Lucia Triolo: La mia immortalità

(fine di uno dei miei anni)

Come sonaglio
sensibile utente dei miagolii
per strada
si apre spettra la mente ai vecchi mestieri 
del già fu.

A vuoto ha girato
e fatto la conta alle mie pareti
esposte come quotidiani al vento nelle edicole

disincanto spirituale,
vago cercando prestiti
da ogni ricchezza umana,
da ogni povertà.

Odio certezze, facili bontà,
sciarpe calde di lana
sulla morte
e vuota scavo
tra la rabbia e il cuore
con l’unghie e con i denti
e mordo freni.
                                     la mia immortalità? Certo 
                                     che c’è!
                                     Ha il cranio pelato
                                     ed è sdentata.
                                     mi danza attorno
                                    e non si fa afferrare.
           E’ vecchia
           non si addice
           al mio lutto
           sempre giovane
           che le sue note suona
                 proprio adesso
nella mente 
campana sgarrupata e infame

Lucia Triolo: carte geografiche

carte geografiche 
si sono presentate stamane
a un difficile giorno 

la mano le ha prese
dita nude senza smalto
a raccontare 
richiami di inizi e fine

tracciando col dito
percorsi
inconsapevoli e testardi
di passaggio tra esserci e scappare:

l’ inquietudine
con cui ti guardo
l’anima
spodestare quel

disabituato infinito

sotto il mio vestito

Lucia Triolo: senza fiato

“quando fratello, dimmi,
finalmente la parola mi capirà?” 
M. Mehr, Notizie dall’esilio
“un urlo ha preceduto questo giorno”

—–
Era un senza fiato
una sorta di stridore su un metallo
Non sapeva fare perché
non sapeva dire

fermo non rispondeva
come un incustodito trapassato

Aspettava un vieni
un richiamo anche interrotto
di una parola 

Qualcuno gli gettò sopra un 
giornale
finì così in un coppo come
un pesce al mercato del pesce

icona di azione in contumacia
come tante!
troppe 

da L. Triolo, Debitum

Lucia Triolo: movenza

abitatore della carne?
il corpo
schiaffeggia la terra su cui non posa
mai abbastanza e
il movimento è un flusso cieco
come di donna

chi soffre le cose che io soffro?
non ci sono esempi
a nuotare
non testi da recitare
non soprassalti nel camerino
dimenticato

perdi le scarpe le calze
i piedi
ansimano i piedi?
e tu cosa ne sai?

divieni soffio d’ascia per
quanto dura
il gesto

non più!

Lucia Triolo

Bonhoeffer: un Cristianesimo senza scrupoli

Re[a]daction Magazine

Bonhoeffer: un Cristianesimo senza scrupoli

Lucia Triolo

Sono effettivamente ciò che gli altri dicono di me? | Oppure sono solamente ciò che io conosco di me stesso?
Dietrich Bonhoeffer

Le poesie di Bonhoeffer

Mi è capitato di incontrare questi versi di Dietrich Bonhoeffer e di finirci dentro tutta d’un pezzo, scarpe comprese: o è stata la frase che mi è piombata addosso, insieme ai suoi puntini e ai suoi dubbi? Mi pare chiaro infatti che, a partire da essa, gli interrogativi potrebbero moltiplicarsi. Non tanto dal versante della prima domanda, quanto piuttosto dal versante della seconda. Si potrebbe infatti continuare e chiedersi “cosa conosco di me” ed ancora: “è corretto ridurre ciò che io sono a ciò che conosco di me? E se sì, fino a che punto lo è?” Ancora: messa a punto una qualche risposta, in che misura essa è in grado di rappresentarmi di fronte agli altri e di fronte a me stesso; in che misura la conoscenza che ho acquisita su di me può trasformarmi? Si tratta insomma di una conoscenza statica o dinamica?

Credo siano proprio interrogativi inderogabili di questo genere: radicali alla, e radicati nella, nostra umanità, a rendere degno di attenzione chi l’ha pronunciata. Si tratta di Dietrich Bonhoeffer (4. Febbraio 1906 – 9. Aprile 1945) teologo luterano tedesco, protagonista della resistenza al Nazismo. Un uomo che ha reso la sua azione gigantesca e incommensurabile risposta a questa serie di interrogativi, fino alla morte.

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La cultura nutre Notizie ANSA

Lucia Triolo legge R. Char: Fogli D’Ipnos

Readaction Magazine

Lucia Triolo

Il bisogno di Char non è qualcosa di misurabile, lo si vive e basta: “Non stenta a crederlo chi ha avvicinato anche una volta sola quella fonte di calore che è René Char uomo” (V. Sereni, Prefazione a R. Char Fogli d’Ipnos, Einaudi 1968, p. 8). 

Char è un punto di partenza che può fare anche a meno di un punto di arrivo perché è un punto di partenza in continuum, iterativo. 

Non immediatamente interessato ad allargarsi in orizzontale, è slancio in avanti per arrampicarsi in verticale e, con un movimento acrobatico, scavare in profondità. Una folgore che accorcia le distanze tra parola e vita in direzione dell’azione: “La parola si fa azione; l’azione scappa dalla parola” (V. Sereni, Prefazione, cit., p.5) ed è trascinata comunque dalla poesia come l’effetto dalla propria causa. Difficile e fuori luogo addentrarsi qui nei meandri del legame tra poesia e azione: ad ognuno che vi fosse interessato poi, penso debba essere lasciato il compito di farne proprie e modellarne articolazioni e forme. Ma quando l’azione diviene luogo di poesia sgorga l’impeto. Io l’ho attraversato questo impeto. Di là da ogni suggestione protoromantica.  Ne ho percepito l’urgenza, per dir così “la fretta di se stesso” e mi ci sono aggrappata, perché è un mezzo di trasporto in cui, senza accorgersene, ti ritrovi ad albergare. Anche se ti sfugge del tutto se sei salita e a quale fermata, se scenderai e a quale fermata, alla fine scopri che saperlo non ti importa più: l’essenziale è “Partecipare allo slancio. Non al festino, suo epilogo” (197).

Il testo di Char di cui parlerò, mi chiama, vorrei poter dire “ci” chiama, anzi “ci richiama” alla responsabilità di questo nostro tempo di confronti così accidiosamente cruciali, così bizzarramente eroici. “Siamo in tempi di guerra” si vocifera da ogni parte. “Guerra per la difesa dei nostri valori” si proclama nei titoli di quotidiani e rotocalchi e nelle nostre TV docili allo zapping e agli spot. E l’impegno della parola si esalta sull’enfatizzazione scimmiesca della figura del nemico. Ma la guerra c’è davvero con il suo carico di tragedia, di morte e i nostri giorni appartengono come quelli di Char ad un tempo “in cui il cielo spossato penetra nella terra, e l’uomo agonizza tra due disprezzi” (36).

Il testo è Fogli d’Ipnos (1943-44), densissima tessitura di 237 aforismi che, assai correttamente, deve essere considerato “uno dei più straordinari diari di lotta che mai combattente clandestino per la libertà, che è prima di tutto libertà morale, abbia scritto” (V. Sereni, Prefazione, cit., p. 5). Vi si legge: “A tutti i pasti consumati assieme, invitiamo la libertà. Il posto rimane vuoto ma il piatto resta in tavola” (131); sono pagine pervase dal pathos di chi, senza albagia, confessa: “Con detriti di montagne ho fabbricato uomini che per un poco daranno aroma ai ghiacciai” (130). Fogli d’ Ipnos (edito inizialmente a Parigi da Gallimard 1948) è un modo di prendere in pugno la guerra, di acciuffarla per il collo facendosela arrivare addosso strisciante, e poi scaraventandola via. Colpisce l’attualità dopo quasi 80 anni, di molte delle sue percezioni. Non si tratta nella sua parola di un apparentamento all’evento bellico in differita, dal momento che a reggerne il peso è il “capitano Alexandre”, nome di battaglia di Renè Char. Vi si incontra l’aspetto intimo della trincea, anche nella sua impenetrabilità di trincea d’anima perché, nel segno dei Fogli, la guerra non si vive soltanto: la si combatte, indipendentemente dal fatto che si sia o meno al fronte, perché se guerra allora fronte. Per paradossale che possa sembrare, vi si allacciano e riallacciano “parentele folgoranti” (“parentela folgorante” è espressione di Char) a fare da staffetta e da controaltare al male folgorante. Vi si legge un libro sotterraneo che di queste parentele e di questo male racconta le vicende e il loro snodarsi nel cacciar l’aria dentro e fuori dai polmoni; talvolta si tratta di uno slancio all’indietro a raccattare cose passate che non possono essere lasciate dove sono (ac)cadute; a trovare loro un posto (cfr. ad es. aforismi 53, 90, 99, 128, 138 146 149)  e quando ciò accade, l’emozione dello slancio diventa gesto d’amore.

Fogli d’Ipnos non è un libro di versi e di rime, di strofe e di stanze, semplicemente incontra il “poeta, conservatore degli infiniti volti di ciò che vive” (83). 

Gli aforismi che lo compongono sono uno specchio di questi voltipronto a riflettere anche la sfilza dei vuoti creati da sfide impossibili, come lo sono appunto quelle belliche, fino a riconoscere anche la negazione di un primato della poesia. “L’ immaginazione che a livelli diversi assilla l’animo di ogni creatura sembra aver fretta di separarsene quando questa non gli propone come compito estremo altro che l’«impossibile» e l’«inaccessibile». Bisogna ammettere che la poesia non è dovunque sovrana” (132). Eppure, proprio in guerra, dove non è sovrana e magari si nasconde murata nel cemento come il carnet degli appunti dei Fogli (cfr. Prefazione, cit. p. 8), la poesia gioca un suo preciso ruolo: “Ecco l’epoca in cui il poeta sente in se stesso levarsi questa forza meridiana d’ ascesa” (162). La poesia fa del fronte il luogo paradossale di uno sforzo estremo di conciliazione. In quest’epoca lo “sforzo del poeta mira a trasformare vecchi nemici in leali avversari: ogni domani fecondo é funzione del buon esito del progetto, specie la dove svetta, s’intrica, declina, è decimata tutta la gamma delle vele ove il vento dei continenti rende il suo cuore al vento degli abissi” (6). Nei Fogli Char non perde mai di vista l’identità poetica, non tanto quella che lo riguarda come uomo, ma quella sanguinante in cui ci si imbatte al fronte e che si lascia percepire in bellezza a dispetto della brutalità: “Nelle nostre tenebre non c’è un posto per la Bellezza. Tutto il posto è per la Bellezza” (237) e la bellezza è materia di poesia anche quando sanguina. A questa sorta di identità poetica sanguinante di cui la maledizione della guerra conserva il volto sfigurato vorrei far cenno. Per il disegno dei Fogli, direi (ma è appena una suggestione, un’impressione), è come se la poesia fosse possibile nell’evento bellico solo a patto di contrarlo nell’atto in cui di volta in volta si consuma, cioè nel qui e ora. Così l’intensità poetica dell’atto bellico e la sua durata (anche se si protrae per mesi o anni) giace nel presente e la sua narrazione dice l’eternità di un istante.  Se l“’atto anche ripetuto, è vergine” (46) e l’ “eternità non è granché più lunga della vita” (110), allora il presente è sempre bambino, non cresce mai; per questo la sua durata nella coscienza non può che essere quella dell’eternità. Non aggiungo altro: sul fronte la fermata Char aspetta con folgorante chiarezza il nostro arrivo.

Dichiaro apertamente il mio debito per queste riflessioni a Vittorio Sereni, alla sua Prefazione all’edizione italiana dei Fogli d’Ipnos. Ad essa rimando volentieri. Senza i suoi suggerimenti e stimoli forse, alcune delle percezioni con cui mi è sembrato di entrare in empatia mi sarebbero sfuggite.

                                      AFORISMI (in base al loro numero nei Fogli)

3) Guidare il reale fino all’azione come un fiore accostato alla bocca acidula dei bimbi. Conoscenza ineffabile del diamante disperato (la vita).

10) Tutta l’autorità, la tattica e l’inventiva non sostituiscono una particella di convinzione a servizio della verità. Un luogo comune, che credo di aver migliorato.

12) Quel che m’ha messo al mondo e me ne scaccerà interviene soltanto nelle ore in cui sono troppo debole per resistergli. Vecchia persona quando sono nato. Giovane ignota quando morrò.

La sola la stessa Passante.

19) Il poeta non può restare a lungo nella stratosfera del Verbo. Deve struggersi in nuove lagrime e muovere più in là nel suo ordine.

20) Penso all’esercito di fuggiaschi con appetiti di dittatura che forse, in questo paese di corta memoria, gli scampati a questo tempo d’ algebra dannata rivedranno al potere.

28) Esiste una specie d’uomo sempre in anticipo sui suoi escrementi.

32) Un uomo senza difetti è una montagna senza crepacci. Non mi interessa.

(Regola di rabdomante e d’ inquieto).

37) Rivoluzione e controrivoluzione si mascherano per affrontarsi di nuovo.

Sincerità di breve durata! Alla lotta delle aquile tien dietro la lotta delle piovre. Il genio dell’uomo, che pensa di avere scoperto le verità formali, adatta le verità che uccidono a verità che autorizzano a uccidere. Sfilata dei grandi ispirati a rovescio sul fronte dell’universo corazzato e ansimante! Mentre le nevrosi collettive si denunziano nell’occhio dei miti e dei simboli, l’uomo psichico mette la vita a supplizio senza aver l’aria di provarne il più piccolo rimorso. Il fiore strisciante, il fiore sozzo volge i petali neri nella carne demente del sole. Dove sei sorgente? Rimedio dove sei? Cambierai finalmente economia?

39) Siamo scissi tra l’avidità di conoscere e la disperazione d’ aver conosciuto. L’aculeo non rinuncia al suo bruciore, noi alla nostra speranza.

42) Tra i due spari che decisero la sua sorte, ebbe il tempo di chiamare una mosca <<Signora>>.

48) Non ho paura. Ho solo la vertigine. Ho bisogno di accorciare la distanza tra il nemico e me. Affrontarlo orizzontalmente.

51) Strapparlo alla terra d’origine. Ripiantarlo nel suolo presunto armonioso del futuro, in considerazione d’ un successo incompiuto. Fargli toccare sensorialmente il progresso. Ecco il segreto della mia abilità.

54) Stelle del mese di maggio…

Ogni volta che levo gli occhi al cielo, la nausea mi sfascia le mandibole. Non odo più salire dal fresco dei miei sotterranei il gemito del piacere, murmure della donna dischiusa. Una cenere di cactus preistorici fa volare il mio deserto in bagliori! Non sono più capace di morire…

Ciclone, ciclone, ciclone…

55) Mai risultando modellato una volta per sempre, l’uomo è ricetto del suo opposto. I suoi cicli descrivono orbite diverse, a seconda ch’egli sia o no in preda a una data sollecitazione. E le depressioni misteriose, le ispirazioni assurde, sorte dal grande esternato crematorio, come costringersi a ignorarle? Ah! circolare generosamente sulle stagioni della scorza, mentre la mandorla palpita, libera…

56) Il poema è scalata furiosa; la poesia, il gioco degli argini aridi.

63) Ci si batte bene solo per le cause modellate con le proprie mani e in cui identificandosi si brucia

69) Vedo l’uomo perduto da perversioni politiche confondere azione ed espiazione, chiamare conquista il suo annientamento.

72) Agire da primitivo e prevedere da stratega.

78) Quel che più importa in certe situazioni è padroneggiare in tempo l’euforia.

90) Una volta si dava un nome a diversi brani della durata: questo era un giorno, quest’altro un mese, questa chiesa vuota, un anno. Eccoci affrontare il secondo in cui la morte è la più violenta e la vita la meglio definita.

97) L’aereo effettua il lancio. I piloti invisibili si sbarazzano del loro giardino notturno, poi spremono un breve fuoco sotto l’ascella dell’apparecchio per avvertire che è finito. Non resta che raccogliere il tesoro sparpagliato. Così il poeta…

98) La linea di volo del poema. Dovrebbe essere sensibile a ognuno.

100) Dobbiamo superare rabbia e disgusto, dobbiamo farli condividere per rilevare ed estendere la nostra azione come la nostra morale.

102) La memoria non sa agire sul ricordo. Il ricordo non ha forza contro la memoria. La felicità non sale più.

107) Alle lagrime non si fa un letto come a un visitatore di passaggio.

115) Nell’orto degli Ulivi, chi era in soprannumero?

116) Non far conto eccessivo della duplicità che si manifesta negli esseri. In realtà il filone è sezionato in tratti molteplici. Ciò sia di stimolo più che motivo di irritazione.

126) Tra la realtà e il suo resoconto, c’è la tua vita che magnifica la realtà e questa abiezione nazista che ne guasta il resoconto.

127) Verrà il tempo che le nazioni sul tracciato dell’universo saranno strettamente interdipendenti, come gli organi di uno stesso corpo, solidali della sua economia.

Il cervello zeppo di macchine, potrà preservare ancora l’esile rivo di sogni ed evasione? L’uomo a passi di sonnambulo si avvia verso le mine omicide, guidato dal canto degli inventori…

139) È l’entusiasmo a lenire il peso degli anni. È la soperchieria proclamare la fatica del secolo.

140) La vita inizierebbe con un’esplosione e finirebbe con un compromesso? È assurdo.

153) Oggi mi spiego meglio questo bisogno di semplificare, di far entrare il tutto nell’uno, nel momento di decidere se la tal cosa deve o no aver luogo. A malincuore l’uomo si allontana dal suo labirinto. I miti millenari lo esortano a non partire.

156) Accumula, poi distribuisci. Sii la parte più densa dello specchio dell’universo, la più utile e la meno appariscente.

161) Mantieni di fronte agli altri quello che hai promesso a te stesso.  Questo il tuo contratto.

168) Resistenza è solo speranza. Così la luna d’Ipnos, con tutti i suoi quarti stanotte, domani visione sul passaggio dei poemi.

174) La perdita della verità, l’oppressione dell’ignominia guidata che ha nome bene (il male, non depravato, ispirato, estroso è utile) ha aperto una piaga nel fianco dell’uomo che solo la speranza del grande lungi inespresso (l’insperato che vive) può alleviare. Se padrone è l’assurdo quaggiù, scelgo l’assurdo, l’antistatico, ciò che più mi accosta alle sorti patetiche. Sono uomo di argini -scavo e insolazione- non sempre potendo esserlo di torrente.

186) Siamo votati ad essere soltanto esordi di verità?

188) Tra il mondo della realtà e me stesso, non c’è più oggi spessore di tristezza.

189) Quanti confondono rivolta ed estro, filiazione e infiorescenza del sentimento. Ma non appena la verità trova un nemico della sua statura, depone la corazza dell’ubiquità e combatte con le risorse stesse della sua condizione. È indicibile la sensazione di questa profondità che si volatilizza concretandosi.

194) Mi faccio violenza per conservare, malgrado l’umore, questa mia voce d’inchiostro. Sicché, è con penna a testa d’ariete, senza posa spenta, senza posa riaccesa, concentrata, tesa e d’un sol fiato che scrivo questo, tralascio quello. Automa della vanità? No, sinceramente. Necessità di controllare l’evidenza, di farla creatura.

195) Se ne esco vivo, so che dovrò rompere con l’aroma di questi anni essenziali, respingere (non reprimere) silenziosamente lontano da me il mio tesoro, risalire al principio del comportamento più sprovveduto come al tempo in cui andavo cercandomi senza mai attingere alla prodezza, in una insoddisfazione spoglia, una conoscenza appena intravista e una interrogante umiltà.

199) Esistono per il poeta due età: quella durante la quale la poesia, sotto ogni aspetto, lo maltratta; quella in cui si lascia follemente baciare. Ma nessuna delle due è definita del tutto. E la seconda non è sovrana.

205) Il dubbio si trova all’origine di ogni grandezza. L’ingiustizia storica si ingegna di non farne menzione. Quel dubbio è genio. Non lo si accosti all’incerto provocato dallo sbriciolarsi delle facoltà della sensazione.

209) La mia inettitudine a sistemare la mia vita deriva dal mio essere fedele non a una ma a tutte le creature con cui mi scopro in seria parentela. Tale costanza persiste nel cuore dei contrasti e delle controversie. Lo humour vuole che nel corso d’una di codeste interruzioni di sentimento e di senso letterale, io immagini quegli esseri uniti nell’esercizio della mia soppressione.

219) Di colpo ti ricordi che hai un volto. Non tutte erano dolorose le linee che ne formavano il volume, una volta. Verso quel molteplice paesaggio si levavano esseri dotati di bontà. Non solo naufragi vi attirava la fatica. Respirava in esso la solitudine degli amanti. Guarda. Il tuo specchio s’è mutato in fuoco. Insensibilmente riprendi coscienza della tua età (che aveva saltato il calendario), di questo aumento d’ esistenza di cui i tuoi sforzi faranno un ponte. Arretra dentro lo specchio. Se non ne consumi l’austerità almeno la fecondità non ne è estinta

227) L’uomo è in grado di fare ciò che non è in grado di immaginare. Il suo capo solca la galassia dell’assurdo.

233) Considera senza impressione che il male trafigge più volentieri i bersagli inconsapevoli, quelli che ha potuto accostare con tutto il suo comodo. Quel che hai imparato dagli uomini -i loro voltafaccia incoerenti, umori inguaribili, gusto del chiasso, soggettività d’ arlecchini- deve esortarti, una volta esaurita l’azione, a non attardarti troppo sui luoghi dei vostri rapporti.

Lucia Triolo: soliloquio


In questo lungo racconto 
mezzo vuoto
spezzi angoli curve cerchi

nessun centro
da cui muovere
o a cui tornare

tatuaggi le parole sillabate
sulla lingua
-promessa di carne-
rotearli a strascico tra il palato
poi in gola

sfumano i desideri
nei soliloqui inghiottiti dinnanzi
al mare
la gente quasi non sa
che cosa perde
come lo spermatozoo non sa
del suo destino

mi fa paura la diagonale
perché taglia

Paul Klee, Angelo in divenire, Engel im Werden (1934; olio su tela preparata su compensato, 51 × 51 cm; Svizzera, Collezione privata, in deposito permanente al Zentrum Paul Klee, Bern)

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Lucia Triolo: quelli che non muoiono mai

“Come una freccia scagliata contro il futuro
A men of no fortune and with a name to come
In mancanza dell’io, ogni teoria umana è una cospirazione
L.M. Panero “Sartor resartus” Prefazione a Peter Pan non è che un nome 

Siamo quel che resta di una nascita
lontana sempre quanto un 
dito mignolo 
in mezzo il presagio
di una morte
cui ancora non siamo interessati

Ci chiamiamo l’un l’altro con 
un nome che sta per arrivare

Un’ eventualità essenziale 
ci infilerà tra le braccia 
di una sonora risata e
sarà un diverso modo per noi
di tremare

Mi senti? 
È sempre in serbo
il sipario di un altra profezia 
da sollevare
per attraversare il burrone controsenso
per alleggerire il peso 
di questo cielo vuoto

Travestiti da assenza    conta 
fino a dieci      scappa e  
poi povera e pazza
no non 
ti voltare.

Lucia Triolo: il vecchio e la salma

Quel vecchio ha comprato un mazzo di fiori
e ora veglia la propria salma.
Il vecchio
e la morte.

Sorpresa, è sorpresa!
O no?

Una maschera vaga dal volto alla salma. 
Il vecchio lascia che scorra
una maschera morta,
tagliata in mille pezzi  
prima e dopo essere stata indossata.

Menzogna, è menzogna!
O no?

maschere
sanno aspettare le maschere,
gettano gli orizzonti dietro le nostre spalle,
non indossano i disastri.

Fuga, è fuga, è fuga!
O no?

lucia triolo: tra le mura, involontariamente

Non si è mai uomini a tempo pieno, ognuno lo è in misura maggiore o minore, per così dire occasionalmente, per quella parte di umanità che riesce ad agguantare e di cui riesce a farsi carico. Talvolta lo è-ed è la volta più bella- involontariamente.
Quando questo accade, è la meraviglia del creato che si rende visibile.


tra le mura
scorre il desiderio
sulla coda della lucertola

Lucia Triolo: il pianista perduto

Una nota fuggitiva ha trapassato 
il muro della stanza,
s’è posata su un tasto del piano 
all’angolo.

Ma non è sua quella nota,
per questo lui la offre 
-strano souvenir rubato- 
a chi entra.
Una volta qualcuno la suonò

la suonò ancora
lentamente, 
velocemente
-mani ghiacciate-
ma non finì.
Infine ve la lasciò dimenticata.

Il piano va cercando quel pianista
perché è ancora viva
la sua nota
la stanza adesso è 
appartenenza vuota

Lucia Triolo: buio

ci inoltrammo
il buio domandava
non c’erano risposte.
l’ insidia avanzava
lo scorpione era in agguato

qualcuno sego’ il ponte
tra gioventù e vecchiaia
restò solo una traccia,
poi si dissolse

vestimmo i frantumi,
di palpiti violenti di emozione 
era ciò che  
restava

prestò aiuto
la strada che c’ era dovuta
la percorremmo
fino in fondo

ci ricandidarono
le ombre

Lucia Triolo: la forma del desiderio

Sono io che mi avvicino?
Sei come la forma del desiderio
se il desiderio ha una forma

Vorrei suscitare
in te
ciò che mi accade
quando impasto i tuoi sguardi
nei miei scismi
e balza fuori improvvisa
quella riga che io non scrissi mai
dentro quella che non scrivesti tu

Una punta di dolore nel petto
appena percettibile
quasi di soppiatto
e i miei battiti rischiano l’infarto

Faccio fatica a cercarla,
ma l’avverto.
lievito fresco nella mia farina
come un intimo bisogno
di non nascondersi più

Mi basterebbe
una parola dopo l’altra
per non dire nulla

sciocche parole
non vogliono ammettere
quanto è capace di star
fermo il cuore

(ora in L. Triolo, Dialoghi di una vagina e delle sue lenzuola)

Lucia Triolo: vibrazione

conta le pecore in fila
no, smetti,
è solo declino!

i tuoi zigomi non sono pecore al pascolo
abitudini ereditate a mille e a mille,
espressioni del volto a giocattoli rotti

svezzato il tuo nome dalla
tua leggenda 

non serve ritrovare un filo
per cassetti disordinati
scompagnate distanze
già affondate nel cuore

lascia l’ultima vibrazione:
ogni giorno é
un commercio di sussurri tra
le fibre di una fune

Lucia Triolo; la custodia del cuore e quella cosa strana che è la fede

Lucia Triolo

Lucia Triolo legge Gitanjali di Rabindranath Tagore.

Introduzione

Il bambino chiama la mamma e domanda: “Da dove sono venuto? Dove mi hai raccolto?”. 

La mamma ascolta, piange e sorride mentre stringe al petto il suo bambino: “Eri un desiderio dentro al cuore” (da: “Le più belle frasi e poesie di Rabindranath Tagore” di Fabrizio Caramagna, 14/2/2017 in Aforisticamente, aforismi, frasi e scritture brevi del XX secolo).


Lancio in aria la domanda del bambino, la getto in mezzo a una ridda di questioni nella e della nostra vita che la lacerano, riducendola a brandelli. Impunemente, avanzo solo una suggestione improponibile a noi consumatori del XXI secolo: e se noi, anche noi, tutti noi, fossimo, restassimo esito di un desiderio dentro un cuore? 

Forse quel desiderio che ciascuno di noi è, vive infinitamente nel cuore di un altro: “Tu mi hai fatto infinito, così ti piace. Ripetutamente vuoti questo fragile vaso, e sempre lo riempi di nuova vita” (Gitanjali p. 15: così alla domanda del bambino fa eco e insieme risponde l’inizio del primo dei canti di Gitanjali.                                                

Un piccolo libro?

Gitanjali (Offerta di canti) di Rabindranath Tagore, non è un piccolo libro a dispetto dell’esiguità delle pagine che lo compongono: “Pubblicata nel 1912 con un’introduzione del poeta irlandese William Butler Yeats(…), questa piccola antologia valse a Tagore il premio Nobel per la letteratura nel 1913”[dall’Introduzione italiana di Shantena (Augusto Sabbadini)].

Già la firma dell’Introduzione al testo inglese ci mette sulla strada dell’importanza di Gitanjali. E non si tratta nemmeno di un libro antico in base all’anno in cui fu pubblicato, all’argomento trattato o allo spirito che lo anima. Anche oggi, nell’alba grigia del nuovo millennio, sebbene con un linguaggio per certi aspetti diverso, il rapporto di questo mondo in disfacimento con un’ alterità (qualcuno o qualcosa) situata in un altrove, è avvertito con una sua bruciante attualità. Si tratta però di una attualità ferita, qualcosa come una piaga in cancrena per l’assenza di una medicamentosa risposta; è rimasta la domanda, se ne è perso l’ orizzonte. “Dove mi hai raccolto?” Il luogo dell’origine è altrove, ma si cerca un “altrove generante”, come un utero materno che ci trattenga quanto occorre dentro di sé. 

E, tuttavia, deve restare il luogo di un dislivello, di una differenza di piani incommensurabile, di un sopra (il generante) e un sotto (il generato). Qui torna a delinearsi la trascendenza. E poiché il pensiero laico dei nostri giorni (che ancora, per fortuna -e non so per quanto-, resta il nostro orizzonte), non può però accettare come generante un altrove situato in un dislivello ontologico, ecco che si ritrova, suo malgrado, insieme protagonista e vittima di un voltafaccia di cui è esso stesso autore: l’alterità generante in cui si incastra come in un chiodo la domanda sull’origine deve cercarsi e trovarsi in una sfera che resta comunque a disposizione dell’ indagine (scientifica, filosofica, socio-politica etc.) umana.

Ma dato che i canoni della ricerca vogliono che non si vada mai in pareggio e che rimanga sempre almeno una domanda senza risposta, in quel voltafaccia l’indagine sull’origine continuerà sempre ad insistere rimanendo inevasa.

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Cos’è la fede? Cosa significa credere, cosa comporta? In chi, perché, come, quando si crede? Queste alcune delle domande umane intorno all’altrove generante (“da dove sono venuto”) di cui prima dicevo.

Val la pena di notare che:

pesa con immutata forza, nel pensiero secolarizzato dell’occidente cristiano, il desiderio trattenuto che sta dentro questa sventagliata di interrogativi irrisolti; bisogna cercare di sapere e poi anche di capire trovando termini accettabili al nostro apparato mentale e emotivo: (“da dove sono venuto”);

quel che appare ostico, difficile da tollerare, è quel che ha costituito per millenni la fede in, e l’attrattiva per, una religione in cui il trascendente si fa immanente (la trascendenza immanente del cristianesimo, ad es.).

Nulla di tutto ciò in Gitanjali. A costituirne ancora l’attualità è proprio il fatto che in quella cosa strana che è la fede Tagore ci si trova dentro senza esservi mai entrato, così come ci si trova nell’aria o nel tempo. Non c’è un prima, non c’è un dopo per il suo credo: nella fede a la Tagore ci si muove come, appunto, ci si muove dentro l’aria. 

Questo perché il suo Dio non viene al mondo, non viene ad aggiungersi a noi nel nostro mondo: vi è già da sempre, insieme e non indipendentemente da noi. Ad andare a gambe levate è subito il rapporto classico tra trascendenza e immanenza: “eri un desiderio dentro al cuore”, gli abbiamo visto mettere in bocca alla madre. Nulla di mentale però che accompagni questo modo di stare-nell’ altro. E non perché non ne sia possibile una articolazione formale, ma perché è nell’esuberanza del cuore che se ne trova il senso e il gusto.

Sì, il senso e il gusto dell’unione: Dio è il compagno di giochi fin dalla nascita, un lui quasi nato con te, quasi nemmeno in Dio vi fosse un prima di te: “Tu mi hai fatto infinito, così ti piace” (p. 15), quasi la misura di Dio fosse e giacesse nella persona che ha nome Tagore.

“Quando giocavo con te non mi sono mai chiesto chi

 tu fossi. Ignoravo la timidezza e la paura e la mia vita

era esuberante.

All’alba come un compagno di giochi venivi a svegliarmi

e correvamo insieme di radura in radura” (p. 58).

Ma Dio è anche l’amato/amante in cui il vincolo di intimità produce reciprocità di aspettative e di comportamenti: Tagore sguazza in Dio come Dio sguazza in Tagore:

“Scendesti dal tuo trono e ti fermasti alla porta della mia

casetta.

Io cantavo in un angolo tutto solo, e la melodia colpì

il tuo orecchio. Scendesti e ti fermasti alla porta della

mia casetta” (p.35).

“…O signore di tutti i cieli, dove sarebbe il tuo

amore se io non ci fossi?

… Nel mio cuore è il gioco infinito della tua delizia. Nella mia

vita la tua volontà continua a prendere forma.

Per questo tu, che sei il Re dei re, ti sei ornato di

bellezza per catturare il mio cuore.

E per questo il tuo amore

si perde nell’amore del tuo amante,

dove tu ti manifesti nella perfetta unione dei due” (p. 40).

C’è un testo rivelatore, uno dei più concettualmente densi, nel quale Gitanjali celebra l’amore del suo amico per lui: l’amore vive anzitutto la spoliazione del sé e la rinuncia al proprio io. Lo riporto nei suoi tratti salienti:

“Che io debba tenere in gran conto il mio io e

volgermi da ogni parte, gettando ombre colorate sulla tua

radiosità – questo è il tuo maya.

Innalzi una barriera nel tuo proprio essere e poi

chiami a te il tuo sé diviso con una miriade di note:

questa separazione da te stesso si è incarnata in me.

In me vive la sconfitta del tuo io.

Il grande spettacolo di te e di me ha ricoperto

il cielo. Tutta l’aria vibra della nostra melodia e le ere

trascorrono nel nostro nasconderci e cercarci” (p.47).

“In me vive la sconfitta del tuo io.” 

Che più, quando l’io di cui si parla è quello di un Dio?

Qui, il rapporto d’amore, che ha molto di “a portata di mano”, di terreno, fatto di attese, nascondimenti e incontri, incontra bruscamente il proprio svettare intimo. Qualunque sia la natura di chi ama (sia quella di un dio o di un uomo), l’amore implica l’abbandono del proprio io, meglio la sua rottura. In questo quadro, non meraviglia che Tagore a tratti, non disdegni nemmeno di incarnare la figura femminile come quando ripropone, a modo suo, il ricordo della Samaritana. Ed è uno di quei testi in cui il riferimento è esplicitamente al Gesù di Nazareth ( cfr. p. 39).

Ciò non significa però un estraniarsi dal mondo, un vivere degli amanti in modo egocentrico l’esclusiva l’uno dell’altro. Tutt’altro, il compagno di giochi di Tagore non ama il mondo-astrazione, ama piuttosto, e molto, lo stare in mezzo agli uomini: tra i più poveri ed umili di essi; quelli che maggiormente hanno la concretezza della difficoltà del viaggio. È solo lì che lo si trova:

“Qui è il tuo sgabello e qui poggiano i tuoi piedi, dove

vivono i più poveri, gli infimi e i perduti.

Quando cerco di prostrarmi davanti a te, non riesco a scendere alla profondità dove i tuoi piedi riposano fra i più poveri, gli infimi e i perduti.

L’ orgoglio non riuscirà mai ad avvicinarsi al luogo

dove cammini nei panni degli umili fra i più poveri, gli infimi e i perduti.

Il mio cuore non sa trovare la via per raggiungere il

luogo dove ti accompagni ai negletti fra i più poveri,

gli infimi e i perduti.” (p. 19).

Come si vede, si tratta di un modo inedito e personalissimo di ricreare il senso della distanza tra l’ “essere nel mondo” e il “non essere del mondo”. 

Il mondo, nell’ottica di Gitanjali,  resta il luogo in cui noi siamo e non vi siamo estranei. Piuttosto, questo s^, vi siamo di passaggio. Ma il passaggio è il senso del nostro stesso modo di restare al mondo:

“ …nella morte lo stesso sconosciuto mi apparirà da sempre conosciuto. E poiché amo questa vita,

so che amerò anche la morte.

Il bambino piange quando la madre lo stacca dal

seno destro, per trovare la sua consolazione un attimo

dopo nel sinistro” (p. 58).

La morte non si gioca che nel cambiare il seno di allattamento.

Il problema al riguardo non è quello di prendere le distanze da ciò che ci circonda ma, piuttosto, lo si è visto, quello di prendere le distanze da noi stessi. Il viaggio che l’avventura terrena sempre implica è un viaggio per guardare con occhi che non sono i nostri, ma quelli dell’amico/amante, ciò che ci circondaE gli occhi dell’amico/amante ci sottraggono alle lusinghe da cui altrimenti potremmo essere attratti. La nostra resistenza a questo distacco ci allontana da lui. Gitanjali in proposito è drastico ed eloquente  

“Nel piacere e nel dolore non sono vicino agli

 uomini e perciò vicino a te. Mi ritraggo dal sacrificio

della mia vita e così evito di tuffarmi nelle grandi acque

della vita” (p.50)

Tanto più arriviamo direttamente a centrare il bersaglio amato quanto più riusciamo a fare a meno di tutte le liturgie: “Non lasciare che io costringa il mio spirito vacillante /a poveri preparativi per il tuo culto” ( p. 25).

La strada che così si imbocca ha un nome bello e sensuale; si chiama custodia del cuore. Il suo significato è immediatamente evidente.

“Non più parole rumorose, non più schiamazzi: così

vuole il mio Signore. D’ ora innanzi commercio solo in sussurri.

Il discorso del mio cuore si manifesterà nel mormorio

di una canzone.

Gli uomini si affrettano al mercato del re: tutti i

venditori e i compratori sono presenti. Solo io mi prendo

la mia intera tempestiva vacanza nel mezzo della giornata,

nel pieno dell’attività” (p. 55).

L’immagine del mercato è frequente ed eloquente in Gitanjali; è la metafora del luogo in cui deve avvenire l’incontro con l’amante: dentro la sua confusione, dentro la sua capacità di distrazione bisogna trovare lo spazio per l’amore: “No, non chiuderò mai le porte dei miei sensi. Le gioie della vista, dell’udito e del tatto saranno la tua gioia” (p. 48). 

Come dire che a Dio ci si arriva così come siamo e abitando i luoghi in cui abitiamo. Ma, dentro questi luoghi, il cammino da percorrere è insieme invisibile e infinito: “Il viaggio più lontano è quello che ti avvicina a sé stesso” (p.20) e il mezzo per giungervi, assai poco consono certo alla ingordigia esperienziale dei nostri giorni, è quello spogliamento dagli sguardi inutili e dagli orizzonti superflui in cui consiste la custodia del cuore

E, del resto, la riproposizione dell’ev-angelo, della buona notizia del re che si innamora della pastorella e per farla sua, la innalza al suo livello, è il messaggio precipuo della religiosità che è espressa magistralmente da Tagore nei canti di Gitanjali.

CANTI di GITANJALI

                             8

“Il fanciullo ornato di abiti principeschi e di collane

preziose perde ogni piacere nel gioco: l’abito lo ostacola

a  ogni passo.

Per timore di strappare o di impolverare il vestito,

si tiene lontano dal mondo e ha paura anche solo di

muoversi.

Madre, la tua prigione di gioielli non è un beneficio,

se ci separa dalla sana polvere della terra, se ci

priva del diritto di entrare nella grande fiera della

comune vita umana” (p. 18).

                            11

“Lascia perdere queste cantilene questi rosari!

Chi veneri in questo solitario angolo scuro di un tempio le

cui porte sono tutte chiuse? Apri gli occhi e guarda: il

tuo Dio non è davanti a te!

È dove il contadino zappa la dura terra e dove lo

spaccapietre lavora sulla strada. E’ con loro sotto il

sole sotto la pioggia e il suo abito è coperto di polvere.

Togliti il sacro manto e con lui e come lui scendi sulla terra

polverosa!

Liberazione? Dove pensi di trovare questa liberazione?

Il nostro signore stesso si è già gioiosamente

addossato i vincoli della creazione e si è legato a noi

per sempre.

Esci dalle tue meditazioni e lascia perdere i fiori e

l’incenso! Che male c’è se i tuoi abiti si strappano e si

macchiano? Vai incontro a lui e restagli accanto nella

fatica e nel sudore della fronte” (p.19).

                            95

“Non ero cosciente nel momento in cui varcai la soglia

di questa vita.

Quale potere mi fece aprire in questo vasto

mistero come una gemma si schiude nella foresta a

mezzanotte?

Quando il mattino guardai la luce sentii in un

attimo che non era uno straniero in questo mondo, che

l’imperscrutabile senza nome né forma mi aveva accolto

fra le braccia nelle sembianze di mia madre.

Così pure nella morte lo stesso sconosciuto mi

apparirà da sempre conosciuto. E poiché amo questa

vita, so che amerò anche la morte.

Il bambino piange quando la madre lo stacca dal

seno destro per trovare la sua consolazione un attimo

dopo nel sinistro”(p. 57-58).

lucia triolo: decisione

gente vociava

un istante
le si era fermato
accanto 
tra lattine di birra
in cerca di una decisione 
(non era una nuova marca di birra)

e la chiedeva giusto a lei
che in fatto di decisioni e istanti
si teneva in bilico
su una scintilla

l’ istante è carnivoro
come una madre
la decisione pure

tra chi aveva voce in capitolo 
un’ingaggio di sciocchezze
brandiva il
suo pandipolvere

il giorno moriva

raggiravo 
(mi facevo raggirare da) 
foglie
d’amore rinsecchito

Lucia Triolo: quando la neve palpita

ho una benda sugli occhi
quando la neve palpita
come Dio

siamo di fango: la mia statua ed io
(impastate dai giorni degli altri)
lei cammina su di me
e mi capisce dentro

mentre attendiamo
(impastate in pantofole e vestaglia)
mi apre come un varco
e mi rapisce dentro

passa attraverso
(impastata d’amore)
la vedo allontanarsi
come avesse fretta o paura

quando la neve palpita
nessuno strappi
la benda che voglio
tenere sugli occhi

nessuno strappi Dio