Pier Carlo Lava: Un percorso tra commercio, marketing e passione per la comunicazione
Dal settore commerciale e marketing al mondo della consulenza e del blogging
La mia carriera lavorativa si è sviluppata nel settore commerciale e marketing, un ambiente dinamico e stimolante, capace di offrire sfide quotidiane e opportunità di crescita continua. Questo mondo mi ha affascinato sin dall’inizio, non solo per la sua natura in continua evoluzione, ma anche per il forte impatto che ha avuto sulla mia crescita professionale e personale.
Lavorare in questo settore significa non conoscere la routine: ogni giorno è una nuova sfida, ogni momento richiede adattabilità, intuizione e competenza. Il commercio e il marketing si fondano su un mix di organizzazione, metodo, psicologia, dialettica, creatività e improvvisazione, tutti elementi che distinguono i professionisti più abili sia nelle vendite che nelle strategie di comunicazione e branding.
Spesso, guardando indietro, ci si chiede se si rifarebbero le stesse scelte. Molti, potendo tornare indietro, sceglierebbero strade diverse. Personalmente, non cambierei quasi nulla del mio percorso: rifarei la stessa scelta con la consapevolezza che, per natura delle cose, ogni esperienza vissuta sarebbe comunque unica e irripetibile.
Se c’è una cosa che forse modificherei, è il tempo dedicato alla famiglia. Con il senno di poi, avrei voluto concedere più spazio agli affetti, bilanciando meglio le esigenze professionali con quelle personali. Il lavoro mi ha dato molto, ma è altrettanto importante riconoscere il valore del tempo condiviso con chi ci è più caro.
Oggi, con l’esperienza maturata, continuo a coltivare la mia passione per la comunicazione e l’informazione attraverso il mio ruolo di blogger e consulente, contribuendo con analisi, riflessioni e contenuti su Alessandria Today e altri progetti editoriali. Perché, in fondo, il sapere e l’esperienza acquistano valore solo quando vengono condivisi.
Il nuovo thriller psicologico Watcher, distribuito in Italia da Lucky Red e al cinema dal 7 settembre, riaccende l’attenzione su un tema tanto attuale quanto urgente, dai numeri impietosi. Qui su Wired la mini serie Watcher Podcast, con la voce di Filippo Nigro, per raccontare storie reali di donne scampate da situazioni pericolose
A volte può capitare di provare una paura viscerale senza un apparente motivo concreto. In altri casi si ha una brutta sensazione difficile da spiegare. Magari ci si sente soli anche se in mezzo a tanta gente. Tutto questo può essere conseguenza di una violenza di genere, consapevolmente subita o magari perpetrata anche in modo inconsapevole, in cui in ogni caso la vittima finisce per sentirsi completamente incapace di gestire la situazione. Per generare una simile condizione – di fatto – non è necessario compiere materialmente alcun crimine, ma può essere sufficiente spaventare, incutere timore e fare sentire l’altra persona debole, insignificante o trasparente.
Eppur assai mi duole
questa forzata lontananza da te
perché il rumore della tua diversità
insinua sensibili suggestioni
nelle mie debolezze quotidiane
alleggerendo quel non so che
che s'impone nella stretta in fondo…
togliendo quasi il respiro
e la voglia di andare.
Sono nei tuoi nodi intransigenti
per ammorbidirne il tiro
e rendere il giro della corda
fluttuante come il tuo ansimare
quando scivola
sullo squarcio d’attesa
e ascolta con gli occhi
il ventre mio d’amore
@Silvia De Angelis
IL BISOGNO DI CONOSCENZA DELL’UOMO E LA FEDE: NEMICI O AMICI?
Ulisse, eroe omerico protagonista dell’Odissea, è un personaggio moderno affamato di conoscenza e rappresenta l’aspirazione all’assoluto.
Ulisse può essere ritenuto exemplum dell’uomo dell’umanesimo, insofferente ai dogmi e ai limiti imposti dal divino, portatore di desiderio di sconfinare in nuove verità e raggiungere qualcosa di ignoto, certo che questo lo appagherà.
Ulisse si contrappone al modello dell’uomo medioevale, chiuso nelle sue certezze sul mondo e sulla divinità.
Lo stesso Dante, modello di uomo medioevale per eccellenza, mosso da un forte spirito religioso, interpreta la volontà di spingersi oltre i confini delle proprie possibilità, come un atteggiamento di follia, sfida ed arroganza. Nonostante ne riconosca le molte virtù, non esita perciò ad inserire Ulisse nella sua Divina Commedia, dove l’uomo viene punito nella bolgia dei consiglieri fraudolenti.
Nel canto XXVI dell’Inferno Ulisse si distingue nettamente dalle anime precedentemente incontrate nel cammino di Dante: a differenza di altri, non è esplicitamente consapevole del peccato commesso. L’evento tragico che lo caratterizza è il suo naufragio, episodio che il personaggio ritiene accidentale, ma che rappresenta invece il compiersi del volere divino di negare a un uomo la conoscenza che non ha il diritto di avvicinare del tutto.
L’episodio del naufragio ha quindi in Dante la funzione di monito verso tutti coloro che utilizzano l’ingegno per compiere grandi imprese senza essere appoggiati dalla fede. Lo stesso Dante ammette però che è proprio il desiderio di conoscere che caratterizza gli uomini: vivere privi di questo, porta l’uomo sullo stesso piano degli animali.
Anche lo stesso Dante compie un viaggio oltre i propri limiti: la differenza è che lui non è caduto nell’errore di seguire il suo desiderio senza affidarsi a una guida divina.
Come possiamo affermare che quello di cui siamo convinti è convinzione anche per gli altri?
Ciò che per una persona può risultare apprezzabile, per un’altra può non esserlo. Io posso apprezzare un libro che invece una mia amica potrebbe ritenere noioso. E si arriverebbe a divergenze sempre più forti se facessimo il confronto fra generazioni diverse che sono magari contraddistinte da esperienze, educazione e vissuti differenti che possono influenzare notevolmente una persona. Se per esempio un ragazzo ritiene
divertente passare la notte a ballare in mezzo al caos di una discoteca per ore intere, un anziano non lo tollererebbe mai e per di più potrebbe anche ritenerlo pericoloso e riprovevole.
Un altro esempio, forse il più significativo, ci è dato dalla classificazione fra ciò che è bello e ciò che non lo è. Infatti la bellezza è relativa e può variare a seconda di gusti, età, tradizione e anche nazionalità. Infatti capita spesso che ci siano divergenze sul valutare la bellezza di una persona, di un dipinto, di un edificio, di un abito.
Anche la felicità può variare a seconda di una situazione e dei sentimenti che prova la persona che la vive. Infatti se alcuni sono felici per una vittoria, altri saranno tristi perché quella vittoria è magari costata a loro una sconfitta.
Consideriamo quindi ogni aspetto che ci circonda nella vita di tutti i giorni relativo, in quanto non avremo mai un parere assoluto che ci accomuni su un argomento.
Ma se tutto è relativo, non è forse vero che anche la mia tesi lo è?
C’era una volta un bambino che faceva tante cose cattive; questo bambino faceva arrabbiare tutti e a tutti arrecava dei gran dolori con misfatti e insulti.
Un giorno però il bambino cominciò a capire il male che stava facendo e ne provò dolore anche egli, così decise di diventare “buono”.
Andò dal nonno e gli disse: “Nonno come posso fare per diventare più buono?”; e il nonno, saggia persona, gli rispose: “Vedi quella staccionata laggiù? Ogni volta che fai un’azione cattiva andrai presso quella staccionata e con un martello ci metterai un chiodo.”
Il bambino all’inizio fu un po’ sorpreso da questo consiglio, poi però fece come gli disse il nonno.
Nonostante le buone intenzioni del bambino, i chiodi nella staccionata furono molti! Ma cominciava a diminuire la frequenza con cui il bambino inchiodava, fino ad arrivare al giorno in cui il bambino non ne mise neppure uno!
Allora il bambino andò dal nonno e disse: “Nonno finalmente non faccio più cattive azioni, ma ancora non mi sento buono!”, e il nonno disse: “Bene, ora vai alla staccionata e con questo cacciavite comincia a togliere tutti i chiodi che hai messo”; il bambino fece come gli disse il nonno.
Ci volle un po’ di tempo ma i chiodi furono tutti rimossi, il bambino tornò dal nonno e il nonno gli disse: “cosa noti?”, e il bambino:
“beh, ora al posto dei chiodi ci sono tanti buchi!” e il nonno: “Ecco, quello è il male che hai causato, a volte non basta non fare cattive azioni per sentirci buoni, dovremmo cominciare a togliere i “chiodi” dalla nostra staccionata e vedere quanto profondi sono i “buchi lasciati”, a volte capita che il tempo otturi quei buchi, altre volte quei buchi sono talmente profondi che nemmeno il tempo riesce a chiudere, altre volte ancora lasciamo lì quei chiodi senza volerli rimuovere”.
La coscienza è come la staccionata in cui quel bambino poneva dei chiodi; a volte non vogliamo vederla ma è lì che aspetta che tu tolga quei chiodi e che ripari il male fatto; ma è molto più facile martellare un chiodo che toglierlo.
È uno dei ricordi più cari della mia infanzia, le domeniche in famiglia e la nonna che raccontava favole. “Il principe Felice” ” La Bella Addormentata” uno stimolo meraviglioso per una bimba che già viaggiava sulle ali della fantasia. Raccontate favole ai bimbi, è un patrimonio di inestimabile valore che arricchirà il loro animo.
NAPOLI:
Che meraviglia il sole di Settembre, ha una luminosità che si tocca!! Se lo accarezzi non fa male, se gli sorridi, sorride con te… È buono il sole di settembre sa di uva, di mele cotte, e case coperte di edera… Fatti accogliere dal sole di settembre, sa di favole antiche, quelle che raccontava la nonna davanti alla stufa, prima di pranzare.
Sin dalla sacre scritture, per poi arrivare alla Divina Commedia e a risalire la storia tutta della letteratura italiana, il cibo ha negli scritti un valore simbolico sempre diverso e una grande valenza emotiva: dal frutto primigenio delle Sacre Scritture ai formaggi della grotta di Polifemo nell’Odissea; dalla simbologia boccaccesca, fino alla carestia dei Promessi Sposi, sempre la letteratura e la poesia italiane hanno incastonato il cibo al centro di ragionamenti ben più complessi di un semplice ingrediente quotidiano.
NAPOLI
«C’è della poesia nel cibo, mentre è scomparsa da qualsiasi altra cosa, e finché la digestione me lo permetterà io seguirò la poesia», assicurava Ernest Hemingway, che i sapori della vita li conosceva, li amava davvero e ne gustò tanti. E, certamente, il cibo e il bere sono sempre stati elementi centrali di questo forte connubio. Ristoranti e trattorie, bar e caffè hanno rappresentato luoghi di incontro, ispirazione e conoscenza determinanti nei romanzi di Ernest, grande anche come divoratore di vita. Hemingway era un mangiatore (e bevitore) formidabile. Esplorava i cibi con lo stesso appetito con cui si appassionava ai luoghi. Amava la trota fritta che andava a pescare da ragazzo e poi cucinava sul fuoco da campo nelle foreste del Michigan, e il filetto di leone ucciso personalmente nei safari in Africa, ma ci sono anche piatti italiani, francesi, spagnoli (come il baccalà di Pamplona, che Hemingway definì uno dei suoi piatti preferiti).
Racconto di Ernest Hemingway
Le trote nel fiume
Al margine del prato scorreva il fiume. Nick fu contento d’esser arrivato al fiume. Attraversò il prato dirigendosi verso monte, i calzoni gli s’inzuppavano di rugiada mentre camminava. Dopo la giornata calda la rugiada era venuta presto ed abbondante. Il fiume non faceva rumore. Era troppo veloce e tranquillo. Al margine del prato, prima di salire su un rialzo di terreno per piantarvi la tenda, Nick guardò nel fiume le trote che affioravano. Venivano alla superficie per gli insetti che al calar del sole giungevano dalla palude posta oltre il fiume. Le trote saltavano fuori dall’acqua per afferrarli. Mentre Nick percorreva la stretta striscia di prato lungo il fiume, alcune trote. erano saltate alte fuor d’acqua. Ora, mentre guardava il fiume, gli insetti dovevevano essersi disposti su tutta la superficie, perché in tutta l’acqua le trote si muovevano alla conquista del cibo. Fin dove egli poteva vedere c’erano trote che saltavano, formando circoli su tutta la superficie dell’acqua, come se stesse per piovere…
*Uno scrittore formidabile, coinvolgente, sensibile, con uno stile asciutto, senza fronzoli. Bellissima la descrizione di queste trote che saltano fuori dall’acqua come se piovesse…
Chiodi a stella su pelle, aculei sentinella che dettano distanza. Ogni vivente si protegge da insidie a vista o latenti ogni anima ha uno scudo, a nudo meglio non resti. Qualche spina infilzerà altre irsute e feroci resteranno a memoria di un dolore pungente inflitto per difesa.
Correva il 27 gennaio 1077 quando, davanti all’imponente maniero della contessa Matilde di Canossa, che in quei giorni ospitava papa Gregorio VII, si presentò l’imperatore Enrico IV. Egli andava a chiedere venia al pontefice dopo quanto accaduto alla Dieta di Worms, durante la quale, assieme ai feudatari a lui fedeli e a dei vescovi, aveva dichiarato di non riconoscere la nomina di Gregorio, fautore di una monarchia basata sul potere del clero, e quindi lo deponeva. Siamo nel periodo della cosiddetta Lotta per le investiture tra Impero e Chiesa.
Ma come mai il sovrano del Sacro Romano Impero, era giunto a una tale grave e pericolosa presa di posizione?
Per saperlo dobbiamo andare a ritroso di qualche anno, ovvero nel 1059, quando il papa, che allora era solo il monaco Ildebrando di Soana, in un Concilio in Laterano, riuscì ad ottenere che l’elezione del pontefice venisse sottratta all’imperatore e riservata ai soli cardinali; e questo andava a scontrarsi con l’idea di potere di Enrico che, rovesciando quell’ottica, sosteneva invece che il conferimento delle cariche ecclesiastiche competeva a lui, in quanto la sua autorità gli veniva direttamente da Dio.20
Quella scomunica, fatto gravissimo per un sovrano, scioglieva però i sudditi dal loro giuramento di fedeltà e questo causò lo scoppio di una guerra civile tra i feudatari che lo sostenevano e quelli ribelli che lo contestavano. Ecco il perché del viaggio in Italia.
A Canossa egli riuscì ad ottenere il perdono grazie alla mediazione della contessa Matilde, che consigliò all’amico pontefice di revocare la scomunica, ma per ottenerlo Enrico IV dovette però stare tre giorni e tre notti inginocchiato davanti al portale d’ingresso col capo cosparso di cenere, mentre imperversava una bufera di neve. Questo raccontano le cronache. E da allora “andare a Canossa” significa sottomettersi e umiliarsi di fronte a un nemico. Cosa resta oggi del luogo dell’incontro di quei due importanti personaggi?
Di quel grande castello posto sopra un’aspra rupe di arenaria bianca, che nel 1502/3 accolse pure Ludovico Ariosto nelle vesti di capitano estense, rimangono solo delle suggestive rovine. Tra le strutture riconoscibili ci sono: la cisterna scavata nella roccia che riforniva il mastio, i resti di un palazzo cinquecentesco e la cripta della chiesa di Sant’Apollonio, che nel 1116 fu abbazia benedettina. Parte dei materiali rinvenuti nel corso di scavi, sono custoditi nel piccolo e interessante Museo Nazionale realizzato all’interno di un fabbricato adiacente le vecchie mura castellane: un fonte battesimale romanico, ceramiche, cimeli matildici, capitelli ed epigrafi.
Al maniero si accede tramite un sentiero che risale a tornanti il versante occidentale della rupe, e che inizia non lontano dal parcheggio. Dalla sommità della rocca, nelle giornate limpide, si gode di un vastissimo panorama: a nord le Alpi, a sud l’Appennino e ad ovest l’alta rupe di Rossena, su cui sorge un altro castello della contessa, attualmente trasformato in ostello, e accanto al quale sta il caratteristico borgo sorto nell’XI secolo, ma oggi d’aspetto cinquecentesco.
E della proprietaria del maniero, la contessa Matilde cosa possiamo dire? Che fu una feudataria potente, una donna che grazie alla sua intelligenza, scaltrezza e forza d’animo, visto che sopportò dolori ed umiliazioni, riuscì a dominare una vasta estensione territoriale a nord dello Stato della Chiesa, nonostante le donne a quell’epoca erano considerate molto inferiori agli uomini. Ma per saperne di più, vi consiglio di leggere almeno uno di questi tre saggi: La gran contessa di Edgarda Ferri, Breve storia di Matilde di Canossa di Paolo Golinelli e Matilde di Canossa di Eugenio Riversi
Orari di visita del castello e del Museo Nazionale di Canossa: mart. 10.00 – 17.00 tutti gli altri giorni 9.00 – 17.00. Chiuso lun.
Come arrivare
in auto: A1 uscita Parma, poi S.S. 9 fino a S.Ilario d’Enza, indi S.P. 513
in treno: Stazione F.S. a Ciano d’Enza; collegamenti di autobus
“Al di là dell’orizzonte”. Quando la poesia conduce oltre il concreto vivere
Quando realtà e mitologia si incontrano nella scrittura, l’uomo riesce ad andare “Al di là dell’orizzonte”. Ed è ciò che accade, pagina dopo pagina, nell’omonima opera dell’autrice originaria di Ginevra (in Svizzera), Giuseppina Cuddé, docente di Lingua Francese, presso un Istituto Alberghiero di Mineo, piccolo comune della provincia di Catania, dove attualmente vive. La silloge arricchisce, da pochissimi giorni, la collana “I Diamanti della Poesia” dell’Aletti editore.
«Al di là dell’orizzonte – racconta l’autrice – è il mio paesaggio interiore che tenta di collocarsi tra cielo e terra non come protagonista, ma come chi vive in comunione con l’intero universo. Tale atteggiamento del mio “io” stimola la mia fantasia, dà leggerezza alla mia mente che si dissocia, per quanto possibile, da tutti i problemi della vita. È, in buona sostanza, scambiarsi quel mondo interiore che è l’anima di ognuno». Ed è proprio la poesia che riesce a portare «oltre il concreto vivere, oltre l’orizzonte puramente visibile e materialmente inaccessibile». «La poesia – secondo l’autrice – è un fenomeno umano che nasce quando qualcosa della realtà ci colpisce. Le parole si trasformano dando vita a ciò che è dentro chi scrive, concretizzando così la propria realtà». Realtà e mitologia trovano spazio nei versi della Cuddé dove l’io-poetico riesce a vedere dentro la prospettiva di un’azione, di un movimento; a scrutare nel tempo, nei colori, negli sguardi; a sentire gli odori, i suoni, l’anima, la linfa vitale; a percepire le armonie, le sensazioni, le emozioni; a tradurre ogni essenza, ogni tema in un mondo di parole. Dunque, non si può prescindere dalla realtà. «In ascolto del proprio ambiente – afferma la Cuddé – il poeta lo vive con tutti i sensi che decodificano la vita in tutte le sue nuances. Lo scritto è trasmigrazione della realtà attraverso la nostra sensibilità». «La mitologia, invece, dà evidenza ai sentimenti quali l’amore, la carità, la commiserazione, l’ospitalità. Incarnando le idee nella realtà di personaggi ed eventi, la mitologia si offre come linguaggio stesso della poesia. Anzi ne è la prima manifestazione. E’ un vero pozzo da cui attingere a piene mani. Oggi, riconoscere il mito è subire il fascino dell’immaginario nel reale».
Altri argomenti ispiratori dei suoi versi sono: la natura, dove tutto è simbolo e non esistono confini; l’amore, quel sentimento di tutti, nessuno escluso. Vasto, sconfinato, infinito, inarrestabile, vivo; il tempo, reso tangibile per mezzo della parola poetica attraverso similitudini, metafore, analogie. «La dura accetta del tempo – afferma l’autrice Cuddé – taglia via la vita e la riduce a foglia morta. Tutto passa. Tutto muore. Ma i pensieri della gente restano sempre». E poi, la donna, a cui è riconosciuto il ruolo di chi crea cultura. Ispiratrice di tutte le arti, dei sentimenti più puri e positivi. «La sua bellezza – aggiunge la poetessa – la sua delicatezza, la sua sensualità emergono come intensa e raffinata suggestione che ne esalta i sogni, le ispirazioni, la dimensione psicologica inconscia ed onirica».
La poesia di Al di là dell’orizzontepuò definirsi poesia libera. In perfetta sintonia con gli elementi della natura, con i profondi sentimenti umani, con le visioni oniriche dell’io e del mondo. Libera dalla regolarità delle sillabe, degli accenti e delle forme strofiche. Una poesia, stilisticamente, flessibile dominata da anisosillabismo (che non presenta sempre lo stesso numero di sillabe).Altri elementi stilistici che la caratterizzano sono: il tempo come ritmo, che fluisce nella sua lentezza; l’immaginario e il linguaggio figurativo tra immagini e parole. «Qui, – spiega l’autrice – tempo e immaginario si intersecano, si uniscono rendendo struggente la poesia. L’immaginario non fa altro che impostare la scena dove l’immagine percettiva diventa metafora, simbolo. Dalla simbiosi, tra immagine percettiva e metafora-simbolo, ne scaturisce il linguaggio figurativo». Cosa intende trasmettere Giuseppina Cuddé al lettore? «La necessità di amare, di sentirsi in pace con sé e con il mondo, il piacere di vivere la vita – anche quando il tempo è breve -, la speranza come credo dell’esistenza, la creazione come rinascita perenne».
Racconti: Un tintinnio di braccialetti, di Federica Sanguigni
Ella si annunciava così: un tintinnio di braccialetti che arrivava alle orecchie di Guido prima di quel taglio di capelli un po’ mascolino ma che lo intrigava in maniera pazzesca.
Ogni mattina, seduto al solito tavolino della solita caffetteria (non cambiava le sue abitudini da anni, ormai), mentre gustava il suo nerissimo e amarissimo caffè, Guido osservava la creatura arrivare. Prima erano i suoi braccialetti, appunto. Poi era la volta delle sue gambe (quante acrobazie faceva con quelle gambe, Guido, nelle sue fantasie a occhi aperti), quindi la mano che salutava con un cenno un po’ distratto il barman di turno, e infine la sua testa sbarazzina e sensuale. Immancabilmente, Guido cessava di bere il caffè, si perdeva in quella visione e la accompagnava con lo sguardo fino al tavolino appartato dove, rigorosamente da sola, la creatura si sedeva a gustare il suo cappuccino “pieno di schiuma, mi raccomando”, accompagnato da un soffice croissant con marmellata ai mirtilli.
Guido immaginava di avvicinarsi al suo tavolo, o di farle avere un biglietto su un vassoio (era all’antica, lui, un gentiluomo d’altri tempi), ma il rispetto e la scarsa audacia lo frenavano, rimandando al giorno successivo la coraggiosa azione.
Purtroppo, quel giorno non arrivò. Non per lui, almeno. E quando i braccialetti, tintinnando come sempre, annunciarono l’arrivo della creatura, Guido non era al solito tavolino a bere il suo nerissimo e amarissimo caffè.
Un malore improvviso lo aveva colto mentre, in procinto di uscire per recarsi alla caffetteria, si era guardato allo specchio e si era reso conto che il tempo stava passando e che non ne rimaneva ancora molto davanti a lui. Preso il coraggio a due mani, era tornato indietro, si era seduto alla possente scrivania di mogano, testimone di tanti giorni trascorsi a scrivere le più belle pagine di romanzi divenuti poi best sellers. Aveva preso la stilografica più preziosa per scrivere il suo pensiero più intimo all’affascinante creatura che, di lì a poco, avrebbe ammirato al caffè.
Ma la penna si era bloccata a mezz’aria. Un dolore lancinante lo aveva colto di sorpresa, partendo dal torace e percorrendo tutto il braccio. La stilografica era caduta a terra senza far rumore, attutito dal soffice tappeto.
Nulla, invece, era riuscito a coprire l’assordante tonfo che aveva fatto il cuore di Guido mentre si accasciava sulla poltrona morbida e un po’ consunta. Un cuore che aveva amato in silenzio. Un amore di cui, ormai, restava solo un biglietto immacolato che non era riuscito ad accogliere in tempo le emozioni più segrete di un uomo riservato e discreto.
23^ “GIORNATA FRANCA CASSOLA PASQUALI”: IL 10 SETTEMBRE, ALLE 21, CI SI RIVEDE IN PIAZZA A CASTELNUOVO SCRIVIA! TORNA IL CONCERTO A SOSTEGNO DELL’UNITA’ DI SENOLOGIA DELL’OSPEDALE DI TORTONA. L’INGRESSO E’ LIBERO: NON SERVE IL BIGLIETTO E NON OCCORRE PRENOTARSI.
Era il 2009 quando i Ricchi e Poveri cantavano i loro successi davanti a migliaia di persone, nella piazza medievale di Castelnuovo Scrivia. Ora il 10 settembre, alle 21, la coppia di artisti formata da Angela Brambati ed Angelo Sotgiu torna, con la loro band, a sostenere l’associazione “Franca Cassola Pasquali”, da anni impegnata nella lotta al tumore al seno a fianco dell’Unità di Senologia dell’ospedale di Tortona (Breast Unit provinciale), oggi guidata dal medico chirurgo Francesco Millo. E l’occasione d’incontro per quanti vorranno partecipare al concerto solidale organizzato per la 23^ “Giornata Franca Cassola Pasquali” sarà di nuovo il cuore del paese: <<Dopo essere stati ospitati l’anno scorso, in via eccezionale (a causa delle restrizioni Covid, ndr), al campo sportivo Beppe Spinola, questa volta ci rivediamo in piazza Vittorio Emanuele II – spiega Helenio Pasquali, presidente del sodalizio di volontari castelnovesi -: è questo il luogo naturale dove ci siamo sempre dati appuntamento e da qui torneremo a lanciare progetti ed iniziative che si articoleranno nell’arco di un anno, sostenuti dall’affetto e dalla generosità della popolazione>>. Presentata da Alessandra Dellacà, la manifestazione – patrocinata da Ministero della Salute, Regione Piemonte, Provincia di Alessandria, Comune di Castelnuovo Scrivia e Aps Senonetwork Italia e supportata da Radio Italia Solo Musica Italiana -, è ad ingresso libero: non ci sono biglietti, né occorre prenotarsi. Ai varchi della piazza ci saranno sette postazioni con i volontari dell’associazione dedicata alla signora Franca Cassola Pasquali – la mamma di Helenio – che raccoglieranno le offerte da devolvere all’Unità di Senologia di Tortona. Senologia che, nonostante la pandemia, non si è mai fermata e che oggi conta – in termini di visite, prestazioni ed interventi – numeri da capoluogo di provincia, con professionisti che mettono “al centro” il rapporto medico-paziente. <<Abbiamo lavorato e lavoriamo nell’ottica di curare le persone come facevamo prima del Covid – afferma il medico chirurgo Francesco Millo – e il fatto che in tanti, anche dalla zona di Casale Monferrato o dal vicino Pavese, abbiano scelto di affidarsi alla nostra équipe, ci ripaga di ogni sacrificio. Certo, mancano alcuni tasselli che vorrei presto ripristinare, come la figura del nutrizionista e dello psicologo, punti di riferimento fondamentali per le nostre pazienti. Nel frattempo, sono state acquisite da Asl Al, grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria e del Comitato “Tortona per Ospedale Civile Santi Antonio e Margherita” due mammografi di ultima generazione, molto performanti. Le donne sono tornate a fare prevenzione e gli screening sono ripresi in modo considerevole: ad oggi contiamo circa 140 interventi – una cinquantina in più rispetto all’anno scorso – e le visite sono nel complesso pari a 4000>>. Tutti questi dati e il lancio dei traguardi futuri dell’associazione “Franca Cassola Pasquali” e della Senologia tortonese verranno spiegati al pubblico prima del concerto dei Ricchi e Poveri, in tour con la loro band nel centro e sud Italia: <<Angela e Angelo si ricordano bene di quando sono stati da noi e ci hanno fatto sapere che saliranno al nord apposta per sostenere, ancora una volta, la nostra causa – aggiunge Helenio Pasquali -. Sono stati i Ricchi e Poveri, nel 2009, ad alzare il livello del nostro evento: sono apprezzati anche all’estero e saranno nuovamente in tv in autunno. Mio padre Giannino, storico presidente dell’associazione, era stato il primo a dirmi che dovevano tornare e, a 2 anni dalla sua scomparsa, sono riuscito ad esaudire questo suo desiderio>>. La sera del 10 settembre saranno poi le atlete della squadra del Basket Club Autosped di Castelnuovo Scrivia a salire sul palco. “Le Giraffe” – che militano in A2 e sono tra le favorite per il salto di categoria – sono testimonial di un corretto stile di vita e portano sulla divisa con orgoglio, in giro per l’Italia, il logo dell’associazione “Franca Cassola Pasquali. Ci si rivede, allora, in piazza!>>.
5 Settembre 1944: Il massacro nel rifugio di Borgo Cittadella
Alessandria: Lunedì 5 settembre, alle ore 10,30 in via Giordano Bruno, di fronte alla lapide che ricorda quanto è accaduto, le Istituzioni, 78 anni dopo quei tragici fatti, commemorano le 39 vittime del bombardamento alleato.
Ecco come la pubblicazione “Vittime Dimenticate”, promossa nel 2016 dall’Amministrazione Comunale di Alessandria ed edita da ‘dell’Orso’, racconta quanto avvenuto. “Martedì 5 settembre la città assiste a un nuovo massacro. L’Ufficio Militare del ‘Comitato Provinciale di Protezione Civile’, come Pro Memoria dell’accaduto, così lo sintetizza in stile notarile: “Alessandria ha subito oggi 5 corr; ore 11, altra incursione aerea nemica con bombe di grosso calibro. Obiettivo i ponti sul Tanaro, quello ferroviario e stradale, che non sono stati colpiti. Colpita invece la zona circostante detti ponti, distruggendo 6 case e danneggiandone 15. Danneggiata la strada provinciale Alessandria Torino. Colpito, inoltre, un Ricovero a.a. ricavato in un sottopassaggio della strada Provinciale Alessandria Torino causando numerose vittime tra i ricoverati. Numero dei morti in via di accertamento”. I morti saranno 39, ma per 20 di questi verrà stilato un certificato di ‘morte presunta’ per l’impossibilità di una qualsiasi identificazione. Erano stipati nel rifugio di Borgo Cittadella, situato sotto la strada statale, colpito ad una delle estremità da una bomba dirompente che si abbatté sugli occupanti. Quasi tutti di Alessandria, intere famiglie distrutte, tra le vittime numerosi bambini e giovani studenti”.
Il volume, su quei fatti, riporta le dirette testimonianze di: Vincenzo Casoni e Wilma Pierina Pelizza.
Un giorno, un non vedente era seduto sul gradino di un marciapiede con un cappello ai suoi piedi e un pezzo di cartone con su scritto:
«Sono cieco, aiutatemi per favore»
Un pubblicitario che passava di lì si fermò e notò che vi erano solo alcuni centesimi nel cappello. Si chinò e versò della moneta, poi, senza chiedere il permesso al cieco, prese il cartone, lo girò e vi scrisse sopra un’altra frase.
Al pomeriggio, il pubblicitario ripassò dal cieco e notò che il suo cappello era pieno di monete e di banconote.
Il non vedente riconobbe il passo dell’uomo e gli domandò se era stato lui che aveva scritto sul suo pezzo di cartone e soprattutto che cosa vi avesse annotato.
Il pubblicitario rispose:
“Nulla che non sia vero, ho solamente riscritto la tua frase in un altro modo”.
Sorrise e se ne andò.
Il non vedente non seppe mai che sul suo pezzo di cartone vi era scritto:
«Oggi è primavera e io non posso vederla».
Morale:
Cambia la tua strategia, cambia prospettiva di osservazione, quando le cose non vanno molto bene e vedrai che andrà meglio.
Questo racconto ci parla del potere delle opinioni altrui. Narra di un nutrito gruppo di rane che aveva l’abitudine di andare a divertirsi nella foresta. Cantavano e saltavano fino al tramonto. Ridevano a crepapelle ed erano inseparabili.
Un giorno, in una delle solite uscite, decisero di esplorare una nuova foresta. Avevano già iniziato a giocare, quando tre di loro caddero in un pozzo profondo che nessuna aveva notato. Le altre rimasero scioccate. Guardarono nel pozzo e videro che era troppo profondo. “Le abbiamo perse”, esclamarono.
Le tre rane nel pozzo tentarono di scalarne le pareti, ma era troppo difficile. Dopo appena un metro di arrampicata, ricadevano indietro. Le altre in superficie commentavano che ogni sforzo era ormai inutile. Come avrebbero mai potuto risalire un pozzo così profondo? Dovevano rassegnarsi. Ormai non c’era più niente da fare.
Due delle rane udirono i commenti e si arresero. Pensavano che le altre, in superficie, avessero ragione. La terza rana, al contrario, continuò ad arrampicarsi e a cadere, e dopo qualche ora riuscì a liberarsi. Le altre rimasero stupite. Una chiese subito, “Come hai fatto?” Ma la rana non rispose. Era sorda.
Un giorno, un non vedente era seduto sul gradino di un marciapiede con un cappello ai suoi piedi e un pezzo di cartone con su scritto:
«Sono cieco, aiutatemi per favore»
Un pubblicitario che passava di lì si fermò e notò che vi erano solo alcuni centesimi nel cappello. Si chinò e versò della moneta, poi, senza chiedere il permesso al cieco, prese il cartone, lo girò e vi scrisse sopra un’altra frase.
Al pomeriggio, il pubblicitario ripassò dal cieco e notò che il suo cappello era pieno di monete e di banconote.
Il non vedente riconobbe il passo dell’uomo e gli domandò se era stato lui che aveva scritto sul suo pezzo di cartone e soprattutto che cosa vi avesse annotato.
Il pubblicitario rispose:
“Nulla che non sia vero, ho solamente riscritto la tua frase in un altro modo”.
Sorrise e se ne andò.
Il non vedente non seppe mai che sul suo pezzo di cartone vi era scritto:
«Oggi è primavera e io non posso vederla».
Morale:
Cambia la tua strategia, cambia prospettiva di osservazione, quando le cose non vanno molto bene e vedrai che andrà meglio.
Questo racconto ci parla del potere delle opinioni altrui. Narra di un nutrito gruppo di rane che aveva l’abitudine di andare a divertirsi nella foresta. Cantavano e saltavano fino al tramonto. Ridevano a crepapelle ed erano inseparabili.
Un giorno, in una delle solite uscite, decisero di esplorare una nuova foresta. Avevano già iniziato a giocare, quando tre di loro caddero in un pozzo profondo che nessuna aveva notato. Le altre rimasero scioccate. Guardarono nel pozzo e videro che era troppo profondo. “Le abbiamo perse”, esclamarono.
Le tre rane nel pozzo tentarono di scalarne le pareti, ma era troppo difficile. Dopo appena un metro di arrampicata, ricadevano indietro. Le altre in superficie commentavano che ogni sforzo era ormai inutile. Come avrebbero mai potuto risalire un pozzo così profondo? Dovevano rassegnarsi. Ormai non c’era più niente da fare.
Due delle rane udirono i commenti e si arresero. Pensavano che le altre, in superficie, avessero ragione. La terza rana, al contrario, continuò ad arrampicarsi e a cadere, e dopo qualche ora riuscì a liberarsi. Le altre rimasero stupite. Una chiese subito, “Come hai fatto?” Ma la rana non rispose. Era sorda.
C’era una volta un bambino che faceva tante cose cattive; questo bambino faceva arrabbiare tutti e a tutti arrecava dei gran dolori con misfatti e insulti.
Un giorno però il bambino cominciò a capire il male che stava facendo e ne provò dolore anche egli, così decise di diventare “buono”.
Andò dal nonno e gli disse: “Nonno come posso fare per diventare più buono?”; e il nonno, saggia persona, gli rispose: “Vedi quella staccionata laggiù? Ogni volta che fai un’azione cattiva andrai presso quella staccionata e con un martello ci metterai un chiodo.”
Il bambino all’inizio fu un po’ sorpreso da questo consiglio, poi però fece come gli disse il nonno.
Nonostante le buone intenzioni del bambino, i chiodi nella staccionata furono molti! Ma cominciava a diminuire la frequenza con cui il bambino inchiodava, fino ad arrivare al giorno in cui il bambino non ne mise neppure uno!
Allora il bambino andò dal nonno e disse: “Nonno finalmente non faccio più cattive azioni, ma ancora non mi sento buono!”, e il nonno disse: “Bene, ora vai alla staccionata e con questo cacciavite comincia a togliere tutti i chiodi che hai messo”; il bambino fece come gli disse il nonno.
Ci volle un po’ di tempo ma i chiodi furono tutti rimossi, il bambino tornò dal nonno e il nonno gli disse: “cosa noti?”, e il bambino:
“beh, ora al posto dei chiodi ci sono tanti buchi!” e il nonno: “Ecco, quello è il male che hai causato, a volte non basta non fare cattive azioni per sentirci buoni, dovremmo cominciare a togliere i “chiodi” dalla nostra staccionata e vedere quanto profondi sono i “buchi lasciati”, a volte capita che il tempo otturi quei buchi, altre volte quei buchi sono talmente profondi che nemmeno il tempo riesce a chiudere, altre volte ancora lasciamo lì quei chiodi senza volerli rimuovere”.
La coscienza è come la staccionata in cui quel bambino poneva dei chiodi; a volte non vogliamo vederla ma è lì che aspetta che tu tolga quei chiodi e che ripari il male fatto; ma è molto più facile martellare un chiodo che toglierlo.
Un romanzo di formazione incentrato sull’adolescenza e l’importanza nella vita delle proprie passioni. Luca, orfano di madre, ha solo suo padre…e i suoi sogni. Non sarà per niente facile, qualche volta sarà tutto insopportabile, ma Luca, con la sua fanciullesca saggezza colorerà un mondo inizialmente grigio. L’amicizia, l’amore e i sogni faranno il resto. Un libro corale e familiare, sul mondo dell’adolescenza e il difficile rapporto tra genitori e figli, dove le storie di tutti gli altri personaggi, si intrecciano e fanno da sfondo, a quella del piccolo protagonista.
Un libro emozionante, fresco e attuale, con una narrazione immediata e efficace che rende piacevole la lettura, durante la quale è estremamente facile calarsi nei drammi e nelle gioie dei personaggi.
L’autrice riesce, con grande sensibilità, a farci vedere il mondo con gli occhi di un ragazzino. Un mondo pervaso da gioie e dolori, da luci e ombre.
“Vivi di sogni” l’ultimo libro di Cinzia Perrone, edito dalla PlaceBook Publishing
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Alessandria: Lunedì 5 settembre la commemorazione delle vittime del bombardamento su Borgo Cittadella nel 78° anniversario(settembre 1944-settembre 2022)
Lunedì 5 settembre 2022, di fronte alla lapide in via Giordano Bruno, vi sarà la cerimonia in ricordo delle 39 vittime del bombardamento del 5 settembre 1944 suBorgo Cittadella.
«Cercavamo rifugio e trovammo la morte. Spose, mamme, bambini, mariti, padri, figli, fratelli, sorelle, un misto di carne e sangue… Oggi un solo spirito che grida a Dio per l’uomo: “Pace”»: sono queste le parole fissate sulla lapide che segnala gli alessandrini che in quel bombardamento perirono drammaticamente.
A 78 anni da quel tragico episodio — non l’unico che colpì la Città durante il secondo conflitto bellico mondiale — l’Amministrazione Comunale invita la cittadinanza e le rappresentanze delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma alla commemorazione ufficiale.
L’incursione aerea avvenne nella tarda mattinata di quel primo martedì del settembre 1944 e le bombe, che avevano come obiettivo i ponti sul Tanaro, colpirono invece numerose case e centrarono l’estremità di un rifugio ricavato in un sottopassaggio della strada provinciale Alessandria-Torino, dove molti avevano cercato rifugio.
Per 20 di loro verrà stilato un certificato di “morte presunta” per l’impossibilità di una qualsiasi identificazione.
Tra le vittime, quasi tutte di Alessandria, figurano intere famiglie, numerose le casalinghe, i ferrovieri e gli operai; molti i bambini e gli studenti.
Complessivamente, durante la seconda guerra mondiale, la Città di Alessandria — con i suoi 559 morti sotto i bombardamenti — risulta essere la realtà che, in rapporto alla popolazione, ha registrato in Piemonte la maggiore incidenza percentuale delle perdite i civili.
Questo il programma della cerimonia di commemorazione di lunedì 5 settembre:
ore 10.30: in via Giordano Bruno, di fronte alla Lapide, intervento introduttivo a cura dell’Amministrazione Comunale, alla presenza delleAutorità cittadine, con lettura dei nominativi delle vittime del bombardamento
ore 10.45: deposizione di una Corona d’Alloro alla Lapide in ricordo delle Vittime
a seguire: benedizione della Lapide commemorativa da parte di mons. Ivo Piccinini
La Sala degli Affreschi dell’Accademia di Belle Arti Tadini sul lungolago di Lovere (Bergamo) ospiterà la presentazione del libro «Il Signore di Notte», un giallo ambientato nella Venezia del 1605. L’evento è fissato per giovedì 8 settembre 2022 alle 21. Ingresso da piazza Garibaldi 5. A dialogare con l’autore Gustavo Vitali sarà il giornalista Sergio Cotti.
L’opera è un giallo storico con personaggi realmente vissuti che l’autore ripropone in una trama di fantasia. In più l’aggiunta di curiosità, aneddoti, fatti e fatterelli di vita reale dell’antica Serenissima costituisce un bagaglio di informazioni che calano il lettore nel clima di una Venezia appena uscita da un secolo di grande splendore per avviarsi verso un incerto futuro.
Tutto ha inizio il 16 aprile 1605. Nella sua misera casupola viene rinvenuto il cadavere di un nobile caduto in miseria, prima vittima di un racconto ricco di suspense. A farsi carico delle indagini è un magistrato goffo e pasticcione che irrompe sulla scena del delitto con una buona dose di spocchia; personaggio contorto, incerto, che cambia umore da un momento all’altro, tormentato da dolori di un passato che non riesce a buttarsi alle spalle. Per lo più si tuffa in una stramba relazione con una dama tanto bella quanto indecifrabile che gli procurerà nuovi tormenti.
Nel frattempo affronta le indagini con una presunzione pari solo alla propria inadeguatezza, incappando in clamorose sconfitte. Per fortuna giunge in suo soccorso un capitano delle guardie che ha l’esperienza che a lui manca, un personaggio che via via assurgerà al ruolo di co-protagonista. Costui instraderà lo sprovveduto verso la soluzione dell’enigma in un finale niente affatto scontato e del tutto sorprendente, ma solo dopo incessanti colpi di scena, agguati, nuovi delitti e quelli che riemergono dal passato.
Milanese di nascita, Gustavo Vitali, vive a Bergamo da più di 40 anni. È un appassionato di storia in generale e di Venezia in particolare, oltre che di volo in parapendio. Questa sua prima opera denota un lungo lavoro di ricerca e documentazione.
Ripenso ai tempi passati… Alla scuola, quando disperatamente Pensavo alle mie avventure ludiche… Unica fonte di distrazione, da una realtà Rovinata,devastata e invivibile. Al fumetto che disegnavo, sul diario odiato Del cannone laser sulla portaerei Che sparava alla portaerei nemica… Del sottomarino con cui lanciavo Siluri filoguidati contro il sottomarino nemico Del missile nucleare lanciato dalla mia base Verso la città nemica… Dell’unica soddisfazione che provavo Nella mia vita. Mai avrei pensato che avrei Riavuto quelle soddisfazioni, Stando bene, in pace, e non più Tormentato. Sogno una avventura di vita Che ogni giorno, viene Ringrazio il Signore Per tutti questi doni