Pier Carlo Lava: Un percorso tra commercio, marketing e passione per la comunicazione
Dal settore commerciale e marketing al mondo della consulenza e del blogging
La mia carriera lavorativa si è sviluppata nel settore commerciale e marketing, un ambiente dinamico e stimolante, capace di offrire sfide quotidiane e opportunità di crescita continua. Questo mondo mi ha affascinato sin dall’inizio, non solo per la sua natura in continua evoluzione, ma anche per il forte impatto che ha avuto sulla mia crescita professionale e personale.
Lavorare in questo settore significa non conoscere la routine: ogni giorno è una nuova sfida, ogni momento richiede adattabilità, intuizione e competenza. Il commercio e il marketing si fondano su un mix di organizzazione, metodo, psicologia, dialettica, creatività e improvvisazione, tutti elementi che distinguono i professionisti più abili sia nelle vendite che nelle strategie di comunicazione e branding.
Spesso, guardando indietro, ci si chiede se si rifarebbero le stesse scelte. Molti, potendo tornare indietro, sceglierebbero strade diverse. Personalmente, non cambierei quasi nulla del mio percorso: rifarei la stessa scelta con la consapevolezza che, per natura delle cose, ogni esperienza vissuta sarebbe comunque unica e irripetibile.
Se c’è una cosa che forse modificherei, è il tempo dedicato alla famiglia. Con il senno di poi, avrei voluto concedere più spazio agli affetti, bilanciando meglio le esigenze professionali con quelle personali. Il lavoro mi ha dato molto, ma è altrettanto importante riconoscere il valore del tempo condiviso con chi ci è più caro.
Oggi, con l’esperienza maturata, continuo a coltivare la mia passione per la comunicazione e l’informazione attraverso il mio ruolo di blogger e consulente, contribuendo con analisi, riflessioni e contenuti su Alessandria Today e altri progetti editoriali. Perché, in fondo, il sapere e l’esperienza acquistano valore solo quando vengono condivisi.
Alessandria: INAUGURAZIONE MOSTRA PIETRO VILLA – ACQUEFORTI DI PICCOLO FORMATO
Nell’ambito delle iniziative di “Aperto per Cultura”, Sabato 10 settembre 2022 alle ore 18.00 presso la Biblioteca Civica “Francesca Calvo” , sarà inaugurata la mostra “Pietro Villa – Acqueforti di piccolo formato “ curata dal direttore dell’Associazione Culturale “Il Triangolo Nero” Gianni Baretta.
A distanza di ben 31 anni dalla mostra che, con lo stesso titolo, fu inaugurata nel 1991 nella sede de “Il Triangolo Nero”, verrà proposta presso le Sale Storiche della Biblioteca una mirata scelta delle piccole, raffinate e sempre più rare acqueforti di Pietro Villa che, con Cino Bozzetti può essere annoverato fra i più importanti incisori del ‘900.
La fama incisoria di Villa è dovuta senza dubbio alle grandi partiture delle vedute del “suo” Monferrato come alle acqueforti, quasi astratte, dei cardi e delle canne che erano visione-riflesso sempre presente del prediletto e frequentato paesaggio collinare tra Vignale e Camagna.
In parallelo a questa produzione maggiore aveva però sempre coltivato anche la passione per piccole lastre di pochi centimetri, nelle quali trasfondeva la stessa qualità dei lavori di grande dimensione ma aggiungendovi una tenera e straordinaria qualità poetica che, a distanza di tempo, continua a stupire e commuovere chi osserva questi piccoli fogli che, in tanti casi, non hanno misure superiori a quelle delle ‘cartoline’ di antica memoria.
I soggetti scelti da Villa per queste ‘operine-gioiello’ sono sempre appartenuti al suo repertorio di immagini amate e indagate dalla sua pacata e serena creatività: piccoli paesaggi, nature morte, fiori, farfalle e conchiglie per non dimenticare, infine, le molte vedute della città con i suoi palazzi e monumenti spesso visti sotto l’effetto di candide nevicate.
L’incidere raffinato e leggero di Pietrino Villa ha saputo creare magie di segno e di luce che hanno reso questa sua produzione collaterale, ma per nulla minore, un unicum in tutto il panorama acquafortistico non solo alessandrino. L’occasione di ritrovarne molte insieme, in perfetta sintonia con la bella e suggestiva sede della nostra Biblioteca, vuole essere anche un giusto e doveroso omaggio a un grande artista la cui opera merita di essere maggiormente conosciuta.
La mostra sarà visitabile sino a venerdì 14 ottobre 2022, durante l’orario di apertura al pubblico della Biblioteca Civica:
Il cuore simbolo di vita e sede dell’anima durante la fase di mummificazione veniva posto dentro uno dei vasi canopi, la protezione di questo organo era talmente importante da essere citata anche in una parte del Libro dei Morti.. “Questo cuore che mi appartiene piange dinnanzi a Osiride, supplica per me.. o mio cuore non levarti contro di me, non accusarmi nel tribunale, non volgerti contro di me al cospetto degli addetti alla Bilancia.. se tu ti rivolgi bene saremo salvi..non calunniare il mio nome alla corte che assegna la posizione alla gente, sarà bene per noi il giudizio, sarà lieto il cuore di chi giudica.. non dire menzogna contro di me davanti al Dio dell’Occidente..” Questo amuleto era fatto in pietra vitrea bianca, corniola o lapislazzuli e durante la mummificazione veniva posto tra le bende che avvolgevano il defunto per assicurare al morto che il suo cuore potesse rispondere in modo sincero nel momento del giudizio di Osiride.
Credits: Aton-Ra. Vasi canopi
Dov’è?
Da Frida la loka.
Voglio che l'anima torni al suo corpo non so di preciso il momento nel quale è stata rapita, folgorata e affranta al contempo da non so cosa, oppure si sa ...
(ma non si vuole accettare) spegnendo quell'che resta solo materia ibrida, ammuffita ...
Il vento arido l'ha portato con sé; trascinando e lasciando scie solo d'acqua salata nel suo percorso, successione infinita di pelle spenta. È ora; il tempo è questo, non seguo nient'altro che la verità per cruda che sia, le ferite in corpo e anima ormai sono calli rinsechiti, i segni, differenti valli non più fertili; non cresce nulla, non c'è modo di seminare, è destinato a soccombere.
Correva l’anno 1968; Il giorno successivo all’assassinio di Martin Luther King Jr. Un 4 aprile; per spiegare in modo semplice e chiaro ai bambini il tema delle differenze razziali e il processo di discriminazione basato su caratteristiche fisionomiche, Jane Elliott insegnante elementare, educatrice dell’antirazzismo, femminista e attivista dei diritti LGBT, condusse un famoso esperimento.
Il paradigma del gruppo minoritario.
Conosciuto come “blue eyes/brown eyes”. L’idea era quella di dimostrare ai bambini che una differenza qualsiasi avrebbe potuto separarli e metterli l’uno contro l’altr o.
Decise così di basare l’esperimento sul colore degli occhi. Il primo giorno dichiarò ai suoi alunni che i bambini con gli occhi chiari erano “superiori” agli altri con gli occhi scuri; portò dei collari marroni e chiese ai bambini con gli occhi chiari di metterli al collo dei loro compagni con gli occhi scuri come metodo per identificare facilmente la “minoranza”.
Poi diede ai bimbi con gli occhi chiari dei privilegi, ad esempio rispetto alle porzioni a pranzo, l’accesso alla nuova palestra, cinque minuti aggiuntivi di intervallo, essere seduti nelle prime file in classe, ecc. I bambini “privilegiati” vennero poi incoraggiati a giocare solo tra di loro; Jane Elliott inoltre non permetteva agli studenti dei due gruppi di bere dalla stessa fontanella e spesso rimproverava quelli con gli occhi scuri se non seguivano le regole dell’esercizio o facevano errori.
Inizialmente ci fu molta resistenza tra i bambini che appartenevano al gruppo minoritario e quindi Jane Elliott mentì ai bambini dicendo che la melanina era legata all’intelligenza e che quindi era realmente un dato che indicava la superiorità degli altri bambini.
In poco tempo i bambini con gli occhi azzurri divennero sempre più arroganti e prepotenti. I loro voti erano migliori e completavano compiti di matematica e di lettura che in passato non erano riusciti a portare a termine. I bambini con gli occhi scuri iniziarono ad essere più timidi e servili, ottenevano punteggi inferiori nei test e addirittura si isolavano durante l’intervallo.
Il giorno successivo Jane Elliott ribaltò l’esercizio, dichiarando superiori gli allievi con gli occhi scuri e questi ultimi si comportarono in maniera molto simile a come fecero i loro compagni con gli occhi chiari il giorno prima. Alla fine per riflettere sull’esperienza appena vissuta chiese a tutti i bambini di scrivere cosa avevano imparato.
Voleva far provare alla sua piccola città di provincia, composta esclusivamente di studenti bianchi, l’esperienza di camminare nei “mocassini di un bambino di colore” per un giorno. Perciò, iniziò la sua lezione con questa preghiera, unendo entrambi argomenti; i nativi americani e gli afroamericani.
“Oh grande spirito, trattienimi dal giudicare un uomo finché non avrò camminato nei suoi mocassini.” (Preghiera Sioux)
Il paradigma del gruppo minoritario ha dato vita a un metodo applicato dalla psicologia sociale. Esso si basa sulla determinazione di differenze tra soggetti, al fine di stabilire gruppi distinti. Si tratta di una tecnica che serve a dimostrare quanti criteri di differenziazione sono necessari per creare gruppi distinti e, sulla base di ciò, analizzare il comportamento dei soggetti.
Il 15 dicembre 1970 dimostrò quest’esperienza ad educatori adulti presso la Casa Bianca, in occasione della White House Conference on Children and Youth.
Questo fatto accaduto in un periodo farnetico in quelli anni, conferma tuttora che la società non è cambiata un granché. E l’ho dimostra il comportamento di semplici bambini, piccoli, senza pregiudizi finché, sono messi alla prova; questo mi porta a riflettere inevitabilmente sul comportamento degli adulti, che con l’aggravante di una pienezza d’informazione/disinformazione, fanno sì che le situazioni a livello umano, sociale non cambino.
Dovrebbe essere “Pasqua del Signore” ogni giorno, perché non c’è un solo istante che non ci sia bisogno della Sua Resurrezione!
RISORGI
Risorgi, Cristo, risorgi nei bambini che hanno per braccia rametti secchi, mani che non sanno accarezzare e piedi che non calzeranno mai scarpe. Risorgi, Cristo, risorgi nei giovani irrequieti, ribelli e sprezzanti del pericolo, che non hanno ancora appreso quanto è sacra la vita. Risorgi, Cristo, risorgi negli anziani con i volti solcati dalle pene e gli sguardi malati di solitudine. Risorgi, Cristo, risorgi nei loro figli che lottano e non possono accudirli e in quelli che non li vogliono accudire. Risorgi, Cristo, nella mia anima che sanguina, stracciata dalle brutture del mondo, che non sa più credere e sperare. Risorgi!
Salve lettori, siete ancora in vacanza oppure avete ripreso la routine quotidiana? Ancora per qualche appuntamento torna la rubrica “Letture sotto l’ombrellone”.
Libera per usi commerciali. Attribuzione non richiesta.
Questa mattina sono qui per parlarvi di un retelling estivo de “Il Grande Gatsby”. Mi riferisco a “L’estate del primo amore” di Joanne Bonny (Pubblicazione indipendente).
La vita di Giulia, giovane interior design, va a gonfie vele: la sua carriera sta procedendo in ascesa e Alberto, il suo fidanzato di professione scrittore, le ha fatto la proposta di matrimonio. Giulia è al settimo cielo, è pronta per compiere il grande passo, tuttavia, all’improvviso, un particolare turba la sua felicità: lei è già sposata da ben nove anni. A soli diciannove anni, mentre studiava a Parigi, Giulia ha conosciuto Tommaso, se ne è innamorata perdutamente e lo ha sposato senza informare la famiglia. Ora che il suo matrimonio “ufficiale” sta per essere celebrato deve necessariamente ritrovare Tommaso, dal quale è fuggita una notte senza lasciare nemmeno un biglietto, per chiedergli il divorzio, ma, dopo una ricerca, scopre che l’uomo in questione è deceduto. Giulia torna a respirare, il suo segreto è al sicuro. Tuttavia le sorprese non sono finite. Un certo Rick Blaine, imprenditore americano dal passato misterioso, la contatta per chiederle di occuparsi della sua villa a Capri che vorrebbe trasformare in un hotel di lusso. Giulia accetta di recarsi sul posto per fare un sopralluogo e allo stesso tempo per concedersi una vacanza, ma la sorpresa sarà enorme quando si renderà conto che dietro Rick Blaine si nasconde proprio Tommaso, suo marito.
“Credere in se stessi è il più grande potere che un essere umano possa possedere. In cos’altro dovremmo credere, del resto, se non in noi stessi? Gli altri non fanno altro che deluderci e spezzarci il cuore.”
Tutti conosciamo la trama de “Il Grande Gatsby” di Fitzgerald e tutti abbiamo sperimentato, leggendolo, il senso di stupore che pervade l’opera. In questa rivisitazione contemporanea ritroviamo, appunto, la figura di un uomo tanto ricco quanto avvolto nel mistero, organizzatore di feste alle quali partecipano tante persone, solo, circondato dai suoi segreti.
Giulia ha una vita perfetta. È pienamente realizzata sotto tutti i punti di vista, ha una bella famiglia, amici, una bellissima casa e un fidanzato che l’adora al punto da chiederle di diventare sua moglie. Eppure, dietro il suo essere apparentemente spontanea e trasparente vi è un grande segreto che ha tenuto celato per tantissimo tempo. Sembra assurdo che lei, che appare tanto equilibrata e razionale, sia stata in grado di lanciarsi a capofitto in un qualcosa più grande di lei. Le esperienze non restano mai fine a loro stesse e, a distanza di anni, per Giulia è arrivato il momento di sperimentarne le conseguenze e di tornare nel passato, quello stesso passato dal quale è fuggita.
Tommy è il classico cattivo ragazzo in grado di far perdere la testa alla giovane di buona famiglia. I due si abbandonano a una storia d’amore da romanzo, sullo sfondo di una magica Parigi, ma il giovane napoletano, trapiantato in Francia, ha una vita dominata dall’illegalità e ben presto Giulia si renderà conto del peso che ha avuto diventare sua moglie.
Quando il destino li farà rincontrare tra i due aleggiano sentimenti di rabbia e ricordi tristi. Giulia, resasi conto di essere caduta in una trappola, si ritrova costantemente in bilico tra la fuga e l’attrazione, in nome dei tempi passati. Per quale motivo Tommy è tornato? E perché si è costruito una nuova vita? sono questi i due grandi interrogativi che aleggiano nella sua mente.
Personalmente ho trovato di poco spessore il personaggio di Alberto. Scrittore in crisi di ispirazione, autore di un romanzo nel complesso poco apprezzato, non riesce a imporsi nella trama; lo si ritrova spesso ai margini, totalmente estraniato dal contesto, solo nel finale diviene un po’ più attivo, insomma risulta difficile simpatizzare nei suoi confronti.
Lo stile della prosa è semplice e scorrevole. Passato e presente s’intersecano grazie a flashback e alle pagine del diario scritte dalla giovane Giulia. Il ritmo narrativo è piuttosto serrato, appare rallentato in alcuni momenti nei quali, a mio parere, ne risente anche il coinvolgimento emotivo del lettore.
Un romanzo piacevole e originale nella rivisitazione del classico. Una lettura sulle complicazioni varie ed eventuali del primo amore.
Libera per usi commerciali. Attribuzione non richiesta.
Questa mattina sono qui per parlarvi di un romanzo tanto bello quanto spiazzante. Mi riferisco a “Ti prometto il mare. Ricomincio da me!” di Riccardo Bertoldi (Rizzoli).
Quando scopre che suo marito l’ha tradita, la vita di Sofia, donna in carriera milanese, subisce una brusca frenata. Ora che è rimasta sola deve imparare a contare su se stessa, a ricominciare cercando di superare il dolore e il trauma dell’abbandono. Enea non si è mai spostato da Riva del Garda, dove continua a lavorare nel pub in cui sbarcava il lunario da ragazzo. Cosa possono avere in comune due persone dalle esistenze così diverse? Ventidue anni prima i due hanno vissuto un amore, ben più importante di un amore estivo, che ha lasciato in entrambi un forte ricordo. E quando il destino decide di farli rincontrare, forse è arrivato il momento di ascoltare la sua voce.
“Promettersi il mare significa promettersi una vita ricca, bella, libera. Una vita all’altezza del nostro cuore. Una vita in cui smettere di accettare anche solo un grammo in meno dell’amore che meritiamo.”
Il destino dà e il destino toglie. È questa la frase che meglio esprime l’essenza di questo romanzo, perfetto romance fino a un certo punto, in grado improvvisamente di spiazzare come una doccia gelata.
Sofia è una donna realizzata. Svolge il lavoro che ha sempre sognato, ha una relazione appagante, una famiglia sulla quale poter sempre contare. È sufficiente un attimo per far crollare tutte le sue certezze e per porla faccia a faccia con i suoi limiti. È giunto il momento di sfoderare le unghie, tirare fuori la determinazione e ammettere le proprie fragilità poiché non c’è nulla di male nel mostrarsi deboli. Poco a poco Sofia compie un percorso di autoanalisi, capendo quali sono le sue reali priorità e imparando giorno dopo giorno ad affrontare la vita da sola con anche un briciolo d’incoscienza, come era solita fare da giovane quando ogni estate si recava a Riva del Garda per trascorrere i tre mesi più belli dell’anno.
Sin da quando era ragazzino, Enea è stato costretto a comportarsi da adulto e a vivere col senso di colpa in una famiglia complicata. L’incontro con Sofia lo segna nel profondo e quando da adulto ha la possibilità di riprovarci ora con timore ora con entusiasmo prova a considerare quell’evento come il riscatto che si merita. Fino a quando l’inaspettato squarcia la bolla di felicità e li mette nuovamente a dura prova.
Lo stile della prosa, pur essendo semplice, è curato nei dettagli. Le frasi sono studiate, rese armoniche, quasi musicali. Gli eventi, che si sviluppano tra passato e presente, sono narrati principalmente dal punto di vista di Sofia con una grande sensibilità da parte dell’autore che riesce a rendere con efficacia la psiche femminile.
Il lettore è pienamente coinvolto dagli eventi narrati e non può non rimanere senza parole dinanzi alla piega inaspettata che assume l’opera.
Un romanzo dolce e ad alto tasso emozionale. Una lettura che sa colpire dritto al cuore.
Tu te souviens de ce pigeon qui avait pris l’habitude de descendre dans notre cour et dont je t’ai décrit la démarche le plumage bariolé, flamboyant des ailes de la gorge l’œil rond filant comme du vif argent me rappelant cette méfiance immémoriale qu’il y a entre nous et les bêtes
Bistagno (AL) Sabato 17 settembre 2022 nell’Area Feste Comunale, in collaborazione con il Comune di Bistagno, RETE TEATRI presenta
LASCIA CHE SIA FIORITO…. Fabrizio De Andrè e Luigi Tenco tra le ombre di Spoon River regia di Paolo La Farina
Se Fabrizio De Andrè e Luigi Tenco, incontrandosi di nuovo, facessero una passeggiata a Spoon River… quali “gocce di splendore” ci potrebbero regalare?Questo spettacolo di teatro e musica mette in scena alcuni dei personaggi delle poesie di Edgar Lee Masters raccolte nel meraviglioso volume “Antologia di Spoon River”, e le canzoni di Fabrizio De Andrè della raccolta “Non al denaro, non all’amore né al cielo”. Inoltre alcune delle canzoni di Luigi Tenco che potrebbero essere veramente ispirate ad alcuni dei personaggi dell’antologia. La musica, la scenografia, le interpretazioni attoriali e le canzoni ci trasportano in un mondo straordinario tanto affascinante quanto reale, in cui le storie sono di grandissima e sorprendente attualità. In scena Paolo La Farina e Monica Massone interpretano la storia dei personaggi, mentre il M.o Benedetto Spingardi interpreta con tastiere e voce alcune delle indimenticabili canzoni di F. De Andrè e di L. Tenco, con la partecipazione di Alessandra Sini.
Salve lettori vi parlo di un testo importante: Camminando a testa scalza di Dalila Giglio – Infuga Edizioni.
Il testo racconta un percorso personale che mira a far conoscere una malattia di cui se ne parla ben poco: alopecia areata. Il termine medico, non rimane come una nozione sterile, grazie all’esperienza dell’autrice, il lettore scopre non solo la malattia ma tutto quello che ruota intorno ad essa. Cento pagine, con una dialettica semplice e diretta, riga dopo riga si viene travolti da nozioni, punti di vista, emozioni forti e consigli pratici. Aiuta a riflettere su come la perdita, sporadica prima e totale poi dei capelli, comporti un percorso psicologico non indifferente, gradualmente si arriva a una consapevolezza e una ricerca di accettazione della nuova immagine di sé, diversa da quella di cui si è abituati negli anni. In alcuni casi, argomenta l’autrice, l’alopecia areata non si limita alla testa ma in altri punti focali del viso e del corpo.
Il sistema nazionale sanitario non la riconosce come malattia, e il paziente si ritrova, da solo a sostenere le spese che prevede la cura del cuoio capelluto glabro e disorientato per la mancanza di una cura mirata.
Questo libro mira a sensibilizzare sull’argomento, in modo tale che la gente ne venga sempre più a conoscenza, col fine ultimo di devolvere parte dei proventi all’A.N.A.A in un progetto di ricerca medica pediatrica di questa malattia.
Buona lettura
Sinossi:
L’alopecia areata è una patologia autoimmune che causa l’improvvisa perdita, totale o parziale, dei capelli e, nelle forme più gravi, anche dei peli del corpo. Quando l’“area celsi” fa capolino nella sua vita, in forma molto leggera, Dalila ha ventuno anni: ne ha trentadue quando, dopo un lungo periodo di remissione, la malattia si ripresenta, stavolta in forma tanto aggressiva da portarla a perdere quasi tutti i capelli e buona parte della peluria del corpo. Per Dalila è l’inizio di una nuova vita, in alcuni aspetti diversa da quella precedente, e di un difficile percorso di scoperta e di accettazione della patologia che la porta a scrivere un piccolo volume che vuole essere un modo per dar voce al vissuto, alle emozioni, alle paure e ai desideri di quanti, come lei, sono affetti da questa malattia ancora socialmente invisibile.
C’era un tempo in cui ci si alzava molto presto al mattino per recarsi al lavoro.
La colazione non era fatta di latte e caffè, biscotti, cappuccino e cornetti o cereali, corn flakes, muesli, yogurt (mio nonno direbbe : ciā sònde sti muchèminde)
Soprattutto non si andava al bar a fare colazione poiché la vita era molto sacrificata soprattutto per coloro che dovevano lavorare nei campi, nelle fabbriche, nelle miniere, o a mare, a pesca. Ci si nutriva con roba genuina: una fetta di pane fatto in casa con olio evo di produzione propria e pomodori appesi (rigorosamente pugliesi) frutta fresca e il tepore del caminetto acceso.
Ecco…quel tempo vorrei tornasse per me che l’ho vissuto e tutt’ora mio padre che vive in campagna fa questa colazione sana e nutriente così come d’altronde molti contadini ancora che hanno la fortuna di vivere a contatto con la natura. Ad esempio da colazione con…â cjallèdde!
In questo scatto c’è il passaggio tra la mia giovinezza e l’età della ragione. Non trovai la Ratio e non il Lume che supera il luce tutte le Ombre. Semplicemente afferrai la trama che mi ha portata – avventure indicibili e mostri e creature – alla me che adesso cammina al centro dinamico delle sfumature.
Dal buio rimescolando estrarre inchiostro, cuocere a temperatura corporea, anima e spirito distrarre dalla lotta e fissare il volatile, e volatilizzare il fisso.
Questo il processo.
Ai lettori l’ardua sentenza.
Massimo Tallone ed io alla guida di un piccolo gruppo di alchimiste abbiamo fatto dello Zolfo atmosfere, del Mercurio parole, del Sale il senso.
“Autobiografia del nemico” è un cofanetto di racconti nei quali troverai lo specchio della tua stessa psiche.
“Autobiografia del nemico” è l’autobiografia dell’incontro con l’inconscio.
“Autobiografia del nemico” è anche un corso, è scrittura-cura in collaborazione con la casa editrice. Il libro nasce dal corso e al corso riporta. Si riparte a fine ottobre.
Vuoi partecipare alla prossima antologia?
Golem Edizioni e Scritturacura presentano
Autobiografia del nemico
Vi piacerebbe raccontare il vostro percorso in un libro?
Otto incontri preserali per esplorare le ombre che ogni autore/autrice porta in sé. Dal 24 ottobre 2022 a Torino in Piazza De Amicis 80/D, accanto alla Libreria Belleville Torino di Paola Tombolini (o online) con due docenti d’eccezione: Massimo Tallone e Valeria Bianchi Mian.
Alla fine del percorso gli allievi daranno forma ai racconti che verranno inseriti in un’antologia pubblicata da Golem Edizioni e che sarà presentata al Salone del Libro 2023.
Costo: 350€ (per iscrizioni entro il 15 settembre sconto del 10%).
Dodici posti disponibili ma affrettatevi… la vostra ombra è in agguato.
Per informazioni e/o iscrizioni info@golemedizioni.net
Racconti: IL CARRETTO, di Cinzia Perrone – Autrice
Camminavo con mio padre, quando all’improvviso si arrestò a una curva e dopo un breve silenzio mi domandò:
Oltre al canto dei passeri, senti qualcos’altro?
Aguzzai le orecchie e dopo alcuni secondi gli risposi: Ascolto il rumore di un carretto.
Giusto, mi disse. E’ un carretto vuoto.
Io gli domandai: Come fai a sapere che si tratta di un carretto vuoto se non lo hai ancora visto?
Allora mi rispose: E’ facile capire quando è un carretto vuoto, dal momento che quanto più è vuoto tanto più fa rumore.
Divenni adulto e anche oggi quando vedo una persona che parla troppo, interrompe la conversazione degli altri, è invadente, si vanta delle doti che pensa di avere, è prepotente e pensa di poter fare a meno degli altri, ho l’impressione di ascoltare la voce di mio padre che dice: Quanto più il carretto è vuoto tanto più fa rumore…
Casale Città Aperta: a settembre doppio appuntamento In occasione della Festa del Vino del Monferrato Unesco
Come di consueto, durante il mese di settembre l’iniziativa Casale Città Aperta, la tradizionale iniziativa per far conoscere i monumenti e i musei cittadini organizzata dell’Assessorato alla Cultura – Museo Civico e in programma abitualmente durante il Mercatino dell’Antiquariato, raddoppia la propria offerta.
Nel fine settimana di sabato 10 e domenica 11 settembre i monumenti visitabili e gli orari di apertura saranno:
Cattedrale di Sant’Evasio e chiesa di San Domenico dalle ore 15,00 alle ore 17,30
Teatro Municipale, Torre Civica e chiesa di San Michele: sabato dalle ore 15,30 alle ore 18,30; domenica dalle ore 10,00 alle ore 12,30 e dalle ore 15,30 alle ore 18,30
chiesa di Santa Caterina (ingresso da via Trevigi, 16): sabato dalle ore 15,00 alle ore 19,00 e domenica dalle ore 10,00 alle ore 19,00
Percorso storico-militare del Monferrato (Coordinamento delle Associazioni d’Arma in via Martiri di Nassiriya 8): domenica dalle ore 10,00 alle ore 12,30
Palazzo Gozani di San Giorgio (sede del Comune): domenica dalle ore 10,00 alle ore 12,30 e dalle ore 15,30 alle ore 18,30. Saranno visitabili Sala Consiliare, Galleria, Sala Verde, Sala Rossa e Sala Gialla, tutte decorate con gli splendidi affreschi di Francesco Lorenzi dedicati a temi mitologici.
Castello del Monferrato, che ospiterà Golosaria (www.golosaria.it), sarà visitabile grazie ai volontari di Orizzonte Casale che si renderanno disponibili per l’accoglienza e la visita di cortile e spalti sabato dalle ore 15,30 alle ore 18,30 e domenica dalle ore 10,00 alle ore 12,30 e dalle ore 15,30 alle ore 18,30.
Nel fine settimana di sabato 17 e domenica 18 settembre, primo week end della Festa del Vino del Monferrato Unesco (www.festadelvinodelmonferrato.it), i monumenti visitabili e gli orari di apertura saranno:
Teatro Municipale, Torre Civica e chiesa di San Michele: sabato dalle ore 15,30 alle ore 18,30 e domenica dalle ore 10,00 alle ore 12,30 e dalle ore 15,30 alle ore 18,30
chiesa di Santa Caterina (ingresso da via Trevigi, 16): sabato dalle ore 15,00 alle ore 19,00 e domenica dalle ore 10,00 alle ore 19,00
Cattedrale di Sant’Evasio: dalle ore 15,00 alle ore 17,30
Castello del Monferrato sarà visitabile grazie ai volontari di Orizzonte Casale che si renderanno disponibili per l’accoglienza e la visita di cortile e spalti sabato dalle ore 15,30 alle ore 18,30 e domenica dalle ore 10,00 alle ore 12,30 e dalle ore 15,30 alle ore 18,30.
Alle ore 15.30 di domenica 11 e domenica 18, con partenza dal Chiosco di piazza Castello, si terrà la consueta passeggiata per i monumenti cittadini con l’accompagnamento dei volontari dell’Associazione Orizzonte Casale.
Nei due fine settimana saranno inoltre aperti anche i seguenti musei: Museo Civico e Gipsoteca Bistolfi offrirà l’ingresso gratuito sabato 10 e domenica 11 e a pagamento sabato 17 e domenica 17. Orari di apertura: dalle ore 10,30 alle ore 13,00 e dalle ore 15,00 alle ore 18,30. Situato nell’ex Convento di Santa Croce, affrescato all’inizio del Seicento da Guglielmo Caccia detto il Moncalvo, include la Pinacoteca (con l’esposizione di circa 250 opere tra dipinti e sculture) e la Gipsoteca Leonardo Bistolfi (una delle poche collezioni italiane in grado di illustrare l’intero percorso creativo di uno scultore nella sua completezza. Sono esposte 170 sculture del maestro simbolista, di origine casalese, che raggiunse fama internazionale). Nella sala ipogea è esposta la collezione di Carlo Vidua, con le testimonianze di viaggio raccolte dal viaggiatore monferrino durante tre viaggi intorno al mondo all’inizio dell’Ottocento. Il museo proporrà domenica 11 alle ore 17,00 la visita guidata Il Cavalier Cairo a cura di Dario Salvadeo. La partecipazione all’iniziativa prevede il pagamento del biglietto ridotto di € 3,60. È gradita la prenotazione ai numeri 0142/444.249-444.309.
Sinagoga e Musei Ebraici aperti solo domenica dalle ore 10,00 alle ore 12,00 e dalle ore 15,00 alle ore 18,00: edificata nel 1595, monumento di grande interesse storico e artistico, il Tempio Israelitico oggi si presenta nel suo splendore barocco rococò piemontese (1700-1800). Sono annessi il Museo Ebraico, che espone numerosi argenti, tessuti e oggetti di culto.
Percorso museale del Duomo Sacrestia Aperta, visitabile sabato e domenica dalle ore 15,00 alle ore 18,00, permette di ammirare preziosi reliquiari, splendidi tessuti e importanti mosaici. Sarà anche possibile accedere, la domenica, al percorso dei sottotetti della Cattedrale: l’ingresso sarà organizzato con visite guidate ad orari fissi: ore 15,00 – 16,00 – 17,00; il percorso avrà una durata di circa 45 minuti ed è richiesto un contributo di 5 euro (per maggiori di anni 12), 4 euro (per minori di anni 12 e over 60), ingresso gratuito per possessori di tessera MOMU o Abbonamento Piemonte Musei. Il numero max consentito per ogni visita è di 10 persone, motivo per cui è consigliata la prenotazione al numero 3929388505 o alla mail antipodescasale@gmail.com. Per la visita ai sottotetti è inoltre consigliabile l’uso di una calzatura comoda.
Il presente comunicato è redatto in modo impersonale (senza nomi e virgolettati) secondo quanto disposto dall’art.9 c.1 della legge n° 28 del 22 febbraio 2000 in tema di par condicio nei periodi pre-elettorali.
Ritorna al tuo cuore, alla sorgente che genera vita o morte, e guarisci. Le persone sono abisso e cielo, profondità e vertigine, pezzetti di divinità lungo la strada, angeli di sconvolgimento e pace. Versi che danno le vertigini che spingono uomini e donne ad essere veri, essere autentici, senza maschere e senza paure.
Una sorta di rivoluzione poetica, quella che parte dall’interno, dall’intimo. Una rivoluzione con rivelazione.
Queste poesie d’amore scavano nel profondo per curare il cuore, per guarire la vita. Come? Facendo nesso con il mondo verso l’umanizzazione.
Non è l’amore del gossip o delle frasi dei cioccolatini.
Uno sguardo limpido sul mondo filtrata dagli occhi e soprattutto dal cuore di una poetessa che sa guardare nel domani.
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Vivo nel mio mondo, accogliente e pieni di amici
Lo spettro del passato, sempre pronto a perseguitarti
Sembra solo ieri che ero schiavo dei miei aguzzini
Finché Dio, non ha cambiato tutto
Improvvisamente, senza che me ne accorgessi
Quando la marea è cambiata,
è cambiato tutto
Non importa quanto avevo sofferto....
Avevo perso la mia vita nella lotta per non impazzire
E con essa, le mie ultime tracce....di umanità.
Ho detto addio al posto che odiavo
E con quel che rimaneva di me
venne il momento di cambiare
Decidemmo di abbandonare il posto in cui vivevamo
e dirigerci a nord
Ho lottato per mesi, forse per anni
Sacrificando intanto, ogni giorno per sopravvivere alla crudeltà
E' stata la speranza, che mi ha spinto a resistere,
Dolorosamente
Passo dopo passo
Lacrima dopo lacrima
Una goccia di sangue dopo l'altra
Conoscevo il prezzo della mia resistenza
E ne ho pagato il prezzo
Dieci, cento, mille, un milione di volte lo ho pagato
Alla fine, è giunto il momento di ricostruire
Tutta la mia vita
Sto ancora costruendo
Dio sia lodato
Le nuove tecnologie digitali stanno cambiando profondamente il marketing ed il business del vino. Una delle ultime novità è rappresentata dall’utilizzo della Blockchain e degli NFT.
È utile partire da un piccolo approfondimento sulla tecnologia degli NFT prima di espandere il tema delle applicazioni nel mondo del vino.
NFT significa Not Fungible Tokens, ossia oggetti digitali unici. Per essere unico, l’oggetto digitale deve avere dei sistemi che stabiliscano la sua unicità ed uno di questi sistemi è usare un metodo di tracciamento: al momento della creazione viene messo un timbro digitale che non può essere copiato, ed anzi registra ogni volta che viene copiato o trasferito.
BLOCKCHAIN è un registro condiviso, dove le informazioni vengono continuamente sincronizzate, cifrate e criptate. L’algoritmo della blockchain prevede che tutte le informazioni vengano scritte su tanti blocchi e poi cifrate. In questo modo se un malintenzionato modifica una riga da qualche parte, l’algoritmo se ne accorge perché ha la possibilità di fare il confronto sugli altri blocchi. Esiste poi un meccanismo abbastanza complesso per la cifratura, ma quel che è necessario sapere è solo che quando si fa una transazione, sia essa di denaro o di vino, questa viene scritta in tutti i blocchi e dunque modificarla diventa impossibile, perché occorrerebbe avere una modifica contemporanea su almeno il 50%+1 dei blocchi che costituiscono il sistema. La cifratura serve a tenere ben custodita l’informazione.
Gli NFT nel vino possono avere diverse funzioni e caratteristiche, a seconda delle strategie e degli obiettivi che vengono posti. Prendiamone alcune in considerazione:
CERTIFICAZIONE DI AUTENTICITÀ’ La tecnologia degli NFT dando la possibilità al produttore di emettere un Token digitale relativo ad una singola bottiglia immessa sul mercato, può certificare in maniera inequivocabile la sua autenticità. Inoltre, dato che ogni successivo passaggio di proprietà deve essere autenticato dalla rete Blockchain e viene poi inscritto come nuovo elemento informativo, sarà sempre possibile non solo attestare la storia di quella bottiglia, ma anche impedirne la contraffazione.
ELEMENTI DIGITALI RARI COLLEGATI AL VINO Con l’utilizzo degli NFT si possono correlare tra loro diversi elementi digitali allo specifico elemento fisico: cioè per il vino è possibile emettere dei Token che colleghino determinate bottiglie a elementi digitali esclusivi e rari. Un esempio può essere quello di emettere degli NFT contenenti opere d’arte digitali collegate a edizioni limitate di bottiglie di alto valore: in questo modo oltre alla bottiglia l’eventuale acquirente diventerebbe proprietario anche di un’opera d’arte.
ACCESSO A CONTENUTI ESCLUSIVI La proprietà di una bottiglia può essere collegata, per esempio, al diritto a partecipare ad un evento esclusivo (digitale o fisico) o comunque a qualcosa che può durare anche oltre la consumazione della bottiglia o il realizzarsi dell’evento: come può essere la certificazione digitale di partecipazione ad una community o l’accesso a nuovi contenuti esclusivi.
SMART CONTRACT La possibilità per il produttore di registrare, al momento dell’emissione degli NFT, dei contratti che regolano gli importi sugli scambi commerciali: il produttore che emette un NFT relativo ad una determinata bottiglia di vino può inserire una commissione per ogni atto di rivendita di tale bottiglia. Si tratta quindi del concetto delle royalties applicate al mondo del vino, utile soprattutto ai produttori di vini famosi. Queste bottiglie, una volta immesse nel mercato, spariscono dal controllo del produttore e possono raggiungere valutazioni economiche altissime nei mercati secondari.
FUTURES I Futures sono “contratti a termine” che vengono negoziati tra le parti per un acquisto temporalmente differito, ma ad un prezzo prefissato in anticipo. Un produttore di vino avrebbe la possibilità di emettere tramite NFT dei Futures sulla successiva vendemmia o sull’imbottigliamento futuro di un vino, anticipando eventuali fluttuazioni dei prezzi e mettendosi al sicuro da eventuali rischi ambientali per la vigna.
INVESTIMENTI NEI FINE WINES E cioè considerare la proprietà degli NFT come veri e propri strumenti finanziari da scambiare sui mercati finanziari: un produttore, una volta emesso un Token su di una bottiglia può decidere di venderla continuando a gestirne lo stoccaggio in una struttura ad hoc, controllata e certificata per conservare Fine Wines senza alterazioni. Fintanto che tale bottiglia, collegata ad uno specifico NFT, rimane presso la struttura, il Token digitale potrà essere scambiato sui mercati finanziari digitali esattamente come un’azione o un’obbligazione: al bene fisico reale non accadrà nulla fintanto che non verrà riscattato e quindi uscirà dal magazzino e dal mercato.
PROBLEMI DI SOSTENIBILITÀ’ AMBIENTALE La capacità di calcolo della Blockchain è resa possibile da migliaia di computer e calcolatori indipendenti. Questa attività consuma grandi quantità di energia e l’eccessivo consumo energetico si scontra con la sostenibilità ambientale alla quale sempre più aziende vitivinicole si appellano.
Le possibili applicazioni degli NFT nel mondo del vino sono molteplici ed il vino stà divenendo digitale. Silvia Gario
Fantasy landscape digital artwork depicting several sedimentary, terraced mountains, with fog and a curving waterway passage. It looks great on a variety of products – posters, mugs, tee shirts, device cases, pet blankets, etc. – available in the following galleries: Redbubble Tee Public Pixels Society 6 ArtPal Sample products…
Recette n°8795: (Russie – légume) Patates douces à la russe — Mémoire de marmite
Pour 4 personnes: 1 kg de patates douces 25 cl ( 1/4 de litre) de lait 2 oeufs 2 cuillères à soupe de farine 3 cuillères à soupe de Maïzena (fécule) Facultatif: persil haché Huile de friture sel, poivre ………………………………………… Faire cuire les patates douces non pelées 25 mn dans de l’eau bouillante salée ……… […]Recette n°8795: (Russie – légume) Patates douces à la russe — Mémoire de marmite
Photo Julie /Rouen vue de la côte Sainte-Catherine la poésie poussée sur les fleuves du doute déroute mon animal sincère ce soir une lame de lumière passe et repasse comme une consolation médite dans l’eau d’un moi profond pour redonner un corps vrai au paysage Barbara AuzouFugacité CCXLIII — Lire dit-elle
Pyrgi / île de Chios le soleil aura caressé longtemps les cercles appliqués laissés par la main variable pour percer les secrets de chaux et de sable marin que chaque matin ravive au loin la mer affabule le jour s’éteint dans le voyage inversé du crépuscule où tremble désormais toute géométrie tout s’endort nous offrant […]Secrets de chaux et de sables — Lire dit-elle
Dal Libro di Giuditta nel Vecchio Testamento prende spicco il racconto di Oloferne e Giuditta e narra che al tempo il re assiro Nabucodonosor essendo impegnato in una tremenda campagna militare contro un popolo che occupava l’Iran centrale, ovvero i Medi, lasciò al suo fidato e bravissimo generale Oloferne l’impresa di occuparsi della parte occidentale del paese, sferrando così un’imponente guerra di sottomissione al popolo d’Israele. La vittoria sembrava conquistarlo ma accampatosi nella città di Betulia, una ricca e vedova giovane si presentò al suo accampamento con la fedele serva, prostrandosi per l’aver riconosciuto le colpe del suo popolo e di cedergli la sua indiscutibile fiducia e approvazione. Oloferne, ammaliato da quella bellissima giovane e dalle sue parole la invita a un grandioso banchetto premonitore di assoluta vittoria, ma la donna una volta fatto ubriacare il generale e addormentatolo, lo decapita con un netto colpo di spada.……………………..
Simone Bellomia nasce a Catania nel 1975, sin da piccolo si avvicina all’arte con occhio “clinico” : ammira, infatti, intuitivamente i soggetti, ma, immediatamente dopo, li ricalca, studiandone e centellinandone linee e forme.
Prestissimo inizia quindi a realizzare disegni a mano libera, distinguendosi, proprio per precocità e capacità.
All’età di 16 anni viene assunto presso la bottega di un restauratore: li si cimenta con i colori a tempera e l’acquerello, raggiungendo risultati estetici notevoli.
Il 2003 sancisce un cambiamento fondamentale: dopo un lungo periodo di riflessione e crescita interiore, l’autore abbandona il realismo per affrontare lo spazio concettuale astratto.
A suggellare “questo giro di volta”, sono l’utilizzo dei colori ad olio e quelli a spatola.
Le opere dell’artista, allora, cambiano diametralmente, diventano specchio di lirismi interiori, umani e personali.
Le tele diventano evocazione di valori umani, sociali e stati d’animo, celebrati in danze cromatiche vive ed assurde.
Esposizioni:
Novembre 2019 • Figurativismo tra realismo e non realismo – a cura di Giorgio Gregorio Grasso, Spazio Marte Brera.
2020 • Arte Expo Palermo
Dicembre 2020 • “Rosso Scarlatto” collettiva a cura di Sabina Fattibene, presso Galleria Arte Expo in Via Margutta Roma.
Luglio 2021 • ” La bellezza è sempre contemporanea” Roma Galleria “La Pigna”, alla presenza dello Storico dell’Arte Vittorio Sgarbi.
Collettiva organizzata da Art Global, nelle personalità di Angiolina Marchese e Raoul Bendinelli. Testi critici di Ciro Cianni e Maria Marchese.
Pubblicazioni:
Gennaio 2021 • Art Now
Novembre 2021 • Sfumature
Gennaio 2017 • Arte e Artisti Contemporanei
Simone per me è un artista a 360 gradi, un uomo molto umile che rispecchia i suoi valori e i suoi pensieri, attraverso le tonalità e l’intensità delle sue opere.
Concludo questa rassegna personale, estemporanea di problemi strutturali che occupano l’orizzonte alessandrino: a) per non allungare il brodo inutilmente e b) per ribadire che non ho alcuna soluzione da proporre – al massimo qualche preferenza personale di poco conto – ma la sentita opportunità, la necessità del normale cittadino, che pensi utile tenersi informato su questi ed altri problemi consimili, abbia a disposizione un obiettivo “punto periodico”, un sintetico “stato degli atti” di origine ufficiale.
Penso addirittura ad un fascicoletto periodico, semestral-annuale, di semplici elementi concreti, scevro della componente “chi ha fatto, o non fatto, cosa e perché” rinviata ad altre sedi, ad altri dibattiti.
Riprendo con un pezzo forte: il famoso Scalo ferroviario , che c’è, al quale si sovrappone il Retroporto genovese, che non c’è, o almeno non c’é ancora. Da tempo sottoutizzato, mezzo desertificato, questo grande spiegamento di binari intitolato allo Smistamento agli alessandrini appare come un atout logistico incomprensibilmente dimenticato e che sconcerta vederlo in questo stato. Ma ce l’hanno con noi si mormora (FS e compagnia bella) e poi perché?
Data per una importante, se pur negletta da anni, occasione di sviluppo, la vicenda richiama scherzosamente ”la Bella di Torriglia / tutti la vogliono e nessuno la piglia”. Di questa seria questione abbiamo già parlato (AP, 06-06 us., “Una logistica elettorale”) ma aggiungiamo ora che questo grande scalo è stato configurato a suo tempo “a cul di sacco” e che, incastrato com’è in città, ha infelici collegamenti, salvo futuri interventi stradali pensati ma mai realizzati, con la grande viabilità su gomma.
Aggiungiamo che il flusso principale di traffico merci connesso al Terzo Valico, in corso d’opera, guarda principalmente (lavori sulla Pozzolo-Rivalta-Tortona e a seguire quadruplicamento della Tortona- Voghera) alla direttrice Milano-Novara, salvo la collegata linea storica del Piemonte occidentale Novi-Alesandria-Torino.
Ma qui siamo già ben oltre l’aspetto di “fare il punto” sui vari problemi ma d immaginare se quando FS e Comune si troveranno attorno ad un tavolo per discutere…che ne facciamo, con mutua convenienza economico-sociale, di questo nobile Scalo?
Altro problema ormai vetusto e dolente è quello del nuovo Teatro municipale sorto alla fine degli anni sessanta, con raddoppio in pianta e volumi, sulle macerie del precedente e liberty Teatro Marini ai Giardini pubblici. Le vecchie Amministrazioni di sinistra erano riuscite a progettare un Teatro d’opera (1800 posti se mal non ricordo) ancor più faraonico (fruizione e produzione spettacoli), ma non erano state in grado di porvi mano. La nuova Amministrazione di centrosinistra volle dimostrare “adesso ci pensiamo noi”: e portò in Commissione Teatro e poi in Consiglio l’alternativa: nuova, degna costruzione un po’ ridimensionata (1200 posti) o ripiego sul restauro del Marini? In lire d’allora 1400 milioni contro 900. Interpellato l’Arch. Gardella, gloria alessandrina, questi si espresse per il restauro ma fu nullificato da una grande maggioranza di “nuovisti” e il teatro “venne su” come si vede adesso .
Saltiamo la parte gestionale, con il varo dell’apposita azienda (ATA) e l’avvio di multiformi attività col personale relativo. Passiamo quindi all’ultimo atto (trattandosi di teatro…) allorché furono intrapresi lavori di ristrutturazione della parte termica: picca e batti ci si accorse in ritardo della micidiale polverina di amianto che si depositava in ogni dove. Per riparare a questo guaio il teatro fu svuotato, lavato e ripulito, sorvolando gentilmente, politicamente sulle eventuali responsabilità.
Da diversi anni quindi lo “scatolone cementizio” è rimasto inattivo, perche mancano i rilevanti quattrini per ripristinarne l’uso e l’uso stesso parve talora messo i dubbio: ne facciamo un centro commerciale, un parcheggio multipiano e via scherzando.
La lunga lotta, infine, del Comune contro le minacce di dissesto finanziario ha messo di per se a lato ogni ipotesi di intervento sostanziale sul Teatro: problema imobilizzato.
Concludo questa rassegna con un altro paio di…piatti piangenti, di interesse, ma non di pertinenza proprietaria, comunale: la famosa, centralissima Caserma Valfrè e il vecchio rudere Zuccherificio.
Dismesso da tempo l’uso militare – Alessandria ebbe per decenni importante presenza di truppe, a cominciare dalla Cittadella – la Valfré è diventata un ovvio “oggetto del desiderio” urbanistico: dal nuovo complesso Tribunale/Uffici giudiziari (sospeso), al Campus universitario (che oggi ha preso un’altra direzione), allo spostamento dell’Esselunga (che sembra aver desistito), ad altri usi pubblici da precisare. L’unico approccio positivo in corso è la predisposizione – lato ex cavallerizza – di strutture per il trasferimento, totale o parziale, dell’Archivio di Stato. Resto bloccato, salvo provvisorio uso vaccinale.
Di tutt’atra natura la questione ex Zuccherificio, giacente sulla S.S 10 in prossimità di Spinetta Marengo. Posto in fregio, per almeno 200 m , alla strada più trafficata del comune, costituisce da molti anni un molto discutibile biglietto da visita per la città.
Certo quel grande rudere ha alle spalle complessi problemi proprietari e ambientali (sottosuolo, falde et.) ma dal Comune potrebbe venire una discreta “spinta” risolutiva all’utilizzo, con le opportune cautele, dell’area, chiaramente scevra di qualità storico architettoniche e di immaginabili restauri.
Altri casi, altre volte.
* * *
in calce l’elenco dei casi trattati Nuovo Ospedale civile / Cittadella / Secondo ponte Bormida / Ospedale militare – San Francesco / Università – Campus / Piano Regolatore / Scalo FS – Retroporto / Caserma Valfré / Teatro municipale / Rifiuti urbani – Raccolta e smaltimento / Teleriscaldamento.
Concludo questa rassegna personale, estemporanea di problemi strutturali che occupano l’orizzonte alessandrino: a) per non allungare il brodo inutilmente e b) per ribadire che non ho alcuna soluzione da proporre – al massimo qualche preferenza personale di poco conto – ma la sentita opportunità, la necessità del normale cittadino, che pensi utile tenersi informato su questi ed altri problemi consimili, abbia a disposizione un obiettivo “punto periodico”, un sintetico “stato degli atti” di origine ufficiale.
Penso addirittura ad un fascicoletto periodico, semestral-annuale, di semplici elementi concreti, scevro della componente “chi ha fatto, o non fatto, cosa e perché” rinviata ad altre sedi, ad altri dibattiti
.
Riprendo con un pezzo forte: il famoso Scalo ferroviario , che c’è, al quale si sovrappone il Retroporto genovese, che non c’è, o almeno non c’é ancora. Da tempo sottoutizzato, mezzo desertificato, questo grande spiegamento di binari intitolato allo Smistamento agli alessandrini appare come un atout logistico incomprensibilmente dimenticato e che sconcerta vederlo in questo stato. Ma ce l’hanno con noi si mormora (FS e compagnia bella) e poi perché?
Data per una importante, se pur negletta da anni, occasione di sviluppo, la vicenda richiama scherzosamente ”la Bella di Torriglia / tutti la vogliono e nessuno la piglia”. Di questa seria questione abbiamo già parlato (AP, 06-06 us., “Una logistica elettorale”) ma aggiungiamo ora che questo grande scalo è stato configurato a suo tempo “a cul di sacco” e che, incastrato com’è in città, ha infelici collegamenti, salvo futuri interventi stradali pensati ma mai realizzati, con la grande viabilità su gomma.
Aggiungiamo che il flusso principale di traffico merci connesso al Terzo Valico, in corso d’opera, guarda principalmente (lavori sulla Pozzolo-Rivalta-Tortona e a seguire quadruplicamento della Tortona- Voghera) alla direttrice Milano-Novara, salvo la collegata linea storica del Piemonte occidentale Novi-Alesandria-Torino.
Ma qui siamo già ben oltre l’aspetto di “fare il punto” sui vari problemi ma d immaginare se quando FS e Comune si troveranno attorno ad un tavolo per discutere…che ne facciamo, con mutua convenienza economico-sociale, di questo nobile Scalo?
Altro problema ormai vetusto e dolente è quello del nuovo Teatro municipale sorto alla fine degli anni sessanta, con raddoppio in pianta e volumi, sulle macerie del precedente e liberty Teatro Marini ai Giardini pubblici. Le vecchie Amministrazioni di sinistra erano riuscite a progettare un Teatro d’opera (1800 posti se mal non ricordo) ancor più faraonico (fruizione e produzione spettacoli), ma non erano state in grado di porvi mano. La nuova Amministrazione di centrosinistra volle dimostrare “adesso ci pensiamo noi”: e portò in Commissione Teatro e poi in Consiglio l’alternativa: nuova, degna costruzione un po’ ridimensionata (1200 posti) o ripiego sul restauro del Marini? In lire d’allora 1400 milioni contro 900. Interpellato l’Arch. Gardella, gloria alessandrina, questi si espresse per il restauro ma fu nullificato da una grande maggioranza di “nuovisti” e il teatro “venne su” come si vede adesso .
Saltiamo la parte gestionale, con il varo dell’apposita azienda (ATA) e l’avvio di multiformi attività col personale relativo. Passiamo quindi all’ultimo atto (trattandosi di teatro…) allorché furono intrapresi lavori di ristrutturazione della parte termica: picca e batti ci si accorse in ritardo della micidiale polverina di amianto che si depositava in ogni dove. Per riparare a questo guaio il teatro fu svuotato, lavato e ripulito, sorvolando gentilmente, politicamente sulle eventuali responsabilità.
Da diversi anni quindi lo “scatolone cementizio” è rimasto inattivo, perche mancano i rilevanti quattrini per ripristinarne l’uso e l’uso stesso parve talora messo i dubbio: ne facciamo un centro commerciale, un parcheggio multipiano e via scherzando.
La lunga lotta, infine, del Comune contro le minacce di dissesto finanziario ha messo di per se a lato ogni ipotesi di intervento sostanziale sul Teatro: problema imobilizzato.
Concludo questa rassegna con un altro paio di…piatti piangenti, di interesse, ma non di pertinenza proprietaria, comunale: la famosa, centralissima Caserma Valfrè e il vecchio rudere Zuccherificio.
Dismesso da tempo l’uso militare – Alessandria ebbe per decenni importante presenza di truppe, a cominciare dalla Cittadella – la Valfré è diventata un ovvio “oggetto del desiderio” urbanistico: dal nuovo complesso Tribunale/Uffici giudiziari (sospeso), al Campus universitario (che oggi ha preso un’altra direzione), allo spostamento dell’Esselunga (che sembra aver desistito), ad altri usi pubblici da precisare. L’unico approccio positivo in corso è la predisposizione – lato ex cavallerizza – di strutture per il trasferimento, totale o parziale, dell’Archivio di Stato. Resto bloccato, salvo provvisorio uso vaccinale.
Di tutt’atra natura la questione ex Zuccherificio, giacente sulla S.S 10 in prossimità di Spinetta Marengo. Posto in fregio, per almeno 200 m , alla strada più trafficata del comune, costituisce da molti anni un molto discutibile biglietto da visita per la città.
Certo quel grande rudere ha alle spalle complessi problemi proprietari e ambientali (sottosuolo, falde et.) ma dal Comune potrebbe venire una discreta “spinta” risolutiva all’utilizzo, con le opportune cautele, dell’area, chiaramente scevra di qualità storico architettoniche e di immaginabili restauri.
Alessandria, pubblicato da: Pier Carlo Lava – Social Media Manager
Matteo Bussola: A volte rifletto sul fatto che la giovinezza, per me, è stata spesso far male al mio corpo in tutte le maniere possibili
A volte rifletto sul fatto che la giovinezza, per me, è stata spesso far male al mio corpo in tutte le maniere possibili.
L’ho alcolizzato, l’ho drogato (poco, per fortuna, l’articolo non mi è mai interessato più di tanto), l’ho tenuto innumerevoli notti in piedi senza dormire, l’ho usato per combattere e fare l’amore fino allo sfinimento, anche quando di amore non ve n’era più traccia, gli ho dato da mangiare male, l’ho forzato in fasi di sport disperatissimo alternate a, d’un tratto, l’immobilismo più completo, l’ho nutrito con letture sghembe, sparse, intermittenti, senza obiettivo, piegato su divani improbabili che (allora non potevo saperlo) avrebbero lasciato tracce permanenti sulla mia schiena, con molta tivù dimenticabile, l’ho fratturato, tagliato, gli ho fatto esplodere un polmone, l’ho messo a repentaglio in discesa a tutta in Vespa, in folle e senza miscela, giù dalla strada di Montecchio, l’ho schiantato contro i muri, l’ho ferito dentro con tutte le delusioni amorose e le perdite che mi sono meritato – a parte forse un paio che, ovviamente, sono quelle che non si sono ancora rimarginate, e forse mai.
Quando ne parliamo, con qualche amico con il quale si son condivisi quegli anni, ci definiamo spesso dei sopravvissuti, e io penso a ragione.
Ogni generazione ha la sua, di sopravvivenza. I nostri nonni e nonne sono sopravvissuti alla guerra, i nostri genitori agli anni Settanta, al furore della battaglie politiche, al naufragare dell’idea di un mondo nuovo, possibile (forse l’unica vera occasione che ci sia mai stata, sgretolatasi poi sotto i colpi dei personalismi e dell’umano desiderio di mettersi in salvo). Nessuna sopravvivenza è più nobile di altre, ciascuno porta a casa la pelle come può, da dove si trova e dalle battaglie che gli toccano. Anche quando quella battaglia sei tu.
I nostri figli e figlie, oggi, si trovano a dover sopravvivere soprattutto a questa ferita perenne che è diventata la scuola: il primo settore di cui ci si sarebbe dovuti occupare, in una pandemia, con decisioni chiare, coerenti, strutturali, dolorose perfino (ma necessarie), e invece siamo ancora qua. Un positivo no, due sì, la Dad dipende, slittiamo il rientro, poi no, poi dipenderà dai contagi, tutto il repertorio. In mezzo: loro. Che hanno passato la maggior parte del tempo, negli ultimi due anni, confinati nelle loro camerette, a studiare lì, relazionarsi lì, a far lezione lì, a provare a capirsi e a capirci da lì, cercando di sentirsi all’altezza, quasi vergognandosi per i loro problemi che sembravano venire, sempre, dopo tutto il resto. Ci sono voluti trentacinque giorni di pandemia prima che qualcuno – dopo “sanità”, “economia”, “lavoro”, “coesione sociale”, “diritti”, “lockdown” – osasse pronunciare le parole: “bambini”, “adolescenti”, “studenti”.
La sola cosa che mi auguro è che riescano a sopravvivere a tutto questo e che possa, tutto questo, diventare una specie di enorme rimosso generazionale, ma condiviso, qualcosa che paradossalmente li unisca: ti ricordi quando c’era la pandemia? Ti ricordi la didattica a distanza, le mascherine, i baci dati di nascosto, i direct su Insta alle tre di mattina, le foto delle lacrime sotto le coperte? Spero non si ricordino mai, invece, i ricoveri adolescenziali in psichiatria, mai alti come in questo periodo, spero possano dimenticare (senza però perdonarla) la viltà di una parte di classe politica che troppo spesso ha solleticato le pance, cavalcato le paure, rimbalzato fake news, rimanendo troppo a lungo in una pericolosa ambiguità, spero scorderanno le evidenti soluzioni di fortuna di fronte a uno scenario in continuo cambiamento, e lo spaesamento di quegli adulti che dovevano rappresentare un punto fermo, per garantire a giovani e adolescenti il diritto a sentirsi persi, in cerca, in crescita, e invece quelli persi sono stati proprio “i grandi”, siamo stati noi. Noi che poi facciamo la morale, noi che pretendiamo di educare, noi che quando ci troviamo in ambasce abbiamo perfino il coraggio di definirli “svogliati”, “bamboccioni”, o dir loro “eh ma io, alla tua età.”. Noi che da sopravvissuti li stiamo facendo diventare dei sopravviventi.
Noi che avremmo voluto essere padri migliori, madri migliori, noi che nonostante tutto cerchiamo di fare il meglio che possiamo, consapevoli che non sarà comunque abbastanza per tenerli al sicuro, consapevoli che non sapremo mai perdonarci per questo.
Essere genitori non è forse mai stato difficile come ora, ma essere figli e figlie adolescenti – oggi soprattutto – lo è incomparabilmente di più.
Mi piacerebbe che ce lo ripetessimo ogni giorno, e soprattutto che se lo ricordasse chi di dovere.
Mi piacerebbe che, almeno questo, non lo dimenticassimo mai.
“Mostra personale di Fabio Gagliardi con l’inedito
Il Cuore Dell’Addolorata”
Nell’Anno Santo dedicato a Santiago di Compostela, prosegue il nostro cammino con l’artista alessandrino Fabio Gagliardi che presenta il suo nuovo quadro dedicato ai Sette Dolori di Maria.
Nell’occasione saranno esposte anche altre sue opere pittoriche.
Alle ore 19:00 seguirà la celebrazione della Santa Messa in onore della Beata Vergine Maria Addolorata.
La mostra potrà essere visitata anche durante la settimana.
Sabato 17 e domenica 18 con orario 10:00-12:00 e 17:00-19:00 l’artista sarà presente per illustrare le sue opere.
Evento in collaborazione con Circolo Provinciale della Stampa e Circolo Filatelico Numismatico di Alessandria.
Nell’occasione VOTA ANCHE TU PER LA CHIESA DI SAN GIACOMO DELLA VITTORIA, candidato luogo del cuore FAI 2022.
Fabio Gagliardi nato nel 1962, vive ad Alessandria. Dal 1987 ha iniziato ad interessarsi d’Arte partecipando a mostre fotografiche con l’A.F.A. Dal 2013 Fotografo di scena per cortometraggi e video musicali. Una sua poesia è sceneggiatura del corto “Non ascoltare il cuore” dov’era fotografo di scena.
MOSTRE: BIENNALE D’ARTE AL 2015, CUORI INFRANTI – AL 2016, Nel 2017: 13° AMACI To, 2018 Palazzo Saluzzo Ge, Albisola (GE). Dal 2018 al 2020 ha curato lo STUDIO D’ARTE 102 in Alessandria: opere del Maestro Nespolo e sue. Nel 2019 ha creato per AIDO l’opera “Con il Cuore“ per Papa Francesco ed il Cardinal Versaldi e due opere per il Sindaco ed Il prefetto di Alessandria. Mostra CON IL CUORE Ospedale S.S. ANTONIO E BIAGIO – AL DIAVOLO IN TOSCANA – (LU).
Ottobre 2021: Alessandria nel Cuore presso Bio Cafe’ ad Alessandria
Febbraio 2022 I dont love You RC Cuori Pop Sale d’Arte del Comune di Alessandria – 1° Premio Città di Alessandria Menzione d’Onore – Le coleur d’un poeme Pavia menzione per la fotografia ” Piazza Garibaldi”