Un’estate a Borgomarina è il terzo romanzo che Enrico Franceschini dedica alle avventure dei quattro amici inseparabili ossia il Mura, giornalista in pensione e investigatore a tempo perso, il Prof, l’Ing e il Barone. L’ambientazione è la solita, la riviera romagnola, la fabbrica del divertimento all’italiana, tra buone compagnie e buona tavola.
Un ricco e discusso imprenditore annega nelle acque del porto canale di Borgomarina. Le indagini si orientano subito verso l’incidente, in modo anche troppo sbrigativo, per non turbare la stagione estiva e l’umore degli ospiti di alberghi e stabilimenti balneari. Mura viene ingaggiato da un familiare della vittima per compiere delle indagini private.
Il porto canale di Cesenatico/Borgomarina è nato da un progetto di Leonardo da Vinci ed è una delle principali attrattive della cittadina. I tedeschi durante l’occupazione costruirono un bunker sotterraneo con sopra un faro. Mura ed i suoi amici studieranno il progetto originario di Leonardo, custodito nella biblioteca Malatestiana a Cesena, ed il significato di un misterioso messaggio lasciato proprio da Leonardo. Le indagini porteranno alla luce i segreti del progetto leonardiano oltre ad altre storie legate alla custodia dei documenti stessi. Il Mura sorprende con le sue riflessioni sulla vita, sull’importanza di viverla con amici di cui si possa fidare, senza che i rapporti siano guastati da invidie, opportunismi di vario tipo o dai soldi. Un romanzo che dietro l’apparente leggerezza e futilità del divertimento estivo, contiene riflessioni sulle ingiustizie della nostra società, dove alcuni si arricchiscono in modo esagerato mentre altri devono lavorare tutta la vota senza avere la possibilità di cambiare la propria condizione sociale. Questo romanzo segna un salto di qualità nella narrazione, arricchita da riferimenti letterari e da personaggi che acquistano una apprezzabile complessità.
La collina dei delitti è un giallo/noir/thriller ad alta tensione, con richiami esoterici ed al satanismo, non manca nulla per accontentare gli appassionati del genere. Alcuni ritrovamenti di vittime di omicidi del passato stanno mettendo apprensione a molte persone che hanno dimenticato le loro imprudenze giovanili. La storia è complessa ed intricata, persone molto diverse che hanno in comune un passato che vorrebbero fosse caduto nell’oblio per sempre, si ritrovano a dover combattere contro gli incubi di quel passato che sta ritornando, mettendo a repentaglio il presente. Sono persone benestanti, di successo, professionisti, imprenditori, tutte con un presente invidiabile ma con un passato oscuro, che rischia di compromettere tutto. Un racconto incalzante, imprevedibile, una sequenza infinita di eventi inquietanti, raccontati con abilità e realismo, con uno stile netto, diretto, capace di evocare interesse per i fatti, paura per quello che potrebbe accadere, orrore per quello che accade. I personaggi vivono notti insonni, incubi, pedinamenti veri o solo immaginati, hanno il fiato della polizia sul collo, temono che la verità sia scoperta e resa pubblica. Aleggia una atmosfera diabolica, un sentore di zolfo che si diffonde dalle stesse pagine del libro, tanto è reale la sua descrizione. La città di Bologna è l’ambientazione ideale per il romanzo, città esoterica per eccellenza che forma con Praga e Santiago di Compostela, il triangolo alchemico. Carboni utilizza i riferimenti esoterici e diabolici con giusta misura, riuscendo a mantenere alta la credibilità della storia, creando una suspence altissima, resa ancora più veritiera da sapienti e ben dosati riferimenti a fatti inquietanti realmente accaduti, al limite del sovrannaturale. La trama sorprende per la continua tensione crescente, con un colpo di scena finale del tutto imprevedibile.
“Il Duca” narra la vicenda dell’ultimo discendente della famiglia dei Cimamonte, che ha deciso di vivere nell’antica villa di famiglia che domina il paese di Vallorgàna, da solo, senza grossi contatti con la popolazione locale. Vive di rendita e non ha bisogno di lavorare, grazie alle ricchezze ereditate. Passa le giornate a studiare vecchie carte, a leggere libri e fare piccoli lavori di manutenzione. Una vita tranquilla, sobria e riservata. Così fino a quando il suo aiutante e uomo di fiducia Nelso, non lo avvisa che in cima al bosco stanno rubando i suoi alberi, sconfinando nelle sue proprietà. Il furto sta avvenendo sotto la regia perfida di Mario Fastréda, un uomo avido che in paese fa un po’ quello che vuole. Il Duca cambia improvvisamente atteggiamento e comincia a far valere i suoi diritti di proprietario terriero oltre a esibire il potere che gli deriva dall’appartenere all’antica famiglia. Inizia una piccola guerra tra compaesani dagli esiti imprevedibili.
Un romanzo che ha una trama ben costruita e sviluppata in modo da coinvolgere e affascinare il lettore, che tocca temi di grande attualità come la vita sociale nelle piccole comunità, la difficoltà di saper decidere quando si è in preda alla furia del potere, la potenza della natura e le sue leggi non scritte, le libertà individuali ed i condizionamenti che derivano dal passato.
Il racconto è scritto in modo incalzante, i fatti si susseguono riservando sempre delle piccole sorprese, si alternano fatti contemporanei della cronaca del paese alle storie del passato. I tormenti del Duca sono quelli di un uomo che vorrebbe essere libero di fare quello che vuole ma che sente l’impegno di mantenere alta la tradizione del casato a cui appartiene. Ma è necessario conoscere tutto il proprio passato per non subirne l’influenza negativa. Il Duca lo scoprirà sulla sua pelle.
Nata a Roma nel 1951. Autrice profonda e a volte spigolosa, ma sempre fedele a se stessa. Imprenditrice in diverse realtà, compresa la fondazione di un giornale. Pittrice per decenni e artista eclettica, in poche parole: una donna vera. Nel 2018 è cofondatrice della PlaceBook Publishing insieme a Fabio Pedrazzi. Ha pubblicato: Un gazebo pieno di nuvole, 2018 La dritta schiena, 2021 L’area grigia, Città in Giallo, 2021 I segreti nel cassetto, Città in Giallo, 2021 L’uomo e il cane, Città in Giallo, 2021 La donna perfetta, Città in Giallo, 2021 Sotto l’asfalto, Città in Giallo, 2021 Tra le pieghe dell’anima, Città in Giallo, 2022 Il sole non sorgerà, Città in Giallo, 2022.
Dimmi un po’ Claudia, ma non ci si stanca mai di mettersi in discussione?
Se una persona vuole fare un percorso di crescita, non può stancarsi di mettersi in discussione. Ognuno di noi non è la stessa persona rispetto a ieri o a domani, quindi il mettersi in discussione è accettarsi per quello che si è in un dato momento, magari constatando che è diverso rispetto al passato.
Come raffigureresti l’onestà intellettuale? Ciò richiede sia l’istinto che il raziocinio, e se sì in che percentuali?
Ciò non richiede nessuno di tutti e due. Si tratta di rispetto verso il Prossimo nel non distorcere le parole o i vissuti per sostenere la propria versione o la propria opinione. Vuol dire rispettare, anche in un momento di disaccordo, i punti fragili dell’altro. E questo, francamente, non fa parte di me.
C’è ancora qualcosa per cui non ci può essere alcun tipo di giustificazione (con buona pace dei giallisti?)?
Da una causa scaturisce un effetto. Più che giustificare direi capire la ragione per cui una persona possa aver agito in un determinato modo. Da qui ad assolvere un individuo per quello che ha fatto, ce ne passa. L’opinione dello scrittore può essere differente da quella del lettore. A volte il cattivo non è così cattivo come il buono può essere visto come figura negativa.
In quale fase compositiva un giallista si diverte maggiormente, a differenza di altri generi di scrittura qui conta di più o di meno il fare ordine tra le idee?
Il giallista è uno scrittore che deve prevedere ogni cosa e non può dare troppo spazio alla fantasia se non nella fase descrittiva delle scene dove si parla per esempio del tempo atmosferico, o nella descrizione fisica del personaggio… basta che corrispondano a veridicità. Nessuna cosa deve essere messa lì a caso, altrimenti si rischia di scrivere delle castronerie. Dove il giallista si diverte di più? Quando architetta il crimine, sempre con veridicità e competenza.
Claudia Filippini è Miriam Ricciardi in buona sostanza?
In ogni romanzo lo scrittore mette una parte del proprio vissuto. Anche inconsapevolmente. D’altronde non potrebbe essere altrimenti.
Un affetto per conquistarlo va smarrito?
Se parliamo della sfera dei sentimenti, questa è un caleidoscopio di sensazioni dove una può essere il contrario dell’altra. Non c’è una regola fissa.
La costituzione di una saga attrae inevitabilmente il lettore?
Dipende dall’abilità dello scrittore. Se il lettore si affeziona ai personaggi, allora vuol dire che lo scrittore è stato bravo.
Gestire una casa editrice si sta rivelando sempre più una missione impossibile?
Lo è stato fin dall’inizio come per ogni attività che qualcuno intraprende. Quando si ha a che fare con il materiale umano, e nel nostro caso mettiamo mano a qualcosa che scaturisce dal profondo dell’anima di uno scrittore, ci vuole molto equilibrio, lungimiranza e attenzione specialmente nel valutare le opere che ti arrivano. Per non parlare dei rapporti umani.
… La dritta schiena Grazie all’autrice vibrano narrativamente un patrimonio indesiderato per chi lo poteva possedere per discendenza; una raccolta sigillata d’intime confessioni consumata dal passare del tempo ma che non si darà per persa; e una dimora extraurbana, col territorio toscano a contornarla. Ma soprattutto all’orizzonte persevera un arcano pressoché sibillino, vago; che, adagio adagio, si accentuerà. Trattasi di un giallo dalla non univoca chiave interpretativa, per accedere alle esperienze che prova il personaggio cardine, ossia Miriam Ricciardi. Già, lei e la sua dedizione nell’informare sull’agone criminale, fedele professionalmente a uno dei più seguiti quotidiani australiani; presa dalle pagine del diario di un caro affetto non vissuto, dovendo sottostare volenti o nolenti al destino. La Filippini contorce fili amorevoli (perché capita di fissare pur inconsciamente degli appuntamenti con la vita), conducendo tutti coloro che apriranno il libro dentro un canale passionale di volta in volta con rapida scioltezza, verso la fine… ma attenzione, è solo il primo atto dei tre di questa storia che non può fare assolutamente a meno della figura di Miriam Ricciardi. A CURA DI VINCENZO CALO’
Una preziosa statuetta scompare dalla residenza di un ricco collezionista, insieme ad alcuni preziosi manoscritti medioevali. La scoperta del furto avviene durante una serata in cui era presente come invitata Edna Silvera, storica dell’arte e restauratrice in pensione.
Edna non può tirarsi indietro e per indagare forma una squadra variegata con una sua ex alunna in cui non era molto in sintonia, un vicino di casa esperto di informatica, il derubato stesso ed il fratello. Le indagini saranno lunghe e dispendiose, per arrivare ad una conclusione imprevedibile.
Il romanzo mescola la trama gialla e le indagini con le vicende della vita privata dei protagonisti, che si mostrano in tutti i loro limiti e difetti, descritti con humor gentile e raffinato. L’ambientazione in Liguria ci regala il mare stupendo, i paesaggi dell’entroterra, i vini e la cucina locale. I gialli italiani ci hanno abituato ad investigatori improvvisati provenienti dalle professioni più varie, Edna Silvera, esperta d’arte dal carattere difficile, offre la possibilità di trattare di arte in modo informale ma non per questo poco interessante. Come i riferimenti alla ricerca del Santo Graal, ossia il Sangue Reale, la discendenza diretta da Gesù dei figli di Maria Maddalena, sbarcata in Provenza fuggendo dalla Palestina o come il riferimento all’opera di Jacopo da Varazze, Vescovo di Genova, autore della “Legenda Aurea” che ancora oggi è un riferimento fondamentale per interpretare l’iconografia di opere pittoriche di arte sacra e gli spunti di tecnica alchemica per la produzione dei colori nell’antichità. Tanti dotti riferimenti inseriti con misura che non appesantiscono la lettura ma possono suscitare una benefica curiosità per dare inizio a letture meno brillanti ma di indubbio interesse. Un libro interessante per i riferimenti culturali, accattivante per l’ambientazione e la trama, divertente per i personaggi fuori dagli schemi.
“Fiabe del niente e del mondo”: l’esordio poetico del giovane torinese Francesco Prioli con l’encomio di Alessandro Quasimodo
Il giovane poeta frequenta il primo anno della Scuola Holden
Incoraggiante esordio per il giovanissimo autore torinese Francesco Prioli (classe 2001), che si affaccia al mondo poetico con il libro d’esordio “Fiabe del niente e del mondo”, editato dalla Aletti nella collana “Le Perle”, con prefazione del maestro Alessandro Quasimodo, figlio del poeta Premio Nobel Salvatore Quasimodo.
Prioli ha passato buona parte della sua vita con carta e penna tra le mani e il fido zaino in spalla, si legge nel testo riportato nel retro di copertina. Da quando ha imparato a scrivere non ha più smesso. Ha coltivato in particolare la passione per la poesia durante gli studi classici presso il Liceo Classico Bodoni di Saluzzo ed attualmente continua la sua formazione, nel campo della scrittura, frequentando il primo anno della Scuola Holden di Torino.
Ma qual è il mondo rappresentato da Francesco nei propri versi? Quale realtà emerge dai testi, da queste «canzoni mormorate sul pullman verso scuola o al tavolo di un bar»?
«Le “Fiabe del niente e del mondo” sono i racconti di un menestrello che si trova a far fronte al moderno nichilismo, col quale combatte e instaura una buffa storia d’amore – confida il giovane nell’introduzione scritta per i lettori, soffermandosi anche sul significato del titolo -. Le “Fiabe del niente e del mondo” sono mondo perché innamorate di un lancinante impressionismo dell’animo e sono niente perché si rivolgono alla filosofia, al fumo, alla silenziosa e crudele volta celeste: sono mondo perché sono dettagli irrilevanti e bellissimi, sono dei quadri fini a sé stessi e struggentemente romantici; sono niente perché sono le parole inventate delle stelle lontane».
Lo spessore intellettuale di Prioli è lampante già da queste brevi frasi, così come la sua consistenza poetica, che gli ha fatto maturare importanti riconoscimenti, qualificandosi tra i vincitori dei concorsi di poesia “Imbookiamoci”, indetto dal Sistema Bibliotecario di Fossano, Saluzzo e Savigliano, e “Engel Von Bergeiche”, indetto dall’omonima associazione culturale di Castelfranco Emilia.
L’universo di Prioli è “uno sfondo vibrante di suggestioni e vaghe presenze”, secondo il critico letterario e regista teatrale Alessandro Quasimodo, che è stato conquistato dalla profondità della poetica del giovane. «L’opera di Francesco Prioli nasce dal desiderio di conoscere eventi, emozioni, magari marginali, osservando il mondo circostante, anche se “gli astri sono immobili”».
Ed è proprio quel sano affanno di conoscenza, tipico della gioventù, che dovremmo imparare a conservare col passare degli anni e che emerge con forza dalla raccolta poetica. Una peculiarità che fa, di questo libro, una speciale lettura per ogni fascia d’età.
Parker si sveglia di soprassalto. Il detective, disteso supino sul letto, non impiega molto a capire che si è trattato di un incubo, molto simile a quelli avuti in passato, con la sola differenza che questa volta il mostruoso insetto ha un nome e un volto: la sua ex professoressa di matematica. Il destino non è benevolo nei suoi confronti, mettendogli sulla strada una figura tanto lontana nel tempo e alquanto deleteria nella sua metamorfosi. Il detective pensa che al momento non è il caso, visto l’ora, di soffermarsi troppo sull’argomento e così, dopo aver guardato Norah al suo fianco che dorme beatamente, socchiude gli occhi provando a riaddormentarsi.
***
Alla fine è riuscito con fatica a riprendere il sonno, ma il risveglio non è tra i più felici; affrontare la giornata lavorativa dopo una notte da incubo non è il massimo che ci si può aspettare, quindi è opportuno rimboccarsi le maniche e tuffarsi nella quotidianità. Il lavoro è lavoro, ma darsi un appuntamento fuori dal centro abitato e in un posto isolato, all’interno di un piccolo casolare, è quanto meno insolito.
– Mi scusi per il luogo … – dice l’uomo, un distinto cinquantenne, con un’aria frastornata.
– Be’, non fa nulla – risponde Parker.
– Spero che non mi abbiano seguito. –
Parker l’osserva attonito.
– Di chi parla? –
– Dei miei nemici, i mostri. –
L’espressione del detective si fa sempre più perplessa.
– Mi faccia capire, chi sarebbero i nemici, i mostri come li chiama lei? –
– Sono dei mostri, che lei ci creda o no. –
Parker ha un gesto di incredulità.
– Non metto in dubbio la sua buona fede, ma io su questo argomento ho già i miei problemi … –
– Anche lei è perseguitato dai mostri? –
– In qualche modo, sì … mi dica piuttosto in cosa posso aiutarla. –
– Ad allontanarli e abbatterli se necessario. –
– Di chi sta parlando? –
– Dei mostri, naturalmente. È questo l’aiuto di cui ho bisogno, liberarmi da essi. Non so quanti siano, uno, due, forse tre o magari molti di più. –
– Ci risiamo … – si lascia sfuggire Parker.
– Cosa? – replica l’uomo.
– No, nulla, solo pensieri … senta, credo che lei abbia sbagliato persona, glielo dico con sincerità, io non posso darle nessun aiuto, sono un investigatore privato e non uno sterminatore di mostri. –
– La pagherò profumatamente. –
– Non è questione di denaro, ma di competenze, ed io ne ho abbastanza di mostri, alieni e quant’altro; perché è di questo che stiamo parlando, giusto? –
– Non lo so … –
– Ecco, tutto ritorna, io non sono adatto per questo tipo di lavoro e non posso darle nessun consiglio in merito se non di non perdere tempo inutilmente con me. Le auguro buona fortuna – dice Parker in procinto di porre fine alla conversazione.
– Lei non è tipo di tirarsi indietro, almeno da quello che ne so, perché dovrebbe farlo proprio con me? –
– Da qualche parte bisogna pur iniziare, ed è toccato a lei, mi dispiace. –
– Potrebbe pentirsene … la mia vita è in pericolo. –
– No, non ci casco, questo è un ricatto vero e proprio. Nulla di personale, mettiamola così, diciamo che sono strapieno di impegni e di conseguenza non sarei per lei un buon investimento. La ringrazio per la fiducia, augurandole nuovamente buona fortuna. –
“Limbo – Al Guado Respiro”.. La solitudine del Covid come crescita interiore
«Dedico questi versi a chi, in questo momento, per via di un imprevedibile virus, ha affrontato e sta affrontando dolori e difficoltà improvvise e impensabili anche solo qualche mese fa». Sono le parole dell’autrice Romea Ponza, originaria di Napoli ma che vive a Roma, a far immergere il lettore in una poetica che parte dalla solitudine, quella creativa, quella meditata, intesa come capacità di stare soli per poter, poi, avere dei sani rapporti con gli altri, fondati sulla voglia di stare insieme e non sul bisogno. Solitudine che non è isolamento ma parte essenziale della vita per essere più forti e autonomi. E, allora, anche il Covid, un virus che ha sconvolto il mondo intero, diventa un’opportunità consapevole di crescita interiore. Anche quando crescere significa accettare situazioni, paradossi, assurdità, fallimenti e dolori. L’opera si intitola “Limbo – Al Guado Respiro” ed è il secondo volume che segue “Limbo – Aspettando l’Aurora”. Arricchisce la collana “I Diamanti della Poesia” dell’Aletti editore. «Ho esaminato le mie emozioni e ne ho fatto versi – racconta l’autrice – perché le emozioni sono, di fondo, simili in ciascuno di noi, ci accomunano, e poterle conoscere a fondo ci permette di padroneggiarle senza reprimerle. Con i miei versi le ho volute condividere, gettando fuori dalla mia stanza ponti da percorrere con gli altri, per guarire insieme, eliminando ogni distanza». Pagina dopo pagina, si avverte il sibilo della realtà. A partire dal respiro. Quello che, a volte, mancava indossando la mascherina anche all’aperto. «Capire il vero valore del respiro e della meditazione – afferma la poetessa – può costituire una vera rivoluzione, interiore prima di tutto. Per poter cambiare il mondo partendo da noi stessi. Così possiamo acquisire un’attitudine positiva nei confronti della vita». C’è poco, nelle liriche di Romea Ponza – e lo dimostra bene la poesia “Lo specchio del mondo” – che non sia attinente alla realtà. «Anche quando mi esprimo in chiave esoterica e spirituale – spiega l’autrice – parto sempre da ciò che mi accade all’esterno come specchio del mio mondo interiore, o, all’inverso, da ciò che sento dentro come radice delle mie esperienze quotidiane; perché è ciò che siamo, la nostra vibrazione, che determina chi incontriamo ogni giorno e cosa ci capita. Il mondo è il nostro specchio». L’autrice instaura un rapporto amichevole e catartico con la scrittura e lo definisce«un sano e piacevole impegno verso la vita, verso gli altri, visto che, in termini spirituali, tutto ciò che si fa, tutto ciò che costituisce il nostro apporto al mondo tra valori, autenticità, opere, doni, condivisione è da considerarsi servizio».
In questo secondo volume l’autrice segue sempre l’impronta spontanea del momento: sia accostando le rime, creando una sonorità nei versi, sia scrivendo di getto, in maniera discorsiva, rivolgendosi direttamente al lettore. «Che Romea Ponza – scrive nella Prefazione, Francesco Gazzè, autore e compositore, anche di tanti brani cantati da suo fratello Max – sia una delle donne forti e straordinarie di questo fragile pianeta Terra lo si evince chiaramente […] anche senza conoscerla e senza averla mai guardata negli occhi; poiché certi abbracci nobili e intensi tra esseri umani precedono di molto quelli più banali del contatto fisico, e te li ritrovi addosso così, a pelle, arrivati da chissà dove […] Romea Ponza rappresenta di fatto una delle espressioni più alte della nostra poesia contemporanea». Le emozioni decantate nei componimenti consentono di andare in profondità tra gli strati dell’anima e dell’inconscio, cogliendo le diverse sfumature della propria personalità. «Io credo che leggere e rileggere le mie poesie – conclude l’autrice –possa creare indirettamente una breccia attraverso la mente razionale e stabilire un dialogo con l’Anima. In esse uso proprio dei termini squisitamente esoterici, dotati di vibrazioni particolarmente evocative. Per esempio, nella mia poesia “Bambina”, la bambina in questione è, appunto l’Anima, in questo caso un’anima particolarmente evoluta: “l’atomo tra le piccole scapole” di cui parlo è davvero un qualcosa che ci appartiene e con cui, quando nasciamo, portiamo in questo mondo quanto di buono abbiamo maturato in altre vite, ciò che ci rende anime antiche, nulla togliendo e nel rispetto profondo di chi nella reincarnazione non crede, cosa quest’ultima che nulla toglie all’importanza fondamentale della meditazione basata sul nostro respiro, l’unica vera attività imprescindibile dalla vita e che oggi sembra davvero bannato come fosse un atto rivoluzionario».
Quali sono i “sintomi” della poesia? Sembra su questo interrogarsi Marisa Cossu alla quale la pratica psicopedagogica ha insegnato la ricerca dei segni arcani della vita in mezzo ai detriti del tempo. Sintomi poetici è, di fatto, un florilegio di versi articolati in soluzioni metriche differenti, tutte puntualmente riportate in calce ai singoli brani. Così scorrono sotto gli occhi di chi ormai, per forza di cose, ne ha smarrito la sana abitudine sonetti, distici elegiaci, asclepiadei e financo acrostici che raccontano la visione poetica della nostra. Una visione ispirata da una Natura onnipresente che assurge la pietra – “corpo ruvido/ cuore inaridito, sempre immobile” a potenziale destinataria “di una speranza, forse, che lo illumini”. Mentre gli uomini, viceversa, quando sono ormai “corpi spogliati/ naufraghi nell’iperbole dell’io” seguono il destino delle nuvole che “salgono chiare in cielo/ iridi senza volto/ accumulate in albe evanescenti”. Uomini entrati ormai “nella notte/ dove giace memoria/ delle cose perdute, spinte nel buio, in angoli di strada,/ da un vortice stellato dove vola/ quel che resta del giorno”. Tra cui, per fortuna, anche la poesia.
Giuseppe Ruggeri
Marisa Cossu, Sintomi poetici, prefazione di Nazario Pardini, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 92, isbn 978-88-31497-84-8, mianoposta@gmail.com.
“TRAIANO – il sogno immortale di Roma” & “Storia di un quadrifoglio che non sapeva di esserlo”
FRESONARA – Venerdì 23 settembre, alle ore 21.00, presso il Teatro Comunale di piazza don Orione, la Biblioteca Civica di Fresonara ospiterà lo scrittore D’Aquino Gianluca, che presenterà i suoi romanzi “TRAIANO – il sogno immortale di Roma” e “Storia di un quadrifoglio che non sapeva di esserlo”.
Nel corso dell’evento, l’autore dialogherà con la scrittrice Silvia Vigliotti, addentrandosi nei temi della biografia romanzata dell’imperatore romano Marco Ulpio Traiano, ripercorrendone la vita e i grandi successi politici e militari, e del suo più recente romanzo di formazione, una piccola guida per condividere l’amore, nata al tempo della pandemia, in un momento storico in cui la vita di coppia è stata messa alla prova dalla surreale esperienza del lockdown.
“TRAIANO – il sogno immortale di Roma”, romanzo pluripremiato e finalista al celebre premio “Fiuggi Storia”, ripercorre la vita di Marco Ulpio Traiano, vissuto a cavallo fra il I e il II secolo, dall’infanzia ai grandi successi militari in Germania e in Dacia, fino allo scontro con i Parthi, ai confini dell’impero, dove nessuno era mai arrivato prima e oltre i quali nessuno fu più in grado di andare. Traiano restituì a Roma un senso di civiltà per molto tempo perduto e la portò in quella che sarà ricordata come l’età aurea, passando per le grandi riforme in ambito civile, amministrativo, economico e militare. Basata su solide fonti storiche, l’opera è al tempo stesso biografia e romanzo, e narra di intrighi, amori, amicizie e battaglie rivolgendosi a ogni genere di lettore. Il romanzo nasce dall’infatuazione dell’autore per gli studi sull’edificazione della Colonna Traiana condotti dall’amico scultore, di fama internazionale, Claudio Capotondi.
«Marco Ulpio Traiano è passato alla storia come l’Optimus princeps di Roma» spiega l’autore «l’imperatore che interpretò il proprio ruolo come servitore di Roma, con l’umiltà dell’uomo del popolo, riuscendo a ottenere risultati mai raggiunti in tutti i campi della pubblica amministrazione dell’epoca, facendo di Roma la Capitale del Mondo. Nonostante siano trascorsi 1900 anni dalla sua morte, la memoria di Traiano risplende ancora nel cuore di Roma, come ci ricorda la colonna coclide eretta in suo nome da Apollodoro di Damasco. Traiano fu il principe di Roma e dei romani, che sostenne anche impegnando il personale patrimonio, consegnando ai cittadini dell’impero un benessere ampio e diffuso. Mi piace immaginare che quel tempo sia stato un sogno, forse troppo dolce e delicato per poter attraversare le epoche che ci hanno condotto ai giorni nostri. Sarebbe meraviglioso se quell’amministrazione così illuminata potesse essere davvero qualcosa di immortale, tanto da potersi applicare anche oggi, in quest’epoca così complessa per la politica e la società».
«“Storia di un quadrifoglio che non sapeva di esserlo” è invece un racconto sulla fedeltà, l’amore e la vita, narrato attraverso l’antropomorfizzazione della flora e della fauna di un prato, in particolare di un quadrifoglio e di un ciliegio, i due protagonisti, che scoprono l’amore e l’infedeltà, e con essi una possibile risposta alla domanda sul senso della vita. La storia è raccontata tra metafora ed espressionismo, allegoria e descrizione semplice della natura nella sua essenza, con una forma lineare, talvolta lirica ma sempre essenziale».
Il quadrifoglio, che non sa di esserlo, nasce in un prato all’ombra di un meraviglioso ciliegio. Fin dal principio si interroga sul senso della propria esistenza e si avvicina all’amore, scoprendo questo sentimento grazie al ciliegio, che a sua volta si innamora di lui. Inconsapevole della propria essenza, del suo essere unico, speciale e prezioso, il quadrifoglio conoscerà e proverà anche sentimenti nocivi, così come il ciliegio, sebbene da una prospettiva diversa. Entrambi attraverseranno il tormento di quelle passioni per giungere alla riscoperta del senso delle cose e a come superare i comuni problemi della quotidianità, grazie a un percorso ispirato da un pensiero riconducibile al principio di consapevolezza.
«Ho pensato all’unicità dell’essere umano», continua l’autore, «al fatto che spesso non ci rendiamo conto di quanto siamo importanti, per noi stessi e per le persone che ci sono vicine, soprattutto quelle che ci amano, ci stimano e ci apprezzano. Ho considerato che molto spesso capita di comportarsi in maniera banale, sciocca, forse proprio perché non ci rendiamo conto di quanto siamo importanti per queste persone, con il rischio di banalizzare il nostro modo di fare, il nostro atteggiamento, e di perdere quell’unicità, quelle particolarità e quelle peculiarità che ci rendono effettivamente speciali. Come la quarta foglia su un trifoglio».
L’opera è un omaggio al grande autore, recentemente scomparso, Luis Sepúlveda. «Mi sono ispirato al suo genere e al suo stile e mi onora il fatto che gli addetti ai lavori che hanno avuto modo di leggere il mio racconto l’abbiano accostato a questo immenso autore, che ho sempre apprezzato e stimato e che cerco di fare leggere a mio figlio Edoardo, per il grande valore educativo delle sue opere».
Gianluca D’Aquino cita le parole di una nota scrittrice e amica che ha letto il racconto in anteprima: «È stato un meraviglioso regalo da parte sua, mi ha scritto di avere scoperto “una bellissima favola sulla diversità dell’eccellenza che non si riconosce come tale, una bellissima storia d’amore con un finale commuovente, scritta con grazia e con quella semplicità che rende l’opera accessibile a chiunque, quel tipo di semplicità che usavano gli scrittori di una volta”».
La storia è introdotta da una meravigliosa massima di Haruki Murakami: “Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”.
Due amici, un antropologo e uno psicologo; un reperto archeologico, un vaso campano del IV secolo a.C. raffigurante il supplizio di Issione; un’inquietante indemoniata esorcizzata dalla Curia e che cita le parole del mito; un convento di monache dove si cela un terribile segreto. E ancora, eventi strani e incredibili coincidenze lungo il cammino degli investigatori. Infine una, due, tre, tante vittime di omicidio. Su tutto aleggia sempre, ossessivamente, la ruota di Issione con il suo mito, a segnare in modo indelebile il destino di due uomini e una donna, in una struggente storia d’amore. Ragione e superstizione, credenze e conoscenze si mescolano, si aggrovigliano e si scontrano, alla ricerca di una risposta che riguarda tutti noi.
Eclissi editore, pag. 296, € 15,20
Pino Iannello: nato a Ragusa nel 1954, ha insegnato scienze umane in un liceo della provincia di Milano. Ha pubblicato diversi libri, tra cui i romanzi: Troppo di niente (Mimesis, Milano 2001) e Nella spirale dell’oca (UNI Service, Trento 2009).
Serravalle Scrivia: “Dante e il bullismo” a cura del Prof. Luciano Borghini
Una lettura classica dell’VIII canto dell’Inferno con uno sguardo alla realtà attuale. In ricordo di Andrea Chaves.
22 settembre, alle 21.00, in Biblioteca.
La Biblioteca comunale “Roberto Allegri” celebra il “settembre dantesco” con un incontro dal titolo “Dante e il bullismo. Una lettura ‘classica’ del VIII Canto dell’Inferno con uno sguardo alla realtà attuale” a cura del Prof. Luciano Borghini. L’evento, organizzato in collaborazione con UNIduevalli Borbera e Scrivia, si terrà giovedì 22 settembre, alle 21.00, presso la sala conferenze della Biblioteca comunale di Serravalle Scrivia e sarà dedicato al ricordo di Andrea Chaves, il giovane e talentuoso dantista novese scomparso cinque anni fa.
Dopo la conferenza verrà inaugurata la collezione dantesca della Biblioteca “R. Allegri”, un fondo speciale dedicato agli studi danteschi e che comprenderà parte della biblioteca personale di Andrea Chaves. Con questa collezione la Biblioteca comunale di Serravalle Scrivia intende raccogliere l’intenzione di Andrea di promuovere la conoscenza della Divina Commedia e di Dante e, nel tempo, diventare un punto di riferimento per gli studiosi sul nostro territorio. Non sarà però una collezione dedicata solo agli “addetti ai lavori”: oltre a comprendere testi altamente specialistici sarà ricca di opere divulgative e accattivanti, fino ad arrivare al fumetto, al manga e al libro per bambini.
E dei bambini la Biblioteca certo non si poteva dimenticare: la giornata comincerà alle 17.00, presso la Sala Bambini, con “DanteGame! Giochiamo con Dante e poi…il resto lo inventerete voi!”, laboratorio dedicato ai bambini dai 4 ai 10 anni. Vi aspettiamo!
“TRAIANO – il sogno immortale di Roma” & “Storia di un quadrifoglio che non sapeva di esserlo”
FRESONARA – Venerdì 23 settembre, alle ore 21.00, presso il Teatro Comunale di piazza don Orione, la Biblioteca Civica di Fresonara ospiterà lo scrittore D’Aquino Gianluca, che presenterà i suoi romanzi “TRAIANO – il sogno immortale di Roma” e “Storia di un quadrifoglio che non sapeva di esserlo”.
Nel corso dell’evento, l’autore dialogherà con la scrittrice Silvia Vigliotti, addentrandosi nei temi della biografia romanzata dell’imperatore romano Marco Ulpio Traiano, ripercorrendone la vita e i grandi successi politici e militari, e del suo più recente romanzo di formazione, una piccola guida per condividere l’amore, nata al tempo della pandemia, in un momento storico in cui la vita di coppia è stata messa alla prova dalla surreale esperienza del lockdown.
“TRAIANO – il sogno immortale di Roma”, romanzo pluripremiato e finalista al celebre premio “Fiuggi Storia”, ripercorre la vita di Marco Ulpio Traiano, vissuto a cavallo fra il I e il II secolo, dall’infanzia ai grandi successi militari in Germania e in Dacia, fino allo scontro con i Parthi, ai confini dell’impero, dove nessuno era mai arrivato prima e oltre i quali nessuno fu più in grado di andare. Traiano restituì a Roma un senso di civiltà per molto tempo perduto e la portò in quella che sarà ricordata come l’età aurea, passando per le grandi riforme in ambito civile, amministrativo, economico e militare. Basata su solide fonti storiche, l’opera è al tempo stesso biografia e romanzo, e narra di intrighi, amori, amicizie e battaglie rivolgendosi a ogni genere di lettore. Il romanzo nasce dall’infatuazione dell’autore per gli studi sull’edificazione della Colonna Traiana condotti dall’amico scultore, di fama internazionale, Claudio Capotondi.
«Marco Ulpio Traiano è passato alla storia come l’Optimus princeps di Roma» spiega l’autore «l’imperatore che interpretò il proprio ruolo come servitore di Roma, con l’umiltà dell’uomo del popolo, riuscendo a ottenere risultati mai raggiunti in tutti i campi della pubblica amministrazione dell’epoca, facendo di Roma la Capitale del Mondo. Nonostante siano trascorsi 1900 anni dalla sua morte, la memoria di Traiano risplende ancora nel cuore di Roma, come ci ricorda la colonna coclide eretta in suo nome da Apollodoro di Damasco. Traiano fu il principe di Roma e dei romani, che sostenne anche impegnando il personale patrimonio, consegnando ai cittadini dell’impero un benessere ampio e diffuso. Mi piace immaginare che quel tempo sia stato un sogno, forse troppo dolce e delicato per poter attraversare le epoche che ci hanno condotto ai giorni nostri. Sarebbe meraviglioso se quell’amministrazione così illuminata potesse essere davvero qualcosa di immortale, tanto da potersi applicare anche oggi, in quest’epoca così complessa per la politica e la società».
«“Storia di un quadrifoglio che non sapeva di esserlo” è invece un racconto sulla fedeltà, l’amore e la vita, narrato attraverso l’antropomorfizzazione della flora e della fauna di un prato, in particolare di un quadrifoglio e di un ciliegio, i due protagonisti, che scoprono l’amore e l’infedeltà, e con essi una possibile risposta alla domanda sul senso della vita. La storia è raccontata tra metafora ed espressionismo, allegoria e descrizione semplice della natura nella sua essenza, con una forma lineare, talvolta lirica ma sempre essenziale».
Il quadrifoglio, che non sa di esserlo, nasce in un prato all’ombra di un meraviglioso ciliegio. Fin dal principio si interroga sul senso della propria esistenza e si avvicina all’amore, scoprendo questo sentimento grazie al ciliegio, che a sua volta si innamora di lui. Inconsapevole della propria essenza, del suo essere unico, speciale e prezioso, il quadrifoglio conoscerà e proverà anche sentimenti nocivi, così come il ciliegio, sebbene da una prospettiva diversa. Entrambi attraverseranno il tormento di quelle passioni per giungere alla riscoperta del senso delle cose e a come superare i comuni problemi della quotidianità, grazie a un percorso ispirato da un pensiero riconducibile al principio di consapevolezza.
«Ho pensato all’unicità dell’essere umano», continua l’autore, «al fatto che spesso non ci rendiamo conto di quanto siamo importanti, per noi stessi e per le persone che ci sono vicine, soprattutto quelle che ci amano, ci stimano e ci apprezzano. Ho considerato che molto spesso capita di comportarsi in maniera banale, sciocca, forse proprio perché non ci rendiamo conto di quanto siamo importanti per queste persone, con il rischio di banalizzare il nostro modo di fare, il nostro atteggiamento, e di perdere quell’unicità, quelle particolarità e quelle peculiarità che ci rendono effettivamente speciali. Come la quarta foglia su un trifoglio».
L’opera è un omaggio al grande autore, recentemente scomparso, Luis Sepúlveda. «Mi sono ispirato al suo genere e al suo stile e mi onora il fatto che gli addetti ai lavori che hanno avuto modo di leggere il mio racconto l’abbiano accostato a questo immenso autore, che ho sempre apprezzato e stimato e che cerco di fare leggere a mio figlio Edoardo, per il grande valore educativo delle sue opere».
Gianluca D’Aquino cita le parole di una nota scrittrice e amica che ha letto il racconto in anteprima: «È stato un meraviglioso regalo da parte sua, mi ha scritto di avere scoperto “una bellissima favola sulla diversità dell’eccellenza che non si riconosce come tale, una bellissima storia d’amore con un finale commuovente, scritta con grazia e con quella semplicità che rende l’opera accessibile a chiunque, quel tipo di semplicità che usavano gli scrittori di una volta”».
La storia è introdotta da una meravigliosa massima di Haruki Murakami: “Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”.
Due amici, un antropologo e uno psicologo; un reperto archeologico, un vaso campano del IV secolo a.C. raffigurante il supplizio di Issione; un’inquietante indemoniata esorcizzata dalla Curia e che cita le parole del mito; un convento di monache dove si cela un terribile segreto. E ancora, eventi strani e incredibili coincidenze lungo il cammino degli investigatori. Infine una, due, tre, tante vittime di omicidio. Su tutto aleggia sempre, ossessivamente, la ruota di Issione con il suo mito, a segnare in modo indelebile il destino di due uomini e una donna, in una struggente storia d’amore. Ragione e superstizione, credenze e conoscenze si mescolano, si aggrovigliano e si scontrano, alla ricerca di una risposta che riguarda tutti noi.
Eclissi editore, pag. 296, € 15,20
Pino Iannello
Note biografiche autore
Pino Iannello: nato a Ragusa nel 1954, ha insegnato scienze umane in un liceo della provincia di Milano. Ha pubblicato diversi libri, tra cui i romanzi: Troppo di niente (Mimesis, Milano 2001) e Nella spirale dell’oca (UNI Service, Trento 2009).
Le Metamorfosi di Ovidio nell’arte– Edizioni Espera è il mio saggio disponibile dal 5 settembre 2022 in tutte le librerie e negli store digitali. Ci tengo tanto a presentarvelo, poiché in esso sono fuse le mie più grandi passioni: l’arte e la letteratura. La prefazione è dello scrittore saggista Corrado Occhipinti Confalonieri che ringrazio di cuore. Se vi fa piacere avere il libro con la dedica e uno sconto sul prezzo di copertina, vi invito a contattarmi su Messenger; Whatsapp 389 2585658; e-mail librarte.blog@gmail.com
Sinossi
Se il poeta romano Publio Ovidio Nasone (43 a.C. – 17 d.C.) non avesse creato il poema epico-mitologico Metamorfosi, una cospicua quantità di opere d’arte non esisterebbe. Il saggio analizza la celeberrima opera poetica, per mezzo della quale si è creato un rapporto sintonico con le opere d’arte prodotte nei secoli ed esamina con peculiare attenzione i dipinti, gli affreschi e le sculture che hanno avuto come tema le Metamorfosi di Ovidio. L’opera letteraria gode fin dall’antichità di un fascino singolare, in quanto attrasse letterati, artisti nel campo dell’arte e del mondo teatrale, diventando motivo di illuminazione. Ovidio fu un poeta magistrale, creatore di un’arte letteraria che tuttora offre spunti di studio e di analisi. Il suo poema ispirò poeti illustri e divenne un punto di riferimento essenziale per la maggior parte dei maestri come Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Tintoretto, Veronese, Caravaggio, Rubens, Bernini, Rembrandt e Canova che, stimolati dalla scioltezza della narrazione, plasmarono i soggetti delle storie foggiando capolavori appartenenti all’arte figurativa. L’autrice sofferma la sua attenzione sul significato di alcuni miti, esaminando il ruolo da loro assunto nell’arte e nella letteratura. Ogni dipinto, affresco o scultura indagati sono preceduti sia dai versi riferiti alla composizione poetica, vale a dire dal mito che un tempo veniva interpretato artisticamente, che da una sintesi riassuntiva utile per conoscere i racconti legati alla mitologia.
Giovanna Ceriotti: a scrittrice del piccolo vissuto quotidiano
Ho letto con piacere i romanzi scritti dalla delicata e pacata penna di Giovanna Ceriotti, autrice di storie di buoni sentimenti, storie che narrano a tinte volutamente tenui e dimesse il quotidiano di persone comuni, talvolta di umili, come Alba, una donna non più giovane che vive in un locale inutilizzato di un cortile condominiale e di cui la Ceriotti scrive: “Era parte del paesaggio urbano quanto le mura dei palazzi, invisibile e anonima come un difetto nell’asfalto”. Vista la scelta inusuale delle trame e di certi suoi personaggi (oggi vanno di moda i vincenti), ho pensato di farvela conoscere.
Vuoi raccontare ai lettori di Alessandria today wordpress qualcosa di te? Mi hai accennato che nella vita fai tutt’altro.
Come cominciare? Forse dicendo che sono nata sul finire degli anni Sessanta e ho avuto in dono un’infanzia dorata, trascorsa in provincia di Milano, ad Arconate, dove tuttora vivo. Una famiglia serena e amorevole, il mio giardino e gli adorati cani hanno riempito le giornate insegnandomi a sorridere e ad apprezzare le piccole cose. Ho amato frequentare la scuola, dove ho preteso di capire oltre che conoscere, e dei buoni insegnanti (non tutti!) mi hanno aiutata. Ho scelto studi scientifici: il liceo prima, economia aziendale poi. E mentre apprendevo, insieme al latino, la fisica e la geografia astronomica, scrivevo e dipingevo, perché anche il disegno e i colori hanno sempre fatto parte della mia vita; e proprio la scrittura, a ventitré anni mi ha fatto vincere il primo premio in un concorso con un racconto sul mio cane. Dopo la laurea e una breve esperienza come ricercatrice universitaria, ho iniziato a lavorare in banca senza però mai smettere di “creare”.
Poiché scrivere sul serio è un vero e proprio lavoro e tu un lavoro impegnativo ce l’hai, ti domando qual è stata la scintilla che ha acceso a tutti gli effetti la tua creatività.
Be’, credo sia accaduto quando è nato il mio primo nipote; è allora che ho iniziato a scrivere racconti per bambini e, all’arrivo del secondo nipotino, ho ideato per lui il mio personaggio del coniglietto color carta da zucchero, che nel 2010 mi ha portato alla prima pubblicazione, ovvero Sugar Coniglio Carta da Zucchero; e nei due anni successivi ho completato la trilogia, da me illustrata, con Un anno con Sugar Coniglio e Che storie, Sugar! Sugar mi ha aperto le porte delle scuole, permettendomi di fare laboratori ed esperienze bellissime con le insegnanti e i piccoli lettori. Nel 2015 è poi uscito il mio primo romanzo per ragazzi Estate sull’isola a farfalla e, nel settembre dello stesso anno, sono stata invitata dall’assessorato alla cultura del comune di Favignana (TP) per la presentazione del libro, ambientato proprio sull’isola: un’esperienza davvero piacevole. L’anno seguente è stato pubblicato Tutto per un comodino, breve romanzo per lettori di ogni età, in cui c’è anche il punto di vista di un gatto di nome Fuoco, e che ho presentato anche a Tempo di Libri, la fiera dell’editoria di Milano, nel 2017. Proprio quell’anno è uscito il mio primo romanzo di narrativa dedicata agli adulti e al momento i libri per i “grandi” sono in tutto tre.
I tuoi romanzi hanno un filo conduttore che li accomuna o mi sbaglio? Puoi spendere due parole sulla trama senza rivelare troppo?
Con occhi pieni d’infanzia Bolis edizioni pag. 210 € 13.30
Come ho accennato poc’anzi, cinque anni fa è uscito il mio primo romanzo intitolato Con occhi pieni d’infanzia, e alcuni dei temi affrontati nelle storie per ragazzi: il rapporto tra le generazioni, l’amicizia, la diversità, sono tornati in questa vicenda che racconta di due donne tanto differenti: una senza tetto e una brillante funzionaria di banca. L’intreccio delle loro solitudini, unico punto che le accomuna, fa riemergere il passato di entrambe, scava nell’infanzia e descrive l’affannoso presente. Ambientato tra Milano, Roma e la Bretagna, il romanzo si snoda attraverso quasi mezzo secolo di storia, per arrivare a un inaspettato quanto commovente finale.
Il mare alla fine A & B pag 216 € 15.20
Il secondo romanzo Il mare alla fine, narra di Ottavio, che con i suoi ottantasette anni e il cane Ettore ci porta a ripercorrere la sua lunga vita, una vita che ha comportato rinunce e scelte. Per sfuggire a un destino certo e inaccettabile il protagonista viaggia attraverso l’Italia, verso il mare, alla ricerca di un antico amore. È il romanzo dell’amore che cambia e che ci cambia, declinato in tutte le sue forme; è un romanzo che sprona ad andare incontro alla propria sperata felicità con caparbietà e un briciolo di incoscienza.
Come passiflora Golem edizioni pag. 224 € 15.20
Nel mio terzo libro: Come passiflora, le protagoniste sono ancora due donne appartenenti a generazioni distanti: l’anziana Tilde e la giovanissima Nora che, divenendo vicine di casa, a poco a poco entrano l’una nel mondo dell’altra, condividendo i pomeriggi nella semplicità dell’orto di Tilde o della sua cucina che profuma sempre di dolci.
Hai degli autori che ti hanno ispirato, vista la particolarità delle tue storie?
Beatrix Potter e Astrid Lindgren per i ragazzi.
Nella narrativa adulti apprezzo la scrittura che non descrive ma ti porta con sé, al fianco dei personaggi, dentro le scene. Amo i romanzi introspettivi, dove magari non c’è azione ma il dettaglio di una scrittura ricercata e al tempo stesso immediata al punto da “vedere” il personaggio. Da adolescente mi sono innamorata dello stile di Isabel Allende, ho pianto e parteggiato per le donne dei suoi romanzi; per me resta un modello. Apprezzo altre autrici – sempre donne, chissà come mai! – per il loro stile: Melania Mazzucco, Margaret Mazzantini, Romana Petri, Piera Ventre: i loro sono viaggi tra i sentimenti, i piani temporali, le storie delle persone.
Che tipo di lettrice sei?
Prediligo la narrativa alla saggistica, soprattutto romanzi “intimisti” e storie familiari. Talvolta infilo tra le letture qualche genere diverso, come Simenon e Camilleri (tra i primi amori anche Agahta Christie!).
Hai una stanza tutta per te, come sosteneva fosse necessaria Virginia Woolf e se ce l’hai quando e per quanto tempo ti ci rintani per dedicarti alla scrittura?
Purtroppo non riesco a scrivere come vorrei, le giornate non hanno ore a sufficienza! La teoria dell’allenamento quotidiano la conosco a menadito, ma nella realtà non riesco a praticarla. Ho un lavoro, neanche molto vicino a casa, che mi occupa a tempo pieno, pertanto ricerco le mie ore “di qualità” per la scrittura, nella giornata in cui sono più libera, la domenica. Ho una mia scrivania, ma non disdegno di scrivere, quando si può, anche sul balcone, in compagnia del mio pastore tedesco Dolf.
I tuoi progetti nel cassetto?
Sto lavorando a un nuovo romanzo, che in parte, per i personaggi e lo stile narrativo, si discosta dai precedenti. I temi però restano l’amore su tutto e in perenne evoluzione.
Come desideri concludere questa chiacchierata?
Ho pubblicato il primo libro considerandolo già un impensabile punto di arrivo, dicendomi che tutto ciò che fosse arrivato dopo, sarebbe stato accettato con gioia e gratitudine. Adesso continuo a scrivere godendo delle storie che racconto e delle emozioni di chi legge.
A questo punto, non mi resta che ringraziarti e suggerire i tuoi romanzi.
Don Rocco Alfieri non è più quello di un tempo, i pensieri lo stanno tradendo e dal suo feudo nell’hinterland sud di Milano sta perdendo il controllo sugli affari criminali della Società. Il figlio prediletto Domenico, detto Micu Bang Bang, si trova in carcere; il secondogenito, Antonino, non è pronto per ereditare il bastone del comando. Poi ci sono i Procopio, la cosca satellite relegata da generazioni a fare il lavoro sporco, che cerca di alzare la testa alleandosi con la mafia albanese e la mala egiziana. Filippo Barone è un consulente milionario. Ripulisce denaro, pilota appalti e fa da cerniera tra il mondo di sotto, dove si muovono grandi casati malavitosi e narcotrafficanti internazionali, e quello di sopra, popolato da ricchi imprenditori, senatori corrotti e broker senza scrupoli. Barone vive una torrida storia con Bianca Viganò, una modella e influencer dai lunghi capelli castani, legata profondamente all’amico d’infanzia Leonardo Ferrari, un bravo ragazzo di quartiere che spaccia cocaina tra le panchine di Piazza Prealpi. Il loro mondo non cambia mai. Li tiene uniti in una tragedia moderna e senza pietà, dove nessuno si salva e dove, dai grattacieli di CityLife ai nightclub di Corso Como, si sovrappongono i mille volti della criminalità multietnica di Milano, i sogni di successo dei ragazzini cresciuti ascoltando trap nei casermoni popolari della periferia, gli affari sporchi dei faccendieri che muovono milioni di euro dagli uffici open space con vista sul Duomo. Tutti insieme, nell’amore e nell’odio, accomunati da un unico destino. Perché il mondo non cambia, ma l’Apocalisse è alle porte.
Thomas Melis è nato a Tortolì, in Sardegna, nel 1980. Ha studiato presso le Università di Firenze e Bologna concludendo il suo percorso accademico nell’anno 2008. Nella vita si è occupato di progettazione su fondi comunitari e consulenza aziendale. Ha scritto per diverse riviste on line, dedicandosi ad analisi di politica interna e degli scenari internazionali. Attualmente gestisce un’attività commerciale, lavora come copywriter, crea contenuti per aziende attive sul web e, dal 2017, collabora con il sito di critica letteraria MilanoNera. Nel 2014 ha pubblicato A un passo dalla vita, opera d’esordio, seguito l’anno successivo dallo spin off PlatinoBlindato e, nel 2018, da Nessuno è intoccabile. Milano. Il mondo non cambia è il suo primo romanzo per Fratelli Frilli Editori.
“QUELLI CHE MI LEGAVANO AI MIEI TERRITORI ERANO SENTIMENTI FORTI, MA IL MIO DESIDERIO DI FARE LA GIORNALISTA LO ERA ANCORA DI PIÙ. SAPERE CHE AVREI SOFFERTO PER LA MANCANZA DEI MIEI AFFETTI NON MI AVREBBE TRATTENUTA, COSÌ COME SAPERE MI ATTENDEVA UNA VITA SPARTANA. SOTTO IL PROFILO ECONOMICO LA PROPOSTA DI STILE&SOCIETÀ NON ERA CERTO DELLE MIGLIORI, E NON MI SFUGGIVA CHE AVREI DOVUTO SUDARE SETTE CAMICIE PER FARMI BASTARE L’ESIGUO STIPENDIO PREVISTO. GRAZIE A DIO AVEVO DA PARTE UN PO’ DI SOLDI, ACCUMULATI A FURIA DI DARE LEZIONI PRIVATE E NEI MESI DI INSEGNAMENTO, E IN QUALCHE MODO… IN QUALCHE MODO CE L’AVREI FATTA.”
Elettra è una giovane donna bellissima, colta e intelligente. Determinata a diventare giornalista, dopo gli studi e un tirocinio presso una testata di provincia, entra nello staff di una celebre rivista patinata diretta dall’ambiguo Luciano Schiavo. Per adeguarsi ai ritmi del nuovo lavoro si trasferisce a Milano lasciandosi alle spalle senza troppi rimpianti un incarico da insegnante. Più complessa la sua situazione sentimentale: un fidanzato perfetto abbandonato in favore di un amante innamorato della sua ex, da cui a sua volta è stata abbandonata. L’avvenenza di Elettra, che spesso l’ha favorita, a volte si rivela un peso insostenibile. In particolare, quando il suo nuovo capo la fa oggetto di molestie sessuali. Che fare? Denunciarlo o tentare di dimenticare e ricominciare ancora una volta? E soprattutto, quante volte si può trovare la forza per ricominciare? Gian Carlo Fanori esplora con audacia la psicologia di una giovane donna in carriera costretta a fare i conti non solo con un mondo professionale in cui le attenzioni morbose del capo hanno scarsa possibilità di essere sanzionate, ma anche con se stessa e le proprie ambizioni.
RECENSIONE
Oggi voglio parlarvi del libro: “Elettra” di Gian Carlo Fanori. Una storia che ho apprezzato moltissimo.
Elettra è una giovane donna bellissima, colta e intelligente. Determinata a diventare giornalista, dopo gli studi e un tirocinio presso una testata di provincia, entra nello staff di una celebre rivista patinata diretta dall’ambiguo Luciano Schiavo. L’avvenenza di Elettra, che spesso l’ha favorita, a volte si rivela un peso insostenibile. In particolare, quando il suo nuovo capo la fa oggetto di molestie sessuali.
Un libro che rispecchia la vita di quasi tutte le donne giovani. L’autore racconta la storia di Elettra con enfasi e passione. La protagonista una donna comune con ambizioni lavorative che desidera ardentemente diventare una giornalista, ma è anche una giovane normale alla ricerca dell’amore eterno. Tuttavia, il mondo professionale è un abisso innavigabile per Elettra e la ricerca dell’amore perfetto è infruttuoso. Una contrapposizione di sentimenti ed emozioni si susseguono in tutto il romanzo, rendendolo appassionante e intrigante.
Gian Carlo Fanori nel suo libro tocca anche un tema importante che spesso viene sottovalutato: le molestie sessuali sul lavoro. Purtroppo questo argomento è ancora tabù nella nostra società; sono moltissime le donne che subiscono violenza psicologica e fisica da parte dei loro capi per ottenere dei previlegi. Tristemente chi non acconsente alle proposte scabrose spesso viene licenziato o degradato a mansioni di poco conto. Le poche donne che hanno il coraggio di denunciare non vengono credute o non hanno prove a sufficienza per sostenere un processo. Un tarlo difficile da estirpare nella nostra realtà.
Complimenti all’autore per aver colto in tutta la sua bellezza e nella sua difficoltà il personaggio di Elettra. Fanori manda un messaggio forte al lettore: “Tutte le donne meritano rispetto, anche sul posto di lavoro!”
PUNTEGGIO 5/5
GIAN CARLO FANORI
Nato a Recco (Ge) nel 1954, dopo la maturità classica ha conseguito a Pavia la Laurea in Lettere Moderne. Giornalista pubblicista dal 1997, ha collaborato con La Provincia Pavese, Italia Oggi, Il Sole 24 ore e il mensile Monsieur. Si è occupato di comunicazione e risorse umane per alcune imprese industriali e edi servizi.
Ha pubblicato, per Italic Pequod: Candidato al successo, 2012, Premio Milano International 2019 e Premio Città di Pontremoli 2020; Vero nella notte, 2015, Premio Città di Cattolica 2019; Oltre il successo, 2018.
Dettagli prodotto
Editore : Giovane Holden Edizioni (10 aprile 2021)
«Sapevamo che, non avendo lavoro, non sarebbe stato facile allontanarci dalle associazioni di volontariato. Avevamo pochi soldi in tasca grazie al fratello di Massimo e ad un’amica mia, conosciuta casualmente mentre mi trovavo seduto su una panchina, la quale venuta a conoscenza delle mie condizioni, di tanto in tanto mi regalava una piccola somma di denaro. Nulla di eccezionale, si andava dalle dieci, vento euro. Il giorno del mio compleanno mi diete cinquanta euro. Di più non poteva fare e, a dire il vero, non lo pretendevo.
Un gesto che apprezzavo parecchio, non tanto per il denaro, che comunque mi era utile, ma perché genuino, spinto dal cuore. Ero sicuro che mi pensava anche quando non ci vedevamo, rimediando con una chiamata al cellulare per sapere come stavo. Nulla a che vedere con quegli attori da teatrino della Caritas e soci. In teoria, quando avevo bisogno d’aiuto bastava chiederglielo, anche se il più delle volte non mi veniva di farlo.
Comunque, l’opera di generosità non mi garantiva un vitto regolare al giorno, e il discorso vale anche per Massimo, quindi ci accontentavamo di un panino con un frutto, uno yogurt e legumi in barattolo, alternandoli tra pranzo e cena. Questa dieta ci permetteva di perdere i chili in più. Si respirava un’aria di misurato compiacimento per averci ritagliato un barlume di libertà.»
Da piccola Chandra Candiani faceva un gioco: vedere quante piú cose insignificanti ci fossero in una stanza, sul tram, in una via e accoglierle tutte in uno sguardo, sorridendogli. Si trattava di oggetti, animali, bambini senza niente di speciale, considerati dagli altri insignificanti. Cosí Candiani, divenuta grande, ha deciso di invitarli nelle sue fiabe e li ha lasciati parlare. Soprattutto ha dato una storia a chi di solito una storia non ce l’ha. Una bambina talmente innamorata di un fiume da desiderare soltanto di corrergli accanto fino al mare. Un usignolo malinconico che nessuno vuole, perché nessuno vuole conoscere la tristezza del cuore. Una rosa che non credeva piú nel vento, ma che proprio grazie al vento riesce a risorgere. Una musica felice scesa sulla terra per un bambino troppo strano. Una pattumiera che racconta ai suoi ospiti, nòccioli di frutta, cartacce, lische di pesce, quanto la loro vita sia stata importante. È la solitudine il filo rosso che lega insieme queste quindici storie, eppure in ciascun personaggio echeggia fortissimo il desiderio vivido di essere parte del tutto, di costruire un legame seppure sottile con gli altri, di gridare in silenzio la fame d’amore che li attraversa. Un amore semplice, intrecciato ai piccoli dettagli, alla minimalità dell’esistenza, ai suoni che popolano le campagne, le città; un amore per una vita minima che chiede timidamente di essere vista, ascoltata, osservata nella sua linfa intima.
formula di rito: «Piacere, Marco Tullio», questa era seguita da un sorrisetto o da una risata, a
seconda del contesto o dell’interlocutore, che
quasi sempre esclamava: «Ah! Marco Tullio
Cicerone! Ora capisco la scelta della sua
professione». A quel punto, lui era costretto a
spiegare che il nome, per vezzo del padre,
famoso penalista di Roma, ora in pensione, era dovuto al fatto che il genitore amava in modo incondizionato la figura di Cicerone.
Che Marco fosse diventato avvocato a sua
volta, nasceva dall’avere la strada spianata e la comodità di lavorare nello studio ben avviato del padre, ereditato in seguito. Su una cosa era stato irremovibile: avrebbe svolto la professione di civilista. Ciò aveva provocato notevole disappunto nel genitore che disprezzava con altezzosità gli argomenti di cui si occupava: liti di condominio, decreti ingiuntivi, questioni di confini, diatribe sulle eredità e tutto quello che la gente si inventa per litigare.
Ancora più altisonanti risultavano i nomi
apposti sulla targa a fianco al portone dello
stabile dov’era ubicato l’ufficio. Il padre avrebbe voluto scrivere Smithson & Son, ma Marco Tullio aveva insistito per Smithson & Smithson, per una pretesa di parità e uguale dignità.
Quando lo studio rimase a lui, sulla targhetta
comparve scritto M. T. Smithson, con le iniziali del nome di battesimo, tanto per non generare ulteriori risatine in chi si fosse soffermato a
leggerla.
Anche il suo cognome destava sempre
curiosità, ma in questo caso non dava seguito a sorrisini, quanto piuttosto a curiosità genuina: c’è sempre un fondo di esterofilia anglofona in molte persone.
Suo padre, J. J. Smithson (J. J. sta per
Jonathan Jerome) era un americano che aveva studiato a Roma ‒ sempre per quel suo pallino riguardo a Cicerone ‒ e poi era rimasto a vivere nella capitale italiana, avendo sposato una compagna di corso. Sua mamma, Beatrice, l’aveva affiancato nella professione finché lui, Marco, non era nato.
Quando i suoi guadagni glielo avevano
permesso, Marco aveva acquistato l’attico con annessa mansarda nello stesso stabile dove
aveva lo studio, in una traversa di Viale Libia, a Roma, in una zona molto popolosa e
commerciale del quartiere Trieste. Non è un’idea molto intelligente ‒ per un avvocato, in particolare ‒, abitare dov’è anche lo studio, ma lui era un po’ pigro e, tra l’altro, aveva fatto un
ottimo affare, comprando quel bell’appartamento luminoso e panoramico a un anziano generale in pensione che si ritirava in campagna dalla figlia. L’aveva arredato in modo minimale, dando un’impronta esclusivamente maschile, visto che era scapolo e determinato a restarlo.
La storia di una donna che corre sul filo della memoria e lungo le sponde di un fiume.(…)
Ne viene fuori una figura femminile, sempre alla ricerca della vera Matilde, e per questo è uno sprono e uno stimolo per i lettori a guardare sempre dentro se stessi.
E’ comunque soprattutto un elogio della scrittura, della sua capacità catartica e della sua funzione salvifica.
-Il mio romanzo è disponibile sul sito Edizioni2000diciassette e negli store online: Mondadori, Feltrinelli, Amazon, IBS.
A Gaia, personificazione della terra, dea primigenia dall’inesauribile forza creatrice, origine stessa della vita, si ispira il poeta Asero: a Gaia, Gea, Madre Terra, al nostro pianeta oggi cosi martoriato, dedica le sue liriche sperando “che la poesia possa salvare dalle brutture che l’animo umano può generare”. In questa raccolta racconta le sue esperienze e le sue emozioni nell’osservare la terra, il mondo, distaccandosi a volte dal quotidiano ed immergendosi nell’essenza poetica ed artistica di vivere e sentire, soffrire e gioire, amare e sognare…
La ricerca della propria strada nella vita può passare per sentieri imprevedibili
Cosa può spingere una giovane ragazza siciliana a trasferirsi a centinaia di chilometri per fare la hostess in un night bar?
Ce lo racconta Chiara Maniaci, nel suo primo libro, ispirato alla propria biografia, in cui descrive in modo fresco e coinvolgente l’avventura di partire sola per un mondo totalmente sconosciuto, quello del lavoro in un club notturno. Il rapporto con le colleghe, in cosa consiste il lavoro vero e proprio, i risvolti personali ed economici che le stravolgono la vita. Infine, l’amore e i suoi ancor più profondi stravolgimenti, per finire con un’apertura a un futuro costruito su se stessa e sulle proprie aspirazioni più profonde.
Un’opera prima in grado di colpire il lettore con la sua schiettezza, fondendo ingenuità e scaltrezza in un racconto pieno di dubbi e speranza per una vita migliore.
Ecco finalmente pubblicata la mia raccolta.di aforismi poetici.
Le pagine compongono un libretto ovvero una raccolta di pensieri, riflessioni e suggestioni, plasmati sotto la forma, forse incerta ma spero ispirata, di aforismi in versi.
Si tratta di sessantasette brevi passi, redatti in vari momenti con l’auspicio del dono di un sorriso, di uno spunto interpretativo o di una critica.
Il lettore potrà aprire il volumetto a sua discrezione e, senza un ordine preciso, sfogliarlo in libertà.
Il titolo è tratto dal primo degli aforismi pubblicati:
Possedeva il mare dentro,
di arenarsi sulla spiaggia
non aveva proprio voglia.
Il volume è acquistabile su Amazon e Kindle, sia in formato cartaceo che come ebook:
Buona lettura!
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“Possedeva il mare dentro: raccolta di aforismi poetici”, di Massimiliano Giannocco, 2022
Le parole dell’inquietudine ““ ediz .Luoghinteriori 2019 presenta un contenuto,che, come suggerisce il titolo, è contrassegnato da visioni ed indagini psicologiche inquiete ,dubbiose,alla ricerca,talvolta fallimentare,di certezze o risposte confortanti. Ma proprio nella esplicitazione di tali stati d’animo ,sembra scaturire una possibile via salvifica,poiché essa permette di condividere e,dunque,sentirne un peso minore:..basta un fioco lampione/ed è ritorno insperato alla vita..(Notte)o ancora..”oggi punge viva la presunzione/di seminare sul foglio bianco parole/da lasciare in dono ai domani nostri ed altrui/nella perenne speranza di nutrire di vita pensata /il nostro fragile andare sotto le intemperie”(Presunzione)
Sono dunque i momenti di inquietudine personale, ma anche i dolori per le persone amate che mancano all’appello: “Si allarga il cerchio delle assenze ./Tutto l’amore dato e ricambiato/ non crea più una rete di fili stretti/sotto cui ripararmi”..(Assenze) o ancora per la madre tanto amata e così cambiata dall’età :”Ti ho riconosciuta sempre/ comunque edovunque /nella forza di un legame /chiamato/amore” (Ti ho riconosciuta,madre)
Infine, la poesia civile, come quando si parla del crollo di Ponte Morandi: “gli olivi contorti nel sole/avvezzi al dolore che sale/ respirano piano ,/ per non far altro rumore /oltre a quello di voci che/senza rispetto gridano colpe/e sulle tombe ne fanno mercato”(Ponte Morandi)degli attentati:Siamo funamboli sul filo della vita/sospeso su un campo minato /dove mine inesplose rendono /arduo e precario ogni passo/(Precarietà)
Una raccolta dunque,che attraverso l’introspezione psicologica tenta di interrogarsi ed interrogare su fatti che non sono mai solo personali in quanto di tutti e di tutti i tempi, a prescindere dalla contingenza specifica che può rendere attuali i testi della sezione “il mondo intorno”
Gabriella Paci
Finalista con la silloge inedita”Le parole dell’inquietudine” al XXV concorso letterario “J.Prevert”
Menzione di merito al concorso letterario “La clessidra” 2019 con la silloge inedita “Le parole dell’inquietudine “
3°premio al festival premio “Emilio Lussu”con il libro edito “Le parole dell’inquietudine “Ediz.LuoghInteriori
1°premio al concorso internazionale “Dal golfo dei poeti Shelley e Byron alla val di Vara 2019 “con la silloge“le parole dell’inquietudine
Menzione d’onore al concorso internazionale “Kalos” 2019 con il libro “le parole dell’inquietudine”
2°premio al premio internazionale “Emozioni poetiche “2020” con il libro edito “Le parole dell’inquietudine “
“1° premio al concorso nazionale “Persephone 2020” con il libro”Le parole dell’inquietudine”
Segnalazione particolare della giuria al 45°premio letterario Casentino con il libro “Le parole dell’inquietudine
Encomio d’onoreal 2 concorso internazionale 2020“la nebbia agli irti colli” Ediz.Atlantide con il libro “Le parole dell’inquietudine”
2°premio al concorso internazionale “Ut pictura poesis 2020 con il libro “Le parole dell’inquietudine “
3°premio al concorso nazionale “Alessio Di Giovanni con il libro “Le parole dell’inquietudine” °
1 premio al 3 concorso nazionale “Persephone,fiori di poesia 2020” con il libro :Le parole dell’inquietudine “
4° posto al concorso “A vento e sole 2020”con il libro edito “Le parole dell’inquietudine
2°premio al concorso internazionale “Agenda dei poeti 2020” con il libro “Le parole dell’inquietudine “
1°posto al concorso internazionale“Equilibri “ di Roma con il libro “le parole dell’inquietudine”
Menzione di merito al concorso “Ascoltando i silenzi del mare 21”con il libro “Le parole dell’inquietudine
Menzione d’onore al premio “La ginestra di Firenze 21”con il libro “le parole dell ‘inquietudine”
Menzione d’onore al premio internazionale “Michelangelo Buonarroti “ con il libro “leparole dell’inquietudine
Menzione di merito al premio internazionale “Principe Boncompgni-Ludovisi” con illibro “le parole dell’inquietudine
Alessandria: “La capitagna e il glifo”: presentazione del libro di Simonetta Gorsegno e Gianni Cellè sabato 17.09 alle ore 17 al Museo Etnografico della Gambarina di Alessandria
Verrà presentato sabato 17.09 alle ore 17 al Museo Etnografico della Gambarina di Alessandria il nuovo romanzo storico scritto da Simonetta Gorsegno e Gianni Cellè dal titolo “La capitagna e il glifo”, vicenda ambientata nell’Alessandria del 1589
La trama
Corre l’anno 1589. Diversi stati d’Italia sono stretti nella morsa del dominio spagnolo. Non fa eccezione Alessandria che subisce la pressione fiscale da parte del Governatore in carica: Don Rodrigo de Toledo, un uomo dissoluto e senza scrupoli, il quale si invaghisce di una giovane orfana, Elvira che lava i panni per la guarnigione spagnola nel palazzo cittadino dove dimora Don Rodrigo.
La fame di riscatto spinge Elvira tra le braccia del Governatore, le promette una nuova vita. Don Rodrigo però viene meno alla parola data e scatenerà in Elvira un rancore tanto grande da indurla ad aderire a un gruppo di ribelli deciso a insorgere contro l’oppressore a causa delle ingenti tasse che attanagliano il popolo e le corporazioni cittadine.
La rivolta fallisce ed Elvira viene imprigionata nelle segrete del Palazzo insieme ai suoi compagni di sventura, ma proprio quando le speranze sembrano essere perdute, Elvira conoscerà Carlito, una guardia spagnola, che l’aiuterà a fuggire dalla città attraverso la ragnatela di strade sotterranee.
Oltre la storia di Elvira e Carlito la trama del romanzo focalizzerà l’attenzione sulla storia architettonica della città di Alessandria.
Una storia di chiese, piazze, palazzi che oggi, in parte, non possiamo più ammirare, ma soltanto ricordare come i capisaldi della nostra cultura.
Gli autori
Simonetta Gorsegno vive ad Alessandria, la città dove è nata nel 1963. Ha scritto numerosi racconti per diverse case editrici e vinto diversi premi letterari. Appassionata di viaggi, nel 2021 ha pubblicato il suo primo libro di viaggi dal titolo: “Horn please – Viaggio nel paese dei Maharaja” edizioni Sillabe di Sale. Scrive racconti per un giornale locale.
Gianni Cellè è un esperto di storia locale. Collabora a giornali e riviste di Alessandria. Laureato in architettura è stato curatore di diverse mostre cittadine e organizzato cicli di convegni e conferenze presso il museo etnografico di Alessandria “C’era una volta”.
Nel 2012 ha pubblicato “Valentinum primi insediamenti umani nella pianura alessandrina”, nel 2014 “Piazzetta del Grano e le osterie delle tre lepri” e nel 2015 “Il Mestiere, caratteri dell’economia alessandrina attraverso i secoli”.
“La capitagna e il glifo” di Simonetta Gorsegno e Gianni Cellè
Infatti, perché dovresti aver voglia di conoscere le miliardi di storie che la vita ti offre? Perché dovresti prenderti la briga di viaggiare nel tempo, stando comodamente seduto sul divano di casa tua?
E poi, in fondo, perché farti carico delle esperienze e delle sofferenze altrui?
Però se sei di altre idee, e vuoi provarci ad entrare in altri mondi e in altre storie, leggi questo libro: “Il Portiere”.
È il mio ultimo libro ed è un’opera corale, dove ti porterò per mano in dieci storie con dieci personaggi, sempre “portieri in turno di notte” in alberghi sparsi per l’intera penisola.
Ti porterò in uno spaccato della società italiana, che si muove sui binari della vita vissuta in ogni suo aspetto, di notte come di giorno. Uno spaccato fatto di gente comune, di prostitute, delinquenti e uomini di legge.
Tutti i racconti sono irrisolti, lasciando spazio alla fantasia del lettore, affinché si intrecci con quella del narratore, creando delle conclusioni sempre differenti.
Il cervello umano è capace di cose straordinarie che non riusciamo ancora a comprendere… Lei sa muovere gli oggetti senza toccarli e sospenderli nell’aria senza fili che li reggono. Riesce anche a far volare le cose in giro per tutta la stanza e per il tempo che vuole. Lei sa leggere i segreti più intimi delle persone, le loro intenzioni e quello che gli capiterà solo toccandole. Ha scoperto di saper fare queste magie fin da piccola e non sapeva spiegarselo, ma aveva anche capito che facevano paura alla gente…
Condivido oggi una nuova soddisfazione, il mio libro edito è stato segnalato nel Premio di poesia Pascoli.
A breve info su nuova presentazione
Un bellissimo giorno a tutti! Condivido con voi questa stupenda notizia: è andato in stampa il mio libro dal titolo “L’infanzia dell’erba”
che ha vinto la pubblicazione, oltre a diversi riconoscimenti.
Questo libro è arrivato Quarto classificato nell’anno 2019 nella sezione libri inediti nel prestigioso Premio Internazionale Montefiore Conca, nona edizione. È stato finalista nel Premio Letterario Internazionale Gaetano Cingari, 14° edizione. È stato Segnalato nel Prestigioso Premio Letterario Nazionale di Letteratura Italiana Contemporanea, ottava edizione.
È stato Primo Classificato nella sezione poesia e terzo nella sezione narrativa, giacché è un libro misto, nel prestigioso Premio Letterario Melville Città di Siena, vincendo la pubblicazione gratuita.
Questo libro ispirato alla vita e opera di Tonino Guerra, riporta anche i nomi e le opere di artisti viventi che hanno contribuito a diffondere le idee di Tonino Guerra ma non solo, nel libro racconto episodi della mia infanzia a Cuba quando ero una bambina, giusto per non dimenticare l’infanzia del mondo.
Ringrazio:
Gian Ruggero Manzoni per la sua stupenda lettera di presentazione e ringrazio il pittore Alessandro Fioraso per l’immagine di copertina che ben coglie l’intento narrativo di guardare il mondo con innocenza e meraviglia.
Ringrazio la moglie di Tonino GuerraLora InGuerra per i suoi racconti di vita e per avermi condotta per mano per il suo mondo magico, abitato dalla presenza di questo grande artista poliedrico.
Ringrazio con tanto affetto il bravissimo giornalista televisivo Luca Salvatori che con tanta gentilezza e professionalità ha contribuito ad una rilettura critica del libro.