Pier Carlo Lava: Un percorso tra commercio, marketing e passione per la comunicazione
Dal settore commerciale e marketing al mondo della consulenza e del blogging
La mia carriera lavorativa si è sviluppata nel settore commerciale e marketing, un ambiente dinamico e stimolante, capace di offrire sfide quotidiane e opportunità di crescita continua. Questo mondo mi ha affascinato sin dall’inizio, non solo per la sua natura in continua evoluzione, ma anche per il forte impatto che ha avuto sulla mia crescita professionale e personale.
Lavorare in questo settore significa non conoscere la routine: ogni giorno è una nuova sfida, ogni momento richiede adattabilità, intuizione e competenza. Il commercio e il marketing si fondano su un mix di organizzazione, metodo, psicologia, dialettica, creatività e improvvisazione, tutti elementi che distinguono i professionisti più abili sia nelle vendite che nelle strategie di comunicazione e branding.
Spesso, guardando indietro, ci si chiede se si rifarebbero le stesse scelte. Molti, potendo tornare indietro, sceglierebbero strade diverse. Personalmente, non cambierei quasi nulla del mio percorso: rifarei la stessa scelta con la consapevolezza che, per natura delle cose, ogni esperienza vissuta sarebbe comunque unica e irripetibile.
Se c’è una cosa che forse modificherei, è il tempo dedicato alla famiglia. Con il senno di poi, avrei voluto concedere più spazio agli affetti, bilanciando meglio le esigenze professionali con quelle personali. Il lavoro mi ha dato molto, ma è altrettanto importante riconoscere il valore del tempo condiviso con chi ci è più caro.
Oggi, con l’esperienza maturata, continuo a coltivare la mia passione per la comunicazione e l’informazione attraverso il mio ruolo di blogger e consulente, contribuendo con analisi, riflessioni e contenuti su Alessandria Today e altri progetti editoriali. Perché, in fondo, il sapere e l’esperienza acquistano valore solo quando vengono condivisi.
Pubblichiamo una poesia di Giovanni Giudici, una delle voci più originali del Novecento, rimasto uno degli ultimi grandi intellettuali del secolo scorso, in quanto parte di quella tradizione poetica legata a un rapporto più diretto con le cose e a una lingua più tradizionale. La poesia di Giovanni Giudici ha attraversato tutta la letteratura italiana del secondo dopoguerra, arrivando fino alle soglie dell’era postmoderna. I temi cruciali della poesia del secondo Novecento, primo fra tutti lo sfaldamento del soggetto e il suo smarrimento entro una realtà molteplice e dai significati oscuri, sono affrontati dai maggiori poeti con strumenti formali e modalità espressive elaborate attraverso un continuo dialogo con i più cospicui riferimenti della tradizione lirica moderna. È il caso di un poeta come Giovanni Giudici, che il motivo dell’angosciosa e insieme grottesca insufficienza dell’Io, strangolato tra maschere sociali, sensi di colpa e perdite di identità, prima teatralizza con una lingua umile poi trasforma in una vicenda assoluta innalzandone a poco a poco il tono, attraverso l’incrocio di lingua letteraria e lingua umile, e l’uso di schemi tradizionali come il sonetto variato però e fatto esplodere dall’interno.
Una sera come tante, e nuovamente noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro settimo piano, dopo i soliti urli i bambini si sono addormentati, e dorme anche il cucciolo i cui escrementi un’altra volta nello studio abbiamo trovati. Lo batti col giornale, i suoi guaiti commenti.
Una sera come tante, e i miei proponimenti intatti, in apparenza, come anni or sono, anzi più chiari, più concreti: scrivere versi cristiani in cui si mostri che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti; due ore almeno ogni giorno per me; basta con la bontà, qualche volta mentire.
Una sera come tante (quante ne resta a morire di sere come questa?) e non tentato da nulla, dico dal sonno, dalla voglia di bere, o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle, né dalle mie impiegatizie frustrazioni: mi ridomando, vorrei sapere, se un giorno sarò meno stanco, se illusioni
siano le antiche speranze della salvezza; o se nel mio corpo vile io soffra naturalmente la sorte di ogni altro, non volgare letteratura ma vita che si piega nel suo vertice, senza né più virtù né giovinezza. Potremmo avere domani una vita più semplice? Ha un fine il nostro subire il presente?
Ma che si viva o si muoia è indifferente, se private persone senza storia siamo, lettori di giornali, spettatori televisivi, utenti di servizi: dovremmo essere in molti, sbagliare in molti, in compagnia di molti sommare i nostri vizi, non questa grigia innocenza che inermi ci tiene
qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene. È nostalgia di un futuro che mi estenua, ma poi d’un sorriso si appaga o di un come-se-fosse! Da quanti anni non vedo un fiume in piena? Da quanto in questa viltà ci assicura la nostra disciplina senza percosse? Da quanto ha nome bontà la paura?
Una sera come tante, ed è la mia vecchia impostura che dice: domani, domani… pur sapendo che il nostro domani era già ieri da sempre. La verità chiedeva assai più semplici tempre. Ride il tranquillo despota che lo sa: mi numera fra i suoi lungo la strada che scendo. C’è più onore in tradire che in essere fedeli a metà.
Giovanni Giudici
da La vita in versi (1965)
GiovanniGiùdici, (Le Grazie, La Spezia, 1924 – La Spezia 2011); della sua formazione cattolica e del suo lavoro nell’industria ha fatto i poli di una tensione che lo trascende e caratterizza il suo impegno civile. All’oscillazione tra il comico e il tragico delle prime raccolte importanti (La vita in versi, 1965; Autobiologia, 1969; O beatrice, 1972) è succeduta l’individuazione di un tono dal più ampio spettro, irrispettoso delle convenzioni e prossimo a un forzato monostilismo (Il male dei creditori, 1977; Il ristorante dei morti, 1981; Lume dei tuoi misteri, 1984; Salutz. 1984-1986, 1986; Fortezza, 1990). Collaboratore di giornali e riviste, G. è autore di alcune raccolte di saggi (La letteratura verso Hiroshima, 1976; La dama non cercata, 1985), e di molte traduzioni (da E. Pound, R. Frost, J. C. Ransom, S. Plath, A. Puškin, ecc.) che rappresentano un momento centrale nel suo stesso esercizio poetico; una scelta è apparsa nel volume Addio, proibito piangere e altri versi tradotti (1955-1980) (1982). Dopo la raccolta complessiva Poesie (1953-1990)(2 voll., 1991), ha pubblicato un originale libretto di riflessioni sulla poesia dal titolo Andare in Cina a piedi (1992). L’interrogazione metafisica si è fatta più acuta nella trilogia: Quanto spera di campare Giovanni (1993), Empie stelle (1996), Eresia della sera (1999). Le sue poesie complete sono edite in I versi della vita (2000), ai quali sono da aggiungere Da una soglia infinita. Prove e poesie 1983-2002 (2004).
( da Le stelle si oscurano, 1944/46 – trad. Ida Porena)
ph Eleonora Mello
Nelly Sachs è una poetessa tedesca (Berlino 1891 – Stoccolma 1970). Figlia di un facoltoso commerciante ebreo, esordì con poesie e racconti, in seguito ripudiati, di tendenza neoromantica. Nel 1940, con l’aiuto della scrittrice S. Lagerlöf (cui aveva dedicato le sue Legenden und Erzählungen, 1921), si rifugiò con la madre in Svezia, dove poi prese la cittadinanza. Il trauma delle persecuzioni e della fuga provocò una rottura netta con le precedenti esperienze e l’avvio di una produzione lirica e lirico-drammatica nuova, in cui si fondono il destino personale e quello del popolo di Israele, ossessivamente evocati tramite un linguaggio immaginifico che si fonda su tradizioni antiche personalmente recuperate. La prima raccolta delle liriche della nuova maniera, In den Wohnungen des Todes, è del 1947. Seguirono: Sternverdunkelung (1949), Und niemand weiss weiter(1957), Flucht und Verwandlung (1959) e Fahrt ins Staublose (1961; trad. it. 1966), raccolta di tutta la lirica dal 1946, integrata dalle poesie più recenti. Non si discostano dall’opera lirica le “poesie sceniche” raccolte nel volume Zeichen im Sand (1962), fra cui il “mistero dei dolori d’Israele” Eli (pubblicato già nel 1951) e Simson fällt durch die Jahrtausende (1959). Postumo è uscito il volume di liriche Teile dich Nacht (1971). Nel 1966 le fu assegnato il premio Nobel per la letteratura insieme a S. Y. Agnon.
Il nome botanico è Phlox, la pianta appartiene alla famiglia delle Polemoniaceae, ed è originaria dell’America. I fiori sono in gruppi dai colori brillanti che variano dal viola ai vari toni del rosa, crema e rosso, alcuni sono bianchi screziati di rosa ed emanano un profumo piacevole. La fragranza di questo fiore e la bellezza erano particolarmente gradite alle Dame del medioevo, tanto che i cavalieri adornavano i loro vestiti con i flox durante le feste ed i ricevimenti. I menestrelli medievali raccontavano che il cavaliere usava lasciare il suo fiore, il flox appunto, alla dama con la quale aveva ballato e festeggiato durante la serata e per tale motivo il Flox nel linguaggio dei fiori è simbolo di complicità e intesa.
Nei giorni scorsi è stato presentato il nuovo progetto enoturistico della provincia di Alessandria, coordinato da Alexala con il sostegno della Regione Piemonte e realizzato in partnership con il Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato, il Consorzio dell’Asti e del Moscato d’Asti Docg, il Consorzio Tutela del Gavi, il Consorzio di tutela dei vini Grignolino del Monferrato Casalese Doc, Barbera del Monferrato Superiore Docg, Rubino di Cantavenna Doc e Gabiano Doc, il Consorzio di Tutela dell’Ovada DOCG, il Consorzio Tutela Brachetto d’Acqui D.O.C.G., il Consorzio Tutela Vini Colli Tortonesi, l’Enoteca Regionale del Monferrato, l’Enoteca Regionale di Acqui Terme e Vino, l’Enoteca Regionale di Ovada e del Monferrato, la Strada dei Vini e dei Sapori del Gran Monferrato e la Strada del Vino e dei Sapori dei Colli Tortonesi.
“Cantine Accoglienti” – questo il nome del nuovo progetto – è un circuito delle cantine del territorio che si propongono di strutturarsi per migliorare l’offerta di esperienze e ospitalità per il pubblico e il suo evento di lancio ha fatto parte degli eventi collaterali alla 6a Conferenza mondiale UNWTO sul Turismo del Vino che si è tenuto in Piemonte dal 19 al 21 settembre.
Una rete e un team di strutture che credono e investono nell’enoturismo, settore chiave dell’economia del territorio. Il progetto mira a valorizzare al meglio l’offerta turistica e vitivinicola della provincia di Alessandria tramite la costruzione di rapporti di reciprocità tra le aziende del territorio e la mappatura e la promozione di quelle cantine che meglio accolgono i turisti, offrendo loro la possibilità di conoscere la zona e i suoi prodotti d’eccellenza.
Il progetto Cantine Accoglienti, a cui hanno già aderito un’ottantina di cantine del territorio, si proporrà di costruire una guida di presentazione delle realtà vitivinicole che si impegnano a proporsi al pubblico in modo proattivo. Inoltre, queste aziende verranno guidate da Alexala in un processo di miglioramento delle proprie potenzialità ricettive e di proposta turistica, e di promozione del circuito collettivo.
Per questo, le Cantine aderenti al progetto condivideranno una “Carta dell’Accoglienza”, una sorta di manifesto in dieci punti che presenterà le linee guida, i valori e gli obiettivi a cui si ispireranno gli attori della filiera enoturistica della provincia di Alessandria. L’obiettivo dichiarato è quello di indicare le priorità da seguire affinché le cantine e il territorio siano sempre più scelte e riconosciute dai viaggiatori come aziende enoturistiche di qualità. Un documento dedicato proprio alle cantine, dunque, in modo che possano seguire una check list di azioni e visioni da implementare per le proprie attività di accoglienza enoturistica.
Titolo: Ma cos’è questo nulla? Autore: Hans Tuzzi Editore: Bollati Boringhieri
L’incipit introduce subito il tema principale del libro. Un incontro tra potenti all’Ippodromo delle Capannelle, a Roma, prima delle imminenti elezioni politiche che videro la vittoria del Polo della Libertà, dando inizio alla Seconda Repubblica. Erano momenti difficili, l’Italia era di fronte a scenari politici inediti, gli attentati di stampo mafioso del 1993 avevano lasciato il segno ed anche nelle istituzioni il nuovo vento non aveva una direzione ben precisa. Questo clima di incertezza è molto ben descritto in questo romanzo di Hans Tuzzi, grazie ad una scrittura diretta, senza fronzoli, che in modo chiaro e forte illustra i suoi pensieri. Nell’anno 1994, il commissario Melis ha dato le dimissioni dalla polizia, vive da solo nel ricordo della moglie scomparsa tre anni prima. Melis riceve nella sua casa, a Milano, un personaggio potente che gli chiede di occuparsi di un vecchio caso di omicidio di una giovane che fu uccisa nel 1986 a Brassinigo, nord est d’Italia, nell’appartamento di una famiglia nota e ben considerata, che potrebbe diventare un problema per un aspirante ministro del nuovo governo. Melis dovrà indagare senza nessuna veste ufficiale, lavorerà con un falso nome, presentandosi come uno scrittore che sta raccogliendo materiale per un nuovo libro. Le indagini al tempo non portarono a nessun arresto, qualche indagato, una strana setta segreta a cui aderiva la ragazza uccisa fece credere di essere una possibile pista, qualche storia parallela di infedeltà coniugale, poco altro. Ma molti sono coloro che hanno interesse a mantenere bassa l’attenzione sul caso e fanno di tutto per mettere in difficoltà Melis. Ma qualcuno parlerà. Il romanzo accende le luci sulla vita di provincia, piena di ipocrisia e falsità, dove molti si mostrano come persone integerrime per poi comportarsi nelle vite private in modo opposto.
Lo sparo è il terzo romanzo di Anne Holt con Selma Falck protagonista. Selma ha interrotto la sua attività di avvocato per diventare investigatrice. Tanto risoluta nella vita professionale quanto incerta e inefficace nella vita privata, con la tendenza alla depressione che cerca di sconfiggere con il gioco d’azzardo on line. Anche come madre non ha avuto molto successo, il rapporto con la figlia non è buono e neanche la nascita del nipote è servita per riavvicinare madre e figlia.
Selma era a pranzo con la sua amica Linda Bruseth, parlamentare ed ex giocatrice di palla a mano, quando una pallottola colpisce Linda e di rimbalzo ferisce Selma. Linda rimane uccisa sul colpo, Selma se la cava con una ferita al braccio. La morte di Linda è un colpo duro per Selma, la cui vita privata è piena di difficoltà. Uno stalker entra a piacimento nel suo appartamento lasciando segni inquietanti e la figlia non ha alcuna intenzione di migliorare il rapporto con lei, nonostante gli sforzi di Selma per stare vicino al nipote di sei mesi, verso cui prova un sentimento fortissimo che non aveva mai provato verso la figlia. Ma il coinvolgimento di Selma nelle indagini sarà inevitabile, con inevitabili conseguenze per la sua vita privata.
Un romanzo dalla trama complessa, giochi di potere ed intrighi inaspettati in un paese civile e ricco come la Norvegia. La Holt è stata ministra della giustizia, quindi conosce bene il funzionamento della politica norvegese, che nei suoi libri descrive in modo dettagliato e critico, con il suo stile di scrittura molto chiaro e coinvolgente sempre attento alle tematiche sociali ed alla psicologia dei personaggi.
Un romanzo che consente di fare una inedita esplorazione nel funzionamento di alcuni servizi sociali della Norvegia, da molti considerata all’avanguardia, per scoprire che la corruzione colpisce i cittadini più poveri, indifesi e bisognosi di attenzioni, come gli immigrati ed i loro figli, vittime ideali di ingiustizie e soprusi. Scopriremo che la cattiva politica si avvale del suo potere per coprire malefatte ed ingiustizie, nascondendo le prove e facendo apparire quello che non è agli ignavi cittadini. Anche in Norvegia.
Zorba il greco è un romanzo straordinario da cui è stato tratto un film famosissimo con Irene Papas e Anthony Quinn, la cui colonna sonora composta da Mikīs Theodōrakīs contiene il brano Sirtaki, che accompagna nel film Zorba durante la sua famosa danza. Film, colonna sonora e balletto sono diventati più famosi del libro, ma è dal romanzo che tutto è nato.
Il libro racconta le avventure di Basil, uno scrittore inglese che ha ereditato una miniera sull’isola di Creta. Intraprende il viaggio per raggiungere l’isola e conosce per caso Alexis Zorba, un greco esuberante e pieno di energie e di contagioso entusiasmo per la vita. I due diventeranno amici inseparabili ed andranno incontro a successi, disastri, tragedie.
I due amici sono quanto di più diverso si possa immaginare, ossia lo scrittore inglese idealista, benestante, alla ricerca delle risposte ai principali interrogativi della vita, Zorba invece è un uomo poco istruito ma di grande saggezza innata, conosce tutte le risposte alle grandi domande, concetti semplici e di immediata comprensione, pillole di saggezza e di esperienza mescolate insieme.
Le avventure dei due porteranno l’autore a toccare temi di rilevanza assoluta, dalle relazioni tra uomo e donna a Dio, dalla religione all’esistenza dell’anima, dalla morte al senso della vita. Il romanzo è quasi un trattato di filosofia sotto forma di avventura vissuta da due amici, raccontata con semplicità e immediatezza.
La storia è ambientata a Creta, descritta con grande efficacia, con le case candide, il mare azzurro e le notti arricchite da cieli fantastici. Le parole di Zorba sono coinvolgenti e convincenti, leggendo il libro si è trasportati dal suo entusiasmo, dalla sua voglia di vivere e dalla curiosità con cui guarda ogni cosa che gli accade attorno.
Piatto inventato ieri sera per cena da mia moglie Anna Maria.
Pasticcio di Persico in crosta di lenticchie.
Ingredienti:
filetti di persico (circa 1 kg)
prosciutto crudo (circa 150 gr)
2 uova
parmigiano reggiano grattugiato (circa 50 gr)
lenticchie rosse decorticate (circa 50 gr)
un finocchio intero
Olive dolci (circa una decina)
sale q.b.
Procedimento:
Sciacquare i filetti di persico e tagliarli a rettangoli, disporli nella teglia.
Sgrassare le fettine di prosciutto e disporle in modo da avvolgere i rettangoli di filetto di persico, disponendoli nuovamente nella teglia.
Rompere le uova in un piatto e sbatterle, aggiungendo una parte del parmigiano grattugiato.
Versare l’uovo sbattuto sui rettangoli di filetto di persico ricoperti dal prosciutto.
Disporre il finocchio tagliato a spicchi negli spazi liberi della teglia.
Disporre la decina di olive nella teglia.
Ricoprire tutto il contenuto della teglia con una spolverata di parmigiano e lenticchie decorticate.
Eventualmente aggiungere un po’ di sale, ma pochissimo, vista la presenza del prosciutto e del parmigiano.
Infornare in forno ventilato a 200 gradi Celsius per circa una ventina di minuti, o comunque fino a che la superficie non risulta ben dorata.
È anche possibile ruotare i rettangoli nella teglia, in modo da farli dorare anche sul lato sottostante e nel caso aggiungere lenticchie decorticate e spolverata di parmigiano grattugiato anche nel lato che si è girato.
Nel caso si procede con la rotazione del contenuto, infornare nuovamente fino alla doratura della nuova superficie, ma non più di altri dieci minuti (per non rendere stoppaccioso il filetto).
Foto 1 prima della cottura
Foto 2 lato sottostante appena ruotato e prima della seconda doratura.
La frase che dà il titolo a questa breve riflessione è un aforisma che Franz Kafka scrisse tra il settembre 1917 e l’aprile 1918.
L’aforisma, oscillante tra i due poli dell’apodittico e dell’enigma, sembra possedere la lievità di un koan buddista.
Forse l’Autore ha voluto consegnarci un insieme di parole che vanno oltre il loro significato letterale e logico-sistemico, che costituiscono un vero e proprio simbolo da studiare e introitare nell’Io di ognuno. E il simbolo non ha una sola faccia, ma molte, spesso innumerevoli, forse infinite.
Io, nel simbolico aforisma kafkiano, vedo il tentativo dell’uomo bruto, del tiranno (che è la gabbia), di imprigionare la libertà, la quale è rappresentata dall’uccello, l’animale libero per eccellenza perchè vola sopra ogni altro animale di terra e d’acqua.
Gli uomini liberi alzano gli occhi al cielo per pregare, per ispirarsi, per riflettere, per ammirare l’infinito, per trovare la via, per volare verso lo spirito. Invece, i bruti, cioè coloro che hanno gli arti inferiori radicati nel fango della cattiveria e del bisogno materiale, unici loro dei, hanno un solo modo per perpetuare loro stessi o far perpetuare i loro simili: tarpare le ali all’uccello, costringerlo a scendere verso il basso per imprigionarlo o, nel peggiore dei casi, per assimilarlo e farlo divenire bruto.
E allora, per salvarsi l’uccello deve volare in alto, molto in alto, laddove gli uomini bruti non riescono neppure a guardare perchè i loro occhi sono miopi. E deve volare in stormo con gli altri uccelli perchè la gabbia, che è prigione per uno solo, subisce lo sgretolamento inesorabile delle pareti se si è in tanti.
Penso dunque che il grande scrittore boemo abbia voluto insegnare all’uomo libero di volare alto, altissimo, e di farlo assieme agli altri suoi simili. E di non avere paura della tirannia, ma di combatterla.
Tutto è partito da Karl Kraus con il suo noto aforisma: “Quando il sole della cultura è basso, i nani hanno l’aspetto di giganti”.
Ne sono seguiti centinaia di proverbi con il medesimo significato, dei quali il più noto è: “Quando il sole è al tramonto, le ombre dei nani si allungano”.
Cosa significa l’aforisma è semplice: quando diffusamente la qualità e la cultura scarseggiano, allora anche chi non ha particolari titoli o meriti può sembrare un “gigante”, uno che vale molto.
Non v’è che un modo per evitare l’illusione: dare fiducia a chi conosce le cose, a chi le studia e le approfondisce, a chi davvero incarna le doti indispensabili di qualità e cultura, a chi può metterci la faccia a garanzia di sè e degli altri, a chi è in grado di compiere il servizio.
Ma anche il significato del proverbio “derivato” è chiaro: quando un leader rispettato e autorevole si avvia verso la fine del suo servizio o magari cade provvisoriamente in disgrazia, i nani (rectius, le serpi velenose che erano state acquattate nelle loro tane per paura anche solo di mostrarsi e che quando lo facevano erano pronte a simularsi come innocue bisce striscianti pronte a giurare “fedeltà” al potente di turno) pensano di essere diventati giganti solo perchè la loro ombra si allunga.
Ma sbagliano e si sopravvalutano perchè si tratta solo di un effetto ottico, ma non certo sostanziale.
E non sono neppure lungimiranti e prudenti perchè il sole, dopo la fase del tramonto, risorge sempre e inesorabilmente, tornando alto e splendente nel cielo e cosí donando la luce.
I nani (a scanso di equivoci, definisco cosí solo coloro che lo sono in spirito e in intelletto, non certo nel corpo) sono solo degli “ominicchi” e, in alcuni casi più gravi, anche dei “quaquaraquà”.
“Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”. Luca 16,1-13.
Questa parabola a prima vista sembra quasi un elogio dei furbi e dei disonesti. Infatti dice: «il padrone lodò quell’amministratore disonesto».
Che cosa aveva fatto quell’amministratore?
Aveva regalato olio e pane ai debitori. Aveva rubato al suo padrone. Ma il padrone lo elogia «perché aveva agito con scaltrezza».
Il padrone (immagine di Dio) lo elogia non perché era stato disonesto, ma perché era stato scaltro. Non è quindi l’elogio degli imbroglioni, ma di coloro che si danno da fare.
Beati gli scaltri! Beati coloro che dopo aver sbagliato hanno il coraggio di ri-cominciare.
Trasformare uno sbaglio in opportunità. Ecco la pedagogia del Vangelo.
Il problema non sta nello sbagliare, infatti tutti nella vita sbagliamo. La vera risposta agli errori che facciamo è reagire con coraggio, tirando fuori tutte le nostre potenzialità. Bisogna rimboccarsi le maniche. Intervenire. Fare qualcosa. Non piangersi addosso, non cadere nei sensi di colpa. Uscire dalle lamentele e dai piagnistei.
Ma quali sono le cose essenziali, le cose importanti per le quali dobbiamo darci da fare? La parabola ci indica una strada preziosa: «Fatevi degli amici … Non potete servire Dio e la ricchezza».
Il Vangelo ci ricorda che le persone contano molto di più del dio-denaro, delle cose, del lavoro, dei nostri hobby. Le cose si possono comperare, le amicizie vere invece no, quelle si devono costruire.
Le relazioni sono come i fiori. Perché diventino belle, bisogna coltivarle. Farsi degli amici. Circondarsi di affetti. Coltivare relazioni profonde. Divenire Fratelli autentici.
Il grande compositore Giacchino Rossini, ne “Il Barbiere di Siviglia”, fu geniale nel far cantare a Don Basilio l’aria principale:
“La calunnia è un venticello
Un’arietta assai gentile
Che insensibile, sottile, leggermente
Dolcemente incomincia a sussurrar …..”.
Tanti sono i Don Basilio che purtroppo incontriamo nella vita, suggeritori occulti di trame e infamie che aiutano gli altrettanto numerosi Don Bartolo a porsi da occulto ostacolo tra noi e i nostri desideri.
Nulla di male, ovviamente, se chi nutre desideri simili o uguali ai nostri agisce a volto scoperto e ha la fortezza di misurarsi. A questi “avversari” coraggiosi e leali va portato rispetto perchè loro lo portano.
Ma se invece essi si mascherano da Don Basilio e Don Bartolo e cercano di combatterci con l’insinuazione, con la maldicenza e, peggio ancora, con la menzogna, fabbricando accuse consapevolmente false e spargendo infamie per recarci danno e infamare la nostra reputazione, come reagire?
L’atteggiamento da adottare non è quello di raccogliere la zizzania, cioè di combatterla mettendosi sulla stessa lunghezza d’onda ed entrando così in un circolo vizioso che può solo danneggiare il nostro operato. Il giusto atteggiamento è quello di non darle credito, di non lasciarsi condizionare.
La zizzania ha il fine di farci perdere la rotta, di allontanarci dal nostro sentiero; compito nostro è non cadere in questa trappola, mantenendoci fedeli a noi stessi e continuando per la nostra strada.
Se poi il calunniatore non demorde, non ci resta che separare la zizzania dal grano: teniamo il seme buono e consegnamo senza tentennamento la calunnia e il calunniatore al giudice, che sa come trattarli e punirli.
L’avvincente romanzo di Carla Forte, finalista del Premio Cumani Quasimodo, sarà adottato nelle scuole. Aletti Editore
Una splendida novità è legata al romanzo Ladra d’Amore di Carla Forte, uscito per i tipi di Aletti. Sul libro si sono accesi ancor più i riflettori in seguito alla presentazione dei mesi scorsi, organizzata dall’Associazione Pro Loco Fondi e patrocinata dal Comune di Fondi, presso Spazio Europa del Parlamento Europeo, a Roma. Dopo il palcoscenico europeo, alla presenza dell’onorevole Salvatore De Meo, con gli interventi di Diana Palomba Presidente Feminin Pluriel Italia, di Roberta Beolchi Presidente Associazione Edela e del giornalista Gaetano Orticelli, che ha moderato l’incontro, «il libro Ladra d’Amore è pronto ad entrare nelle scuole – si legge nella nota stampa dell’evento – in quanto strumento di educazione nella diffusione della cultura del rispetto di genere e per l’eliminazione della violenza contro le donne».
Protagonista della storia è Eva, anziana donna che riavvolge il nastro della propria esistenza e ritorna nel passato, per raccontare le esperienze di dolore vissute nella propria vita. Azioni autolesionistiche, scaturite in risposta allo stupro subito in adolescenza. La violenza ha spento la luce della sua anima ed Eva ne diventa prigioniera, in una coazione a ripetere che tenta di colmare il vuoto d’amore con la ninfomania.
«…Mi ha nutrita la passione come la sofferenza, mi ha allevata la blasfemia come la preghiera…!» – si legge nel testo del retro di copertina. La perversione diventa il suo mantra. La sessualità, perpetuata con ostinata determinazione, crea nella sua mente una spirale infernale. Nel vecchio che muore c’è il nuovo che nasce: in questo monito trova la sua riabilitazione.
È un racconto di purificazione, con una scrittura avvincente che incolla il lettore alla pagina, grazie al ritratto preciso della personalità di Eva che emerge dalla narrazione in prima persona. Il lettore la sente familiare e la ama, a dispetto dei suoi errori. Le numerose descrizioni delle scene di sesso, ripetitivo, sono inserite con maestria e risultano funzionali al racconto per conoscere nel profondo il personaggio e renderlo credibile.
È questo il risultato ottenuto dall’abile penna della scrittrice, grazie alle sue competenze nello scandagliare l’animo umano.
Maria Carla Forte è, infatti, un’insegnante e pedagogista clinica. Con l’insegnamento ha acquisito un bagaglio di esperienze che hanno favorito la scrittura. Con la professione di pedagogista clinica, ha potuto esperire il mondo dell’anima e farne tesoro per questo romanzo, finalista al Premio Maria Cumani Quasimodo. Ad alimentare la scrittura sono state anche le esperienze singolari di vita che, per un ventennio, l’hanno vista seguire le orme del marito, impegnato nell’alta ingegneria in giro per il mondo.
«Ladra d’Amore trova la sua accezione nel contenuto stesso del romanzo, la cui materia prima è il sentimento d’amore – ha dichiarato Forte, soffermandosi sulla scelta del titolo -. L’argomento principe è lo stupro subito da Eva e la conseguente caduta nella rete di amplessi carnali: prodromi della sua ninfomania e della successiva anoressia. Fondamentale è la sua rinascita, raggiunta dopo un lungo lavoro di ritrovamento di se stessa, che si concretizza nell’abbandono del giro vizioso della passione, nel quale, per lungo tempo, ha cercato ossessivamente gli uomini».
Recensione a “IDENTITA PERDUTE “Narrativa interessante
Recensito in Italia il 23 settembre 2020
Carlo Bonfiglio
Leggere ciò che hai scritto mi ha affascinato molto, dandomi la possibilità di entrare nella tua anima e capire con certezza la ricchezza che possiedi dentro, non puoi immaginare la gioia che ho provato nel leggere chiaramente la ricchezza interiore che possiedi. Ti posso assicurare che tale e tanta completezza in un’unica persona non l’ho mai riscontrato, quindi in considerazione che a questo mondo conosco una miriade di persone, ti affermo che fai la differenza. Quanto sopra precisato, non vuole essere un complimento fatto da uomo a donna, ma è solo e semplicemente una constatazione di fatto, che sicuramente da grande donna non mi consideri un fantasioso e/o presuntuoso invasore del tuo privato, ti assicuro che tutto ciò parte dal cuore e con nobiltà d’animo, sento doveroso ringraziarti di esistere e ne sono felice che il mondo non si privi della presenza di una vera donna quale tu sei. perdonami, ma sentivo di notificartelo.
Un’estate a Borgomarina è il terzo romanzo che Enrico Franceschini dedica alle avventure dei quattro amici inseparabili ossia il Mura, giornalista in pensione e investigatore a tempo perso, il Prof, l’Ing e il Barone. L’ambientazione è la solita, la riviera romagnola, la fabbrica del divertimento all’italiana, tra buone compagnie e buona tavola.
Un ricco e discusso imprenditore annega nelle acque del porto canale di Borgomarina. Le indagini si orientano subito verso l’incidente, in modo anche troppo sbrigativo, per non turbare la stagione estiva e l’umore degli ospiti di alberghi e stabilimenti balneari. Mura viene ingaggiato da un familiare della vittima per compiere delle indagini private.
Il porto canale di Cesenatico/Borgomarina è nato da un progetto di Leonardo da Vinci ed è una delle principali attrattive della cittadina. I tedeschi durante l’occupazione costruirono un bunker sotterraneo con sopra un faro. Mura ed i suoi amici studieranno il progetto originario di Leonardo, custodito nella biblioteca Malatestiana a Cesena, ed il significato di un misterioso messaggio lasciato proprio da Leonardo. Le indagini porteranno alla luce i segreti del progetto leonardiano oltre ad altre storie legate alla custodia dei documenti stessi. Il Mura sorprende con le sue riflessioni sulla vita, sull’importanza di viverla con amici di cui si possa fidare, senza che i rapporti siano guastati da invidie, opportunismi di vario tipo o dai soldi. Un romanzo che dietro l’apparente leggerezza e futilità del divertimento estivo, contiene riflessioni sulle ingiustizie della nostra società, dove alcuni si arricchiscono in modo esagerato mentre altri devono lavorare tutta la vota senza avere la possibilità di cambiare la propria condizione sociale. Questo romanzo segna un salto di qualità nella narrazione, arricchita da riferimenti letterari e da personaggi che acquistano una apprezzabile complessità.