Non volevo si sapesse. È da tanto che giro e non trovo nulla. La moto quasi senza benzina. le tasche senza monete.
Giro su me stessa e ho perso la strada e ho freddo e il navigatore è scarico come impazzito. Dice solo: “ricalcolo”.
Una sirena urlante sfreccia squarciando il buio. Corre sulla strada per tutta la strada. A passarmi accanto è una riga di sofferenza non mia, una decalcomania quasi di morte: “ricalcolo, ricalcolo” salmodia.
Non volevo si sapesse che è notte e di notte è buio, per tutta la notte: “ricalcolo”.
Hai presente il sentiero di mattoni sul retro della casa, quello che si vede dalla finestra della cucina, quello che piega attorno al confine del giardino dove ci sono tutte le primule gialle? E hai presente che se lasci il sentiero e sali dentro al bosco arrivi a un cumulo di massi, probabilmente spinti giù durante gli orrori dell’Era Glaciale, e a un boschetto di alti abeti, ora verde scuro sullo sfondo degli aghi caduti, marrone chiaro? E più avanti, hai presente il piccolo ponte con le assi divelte e che se lo passi arrivi ai piedi di quella collina che sembra una testa di pecora? Be’, se cominci ad arrampicarti, e potresti aver bisogno di afferrarti a un arbusto quando la salita si farà ripida, alla fine giungerai a una lunga cresta di pietra contornata di pini che è il punto più alto lì…
«Ma io non ho mai perduto il senso che qualcosa vive e dura oltre questo eterno fluire. Quello che noi vediamo è il fiore, che passa: ma il rizoma perdura.»
Parole della figlia Gret: “È rimasto immobile per 24 ore prima di morire e non rispondeva più a nessuna sollecitazione… era molto lontano ormai. I suoi ultimi respiri erano così meravigliosi e liberi che non c’era spazio nel mio cuore per la tristezza.
“Un quarto d’ora dopo la sua morte, con un boato spaventoso, un fulmine a ciel sereno ha lacerato per tutta la sua lunghezza uno dei pioppi del giardino.”
Helga Maria Novak (1935 – 2013) poetessa islandese di lingua tedesca
a casa mia fioriscono i ciliegi la terra fresca dissodata sputa larve e lombrichi e odora forte a casa mia i muri di casa sono ogni giorno più caldi nei boschi dove l’erba dell’anno passato diventa così asciutta che puoi stendertici sopra le foglie di quercia cadono per ultime ma ora infine cadono solo il muschio sciaborda ancora sotto i piedi e conserva al suolo un vino asprigno a casa mia il cuculo canta cinquanta volte vivremo ancora cinquant’anni no di più no per sempre a casa mia che non mi venga da ridere casa tua fammi vedere a casa mia fioriscono i ciliegi e il lillà e nei castagni si librano gli amenti bianchi e rossi del bruciante e buono amore
Cosa succede ad un sogno rimandato? Appassisce come uva al sole? O come una ferita suppura per poi scomparire? Puzza come carne andata a male? O fa la crosta di zucchero come un dolce sciroppo? Forse semplicemente affonda come pesante carico. O esplode?
Adel Karasholi (1936) poeta e scrittore tedesco di origine siriana
E così mi parlò Abdullah L’ignoto è alla tua destra E l’ignoto è alla tua sinistra Perché stai danzando su un filo E disse La domanda è d’intralcio per la domanda Così pure la risposta per la risposta Perché stai danzando su un filo E disse Né l’Oriente è Oriente Né l’Occidente è Occidente dentro di te Perché stai danzando su un filo E disse Chiudi gli occhi E corri più veloce che puoi Perché stai danzando su un filo
“Dai, adesso butta fuori tutto. Non c’è vergogna nell’aprirsi”. Ocean Vuong, <<Il tempo è una madre>>
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la faccia ha saltato lo specchio aumenta i lineamenti l’assurdo che amo un’equivalenza uno scambio di confidenze di colpo la mia bocca tagliata a strisce ascoltava
Dal titolo chiunque penserebbe - che sarà mai successo ?!
Vi deludo subito, così, per dare l'opportunità a chi aspetta qualcosa di grosso non resti a secco e possa andare senza rimorsi a fare altro.
Martedì di settimana scorsa, mi recco in ospedale, giacché invitata gentilmente dalla Regione (cosa rara oramai in questi tempi di carestia sanitaria e non solo) a fare lo screening al seno. Bene; credo che nell'arco dei miei anni d'adulta, ricordo per filo e per segno ogni singolo esame fatto (che tra l'altro non sono stati pochi e faccio tuttora), ma di certo non avevo mai fatto una mammografia. Tutti, genericamente parlando, sappiamo più meno, sostanzialmente, di cosa si trata.
Arrivo, toca a me, entro; tempo di dire "buongi..." si tolga la parte di sopra (voce in loop), alché, io,"segnor, sì segnor". Una ragazza poco simpatica, (probabilmente scocciata di stare nel mese della prevenzione del cancro al seno), stare lì, tutto il giorno non a "rompere le palle", ma schiacciare tette!! grandi, piccole, giganti, inesistenti, tristi, allegri, giovani, raccimollite, insomma, di tutte le forme e colori.
Fatto sta, che nello stesso momento che mi manovrava dal collo, (qual volante di Formula Uno, antiche però), pretendeva che capisse e aferrase le ordini che mi propinava per mettermi nella posizione giusta per catturare l'immagine... mentre il petto lo spingeva verso la machina, la spalla sinistra (perché era il turno della tetta sx), e la testa daba anche fastidio, secondo me, per lei sarebbe stato perfetto, staccarla e risolto il problema, ma, non fattibile, perciò, si accontentò tirarla indietro con il suo gomito destro. Sembra fosse passato un secolo, no? Ecco, quello era solo un asaggio; poi arrivò il momento che non desidero a nessuno, neanche al peggiore dei mie nemici. Avete presente quella bella e comoda macchinina per fare velocemente, i famigerati "WAFFLER"?...
Carino, no? Foto portata: SenoClinic
Invece al posto dell'impasto c'era la tetta diventata un ammasso sotto pressione, un dolore mai provato prima. Questa signorina senza capire cosa aveva in mano, l'afferrò bruscamente la tiro verso l'alto, giacché, doveva essere a una certa altezza, ma dico, io non sono un metro ottanta per adaggiarmi comodamente, perciò, ero in punta di piedi, ma, secondo lei, non era giusto, dovevo rimanere con entrambi i talloni apiccicatti per terra. Quindi, feci un respiro proffondo, chiusi gli occhi e... una palanca si abbassò di colpo sull'impasto... bloccata io lì, lei con voce serena dice, non si muova, non sapevo se piangere o ridere, oppure impreccare contro ogni tipo di santo mi venisse in mente, e caminò verso un'altra macchina che facceva clik. Ma lei non correva verso di essa, camminava tranquillamente, e io, sudavo e dicevo urlando DAI, DAI!!!! Torna e pacatamente mi dice quello che non volevo ascoltare; dobbiamo rifarla!!! ...zzarolla, indugiò un momento e ripetere l'oprazione. Fatta. Stessa procedura per l'altra, stesso drama, ecc.
-Finito signora, può vestirsi. L'animma era tornata al mio corpo.
-Le facciamo sapere. -Bene, grazie, arrivederci.
Giorno dopo, squilla il telefono, sento la voce, la riconosco, era lei, no! - deve tornare, dobbiamo rifare, ci sono delle immagini mosse... Silenzio da quì, poi dissi, quando? - Oggi, per tutta risposta. E tornai... Questa volta ad assisterla c'era una signora che sembrava più attempata. Eseguire procedura, solo che questa signora, afferrò con più delicatezza quel'che restaba, e miracolosamente, compare una manopola, la quale consentiva di regolare la pressione, lentamente. Dal'altra macchina, c'era la ragazza del giorno prima a catturare le immagini.
MORALE DELLA FAVOLA: non credo che solo le donne, siano in grado di resistere tali torture, ma ci vuole molto coraggio!! anche nel parto; e sappiamo che la finalità e più che giustificata, il controllo prematuro e/o preventivo di futuri problemi, può salvare vite. QUINDI FATTELA !!!
Bashô capitano di viaggi su una montatura di carne suoi cosce brandelli e alluci tesi verso province che la rarità della parola rende leggere e sensuali il poeta è sotto il banano col suo flauto e il suo tamburello muto testimone della più fragile felicità sopra le rughe in preghiera.
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Hélios addossato alla cittadella ocra astro dell’esilio la condanna la sua danza umana non più trottola del caos ma siesta punteggiata dallo spiraglio dello spirito d’un giovane archeologo torso nudo davanti l’immensità smarrita un giovane piantatore di desiderio nella folla sperduta del mito e della zagara Hélios nell’ultima tensione scruta i bambini irriverenti che inghiottono con il mar Egeo demoni sottomarini stelle in perdita di velocità e si intrufolano prontamente tra i discorsi e le bandiere dei conquistatori totali il cui cranio tormentato dilaga senza rumore dal sonno resta a Helios il ballo mascherato dei pozzi senza luna
Iosif Aleksandrovič Brodskij (1940 – 1996) Premio Nobel per la letteratura 1987, noto anche come Joseph Brodsky, è stato un poeta, saggista e drammaturgo russo naturalizzato statunitense.
Chinati, ti devo sussurrare all’orecchio qualcosa: per tutto io sono grato, per un osso di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo. Non importa se è nero. E non importa se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale. La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo che sulla terra è esistita una volta, e quindi tanto più essa è dovunque. Sei stato il primo a cui è accaduto, vero? E può tenersi a un chiodo solamente ciò che in due parti uguali non si può dividere. Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come può soltanto sognare un frammento! Una dracma d’oro…
Tragico verso tratto da una lirica premonitrice di Karin Boye (Göteborg, 1900 – Alingsås, 1941), poetessa e critica letteraria svedese morta suicida a soli 41 anni.
Foto: Francesco Ungaro. Foto di portata: Jeff Nissen
Le stelle
Ora è finita. Ora mi sveglio.
Ed è quieto e facile l’andare, quando non c’è più niente da attendere e niente da sopportare.
Oro rosso ieri, foglia secca oggi. Domani non ci sarà niente.
Ma stelle ardono in silenzio come prima stanotte, nello spazio intorno.
Ora voglio regalare me stessa, così non mi resterà alcuna briciola.
Dite, stelle, volete ricevere un’anima che non possiede tesori?
Presso di voi è libertà senza difetto lontana la pace dell’eternità.
Non vide forse mai il cielo vuoto, chi dette a voi il suo sogno e la sua lotta.
Salva
Il mondo scorre da fango, vuoto lo riempie. Ferite, che il giorno ha aperto, si chiudono, quando è sera.
Calma, calma inclino il capo a una santa visione, il tuo ricordo che indugia. Tempio; rifugio; purificazione; santuario mio!
Sulle tue scale lontana la tenebra, salva, serena come un bimbo mi addormento.
La breve esistenza della Boye, divenuta celebre grazie al romanzo distopico 'Kallocaina', che anticipava l'avvento dello Stato mondiale raccontato da Orwell in '1984', è marcata in modo drammatico dalla scoperta della sua omosessualità all'età di 18 anni. La donna vivrà sempre con tormento questo orientamento affettivo, condannato all'epoca dalla Legge e dalla morale comune della sua nazione.
Nel '32 si trasferisce a Berlino, dove convive con la compagna Margot Hanel, e decide di curare una profonda depressione con la psicoanalisi. Invano: come aveva previsto nel suo diario lo stesso terapeuta, la poetessa si toglierà la vita, seppur diversi anni dopo.
*Valeria Consoli: laureata in Letteratura Moderna e Contemporanea presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi sulla scrittrice Fausta Cialente.
Norman MacCaig (1910-1996) è stato uno dei più grandi poeti scozzesi del ventesimo secolo. E’ ricordato con grande affetto non solo dalla nuova generazione di scrittori scozzesi che ha contribuito a formare, ma anche dalle migliaia di persone incontrate nelle scuole, per le quali MacCaig è stato il primo poeta che avesse il dono di scrivere con semplicità sulle cose di tutti i giorni rendendole sorprendenti.
Penso a te nei vari modi in cui la pioggia scende. (sempre di più, con l’età, odio le metafore – la loro rigidità la loro inadeguatezza.) A volte questi pensieri sono pioggerellina, appena percettibile, niente di più leggero: a volte uno scroscio battente, una solerte pulizia primaverile della mente: a volte, un terribile temporale. Sempre di più, con l’età, odio le metafore, amo la leggerezza, temo i temporali.
raccoglie i fiori del destino e prende posizione davanti a una lacuna delle nostre ossa per questi l’inchiostro con cui scrive è la densità della porta divelta la gloria della tasca vuota
la mia assenza ora è irrequieta non vuole essere costante fa lo sgambetto alle ali degli angeli
Quando la gente la mattina si sveglia nei suoi isolati nuclei familiari con uno strano sapore di canti di libertà nella bocca, si desta anche il suo vuoto. E subito il vuoto pregusta la gioia di quando la gente sparirà nel buio, diretta alle macchine in attesa e resterà solo a possedere le cose e lo spazio che son loro. Attende invisibile con ansia. Quando è sicuro che la madre, il padre e i figli sono via salta come un pupazzo da una scatola magica e si mette a rovistare facendo da padrone. Nessuno sa quanto perverso sia il vuoto. Il vuoto che resta nelle case private quando la gente è uscita. Rovista fra lettere e armadi della gente, ne prova le vesti, si volta e rivolta davanti ai loro specchi. Il vuoto ha via libera quando la gente non c’è. Il tempo in cui…
Città di origine fenicia, Palermo fu conquistata dai romani, dagli arabi, dai normanni, dagli svevi e dagli spagnoli. Ciò ha determinato un mix di bellezza e di meraviglia che ha rivestito la città, potremmo dire, strato su stato. Il giornalista Roberto Alajmo, per descrivere la sua complessa realtà artistica, ha detto: “Palermo è come una cipolla. È fatta a strati. Ogni volta che ne togli uno ne resta un altro da sbucciare”.
Tanti sono i tesori artistici, monumentali, folkloristici e culinari che Palermo offre. Per cui se avete intenzione di visitarla e non avete molti giorni a disposizione, indossate delle scarpe molto comode.
Prima di tutto, lasciatevi avvolgere dall’atmosfera confusionaria e multietnica dei mercati della Vucciria e di Ballarò. Un vero proprio viaggio di odori e sapori nei vicoli più antichi della città che, per molti versi, ricordano quelli della bellissima città di Napoli (anche per le canzoni napoletane che con una certa allegria si diffondono nei quartieri). Non appena entrati nel mercato della Vucciria, sarete investiti da un magma di profumi gastronomici, tipici della cucina palermitana, veri e propri emblemi dello Street Food siciliano, come le arancine (attenzione a non chiamarle arancini, la declinazione maschile è tipica catanese, dove le stesse assumono anche una forma appuntita, mentre quelle palermitane sono rotonde) pane e panelle (pane con squisite frittelle preparate con la farina di ceci), pani ca’ meusa (pane con la milza), rascatura (letteralmente raschiatura, ovvero una polpetta realizzata unendo l’impasto delle panelle con quello dei crocchè) e molto altro.
Ballarò è il mercato più antico della città. Visitarlo vi darà la sensazione di passeggiare nelle strade di una città musulmana e non è un caso se risale proprio al tempo della dominazione araba. Qui vi è possibile acquistare qualsiasi cosa, ma soprattutto verdure e primizie provenienti dalle campagne limitrofe. Una pittoresca scenografia vi trasporterà tra le bancarelle dei mercati insieme all’allegro vociare dei venditori ambulanti che si lasciano andare, spesso, a richiami fatti ad alta voce per attirare possibili clienti. Non manca la possibilità di gustare una buonissima spremuta d’arance siciliane.
Dopo esservi immersi nel cuore di Palermo, lasciatevi avvolgere da un’atmosfera spirituale visitando la Cattedrale di Palermo, un vero e proprio gioiello architettonico che sfoggia numerosi stili artistici: da romanico a bizantino, da arabo a neoclassico. Viene costruita nel 1170 sulle rovine di un’antica chiesa paleocristiana per volontà dell’arcivescovo di Palermo, l’inglese Walter Of The Mill, passato alla storia col nome di Gualtiero Offamilio. Durante la dominazione seracena la chiesa fu ampliata e trasformata in una moschea. Con la venuta dei Normanni viene istituito nuovamente il culto cristiano. Al suo interno ospita le tombe di Federico II, nipote di Federico Barbarossa, di Ruggero II, dell’imperatrice Costanza D’Altavilla e dell’imperatore Enrico VI di Hohenstaufen. Meritano sicuramente una visita la cappella di Santa Rosalia, santa patrona della città, che conserva i resti mortali della santa racchiusi in una preziosa urna d’argento, e il tesoro, ovvero la corona e i gioielli del sepolcro di Costanza d’Aragona.
Rimanendo in tema religioso, non può mancare una visita a una delle Chiese bizantine più importanti d’Italia, ovvero la Chiesa della Martorana, definita da alcuni la più bella in assoluto dato il contrasto tra lo stile arabo e quello normanno. Patrimonio Unesco, deve il suo nome al fatto che nel 1433 Alfonso d’Aragona la cedette al vicino monastero benedettino che fu fondato dalla nobildonna Eloisa Martorana. Numerose le opere d’arte che ospita al suo interno. Una su tutte il Cristo Pantocreatore sulla sommità della cupola. Proprio accanto alla Chiesa della Martorana sorge un’altra chiesa importante, che non passa inosservata data la sua caratteristica architettura araba. Sto parlando della Chiesa di San Cataldo con le sue tipiche cupole rosse e la forma a parallelepipedo.
Di fronte alla Chiesa della Martorana è presente il magnifico complesso religioso della Chiesa e del Monastero di Santa Caterina d’Alessandria. Un gioiello trionfante di arte barocca che vi lascerà letteralmente a bocca aperta, al cui interno conserva opere d’arte dei migliori artisti dell’epoca. Il monastero delle monache di clausura era dedicato al culto di Santa Caterina d’Alessandria, martire d’Egitto vissuta tra il III e il IV secolo. Secondo la tradizione, Caterina era una bella ragazza figlia del re Costa che la lasciò orfana in giovane età. Caterina venne chiesta in sposa da molti uomini importanti, ma lei li rifiutò tutti per abbracciare la castità, dopo aver sognato la Madonna con il Bambino che le infilava l’anello al dito facendola sua sposa. Il suo culto si diffuse in Sicilia durante la dominazione spagnola e venne presa ad esempio dalle monache di clausura come modello da seguire. Il monastero ha accolto le suore di clausura dell’ordine domenicano dal 1311 fino al 2014. Dal 2017 è visitabile in qualità di museo di arte sacra. Curiosità: all’interno del monastero oggi c’è una pasticceria in cui vengono riprodotti i tipici dolci siciliani, quali cannoli e cassate, secondo le antiche ricette delle suore. Secondo alcuni palermitani che me l’hanno consigliata, in questa pasticceria si mangerebbe uno dei migliori cannoli di Palermo, e a giudicare dalla lunga fila di attesa e dal sapore stratosferico, direi proprio che hanno ragione.
La chiesa di Santa Caterina d’Alessandria s’affaccia su piazza Bellini e su Piazza Pretoria, la piazza che ospita la famosa fontana omonima, tutta in stile barocco. In origine, nel 1554, fu realizzata per ornare il giardino di una villa fiorentina, successivamente venne acquistata dal Senato di Palermo. Arrivò a Palermo smontata in 644 pezzi che furono assemblati in maniera diversa rispetto al modello originale. Le evidenti nudità delle statue destarono scalpore tra i palermitani dell’epoca, i quali battezzarono la piazza con l’epiteto di “Piazza della Vergogna”.
Una tappa imperdibile di Palermo è sicuramente il Palazzo dei Normanni, noto anche come Palazzo reale, la più antica residenza d’Europa nonché sede dell’Assemblea Regionale Siciliana. Palazzo sontuoso ricco di affreschi e mosaici, si caratterizza anch’esso per la sovrapposizione di stili: normano, bizantino, arabo e spagnolo. Anche qui, come nella Chiesa della Martorana, troviamo la cappella palatina. Intitolata a San Pietro apostolo, risale al al 1130 e fu costruita per volere di Ruggiero II. Grande stupore vi susciterà la magnificenza dei mosaici tra i quali spicca, ancora una volta, quello del Cristo Pantocreatore. Gli stalattiti in legno e gli intagli del soffitto risalgono, invece, all’antica e lunga dominazione araba. Il palazzo, però, non è stato solo sede reale ma anche la residenza dei vicerè spagnoli, i quali apportarono numerose modifiche alla struttura. Abbatterono le torri normanne (tranne quella di Pisa ancora visitabile e davvero suggestiva) per creare due cortili esterni e due sale di rappresentanza. Tra queste la più nota è sicuramente la Sala d’Ercole, il cui nome è dovuto ai numerosi affreschi che ritraggono le 12 fatiche dell’eroe greco, realizzati da Velasquez.
Nel crocevia di piazza Vigliena assolutamente imperdibile la straordinaria e complessa concentrazione di chiese e palazzi famosa col nome di Quattro canti. Nei quattro angoli sono presenti, dal basso verso l’altro, tre ordini di statue barocche che rappresentano le quattro stagioni, i tre vicerè spagnoli più Carlo V, più le quattro sante che furono Patrone di Palermo prima di Santa Rosalia.
Ma se amate particolarmente l’arte barocca, allora non potete non recarvi alla Chiesa del Gesù o Casa Professa, la chiesa barocca più importante di Palermo. Situata nel quartiere della Alberghiera, nei pressi del mercato di Ballarò. Attenzione a non lasciarvi ingannare dalla sua facciata esterna che la fa apparire come una chiesa simile a tante altre. Al suo interno è un vero tripudio di decorazioni barocche, un susseguirsi di affreschi, stucchi e ornamenti marmorei che vi lasceranno letteralmente senza fiato.
Ovviamente non impossibile non citare il Teatro Massimo di Palermo, il teatro più grande d’Italia e il terzo più grande d’Europa, con la sua caratteristica sala a ferro di cavallo che ha una capienza di 5000 spettatori, e con il palco reale, all’esterno finemente decorato, con ben 27 posti a sedere. L’esterno del teatro, invece, ha una tipica struttura circolare perché concepito come tempio della musica. E proprio come un tempio appare a chi giunge nella piazza, a cui potrebbe ricordare il Pantheon.
Una bella capatina alla Galleria d’Arte Moderna, vi darà la possibilità di ammirare i dipinti dei pittori siciliani più famosi, quali Francesco Lojacono, Michele Catti, Antonino Leto, Ettore Maria Bergler (nato e Napoli e trasferitosi a Palermo) e niente di meno che il grandissimo Renato Guttuso.
Il Castello della Zisa, iniziato durante il regno di Gugliemo I e terminato nel 1167 durante il regno di Guglielmo II, fu la residenza estiva del re. Il suo nome deriva dall’arabo “al-Aziz” che significa splendido. Ha subito diverse trasformazioni nel corso dei secoli, di cui la più importante è avvenuta nel 1635 che ha conferito agli interni del palazzo uno stile tipicamente barocco. Un’antica leggenda è legata al castello, in particolare a una decorazione pittorica presente al suo interno. Nell’arco d’ingresso della Sala della Fontana sono raffigurate delle figure mitologiche che corrispondono alle divinità dell’Olimpo: Giove, Marte, Nettuno, Venere, Giunone, Mercurio e Plutone. Secondo la tradizione non si tratterebbe di divinità, ma di diavoli che custodiscono delle monete d’oro nascoste all’interno del palazzo. Il tesoro fu lasciato da Azel Comel e El Aziz, che fuggirono a Palermo perché il padre di lei ostacolava il loro amore. Sempre secondo la leggenda, furono proprio i due amanti a far costruire il castello, ma dopo esser venuti a conoscenza che la loro fuga era stata causa del suicidio della madre di El Aziz, morirono entrambi a breve distanza, non prima di aver affidato il loro tesoro alla protezione dei diavoli mediante un incantesimo. Si narra che chiunque voglia contare il numero dei diavoli, non ci riesca a causa del loro continuo rimescolamento.
Per i più intraprendenti si consigliano le Catacombe dei Cappuccini, uno dei luoghi più impressionanti da visitare al mondo, che conserva mummie in perfetto stato di conservazione. La costruzione delle catacombe risale al 1597, quando i frati decisero di realizzare un cimitero sotterraneo più adatto alle loro esigenze. Nel momento di traslare i loro confratelli, sepolti fino ad allora in fosse comuni, si accorsero che 45 corpi erano rimasti intatti, mummificati naturalmente. I frati, allora, decisero di non seppellirli ma di esporli in piedi, nelle nicchie del corridoio. Col passare degli anni le mummie suscitarono sempre più interesse, cosicché i frati decisero di concedere la sepoltura mediante imbalsamazione anche a tutti coloro che fossero in grado di sostenere le spese economiche di tale pratica.
È il giorno che pare di condividere la terra con i fiori, il fiore tenerlo vicino al cuore perché parli. Ognuno beve in alto il suo bicchiere, ognuno è bello e pensa che i corpi sono in mezzo ai fiori, i prati alti sopra ogni cattiva idea del mondo. Nessuna storia toglierà le erbe dalla roccia, un altro cielo non sarà il nostro ma la memoria perché altri vivano e chiedano dopo di noi le nostre stesse cose: com’era per loro che erano tutto innalzati sopra la terra?
Nessuna cultura toglierà le mani alle mani, la pelle ai vestiti. Difendiamo anche nella disputa le nostre vite, ci difendiamo da chi vuole altre cose, si cerca di venire a un patto, di non farci troppo del male.
È partita la VII edizione del Premio letterario per Agnese 2023. Sono on line, sul sito www.sebbenchesiamodonne.com , il nuovo Bando, il Regolamento e la Scheda di partecipazione.
Il Premio si articola in varie Sezioni:
Sezione A – INEDITI DI POESIA
Ogni concorrente partecipa con massimo 3 componimenti di max 30 versi ciascuno.
Sezione B – VOLUME EDITO DI POESIA
Ogni concorrente partecipa con un’opera pubblicata dopo il 1 gennaio 2015, anche autopubblicata
Sezione C – RACCONTAMI UNA STORIA. Racconti e favole per bambini e ragazzi “Giovanna Marchese”
Ogni concorrente partecipa con un racconto di max 5 cartelle di 1.800 battute ciascuna
Sezione D – NARRATIVA EDITA
Ogni concorrente partecipa con un romanzo o un racconto edito dopo il 1 gennaio 2015, anche autopubblicato
Sezione E – VERSI E PAROLE IN CLASSE “Lucio Marino”
Sezione dedicata alle scuole di ogni ordine e grado. La partecipazione a questa Sezione è gratuita.
La quota di partecipazione per ogni Sezione è di € 15,00, tuttavia la partecipazione a più sezioni comporta il versamento di max due quote.
Tutte le quote di partecipazione saranno, come sempre, devolute all’AIRC e alla Fondazione Ricerca Fibrosi Cistica.
La Giuria prevede, inoltre, l’assegnazione del PREMIO SPECIALE LIBERA, all’opera che ha meglio saputo raccontare il percorso delle donne nella conquista dei propri diritti.
PREMI
Per i primi classificati delle Sezioni A-B-C-D e per il Premio Speciale LIBERA € 300,00 + targa
Per la Sezione E € 100,00 in materiale didattico
REGOLAMENTO
Ogni partecipante può concorrere per più Sezioni, versando al massimo due quote di iscrizione.
Le OPERE INEDITE potranno essere inviate in formato elettronico alla mail: sebbenchesiamo@libero.it (2 file, uno anonimo e uno con nome, indirizzo e telefono).
Le OPERE EDITE potranno essere inviate in formato elettronico alla mail: sebbenchesiamo@libero.it .
La SCHEDA DI PARTECIPAZIONE (scaricabile dal sito www.sebbenchesiamodonne.com) dovrà essere compilata da tutti i partecipanti in tutte le sue parti, firmata in modo leggibile e spedita, contestualmente alle opere, via email.
Le MODALITA’ DI PAGAMENTO della quota di partecipazione* sono elencate nella SCHEDA DI PARTECIPAZIONE.
I concorrenti premiati sono tenuti a presenziare alla premiazione; i premi in denaro non riscossi personalmente verranno trattenuti per l’edizione successiva.
Le opere dovranno pervenire entro il 31 ottobre 2023. Le opere della Sezione “Versi e parole in classe – Lucio Marino” dovranno pervenire entro il 30 novembre 2023.
La partecipazione al concorso implica l’accettazione del presente regolamento.
Ai sensi del DLGS 196/2003 e della precedente Legge 675/1996 i partecipanti acconsentono al trattamento, diffusione e ufficializzazione dei dati personali da parte dell’organizzazione o di terzi per lo svolgimento degli adempimenti inerenti il presente premio letterario.
*Le quote di partecipazione saranno devolute all’AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro).
*Le quote di partecipazione per la Sezione C saranno devolute alla Fondazione Ricerca Fibrosi Cistica.
E’ di pochi giorni f ala notizia dell’accoltellamento di una docente di italiano e storia di 51 anni avvenuta nell’istituto di istruzione superiore “Alessandrini” di Abbiate Grasso in provincia di Milano. L’alunno, un ragazzino di 16 anni doveva essere interrogato a storia per recuperare le insufficienze e la docente la prof.ssa Elisabetta Condò, aveva appunto chiamato il ragazzo a sostenere al verifica ma lui si era portato da casa un coltello da caccia del padre e una pistola giocattolo con cui ha minacciato i compagni prima di procedere con l’aggressione alla donna che ha riportato serie ferite all’avambraccio e alla testa. Il ragazzo ora è ricoverato presso il reparto di psichiatria dell’ospedale mentre al docente è stata operata nell’ospedale di Legnano ma non è in pericolo di vita.
Il padre del ragazzo, avvertito dalle forze dell’ordine accorse sul posto dell’aggressione ,ha dichiarato di non essere informato sulla situazione scolastica e comportamentale del figlio ma resta da chiarire come sia possibile, dato che il ragazzo aveva più di una nota disciplinare a suo carico e che , grazie ad un codice fornito dalla scuola ,ciascun genitore può verificare i voti del figlio riportati nel registro elettronico.
A destare preoccupazione è comunque la sempre maggiore reattività da parte degli adolescenti a qualunque divieto o regola da seguire e alla violenza che mostrano nei confronti dell’ambiente e delle persone. Non a caso episodi di bullismo e di teppismo organizzati in veri e propri raid sono all’ordine del giorno.
I rimedi
La sottosegretaria” all’Istruzione e al merito” Paola Frassinetti dichiara che bisogna far acquisire maggiore autorevolezza ai docenti e punire severamente gli studenti che compiono gravi atti di violenza e di sopraffazione . Purtroppo il ruolo educativo delle famiglia è spesso demandato alla sola scuola che non può sopperire a carenze istituzionali e formative della famiglia se non ha strumenti correttivi validi : la semplice nota negativa non ha efficacia se non è supportata dalla famiglia e da punizioni educative che insegnino ,come nel passato, che ad ogni azione corrisponde un effetto.
Il ministro dell’Istruzione Valditara prevede la figura di uno psicologo operante nella scuola ,affinchè ragazzi in difficoltà vengano sostenuti e guidati. Purtroppo forse non si tiene conto che quando lo psicologo c’è (e parlo di esperienza diretta) il ragazzo problematico non sempre è cooperante o disponibile ad andare alle sedute e certi atteggiamenti, se restano senza conseguenze disciplinari, rischiano altresì di diventare motivo di vanto se non addirittura di emulazione da parte dei più fragili che vedono nel ribelle un leader .