Lucia Triolo: un giorno, un senso

E poi ci sarà un giorno
come ci fu un momento in cui avrà senso
che sia rimasta qui
Chi ha inventato questo ventre
che mi si svuota dentro?
Parlavo una lingua sconosciuta
per non far finire mai il momento bello

Ma tu non sei il mio eroe

non erano per me quelle prodezze
che facevano sentire
nuda la carne
non erano carezze.
Dov’è ora il mio eroe?
Quanto è lunga la via che non c’è!

Hai fatto visita ai sogni degli amici
hai frugato la linea di ogni mano
Vieni a vederla, ora
affrettati
Basta un attimo a percorrerla,
un palmo ad acciuffarla.

Questi avanzi di stupore 
nei miei panieri notturni 
pieni d’acqua basteranno
a saziare la fame dell’ eroe.

Pende dal viso uno sguardo
che lascia il corpo
e corre lungo il mare

Lui nuota, conosce l’inchiostro

Lucia Triolo: rabbia

Voglio andare in cerca della rabbia del mondo
questa notte.

           … delle rose in boccio
non godute,
che imprigiona violenta
universi di passioni
mai ad altri cedute,
da nessuno vissute

           … di umori e odori
delle umane scuderie
abbandonati
in vecchi jeans slabbrati
di lontane periferie.

Voglio andare in cerca della rabbia del mondo
questa notte

            … di fatiche ancestrali
che nessuna bestemmia,
benedizione al cielo,
ha mai acquietate:
dove sei ora vecchia cisterna
che svuotai col mio ditale?

            … di ciò che non ha nome,
che a nessuno sapemmo riferire
col sangue o col dolore.
Ma che solo un sguardo colse
con un sussurro lieve
e se ne dolse

Voglio andare in cerca della rabbia del mondo
questa notte


rabbia d’amore
si dà cruda e graffiante senza
farsi saziare

Lucia Triolo: l’acconciatura dell’ “io”

(storiella grezza)

Come nella favola,
tingerò i capelli
del colore del tempo
e indosserò il vestito
che un ragno ha intessuto.

Prenderò la borsa
del mendicante sotto casa.
È sdrucita, bucata e vuota
adatta proprio
alla mia rabbia boia:
ogni tanto parlano insieme.

Indosserò una calza 
strappata a chi, 
con l’arma in mano,
nasconde il proprio viso
agli occhi di chi ha ucciso.

Quella della befana
non mi sta affatto bene,
c’è carbone o ricchezza,
ma ben poca franchezza.

Restano le scarpe,
salvezza di chi fugge dallo schifo.
Devono aver le ali
della bricconeria,
che ogni giorno,
dalle sei del mattino,
è sempre a casa mia.

Cari signori,
é pronta adesso
dell’ io l’ acconciatura
per il fatidico
Nobel della fregatura.

lucia triolo: nel breve giro del cranio

“Siamo gli uomini vuoti
Siamo gli uomini impagliati

Occhi che in sogno non oso incontrare”
(T. Eliot, “Gli uomini vuoti”, Poesie)

Sei sazio della tua fame:
coscienza di paglia
che in sogno la notte io non
oso incontrare

spranghe di ferro
le parole
avvolgono in gomitoli 
la colpa

dici: non so stare dentro me 
il breve giro del cranio è 
una casa di tolleranza

parole puttane a fronteggiarsi 
nel filo
a che servono le grandi
domande,
le piccole risposte?

amiamo l’errore e il peccato
la bocca, le mani in agguato 
alla carne
sulle tracce del padre corriamo

leggere variazioni
poche indicazioni per
appuntite speranze

Vino per tutti offrirò
berremo a garganella
e la fine,
una sbronza
triste

Lucia Triolo: La mia immortalità

(fine di uno dei miei anni)

Come sonaglio
sensibile utente dei miagolii
per strada
si apre spettra la mente ai vecchi mestieri 
del già fu.

A vuoto ha girato
e fatto la conta alle mie pareti
esposte come quotidiani al vento nelle edicole

disincanto spirituale,
vago cercando prestiti
da ogni ricchezza umana,
da ogni povertà.

Odio certezze, facili bontà,
sciarpe calde di lana
sulla morte
e vuota scavo
tra la rabbia e il cuore
con l’unghie e con i denti
e mordo freni.
                                     la mia immortalità? Certo 
                                     che c’è!
                                     Ha il cranio pelato
                                     ed è sdentata.
                                     mi danza attorno
                                    e non si fa afferrare.
           E’ vecchia
           non si addice
           al mio lutto
           sempre giovane
           che le sue note suona
                 proprio adesso
nella mente 
campana sgarrupata e infame

Lucia Triolo: carte geografiche

carte geografiche 
si sono presentate stamane
a un difficile giorno 

la mano le ha prese
dita nude senza smalto
a raccontare 
richiami di inizi e fine

tracciando col dito
percorsi
inconsapevoli e testardi
di passaggio tra esserci e scappare:

l’ inquietudine
con cui ti guardo
l’anima
spodestare quel

disabituato infinito

sotto il mio vestito

Lucia Triolo: senza fiato

“quando fratello, dimmi,
finalmente la parola mi capirà?” 
M. Mehr, Notizie dall’esilio
“un urlo ha preceduto questo giorno”

—–
Era un senza fiato
una sorta di stridore su un metallo
Non sapeva fare perché
non sapeva dire

fermo non rispondeva
come un incustodito trapassato

Aspettava un vieni
un richiamo anche interrotto
di una parola 

Qualcuno gli gettò sopra un 
giornale
finì così in un coppo come
un pesce al mercato del pesce

icona di azione in contumacia
come tante!
troppe 

da L. Triolo, Debitum

Lucia Triolo: movenza

abitatore della carne?
il corpo
schiaffeggia la terra su cui non posa
mai abbastanza e
il movimento è un flusso cieco
come di donna

chi soffre le cose che io soffro?
non ci sono esempi
a nuotare
non testi da recitare
non soprassalti nel camerino
dimenticato

perdi le scarpe le calze
i piedi
ansimano i piedi?
e tu cosa ne sai?

divieni soffio d’ascia per
quanto dura
il gesto

non più!

Lucia Triolo

Bonhoeffer: un Cristianesimo senza scrupoli

Re[a]daction Magazine

Bonhoeffer: un Cristianesimo senza scrupoli

Lucia Triolo

Sono effettivamente ciò che gli altri dicono di me? | Oppure sono solamente ciò che io conosco di me stesso?
Dietrich Bonhoeffer

Le poesie di Bonhoeffer

Mi è capitato di incontrare questi versi di Dietrich Bonhoeffer e di finirci dentro tutta d’un pezzo, scarpe comprese: o è stata la frase che mi è piombata addosso, insieme ai suoi puntini e ai suoi dubbi? Mi pare chiaro infatti che, a partire da essa, gli interrogativi potrebbero moltiplicarsi. Non tanto dal versante della prima domanda, quanto piuttosto dal versante della seconda. Si potrebbe infatti continuare e chiedersi “cosa conosco di me” ed ancora: “è corretto ridurre ciò che io sono a ciò che conosco di me? E se sì, fino a che punto lo è?” Ancora: messa a punto una qualche risposta, in che misura essa è in grado di rappresentarmi di fronte agli altri e di fronte a me stesso; in che misura la conoscenza che ho acquisita su di me può trasformarmi? Si tratta insomma di una conoscenza statica o dinamica?

Credo siano proprio interrogativi inderogabili di questo genere: radicali alla, e radicati nella, nostra umanità, a rendere degno di attenzione chi l’ha pronunciata. Si tratta di Dietrich Bonhoeffer (4. Febbraio 1906 – 9. Aprile 1945) teologo luterano tedesco, protagonista della resistenza al Nazismo. Un uomo che ha reso la sua azione gigantesca e incommensurabile risposta a questa serie di interrogativi, fino alla morte.

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La cultura nutre Notizie ANSA

Lucia Triolo legge R. Char: Fogli D’Ipnos

Readaction Magazine

Lucia Triolo

Il bisogno di Char non è qualcosa di misurabile, lo si vive e basta: “Non stenta a crederlo chi ha avvicinato anche una volta sola quella fonte di calore che è René Char uomo” (V. Sereni, Prefazione a R. Char Fogli d’Ipnos, Einaudi 1968, p. 8). 

Char è un punto di partenza che può fare anche a meno di un punto di arrivo perché è un punto di partenza in continuum, iterativo. 

Non immediatamente interessato ad allargarsi in orizzontale, è slancio in avanti per arrampicarsi in verticale e, con un movimento acrobatico, scavare in profondità. Una folgore che accorcia le distanze tra parola e vita in direzione dell’azione: “La parola si fa azione; l’azione scappa dalla parola” (V. Sereni, Prefazione, cit., p.5) ed è trascinata comunque dalla poesia come l’effetto dalla propria causa. Difficile e fuori luogo addentrarsi qui nei meandri del legame tra poesia e azione: ad ognuno che vi fosse interessato poi, penso debba essere lasciato il compito di farne proprie e modellarne articolazioni e forme. Ma quando l’azione diviene luogo di poesia sgorga l’impeto. Io l’ho attraversato questo impeto. Di là da ogni suggestione protoromantica.  Ne ho percepito l’urgenza, per dir così “la fretta di se stesso” e mi ci sono aggrappata, perché è un mezzo di trasporto in cui, senza accorgersene, ti ritrovi ad albergare. Anche se ti sfugge del tutto se sei salita e a quale fermata, se scenderai e a quale fermata, alla fine scopri che saperlo non ti importa più: l’essenziale è “Partecipare allo slancio. Non al festino, suo epilogo” (197).

Il testo di Char di cui parlerò, mi chiama, vorrei poter dire “ci” chiama, anzi “ci richiama” alla responsabilità di questo nostro tempo di confronti così accidiosamente cruciali, così bizzarramente eroici. “Siamo in tempi di guerra” si vocifera da ogni parte. “Guerra per la difesa dei nostri valori” si proclama nei titoli di quotidiani e rotocalchi e nelle nostre TV docili allo zapping e agli spot. E l’impegno della parola si esalta sull’enfatizzazione scimmiesca della figura del nemico. Ma la guerra c’è davvero con il suo carico di tragedia, di morte e i nostri giorni appartengono come quelli di Char ad un tempo “in cui il cielo spossato penetra nella terra, e l’uomo agonizza tra due disprezzi” (36).

Il testo è Fogli d’Ipnos (1943-44), densissima tessitura di 237 aforismi che, assai correttamente, deve essere considerato “uno dei più straordinari diari di lotta che mai combattente clandestino per la libertà, che è prima di tutto libertà morale, abbia scritto” (V. Sereni, Prefazione, cit., p. 5). Vi si legge: “A tutti i pasti consumati assieme, invitiamo la libertà. Il posto rimane vuoto ma il piatto resta in tavola” (131); sono pagine pervase dal pathos di chi, senza albagia, confessa: “Con detriti di montagne ho fabbricato uomini che per un poco daranno aroma ai ghiacciai” (130). Fogli d’ Ipnos (edito inizialmente a Parigi da Gallimard 1948) è un modo di prendere in pugno la guerra, di acciuffarla per il collo facendosela arrivare addosso strisciante, e poi scaraventandola via. Colpisce l’attualità dopo quasi 80 anni, di molte delle sue percezioni. Non si tratta nella sua parola di un apparentamento all’evento bellico in differita, dal momento che a reggerne il peso è il “capitano Alexandre”, nome di battaglia di Renè Char. Vi si incontra l’aspetto intimo della trincea, anche nella sua impenetrabilità di trincea d’anima perché, nel segno dei Fogli, la guerra non si vive soltanto: la si combatte, indipendentemente dal fatto che si sia o meno al fronte, perché se guerra allora fronte. Per paradossale che possa sembrare, vi si allacciano e riallacciano “parentele folgoranti” (“parentela folgorante” è espressione di Char) a fare da staffetta e da controaltare al male folgorante. Vi si legge un libro sotterraneo che di queste parentele e di questo male racconta le vicende e il loro snodarsi nel cacciar l’aria dentro e fuori dai polmoni; talvolta si tratta di uno slancio all’indietro a raccattare cose passate che non possono essere lasciate dove sono (ac)cadute; a trovare loro un posto (cfr. ad es. aforismi 53, 90, 99, 128, 138 146 149)  e quando ciò accade, l’emozione dello slancio diventa gesto d’amore.

Fogli d’Ipnos non è un libro di versi e di rime, di strofe e di stanze, semplicemente incontra il “poeta, conservatore degli infiniti volti di ciò che vive” (83). 

Gli aforismi che lo compongono sono uno specchio di questi voltipronto a riflettere anche la sfilza dei vuoti creati da sfide impossibili, come lo sono appunto quelle belliche, fino a riconoscere anche la negazione di un primato della poesia. “L’ immaginazione che a livelli diversi assilla l’animo di ogni creatura sembra aver fretta di separarsene quando questa non gli propone come compito estremo altro che l’«impossibile» e l’«inaccessibile». Bisogna ammettere che la poesia non è dovunque sovrana” (132). Eppure, proprio in guerra, dove non è sovrana e magari si nasconde murata nel cemento come il carnet degli appunti dei Fogli (cfr. Prefazione, cit. p. 8), la poesia gioca un suo preciso ruolo: “Ecco l’epoca in cui il poeta sente in se stesso levarsi questa forza meridiana d’ ascesa” (162). La poesia fa del fronte il luogo paradossale di uno sforzo estremo di conciliazione. In quest’epoca lo “sforzo del poeta mira a trasformare vecchi nemici in leali avversari: ogni domani fecondo é funzione del buon esito del progetto, specie la dove svetta, s’intrica, declina, è decimata tutta la gamma delle vele ove il vento dei continenti rende il suo cuore al vento degli abissi” (6). Nei Fogli Char non perde mai di vista l’identità poetica, non tanto quella che lo riguarda come uomo, ma quella sanguinante in cui ci si imbatte al fronte e che si lascia percepire in bellezza a dispetto della brutalità: “Nelle nostre tenebre non c’è un posto per la Bellezza. Tutto il posto è per la Bellezza” (237) e la bellezza è materia di poesia anche quando sanguina. A questa sorta di identità poetica sanguinante di cui la maledizione della guerra conserva il volto sfigurato vorrei far cenno. Per il disegno dei Fogli, direi (ma è appena una suggestione, un’impressione), è come se la poesia fosse possibile nell’evento bellico solo a patto di contrarlo nell’atto in cui di volta in volta si consuma, cioè nel qui e ora. Così l’intensità poetica dell’atto bellico e la sua durata (anche se si protrae per mesi o anni) giace nel presente e la sua narrazione dice l’eternità di un istante.  Se l“’atto anche ripetuto, è vergine” (46) e l’ “eternità non è granché più lunga della vita” (110), allora il presente è sempre bambino, non cresce mai; per questo la sua durata nella coscienza non può che essere quella dell’eternità. Non aggiungo altro: sul fronte la fermata Char aspetta con folgorante chiarezza il nostro arrivo.

Dichiaro apertamente il mio debito per queste riflessioni a Vittorio Sereni, alla sua Prefazione all’edizione italiana dei Fogli d’Ipnos. Ad essa rimando volentieri. Senza i suoi suggerimenti e stimoli forse, alcune delle percezioni con cui mi è sembrato di entrare in empatia mi sarebbero sfuggite.

                                      AFORISMI (in base al loro numero nei Fogli)

3) Guidare il reale fino all’azione come un fiore accostato alla bocca acidula dei bimbi. Conoscenza ineffabile del diamante disperato (la vita).

10) Tutta l’autorità, la tattica e l’inventiva non sostituiscono una particella di convinzione a servizio della verità. Un luogo comune, che credo di aver migliorato.

12) Quel che m’ha messo al mondo e me ne scaccerà interviene soltanto nelle ore in cui sono troppo debole per resistergli. Vecchia persona quando sono nato. Giovane ignota quando morrò.

La sola la stessa Passante.

19) Il poeta non può restare a lungo nella stratosfera del Verbo. Deve struggersi in nuove lagrime e muovere più in là nel suo ordine.

20) Penso all’esercito di fuggiaschi con appetiti di dittatura che forse, in questo paese di corta memoria, gli scampati a questo tempo d’ algebra dannata rivedranno al potere.

28) Esiste una specie d’uomo sempre in anticipo sui suoi escrementi.

32) Un uomo senza difetti è una montagna senza crepacci. Non mi interessa.

(Regola di rabdomante e d’ inquieto).

37) Rivoluzione e controrivoluzione si mascherano per affrontarsi di nuovo.

Sincerità di breve durata! Alla lotta delle aquile tien dietro la lotta delle piovre. Il genio dell’uomo, che pensa di avere scoperto le verità formali, adatta le verità che uccidono a verità che autorizzano a uccidere. Sfilata dei grandi ispirati a rovescio sul fronte dell’universo corazzato e ansimante! Mentre le nevrosi collettive si denunziano nell’occhio dei miti e dei simboli, l’uomo psichico mette la vita a supplizio senza aver l’aria di provarne il più piccolo rimorso. Il fiore strisciante, il fiore sozzo volge i petali neri nella carne demente del sole. Dove sei sorgente? Rimedio dove sei? Cambierai finalmente economia?

39) Siamo scissi tra l’avidità di conoscere e la disperazione d’ aver conosciuto. L’aculeo non rinuncia al suo bruciore, noi alla nostra speranza.

42) Tra i due spari che decisero la sua sorte, ebbe il tempo di chiamare una mosca <<Signora>>.

48) Non ho paura. Ho solo la vertigine. Ho bisogno di accorciare la distanza tra il nemico e me. Affrontarlo orizzontalmente.

51) Strapparlo alla terra d’origine. Ripiantarlo nel suolo presunto armonioso del futuro, in considerazione d’ un successo incompiuto. Fargli toccare sensorialmente il progresso. Ecco il segreto della mia abilità.

54) Stelle del mese di maggio…

Ogni volta che levo gli occhi al cielo, la nausea mi sfascia le mandibole. Non odo più salire dal fresco dei miei sotterranei il gemito del piacere, murmure della donna dischiusa. Una cenere di cactus preistorici fa volare il mio deserto in bagliori! Non sono più capace di morire…

Ciclone, ciclone, ciclone…

55) Mai risultando modellato una volta per sempre, l’uomo è ricetto del suo opposto. I suoi cicli descrivono orbite diverse, a seconda ch’egli sia o no in preda a una data sollecitazione. E le depressioni misteriose, le ispirazioni assurde, sorte dal grande esternato crematorio, come costringersi a ignorarle? Ah! circolare generosamente sulle stagioni della scorza, mentre la mandorla palpita, libera…

56) Il poema è scalata furiosa; la poesia, il gioco degli argini aridi.

63) Ci si batte bene solo per le cause modellate con le proprie mani e in cui identificandosi si brucia

69) Vedo l’uomo perduto da perversioni politiche confondere azione ed espiazione, chiamare conquista il suo annientamento.

72) Agire da primitivo e prevedere da stratega.

78) Quel che più importa in certe situazioni è padroneggiare in tempo l’euforia.

90) Una volta si dava un nome a diversi brani della durata: questo era un giorno, quest’altro un mese, questa chiesa vuota, un anno. Eccoci affrontare il secondo in cui la morte è la più violenta e la vita la meglio definita.

97) L’aereo effettua il lancio. I piloti invisibili si sbarazzano del loro giardino notturno, poi spremono un breve fuoco sotto l’ascella dell’apparecchio per avvertire che è finito. Non resta che raccogliere il tesoro sparpagliato. Così il poeta…

98) La linea di volo del poema. Dovrebbe essere sensibile a ognuno.

100) Dobbiamo superare rabbia e disgusto, dobbiamo farli condividere per rilevare ed estendere la nostra azione come la nostra morale.

102) La memoria non sa agire sul ricordo. Il ricordo non ha forza contro la memoria. La felicità non sale più.

107) Alle lagrime non si fa un letto come a un visitatore di passaggio.

115) Nell’orto degli Ulivi, chi era in soprannumero?

116) Non far conto eccessivo della duplicità che si manifesta negli esseri. In realtà il filone è sezionato in tratti molteplici. Ciò sia di stimolo più che motivo di irritazione.

126) Tra la realtà e il suo resoconto, c’è la tua vita che magnifica la realtà e questa abiezione nazista che ne guasta il resoconto.

127) Verrà il tempo che le nazioni sul tracciato dell’universo saranno strettamente interdipendenti, come gli organi di uno stesso corpo, solidali della sua economia.

Il cervello zeppo di macchine, potrà preservare ancora l’esile rivo di sogni ed evasione? L’uomo a passi di sonnambulo si avvia verso le mine omicide, guidato dal canto degli inventori…

139) È l’entusiasmo a lenire il peso degli anni. È la soperchieria proclamare la fatica del secolo.

140) La vita inizierebbe con un’esplosione e finirebbe con un compromesso? È assurdo.

153) Oggi mi spiego meglio questo bisogno di semplificare, di far entrare il tutto nell’uno, nel momento di decidere se la tal cosa deve o no aver luogo. A malincuore l’uomo si allontana dal suo labirinto. I miti millenari lo esortano a non partire.

156) Accumula, poi distribuisci. Sii la parte più densa dello specchio dell’universo, la più utile e la meno appariscente.

161) Mantieni di fronte agli altri quello che hai promesso a te stesso.  Questo il tuo contratto.

168) Resistenza è solo speranza. Così la luna d’Ipnos, con tutti i suoi quarti stanotte, domani visione sul passaggio dei poemi.

174) La perdita della verità, l’oppressione dell’ignominia guidata che ha nome bene (il male, non depravato, ispirato, estroso è utile) ha aperto una piaga nel fianco dell’uomo che solo la speranza del grande lungi inespresso (l’insperato che vive) può alleviare. Se padrone è l’assurdo quaggiù, scelgo l’assurdo, l’antistatico, ciò che più mi accosta alle sorti patetiche. Sono uomo di argini -scavo e insolazione- non sempre potendo esserlo di torrente.

186) Siamo votati ad essere soltanto esordi di verità?

188) Tra il mondo della realtà e me stesso, non c’è più oggi spessore di tristezza.

189) Quanti confondono rivolta ed estro, filiazione e infiorescenza del sentimento. Ma non appena la verità trova un nemico della sua statura, depone la corazza dell’ubiquità e combatte con le risorse stesse della sua condizione. È indicibile la sensazione di questa profondità che si volatilizza concretandosi.

194) Mi faccio violenza per conservare, malgrado l’umore, questa mia voce d’inchiostro. Sicché, è con penna a testa d’ariete, senza posa spenta, senza posa riaccesa, concentrata, tesa e d’un sol fiato che scrivo questo, tralascio quello. Automa della vanità? No, sinceramente. Necessità di controllare l’evidenza, di farla creatura.

195) Se ne esco vivo, so che dovrò rompere con l’aroma di questi anni essenziali, respingere (non reprimere) silenziosamente lontano da me il mio tesoro, risalire al principio del comportamento più sprovveduto come al tempo in cui andavo cercandomi senza mai attingere alla prodezza, in una insoddisfazione spoglia, una conoscenza appena intravista e una interrogante umiltà.

199) Esistono per il poeta due età: quella durante la quale la poesia, sotto ogni aspetto, lo maltratta; quella in cui si lascia follemente baciare. Ma nessuna delle due è definita del tutto. E la seconda non è sovrana.

205) Il dubbio si trova all’origine di ogni grandezza. L’ingiustizia storica si ingegna di non farne menzione. Quel dubbio è genio. Non lo si accosti all’incerto provocato dallo sbriciolarsi delle facoltà della sensazione.

209) La mia inettitudine a sistemare la mia vita deriva dal mio essere fedele non a una ma a tutte le creature con cui mi scopro in seria parentela. Tale costanza persiste nel cuore dei contrasti e delle controversie. Lo humour vuole che nel corso d’una di codeste interruzioni di sentimento e di senso letterale, io immagini quegli esseri uniti nell’esercizio della mia soppressione.

219) Di colpo ti ricordi che hai un volto. Non tutte erano dolorose le linee che ne formavano il volume, una volta. Verso quel molteplice paesaggio si levavano esseri dotati di bontà. Non solo naufragi vi attirava la fatica. Respirava in esso la solitudine degli amanti. Guarda. Il tuo specchio s’è mutato in fuoco. Insensibilmente riprendi coscienza della tua età (che aveva saltato il calendario), di questo aumento d’ esistenza di cui i tuoi sforzi faranno un ponte. Arretra dentro lo specchio. Se non ne consumi l’austerità almeno la fecondità non ne è estinta

227) L’uomo è in grado di fare ciò che non è in grado di immaginare. Il suo capo solca la galassia dell’assurdo.

233) Considera senza impressione che il male trafigge più volentieri i bersagli inconsapevoli, quelli che ha potuto accostare con tutto il suo comodo. Quel che hai imparato dagli uomini -i loro voltafaccia incoerenti, umori inguaribili, gusto del chiasso, soggettività d’ arlecchini- deve esortarti, una volta esaurita l’azione, a non attardarti troppo sui luoghi dei vostri rapporti.

Lucia Triolo: soliloquio


In questo lungo racconto 
mezzo vuoto
spezzi angoli curve cerchi

nessun centro
da cui muovere
o a cui tornare

tatuaggi le parole sillabate
sulla lingua
-promessa di carne-
rotearli a strascico tra il palato
poi in gola

sfumano i desideri
nei soliloqui inghiottiti dinnanzi
al mare
la gente quasi non sa
che cosa perde
come lo spermatozoo non sa
del suo destino

mi fa paura la diagonale
perché taglia

Paul Klee, Angelo in divenire, Engel im Werden (1934; olio su tela preparata su compensato, 51 × 51 cm; Svizzera, Collezione privata, in deposito permanente al Zentrum Paul Klee, Bern)

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Lucia Triolo: quelli che non muoiono mai

“Come una freccia scagliata contro il futuro
A men of no fortune and with a name to come
In mancanza dell’io, ogni teoria umana è una cospirazione
L.M. Panero “Sartor resartus” Prefazione a Peter Pan non è che un nome 

Siamo quel che resta di una nascita
lontana sempre quanto un 
dito mignolo 
in mezzo il presagio
di una morte
cui ancora non siamo interessati

Ci chiamiamo l’un l’altro con 
un nome che sta per arrivare

Un’ eventualità essenziale 
ci infilerà tra le braccia 
di una sonora risata e
sarà un diverso modo per noi
di tremare

Mi senti? 
È sempre in serbo
il sipario di un altra profezia 
da sollevare
per attraversare il burrone controsenso
per alleggerire il peso 
di questo cielo vuoto

Travestiti da assenza    conta 
fino a dieci      scappa e  
poi povera e pazza
no non 
ti voltare.

Lucia Triolo: il vecchio e la salma

Quel vecchio ha comprato un mazzo di fiori
e ora veglia la propria salma.
Il vecchio
e la morte.

Sorpresa, è sorpresa!
O no?

Una maschera vaga dal volto alla salma. 
Il vecchio lascia che scorra
una maschera morta,
tagliata in mille pezzi  
prima e dopo essere stata indossata.

Menzogna, è menzogna!
O no?

maschere
sanno aspettare le maschere,
gettano gli orizzonti dietro le nostre spalle,
non indossano i disastri.

Fuga, è fuga, è fuga!
O no?

lucia triolo: tra le mura, involontariamente

Non si è mai uomini a tempo pieno, ognuno lo è in misura maggiore o minore, per così dire occasionalmente, per quella parte di umanità che riesce ad agguantare e di cui riesce a farsi carico. Talvolta lo è-ed è la volta più bella- involontariamente.
Quando questo accade, è la meraviglia del creato che si rende visibile.


tra le mura
scorre il desiderio
sulla coda della lucertola

Lucia Triolo: il pianista perduto

Una nota fuggitiva ha trapassato 
il muro della stanza,
s’è posata su un tasto del piano 
all’angolo.

Ma non è sua quella nota,
per questo lui la offre 
-strano souvenir rubato- 
a chi entra.
Una volta qualcuno la suonò

la suonò ancora
lentamente, 
velocemente
-mani ghiacciate-
ma non finì.
Infine ve la lasciò dimenticata.

Il piano va cercando quel pianista
perché è ancora viva
la sua nota
la stanza adesso è 
appartenenza vuota

Lucia Triolo: buio

ci inoltrammo
il buio domandava
non c’erano risposte.
l’ insidia avanzava
lo scorpione era in agguato

qualcuno sego’ il ponte
tra gioventù e vecchiaia
restò solo una traccia,
poi si dissolse

vestimmo i frantumi,
di palpiti violenti di emozione 
era ciò che  
restava

prestò aiuto
la strada che c’ era dovuta
la percorremmo
fino in fondo

ci ricandidarono
le ombre

Lucia Triolo: la forma del desiderio

Sono io che mi avvicino?
Sei come la forma del desiderio
se il desiderio ha una forma

Vorrei suscitare
in te
ciò che mi accade
quando impasto i tuoi sguardi
nei miei scismi
e balza fuori improvvisa
quella riga che io non scrissi mai
dentro quella che non scrivesti tu

Una punta di dolore nel petto
appena percettibile
quasi di soppiatto
e i miei battiti rischiano l’infarto

Faccio fatica a cercarla,
ma l’avverto.
lievito fresco nella mia farina
come un intimo bisogno
di non nascondersi più

Mi basterebbe
una parola dopo l’altra
per non dire nulla

sciocche parole
non vogliono ammettere
quanto è capace di star
fermo il cuore

(ora in L. Triolo, Dialoghi di una vagina e delle sue lenzuola)