a uno a uno i minuti ti consegnano il
loro pensiero
quello che le parole
non ti danno
ma tu facevi goal sempre
fuori dal significato

a uno a uno i minuti ti consegnano il
loro pensiero
quello che le parole
non ti danno
ma tu facevi goal sempre
fuori dal significato

per il rotto della cuffia
riuscivo a ripescarmi dentro armature da battaglia
in tornei a colori vivaci
dov’è strada
graffiate i piedi:
chi sta al galoppo, lancia in resta,
volteggia sul nonsuo
per infilzarlo
ferraglia stravagante il suo
senza ironia
secco promemoria per i fulmini delle mani
che se la facevano con i tuoni dei piedi
durante il palio
una propensione per i quadri di Pollock

Vorrei abitare
luoghi amati.
Sono
nel pullman che va al mio
compleanno
Non è per caso
che una suola si logora
nel camminare l’amore:
la scarpa rimane sempre nuova.
Dove sono stata,
tutto è fermo e provvisorio
insieme
lì mi sono lasciata per ritrovarmi
Conosco i bar con il caffè fumante
i panifici col pane fragrante
i giardini fangosi dopo la pioggia,
la persiana che non chiude bene,
i modi audaci
della gonna gialla, corta
il metrò su cui viaggia
ora lenta ora veloce la memoria
e dice insieme
“scendo qui”, “possiamo andare”.
strana sensazione:
pienezza e insoddisfazione.
vivere nel ritorno e continuare
ad andare,
perché
ogni volta è la prima e l’unica
all’amore.

Abito solo gesti e parole
L’ anima
cos’è la mia anima?
Tu attendi su tegole rosse quella
nuvola impensierita
per rivoltarla come tasche vuote
e fai allungare su di me l’abisso
Tu ultimo margine
di me

Lo guardo e taccio.
Mi guarda e tace
l’oleandro rosso.
Non ha minuti nel suo orologio.
La sua forma ricama
il cavo della mia mano.
Non ha altro suono
che il mio respiro
inesorabile.
Silenzio. Immobile.
Geometrie discrete,
continue io e lui.
Solo frazioni di secondi.
Piccolo infinito.
E’ furioso con me stamane,
sa che devo partire
non potrò più vederlo
né all’alba
né al tramonto.
Non vuol lasciarmi andare,
ha bisogno del mio sguardo
in tralice.
Ma forse non è poi
così importante la sua opinione.
Lascerò detto che lo cambino di vaso
quando me ne sarò andata.
Lo cambino.
Un cambio,
qualcosa cambia…
me
Domani deponetelo
su di me.
mani in tasca
altera
tra i detriti dei suoi dormitori
un’ ombra
resisteva al vento
senza andare né qui né là
non era sola
fu allora: mi accorsi
che ti batteva
il cuore!

E fuggivo da te
rubavi voce agli uccelli
non erano le cinque della sera
e le lucciole levavano stonate
un coro muto.
Che demonio
hai scatenato
col tuo gesto perduto,
trucidata la mia eternità
ogni nervo hai appeso a un
chiodo capovolto
terrorizzandolo di gioia
di ogni poro hai fatto ruga azzurra .
Quel demone furioso conserva
in un reliquiario
l’aria vana della felicità slacciata
che mi desti
e non si volta
fugge per le scale del mio
ventaglio,
canta piega su piega
getta altrove il mantello.
Ogni me hai messo a nudo
sotto un’obliqua pioggia
come l’estrema delle terre
che hai avvistate.
e tu continui a non sapere
e io so che
se sapessi
lo rifaresti
ancora e ancora
tu non conosci mai

“ed egli avea del cul fatto trombetta”
Inferno XXI 139
non si riavvolge
la bobina
la stanchezza tradisce
la bellezza di un inizio
il mio intervallo
saluta il tuo
se rientro in me stessa,
poi…
… da dove uscirò?

pazzesco
quattro bufere fa
uno che aveva preso impegni seri
col suo silenzio
aveva osato gettarla
come osso al cane
… e impazziva il vento
in un giro di abbandoni
tra le foglie
nessun indirizzo sulla busta
nessun destinatario, ne’ mittente
e dentro
forse
a non scalfire i silenzi
nessuna parola
l’ ultimo
quattro stelle cadenti fa
la carcassa di un pensiero
galleggiava in uno spruzzo
d’acqua:
accendeva un ultimo rigagnolo
d’idea
la ragazza guardava
la gonna incuneata tra
le cosce
ma chi può dire
vedesse?
teneva la carcassa tra le mani
insieme alla lettera
ma chi può dirne le mani?
gesto
non si tengono carcasse di pensieri
tra le mani
ne’ lettere che
non scalfiscono silenzi
la ragazza
aveva qualcosa che somigliava
ai miei tratti
quelli essenziali che non ricordo
mai
… e penzolava
il tempo
e la vecchia della
porta accanto
che non aveva voluto
salutarla
la braccava inquietante dal
girello
offrile la brioche calda!

“Contro di te, contro te solo ho peccato”
dal salmo 50
lascia che il suo odore venga meno
sul materasso e
sul cuscino intatto!
il perdono risana
o strizza l’ innocenza?
E tu, che te ne fai?
Infischiatene!
lascia che accada l’assenza
e in me ne muoia
inquadrala nell’ultima danza
non soccorrerla:
nell’inquadratura la bestia
morde e ride
dita di fumo intride
la stanza insensata non ruota
intorno a noi e
nell’armadio la tuta si rifiuta
alla gruccia
scivola per terra ostinata
come una
vecchia abitudine
deformata dal tempo e dagli dei
il perdono, mestiere di notte,
non dà senso
a un’invasione di spazi vuoti
non è una bambola
è uno scoiattolo
murato vivo

“Non sospirare quando ti fai il letto
ai tuoi sogni potrebbe mescolarsi
il sudore dei morti“,
N. Sachs, “A voi che costruite la nuova casa” da “Nelle dimore della morte”, ora in “Poesie”, Einaudi 2022
————
una donna, di antichi misteri
incappucciata,
intona nenie
senza trama
e scende cantilene
dondolando
mentre fugge
il sudore dei morti,
la fata Attraverso
l’accompagna
lungo un muro che il mondo
respira,
sbirciando ogni tanto tra
i chiavistelli
nel fondo del baule
il suo sudario
sopravvive a se stesso
l’amore?

Ho sognato che un mio vecchio ombrello
quello azzurro, rotto, e poverello
sbucciava piangendo mezza cipolla
in una stanza con pareti a molla
Il mio occhio destro girava per la testa
era allegro e pronto a far gran festa
Quello sinistro era nel forno
e non finiva di guardarsi attorno
Un braccio stava al posto di una gamba
stava storto, a ballare la samba
L’altro pietoso lo rifocillava
tra le mani mettendogli una clava
Le lunghe gambe poi non ne parliamo
avevano saltato il corrimano
facevan da lancette a un orologio
puntando verso Ambrogio, il cane mogio
Sulla bocca c’era il solito orecchio
beveva il suon prima che fosse vecchio
L’ altro non sapeva dove andare
Cercava un pianoforte da suonare
Di nasi non ne avevo più uno solo
erano tre, pronti a spiccare il volo
per… non sapevano bene quale meta
volevano odorare della feta
C’era qualcosa da riordinare
In questo tutto un po’ particolare?
Oppure se tutto era già al suo posto
non c’era nulla da mandare arrosto?

“a volte la tenerezza che ti viene offerta sembra
solo la conferma
che sei stato rovinato
Ocean Vuong, “Brevemente risplendiamo sulla terra“
tremenda cripta
te accadde di far vera
a te rassomigliarono i piedi
che sul fango
avvertisti
rimpatriati
e la lingua vide
dileggiati
nell’imboscata tesa da un arcipelago di
“accadrà presto”:
zattere di tronchi
trascinate sul fiume
come anguille
di intimo orrore;
fuggitiva
ansia di plasmare
l’apocalisse con
i doni che le abbiamo
presentato
pestando il frastuono della fine

“Chi consegnerà il messaggio non avrà identità. Non sarà oppressore”
R. Char, Erbe aromatiche cacciatrici in “La dimora del tempo sospeso, Quaderni di traduzioni LXXXII”, trad. di Francesco Marotta
——–
e tu conta
il numero delle volte
che sfuggo alla parola,
una geografia che conosco
il corpo:
ha fame
di queste fughe
in qualche luogo la parola
ha lasciato un
pezzo del braccio
in qualche altro
il piede
si incontrano i luoghi
di uso quotidiano, basta aprire
le porte di casa
poi si nascondono
gli uni negli altri
non vogliono farmi sapere
dove ho lasciato
il cordone ombelicale
stampato in
più copie
sanno che
cerco la fuga
dalla mia favola,
l’indipendenza dall’identità
ora tu porti in dote
la fuga

“I miei misteri, penzolano
all’aperto in terrificata preoccupazione”
(A. Rosselli, “preferiresti vedermi friggere nella minestra?”
da Sonno).
sono poliglotti i silenzi
parlano molte lingue
e ignorano
i segreti del mestiere
mai visto un silenzio che
stia zitto!
non sapevo fossero
autobiografici:
come in una tirannica alchimia
resta di noi alla fine qualcosa
da tacere

“Da dove venivano? Dal luogo più vicino. Dove andavano?
Si sa forse dove si va?” (D. Diderot, “Jacques le fataliste“)*
“C’era una volta”:
un inizio che
non voglio schivare
c’ero
quella volta
anche se non sapevo
cosa fare
anche se non sapevo
dove andare
Ma chi sa dove va?
Cercavo il mio
mutamento
quello che non appartiene
al sogno
né alla casa dai muri grigi
chi mi avrebbe
narrato con certe
parole
nella vita degli altri?
lui, il narratore sudato di
una trasmissione di
esperienze
di consigli pratici
e volti familiari!
e lui dormiva di buon’ora
mi svegliava
di buon’ora
tra mercanti di ricordi
come le lenzuola
veniva dal luogo
più vicino
e ricominciava:
“c’era una volta”
*”D’où venaient-ils ? Du lieu le plus prochain. Où allaient-ils ?
Est-ce que l’on sait où l’on va ?”

sapevo poco delle
mie adiacenze
mi coglievo di sorpresa dentro
il giaccone nero
la cerniera inceppata
su una mollica di pane
dalla crosta spezzata
mi coglievo di sorpresa
a raccogliere
tutto
quel pane ferito

messi in tasca
gli scenari rabbiosi
venderò le mie labbra
alle bambole
la loro cera pronta
a sciogliersi
alle luci dell’alba
è fresco,
non mi va di pensare
nel dormitorio di noi stessi
sul divano macchiato
con le molle rotte
e la dentiera di altra bocca
per masticare nuove litanie
nel vicolo
lascio a bocca aperta il grido
in assenza di gola

afferrami nell’offerta che
tu solo
di me
puoi fare a te
adatta a trasognare
solo dentro un particolare

“Non cercare alle mie labbra la tua bocca”
P. Celan, Papavero e memoria”: Cristalli
“Ora l’ultima
parola che vi guardò
dovrà restare sola con se stessa
P. Celan, “La Rosa di nessuno”: stretto guancia a guancia
——-
E tu venivi
senza fretta
insegnavi alla mia fronte
la ruga
camminavamo insieme
la strada
che avevamo percorso
da soli
tutto tenevamo
negli occhi
il tuo verso tiepido
e la rosa
parlavi in piena luce alla mia bocca
baciavi il si e il no
l’ultima
parola che ci ha guardato
deve ora restare
da sola
L. T. Debitum

non metterò divieti, non censurerò il silenzio
censurerò me nel mio
morire inattuale
e cieco
sotto il mio albero non viene
più nessuno
a nessuno giova
la vita che c’è dietro
io che non sono
scivolo via
sorge un’ombra come
un’alba di pianto
io non so a chi donarmi

-non temere -dici- l’imbroglio è tale
solo se qualcuno sa la verità:
l’uno di fronte all’altro
-ma la verità m’ha saltata;
solo imbroglio
non
altro
-pure qualcuno ha
amato

sono fatta di carne
di carne e luce
sono fatta di carne luce e acqua di luce
spenta
chi ha lasciato spezzare
la mia luce?
dov’è il pubblico
per la mia febbre incredula
per il sipario abbassato?
la notte ha figura
in disuso
chi ha reso stolta
la fiammella?

Un’inventario
tese un’obolo a un nome
ma non lo elencò:
e lui
fece finta di niente.
Ancora caldo
avvolto tra gli asciugamani
-svelto!-
affondalo nella sabbia
mischialo ai semi di tamarindo
a quelli delle palme:
forse germoglierà,
una verità
che nessuno ancora sa

Se mi cerco è te che trovo
nudo è il seno
quando
ti contempla:
io e i tuoi occhi
viviamo di gelosia

cosa dare oggi
a chi non chiede
dove crescono insieme
il si e il no?
un piccolo sguardo
un sorriso in controluce
tra sogni incrociati
chi, se non tu e il
balbuziente amore?
ora l’ultimo sguardo
che mi vide,
chiuderà le mie palpebre
in un bacio

“Il mondo non c’è più, io debbo reggerti”
P. Celan, Svolta del respiro: “Grande, infocata volta”
C’è una pelle
una sostanza opaca
ora secca ora sudata
e una realtà che
ti ci ha sbalzato contro
ma è del tutto irrilevante:
non eri lì
tu non eri lì
eri nel pugno di mosche di
un nome dimenticato come una briciola
in un tascapane
tu non eri
eri quella che non c’era
un assolo
e poi…
il continuum sghignazza
– è finita la puntata–
com’è lontano
?in un’altra identità?
quel diapason in cui ti eri infilata
per farti spazio e percorso
per non andar via
per incontrarti, per incontrarvi
–in quale delle puntate precedenti?-
tu: quell’istante che non
basti a vivere!

ho lasciato la vita
ai piedi del letto
senza appoggio o
conforto
come una piccola chiesa
d’abbandono
quasi sempre
chiusa

“la morte assomiglia ad ogni uomo più ancora della vita”
C. Campo, da Lettere ad A. Pizarnik, 25 luglio 65
guardare con occhi
chiusi in gabbia
dove maestro è il mistero
e la luce fioca presagio
costruire verdi coscienze
e metamorfosi
un peccare stupito
da ritagli di giornale
poi chiodi d’anima
su fake news
strani punti di slancio
per la raccolta degli esausti
tra un fuggire e
un tornare
e poi lasciami la nostra marmellata
e quei brandelli di morsi:
ha bisogno di una morte
che le somigli
lasciami il gesto
dove trovo le tue mani,
lì volano a precipizio i miei
fianchi
con un’allegra voglia di
pozzo senza fondo:
ho bisogno di una
morte che mi somigli

era nell’aria il terremoto
lo avevo avvertito
a temperatura ambiente
nel sentirmi fandonia senza patria
ne’ mandibola:
quando tuo spazio è
un sottoscala d’anima
il corpo guida l’orizzonte
solo con l’aguzzio dello sguardo
stridono cerniere nel cuore
al non senso del dire
dentro
la cassapanca
delle ragnatele fui accolta
come una di loro
mai visto un cavolo a merenda parlante?
non dissi nulla!
