Ecco la mia immagine torna a scuotermi la carne ad attraversarmi come fossi un santuario di schegge di ragione viva vivente. Suda il profumo opaco altalenante dell’incenso sull’altare di un io in combutta con le sue ferite. Si accalca su di me perplessa, mi impietrisce, si guarda attorno non riunisce le coscienze che osservano scompigliate, sa che affondano per questo è qui lei, la parte di me che appare l’unica visibile verità.
Ho preso dimora in un frammento di specchio sapeva di immagini morte. Li ciò che sogno e ciò che ho sognato aspetteranno ciò che sognerò Sarà un’attesa continua sarà un’attesa lunga perché non sto sognando perché non sto morendo
luce anticipata lo sconosciuto, quasi solo, solo, prendeva a cuore due bambini piccoli, molto piccoli due fratellini
miniature da andare a trovare spesso delicatamente ne puliva le foto piccole, molto piccole con dita agili e lente pettinava i ciuffetti ricci dei capelli ne rassettava svelto i vestitini quasi fossero frammenti di sé, una sua incompiutezza incontrata per caso su un’infanzia di altri e si chinava a baciarne le labbra il bel sorriso.
Si scambiavano preziosi silenzi
i bambini erano morti lo sconosciuto aveva adottato due piccoli morti
Mi guardo lì testarda seduta sul mio s-vantaggio. Incalza la passione! Non è ancora venuto fuori l’altro di me,
forse l’ ieri l’altro perché sono un tempo testardo, segreto e viaggio, seduta sul mio s-vantaggio ostaggio di un treno in corsa parlo con tutti i passaggi a livello chiusi, con le vie senza uscita
e sbatto avanti e indietro, e sono un arabesco in metamorfosi. Speranza -comunque la vivessi, una malattia senza narcotico: non andrò verso di lei- sai tutto ciò che non so.
La semplicità del caos in me zampilla come un pene in un’acquasantiera
Le idee cambiano con la stessa velocità dello sguardo sulle pareti di un segreto tra lenzuola disfatte nessuno se ne avvede e il principio di contraddizione lo consente
eri un uomo le cui mani non stavano ferme entravi nei miei sedili tracce, percorsi, mete e vi giocavi a dadi Conobbi di te punti, angoli, spazi Sapevi di sale e di Caos
C’è stato un tempo, una brusca emozione nella vita allo specchio vissuta. come su un trapezio volante
balzavo da una cima all’altra dei desideri: due balzi nel poco, il doppio nell’eccesso, l’infingardaggine negli uni, la sfrontatezza negli altri
e io, nel vuoto, a guardare lo specchio piegarsi, strizzarsi, distendersi, allargarsi, aggiustarmi il cappello sul volto, sorridere alle unghie dipinte, offrire una rosa alla ruga dei miei compleanni, lì, sotto l’occhio sinistro.
C’è stato un tempo che lo specchio interrogava: “tu, dei miei desideri che sai, sei ancora una memoria elegante e slanciata?”
E’ passata una vita in un attimo, uno sguardo profondo ma anche di sfuggita dentro noi nella contrazione dei giorni, delle ore, dei minuti un attimo insomma che, come una bella, si guarda allo specchio. e lì sa tutto di sé.
“Sapessi cosa riflettono gli attimi -diceva lo specchio-: una vita? Ah, come è poco una vita!”
C’è stato un tempo, un singhiozzo del tempo e c’è ancora, quel tempo ieri, domani
All’ angolo, lì dove la strada quasi sbatte contro di sè quella sagoma, indefiniti i contorni, non vuol dir nulla. È solo un mucchietto senza sguardo ne’ voce, non so da dove venga.
Il giorno che pensa a me è solo una raccolta di telecomandi rotti -con le batterie scariche e una stirpe regale di chips- eroi sconfitti di insondabili realtà virtuali cui credere per fede Una rivisitazione dell’al di là? Qui non si dice ne’ si ne’ no e la morte non lascia traccia.
Ma io muoio davvero Quando la mia tenerezza invaderà il mondo? Quando lo accenderà di fiamma e luce?
Ecco sarà compiuto il tempo mio e il mio insognabile sogno. Ecco sarà il giorno in cui nacqui alla fine.
Camminano le orme, si infittiscono, corrono agitate nella tempesta
La casa dove nacque saltella sempre là con la corda piroetta frustate sul giardino della polvere grigia e pallida come una vecchia bambina spettinata e irriguardosa
ha ancora quell’ odore che si incarna sulla pelle come un tatuaggio e non te ne disfai più.
Ma l’ uomo non l’ha portata con sè in tasca ha solo la finestra occhiuta il vento la sbatte, vento trascinato dal vento pioggia bagnata dalla pioggia,
i piedi della mente ghignano ancora tempeste d’anima, dolori umidi paure trapassanti dove si incontrano anima e carne, vaga accanto al suo tempo la casa lo tiene prigioniero nella sua aria cieca come una buca
In fondo alla porta d’ingresso stringe in pugno un desiderio inespresso ormai avvizzito. L’ha incastrato prima che uscisse
“Solo questo domando: esserti sempre, per quanto tu mi sei cara, leggero” (G. Raboni, Canzonette mortali 1981-83)
inscatolare tutte le pratiche? congelare i respiri?
è tempo ora di gettare vuoto nel vuoto come sale su ferita che non chiude
e questa vita fermaglio di passaggi erranti sbagliati sbaragliati adesso in fuga
si slegano i dettagli nella mente vagano dentro la dispensa di assurdi quotidiani (in amore) perdono parola acquistano in ululato
e le insonnie di queste vigilie (come sta fermo un ti amo!) a contare il tempo con un pallottoliere perché sia colorato a riaccogliere il vuoto a riempire di per sempre l’ attimo
Tenendomi per mano ho attraversato il ponte prima che crollasse Strano, ritrovo la sagoma là sulla sponda ebbra di specchi sfilacciati. Solo una pulce avida di polvere vede il mio nome imbrunire sulla sponda opposta
Il crollo fu di notte quando la sagoma iniziò a dibattersi
Ho estratto dalla borsa i versi lastricati sulla mia voglia e li ho obliterati per sottrarli alla logica dei fatti -dove sei?- Varranno ancora per i prossimi 90 minuti poi non ci sarà più nulla dentro il tegame della veglia se non faccio a pezzi questa pura lussuria.
Non era vero che potevamo addentare la luna solo col tuo desiderio e la mia miseria -è la’ che mi attendevi?- Non funzionano da schiaccianoci, o forse la luna non è noce per noi.
non fateci caso abitare il pericolo è come bere un bicchiere d’acqua colorato da tua sorella su un quaderno allunghi la mano afferri un ponte volante …il resto non sai
nella pagina dopo si gonfia un galleggiante è bucato ma sei ancora vivo tua sorella guarda verso di te nuota rivelando la rapidità di cambiamento tra i soggetti: un vedersi guardare
una storia appare e scompare è sempre una storia da raccontare