Il bambino chiama la mamma e domanda: “Da dove sono venuto? Dove mi hai raccolto?”.
La mamma ascolta, piange e sorride mentre stringe al petto il suo bambino: “Eri un desiderio dentro al cuore” (da: “Le più belle frasi e poesie di Rabindranath Tagore” di Fabrizio Caramagna, 14/2/2017 in Aforisticamente, aforismi, frasi e scritture brevi del XX secolo).
Lancio in aria la domanda del bambino, la getto in mezzo a una ridda di questioni nella e della nostra vita che la lacerano, riducendola a brandelli. Impunemente, avanzo solo una suggestione improponibile a noi consumatori del XXI secolo: e se noi, anche noi, tutti noi, fossimo, restassimo esito di un desiderio dentro un cuore?
Forse quel desiderio che ciascuno di noi è, vive infinitamente nel cuore di un altro: “Tu mi hai fatto infinito, così ti piace. Ripetutamente vuoti questo fragile vaso, e sempre lo riempi di nuova vita” (Gitanjali p. 15: così alla domanda del bambino fa eco e insieme risponde l’inizio del primo dei canti di Gitanjali.
Un piccolo libro?
Gitanjali (Offerta di canti) di Rabindranath Tagore, non è un piccolo libro a dispetto dell’esiguità delle pagine che lo compongono: “Pubblicata nel 1912 con un’introduzione del poeta irlandese William Butler Yeats(…), questa piccola antologia valse a Tagore il premio Nobel per la letteratura nel 1913”[dall’Introduzione italiana di Shantena (Augusto Sabbadini)].
Già la firma dell’Introduzione al testo inglese ci mette sulla strada dell’importanza di Gitanjali. E non si tratta nemmeno di un libro antico in base all’anno in cui fu pubblicato, all’argomento trattato o allo spirito che lo anima. Anche oggi, nell’alba grigia del nuovo millennio, sebbene con un linguaggio per certi aspetti diverso, il rapporto di questo mondo in disfacimento con un’ alterità (qualcuno o qualcosa) situata in un altrove, è avvertito con una sua bruciante attualità. Si tratta però di una attualità ferita, qualcosa come una piaga in cancrena per l’assenza di una medicamentosa risposta; èrimasta la domanda, se ne è perso l’ orizzonte. “Dove mi hai raccolto?” Il luogo dell’origine è altrove, ma si cerca un “altrove generante”, come un utero materno che ci trattenga quanto occorre dentro di sé.
E, tuttavia, deve restare il luogo di un dislivello, di una differenza di piani incommensurabile, di un sopra (il generante) e un sotto (il generato). Qui torna a delinearsi la trascendenza. E poiché il pensiero laico dei nostri giorni (che ancora, per fortuna -e non so per quanto-, resta il nostro orizzonte), non può però accettare come generante un altrove situato in un dislivello ontologico, ecco che si ritrova, suo malgrado, insieme protagonista e vittima di un voltafaccia di cui è esso stesso autore: l’alterità generante in cui si incastra come in un chiodo la domanda sull’origine deve cercarsi e trovarsi in una sfera che resta comunque a disposizione dell’ indagine (scientifica, filosofica, socio-politica etc.) umana.
Ma dato che i canoni della ricerca vogliono che non si vada mai in pareggio e che rimanga sempre almeno una domanda senza risposta, in quel voltafaccia l’indagine sull’origine continuerà sempre ad insistere rimanendo inevasa.
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Cos’è la fede? Cosa significa credere, cosa comporta? In chi, perché, come, quando si crede? Queste alcune delle domande umane intorno all’altrove generante (“da dove sono venuto”) di cui prima dicevo.
Val la pena di notare che:
pesa con immutata forza, nel pensiero secolarizzato dell’occidente cristiano, il desiderio trattenuto che sta dentro questa sventagliata di interrogativi irrisolti; bisogna cercare di sapere e poi anche di capire trovando termini accettabili al nostro apparato mentale e emotivo: (“da dove sono venuto”);
quel che appare ostico, difficile da tollerare, è quel che ha costituito per millenni la fede in, e l’attrattiva per, una religione in cui il trascendente si fa immanente (la trascendenza immanente del cristianesimo, ad es.).
Nulla di tutto ciò in Gitanjali. A costituirne ancora l’attualità è proprio il fatto che in quella cosa strana che è la fede Tagore ci si trova dentro senza esservi mai entrato, così come ci si trova nell’aria o nel tempo. Non c’è un prima, non c’è un dopo per il suo credo: nella fede a la Tagore ci si muove come, appunto, ci si muove dentro l’aria.
Questo perché il suo Dio non viene al mondo, non viene ad aggiungersi a noi nel nostro mondo: vi è già da sempre, insieme e non indipendentemente da noi. Ad andare a gambe levate è subito il rapporto classico tra trascendenza e immanenza: “eri un desiderio dentro al cuore”, gli abbiamo visto mettere in bocca alla madre. Nulla di mentale però che accompagni questo modo di stare-nell’ altro. E non perché non ne sia possibile una articolazione formale, ma perché è nell’esuberanza del cuore che se ne trova il senso e il gusto.
Sì, il senso e il gusto dell’unione: Dio è il compagno di giochi fin dalla nascita, un lui quasi nato con te, quasi nemmeno in Dio vi fosse un prima di te: “Tu mi hai fatto infinito, così ti piace” (p. 15), quasi la misura di Dio fosse e giacesse nella persona che ha nome Tagore.
“Quando giocavo con te non mi sono mai chiesto chi
tu fossi. Ignoravo la timidezza e la paura e la mia vita
era esuberante.
All’alba come un compagno di giochi venivi a svegliarmi
e correvamo insieme di radura in radura” (p. 58).
Ma Dio è anche l’amato/amante in cui il vincolo di intimità produce reciprocità di aspettative e di comportamenti: Tagore sguazza in Dio come Dio sguazza in Tagore:
“Scendesti dal tuo trono e ti fermasti alla porta della mia
casetta.
Io cantavo in un angolo tutto solo, e la melodia colpì
il tuo orecchio. Scendesti e ti fermasti alla porta della
mia casetta” (p.35).
“…O signore di tutti i cieli, dove sarebbe il tuo
amore se io non ci fossi?
… Nel mio cuore è il gioco infinito della tua delizia. Nella mia
vita la tua volontà continua a prendere forma.
Per questo tu, che sei il Re dei re, ti sei ornato di
bellezza per catturare il mio cuore.
E per questo il tuo amore
si perde nell’amore del tuo amante,
dove tu ti manifesti nella perfetta unione dei due” (p. 40).
C’è un testo rivelatore, uno dei più concettualmente densi, nel quale Gitanjali celebra l’amore del suo amico per lui: l’amore vive anzitutto la spoliazione del sé e la rinuncia al proprio io. Lo riporto nei suoi tratti salienti:
“Che io debba tenere in gran conto il mio io e
volgermi da ogni parte, gettando ombre colorate sulla tua
radiosità – questo è il tuo maya.
Innalzi una barriera nel tuo proprio essere e poi
chiami a te il tuo sé diviso con una miriade di note:
questa separazione da te stesso si è incarnata in me.
…
In me vive la sconfitta del tuo io.
…
Il grande spettacolo di te e di me ha ricoperto
il cielo. Tutta l’aria vibra della nostra melodia e le ere
trascorrono nel nostro nasconderci e cercarci” (p.47).
“In me vive la sconfitta del tuo io.”
Che più, quando l’io di cui si parla è quello di un Dio?
Qui, il rapporto d’amore, che ha molto di “a portata di mano”, di terreno, fatto di attese, nascondimenti e incontri, incontra bruscamente il proprio svettare intimo. Qualunque sia la natura di chi ama (sia quella di un dio o di un uomo), l’amore implica l’abbandono del proprio io, meglio la sua rottura. In questo quadro, non meraviglia che Tagore a tratti, non disdegni nemmeno di incarnare la figura femminile come quando ripropone, a modo suo, il ricordo della Samaritana. Ed è uno di quei testi in cui il riferimento è esplicitamente al Gesù di Nazareth ( cfr. p. 39).
Ciò non significa però un estraniarsi dal mondo, un vivere degli amanti in modo egocentrico l’esclusiva l’uno dell’altro. Tutt’altro, il compagno di giochi di Tagore non ama il mondo-astrazione, ama piuttosto, e molto, lo stare in mezzo agli uomini: tra i più poveri ed umili di essi; quelli che maggiormente hanno la concretezza della difficoltà del viaggio. È solo lì che lo si trova:
“Qui è il tuo sgabello e qui poggiano i tuoi piedi, dove
vivono i più poveri, gli infimi e i perduti.
Quando cerco di prostrarmi davanti a te, non riesco a scendere alla profondità dove i tuoi piedi riposano fra i più poveri, gli infimi e i perduti.
L’ orgoglio non riuscirà mai ad avvicinarsi al luogo
dove cammini nei panni degli umili fra i più poveri, gli infimi e i perduti.
Il mio cuore non sa trovare la via per raggiungere il
luogo dove ti accompagni ai negletti fra i più poveri,
gli infimi e i perduti.” (p. 19).
Come si vede, si tratta di un modo inedito e personalissimo di ricreare il senso della distanza tra l’ “essere nel mondo” e il “non essere del mondo”.
Il mondo, nell’ottica di Gitanjali, resta il luogo in cui noi siamo e non vi siamo estranei. Piuttosto, questo s^, vi siamo di passaggio. Ma il passaggio è il senso del nostro stesso modo di restare al mondo:
“ …nella morte lo stesso sconosciuto mi apparirà da sempre conosciuto. E poiché amo questa vita,
so che amerò anche la morte.
Il bambino piange quando la madre lo stacca dal
seno destro, per trovare la sua consolazione un attimo
dopo nel sinistro” (p. 58).
La morte non si gioca che nel cambiare il seno di allattamento.
Il problema al riguardo non è quello di prendere le distanze da ciò che ci circonda ma, piuttosto, lo si è visto, quello di prendere le distanze da noi stessi. Il viaggio che l’avventura terrena sempre implica è un viaggio per guardare con occhi che non sono i nostri, ma quelli dell’amico/amante, ciò che ci circonda. E gli occhi dell’amico/amante ci sottraggono alle lusinghe da cui altrimenti potremmo essere attratti. La nostra resistenza a questo distacco ci allontana da lui. Gitanjali in proposito è drastico ed eloquente
“Nel piacere e nel dolore non sono vicino agli
uomini e perciò vicino a te. Mi ritraggo dal sacrificio
della mia vita e così evito di tuffarmi nelle grandi acque
della vita” (p.50)
Tanto più arriviamo direttamente a centrare il bersaglio amato quanto più riusciamo a fare a meno di tutte le liturgie: “Non lasciare che io costringa il mio spirito vacillante /a poveri preparativi per il tuo culto” ( p. 25).
La strada che così si imbocca ha un nome bello e sensuale; si chiama custodia del cuore. Il suo significato è immediatamente evidente.
“Non più parole rumorose, non più schiamazzi: così
vuole il mio Signore. D’ ora innanzi commercio solo in sussurri.
Il discorso del mio cuore si manifesterà nel mormorio
di una canzone.
Gli uomini si affrettano al mercato del re: tutti i
venditori e i compratori sono presenti. Solo io mi prendo
la mia intera tempestiva vacanza nel mezzo della giornata,
nel pieno dell’attività” (p. 55).
L’immagine del mercato è frequente ed eloquente in Gitanjali; è la metafora del luogo in cui deve avvenire l’incontro con l’amante: dentro la sua confusione, dentro la sua capacità di distrazione bisogna trovare lo spazio per l’amore: “No, non chiuderò mai le porte dei miei sensi. Le gioie della vista, dell’udito e del tatto saranno la tua gioia” (p. 48).
Come dire che a Dio ci si arriva così come siamo e abitando i luoghi in cui abitiamo. Ma, dentro questi luoghi, il cammino da percorrere è insieme invisibile e infinito: “Il viaggio più lontano è quello che ti avvicina a sé stesso” (p.20) e il mezzo per giungervi, assai poco consono certo alla ingordigia esperienziale dei nostri giorni, è quello spogliamento dagli sguardi inutili e dagli orizzonti superflui in cui consiste la custodia del cuore
E, del resto, la riproposizione dell’ev-angelo, della buona notizia del re che si innamora della pastorella e per farla sua, la innalza al suo livello, è il messaggio precipuo della religiosità che è espressa magistralmente da Tagore nei canti di Gitanjali.
CANTI di GITANJALI
8
“Il fanciullo ornato di abiti principeschi e di collane
preziose perde ogni piacere nel gioco: l’abito lo ostacola
a ogni passo.
Per timore di strappare o di impolverare il vestito,
si tiene lontano dal mondo e ha paura anche solo di
muoversi.
Madre, la tua prigione di gioielli non è un beneficio,
se ci separa dalla sana polvere della terra, se ci
priva del diritto di entrare nella grande fiera della
comune vita umana” (p. 18).
11
“Lascia perdere queste cantilene questi rosari!
Chi veneri in questo solitario angolo scuro di un tempio le
cui porte sono tutte chiuse? Apri gli occhi e guarda: il
tuo Dio non è davanti a te!
È dove il contadino zappa la dura terra e dove lo
spaccapietre lavora sulla strada. E’ con loro sotto il
sole sotto la pioggia e il suo abito è coperto di polvere.
Togliti il sacro manto e con lui e come lui scendi sulla terra
polverosa!
Liberazione? Dove pensi di trovare questa liberazione?
Il nostro signore stesso si è già gioiosamente
addossato i vincoli della creazione e si è legato a noi
per sempre.
Esci dalle tue meditazioni e lascia perdere i fiori e
l’incenso! Che male c’è se i tuoi abiti si strappano e si
macchiano? Vai incontro a lui e restagli accanto nella
fatica e nel sudore della fronte” (p.19).
95
“Non ero cosciente nel momento in cui varcai la soglia
di questa vita.
Quale potere mi fece aprire in questo vasto
mistero come una gemma si schiude nella foresta a
mezzanotte?
Quando il mattino guardai la luce sentii in un
attimo che non era uno straniero in questo mondo, che
l’imperscrutabile senza nome né forma mi aveva accolto
fra le braccia nelle sembianze di mia madre.
Così pure nella morte lo stesso sconosciuto mi
apparirà da sempre conosciuto. E poiché amo questa
vita, so che amerò anche la morte.
Il bambino piange quando la madre lo stacca dal
seno destro per trovare la sua consolazione un attimo
Ecco la mia immagine torna a scuotermi la carne ad attraversarmi come fossi un santuario di schegge di ragione viva vivente. Suda il profumo opaco altalenante dell’incenso sull’altare di un io in combutta con le sue ferite. Si accalca su di me perplessa, mi impietrisce, si guarda attorno non riunisce le coscienze che osservano scompigliate, sa che affondano per questo è qui lei, la parte di me che appare l’unica visibile verità.
Ho preso dimora in un frammento di specchio sapeva di immagini morte. Li ciò che sogno e ciò che ho sognato aspetteranno ciò che sognerò Sarà un’attesa continua sarà un’attesa lunga perché non sto sognando perché non sto morendo
luce anticipata lo sconosciuto, quasi solo, solo, prendeva a cuore due bambini piccoli, molto piccoli due fratellini
miniature da andare a trovare spesso delicatamente ne puliva le foto piccole, molto piccole con dita agili e lente pettinava i ciuffetti ricci dei capelli ne rassettava svelto i vestitini quasi fossero frammenti di sé, una sua incompiutezza incontrata per caso su un’infanzia di altri e si chinava a baciarne le labbra il bel sorriso.
Si scambiavano preziosi silenzi
i bambini erano morti lo sconosciuto aveva adottato due piccoli morti
Mi guardo lì testarda seduta sul mio s-vantaggio. Incalza la passione! Non è ancora venuto fuori l’altro di me,
forse l’ ieri l’altro perché sono un tempo testardo, segreto e viaggio, seduta sul mio s-vantaggio ostaggio di un treno in corsa parlo con tutti i passaggi a livello chiusi, con le vie senza uscita
e sbatto avanti e indietro, e sono un arabesco in metamorfosi. Speranza -comunque la vivessi, una malattia senza narcotico: non andrò verso di lei- sai tutto ciò che non so.
La semplicità del caos in me zampilla come un pene in un’acquasantiera
Le idee cambiano con la stessa velocità dello sguardo sulle pareti di un segreto tra lenzuola disfatte nessuno se ne avvede e il principio di contraddizione lo consente
eri un uomo le cui mani non stavano ferme entravi nei miei sedili tracce, percorsi, mete e vi giocavi a dadi Conobbi di te punti, angoli, spazi Sapevi di sale e di Caos
C’è stato un tempo, una brusca emozione nella vita allo specchio vissuta. come su un trapezio volante
balzavo da una cima all’altra dei desideri: due balzi nel poco, il doppio nell’eccesso, l’infingardaggine negli uni, la sfrontatezza negli altri
e io, nel vuoto, a guardare lo specchio piegarsi, strizzarsi, distendersi, allargarsi, aggiustarmi il cappello sul volto, sorridere alle unghie dipinte, offrire una rosa alla ruga dei miei compleanni, lì, sotto l’occhio sinistro.
C’è stato un tempo che lo specchio interrogava: “tu, dei miei desideri che sai, sei ancora una memoria elegante e slanciata?”
E’ passata una vita in un attimo, uno sguardo profondo ma anche di sfuggita dentro noi nella contrazione dei giorni, delle ore, dei minuti un attimo insomma che, come una bella, si guarda allo specchio. e lì sa tutto di sé.
“Sapessi cosa riflettono gli attimi -diceva lo specchio-: una vita? Ah, come è poco una vita!”
C’è stato un tempo, un singhiozzo del tempo e c’è ancora, quel tempo ieri, domani
All’ angolo, lì dove la strada quasi sbatte contro di sè quella sagoma, indefiniti i contorni, non vuol dir nulla. È solo un mucchietto senza sguardo ne’ voce, non so da dove venga.
Il giorno che pensa a me è solo una raccolta di telecomandi rotti -con le batterie scariche e una stirpe regale di chips- eroi sconfitti di insondabili realtà virtuali cui credere per fede Una rivisitazione dell’al di là? Qui non si dice ne’ si ne’ no e la morte non lascia traccia.
Ma io muoio davvero Quando la mia tenerezza invaderà il mondo? Quando lo accenderà di fiamma e luce?
Ecco sarà compiuto il tempo mio e il mio insognabile sogno. Ecco sarà il giorno in cui nacqui alla fine.
Camminano le orme, si infittiscono, corrono agitate nella tempesta
La casa dove nacque saltella sempre là con la corda piroetta frustate sul giardino della polvere grigia e pallida come una vecchia bambina spettinata e irriguardosa
ha ancora quell’ odore che si incarna sulla pelle come un tatuaggio e non te ne disfai più.
Ma l’ uomo non l’ha portata con sè in tasca ha solo la finestra occhiuta il vento la sbatte, vento trascinato dal vento pioggia bagnata dalla pioggia,
i piedi della mente ghignano ancora tempeste d’anima, dolori umidi paure trapassanti dove si incontrano anima e carne, vaga accanto al suo tempo la casa lo tiene prigioniero nella sua aria cieca come una buca
In fondo alla porta d’ingresso stringe in pugno un desiderio inespresso ormai avvizzito. L’ha incastrato prima che uscisse
“Solo questo domando: esserti sempre, per quanto tu mi sei cara, leggero” (G. Raboni, Canzonette mortali 1981-83)
inscatolare tutte le pratiche? congelare i respiri?
è tempo ora di gettare vuoto nel vuoto come sale su ferita che non chiude
e questa vita fermaglio di passaggi erranti sbagliati sbaragliati adesso in fuga
si slegano i dettagli nella mente vagano dentro la dispensa di assurdi quotidiani (in amore) perdono parola acquistano in ululato
e le insonnie di queste vigilie (come sta fermo un ti amo!) a contare il tempo con un pallottoliere perché sia colorato a riaccogliere il vuoto a riempire di per sempre l’ attimo
Tenendomi per mano ho attraversato il ponte prima che crollasse Strano, ritrovo la sagoma là sulla sponda ebbra di specchi sfilacciati. Solo una pulce avida di polvere vede il mio nome imbrunire sulla sponda opposta
Il crollo fu di notte quando la sagoma iniziò a dibattersi
Ho estratto dalla borsa i versi lastricati sulla mia voglia e li ho obliterati per sottrarli alla logica dei fatti -dove sei?- Varranno ancora per i prossimi 90 minuti poi non ci sarà più nulla dentro il tegame della veglia se non faccio a pezzi questa pura lussuria.
Non era vero che potevamo addentare la luna solo col tuo desiderio e la mia miseria -è la’ che mi attendevi?- Non funzionano da schiaccianoci, o forse la luna non è noce per noi.
non fateci caso abitare il pericolo è come bere un bicchiere d’acqua colorato da tua sorella su un quaderno allunghi la mano afferri un ponte volante …il resto non sai
nella pagina dopo si gonfia un galleggiante è bucato ma sei ancora vivo tua sorella guarda verso di te nuota rivelando la rapidità di cambiamento tra i soggetti: un vedersi guardare
una storia appare e scompare è sempre una storia da raccontare