Pier Carlo Lava: Un percorso tra commercio, marketing e passione per la comunicazione
Dal settore commerciale e marketing al mondo della consulenza e del blogging
La mia carriera lavorativa si è sviluppata nel settore commerciale e marketing, un ambiente dinamico e stimolante, capace di offrire sfide quotidiane e opportunità di crescita continua. Questo mondo mi ha affascinato sin dall’inizio, non solo per la sua natura in continua evoluzione, ma anche per il forte impatto che ha avuto sulla mia crescita professionale e personale.
Lavorare in questo settore significa non conoscere la routine: ogni giorno è una nuova sfida, ogni momento richiede adattabilità, intuizione e competenza. Il commercio e il marketing si fondano su un mix di organizzazione, metodo, psicologia, dialettica, creatività e improvvisazione, tutti elementi che distinguono i professionisti più abili sia nelle vendite che nelle strategie di comunicazione e branding.
Spesso, guardando indietro, ci si chiede se si rifarebbero le stesse scelte. Molti, potendo tornare indietro, sceglierebbero strade diverse. Personalmente, non cambierei quasi nulla del mio percorso: rifarei la stessa scelta con la consapevolezza che, per natura delle cose, ogni esperienza vissuta sarebbe comunque unica e irripetibile.
Se c’è una cosa che forse modificherei, è il tempo dedicato alla famiglia. Con il senno di poi, avrei voluto concedere più spazio agli affetti, bilanciando meglio le esigenze professionali con quelle personali. Il lavoro mi ha dato molto, ma è altrettanto importante riconoscere il valore del tempo condiviso con chi ci è più caro.
Oggi, con l’esperienza maturata, continuo a coltivare la mia passione per la comunicazione e l’informazione attraverso il mio ruolo di blogger e consulente, contribuendo con analisi, riflessioni e contenuti su Alessandria Today e altri progetti editoriali. Perché, in fondo, il sapere e l’esperienza acquistano valore solo quando vengono condivisi.
Inutile dire che il mio libro è in cima ai miei pensieri. Forse vi annoio. Qualcuno smetterà di leggere i miei post. Io però ho bisogno di parlarne. Di crederci. Di andare avanti in questa strada. Da casa mia che è piccola piccola cerco di raggiungere il mondo. Cerco di far conoscere la mia sensibilità.
Saranno tutte illusioni? Forse. Però mi rispondo che devo tentare. Devo lottare fino alla fine. Perché sai cosa succede se non lotti? Ti arrendi. E arrendersi significa abbandonare tutto. Significa vivere senza emozioni. Senza quella cosa che ti fa battere forte il cuore e ti fa sentire vivo.
Grazie a chi parla del mio libro.
A chi ha voglia di parlarne. A chi come me continua a scoprire che nonostante tutto la vita è bella.
Grazie a tutti anche a quelli che se ne sono andati.
Mi sono letteralmente innamorata di questo romanzo man mano che procedendo nella lettura ne ho apprezzato il protagonista e l’ambientazione.
Romolo è un uomo solitario e questa sua condizione è descritta con dovizia di pensieri, gesti e atteggiamenti, credo che non sia casuale la scelta di vivere in Valsesia dove questa sua solitudine si esprime compiutamente nelle scarse relazioni sociali e in un clima che favorisce il chiudersi in se stesso e la contemplazione delle bellezze del lago d’Orta. Il lago da sempre considerato un luogo malinconico, dove uno spirito contemplativo ha modo di riflettere su se stesso e la propria vita.
In questa esistenza solitaria, volutamente cercata, si innesta quella forzata dovuta alla pandemia, Romolo trascorrerà molto tempo investigando con il pc. Tutta la storia è pervasa da una malinconia che ha catturato la mia attenzione e che si contrappone al desiderio di proseguire la lettura per capire quali sono i motivi del delitto. Ovviamente non mi addentro nei particolari per non sciupare la lettura, ma posso affermare che La suora non ha niente da invidiare ai gialli letti nella mia lunga vita di lettrice.
La leggenda di un treno abbandonato dai tedeschi alla fine della seconda guerra mondiale, si intreccia con le indagini di un orrendo omicidio consumato all’interno del palazzo Passione Paciotti di Urbino.
Gabriele Terenzi Presenta IL MISTERO DEL TRENO SCOMPARSO Una nuova indagine di Costantino Bez
Una mattina di novembre, nel cortile interno del palazzo Passionei Paciotti viene ritrovato il corpo orrendamente sfigurato di Lara Matteucci, la bibliotecaria. Per Costantino Bez inizia una nuova indagine, che questa volta vedrà al suo fianco la moglie Michela, giornalista interessata al caso. È proprio grazie a una sua intuizione che l’omicidio viene messo in relazione alla leggenda di un treno tedesco carico di oro e oggetti di valore sottratti agli ebrei nel 1944 e sepolto nella galleria di Cà Menocchio sulla tratta dismessa Urbino-Pergola. Quanto c’è di vero nella leggenda del treno scomparso? In che modo la bibliotecaria si è trovata coinvolta in questa storia fino a rimetterci la vita? Dopo Mistero a Palazzo Ducale (2021 – Blitos Edizioni), l’autore Gabriele Terenzi ci porta nuovamente per le strade di Urbino, insieme a Costantino Bez, imprenditore turistico che collabora con le forze dell’ordine. Il connubio tra realtà e finizione è la cifra stilistica di Terenzi e anche in questo caso si innesca la curiosità su questo evento accaduto alla fine della seconda guerra mondiale. Secondo il racconto tramandato dalle persone del luogo esisterebbe davvero un treno sepolto sotto una galleria, che fu abbandonato dall’esercito tedesco durante la ritirata. A noi non resta che avventurarci in questa avvincente indagine, seguendo gli indizi, alla ricerca dei colpevoli.
AUTORE
Gabriele Terenzi nasce a Urbino nel 1963, dove vive tutt’ora. Laureato in Biologia, svolge la professione di Informatore Medico. Figlio del Direttore della locale Azienda di Soggiorno e Turismo, fin da piccolo respira l’aria dell’ambiente di promozione turistica. Nel 1975, ancora adolescente, vive il clamore del furto dei dipinti di Piero della Francesca e Raffaello che vengono trafugati dal Palazzo Ducale di Urbino. Da sempre appassionato di romanzi polizieschi, decide di ispirarsi a questo fatto di cronaca per scrivere il suo primo romanzo Mistero a Palazzo Ducale edito da Blitos Edizioni (2021), traslando la narrazione al giorno d’oggi. Le altre esperienze editoriali includono la collaborazione con un quotidiano locale e con una rivista del settore ludico, dove si occupava di analisi matematico-statistica e calcolo della probabilità. Il mistero del treno scomparso è il secondo romanzo della serie di Costantino Bez. Anche questo romanzo è legato al territorio di Urbino
Titolo Il mistero del treno scomparso Autore Gabriele Terenzi Genere Giallo investigativo Collana Tracce di sangue Pagine 306 Disponibile in · ebook: 2,90€ · Paperback: 14,90€
Editore: Blitos Edizioni – Giugno 2022 Acquistabile su Amazon, in libreria o sul sito dell’editore http://www.blitos.it
BLITOS EDIZIONI nasce come Associazione di Promozione sociale in ambito culturale. Creata con partecipazione di scrittori emergenti, si propone come interlocutore unico per tutti gli scrittori italiani che vogliono affermarsi nel panorama editoriale italiano. Blitos conta su diverse professionalità dall’ufficio stampa a un folto numero di editor, nonché formatori ed esperti marketing. Tutto è stato creato per rispondere alle esigenze degli autori emergenti. Compare un romanzo di Blitos vuol dire sostenere il sogno di uno scrittore italiano.
“Continuerò a volare” … per non smettere mai di credere nei sogni
E’ un viaggio alla scoperta di luoghi meravigliosi e un invito a non smettere mai di sognare, il romanzo fresco di stampa dal titolo “Continuerò a volare”, scritto da Graziella Polini e pubblicato, appena un mese fa (giugno 2022), nella collana “Gli Emersi – Narrativa” dell’Aletti editore. L’autrice è una tecnica radiologa, che vive a Parma e ha lavorato in ambiente sanitario per molti anni. Dopo un’ immobilita’ durata alcuni anni per motivi di salute, ha deciso di approcciarsi alla scrittura di poesie e racconti. «Il titolo – spiega la scrittrice – è stato scelto perché non bisogna mai smettere di credere nei propri sogni, anche i più difficili da realizzare. I sogni vanno inseguiti e, se non fosse possibile per varie situazioni, perchè non “continuare a volare” sia in senso pratico ma anche virtualmente? In fondo il nostro cervello può essere allenato anche con la fantasia».
La trama non è premeditata ma nasce da un’idea che, piano piano, pagina dopo pagina, prende forma ascoltando anche l’intuito. Narra la storia di Lisa, un giovane medico chirurgo che lavora a Milano. La sua passione e dedizione per il lavoro la portano a lunghi periodi in ospedale, senza sosta, senza tregua. Condivide vita e lavoro con il suo grande amore, Fabio, un uomo affascinante ma anche profondamente innamorato di Lisa. Lisa ama molto viaggiare e questa sua passione è la sua valvola di sfogo: nel suo mestiere non esistono orari di lavoro e le responsabilità sono enormi, a tal punto a volte, da non rientrare a casa dall’ospedale per molti giorni consecutivi. Così, quando è ora di staccare, Lisa, spesso da sola, s’imbarca sul primo volo… E così fa anche l’ultima volta: destinazione Haiti. Il suo viaggio la porterà a scoprire luoghi meravigliosi, ma la vacanza ha in serbo per lei un’esperienza alquanto drammatica, durante la quale incontrerà il misterioso Jack.
«Nella mia opera – spiega l’autrice – predominano sicuramente gli aspetti stilistici di dialoghi e descrizioni puramente semplici e formali, così da arrivare con purezza al cuore delle persone». Il libro, principalmente frutto della fantasia ma in cui è presente anche una piccolissima parte di realtà (che l’autrice, per il momento, non vuole svelare), è una continua ricerca di se stessi e di un equilibrio interiore, spesso raggiungibile solo viaggiando e volando con la mente. «In questo – ne è convinta Graziella, accompagnata, fin da piccola, da comunicazioni legate alla sensitività – tutti dovremmo prendere esempio dai bambini. Spero di far sognare e volare anche voi!».
Nel sogno estivo Il sole a picco spiccava fra gli abeti sugli olmi e sui roseti cantavano gli uccelli M’immersi nel sogno estivo intonai la mia voce evocai un canto nel respiro d’aria che colma il vuoto Scese il silenzio e il blu della notte involse come seta le stelle remote … e trovò l’approdo quel frammento silente della mia fantasia e il suo innocente vagheggiare ester@mirella MP 20 luglio 2014 foto web
Giorni pervasi di malinconia, giorni che si frantumano su pensieri e immagini sfocate e che rivelano cocci di rimpianto… A volte una pagina può rappresentare quel tappeto da cui si raccolgono questi piccoli residui di vita che restano dopo tanti attimi, dopo ore lunghe o brevi, dolorose o liete, vissute o sognate… Giorni in cui vorresti che il tempo fosse rimasto cristallizzato a quell’istante, impresso in una retina virtuale da cui non si può cancellare nulla… Giorni in cui il dolore è stato così forte da desiderare un vento impetuoso per spazzare via tutto, in un rapido balenare di follia, in un volteggiare imbizzarrito da cui non si esce che tramortiti… Giorni che si avviluppano su scorci di momenti che sfumano e raggiungono un cielo che non ha confini… Giorni che sono onde, sussurri e voci in un mare liquido di emozioni che non si toccano ma si vivono o forse si sognano, perché cosa altro è la vita se non un sogno?
“Non c’è nessun vascello che, come un libro possa portarci in paesi lontani, né corsiere che superi al galoppo le pagine di una poesia. E’ questo un viaggio anche per il più povero, che non paga nulla, tanto semplice è la carrozza che trasporta l’anima umana”. Emily Dickinson
Finalmente, dopo un po’ di anni dalla pubblicazione del mio primo libro di poesie, ho preso in mano il mio taccuino e ho raccolto i versi che, dal 2010 in poi, sono nati dalla mia anima, dal mio cuore, dalle mie esperienze. In questa raccolta c’è una sorta di ripiegamento nella propria interiorità e l”anima si è tramutata in poesia, dove la casa è diventata una metafora della condizione umana e la vita come soffio di vento rappresenta gli eventi che trasformano l’esistenza, schiaffeggiandola proprio come fa il vento.
Il libro è stato pubblicato con Cultura Oltre – Rivista letteraria ed è presente su Amazon ai seguenti link: quitroverete il cartaceo e qui invece troverete l’eBook.
La poesia che dà il titolo all’intera silloge ne connota pienamente il significato, già anticipato nella presentazione dell’opera: “Ospite errante senza tempo nella casa del vento!” Ha inizio così la silloge di poesie che prende il titolo “Nella casa del vento” e che vuole rappresentare la metafora della condizione dell’uomo, imprigionato in una secolare precarietà ed esposto ad ogni folata di vento che la vita sprigiona nelle sue incursioni improvvise. Nomadi in cerca di stabilità, gli esseri umani, in perenne dissidio tra la voglia di eternità e il desiderio di fuga da una realtà a volte soffocante. Nella continua ricerca della libertà di vivere senza strettoie e condizionamenti, con il presagio che incombe e che ci fa temere di rimanere intrappolati tra pareti di carta in una dimora apparentemente stabile, ma fragile e cadente. La raccolta si compone di poesie scandite da un’introduzione costituita da brevi riflessioni estemporanee, composte rubando attimi al tempo che fugge, nella constatazione della provvisoria inconsistenza dell’essere, nel caos di mete irraggiungibili.”
Correva l’anno 1893 e il giovane ventenne Tommasino, che viveva in un piccolo paese della Val Maira, si dannava a lavorare per migliorare il magro bilancio famigliare ed alleviare quella che era una vita di stenti.
Suo padre era morto alcuni anni prima di tisi, lasciando la moglie e i cinque figli in condizioni penose; Tommasino, che era il figlio più grande, si sentì quindi in dovere di non risparmiarsi. Ogni soldo guadagnato era per la sua famiglia e per sé nulla si concedeva; era l’unico ragazzo che non frequentava l’osteria del paese.
Avendo sentito parlare delle saline di Aigues Mortes da alcuni uomini che ne discutevano in piazza, si intromise ed apprese quanto segue.
Disse il più anziano “Caro ragazzo, il lavoro nelle saline è ben pagato, in un mese guadagni di più che in sei mesi nelle nostre montagne; ma ricordati che quando i francesi ti pagano bene è perché ti sfruttano più di una bestia, quella gente ci odia e ci tollera soltanto perché loro sono fannulloni e preferiscono giocare alle bocce mentre noi ci rompiamo la schiena.”
“La mia famiglia ha bisogno di soldi e il lavoro non mi spaventa, che altro devo aspettarmi?”
Aggiunse un altro signore, che masticava tabacco “Cosa devi aspettarti? La malaria, aria malsana altro che l’aria buona delle nostre montagne, acqua putrida infestata da serpenti, un caldo reso ancora più insopportabile da una umidità fradicia e gente ignorante e malvagia, che ci sfrutta e ci insulta. Caro Tommasino, io ho lavorato parecchio laggiù e ti garantisco che quello è l’inferno sulla terra.”
Ma Tommasino, che per il bene della propria famiglia avrebbe dato la vita, non si spaventò; chiese a quei signori come doveva fare per essere ingaggiato e nessuno riuscì a fargli cambiare idea.
Una mattina, prima del sorgere del sole, si caricò sulle spalle un grosso zaino nel quale la mamma aveva messo del lardo, dei salami, delle grosse micche di pane e una capiente borraccia, ricavata da una zucca essiccata e svuotata, colma d’acqua.
Inforcò la vecchia bicicletta che era stata di suo padre e partì; si voltò dopo poco e vide la mamma che piangeva, una morsa gli strinse il cuore ma ormai la decisione era stata presa.
Pedalava tutto il giorno e parte della notte, quando proprio crollava dal sonno si rifugiava sotto un ponte e dormiva, dopo essersi rifocillato anche sforzandosi, perché la fatica eccessiva gli toglieva la fame; doveva comunque nutrirsi per poter raggiungere la meta lontana.
E mentre pedalava fantasticava sul denaro che avrebbe guadagnato, col quale avrebbe acquistato un grembiule nuovo per la mamma e magari un paio d’occhiali per il nonno, che era quasi cieco e per Natale avrebbe comprato carne e due bottiglie di vino, per festeggiare come mai avevano potuto farlo.
Pedala e pedala, dopo alcuni giorni raggiunse la località di Aigues Mortes; come gli era stato indicato si rivolse ad un compaesano che trovò con una certa fatica, e così Tommasino iniziò a lavorare nelle saline, dove passava tutto il giorno; voleva essere il primo ad iniziare e l’ultimo a finire, per guadagnare il più possibile.
Raramente incrociava qualche abitante locale, tra questi un uomo che gli sputò addosso e una donna anziana che gli urlò qualcosa che non capì, ma comprese che non doveva trattarsi di niente di buono.
Il lavoro era ancora peggiore di quel che gli era stato prospettato, ma Tommasino strinse i denti e non si perse d’animo.
Erano già passate tre settimane dal suo arrivo, era smagrito e ogni tanto si sentiva mancare per il caldo torrido e il lavoro sfibrante; aveva già incassato parte del suo salario, che portava sempre con sé.
Un brutto giorno, mentre era intento a faticare, sentì un clamore provenire da lontano; aguzzò lo sguardo e vide una moltitudine di persone inferocite che si dirigeva verso di lui e gli altri lavoratori. L’istinto agì prima ancora che la sua mente capisse cosa stava accadendo; iniziò a correre a gambe levate, dietro di lui sentiva urla folli e spari di fucile. Purtroppo la mobilitazione dei residenti era totale, e Tommasino si trovò accerchiato da malintenzionati provenienti da ogni dove; avvertì un dolore fortissimo al capo ed iniziò a grondare sangue, gli era stata lanciata una pietra. Cadde nella palude e prima di perdere i sensi avvertì il dolore ripetuto di calci e bastonate.
Si risvegliò in piena notte, i criminali lo avevano creduto morto, cercò di alzarsi ma ricadde nel pantano numerose volte; aveva senz’altro delle ossa fratturate, ma quel che era peggio è che Tommasino aveva perso la memoria.
Cercò il portafoglio ma non lo trovò, gli infami lo avevano anche derubato.
Era solo nella palude, circondato dalle tenebre, ignaro delle sue generalità e da dove venisse; soltanto l’istinto lo guidò indicandogli di dirigersi verso oriente.
Camminò per settimane, dolorante e affamato, tenuto appena in vita dalle rare elemosine che ricevette.
Giunse infine nella città di Asti, per caso, e si aggiunse ai vagabondi che elemosinavano la vita dall’altrui pietà; per le gravi percosse aveva perso l’uso delle braccia e camminava zoppicando vistosamente, non poteva più lavorare.
Tommasino morì assiderato alla vigilia di Natale di quel maledetto 1893, la carne e le due bottiglie di vino con cui avrebbe voluto festeggiare il Natale rimasero un sogno irrealizzato.
Nell’eccidio di Aigues Mortes morirono numerosi piemontesi, colpevoli di volersi guadagnare il pane onestamente; si fece un processo farsa e nessun assassino francese pagò per quei crimini. Assassini autoassoltisi nel più completo marciume morale, infami tra gli infami, più che Acque Morte la definizione che meglio si addice è quella di Anime Morte.
Riedizione di racconti di Ernesto Martinasso pubblicati su Me Piemont. Mostra meno
Il 19 luglio 1992, in via D’Amelio a Palermo… per non dimenticare… di Polizia di Stato
Il 19 luglio 1992, in via D’Amelio a Palermo, un’autobomba uccise il giudice Paolo Borsellino e i poliziotti che lo scortavano, Agostino Catalano. Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Un’altra strage firmata dalla mafia, a soli 57 giorni di distanza da quella di Capaci, con cui tentarono di colpire e fermare chi lottava in prima linea per difendere la legalità e la democrazia. Il loro sacrificio, a trent’anni da quel tragico giorno, viene ricordato oggi a Palermo e in tutta Italia. La loro memoria deve essere custodita e raccontata per diventare fonte di ispirazione ed esempio per le generazioni future. https://www.poliziadistato.it/…/199662d5101ec0fa3944954646
San Gimignano è una città collinare della Toscana, di Why we love Italy
San Gimignano è una città collinare della Toscana situata a sud-ovest di Firenze. Circondata da mura del XIII secolo, il fulcro del suo centro storico è piazza della Cisterna, una piazza triangolare fiancheggiata da case medievali.
Nel1282 il governo di San Gimignano promulgò una legge che impediva di abbattere le vecchie case se non per costruirne di più belle. Purtroppo delle 72 torri (una per ogni famiglia benestante) costruite nel medioevo, oggi ne restano solo 13. Nonostante questo, l’effetto per chi arriva dalla collina toscana e vede spuntare all’improvviso la sagoma del paese è semplicemente emozionante.
San Gimignano is a hill town in Tuscany located southwest of Florence. Surrounded by 13th-century walls, the centerpiece of its historic center is piazza della Cisterna, a triangular square lined with medieval houses.
In 1282 the government of San Gimignano promulgated a law that prevented the demolition of old houses except to build more beautiful ones. Unfortunately, of the 72 towers (one for each wealthy family) built in the Middle Ages, today only 13 remain. Despite this, the effect for those arriving from the Tuscan hills and suddenly seeing the shape of the country appear is simply exciting.
I trulli sono tutelati dall’UNESCO dal 6 dicembre 1996 quali patrimonio dell’umanità, di Why we love Italy
I trulli sono tutelati dall’UNESCO dal 6 dicembre 1996 quali patrimonio dell’umanità.
La storia della loro nascita è davvero molto particolare: un editto del Regno di Napoli del XV secolo prevedeva un tributo per ogni nuovo insediamento urbano. I conti di Conversano, gli Acquaviva d’Aragona proprietari del territorio dell’attuale Alberobello decisero di andare contro l’editto ed imposero ai contadini che dovevano bonificare l’area di costruire case a secco, senza malta, in modo che figurassero come case precarie e dunque non come nuovo insediamento urbano.
I contadini costruirono queste cascine a pianta tonda, o quadrata, con tetto a falsa cupola.
Buongiorno e buon sabato a tutti voi, cari amici, da Alberobello!!
The trulli have been protected by UNESCO since 6 December 1996 as a World Heritage Site.
The story of their birth is very particular: an edict of the Kingdom of Naples in the fifteenth century provided for a tribute for each new urban settlement. The Counts of Conversano, the Acquaviva d’Aragona owners of the territory of the current Alberobello decided to go against the edict and imposed on the farmers who had to reclaim the area to build dry houses, without mortar, so that they appeared as precarious houses and therefore not as a new urban settlement.
The peasants built these farmhouses with a round or square plan, with a false dome roof.
Good morning and happy Saturday to all of you, dear friends, from Alberobello !!
Prima Guerra Mondiale. Uomini, Soldati, Eroi. L’Esercito Portoghese durante la Grande Guerra
In questa meravigliosa Fotografia, colorata recentemente, Soldati di Fanteria dell’Esercito Portoghese durante la Grande Guerra in territorio Francese, sul Fronte Occidentale.
Ogni sguardo un’emozione, ogni viso una storia da raccontare, ogni espressione uno stato d’animo personale. C’è chi ride, chi osserva intensamente, chi è preoccupato e pensieroso…
Nell’estate del 1914, la giovane Repubblica portoghese – subentrata alla Monarchia il 5 ottobre 1910 – non sembrava orientata ad appoggiare la causa dell’Intesa contro gli Imperi Centrali. Anche se alcuni leader repubblicani, tra cui il Ministro degli Esteri Augusto Soares, iniziarono molto rapidamente a valutare un intervento militare a fianco della Gran Bretagna (che per secoli aveva mantenuto buoni ma anche ambigui rapporti con il Portogallo) ritenendolo la soluzione migliore per tutelare il proprio fragile impero coloniale africano, di cui facevano parte la Guinea, l’Angola e il Mozambico: territori questi ultimi due sui quali da tempo la Germania del Kaiser (ma, segretamente, anche la stessa Inghilterra) aveva posto l’attenzione.
Nell’agosto del 1914, la Gran Bretagna, pur essendo duramente impegnata contro la Germania, non sembrava però dimostrare grande interesse ad un’eventuale partecipazione del Portogallo al conflitto, paventando eventuali pretese lusitane sui possedimenti tedeschi d’Africa (in particolare il Tanganika e l’Africa del Sud-Ovest). Senza considerare che lo Stato Maggiore inglese nutriva assai scarsa considerazione nei confronti delle forze armate portoghesi, giudicate male organizzate e peggio comandate. Ragione per cui fu soltanto alla fine del 1915, in seguito alle spaventose carneficine verificatesi sul fronte occidentale, che i governi di Londra e di Parigi iniziarono a sondare con maggiore interesse la disponibilità di Lisbona.
Il 24 febbraio del 1916, dietro pressioni inglesi, lo Stato Iberico fu indotto a sequestrare ben trentasei navi da carico tedesche bloccate dall’inizio del conflitto nei suoi scali. E questo atto, contrario alle norme internazionali, costrinse, il 9 marzo 1916, la Germania a dichiarare guerra alla Repubblica lusitana.
Passato al fianco dell’Intesa, il governo portoghese, presieduto da Bernardino Machado, s’impegnò con gli alleati ad inviare un Corpo di Spedizione di circa 55.000 uomini sul fronte occidentale. Il contingente, chiamato CEP (Corpo Expedicionário Português), venne posto agli ordini del Generale Tamagnini de Abreu. Per il trasferimento delle truppe, Lisbona mise a disposizione soltanto dieci navi da carico, costringendo i Britannici a fornirne altre sette, più sedici cacciatorpediniere di scorta. Soltanto in questo modo fu possibile trasportare (con sessantacinque viaggi) dai porti lusitani a quelli francesi 3.346 ufficiali e 52.421 tra sottufficiali e soldati, 7.783 cavalli, 1.501 mezzi a motore, 312 camion, e parecchie batterie di cannoni e obici da 75, 105 e 155 millimetri.
I primi scaglioni del Corpo Expedicionário Português giunsero a Brest il 2 febbraio, venendo poi trasferiti tramite ferrovia fino alla zona di raduno di Aire-sur-la-Lys/Thérouanne, dove i soldati vennero sottoposti ad un indispensabile, anche se breve, ciclo di addestramento alla guerra in trincea e all’uso delle maschere anti gas. Dopodiché alle unità vennero distribuite attrezzature, elmetti, fucili Lee Enfield, mitragliatrici leggere Lewis di fabbricazione britannica e mitragliatrici pesanti e pezzi di artiglieria di provenienza francese. L’11 maggio del ’17, la prima unità lusitana prese posizione lungo la linea del fronte, ma bisognò attendere il 5 novembre per assistere al dispiegamento di un’intera brigata.
L’ambientamento dei reparti portoghesi si rivelò difficoltoso fino dall’inizio. La truppa dimostrò di non riuscire ad abituarsi alle razioni inglesi e soprattutto all’inclemenza del freddo clima continentale (durante l’inverno 1917-1918 la temperatura arrivò a toccare i meno 22 gradi). Oltre a ciò, la circolazione tra i reparti di manifestini pacifisti e disfattisti ebbe come risultato un pericoloso crollo del morale.
Per i militari portoghesi il primo impatto con la dura realtà della guerra moderna risultò estremamente traumatico. A partire dal mese di aprile, cioè con l’inizio del dispiegamento dei reparti nelle trincee di prima linea, centinaia di inesperti soldati iniziarono ad essere falciati dal micidiale fuoco dell’artiglieria e delle armi automatiche tedesche, mentre altre migliaia si ammalarono di tifo e di polmonite. L’insieme di questi fattori, oltre che a contribuire alla decimazione delle truppe, non tardò ad innescare il fenomeno delle diserzioni. Preoccupato per la situazione, il Comando britannico decise di ritirare dalla prima linea il Corpo Expedicionário Português, incominciando dalla 1° divisione che venne sostituita dalla 55ma divisione West Lancashire. E il 9 aprile anche la 2° divisione venne rimpiazzata dalla 55ma e 50ma Northumbrian division. E contestualmente, il Generale Gomes da Costa rimpiazzò il Generale Simas Machado al comando della 2° divisione portoghese che venne inserita nell’Undicesimo Corpo britannico sotto il Generale Richard Haking, un ufficiale noto per la sua completa insensibilità nei confronti delle perdite subite dai suoi reparti.
Il 9 aprile, la 4°, la 5° e la 6° brigata appartenenti alla 2° divisione si ritrovarono in prima linea con alle spalle, in funzione di riserva, la 3° brigata della 1° divisione. Fu a quel punto che il comando della Sesta Armata tedesca scatenò la sua offensiva (chiamata in codice «Georgette»): la prima di una lunga serie di attacchi in massa che si sarebbero protratti per tutta la primavera-estate del 1918 nelle Fiandre, cioè nel tratto di fronte tenuto dalle forze britanniche e portoghesi. Dopo avere ritirato l’81ma divisione di riserva, rimpiazzandola con otto divisioni fresche provenienti dalle retrovie.
Sulle prime, i 20.000 soldati del Corpo Expedicionário Português, appoggiati da ottantotto pezzi d’artiglieria, tentarono di arginare l’avanzata dei 100.000 fanti del LV e XIX Corpo germanico, appoggiati per l’occasione da ben 1.700 tra cannoni e obici. Nel corso della feroce battaglia che seguì (che gli storiografi inglesi battezzarono «Battle of Estaires»), la quasi totalità del Corpo Expedicionário Português venne praticamente annientata, nonostante il tentativo fatto dal Generale Haking di soccorrere con alcune unità mobili i vacillanti reparti lusitani nell’area di Lacouture. Ciononostante, i reparti portoghesi non seppero reggere alla pressione nemica, iniziando a ripiegare e a lasciare ampi vuoti nello schieramento: vuoti che elementi della 50ma Northumbrian e della 51ma Highland tentarono di tappare. Secondo il Comando inglese, nel corso della battaglia, diverse unità portoghesi opposero una scarsa resistenza al nemico, abbandonando le trincee e dandosi alla fuga. Anche se, in verità, gli scarsamente addestrati fanti lusitani ben poco avrebbero potuto fare contro le agguerrite e numerose divisioni tedesche. Comunque sia, a «salvare l’onore» del Portogallo fu un uomo soltanto: il soldato semplice Anibal Augusto Milharis che, rimasto solo in una trincea con la sua mitragliatrice, coprì la ritirata dei suoi, bloccando per diverse ore un’intera compagnia tedesca.
Dopo questa débacle, i Britannici decisero di utilizzare i reduci del Corpo Expedicionário Português in mansioni secondarie. E fu così che parte della truppa lusitana venne impiegata per costruire strade, scavare rifugi e trincee e, addirittura, per governare le mandrie di cavalli, muli e bestie da soma nelle retrovie. Anche se nelle settimane che seguirono, in seguito alle vibranti proteste di Lisbona, gli Inglesi furono però costretti ad addestrare, armare e riportare in linea alcuni reparti lusitani, che questa volta ebbero modo di farsi valere. Nel novembre del 1918, sul fronte dell’Escaut risulta che fossero operativi tre battaglioni, tre gruppi di artiglieria leggera da campagna, undici gruppi di artiglieria pesante e quattro compagnie del genio. Secondo fonti francesi, pare che tra l’aprile del 1917 e il novembre del 1918, il Corpo Expedicionário Português abbia subito la perdita di 2.086 militari e il ferimento di 256 ufficiali e 4.968 soldati. Sempre stando alle fonti francesi, risulta che nello stesso periodo altri 270 graduati e 6.408 soldati vennero fatti prigionieri dai Tedeschi mentre oltre 7.200 uomini dovettero essere rimpatriati per ferite o malattia. Insomma, si trattò di una vera e propria strage.
I caduti portoghesi della sfortunata campagna francese 1917-1918 riposano ancora oggi nel cimitero di Richebourg l’Avoué e in altri sacrari.
Ci sono uomini che sanno badare ai dettagli. Non tutti gli uomini hanno una certa sensibilità. Non tutti gli uomini hanno le parole giusto al momento giusto.
Ci sono uomini che non riescono ad esternare i loro sentimenti e uomini che invece, lo sanno fare benissimo.
Ci sono uomini che ti sanno toccare, ti sanno parlare, ti sanno amare. Ti sanno far sentire speciale.
Riescono a capire quando stai male, di cosa hai bisogno, cosa c’è che non va.
E tu, è inutile che neghi, loro ci arrivano comunque.
Ci sono uomini che ti fanno sfogare e ti fanno sentire leggera come una piuma.
Ci sono uomini che amano farti sentire al centro dell’attenzione, uomini che ti fanno sentire bella. Speciale. Unica.
Ci sono uomini che ti sorprendono con poco e non con gesti eclatanti. Quei gesti che ti entrano nella mente e nel cuore.
Ci sono uomini che ti spogliano l’anima.
Ci sono uomini che ti carezzano il viso, le mani, i piedi, ti baciano dolcemente ovunque e ti parlano piano fino a farti venire i brividi in tutta la schiena. Ci sono uomini che sono puri, non hanno problemi a farti vedere davvero chi sono, senza dover mascherare. Ci sono uomini che farebbero pazzie per la propria donna. Ci sono uomini che ti dedicano del tempo e non ti fanno mancare niente. Ci sono uomini che le attenzioni non devono mancare mai. Ci sono uomini che ti capiscono e che ti fanno sentire protetta, al sicuro. Quelli che ti danno sicurezza.
Quelli che ti fanno sentire nuda anche da vestita.
Quelli che non c’è bisogno che parli, basta che ti guardino negli occhi.