E il divino se la gode, la tua presenza profuma tuttora volteggia in mille giri una brezza impazzita confusa ti porta non sapendo nemmeno lei da dove arriva e dove è diretta, ti si vede splendente tra cespugli ancora in fior.
Il grande vaso in cotto crea un dipinto a olio un bouquet di begonie ibisco, fresie e petunie rifiutano di chiudersi facendo a gara per la soppravvivenza il divino li protegge e regala vigore.
Tuttavia in fondo a quel profondo verde che permea tra i vecchi muri del borgo si intravedono nei giardini di case senz'anime, sfumature delle tonalità autunnali foglie senza padrone, senza destino vagano facendo mucchio e un venticello bramoso conosce il tempo, esso sa che il momento del cambio è arrivato.
Y el divino disfruta, tu presencia aún perfumada en mil volteretas una brisa enloquecida confundida te lleva no sabiendo ni siquiera ella de donde viene y hacia donde va, se te ve esplendido entre arbustos todavía en flor.
La grande maceta en terracota crea un cuadro en olio un bouquet de begonias hibisco, fresias y petunias se niegan a cerrarse compitiendo por la sobrevivencia el divino las protege y regala vigor.
No obstante en fondo a aquel verde profundo que penetra entre viejos muros del casco antiguo se divisan en jardines de casas sin almas, matices de tonalidades otoñales hojas sin dueño, sin destino deambulan formando una montaña y un vientecito deseoso conoce el tiempo, aquel sabe que el momento del cambio ha llegado.
C’è una strana immobilità oggi nello spazio non la capisco e un po’ la temo come se volesse cadermi improvvisamente addosso. Ricorda quella della belva pronta a spiccare il salto sulla preda
Se qualcosa m’accarezza oggi o ancora non è il giunco che si piega al mio passaggio né l’uscio di una porta aperta su invisibili occhi che sai che ci sono ma non sai se son dolci o indagatori né il tuo ricordo sempre coronato di spine e sanguinante
C’è una strana immobilità oggi sul foglio dell’anima come se fosse cresciuto poco e niente ci si potesse scrivere sopra Ricorda la profonda stanchezza di ciò che deve sempre cominciare e mai ha inizio
Se qualcosa m’ accarezza oggi o ancora è il silenzio
Ho rinunciato alla mia terra, a te, a tutto non sapevo se ero come gli altri oppure diversa. Un po’ almeno, o tanto.
Seminavo segnali cantando alla luna come i lupi mannari e poi li cercavo nelle autostrade della solitudine.
Mi si è messa sotto la lingua ogni differenza voleva che l’assaporassi, che la sciogliessi in bocca. Voleva anche che la digerissi? Non so, non ne abbiamo parlato.
Sono andata in un’ isola deserta tanto deserta che non c’ero nemmeno io anzi tanto deserta che non c’era nemmeno lei
E adesso che si fa? All’ alba di ogni domanda non so più dove sono al tramonto di ogni risposta non so più se ci sono, il mio ritratto m’ ingoia
ma ciò che importa è il resto. Che la verità non s’infuri per carità! Non è di lei che parlo
In principio c’era la tragedia greca, ad esempio Medea. Poi un tempo i rapporti di coppia disfunzionali, anomali erano propri della drammaturgia. Come non ricordare “Il padre” di Strindberg e “Casa di bambola” di Ibsen? Già alcuni scrittori avevano anticipato i tempi, descrivendo “la lotta dei sessi”. Per lo stesso Pasolini la coppia moderna era malata. Woody Allen aveva rappresentato le difficoltà e le incomprensioni della vita di coppia, talvolta analizzandole con la psicanalisi. Fellini aveva mostrato l’inadeguatezza del maschio maturo moderno nei confronti del femminismo e del cambiamento dei costumi con il protagonista Snaporaz in “La città delle donne”. Gaber cantava le difficoltà dello stare insieme in belle canzoni come “Il dilemma” e “Un uomo e una donna”. Oggi la lotta dei sessi è diventata la guerra dei sessi. Un tempo lo stare in coppia salvava le persone dalla solitudine, dai problemi, dai guai. Era un’opportunità di crescita. Oggi la coppia può essere luogo di conflitti, di violenza, di sopraffazione, come non mai. I rapporti umani, sentimentali sono sempre più brevi, sempre più usa e getta. Le persone si annoiano presto, si stancano presto, hanno molte più opportunità di innamorarsi di altri/e. Gli strascichi e le conseguenze di una fine logorano e rovinano le persone dal punto di vista economico, affettivo, familiare, insomma per quel che riguarda la qualità della vita, la stabilità psicologica. Oggi si registra un boom di relazioni disfunzionali, di amori tossici. Le discussioni avvengono all’ultimo sangue, si covano risentimenti per mesi, anni fino all’esplosione. Il buon senso, che come scrivono i filosofi non è senso comune, è sempre più prerogativa di pochi. Talvolta le persone non hanno senso della misura e vogliono imporsi sull’altro/a. In certe coppie entrambi vogliono avere sempre ragione. Ci sono persone che interagiscono con schemi e modelli di riferimento del tutto errati. È un attimo passare dal grande innamoramento alle reciproche accuse, al trattare i/le partner come un/a nemico/a. I casi di violenza domestica, di stalking, di minacce, di violenza psicologica, di femminicidi non si contano e sono sempre più frequenti. Spesso ci sono di mezzo i figli e alcuni/e dipingono l’ex partner ai pargoli come un mostro. Per alcuni/e la colpa è sempre altrui, il lato patologico è sempre altrui. Alcuni uomini si trasformano e da inguaribili romantici premurosi diventano aguzzini. È delinquenziale dire che certe donne sono masochiste o si innamorano sempre dell’uomo sbagliato, perché certi uomini nascondono bene la loro parte terrificante e poi al cuore non si comanda. Le donne sono sempre più forti, più agguerrite e non vogliono più essere usate come oggetti, rivendicando la loro autonomia. Inoltre gli agenti patogeni provenienti dalla società, dal mondo esterno sono i più disparati. Quante persone vengono distrutte dal partner o dalla partner? Oggi la coppia più che un’ancora di salvataggio è un’occasione per slatentizzare la propria aggressività, per sfogare sull’altro le frustrazioni e i complessi. Se stare insieme, finché c’è l’innamoramento può essere una valida terapia senza setting, talvolta la coppia diventa patologica e, soprattutto in caso di separazione, ecco che si arriva in un attimo all’abbruttimento delle persone, all’inasprimento dei rapporti, allo sfociare nella violenza. Dalla dedizione totale, dall’esperienza totalizzante alla rottura definitiva il passo è breve, spesso basta un piccolo litigio. E poi alcune persone oltre a sentirsi insoddisfatte all’interno di una coppia si sentono sole. La coppia in certi casi non tira più fuori dai guai, ma ne crea ulteriori, spesso inaspettati, a cui non si riesce a far fronte. La stessa psicologia un tempo prevedeva solo la cura del singolo individuo, ma negli ultimi decenni si è diffusa la terapia di coppia, ovvero la terapia sistemica. I terapeuti per ristabilire un rapporto sentimentale analizzano “l’incastro di coppia”, cercano di far ricordare ai due perché si sono scelti, le ragioni per cui si sono piaciuti. Ma le coppie scoppiano lo stesso, spesso dopo una breve vita, dopo tentativi di riappacificazione. Non ci si accontenta più e se si può avere di meglio si lascia. La capacità di sopportazione è molto diminuita nelle persone oggi. Dopo uno screzio riconciliarsi è sempre più difficile. Oggi le donne dicono serenamente: “se non va, non va”. Sono lontani i tempi della subalternità delle donne, che è durata fino agli anni’80 ed è testimoniata ad esempio dalle belle canzoni di Mia Martini. Oggi le donne sono il sesso forte, sono sempre più protagoniste, pur tra mille difficoltà. Gli uomini accusano le donne di essere troppo spregiudicate, di volere tutto, di non essere mai soddisfatte. Le donne dicono che gli uomini di oggi sono degli eterni Peter Pan e che non ci sono più gli uomini di una volta. Gli avvocati matrimonialisti guadagnano delle fortune. Dove sono finite quelle coppie che stavano insieme per tutta la vita? Oggi le donne sono più esigenti. Gli uomini non tollerano spesso la libertà femminile, né un rapporto paritario. Alcuni soccombono, entrano in crisi interiori senza precedenti. Altri hanno reazioni spropositate e finiscono per perseguitare la donna. È anche vero che prima del’68 agli uomini era consentito tutto, erano mariti e padroni. È anche vero che dobbiamo immaginarci quante donne sono rimaste prigioniere del matrimonio fino al referendum sul divorzio! Oggi i tempi sono cambiati. Oggi certi comportamenti non vengono più tollerati. Secoli di patriarcato incidono ancora nella mentalità di molti uomini, che non riescono ad accettare la contemporaneità con le sue novità. Certi uomini non sanno stare al passo con i tempi e rivelano il loro lato oscuro dopo la fine di un rapporto. Stare insieme è troppo rischioso, si possono innescare delle dinamiche distruttive per entrambi. Ecco allora che molti/e restano single. Ecco che ci sono sempre più single per scelta propria e non per scelta altrui, perché stare insieme richiede troppi sacrifici, troppe rinunce, troppo impegno.
il concorso letterario: LE DONNE DI ARTEMISIA promosso da Poesie Metropolitane e MomentiDiversi.
Dopo il successo delllo scorso anno, Poesie Metropolitane insieme al Blog MomentiDiversi rinnova l’impegno sociale attraverso la poesia per parlare ancora una volta del femminile con la seconda edizione del contest letterario “Le donne di Artemisia”.
Oggi più che mai è necessario un intervento per il sociale, un cambio di rotta, volto a sensibilizzare l’opinione pubblica, cercare di restituire alle donne la loro dignità, il loro posto nel sociale; spronarle a sognare, raggiungere i loro obiettivi, denunciare la violenza anche attraverso la forza delle parole. Il concorso letterario nasce allo scopo di premiare poesie e racconti con la pubblicazione in un’antologia che si vorrebbe portare nelle scuole, per strada, per farlo diventare un appuntamento annuale ma anche un progetto di crescita, un’opportunità per tutte le donne e per chi voglia cambiare idea su alcuni concetti. Anche questa edizione si arricchisce della collaborazione con la rivista Momenti DiVersi di Irene Mascia che ospiterà alcuni testi meritevoli nella nuova edizione.
L’antologia sarà pubblicata verso il finire dell’anno 2023. All’interno del libro oltre ai vincitori tante voci di donne che lavorano nel sociale che offriranno al lettore le loro storie.
Il concorso letterario in questione ha durata 13 luglio – 15 ottobre a seguito della recente proroga; il tema proposto è “Noi donne”. Un contest poetico dedicato all’universo del femminile, alla sensibilizzazione e al contrasto della violenza di genere, a ogni tipo di azione quotidiana che può ledere la dignità della persona, con attenzione al racconto di ogni sfaccettatura del femminile.
Il contest si suddivide in due sezioni:
A: Poesia in lingua italiana (massimo 25 versi);
B: Racconti oppure Storie autobiografiche (massimo n. 1 cartella).
La quota di partecipazione per ciascuna sezione è di 10 euro.
Dieci poesie vincitrici nelle Sezione A del concorso saranno pubblicate sull’antologia cartacea “Le donne di Artemisia” e nel LibroAgenda 2024. Le prime cinque classificate saranno pubblicate anche sulla rivista “Momenti DiVersi”.
Cinque storie autobiografiche saranno pubblicate nell’antologia “Le donne di Artemisia” e nel LibroAgenda 2024. Il racconto primo classificato verrà pubblicato sulla rivista Momenti DiVersi.
A ciascuno dei vincitori sarà consegnato un attestato di merito.
*Nota: questa poesia è stata pubblicata come noterete a febbraio di quest’anno. Mi faceva piacere riproporla con l’aggiunta della versione in spagnolo. Come farò di seguito con le altre, grazie a tutti quanti per la lettura. Frida.
Recensione Romanzo Storico “Teresa Filangieri” di Carla Marcone – Edito da Scrittura&Scritture
Una duchessa contro un mondo di uomini
A cura di Manuela Moschin del Blog LibrArte
Leggere un romanzo storico è sempre affascinante perché è paragonabile a un viaggio nel tempo.
Le biografie romanzate, inoltre, rappresentano un’ottima occasione per comprendere nei minimi particolari i personaggi del passato.
Il libro narra le vicende della duchessa di Napoli Teresa Filangieri che è vissuta nel periodo dell’Unità d’Italia e del colera. Si tratta di un personaggio poco conosciuto, ma che ha avuto un ruolo fondamentale nella storia.
Lei fu una donna di talento e coraggio che, a seguito di alcuni avvenimenti dolorosi, decise di fondare un ospedale pediatrico per malattie infettive: “E si sentì guidata da una mano invisibile, come le stelle in un cielo coperto di nuvole, paziente come quella di una santa, forte come quella di un pirata, coraggiosa come quella di un soldato. Ma in quale modo? Dove cercare, trovare il denaro necessario?”
L’autrice si è addentrata nella vita della protagonista, cercando di percepire i suoi malesseri, i timori e le angosce: “Ogni piccolo viso smunto, ogni mesto sorriso insidiato dalla sofferenza, la precipitarono in un luogo della memoria che si chiamava Lina. Il ricordo acuto, straziante, le centrò il petto, lo dilaniò, e il suo cuore esplose cancellandole intorno il tempo e lo spazio”.
La scrittrice ha dipinto una Napoli sofferente, ma forte e valorosa. Il periodo trattato si sviluppa tra il 1826 e il 1880, quando l’edificio di Sant’Orsola alla Cupa divenne un luogo di soccorso per i più deboli e ammalati: “Napoli, addì 4 novembre dell’anno 1880. Oggi sarà inaugurato l’ospedale di Lina. Il mio sogno è compiuto.”
Alcuni passaggi sono arricchiti da forme dialettali napoletane che si leggono in modo piacevole.
Carla Marcone ha scritto questo racconto con grande passione. Le sue parole creano sensibili atmosfere di lirismo e di speranza, tanto da intuire che si è talmente immedesimata nel personaggio principale da riuscire a “indossare i suoi panni”.
Concludo porgendole i complimenti per aver creato una narrazione viva e colma di sentimento.
Sinossi:
All’indomani dell’Unità d’Italia, in una Napoli preda della miseria, dove i bambini poveri sono abbandonati al proprio destino e le orfane spesso diventano spose raccattate, puttane o suore senza vocazione, una duchessa attraversa i vicoli lerci, bussa alle porte dei bassi, interroga la gente, il popolo, per capire, per aiutare e non per sedurre con promesse irrealizzabili.In questa Napoli lazzara di Michele ’o Belzebù, dove l’azzurro degli occhi di Raffaele si sporca col nero della superstizione della schiena ingobbita del buon Alfonso, Teresa Filangieri concepisce un progetto ambizioso: far costruire il primo ospedale pediatrico per malattie infettive. Per riuscirci deve scontrarsi con il mondo degli uomini, quegli stessi, padri e mariti, a cui le donne ancora appartengono di diritto. Sfida le convenzioni, sottomette l’orgoglio, raccoglie dalla strada gli scugnizzi, ferite purulente che bisogna cominciare a disinfettare.Carla Marcone mette in scena una Napoli in cui la storia viaggia per conto proprio, separata nei tempi e nei modi dal resto d’Italia, dove vivere è una ricompensa e morire spesso è un privilegio, e ridona luce a una donna dai natali illustri, animata dalla passione civile, dall’amore verso i più deboli, ma troppo in fretta dimenticata dalla Storia.“L’uomo nobile non si perde mai d’animo e vince il timore”. Quelle parole le erano bastate a porle nell’anima l’ebbrezza che emerge dal pericolo e ne trae una forza più grande. Non si sarebbe arresa mai!”
Carla Marcone è nata a Napoli in una calda notte di luglio, mentre nel mondo echeggiava la rivolta e le streghe tornavano bruciando il reggiseno in piazza. Crescere in una famiglia di stampo patriarcale, dove, però, erano le donne a portare i pantaloni, ha sviluppato in lei un estremo senso di ribellione contro ogni sopruso, contro ogni ingiustizia. I suoi personaggi, di cui l’autrice racconta in uno stile fatto spesso di parole sussurrate che nascondono segreti, affrontano nella maggior parte dei casi il proprio destino spinti dalla molla del “adessovifacciovedereiodicosasonocapace”, talvolta uscendone vittoriosi, altre delusi e sconfitti; ma è la vita, sì la vita, quella vera, quella della gente comune che Carla Marcone trasporta, riveduta e corretta dalla fantasia, nei suoi romanzi. Ha pubblicato il racconto Favola d’Aprile (2004), e i romanzi Fiori di carta (Scrittura&Scritture 2005) e Teresa e la luna (Scrittura&Scritture, 2008).
Titolo: Teresa Filangieri – Una duchessa contro un mondo di uomini
Nei periodi estivi e dopo la terza media il ragazzo impara il lavoro del nonno e del papà, trasportatori di generi di prima necessità via fiume, con il burcio, (barca tipica dal fondo piatto), la Teresina. Si parte dal canale Battaglia, attraverso il Bacchiglione e il Brenta fino ad arrivare al mare Adriatico verso Chioggia, Venezia, Trieste. Sono gli anni 60, la terra è la bassa padovana e si avvicina l’alluvione del 66 con le sue tragiche conseguenze. Questo lavoro così affascinante agli occhi del ragazzo sarà destinato a scomparire, per dare spazio al trasporto via terra, così come tutti i lavori connessi, il cavalante, il cariolante…
I ricordi della mia infanzia mi sono tornati tutti in mente, risvegliati dalle parole nel mio dialetto di Padova, dai detti e dai proverbi. Le descrizioni dei paesaggi con la nebbia (caligo), della notte con le lucciole, dell’acqua de fiume, sono vera poesia, come pure lo stupore e la meraviglia di Ganbeto all’arrivo a Venezia in una mattina di sole.
“Quando senti che l’acqua ride, che gorgoglia, vuol dire che lì c’è una piera, o il fondo basso, e bisogna starci alla larga. Se l’acqua ride, il burcio piange”. Questo è uno dei tanti insegnamenti impartiti dal padre e dal nonno Caronte al nipote soprannominato Ganbeto, che non ho capito come si chiama, forse non lo ricordo o forse non è proprio scritto nel libro!
Nei periodi estivi e dopo la terza media il ragazzo impara il lavoro del nonno e del papà, trasportatori di generi di prima necessità via fiume, con il burcio, (barca tipica dal fondo piatto), la Teresina. Si parte dal canale Battaglia, attraverso il Bacchiglione e il Brenta fino ad arrivare al mare Adriatico verso Chioggia, Venezia, Trieste. Sono gli anni 60, la terra è la bassa padovana e si avvicina l’alluvione del 66 con le sue tragiche conseguenze. Questo lavoro così affascinante agli occhi del ragazzo sarà destinato a scomparire, per dare spazio al trasporto via terra, così come tutti i lavori connessi, il cavalante, il cariolante…
I ricordi della mia infanzia mi sono tornati tutti in mente, risvegliati dalle parole nel mio dialetto di Padova, dai detti e dai proverbi. Le descrizioni dei paesaggi con la nebbia (caligo), della notte con le lucciole, dell’acqua de fiume, sono vera poesia, come pure lo stupore e la meraviglia di Ganbeto all’arrivo a Venezia in una mattina di sole.
Anche questa volta il gruppo di lettura della biblioteca mi ha consigliato bene, e voglio condividerlo con voi. Portate pazienza, troverete parole strane (ma si capiscono) e mancheranno delle doppie (noi veneti non le usiamo tanto) ma ne varrà la pena!
In pieno Rinascimento si ripercorrono le vicende legate ai nomi della famiglia dei Borgia, alla conquista dei feudi dell’Italia Centrale, e a quella dei Montefeltro, duchi di Urbino, strenui oppositori alle mire di supremazia ordite dal papato.
Ai continui giochi di potere, i contrasti, le strategie di espansione territoriale e i dettagliati resoconti dei fatti accaduti durante l’Italia di inizio Cinquecento, resiste l’ideale di giustizia e di un amor cortese che fa sperare in un futuro per cui valga la pena combattere.
Circostanze, queste, che permettono a don Ferrante d’Aragona – figlio illegittimo di Alfonso I di Napoli e amico fidato di Guidobaldo da Montefeltro – e ad Aura Middelburg, giovane ceramista, di incontrarsi e innamorarsi. Una storia romantica nata dalla speranza di potersi ritrovare e che possa, questa, essere vissuta nonostante le circostanze sfavorevoli ai due.
L’estrema attenzione alla verità storica e il frequente uso di aneddoti fanno de Il Duca e il Cortigiano un virtuoso esempio di romanzo storico che fotografa e restituisce al lettore un quadro fedele dell’Italia dell’epoca.
pensavo giorni come rulli di tamburi sedie che si spostano e poi rotolano sotto le gambe impossibile appoggio
la scena è una sintesi di inizi e fine: una tavola imbandita di nulla e di nulla -era questo il piatto forte- che volto hanno gli attori e che voce?
chi vive la scena sa che la voce è la sommossa nel testo: l’unica rivoluzione e il testo è il tuo destino la solita vecchia storia nuova e diversa da raccontare ai ….
ognuno dica a chi
tu spettatore coraggio: apri il sipario entra: conficcati in scena come pugnale in aria la tua parte ti attende non lasciarla orfana di te
ciò che credevi centro puoi leggerlo in sequenza: sta fuggendo schizza di fango la veste al cantastorie
atmosfera: la parola è “squinternato” parla un magma o tace (è lo stesso)
l’appagamento scivola dalle tue palpebre scoperchia i tetti di questa fame squinterna l’assalto del vuoto c’è sempre dell’altro o…c’era
i momenti in scena sollevano a te lo sguardo ora ad attraversarti è il mondo (chi vuole una storia deve costruirsela niente si offre su un piatto d’ argento)
La leggenda vuole che a fondare la città di San Gimignano o dalle “cento torri “ sia stata la fuga nel 63 a.C. dei fratelli romani Silvio e Muzio che ,complici di Catilina ,per sfuggire ai nemici si rifugiassero in val d’Elsa e costruissero il castello di Mucchio e di Silvia ,poi divenuta San Gimignano. In realtà la prima documentazione storica è del 929 quando Ugo di Provenza dona al vescovo di Volterra il monte della Torre “prope Sancto Geminiano adiacente“e cioè adiacente la città che porta, sempre secondo la leggenda, il nome del vescovo di Modena che salvò la città dall’invasione gotica di Totila-
Ma qui la storia ci parla di insediamenti preistorici e poi etruschi con l’area sacra di Pugiano e di resti di tombe nel centro storico della città.
I romani che si sovrappongono agli etruschi preferiscono scendere nel fondovalle ,dove è possibile l’accesso all’acqua .Ma è il periodo medievale quello che dà vita alla città come luogo di sosta e di incontro .Feudo del vescovo di Volterra, San Gimignano è sulla via Francigena, percorsa da pellegrini che dalla Francia si recano a Roma, magari anche attraverso il porto di Pisa
. Nel 1199 la città, ormai notevolmente cresciuta, si dichiarò libero comune, inizialmente retto da Consoli e poi da un Podestà periodicamente rinnovato. Questi, per motivi di imparzialità, era sempre “straniero” e restava in carica sei mesi. Anche qui si scontrarono le fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini ma il Comune prosperò e crebbe, sviluppando attività agricole con la produzione di zafferano e vino Greco e Vernaccia, il commercio della lana e l’usura tanto che nel 1300 ebbe bisogno di una nuova cinta muraria dopo quella dell’alto medioevo.Ma la peste del 1348 decimò la sua popolazione e Firenze approfittò della sua decadenza per imporsi.
L e sue case-torri, simbolo del prestigio e della ricchezza delle famiglie più in vista della città, vengono in parte abbattute o ridotte e la città si spopola ;quasi inesistenti le nuove costruzioni e i restauri ;ma proprio per questo la città resta indenne dalla modernità e conserva il suo fascino medievale.
Nonostante questa decadenza, la città ha un patrimonio artistico che annovera nomi come a esempio Domenico Ghirlandaio, Benozzo Gozzoli, Benedetto da Maiano, che rinnovano e arricchiscono il patrimonio costituito nei secoli precedenti con le opere di Simone Martini, Lippo Memmi, Bartolo di Fredi, Taddeo di Bartolo, Jacopo della Quercia
Oggi, grazie a questa “stasi storica “ che vede il 600e l’800 passare senza stravolgimenti costruttivi San Gimignano,che è un centro di circa 8.000 abitanti ed è stato dichiarato “Patrimonio mondiale dell’umanità dall’ ‘UNESCO e vanta la produzione del celebre vino “Vernaccia” D.O.C.G., di formaggi e salumi d’eccellenza.
Cosa vedere
Il tempo necessario è davvero poco,visto le dimensioni ridotte di San Gimignano e la vicinanza dei suoi monumenti ma se si vuole gustre l’atmosfera e gustare le sue prelibatezze bevendo della “vernaccia,” il discorso cambia
Delle sue numerose torri , (si parla di 72 famiglie ) che svettavano in varie altezze dovute al prestigio dei suoi proprietari ,ne restano integre solo 13 ,mentre altre “mozzate “ sono visibili nel corpo dei vari edifici.Le torri avevano ambienti di 1 metro per 2 con poche aperture mentre lo spessore di circa 2 metri garantiva il fresco d’estate e il caldo d’inverno.
La cattedrale,chiamata Collegiata di Santa Maria Assuta si trova in cima ad una scalinata della piazza centrale .Di stile romanico,risale al X secolo ed è poi stata ampliata nel 1400 ad opera diìell’architetto Benedetto Da Maiano. Nonostant ei danni subiti durante la II guerra mondiale ,è oggi tutta restaurata. L’esterno ,con due portoni e tre rosoni è alquanto spoglio ma l’interno presenta affreschi sul soffitto a volta e suell tre navate ad opera dei fratelli Lippo e Federico Memmi e di Bartolo di Fredi.Notevole anche l’organoa cnne del 1500 più volte ristrutturato e il rosone contemporaneo del 2003 ad opera di un artista cosentino.
Piazza della cisterna è una delle piazze storiche più belle: di forma triangolare è collegata a piazza Duomo da un passaggio apert.Qui si trovano l’arco dei Becci, antica porta cittadina, e alcuni palazzi nobiliari tra cui palazzo Razzi, casa Salvestrini e palazzo Tortoli. Sulla piazza,oltre a vati negozi si affacciano alcune tra le torri più famose della città: sono le torri gemelle degli Ardinghelli, la torre del Diavolo e la torre di palazzo Pellari.
Da vedere il palazzo comunale ,o palazzo del popolo o del podestà di fianco alla torre Grossa ,con finestre ad arco ribassato sopra le quali si nota il balcone d cui il podestà parlava al popolo.Dentro il palazzo si trova il museo civico con opere d’arte della suola fiorentina del calibro di Filippo Lippi e Coppo di Marcovaldo , la sala delle adunanze segrete o sala di Dante dato che lo ospitò nel 1300 in qualità di ambasciatore della repubblica fiorentina e la pinacoteca che ospita affreschi sculture e quadri.
Da visitare le torri gemelle dei Salvucci, famiglia guelfa ,a pianta quadrata, situate in piazza delle Erbe ,a fianco del Duomo, la cui costruzione risale al 1300 .La torre più alta tra le due ospita al suo interno una residenza d’epoca su più piani, prenotabile per soggiorni di una o più notti. Quando non è occupata, è possibile visitarla pagando il biglietto d’ingresso, e salendo gli 11 piani di strette scale si arriva alla terrazza panoramica, da cui vedere uno splendido panorama.
Appena fuori dalle mura ci sono le fonti medievali del XII secolo caratterizzate da arcate gotiche e romaniche con alcune vasche e una fonte d’acqua.
Tra i musei, spicca per intensità e unicità il museo della tortura, aperto dalle 10 alle 19 in estate e affiancato da qualche anno dal museo della pena di morte Qui è possibile vedere i peggiori strumenti di tortura e di morte medievali in un’atmosfera che accende la fantasia in scene spaventose
Forse avrei potuto dirti dell’acqua che ti scorre tra le dita del cielo a scacchi di miele di un desiderio traditore
ti vedo uomo inginocchiato sul mio ventre che sceglie il suo calore.
Avrei potuto parlarti della mia carne scritta su righe di pioggia, o dei nostri temporali
li afferravi tra le mie vesti bagnate delle tue parole e li strizzavi divertito con la forza del tuo sorriso d’ombra o ancora della tua mano che mi frugava come la nebbia,
di come erano belli i nostri raffreddori baciati e le frasi a sorpresa con voci nasali e le mie caviglie saltellanti come grilli innamorati
Forse…. Ma non esisti esito sempre a dirtelo, non voglio morire se non mi butti addosso
attaccare anche l’ultimo bottone quello in alto sotto la gola poi fare il nodo alla cravatta che ho indossato tutta la notte con te-per te e ritrovare l’odore del mio ventre lì dove ha dimora la tua voce
-un tuffo nel ritorno al mio odore
Non so se occorrerà anche separare l’ultimo capoverso delle parole che non mi hai dette mai
Quando si è giovani si vive un dramma per una storia d’amore finita male o per un innamoramento non corrisposto. Ci sembrano così importanti i nostri amori, fortunati o meno, quando sono fattarelli inessenziali per il resto del mondo. Spesso la nostra ragione e la nostra memoria funzionano in modo molto “fazioso”: pensiamo e ricordiamo per molto più tempo quando siamo stati lasciati, traditi o non corrisposti rispetto a quando noi abbiamo lasciato, tradito e rifiutato. La nostra mente -almeno nella giovinezza- è masochista. Così una ragazza comune, che gli ha detto “no”, diventa la musa di un aspirante poeta. Molti giovani vogliono rendere partecipi tutti del loro amore, delle qualità, della bellezza della loro amata e allora lo scrivono su tutti i muri della loro città. Non è forse così? Non trovate che sia così? Qualcuno dirà che sono solo generalizzazioni. Io rispondo che senza generalizzazioni non ci sarebbe conoscenza e nemmeno si camperebbe! Ogni giorno facciamo delle generalizzazioni. Continuiamo allora con le generalizzazioni. Da giovani si vuole cambiare il mondo. È più difficile invece trovare persone mature che vogliano farlo. La giovinezza, secondo statistiche e ricerche, è anche la fase più creativa della vita; i geni hanno fatto scoperte o creato capolavori spesso da giovani. Ciò nonostante la maggioranza dei giovani non sfrutta queste potenzialità perché affaccendata in tutt’altro. A ogni modo nella giovinezza si è maniaco-depressivi, come non mai. Basta poco per toccare il cielo o vivere in un inferno terreno. Ci sono degli errori giovanili che determinano, decidono il resto della nostra vita e che finiamo per pagare vita natural durante. Ci sono persone che immolano la giovinezza sull’altare dello studio o del successo e finiscono per rimpiangerla per tutta la vita. Beato è chi ha vissuto la giovinezza da giovane e non chi ha avuto una giovinezza posticcia in là con gli anni! Di alcuni si dice non a caso: “non è mai stato giovane”. Bisogna essere giovani da giovani, che non è una tautologia, come potrebbe sembrare. Gli studenti non vedono l’ora di laurearsi e lavorare. I fidanzati non vedono l’ora di sposarsi e fare figli. E non sanno che quello è il periodo migliore della loro vita! È molto difficile vivere pienamente la giovinezza, ma quasi impossibile è saperla apprezzare proprio quando si è giovani. Le Nazioni Unite hanno stabilito che si è giovani dai 15 ai 24 anni, ma la giovinezza oggi è una fase che si protrae spesso più a lungo. Se chiediamo quando hai smesso di essere giovane, i più non rispondono a una certa età ma pensando a quando è finito un amore, a quando hanno iniziato a lavorare, a quando è morta una persona cara. La giovinezza è quindi percepita soprattutto interiormente più che anagraficamente, ma ciò non toglie che possa essere una percezione errata. La questione principale è che con la maturità ha la meglio il principio di realtà sul principio di piacere. Un altro problema, anche se è vero che non si può essere giovani per tutta la vita, è che si invecchia troppo presto. La maturità comunque è anche l’approdo di equilibrio e di un minimo di stabilità per i più. Alcuni sostengono che la gioventù è il periodo più bello della vita. Altri come lo scrittore Nizan sostengono l’esatto contrario. Io ritengo che sia una stagione molto altalenante dal punto di vista degli umori. Comunque nella giovinezza diamo un’importanza esclusiva a quel che chiamano amore sia per una questione ormonale che per la nostra insofferenza alla solitudine. Dobbiamo accoppiarci e non possiamo stare soli. Nella giovinezza possiamo vivere sia gli amori platonici che il sesso sfrenato. La giovinezza è una mistura esplosiva di idealismo, materialismo, sentimentalismo, spesso mal assortiti e mal combinati. Da giovani si è innamorati delle idee, dell’amore e si è dipendenti dal sesso. La nostra psiche e il nostro organismo difficilmente ci consentono di ripetere queste cose in altre stagioni della nostra vita. Con l’avvento della maturità non è che ristrutturiamo cognitivamente ed emotivamente tutto ciò: è solo che abbiamo meno energie, siamo più esperti e pensiamo molto meno alle nostre questioni sentimentali perché incombono altri problemi più pratici come i soldi, la salute, la famiglia, etc etc. Nella maturità non abbiamo più la forza, la fantasia e l’ingenuità di idealizzare una donna. Alcuni potrebbero obiettare e sostenere che non è vero e che ci sono milioni di anziani nel mondo che si innamorano di donne molto più giovani. Ma a mio avviso queste persone sono eterne adolescenti o vivono tutta la vita in uno stato di tarda adolescenza. La maturità insomma non è solo un fatto anagrafico. La maturità è anche rassegnazione e accettazione; è anche assennatezza. Non si può vivere in un ridicolo infantilismo cronico. C’è scritto anche nell’Ecclesiaste che esiste per ogni cosa un suo momento. Ogni stagione della vita ha la sua bellezza e tutto sta a saperla cogliere. A mio avviso è un’illusione quella di sentirsi “forever young” per tutta la vita. No. Non si può fare i giovanotti a vita. Eppure, come si suol dire, al cuore non si comanda. Innamorarsi, almeno inizialmente, è un vero toccasana a tutte le età: è il miglior antidepressivo naturale, ma ha anch’esso le sue controindicazioni e le sue ripercussioni negative, perché è bello finché dura, fino a quando si spera di essere corrisposti o fino a quando si è corrisposti, ma poi? Poi bisogna raccogliere i cocci e farlo a cinquant’anni o a sessanta è molto più difficile e più gravoso. A una certa età è più difficile riprendersi da una delusione; è più impegnativo recuperare le forze. In più innamorarsi significa talvolta lasciarsi con la moglie e sorbirsi la separazione con addebito: non tutti possono permettersi la separazione o il divorzio, perché rischiano di diventare padri poveri. Inoltre si potrebbe vedere tutto da un’altra ottica: Hölderlin ad esempio sosteneva che solo quando è passata amiamo e rimpiangiamo la giovinezza. È molto meglio rassegnarsi perché a mio avviso è la miglior forma d’amor proprio e di rispetto per sé stessi piuttosto che inseguire elisir di eterna giovinezza. La maturità, almeno quella interiore, è consapevolezza dei nostri limiti e rinuncia. Lo so. Molti storceranno il naso, perché nella nostra società domina incontrastato il giovanilismo. E a questo punto come non fare una citazione abusata e ricordare della Magnani, che diceva ai truccatori: “Non toccate le mie rughe. Le ho pagate care”. La presa di coscienza di qualcosa che volge al termine è espressa magistralmente in questi versi della grande poetessa Lamarque: “A vacanza conclusa dal treno vedere/ chi ancora sulla spiaggia gioca si bagna/ la loro vacanza non è ancora finita:/ sarà così sarà così/ lasciare la vita ?”
L’Isola di Caprera, situata al largo delle coste della Sardegna, è una perla incastonata nel cuore del Mediterraneo. Conosciuta per la sua natura selvaggia, le acque cristalline e una storia intrisa di fascino, Caprera attira visitatori da tutto il mondo, offrendo loro un’esperienza indimenticabile.
“Caprera: foto dalla pagina facebook Caprera
Le sue radici storiche risalgono all’Ottocento, quando l’isola divenne la dimora di uno dei più grandi eroi d’Italia, Giuseppe Garibaldi. Questo patriota e combattente per l’indipendenza italiana trascorse gli ultimi anni della sua vita sull’isola, donandole un’aura di rilevanza storica. Oggi, i visitatori possono esplorare la Casa Bianca, la dimora di Garibaldi, che è stata trasformata in un museo per onorare la sua memoria e conservare il suo patrimonio.
Ma Caprera è molto più di un semplice museo storico. La natura incontaminata dell’isola è un vero paradiso per gli amanti del mare e dell’avventura. Le sue spiagge di sabbia bianca e ciottoli, accarezzate dalle acque turchesi, offrono un ambiente ideale per rilassarsi e prendere il sole, mentre i sentieri che attraversano l’isola sono perfetti per gli escursionisti e gli amanti del trekking.
Una delle gemme più preziose di Caprera è la sua biodiversità. L’isola è protetta all’interno del Parco Nazionale dell’Arcipelago di La Maddalena e ospita una varietà di specie animali e vegetali uniche. Le tartarughe marine, i gabbiani e i falchi pellegrini fanno di Caprera un paradiso per gli appassionati di birdwatching, mentre le sue acque sono ideali per gli amanti delle immersioni, con numerosi siti da esplorare.
Per i viaggiatori che cercano una pausa dalla frenesia della vita quotidiana, Caprera offre tranquillità e serenità. Lontano dal caos delle città, l’isola è un luogo in cui il tempo sembra rallentare e dove è possibile ritrovare il contatto con la natura e con se stessi. Gli scorci panoramici mozzafiato e il suono del mare che culla l’isola trasformano ogni visita in un’esperienza indimenticabile.
Inoltre, Caprera offre una deliziosa esperienza culinaria, con ristoranti che propongono piatti tipici della cucina sarda e mediterranea. I sapori autentici, combinati con ingredienti freschi e di stagione, soddisferanno i palati più esigenti.
Caprera è un’isola unica che cattura il cuore di chiunque la visiti. La sua storia affascinante, la natura incontaminata e la bellezza mozzafiato ne fanno una meta imperdibile per i viaggiatori in cerca di autenticità e di avventure nel cuore del Mediterraneo. Visitare Caprera è come entrare in un sogno, un sogno che si materializza davanti ai nostri occhi con tutto il suo splendore.
“Lo Spiraglio” è una poesia che afferra l’attenzione del lettore grazie alla sua brevità e alla sua capacità di dipingere immagini evocative in poche parole. L’autrice, Lucia Triolo, ci trasporta in un mondo di ombre e luci, di passato e futuro, in un fluire di emozioni e sentimenti che si fondono e si sciolgono
Foto da Pexels
Il verso iniziale “uno spiraglio lucida la propria ombra poi i dilegua” ha un impatto notevole, aprendo la poesia con una visione enigmatica e suggestiva. Ciò che sembra un’immagine semplice si rivela invece ricco di significato, evocando il concetto di fugacità dell’essere umano e delle esperienze che ci attraversano.
La successiva descrizione della vasca da bagno e dell’accappatoio umido crea un’atmosfera intima e personale, offrendo al lettore una finestra sulla quotidianità dell’individuo. La poesia sembra esplorare il concetto dell’effimero, della transitorietà delle esperienze e dei sentimenti, come la vita stessa che scorre attraverso noi.
Le parole “nell’ombra tutto accade, il passato il presente il futuro…” esprimono una prospettiva filosofica, suggerendo che l’oscurità sia il luogo in cui si svolgono tutti gli aspetti del tempo. Questa riflessione sulla temporalità e sull’essenza stessa dell’esistenza umana dona profondità alla poesia.
La presenza del “fuori luogo” con spalle e profilo aggiunge una nota di estraneità e stranezza, come se l’io narrante si trovasse in un contesto ambiguo e incerto. Questa ambivalenza potrebbe essere intesa come una rappresentazione della complessità delle emozioni umane.
Inoltre, l’apparire e il dileguarsi di qualcosa “altrove” introduce il concetto di desiderio e passione, ma poi si dissolve nel nulla. Questa dualità tra presenza e assenza, tra ciò che è cercato e ciò che è perduto, arricchisce la poesia di una malinconica bellezza.
L’ultima immagine di qualcosa “vaga vestita di stracci” ci proietta in una realtà meno definita, una rappresentazione di un sentimento che è sfuggente e sfocato, come un ricordo sbiadito.
In conclusione, “Lo Spiraglio” di Lucia Triolo è una poesia di grande impatto emotivo, che cattura il lettore con immagini suggestive e una riflessione profonda sulla temporalità e l’intangibilità delle esperienze umane. La brevità della poesia è una sua forza, poiché riesce a comunicare tanto in così poche parole, lasciando spazio all’interpretazione personale. Una lettura altamente consigliata per gli amanti della poesia che cercano di esplorare l’animo umano e la sua eterna ricerca di significato.
lucia triolo: lo spiraglio
uno spiraglio lucida la propria ombra poi i dilegua;
nella vasca da bagno ha lasciato l’accappatoio umido e i piedi
nell’ombra tutto accade, il passato il presente il futuro….. un fuori luogo di spalle, di profilo
Altrove fa capolino talvolta fra oscure titubanze il fremito di un volto …desiderio, …passione. Poi nulla
“Amato Mare” di Alma Bigonzoni è una poesia che trasuda l’amore e la connessione profonda con il mare, portando i lettori in un viaggio emozionale attraverso la bellezza e la magia dell’oceano.
Recensione: ”Amato Mare” di Alma Bigonzoni, a cura di Alessandria today
La poesia si apre con un’immagine maestosa dell’infinito, dove il cielo e il mare si fondono all’orizzonte. L’autrice invita i lettori a osservare questo spettacolo affascinante, dove i pensieri vagano in perfetta sintonia con le onde che si infrangono sulla spiaggia silenziosa. L’atmosfera è rilassante e coinvolgente, e il mare diventa un’entità viva, in grado di accogliere i sogni dei viaggiatori e le emozioni di chiunque si avvicini alla sua maestosità.
La poesia è intrisa di immagini suggestive che catturano i sensi. Il vento sussurra tra i capelli dell’autrice, avvolgendola in una coccola di brezza marina. Le descrizioni dei colori accesi e sfumati del tramonto evocano una sensazione di magia e promessa di un “infinito ritorno”, dando vita a un’atmosfera di speranza e rinnovamento.
L’uso del senso del gusto, con il “sapore del sale che penetra nella pelle”, aggiunge una dimensione sensoriale alla poesia, invitando i lettori a immergersi ancora di più nell’esperienza marina.
Il cuore dell’autrice sembra vibrare in armonia con l’oceano, e i suoi sentimenti si esprimono attraverso un “melodico canto” che rivela un amore profondo e silente per il mare. La poesia si conclude con questa dichiarazione di affetto, un tributo poetico all’infinita bellezza e ispirazione che il mare dona.
Il linguaggio poetico utilizzato da Alma Bigonzoni è delicato e melodico, e le parole si susseguono con grazia e fluidità. La poesia è ricca di immagini evocative e metafore ben collocate, che aggiungono profondità e significato al testo.
In conclusione, “Amato Mare” è una poesia che abbraccia l’anima dei lettori, immergendoli nella poesia del mare e della natura. L’autrice dipinge un quadro di bellezza e serenità, comunicando l’amore e l’affinità con questo elemento primordiale. Una lettura che nutre l’animo e lascia un’eco di meraviglia e contemplazione.
Amato mare, di Alma Bigonzoni Osservo l’infinito in lontananza, dove cielo sfiora il mare e si fonde, lascio che i pensieri vaghino in sintonia con le onde. Si infrangono sulla spiaggia silenziosa i sogni e la bianca sabbia li accoglie. Il vento sussurra tra i miei capelli e mi avvolge cullandomi con la sua brezza. Lo sguardo si posa sulla diversità dei colori accesi, sfumati del tramonto, al profumo di una promessa di un infinito ritorno. Il sapore del sale penetra nella pelle, scoprendo sensazioni profonde come l’oceano. Dalle labbra fuoriesce un melodico canto che tocca il mio cuore, non posso fare a meno di cantare al mio amato mare il mio silente amore.
La val Borbera, valle piuttosto defilata dalle consuete rotte turistiche, offre in realtà un’ampia serie di risonanze storiche, paesaggistiche e ambientali che meritano un viaggio alla scoperta di questi luoghi. Innanzitutto, la val Borbera, abitata sin dall’antichità da Celti, Liguri e poi Romani, è stata teatro, durante la seconda guerra mondiale, di significativi fatti d’arme e d’eroismo delle brigate partigiane contro gli oppressori nazi-fascisti, infatti, a Pertuso, nel cuore della valle, è collocata una lapide che ricorda l’omonima battaglia dell’agosto 1944 e le imprese dei combattenti della divisione garibaldina Pinan Cichero.
In secondo luogo, a partire da Borghetto Borbera, agli occhi del viaggiatore si apre uno scenario di austera e inaspettata bellezza, sino ad arrivare allo straordinario canyon. Lungo circa sei chilometri, formato dalle acque del Borbera, esso scorre incassato dai maestosi muraglioni di età oligocenica, dando origine a un paesaggio che, durante la stagione estiva, esalta il fascino selvaggio di questo territorio, da Persi sino alle Strette di Pertuso.
Nell’area attrezzata di Boscopiano, lungo la strada provinciale, ci si potrà dedicare al picnic, oppure scendere sino alle acque del Borbera, per godere nello stesso tempo di tanta bellezza e ameno refrigerio. Per chi vuole camminare, è possibile percorrere il sentiero “Serena e Alessandro” che conduce sino a Roccaforte ligure.
Ma la particolarità di questo luogo, che desta stupore agli occhi dei viaggiatori, risiede nella spettacolarità delle anse del Borbera, nei voli dell’averla, dell’ortolano e della calandra che guardano dall’alto le acque cristalline, nei sentori dell’issopo, del giglio martagone e della centaurea, che recano con sé, intatta, l’essenza profonda della natura appenninica.