó in cerca di un uccello”, Antonino Salsone

“Una gabbia andó in cerca di un uccello”

La frase che dà il titolo a questa breve riflessione è un aforisma che Franz Kafka scrisse tra il settembre 1917 e l’aprile 1918.

L’aforisma, oscillante tra i due poli dell’apodittico e dell’enigma, sembra possedere la lievità di un koan buddista.

Forse l’Autore ha voluto consegnarci un insieme di parole che vanno oltre il loro significato letterale e logico-sistemico, che costituiscono un vero e proprio simbolo da studiare e introitare nell’Io di ognuno. E il simbolo non ha una sola faccia, ma molte, spesso innumerevoli, forse infinite.

Io, nel simbolico aforisma kafkiano, vedo il tentativo dell’uomo bruto, del tiranno (che è la gabbia), di imprigionare la libertà, la quale è rappresentata dall’uccello, l’animale libero per eccellenza perchè vola sopra ogni altro animale di terra e d’acqua.

Gli uomini liberi alzano gli occhi al cielo per pregare, per ispirarsi, per riflettere, per ammirare l’infinito, per trovare la via, per volare verso lo spirito. Invece, i bruti, cioè coloro che hanno gli arti inferiori radicati nel fango della cattiveria e del bisogno materiale, unici loro dei, hanno un solo modo per perpetuare loro stessi o far perpetuare i loro simili: tarpare le ali all’uccello, costringerlo a scendere verso il basso per imprigionarlo o, nel peggiore dei casi, per assimilarlo e farlo divenire bruto.

E allora, per salvarsi l’uccello deve volare in alto, molto in alto, laddove gli uomini bruti non riescono neppure a guardare perchè i loro occhi sono miopi. E deve volare in stormo con gli altri uccelli perchè la gabbia, che è prigione per uno solo, subisce lo sgretolamento inesorabile delle pareti se si è in tanti.

Penso dunque che il grande scrittore boemo abbia voluto insegnare all’uomo libero di volare alto, altissimo, e di farlo assieme agli altri suoi simili. E di non avere paura della tirannia, ma di combatterla.

Racconti: I NANI E LA LORO OMBRA, Antonino Salsone

I NANI E LA LORO OMBRA.

Tutto è partito da Karl Kraus con il suo noto aforisma: “Quando il sole della cultura è basso, i nani hanno l’aspetto di giganti”.

Ne sono seguiti centinaia di proverbi con il medesimo significato, dei quali il più noto è: “Quando il sole è al tramonto, le ombre dei nani si allungano”.

Cosa significa l’aforisma è semplice: quando diffusamente la qualità e la cultura scarseggiano, allora anche chi non ha particolari titoli o meriti può sembrare un “gigante”, uno che vale molto.

Non v’è che un modo per evitare l’illusione: dare fiducia a chi conosce le cose, a chi le studia e le approfondisce, a chi davvero incarna le doti indispensabili di qualità e cultura, a chi può metterci la faccia a garanzia di sè e degli altri, a chi è in grado di compiere il servizio.

Ma anche il significato del proverbio “derivato” è chiaro: quando un leader rispettato e autorevole si avvia verso la fine del suo servizio o magari cade provvisoriamente in disgrazia, i nani (rectius, le serpi velenose che erano state acquattate nelle loro tane per paura anche solo di mostrarsi e che quando lo facevano erano pronte a simularsi come innocue bisce striscianti pronte a giurare “fedeltà” al potente di turno) pensano di essere diventati giganti solo perchè la loro ombra si allunga.

Ma sbagliano e si sopravvalutano perchè si tratta solo di un effetto ottico, ma non certo sostanziale.

E non sono neppure lungimiranti e prudenti perchè il sole, dopo la fase del tramonto, risorge sempre e inesorabilmente, tornando alto e splendente nel cielo e cosí donando la luce.

I nani (a scanso di equivoci, definisco cosí solo coloro che lo sono in spirito e in intelletto, non certo nel corpo) sono solo degli “ominicchi” e, in alcuni casi più gravi, anche dei “quaquaraquà”.

Racconti: Riflessioni sul senso della vita, Antonino Salsone

Riflessioni sul senso della vita.

“Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”. Luca 16,1-13.

Questa parabola a prima vista sembra quasi un elogio dei furbi e dei disonesti. Infatti dice: «il padrone lodò quell’amministratore disonesto».

Che cosa aveva fatto quell’amministratore?

Aveva regalato olio e pane ai debitori. Aveva rubato al suo padrone. Ma il padrone lo elogia «perché aveva agito con scaltrezza».

Il padrone (immagine di Dio) lo elogia non perché era stato disonesto, ma perché era stato scaltro. Non è quindi l’elogio degli imbroglioni, ma di coloro che si danno da fare.

Beati gli scaltri! Beati coloro che dopo aver sbagliato hanno il coraggio di ri-cominciare.

Trasformare uno sbaglio in opportunità. Ecco la pedagogia del Vangelo.

Il problema non sta nello sbagliare, infatti tutti nella vita sbagliamo. La vera risposta agli errori che facciamo è reagire con coraggio, tirando fuori tutte le nostre potenzialità. Bisogna rimboccarsi le maniche. Intervenire. Fare qualcosa. Non piangersi addosso, non cadere nei sensi di colpa. Uscire dalle lamentele e dai piagnistei.

Ma quali sono le cose essenziali, le cose importanti per le quali dobbiamo darci da fare? La parabola ci indica una strada preziosa: «Fatevi degli amici … Non potete servire Dio e la ricchezza».

Il Vangelo ci ricorda che le persone contano molto di più del dio-denaro, delle cose, del lavoro, dei nostri hobby. Le cose si possono comperare, le amicizie vere invece no, quelle si devono costruire.

Le relazioni sono come i fiori. Perché diventino belle, bisogna coltivarle. Farsi degli amici. Circondarsi di affetti. Coltivare relazioni profonde. Divenire Fratelli autentici.

Questo è ció che veramente conta nella vita.

Racconti: La zizzania e il grano, Antonino Salsone

La zizzania e il grano.

Il grande compositore Giacchino Rossini, ne “Il Barbiere di Siviglia”, fu geniale nel far cantare a Don Basilio l’aria principale:

“La calunnia è un venticello

Un’arietta assai gentile

Che insensibile, sottile, leggermente

Dolcemente incomincia a sussurrar …..”.

Tanti sono i Don Basilio che purtroppo incontriamo nella vita, suggeritori occulti di trame e infamie che aiutano gli altrettanto numerosi Don Bartolo a porsi da occulto ostacolo tra noi e i nostri desideri.

Nulla di male, ovviamente, se chi nutre desideri simili o uguali ai nostri agisce a volto scoperto e ha la fortezza di misurarsi. A questi “avversari” coraggiosi e leali va portato rispetto perchè loro lo portano.

Ma se invece essi si mascherano da Don Basilio e Don Bartolo e cercano di combatterci con l’insinuazione, con la maldicenza e, peggio ancora, con la menzogna, fabbricando accuse consapevolmente false e spargendo infamie per recarci danno e infamare la nostra reputazione, come reagire?

L’atteggiamento da adottare non è quello di raccogliere la zizzania, cioè di combatterla mettendosi sulla stessa lunghezza d’onda ed entrando così in un circolo vizioso che può solo danneggiare il nostro operato. Il giusto atteggiamento è quello di non darle credito, di non lasciarsi condizionare.

La zizzania ha il fine di farci perdere la rotta, di allontanarci dal nostro sentiero; compito nostro è non cadere in questa trappola, mantenendoci fedeli a noi stessi e continuando per la nostra strada.

Se poi il calunniatore non demorde, non ci resta che separare la zizzania dal grano: teniamo il seme buono e consegnamo senza tentennamento la calunnia e il calunniatore al giudice, che sa come trattarli e punirli.

IL POMO DELLA DISCORDIA – brevi riflessioni su un mito classico, di Antonino Salsone

IL POMO DELLA DISCORDIA – brevi riflessioni su un mito classico.

Il mito sul “pomo della discordia” è davvero affascinante: alle nozze di Teti e Peleo non venne invitata Eris, la dea della discordia, che per vendicarsi dell’offesa subita si presentò comunque al banchetto e gettò in mezzo agli invitati una mela d’oro da destinarsi alla più bella delle convitate.

Atena, Era e Afrodite, che litigarono fra loro ciascuna vantando la superiorità della propria bellezza, finalmente si accordarono affinché la dorata meraviglia fosse assegnata da un giudice imparziale, il principe troiano Paride. Il giovane scelse Afrodite e da quel momento in poi una profonda discordia divise le tre dee e portò alla rovina di Troia.

Il mito greco tratta la discordia, cioè il comportamento di chi, con subdola consapevolezza e unicamente per soddisfare i propri fini egoistici o della propria ristretta cerchia, o, peggio ancora, per saziare la famelica invidia che è innaturalmente provata da chi vive nell’odio verso chi vive nell’amore e nell’armonia, vuole dividere, disunire, smembrare, insomma vuole portare il contrasto.

La storia è maestra nel descrivere i tanti volti della discordia: nei tempi passati i regnanti usavano portare la divisione tra i nobili promettendo ai più poveri di spirito tra essi, diamanti, oro e argento, feudi sempre più vasti e titoli sempre più altisonanti. Filippo il Macedone e Luigi XI di Francia, ad esempio, facevano largo uso della discordia (quest’ultimo amava dire “diviser pour règner”). E i nobili non arguti e non illuminati ci cascavano, si dividevano e si combattevano. Così il regnante poteva continuare a regnare.

Persino la Chiesa e gli ordini cavallereschi facevano largo uso di porpore, tuniche, medaglie, grembiali e altri ammennicoli attrattivi per concupire l’ego del malcapitato e acquistarne docilmente l’accondiscendenza e la fedeltà.

La discordia, purtroppo, continua a serpeggiare tra gli uomini e conserva la sua forza corruttrice pure nel nostro tempo. Miete le sue vittime anche nelle famiglie, travolgendo i legami di sangue, di amicizia e di idee, dividendo i figli dai genitori e i fratelli dai fratelli, ingannando gli amici e facendoli divenire nemici.

Chi la porta lo fa con subdola consapevolezza per continuare a regnare, mentre chi la subisce non si accorge che si tratta solo di un misero pomo e di nient’altro.

Ma gli dei furono magnanimi e assieme al veleno crearono anche l’antidoto.

L’amore e la saggezza di Zeus donarono ad Ares e Afrodite una figlia, Harmonìa, la dea della concordia e dell’armonia. E di questo dono – antidoto l’Uomo, se vuole, può berne a sazietà. Così facendo può giovarsi dell’energia feconda che la dea effonde, può lavorare e plasmare la propria coscienza, può rendere il proprio animo insensibile al richiamo delle mortifere sirene, può difendere la propria dignità rifiutando il dono velenoso e, sopra a tutto, può restare unito ai propri compagni di viaggio (genitori, fratelli, amici, compagni di ideali) con i quali, sino all’arrivo della discordia, ha vissuto in pace, unità e amore.

Di fronte a una falange di Uomini legati tra loro da sentimenti granitici di unità e armonia la discordia nulla può ed Eris è destinata alla sconfitta.

Qualcosa di meglio della gioia, Franco Bonvini

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Qualcosa di meglio della gioia

 franco bonvini  Pensieri  24 agosto 2022

Certo che l’uomo è strano
quando deve restare vuol tornare
quando deve tornare vuol restare.
E intanto il posto più bello al mondo non lo si trova mai
che chissà dov’è o quand’è
forse è un abisso di stupore senza la paura di morirci dentro.
Qualcosa di meglio della gioia.

CAMPIONATO MONDIALE DEL PESTO, VINCE LA STUDENTESSA CAMILLA PIZZORNO

CAMPIONATO MONDIALE DEL PESTO, VINCE LA STUDENTESSA CAMILLA PIZZORNO

Sfidanti da ogni angolo del mondo, a trionfare è la genovese e più giovane della gara 

Camilla Pizzorno vince il Campionato

Frequentando il corso di giornalismo presso l’Università di Genova, ho avuto la possibilità di poter scrivere in prima persona articoli che trattano gli eventi più significativi della zona. Attrezzata di carta e penna, sono riuscita ad intervistare in esclusiva la vincitrice del Campionato Mondiale del Pesto. Con questo articolo voglio portarvi con me alla scoperta di tradizioni familiari e ricette segrete tra il profumo del basilico. 

Il pesto più buono del mondo lo prepara Camilla Pizzorno, 22 anni, studentessa universitaria di psicologia, residente a Pegli. È la terza donnae la ragazza più giovane nella storia a vincere il  Campionato Mondiale del Pesto Genovese, che è tornato dopo 2 anni di assenza, causa Covid. Camilla ha sbaragliato i cento concorrenti provenienti da tutto il mondo, sabato 4 giugno, sfidandosi a colpi di pestello nel Salone del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale. Hanno partecipato adulti, bambini e addirittura un robot, grazie al contributo dell’Istituto Italiano di Tecnologia: Robo Twin, caratterizzato da un sistema di movimentazione composto da due braccia robotiche dotate di mani poliarticolate e muscoli artificiali che per la prima volta nella storia si è cimentato con la preparazione della storica salsa genovese. 

Robo Twin

Si sono sfidati concorrenti provenienti da  Cambogia, Camerun, Giappone, Guinea, Messico, Moldavia e Stati Uniti, alla presenza di trenta giudici selezionati per esperienza, competenza e attivismo nel mondo del food e della promozione territoriale, e tanti illustri ospiti, ma i veri protagonisti sono i sette ingredienti “magici” uguali per tutti, un mortaio e il pestello. 

La più giovane concorrente in gara vince con due ingredienti segreti “lo faccio con amore e divertendomi”, dedicando la vittoria alla nonna che le ha insegnato da bambina la passione per il pesto genovese “ricordo ancora quando mi veniva a prendere a scuola alle elementari, mi portava  a casa e nella sua cucina preparavamo il pesto con il suo  grosso mortaio. La guardavo affascinata, rappresentava un momento per stare insieme”. 

Una tradizione di famiglia, tanto che il padre aveva già partecipato ad altre edizioni del campionato, nel 2016 e nel 2018, arrivando due volte secondo. Lei lo ha superato: “Adesso il pesto a casa lo farò solo io – ha detto al termine della premiazione – Qual è il segreto del mio pesto? I segreti non vanno mai rivelati”. Inattesa la vittoria dato che il mondo delle cucina non le appartiene, ma da vera genovese è cresciuta tra basilico e mortaio

Il “trofeo”

Il pesto è la salsa più conosciuta al mondo dopo quella al pomodoro – commenta il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti – non possiamo parlare di un semplice condimento ma di una bandiera non solo della Liguria ma del nostro Paese, perché all’interno dello scrigno del mortaio c’è il profumo e il sapore della nostra terra”. Il Campionato si svolge una volta ogni due anni e il vincitore viene selezionato tra i cento finalisti mondiali. Sarà dunque un compito importante per Camilla che diventa così la portavoce del pesto in tutto il mondo: “spero di adempiere questo ruolo al meglio” spiega emozionata, dovendo partecipare come giudice alle selezioni dei prossimi finalisti, una grande responsabilità rappresentando la Liguria e sopratutto Genova.

4 Pentole in Valigia

Ovunque tu vada, vacci con tutto il cuore

Uno sguardo sul Premio Vitulivaria

 

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Manca ormai poco più di un mese alla scadenza della settima edizione del nostro Premio letterario Vitulivaria e comincia a prendere forma la consistenza del numero di partecipanti, autori da tutta Italia che, nonostante l’incertezza del momento, dimostrano la loro attenzione, inviando le proprie opere. Il periodo che stiamo vivendo è senza ombra di dubbio molto particolare e ancora una votùlta mi piace ricorrere alle parole di Emily Dickinson “Accendere una lampada e sparire /Questo fanno i poeti / Ma le scintille che hanno ravvivato / se vivida è la luce durano come i soli.” Non avrei potuto trovare una frase più adeguata per indicare ciò che la poesia, e la scrittura più in generale, possa rappresentare in una condizione di provvisorietà e instabilità come quella che stiamo attraversando.

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Significativa la crescita che il Premio sta registrando, anche per il merito di aver introdotto la sezione dedicata ai libri editi di poesia, cosa che ha consentito agli autori di far conoscere più a fondo e in modo più completo il proprio universo interiore, rivelando chiaramente la bontà della scrittura e la sua funzione catartica. Tante sono infatti le sillogi poetiche che stanno arrivando da tutta Italia e si stanno rivelando tutte di ottima qualità e raffinatezza. Nei prossimi giorni approfondiremo i criteri valutativi che saranno adottati dai membri della giuria e illustreremo le varie fasi del Premio, che prenderanno il via subito dopo la scadenza fissata per il 30 ottobre prossimo. Ci sarà la possibilità di aggiornare tutti coloro che saranno interessati al Premio e di condurli piacevolmente alla serata conclusiva di premiazione.  Grazie al web è stato possibile attivare una rete che stabilisca un contatto attraverso i social e quindi, tramite i canali a disposizione, saranno offerti approfondimenti e utili dettagli sull’organizzazione e lo svolgimento del nostro concorso, con il supporto della nostra rivista culturale Cultura Oltre e del  canale YouTube Cultura Oltre.

Come sempre, non mi resta che augurare una buona scrittura a tutti!

NON POSSO FARE DOMANDE… SONO MUTO, di GF Maccaferri

NON POSSO FARE DOMANDE… SONO MUTO!

GF Maccaferri brevi storie senza morale 

racconto breve di Gianfranco Maccaferri

Sono muto, questa è la mia caratteristica da quando sono nato. Tutti, da sempre, mi chiamano “il muto”.
In realtà sarebbe bastata una piccola operazione quando ero piccolo e avrei potuto parlare come tutti. Ma io non avevo dei genitori, non li ho mai avuti e così il mio frenulo ha sempre tenuto la lingua quasi completamente attaccata sotto. So che sono capace di dire qualche cosa, ma nessuno mi capisce e così da piccolo ho smesso di parlare.
Mi ha allevato una famiglia che non è mai stata generosa con me. Probabilmente avevano un debito morale con i miei genitori e così mi hanno dato da mangiare e un letto. Ma non so altro.
Non potendo io fare domande, nessuno si è mai curato di fornirmi le risposte che avrei avuto bisogno di ricevere. Anche da ragazzo non ho mai potuto domandare spiegazioni, chiedere cosa era successo ai miei genitori, perché erano morti, perché io ero ancora vivo…
Non avendo frequentato le scuole non sono mai stato capace ne di scrivere ne di leggere, ho sempre solo potuto ascoltare.
Ho sempre dovuto ascoltare solo quello che gli altri volevano dirmi.
Non so quando e dove sono nato, non ho mai avuto un mio documento. Per tutti sono sempre e solo “il muto”.
Ero poco più che un bambino quando i miei genitori adottivi decisero di liberarsi dal mio ingombro: mi trovarono una sistemazione vicino agli scavi archeologici di Leptis Magna: solo una stanza e una capretta. Per vivere si erano accordati perché ricevessi qualche soldo aiutando a tenere pulita l’area archeologica.
Da quel giorno la mia vita è sempre stata ritmata dal calare del sole per andare a dormire e dalle prime luci dell’alba per alzarmi e andare a pulire quell’immensa e bellissima città disabitata che è Leptis Magna.
Conosco ogni pietra, ogni muro, ogni decoro di queste rovine che tanto tempo fa erano state abitate da oltre centomila tra romani e arabi. Io so che dell’area archeologica più della metà è ancora sotto la sabbia. Ricordo che a volte, per passare il tempo, mi mettevo a scavare e scoprivo sempre delle cose nuove.
Leptis è direttamente sul mare, così io ho iniziato a immergermi in quella enorme quantità di acqua sin dai primi giorni che mi portarono qui e ho imparato a nuotare bene, oltre che a pescare.
Mi ha sempre dato molta autostima cercare il pesce giusto e catturarlo, il riuscire a sfamarmi da solo. Comunque la gente che abita vicino a me è sempre stata generosa nel regalarmi qualche uova, un po’ di datteri, qualche chilo di farina, della verdura e soprattutto il tè.
Il direttore del sito archeologico era un uomo davvero bravo, sempre molto gentile con me, so che per cinquanta anni ha svolto questo lavoro. Adesso c’è suo nipote, Amhed, un giovane uomo davvero intelligente.
Quando c’è stata la rivoluzione contro Gheddafi, Amhed aveva molta paura che Leptis venisse usata come postazione militare perché, essendo un sito inserito nel 1982 nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco, poteva venire sfruttata come scudo contro i raid aerei della Nato: così dovemmo lavorare giorno e notte per nascondere i reperti del museo in un magazzino e ne cementificammo le porte.
Quando si presentarono degli ufficiali militari Amhed accampò ogni scusa: «Ci vuole il permesso dell’Unesco» oppure «Non ho più le chiavi». Giocò anche sulla superstizione dei soldati: trasportammo un sarcofago nel suo ufficio con i resti di una salma. Tutti dissero che era un luogo maledetto, da starne lontani.
Ma ciò che persuase i miliziani a non varcare i cancelli del sito fu la solidarietà delle famiglie che vivono intorno a Leptis Magna. Accorsero in tantissimi schierandosi davanti agli ingressi.
Di giorno e di notte, ad ogni ora ripetevano «Leptis non si tocca».
Fu emozionante per me vedere come tutta quella gente si metteva a disposizione, rischiando il carcere e la vita, per difendere l’enorme bellezza di Leptis Magna. Gente che sino a poco prima mi sembrava indifferente alla città romana, si dimostrò invece attenta e lungimirante: economicamente Leptis può essere come un pozzo di petrolio, ma con la differenza che non si esaurirà mai.
Era bello stare con la gente, in quei momenti tutti si sorridevano tra loro.
Anche se a volte la preoccupazione era tale che le donne correvano a casa con i loro figli e rimanevamo solo noi uomini a protestare.
Non era facile stare davanti all’esercito di Gheddafi perché quello era il potere, aveva sempre rappresentato le scelte giuste di un uomo che era considerato un eroe. Ma in quei giorni l’eroe era combattuto, altri lo sfidavano, chi avrebbe vinto? Nessuno lo sapeva.
Io avevo sentito infinite volte la storia del giovane eroe che era riuscito a mandare via dalla Libia gli americani, gli italiani, ma anche i francesi, gli ebrei, gli inglesi, tutti quelli che erano in questa terra per fare affari, mentre i libici erano davvero poverissimi.
Anche per me è sempre stato un eroe. Nessuno aveva mai osato tanto contro le potenze mondiali… e senza spargimento di sangue!
Non poteva che essere stato davvero un grande uomo, un ragazzo che a soli 27 anni aveva sfidato tutte quelle autorità. Ogni volta che ho sentito leggere la storia di quegli anni mi sono emozionato.
Quel ragazzo aveva vinto contro tutti, tutti gli stranieri erano scappati dalla Libia.
Ma con gli italiani lui è sempre rimasto amico, io lo so perché Leptis Magna è da sempre protetta, amata e curata da loro e ho visto tantissimi italiani venire qui a lavorare, a scavare, a riparare… Ma dopo quarant’anni anche Gheddafi veniva messo in discussione e proprio quelli che lui aveva cacciato a 27 anni volevano tornare a riprendersi la ricchezza e il potere.
Quei giorni di rivoluzione erano così diversi, così violenti, così confusi che io non capivo quasi nulla di ciò che accadeva. Io stavo con la gente del mio piccolo paese che difendeva Leptis Magna. Tanto per me, comunque fossero andate le cose, poco sarebbe cambiato ma la bellezza e la storia di questa antica città io volevo difenderla.
Anche io, preso dalla foga e dall’eccitazione di quei momenti, vissi intensamente la rivolta e mi ritrovai ad urlare e a gridare con tutta la forza dei polmoni i miei suoni incongruenti, che sapevo confondersi con lo slogan urlato dagli altri: «Leptis non si tocca»
Fu bellissimo quando una notte, improvvisamente tutti tacquero e solo la mia voce risuonò nel buio, di fronte ai fari dei mezzi militari. Non me ne accorsi subito e così continuai a urlare eccitato: nel silenzio assoluto, a modo mio, venivo ascoltato per la prima volta. Poi partirono gli applausi di tutti quelli che mi conoscevano e che mi erano intorno.
È stata l’unica volta in vita mia che sono stato al centro dell’attenzione di tutti gli abitanti. Tutti mi sorridevano e mi abbracciavano. Ho capito che mi volevano bene, che per loro esistevo e probabilmente sono sempre esistito in tutti questi lunghissimi anni.
Questa gente vive di poco, è gente semplice. Certo, si arrangiano come possono per guadagnare qualcosa dal turismo che Leptis attira, ma Gheddafi non ha mai amato questo sito archeologico, per lui era uno dei simboli di colonialismo, antico certo, ma sempre colonialismo. In quarant’anni che è stato al potere, Gheddafi non è mai venuto a visitare questi luoghi. Non ha mai dato dei contributi finanziari sufficienti per farlo vivere, per migliorarlo. Per fortuna molti stati stranieri si sono occupati di Leptis Magna.
Questa indifferenza dei libici per tanta bellezza mi ha sempre fatto pensare cose strane rispetto alla politica e alla religione della mia gente.
Ma non potendo fare domande… non ho mai avuto risposte ai miei dubbi.
Come non ho mai capito perché anni fa dei musulmani hanno distrutto la bellezza delle enormi statue dei Buddha nella Valle di Bamyan. Ascoltavo tutte le notizie e così ho scoperto che quelle statue erano state scolpite nell’arco di due secoli, prima ancora che il Profeta Maometto nascesse, scolpite da una civiltà buddista che prosperava in quel tratto della via della seta. Ma perché? Perché distruggere il passato, la sua grandiosità, il suo resistere al tempo?
Non potendo fare queste domande mi sono sentito solo e, davanti alla televisione, ho pianto di rabbia, di rancore verso l’ignoranza che mi ha perseguitato sin da piccolo.
Guardando le trasmissioni arabe satellitari ho scoperto che tutte le religioni dedicate a un Dio hanno, nei loro scritti antichi, l’ordine di distruggere i templi, gli altari, le statue delle altre religioni. Ma io penso che sono testi antichi, è come se io pretendessi di fare il bagno e i massaggi nelle terme che ci sono all’ingresso di Leptis… Il tempo le ha consumate e comunque non sono più funzionali. All’epoca erano giuste, magnifiche, ma duemila anni fa.
Ma allora perché anni fa dei musulmani salafiti hanno fatto saltare in aria le antiche tombe di Timbuctù, anche loro patrimonio mondiale dell’Unesco? Perché lo hanno fatto proprio a Timbuctù, la “regina delle sabbie”, la “perla del deserto”, la “città dei 333 santi”? Vuol dire che l’Unesco non conta nulla, e quindi che anche Leptis non è davvero protetta?
Ho sentito alla televisione che l’Unesco aveva avvisato che una città dichiarata nel 1988 Patrimonio dell’Umanità non doveva essere danneggiata. E poi avevano detto che, proprio per la guerra in corso, Timbuctù andava considerata “Patrimonio dell’Umanità in pericolo”. L’effetto è stato esattamente il contrario: i salafiti si sono messi a distruggere i mausolei proprio per dimostrare che loro potevano fare esattamente come gli pareva. Hanno detto in televisione che, siccome l’Unesco vuole immischiarsi nei fatti loro, mostravano di cosa erano capaci.
Io sono ignorante, lo so. Ho sempre solo sentito quello che gli altri mi vogliono dire. Non potrò mai avere risposte alle mie domande, ma i miei pensieri da quando guardo la televisione si sono aperti: ho avuto la certezza che tanti nel mondo vogliono bene alla bellezza della storia, come la gente che abita qui vicino a me, che ha difeso Leptis Magna. Dopo Gheddafi qui intorno sono passati tanti mezzi militari, anche macchine civili attrezzate come fossero in guerra, ma nessuno si è mai fermato a Leptis Magna. Comunque i miei pensieri sono solo miei e anche se in questi giorni non faccio altro che pensare al perché della violenza, ma so che non avrò risposte.
Io sono cosciente di non sapere molte cose e quindi quelli che distruggono i segni del passato sanno probabilmente delle cose che io non conosco, cose che nessuno mi ha mai detto o non hanno ritenuto importante dirmele.
Rimango alla sera davanti alla televisione molte ore, ascolto e guardo tutto e così continuo a complicarmi la vita. Ero davvero più felice quando non sapevo nulla, quando ascoltavo solo i racconti della gente vicino a me.
La mia vita era tranquilla come i miei pensieri.
È un po’ come il giorno che ho portato a casa mia un grande specchio. Riflettendomi mi ero accorto che forse ero bello, molto più bello di quasi tutti i ragazzi che conoscevo. Da quel momento complicai i pensieri che facevo su me stesso. Prima mi ritenevo insignificante, non mi ero mai posto domande sul perché le persone mi guardassero con espressioni prima di compiacimento e poi di compassione. Riflettendomi nudo allo specchio capii che forse era perché piacevo. E da quel momento la mia vita si complicò. Il sapermi bello è stato peggio che non saperlo. Uno specchio ha cambiato la mia vita e il mio pensare.
Iniziai ad andare all’hammam con un atteggiamento diverso, ero sicuro che qualcosa di positivo anch’io avevo. Certo nessuno mi parlava, anche perché credo che molti, sapendomi muto, pensavano che ero anche sordo. Gli sguardi di molti ragazzi mi davano piacere: avevo scoperto che anch’io ero ammirato per qualche cosa. Non potendo condividere nulla con le ragazze, nessuna si sarebbe mai fidanzata con me, l’hammam rappresentava il luogo in cui esprimevo la mia sensualità, certo in modo molto solitario.
Una sera, uscito dall’hammam, due ragazzi mi seguirono sino dove abitavo.
Non erano di Leptis, non li avevo mai visti.
Camminavano vicino a me e parlavano di cose che io non capivo ma mi sembrava molto eccitante come situazione. Per la prima volta ospitai dei miei coetanei in casa. Preparai del tè, ma oltre guardarli e ascoltarli non potevo essere di compagnia, anche se avevo mille domande da fare loro.
Ricordo che uno dei due si alzò e controllò che la porta fosse chiusa e poi coprì con la tenda spessa anche la finestra. Non spense la candela e nella poca luce vidi che si stava spogliando nudo. Anche l’altro, tra molte risatine, fece altrettanto.
Tra loro si dissero che “Tanto questo è muto, non potrà mai raccontare nulla a nessuno”.
Io gli volevo dire che se anche fossi stato capace di parlare, certamente non ero il tipo che andava a raccontare cosa avveniva dentro la mia piccola casa.
Furono entrambi a spogliarmi velocemente e sentii le loro mani dappertutto su di me.
I commenti mi rassicurarono rispetto alle loro aspettative.
Le sensazioni che provai erano uniche, difficili da spiegare, non avevo mai sentito delle mani sul mio corpo e io non avevo mai sfiorato un altro corpo nudo.
Ma io cosa cercavo? Cosa desideravo? E cosa doveva succedere?
Nessuno mi aveva mai detto nulla rispetto al sesso, all’amore, all’affetto.
Alla luce di una piccola candela ci furono carezze, ansia, stupore e poi anche del dolore.
Poi molto lentamente tutto si trasformò in piacere anche per me.
Quella notte sono convissute le esigenze di tre corpi che pretendevano di sfogarsi istintivamente, quasi brutalmente ma anche le finte resistenze degli stessi tre corpi che si sono sottomesse al desiderio degli altri.
Passate le prime frettolose situazioni in cui io mi ritrovai ad essere l’oggetto dello sfogo, i due ragazzi si rilassarono e senza pronunciare alcuna parola, tra sospiri e qualche lamento, si trasformarono loro in corpi disponibili a tutte le mie sperimentali pratiche amorose. Dopo alcune ore il nostro stare vicini divenne un sincero scambio affettivo, che io non conoscevo, non avevo mai assaporato, neppure immaginavo potesse essere reale.
I due ragazzi tornarono puntuali tutte le settimane per alcuni mesi.
Inizialmente capii che tra loro c’era un’amicizia speciale, dalla loro intimità intuii che per loro era abituale lo stare insieme per fare l’amore, per scambiarsi affetto.
Quando percepii che la mia presenza stava rovinando il loro rapporto era troppo tardi: uno dei due soffriva nel vedere e nel sentire l’intimità dell’altro condivisa con me in modo sincero. Probabilmente quel ragazzo capì che lentamente veniva escluso dal suo amico. Non si presentò più in casa mia.
L’altro ragazzo invece continuò a frequentarmi regolarmente.
Da solo con me era molto più affettuoso, più attento alle mie esigenze, più disponibile a raccontarmi le sue sensazioni segrete.
Le nostri notti erano sempre più dedicate agli aspetti affettivi, anche se il sesso rimaneva molto emozionante. In quelle ore i nostri corpi erano talmente aderenti che spesso confondevo il mio con il suo… non riconoscevo il mio battito del cuore dal suo.
In quegli anni la mia vita fu leggera, tutto mi appariva bello. Smisi di frequentare l’hammam. Mi bastavano le sue attenzioni, il suo dirmi che gli piacevo.
Anche lui con me era quasi muto, ma i suoi occhi e le sue espressioni mi facevano capire che era felice, quel ragazzo era felice di stare accanto a me.
Era generoso di carezze e di di baci. Voleva starmi vicino, appiccicato. I nostri corpi per ore restavano fusi tra loro.
Certo al mattino se ne andava ma il suo sorriso mi faceva stare tranquillo e sereno per tutta la settimana.
Alcune notti mi sussurrava all’orecchio che io ero la persona più bella che lui conosceva, che ero io il suo amore. Che mai mi avrebbe lasciato, che dovevo stare tranquillo perché lui sempre sarebbe tornato da me.
Dopo circa quattro anni o forse di più che settimanalmente veniva a trovarmi, non ne sono sicuro perché non sono mai stato bravo a contare il tempo… lui smise improvvisamente di venire a casa mia.
Io l’ho cercato ovunque, ma non sapevo dove abitava, in realtà non lo avevo mai visto in paese e quindi non avevo nessuna indicazione di dove poterlo trovare.
Tornai all’hammam molte volte al solo scopo di incontrarlo ma non lo rividi mai più.
Feci fatica a sentirmi di nuovo solo, senza affetto, senza sesso, senza baciare nessuno. Il contatto fisico dei nostri due corpi era il ricordo che più mi faceva piangere.
Capii che non era solo affetto quello che provavo per lui, la sua mancanza mi faceva stare male, troppo male per essere solo un sentimento di affetto. Compresi che era amore… o qualcosa di molto simile. Non avendo esperienze non potevo comprenderlo appieno.
Quando mi rassegnai a non cercarlo più, mi resi conto che ero triste… tutto intorno a me era cupo, senza significati importanti.
Dentro di me sentivo ancora ogni sera e ogni mattina la certezza della sincerità delle sue parole nel non avermi mai abbandonato… ma allora cosa gli impediva di raggiungermi?
Un giorno il capo villaggio mi chiese, come succedeva due o tre volte all’anno, se ero disponibile ad aiutarlo a pulire il cimitero. Fu una giornata faticosa passata a togliere gli accumuli di sabbia, le erbacce, riordinare e lucidare le lapidi.
Verso il fine pomeriggio vidi un uomo che stava accanto ad una tomba un poco isolata dalle altre, era distrutto dal dolore. Il suo bisbigliare mi aveva incuriosito e così iniziai a pulire le tombe prossime a quella. Quando dopo molto tempo si rialzò da terra e lentamente si diresse verso l’uscita del cimitero io andai a curiosare. Non ci trovai nulla di particolare, ma non sapendo leggere non capivo di chi fosse quella tomba.
Chiamai il capo villaggio e a gesti gli chiesi se mi leggeva la scritta incisa sulla pietra.
Invece di leggere iniziò a raccontarmi che la tomba era di un giovane uomo che risiedeva in un paese lontano circa venti chilometri e che era morto da circa quattro mesi per il morso di un serpente. Negli attimi prima di morire aveva chiesto al padre se poteva essere seppellito in questo cimitero. Il padre non conosceva le ragioni di quella richiesta ma comunque andò da lui per chiedergli la possibilità di seppellire qui il figlio.
A gesti lo supplicai di leggermi tutto quello che c’era scritto sulla lapide.
Quello che il capo del villaggio pronunciò distrattamente era il nome del mio amico, del mio amante, del mio amore, del mio unico pensiero.
Ricordo che crollai a terra in ginocchio. Mi mancò il fiato, non riuscivo a respirare. Poi lo stomaco iniziò a contorcersi sino a provocarmi dei dolori atroci. Ma io rimasi li, immobile, muto. In quel momento volevo morire anche io.
Presi per il braccio del capo del paese e gli feci capire che lo spazio accanto a quella tomba era mio. Che io volevo essere messo lì, che io avrei pagato per essere sotterrato li.
Ovviamente non capiva le ragioni ma visto lo stato pietoso in cui mi ero trasformato, mi assicurò a parole che la terra accanto a quella tomba era a mia disposizione.
Mi resi conto che il nostro era davvero amore. Solo questo poteva essere il motivo della sua richiesta di farsi seppellire nel cimitero del mio paesino. E io volevo morire e stare sempre accanto a lui.
Rimasi li tutta la notte e alle prime luci dell’alba, sentendomi ancora vivo, iniziai a urlare con tutto il mio fiato, non volevo smettere, non potevo.
Probabilmente svenni perché non ricordo nulla di quella giornata oltre il mio urlare…
Ricordo che solo alla sera decisi di salutarlo e tornare nella mia piccola casa.
Dopo tutto quello sfogo, quello straziarmi, quel buttare fuori da me il dolore assurdo che sentivo dentro, lo salutai baciando quella pietra e quella sabbia che lo ricopriva.
Tornato a casa mi sentivo desolato, certo, ma con una calma interiore che mi ha permesso di vivere il tempo serenamente.
Un tempo sospeso nella tristezza del mio amore che fisicamente non mi amerà più.
Oramai saranno passati dieci anni ma io, tutti i fine pomeriggio, lo passo a trovare e, con la mia voce e i miei versi che lo facevano sempre sorridere, gli racconto dei miei pensieri, ciò che sento dagli altri, quello che mi è capitato, cosa farò l’indomani… vivo la triste gioia che per lui, e soltanto per lui, non sono stato solo “il muto” di Leptis Magna.

una lettera che non partirà…

una lettera che non partirà…

09venerdìSet 2022

Posted by poetella 

 mio caro, mio da sempre e per sempre amato,

come dici? Non da sempre? E invece sì. Sì, perché da sempre ho amato, nel mio immaginario [e temuto utopico, e invece no], uno con la tua sensibilità, la tua eleganza, la tua coerenza, la tua vivida intelligenza, la tua creatività senza confini, senza confronti, senza freni, mai freni tula tua travolgente spudorata, barocca  sensualità manifesta in ogni  gesto, in ogni sfera, in ogni opera, in ogni parola, in ogni atto, per non parlare poi,

last but not least,

della tua disarmante bellezza, che, mio caro,

avrebbe fatto crollare le mura di Gerico.

ma dicevo, mio caro, mio da sempre e per sempre amato, 

ieri stavo rileggendo Seneca, ma sì, le Lettere a Lucilio, e ho trovato

una  frasetta che ho cerchiato.

Te ne parlerò dopo, comunque.

Non prima ovviamente d’averti raccontato

lo stupore felice nel vedere, era poco dopo l’alba, in balcone, che la rosa rosa, ma anche la gialla e quella blu magenta di cui non ho ancora visto il fiore ma deve essere stupendo, beh, stiano tutte rifiorendo come fanciulline a primavera.

E che bello starsene in  balcone con questo clima finalmente mite

e una ritrovata voglia di fare che il caldo orribile dell’estate ormai

alle spalle non stronca più.

ma sì, mio caro, mio da sempre e per sempre amato

Seneca. Dovevo dirti di Seneca. Ora ti dico. Questa la frase:

“Cesserai di temere se cesserai di sperare”

E, nel leggere, ho aggiunto, tra me e me, e cesserai di soffrire.

Proprio così. Difatti non soffro più. Quasi.

(by poetella)

Scrivilo per me, di Cinzia Perrone – Autrice

Scrivilo per me

Molte volte sento l’espressione, forse qualche volta l’ho detta anch’io, “scrivo per me stessa “.

Condizione che può essere anche veritiera, ma che cambia sostanzialmente le cose quando si inizia a pubblicare, perché in quel caso si inizia a scrivere anche e in qualche caso soprattutto per gli altri.

Infatti la riuscita di un buon libro sta proprio nell’efficacia dei rapporti fra autore e lettore. È quindi necessario comprendere il processo che mette in relazione chi scrive e la sua opera con il mondo circostante, cioè individuare con estrema precisione il destinatario dell’opera stessa.

Come suggeriva John Steinbeck, può essere utile rivolgersi a una persona, reale o immaginaria, e scrivere soltanto per lei.

the essence of beauty is that quality of sensitivity

#the essence of beauty is that quality of sensitivity

Pubblicato da taniapizzamiglio

Probabilmente non vi capita spesso di essere in mezzo alla natura.
C’è questo mare meraviglioso, ma voi non siete in relazione col mare.
Lo guardate, magari ci andate a fare una nuotata, ma non avete il senso di questo mare con la sua enorme vitalità ed energia, la bellezza delle onde che si infrangono sulla costa, non c’è nessuna comunicazione fra quel meraviglioso movimento del mare e voi.
E se non siete in relazione con questo, come potete esserlo con qualcun altro?
Se non percepite il mare, la qualità dell’acqua, delle onde, della grande vitalità della marea che sale e scende, come potete essere consapevoli o essere sensibili alla relazione umana? Vi prego, è molto importante comprenderlo, perché la bellezza non è soltanto nella forma fisica, l’essenza della bellezza è quella qualità di sensibilità, la qualità dell’osservazione della natura.
Jiddu Krishnamurti, filosofo indiano

It is probably not often that you are in the middle of nature.
There is this wonderful sea, but you are not related to the sea.
You look at it, maybe you go for a swim, but you don’t have a sense of this sea with its enormous vitality and energy, the beauty of the waves breaking on the coast, there is no communication between that wonderful movement of the sea and you.
And if you are not related to this, how can you be related to someone else?
If you do not perceive the sea, the quality of the water, the waves, the great vitality of the rising and falling tide, how can you be aware or sensitive to the human relationship? Please, it is very important to understand this, because beauty is not only in physical form, the essence of beauty is that quality of sensitivity, the quality of observing nature.
Jiddu Krishnamurti, Indian philosopher

Racconti. Valeria Bianchi Mian: SOLITUDINE

SOLITUDINE

Una parola magica, Solitudine. Un’arma o uno strumento, a seconda del modo in cui utilizzi le molteplici possibilità di sviluppo che la Solitudine ti offre. Solitudine è una sinfonia autunnale, Vivaldi noise lungo il fiume che attraversa la città, è respiro che sonnecchia indisturbato all’ombra del ciliegio, in estate, gli occhi chiusi che ignorano le grida dei bambini, le orecchie trascurano i pensieri molesti. Solitudine è una corsa nella neve, a perdifiato nei campi immacolati, è tornare all’infanzia immaginando avventure indicibili, imprese impossibili, senza giudizio perché l’immaginazione è sempre una giusta causa.

Solitudine è lo sguardo poetico sulla natura, ché “il primo verde è oro” e anche l’ultimo non scherza.

Non vorresti bere pinte di Solitudine, dici no grazie, pensi che il cocktail sia buono quando il gioco dura poco, e per timore ti concedi senza remore agli altri umani uomini donne bambini, ti offri al mondo e dimentichi l’arte del giusto bilanciamento. Il dono di te si fa eccesso, smembramento. Dimentichi la bellezza della Solitudine in onore della Solidarietà e della Socializzazione.

Fondamentali, ovvio.

Ma la Solitudine…

Una scarpa, via l’altra, mettiti comod°.

Accoccolati davanti al focolare del Sé.

L’Io si fa abito di lana, coperta calda mentre fuori piove, sorriso in tasca quando, per un’ora, per un giorno, non hai bisogno di niente e di nessuno. Non appari, non posi, non regali.

Un bagno di Solitudine con le bolle, profumo di fiori e musica rilassante. La Soliudine come scelta quotidiana, una pausa meritata. Solitudine sorella che ti guida al centro quando tutto fuori è rumore confuso e discontinua conferma. Elogio della Solitudine. La buona salute nello stare zitt° per ascoltare la voce interiore, il bisogno che bonifica qualsiasi timore, il tuo calderone. Poi, gli altri, dopo.

Valeria

#ilmiovocabolario#S

Lo stesso ricordo, di maria Cannatella

Lo stesso ricordo

Ormai di te, ho sempre lo stesso ricordo, quel volto di un padre, di un uomo,

di un pescatore amico di tutti.

Tu, mio padre, a te regalo quel saluto in silenzio e con il cuore, ad una foto incorniciata da troppi anni dove vedo lo stesso sguardo, nulla è cambiato affatto in una foto in bianco e nero dove con gli occhi ti parlo ma non ho mai una risposta.

Sottovoce ti auguro la buona notte, così sento il mio cuore emozionarsi.

Se potessi ti abbraccerei, ma non posso.

Mi capita di pensarti spesso, soprattutto nei momenti di sconforto, oppure quando voglio ricordare le belle giornate trascorse al mare insieme a te sulla tua barca.

Che domeniche !

Da anni non sono più le stesse, trascorrono lente e senza un senso.

Così ormai accade, ma so che sei quell’angelo che continuamente mi protegge ogni momento della mia vita. Grazie papà.

Maria Cannatella @ 13/9/95- 13/9/22

Riservati tutti i diritti. A mio padre

LETTERA AL LETTORE, di Rebecca Lena

LETTERA AL LETTORE

 · di Rebecca Lena 

Forse non ho nulla da dire. 

O almeno, ricevo continuamente informazioni, così tante che non le digerisco e le caco tutte intere. Circondata da opinioni triviali che mi mettono continuamente angoscia e nausea, idee-stampino, musica altrettanto prevedibile. Sai, mi spaventa tanto la necessità di doversi esprimere a tutti i costi, soprattutto quando le idee si propinano di bocca in bocca, di post in post, come regali riciclati, sgualciti, surrogati di valori plastici, franati da una discarica. 

Nella vita di ogni giorno infatti mi appello al diritto di non aver niente da dire, sono piuttosto muta nella convivialità, nella scrittura invece, all’estremo opposto, mi appello al diritto di dover dire tutto e tutto insieme, attraverso il racconto di non-storie, deliri psicologici con finali interrotti che lasciano quella vaga sensazione che manchi qualcosa. Non soddisfacenti li definirei. Tu stesso l’hai detto, che leggermi ogni volta è come trovare un messaggio in una bottiglia in mezzo al mare: inizialmente l’euforia di stappare, sfilare il pezzettino di carta malmesso, intravedere alcune parole e poi, di colpo, la delusione di non riuscire ad afferrare nulla ad una prima lettura. Godo un po’ del tuo fastidio. Giuro, godo come quando piangono i bambini viziati. 

Odio il consumismo di storie; la letteratura, l’immagine, la musica per distrarre. Tutto ciò che cattura il lettore dentro un vortice accattivante di intrighi e colpi di scena. E lo soddisfa, almeno per pochi secondi.

Il senso profondo delle cose non è afferrabile in modo immediato, lo sai, bisogna guadagnarselo attraverso lo sforzo di una concentrazione che oggigiorno sembra un talento per pochi.

Quante cose soddisfacenti ci capita di leggere ogni momento, ci compiacciono per cinque secondi, e poi subito dimentichiamo? Vastità di emozioni conficcate dentro l’aforismo spicciolo del post, e che sopravvivono per pochissimo, giusto il tempo di uno swipe.

Lo dico a te, ma mi rivolgo soprattutto al cattivo consumatore che è in me (ci piace condannare gli altri proprio quando ci si sente in colpa in primis). 

Ti dico: la distrazione verso la leggerezza è sempre più attraente, ma è una sconfitta. Ci impedisce di gustare davvero la complessità, di unirsi ad essa. Ci allontana dall’amarezza di non capire, che fa bene, anche se non sembra, perché ridimensiona l’anima. 

Le cose complesse purtroppo non sono commerciabili, non attirano l’attenzione, non circolano, si oltrepassano senza nemmeno accorgersene.

Forse basterebbe respirare, intendo soffermarsi ogni tanto sopra un lungo respiro diaframmatico che ossigena e ristabilisce il tempo naturale. Ma di questo ti parlerò più tardi.

Qualche anno fa ho intrapreso un percorso di corrispondenza con i materiali, con i sogni, con i fenomeni tutti, in un processo di interazione reciproca, per non dire dialogo farraginoso, sfuggente persino a me stessa. Ma lento, concentrato, ed è solo là dentro che oggi mi vedo, anzi mi intra-vedo. Non in mezzo a due cose (realtà e sogno), bensì lungo il processo liquido che le unisce, che sfrangia i loro argini con un movimento imprevedibile e disomogeneo. 

Bada bene, non parlo di un ponte fra la realtà e il sogno, ma di un nuotare in mezzo, lungo di essi. Ecco da dove provengono questi testi brevi e sbiaditi.

Ingold dice che esistono due tipologie di pensiero: il pensiero che unisce le cose e il pensiero che si unisce alle cose, il primo semplicemente connette due cose finite, il secondo si unisce al movimento impulsivo delle cose in continua e spontanea evoluzione. 

Forse tento di giustificarmi quando dico che è molto probabile che mi perda, quando mi unisco alle cose, e nel raccontarle non trovi un finale ad effetto, o un messaggio chiaro; non so guidarti in un luogo sicuro, piuttosto ti abbandono in una grotta buia. Ma in fondo cosa importa? Non ho aforismi chiari, definitivi, che risolvano le tue ansie, piuttosto ho tutta un’altra serie di altri dubbi e incertezze da proporti.

Qui dentro, in questo catalogo di emozioni e torpori, conchiglie e rametti, è come se mi divertissi a scolpire piccole statuette antropomorfe non completamente definite. Nel loro cuore innesto una manciata di emozioni drammatiche, alghe, deliri psicosomatici (meglio abbondare), per vedere quanto presto prendono vita e fuggono via alla ricerca di un loro simile. Le guardo correre lontano, verso la battigia, poi inghiottite da un’onda. Le ritengo piccole figlie votive che osservo nascere e morire con diletto – e, anche se non sembra, con distacco – come uno spiritello a metà fra il divino e il demoniaco.

Ti dico anche: cercare e interpretare strutture. 

Forse è un sintomo di apofenia, forse no. 

I fenomeni naturali per me sono frasi psicologiche da interpretare, i sogni di qualcuno che ci ingloba nella sua creazione. Oppure sono i nostri sogni, il mio specialmente – e il tuo se ti proietti nella prima persona – che fuoriescono dal groviglio della coscienza per connettersi alle cose. Bisogna soffermarsi su di essi per capire gli schemi che ci sorreggono, le emozioni celate.
Anche se a volte non mi è chiaro chi genera chi. Se sono le cose del mondo a rappresentare – attraverso testure, forme, luci – le sensazioni già presenti nell’animo, oppure sono quelle stesse cose fisiche a suscitarle completamente. Prendo l’esempio di un quadro, la sua contemplazione provoca emozioni nuove oppure tira fuori emozioni già presenti ma involontariamente nascoste (dato che l’osservatore e il quadro sono intrinsecamente connessi già alla nascita)?

Forse l’uomo e la natura si palleggiano emozioni a vicenda, da sempre, divenendo l’uno l’immagine dell’altro. 

Quando guardo il mare e mi concentro sul rimescolio di parole che produce, non ne afferro di certo il linguaggio e il senso, che forse non è importante, piuttosto la cadenza ritmica, lo sciabordio di suono, immagine, olfatto, in cui poter abbandonare il processo incessante di produzione di pensieri; mi sembra d’un tratto di respirare. 

Quando scandaglio il letto di un fiume e mi poso su ogni pietra, ogni pezzetto di ramo o foglia, ogni schifezza di ruggine o residuo plastico, in cerca di qualcosa che non so ma che spero abbia un valore e poi faccio un vuoto nella testa per diventare pura ricerca e d’un tratto la trovo – forse perché eravamo già connesse prima di trovarci – ma non so bene cosa sia, talmente è levigata dall’acqua quella cosa, ecco, quando mi fermo ad osservarla in ogni sua insenatura e la stringo nella mano come un amuleto: mi accorgo finalmente di aver respirato.

Senti quanto sia benefico concentrarsi, perché amplifica lo spazio, quanto sia energizzante scavare significati in balia di una tempesta di parole, anche sconosciute, farsi guidare nel nulla, creare un senso oppure un non-senso, fino a trovare un oggetto, o un’immagine, o un suono, ovvero un’interruzione del processo, improvvisa e non definitiva come la morte.

Spero che tu, in questa raccolta, riesca a trovare qualcosa di importante, anche solo un piccolo reperto, magari un po’ sbiadito, malmesso, ma che col giusto tempo e la giusta attenzione possa trasformarsi, un giorno, nel tuo talismano del respiro.

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Cos’è l’amore: alla ricerca del suo significato, di Cinzia Perrone – Autrice

Cos’è l’amore: alla ricerca del suo significato

In tanti hanno provato a spiegarlo, ma ancora oggi resta un concetto senza definizione. Forse è anche questo il bello dell’amore: il suo eterno alone di mistero.

I poeti scrivono su questo argomento senza sosta. Allo stesso modo, cantanti, filosofi e romanzieri non possono che essere affascinati da questo tema così vasto e complesso, che sfugge a qualsiasi definizione univoca. Il termine “amore” ha sempre fatto parlare, a volte anche discutere, proprio per la sua difficoltà e astrattezza. “Che cos’è l’amore?” è una domanda che si pongono in molti, ma in pochi sono riusciti a trovare una risposta condivisa da altri, dato che essa può variare a seconda delle differenti discipline, dalla filosofia alla psicologia, fino alla scienza e alla poesia.

Tutti pensano di sapere che cosa sia l’amore, ma la verità è che in pochi realmente ne conoscono il significato. Innanzitutto, l’amore, quello vero, non è un’emozione, bensì un sentimento. Quest’ultimo si differenzia dalla “semplice” emozione per la sua durata: infatti, un sentimento dura nel tempo, si costruisce giorno per giorno e non è istantaneo e passeggero come l’emozione. L’amore nasce sì spontaneamente, ma va nutrito e coltivato con il passare del tempo.

Se cercassimo la sua definizione esatta sul vocabolario, troveremmo questo: «Sentimento di viva affezione verso una persona che si manifesta come desiderio di procurare il suo bene e di ricercarne la compagnia». Per quanto corretta possa essere, non potrà mai soddisfarci perché l’amore è sicuramente molto di più. È il sentimento delle contrapposizioni, nel suo essere sia irrazionale, perché quando ci “colpisce” non lo possiamo controllare, ma è anche logico. Lo è poiché tocca sia il cuore che la mente. Infine, è un affetto sia spirituale che fisico.

L’amore è tutto e il contrario di tutto, è un sentimento completo che ci completa.

LA CASA NELL’ALBERO, di Teresa Tropiano

LA CASA NELL’ALBERO

C’era una volta

una bimba dai capelli rossi

e tante lentiggini sul viso.

Il suo nome era Jamaële.

Aveva lunghe trecce avvolte

da nastri di seta colorati ed era vispa e agile come una lepre.

Amava tantissimo la natura

ma soprattutto era attratta dagli alberi; con essi ci parlava continuamente ma non aveva mai risposta.

Un giorno, percorrendo un sentiero sterrato e polveroso, in una sua consueta passeggiata esplorativa,

s’imbattè in un enorme albero d’ulivo; il suo tronco era aperto e concavo, pare che all’ interno vi fosse una grotta accogliente;

i suoi rami frondosi pendevano pesanti fin sulla superficie del terreno. Jamaële si fermò incantata ad ammirare la bellezza dell’ ulivo e ad un tratto gli chiese:

– Ciao Ulivo, come ti chiami?

– ” Ciao piccola. Mi chiamo Giulio.

Ma tu puoi chiamarmi Giulivo cosi mi farai felice…prima che tu venissi mi sentivo tanto solo, vecchio e malandato”-

La piccola Jamaële era così entusiasta del fatto che l’ulivo parlasse e che cercasse compagnia che subito entrò in confidenza con l’albero e gli chiese se potesse, di tanto in tanto, trascorrere del tempo con lui a chiacchierare.

Giulivo, ulivo felice e millenario era il nonno di tutti gli alberi di quel terreno, prese con sè la piccola e la ospitò nel suo antro legnoso. Da quel giorno Jamaële frequentava ogni dì il suo amico Giulivo e attrezzò nella cavità dell’ albero una graziosa casetta che pian piano arredò con ogni sorta di aggeggio; persino le tendine in pizzo, una lanterna per la sera e un tavolino con le sedie che servirono per ospitare i suoi amici coi quali giocava felice.

Morale della favola:

A quei tempi si poteva gioire e divertirsi con poco! Non servivano giocattoli costosi, i-Pad, videogiochi, play station e telefonini e i bambini erano più felici …bastava un albero e 4 oggetti vecchi e si giocava con spensieratezza ma soprattutto sviluppando la creatività e l’immaginazione.

Teresa Tropiano

Tratta dal mio libro di fiabe, “LE FILAFAVOLE DI TERRY”

Foto web

«Il Guarracino» di Mimmo Mòllica e l’invasione di 200 nuovi pesci del Mediterraneo

«Il Guarracino» di Mimmo Mòllica e l’invasione di 200 nuovi pesci del Mediterraneo

Uno studio coordinato dal Cnr di Ancona ricostruisce la ‘storia’ delle invasioni biologiche nel mare nostrum, negli ultimi 130 anni. Circa 200 nuove specie ittiche sono oggi presenti, in conseguenza del cambiamento climatico. «La filastrocca del Guarracino» ebook di Mimmo Mòllica, descrive lo scenario di una celebre canzone napoletana di ignoto del ‘700, nella quale i pesci prendono parte ad una contesa amorosa, scontrandosi in una lotta apparentemente violenta, eppure divertente e godibile. Se la violenza deve essere raccontata così come essa si abbatte sull’ambiente, sul nostro Pianeta e sui nostri mari, non è certo la guerra del Guarracino. 

La rivista ‘Global Change Biology’ ha recentemente pubblicato i risultati di una ricerca, coordinata dall’Istituto per le risorse biologiche e biotecnologie marine del Cnr di Ancona, che ricostruisce la ‘storia’ delle invasioni biologiche nel mare nostrum, negli ultimi 130 anni, abitato da circa 200 nuove specie ittiche, in conseguenza del cambiamento climatico. 

Sono centinaia le specie esotiche che fanno oggi del Mar Mediterraneo “la regione marina più invasa al mondo”. La ricerca,  pubblicata sulla prestigiosa rivista Global Change Biology, ricostruisce tale ‘storia’ per le specie ittiche introdotte a partire dal 1896.

“Lo studio (coordinato dall’Istituto per le risorse biologiche e biotecnologie marine (Cnr-Irbim) di Ancona, ndr)  dimostra come il fenomeno abbia avuto un’importante accelerazione a partire dagli anni ’90 e come le invasioni più recenti siano capaci delle più rapide e spettacolari espansioni geografiche”, spiega Ernesto Azzurro del Cnr-Irbim e coordinatore della ricerca. 

“Da oltre un secolo, ricercatori e ricercatrici di tutti i paesi mediterranei hanno documentato nella letteratura scientifica questo fenomeno, identificando oltre 200 nuove specie ittiche e segnalando le loro catture e la loro progressiva espansione. Grazie alla revisione  di centinaia di questi articoli e alla georeferenziazione di migliaia di osservazioni, abbiamo potuto ricostruire la progressiva invasione nel Mediterraneo”. Tale processo ha cambiato per sempre la storia del nostro mare.

Gli effetti ambientali e socio-economici di queste ‘migrazioni ittiche’ in parte “costituiscono nuove risorse per la pesca, ben adattate a climi tropicali e già utilizzate nei settori più orientali 

del Mediterraneo”, spiega il ricercatore Cnr-Irbim. “Allo stesso tempo, tuttavia, molti ‘invasori’ provocano il deterioramento degli habitat naturali, riducendo drasticamente la biodiversità locale ed entrando in competizione con specie native, endemiche e più vulnerabili”. 

«La filastrocca del Guarracino», storia di pesci e di coltello

Ecco. La ‘storia’ si ripete e richiama il tema de «La filastrocca del Guarracino», storia di pesci e di coltello tra spose promesse e chi non le mantiene, titolo dell’ebook di Mimmo Mòllica. “Lo Guarracino” è una celebre canzone napoletana di autore ignoto del ‘700 che narra la surreale vicenda amorosa tra il coracino e una sardina, pesci dalla vita semplice e dagli amori complicati.

Il «Guarracino» (coracino), in cerca di una moglie, si innamora della Sardella, già fidanzata (o promessa) all’Alletterato (tonnetto alletterato), un pesce della famiglia dei tunnidi, certo assai più bello e forte del coracino. Lo Guarracino rientra nel repertorio della canzone popolare napoletana e racconta in maniera mirabile e geniale una vicenda amorosa di pesci e di mare per molti versi surreale, in una chiave divertente e fantastica, enumerando in lingua napoletana numerose varietà di pesci, la cui identificazione è stata oggetto di sfida tra studiosi, biologi marini, naturalisti ed esperti di fauna marina.

Benedetto Croce. una fantasia graziosa

Benedetto Croce definì Lo Guarracino “una singolare fantasia, capricciosa e graziosa e di un brio indiavolato”. Gino Doria la classificò “fra le cose più fresche, più festive, più colorite, più saporose e sarei a dire più odorose, della poesia semipopolare o semidotta che dir si voglia”. Mimmo Mòllica ha voluto proporre la sua versione in lingua italiana de “Lo Guarracino”. I pesci che prendono parte alla contesa amorosa si scontrano in una lotta apparentemente violenta, eppure divertente e godibile perché possibile solo nell’immaginazione dell’autore. Una lotta che può dare l’dea della forza dell’amore ma pure di passioni come la gelosia e l’appartenenza. La guerra tra pesci fa parte di una fantasiosa pantomima godibile e geniale.

Se una guerra è in atto, se la violenza deve essere raccontata così come essa si abbatte sull’ambiente, sul nostro Pianeta e sui nostri mari, non è certo la guerra del Guarracino. Così il canto (o filastrocca) riveste interesse scientifico, e didattico, sollecitando una serie di (amare) considerazioni sulla salvaguardia dell’ecosistema marino come patrimonio troppo spesso maltrattato e minacciato.

Il punto di vista – “Piero ed Elisabetta la conclusione di un’Era” – di Mariantonietta Valzano

Il punto di vista – “Piero ed Elisabetta la conclusione di un’Era” – di Mariantonietta Valzano

Pubblicato il 11 settembre 2022 da culturaoltre14

lente ingrandimento

“Il punto di vista” di Mariantonietta Valzano

Un mese fa abbiamo salutato Piero Angela, un alfabetizzatore scientifico che, come il maestro Manzi, ha formato almeno 5 generazioni di italiani. Con il suo linguaggio semplice e chiaro induceva gli spettatori ad essere curiosi e attenti. Col tempo era diventato un sigillo di scientificità della conoscenza. Non di rado, infatti, l’intercalare comune era “Lo ha detto Piero Angela” e non era più discutibile.

Non so perché ma è stato per me come perdere uno di famiglia, un pezzo di vissuto personale. Come molti sono cresciuta a pane e Superquark, molto della mia metodologia d’insegnamento ha attinto nel suo esempio: spiegare in modo semplice argomenti difficili. Questo assunto è il fondamento della Fisica della Matematica, discipline che di solito sono ostiche, ma che Piero Angela ha saputo far “piacere” a milioni di ragazzi…anche a ex ragazzi come me, che a mia volta ho cercato e cerco di appassionare i miei studenti allo studio di argomenti inusuali per una scuola primaria, come le particelle elementari.
Vederlo l’ultima volta è stato un preludio della sua mancanza, perché sebbene avesse in video lo stesso modo rassicurante, con cui ci ha mostrato le meraviglie della natura  per decenni e nonostante la sua forza e tenacia, era percepibile la sua fragilità. In quel momento un velo di tristezza ha attraversato i miei ricordi.
Dall’ Esploriamo il corpo umano agli esperimenti di fisica, passando per le Pillole di storia e i ricchi documentari sull’etologia e zoologia, la sua impronta è stata fondamentale per la mia curiosità affamata di sapere. Inoltre, ho avuto la possibilità di assistere alla rappresentazione storica digitale del Foro di Cesare e il Foro di Augusto qui a Roma, opere magiche della tecnologia che ti riportano indietro e mostrano realtà che si leggono solo sui libri di storia, rendendone tangibile la veridicità. Credo che solo uno spirito geniale poteva partorire un simile idea, catturando ogni sera tanti spettatori e visitatori romani e non romani, che restano intrappolati nel fascino della Città Eterna proprio grazie a questo modo di illustrare e spiegare come mai nessuno ha fatto.
e mentre attraverso i ricordi di antichi fasti sento la sua voce, pacata e rassicurante…umile, che mi racconta chi ha calcato le pietre della mia città prima di me… lasciandomi incantare dai colori e dai monumenti che credevo di conoscere ma che ora riscopro e riassaporo….
Probabilmente non sarà abbastanza dire grazie a questo uomo, alacre per la sua simpatia e acuto per la sua intelligenza, un antesignano a cui è stato sempre a cuore il futuro del nostro Paese, fino al suo ultimo lascito, un testamento spirituale che sprona tutti a fare il nostro per un domani migliore.

E adesso se n’è andata anche la Regina Elisabetta II…e la monarchia inglese non sarà più la stessa. Pochi giorni fa è stata divulgata la foto in cui il suo sorriso e la sua cordialità illuminavano una Regina che con giacchino di lana e gonna tartan accoglieva il nuovo primo ministro Liz Truss. Unico particolare quella macchia violacea sulla mano destra che tradiva l’inevitabile somministrazione delle cure. Forse è stato il suo commiato al popolo con il suo ultimo atto di responsabilità alla quale non si è sottratta, ricca del suo vissuto secolare in cui ha dato il suo contributo dal servire l’esercito durante la Seconda Guerra Mondiale al servire il suo popolo fino alla fine, dimostrando che seppure privilegiata ha fatto il suo dovere. Sicuramente non è stata una vita scevra di errori, ma chi non ne commette germinati nella finitudine umana dobbiamo farci i conti quotidianamente tutti e ogni giorno, ma il suo pregio è stato il reagire, facendo atto di umiltà ove fosse necessario come quando chinò il capo davanti al feretro di sua nuora Diana.
Elisabetta è stata anche la nonna simpatica che si paracaduta con James Bond e prende il tè con l’orsetto Paddington, ma anche la solida Regina che tiene il timone a dritta della sua famiglia nel rappresentare il suo regno, traghettandolo tra tempeste di vario tipo: da tragedie e lutti familiari a crisi economiche e il covid. Il suo will meet again del suo discorso durante la pandemia ha avuto lo stesso effetto del discorso del Re Giorgio, suo padre, durante il conflitto mondiale: era con i suoi sudditi accanto a loro.
Chiunque seguirà, anche facendo del meglio, non potrà eguagliare la sua figura. Come disse Wiston Churchill: “L’Inghilterra nella sua storia ha avuto due Regine che sono state di gran lunga migliori dei Re a cui hanno preceduto o succeduto, sono certo che Elisabetta sarà la terza in grandezza e lungimiranza”.
E la storia gli ha dato ragione.
Ora siamo alla fine di un’Era, un nuovo corso che si apre con una guerra in corso alle porte d’Europa e con tante altre iniziate e mai finite, con una crisi pandemica che, a mio parere, non è definitivamente alle spalle e una crisi energetica – economica – ambientale che inizia a decimarci. Talvolta i segni dei tempi ci lasciano un vuoto sia fisico che interiore, che nonostante il frastuono del mondo ci travolga quotidianamente, noi sentiamo benissimo con tutti i nostri sensi. È un segno delle cose che cambiano e che ci lasciano un senso di abbandono e ci invitano ad una rinascita, perché non possiamo mai dimenticare che nella nostra fragile umanità coi cresciamo e ogni volta rinasciamo, lasciando nel sacco del passato che ci portiamo in spalla ciò che abbiamo fatto, mentre guardiamo avanti e sogniamo ciò che volgiamo fare.
Speriamo che in questo nuovo percorso che ci aspetta si possa consolidare quel valore umano di solidarietà e spirito di convivenza condivisa che è insita nel valore sociale della nostra specie, per un futuro migliore …per tutti, dove ognuno deve fare la sua parte, come ha fatto Piero Angela, e ognuno deve essere responsabile …magari con un pizzico di simpatia, come la Regina Elisabetta II.
Mariantonietta Valzano

“Fino a quando la mia stella brillerà”, di Liliana Segre

Liliana Segre

dalla pagina Facebook di Enrica Bocchio

Ad Auschwitz superai la selezione per tre volte. Quando ci chiamavano sapevamo che era per decidere se eravamo ancora utili e potevamo andare avanti, o se eravamo vecchi pezzi irrecuperabili. Da buttare. Era un momento terribile. Bastava un cenno ed eri salvo, un altro ti condannava. Dovevamo metterci in fila, nude, passare davanti a due SS e a un medico nazista. Ci aprivano la bocca, ci esaminavano in ogni angolo del corpo per vedere se potevamo ancora lavorare. Chi era troppo stanca o troppo magra, o ferita, veniva eliminata. Bastavano pochi secondi agli aguzzini per capire se era meglio farci morire o farci vivere. Io vedevo le altre, orrendi scheletri impauriti, e sapevo di essere come loro. Gli ufficiali e i medici erano sempre eleganti, impeccabili e tirati a lucido, in pace con la loro coscienza. Era sufficiente un cenno del capo degli aguzzini, che voleva dire “avanti”, ed eri salva. Io pensavo solo a questo quando ero lì, a quel cenno. Ero felice quando arrivava, perché avevo tredici anni, poi quattordici. Volevo vivere. Ricordo la prima selezione. Dopo avermi analizzata il medico notò una cicatrice. «Forse mi manderà a morte per questa…» pensai e mi venne il panico. Lui mi chiese di dove fossi e io con un filo di voce ma, cercando di restare calma, risposi che ero italiana. Trattenevo il respiro. Dopo aver riso, insieme agli altri, del medico italiano che mi aveva fatto quella orrenda cicatrice, il dottore nazista mi fece cenno di andare avanti. Significava che avevo passato la selezione! Ero viva, viva, viva! Ero così felice di poter tornare nel campo che tutto mi sembrava più facile. Poi vidi Janine. Era una ragazza francese, erano mesi che lavoravamo una accanto all’altra nella fabbrica di munizioni. Janine era addetta alla macchina che tagliava l’acciaio. Qualche giorno prima quella maledetta macchina le aveva tranciato le prime falangi di due dita. Lei andò davanti agli aguzzini, nuda, cercando di nascondere la sua mutilazione. Ma quelli le videro subito le dita ferite e presero il suo numero tatuato sul corpo nudo. Voleva dire che la mandavano a morire. Janine non sarebbe tornata nel campo. Janine non era un’estranea per me, la vedevo tutti i giorni, avevamo scambiato qualche frase, ci sorridevamo per salutarci. Eppure non le dissi niente. Non mi voltai quando la portarono via. Non le dissi addio. Avevo paura di uscire dall’invisibilità nella quale mi nascondevo, feci finta di niente e ricominciai a mettere una gamba dietro l’altra e camminare, pur di vivere. Racconto sempre la storia di Janine. È un rimorso che mi porto dentro. Il rimorso di non aver avuto il coraggio di dirle addio. Di farle sentire, in quel momento che Janine stava andando a morire, che la sua vita era importante per me. Che noi non eravamo come gli aguzzini ma ci sentivamo, ancora e nonostante tutto, capaci di amare. Invece non lo feci. Il rimorso non mi diede pace per tanto, tanto tempo. Sapevo che nel momento in cui non avevo avuto il coraggio di dire addio a Janine, avevano vinto loro, i nostri aguzzini, perché ci avevano privati della nostra umanità e della pietà verso un altro essere umano. Era questa la loro vittoria, era questo il loro obiettivo: annientare la nostra umanità.”

Liliana Segre

“Fino a quando la mia stella brillerà”

Era il 1979, avevo 12 anni ed ero razzista, di Lorenzo Rossomandi – Scritti

Era il 1979, avevo 12 anni ed ero razzista.

Ovviamente non lo sapevo, ma lo scoprii quell’estate.

A mia, parziale, discolpa posso dire solo che in Italia all’epoca non c’erano neanche i “vu’ comprà”.

Grazie anche al fatto che avessi due zie in Australia (Sydney per la precisione) mio padre mi mandò laggiù per le vacanze estive.

E grazie al fatto che una delle due insegnasse in una scuola pubblica mi sono fatto anche qualche giorno di scuola “australiana”.

“Scuola australiana”, insomma.

Bianchi, neri, gialli, marroncini, un po’ anche rossi. Insomma. Un arcobaleno di colori che mi stupirono.

Beh. Ho deciso di essere sincero e lo sarò. I neretti mi facevano un po’ senso… neri, con il naso schiacciato e grossetto, i palmi delle mani chiari con le pieghe scure.

Insomma via…spero che non facciate troppo i puristi. Per un dodicenne, italiano nel 1979 non poteva essere che una cosa strana.

Ma mi ricordo un giorno. Eravamo fuori, nel piazzaletto esterno della scuola, nell’ora del lunch.

5 minuti per inghiottire un “meat pie” e un po’ di succo di frutta. E via!

a giocare a “soccer”. In italia ero un mediocre giocatore di calcio, ma lì potevo fare il Pelé della situazione. Ma ancora nessuno mi conosceva. Ad inizio partita si facevano le squadre. Ne più ne meno di come facevamo in Italia, i capitani scelgono i giocatori, uno per volta a turno. Si comincia. Parte il primo capitano e sceglie Tommy il neretto. L’altro capitano sceglie un altro. Tocca di nuovo al primo. Prima ancora che alzi la testa per guardare i candidati, Tommy gli salta quasi addosso urlandogli “Lorenzo! Lorenzo!” con quella zeta dolce che pronunciano gli anglofoni. Il capitano non può fare a meno di scegliermi.

Gli ero grato per la fiducia.

La partita fu uno spettacolo. Vabbè… più volte, io e Tommy, ci siamo dati il dieci. Io con la mia manina bianca.

Lui con la sua bicolore.

Alla fine persino un abbraccio.

Nei giorni successivi ci siamo cercati. Siamo diventati amici. Abbiamo parlato, giocato assieme. Lui mi ha difeso diverse volte da qualche facinoroso. Io gli insegnai a palleggiare.

Fu strana quella vacanza.

Partii che non sapevo di essere razzista. Scoprii di esserlo e in pochi minuti mi resi conto di non esserlo più.

E che non lo sarei mai più stato in vita mia.

Un altro 11 settembre: nel 1973 inizia nel sangue la dittatura di Pinochet, in Cile, di Cinzia Perrone – Autrice

Un altro 11 settembre: nel 1973 inizia nel sangue la dittatura di Pinochet, in Cile

Tutti ricordano l’11 settembre 2001 per le Torri Gemelle, ma altrettanto drammatico fu l’11 settembre del Cile, nel 1973, quando iniziò la dittatura di Pinochet.

L’11 settembre è un giorno che non rievoca soltanto l’attacco alle Torri gemelle di New York del 2001. È anche il giorno in cui avvenne il golpe in Cile, 28 anni prima, quando il popolo cileno si risvegliò sotto una cruenta dittatura militare di Pinochet, durata poi 17 anni. L’ultimo atto del primo governo socialista regolarmente eletto del Sudamerica si consumò in sole sette ore, dalle 6:30 del mattino dell’11 settembre 1973, momento in cui al presidente Salvador Allende (1908-1973), fu comunicata la sollevazione delle forze armate, alle 13:30, quando giunse l’annuncio ufficiale della sua morte.

Tutto iniziò il mattino dell’11 settembre 1973, giorno in cui il Cile entrò nella sua stagione più buia. L’ordine partì all’alba: i cacciabombardieri dovevano colpire La Moneda, il palazzo presidenziale e sede del governo cileno, a Santiago. Quel giorno l’edificio si era ritrovato circondato dai carri armati del generale Augusto Pinochet (1915-2006), che pretendeva le dimissioni di Salvador Allende, il primo presidente socialista del Cile, democraticamente eletto. I militari golpisti ordinarono che il palazzo venisse evacuato entro le 11, altrimenti sarebbe stato attaccato.

La risposta di Allende, fu trasmessa da Radio Magallanes: “Non mi dimetterò. Pagherò con la mia vita la lealtà della gente”, dichiarò il presidente asserragliato nel palazzo con elmetto in testa e un fucile kalashnikov a tracolla, regalo di Fidel Castro. Le forze di Allende resistettero fino alle 13:45, quando le unità speciali alla fine presero d’assalto il palazzo. Alle 14:00 si udì l’ultimo sparo: Allende si era dato la morte col fucile dell’amico cubano. Vedendo il corpo, il generale Palácios, uno dei leader golpisti, avvertì il quartier generale della Guarnigione di Santiago: “Missione compiuta. Moneda presa. Presidente morto”.

Con queste funeste parole iniziarono 17 anni di feroce dittatura.

Riflessioni: Torneremo alle origini, di Teresa Tropiano

E torneremo alle origini, quando il bucato lo si faceva nelle enormi tinozze in legno, con sapone di Marsiglia o con la cenere (lisciva), quando non c’era bisogno di andare in palestra per stare in forma perché la vita stessa era una palestra, quando non c’era la lavatrice, o meglio, la lavasciuga o l’asciugatrice e i panni si sciorinavano al sole. Il profumo della biancheria non dava di smog o di gas di scarico delle auto ma di vento, di aria pulita.

Torneremo alla nostra genesi perché non potremo più pagare bollette esose di gas, luce e acqua con un misero stipendio e forse ci farà bene riassaporare la semplicità e la povertà di una volta! Soprattutto per alcune persone talmente abituate al benessere e alle comodità che non “sentono” più sulla pelle la carezza del sole, il profumo del vento, la bellezza della vita.

Teresa Tropiano

Buongiorno con … riflessione.