“Chi consegnerà il messaggio non avrà identità. Non sarà oppressore” R. Char, Erbe aromatiche cacciatrici in “La dimora del tempo sospeso, Quaderni di traduzioni LXXXII”, trad. di Francesco Marotta
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e tu conta il numero delle volte che sfuggo alla parola, una geografia che conosco il corpo: ha fame di queste fughe
in qualche luogo la parola ha lasciato un pezzo del braccio in qualche altro il piede
si incontrano i luoghi di uso quotidiano, basta aprire le porte di casa poi si nascondono gli uni negli altri
non vogliono farmi sapere dove ho lasciato il cordone ombelicale stampato in più copie
sanno che cerco la fuga dalla mia favola, l’indipendenza dall’identità
messi in tasca gli scenari rabbiosi venderò le mie labbra alle bambole la loro cera pronta a sciogliersi
alle luci dell’alba è fresco, non mi va di pensare nel dormitorio di noi stessi sul divano macchiato con le molle rotte e la dentiera di altra bocca per masticare nuove litanie
nel vicolo lascio a bocca aperta il grido in assenza di gola
Qui tra i muri è freddo la rabbia non ha più nulla di sexy né toast da offrire Come in un quadro di Max Ernst gira gente che ha scambiato la scarpa della madre per la sciarpa e se l’è appesa al collo: vanno tutti in cerca della propria pazzia la coscienza non abita più la parola
“Il mondo non c’è più, io debbo reggerti” P. Celan, Svolta del respiro: “Grande, infocata volta”
C’è una pelle una sostanza opaca ora secca ora sudata e una realtà che ti ci ha sbalzato contro
ma è del tutto irrilevante: non eri lì tu non eri lì
eri nel pugno di mosche di un nome dimenticato come una briciola in un tascapane
tu non eri eri quella che non c’era un assolo
e poi… il continuum sghignazza
– è finita la puntata–
com’è lontano ?in un’altra identità? quel diapason in cui ti eri infilata per farti spazio e percorso per non andar via per incontrarti, per incontrarvi
a farsi guardare il suo occhio rapido e triste lancia reti che compiono gli anni ogni giorno un singhiozzo sporge il capo dalla tana scaglia un pugno contando i dadi che stringe poi subito rientra
e quella crisi adolescenziale solo un’emicrania della speranza
Vi ho amati? Male forse, ma eravate miei! ogni oggi forse ho sbagliato con voi eravamo gli inizi
Passavamo insieme le ore, i giorni ci assaggiavamo cannibali come cibo per la nostra carne. eravamo gli inizi
soffrivamo insieme le lacrime, i dolori la strana voglia di farla finita e la sua gemella: quella di di continuare con almeno qualcuno di me eravamo gli inizi
In attesa di chi? Di noi certo, ma di noi nuovi facevamo dei cenni tracce di roccia tra la bocca e il cuore
E siamo ancora in attesa l’uno con l’altro l’uno per l’altro della nostra novità di quell’inizio che eravamo
L’ andare via ha sempre un ritornare va sù, poi giù disegna come un cerchio magico che non si chiude mai.
La storia dell’ amore forse, non ci ha toccati. Ma io vi ho amati.
È ancora libero questo posto? Posso sedermi? Sono in viaggio da un bel po’. Le mie scarpe hanno sottratto alla ghiaia l’epos della strada all’asfalto il suo sospiro oleoso. Ho preso sempre strade che avevano tracciato altri, ogni pietra un ricordo di precedenti viandanti. Ho sentito il freddo e il calore non conquistabile, riconosciuto la sfortuna degli occhi brillanti. L’amore non mi ha trattenuto. E il dolore mi correva accanto e non voleva sorpassi. Canzoni ho ascoltato anche prose, mai sono inciampato su una rima. Ho incontrato gente che aveva risolto il problema della morte, altra che credeva ancora all’immortalità. Ciò che i miei predecessori hanno lasciato cadere l’ho raccolto, ecco perché il mio zaino è così pesante. Ora che mi riavvicino all’inizio, i miei piedi non ce la fanno. Sono stanco, non ci vedo quasi più, il viaggio mi è costato gli occhi. Se lei permette, prendo un pezzo di pane e un po’ di vino. Grazie. Adesso mi sento quasi come a casa.
Da Poco prima del temporale in Il coro del mondo. Poesie 2001-2010 a cura di Anna Maria Carpi
2) VECCHIA CASA DI LEGNO
per Hans Bender
La casa non è adatta alla finzione. Sta in ascolto di se stessa, lo scricchiolio nella parete non la fa sobbalzare. Soltanto la polvere le fa alzare la voce. Nel villaggio risiedono dei morti, ricevono la posta, a consegnarla è un gatto cieco. L’uomo cui una volta apparteneva la casa ha scritto un libro: L’arte di catturare un topo con un occhiata. Un libro su tutto ciò che nella vita non c’è.
da Spostare l’ora, traduzione postazione di Anna Maria Carpi
3) (Senza titolo)
Si é annunciato un amico, vuole restare sino alla fine dell’anno. Cognome di una sillaba e il nome lo tace, probabile ne abbia un buon motivo. Un tipo di poche parole, non dice nulla in più, non si muove per tutto il giorno e vuole parlare coi morti. Ogni tanto tiene in braccio il gatto e gli conta le costole. Lo chiama Frida, e il resto non si capisce
da Spostare l’ora, cit.
4) (Senza titolo)
Molto lontano sull’orizzonte un ospite, troppo piccolo per la storia del mondo, troppo poco dotato per resistere alla pressione del cielo. Veglia. Tenta di delimitare l’illimitato: con libri che il grande Iniziato* invia. La mimesi della natura mostra incrinature, troppo teologica suona la contraddizione: ordine anziché bramosia. Egli deve pulire la soglia che porta al sapere, domare la fame; trascina a fatica il vecchio nel nuovo, e solo lo sguardo pio rivela il ladro.
*Nella mistica, l’illuminato da Dio e dal demonio
Da Idilli e Illusioni, in Di notte tra gli alberi a cura di Luigi Forte
5) SUITE PER VIOLONCELLO
Dalla finestra vedo arrivare il treno un insetto rugginoso con occhi spalancati. Con quale leggerezza trasporta le bare per la valle assolata! Ventuno, ventidue… Sono piene o vuote? Ora fischiando emette vapore che avanza leggero verso di me come un messaggio indistinto. Alzo il volume della radio, una suite per violoncello, sullo sfondo il respiro affannoso del musicista, chiaramente percepibile.
Da Previsioni del tempo, in Di notte tra gli alberi, cit.
Michael Krüger, sassone, è nato a Wittgendorf nel 1943, è cresciuto a Berlino e attualmente risiede a Monaco. Ha diretto dal 1968 al 2013 la casa editrice Hanser e la rivista «Akzente». Poeta e romanziere, in Italia ha pubblicato le raccolte Di notte tra gli alberi (2002), Poco primadel temporale (2005) e Il coro del mondo (2010). Fra le traduzioni italiane delle sue opere ricordiamo Perché Pechino (1987), La fine del romanzo (1994), Il ritornodi Himmelfarb (1995), La violoncellista (2002) e La commedia torinese (2007).
“…la voce smette di somigliare alle parole” P.S.Dolci, Alfa Lyrae, I, da “I processi di ingrandimento delle immagini. Per un’antologia di poeti scomparsi”
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la voce mi tiene a bada per impedirmi di mordermi dura o sfilacciata che sia
mutua la parola con il gioco dei fili di voce? non so:
ho scritto al Van Gohg di Artaud, seduto in piazza su una vecchia panchina mi ha risposto di cambiare matita, questioni di grafia? era in bilico sulla panca scassata della società
ho raccontato Celan uomo di terra e sogni può capitargli di tutto Inbegorg teme per lui ogni corrente: pare dimentichi ovunque il fasciacollo
ho invitato un’ insonne Anne Sexton allo studio di Freud perché lo psicanalizzasse sdraiata sul lettino ma appena l’ha vista lui voleva altro da lei
una notizia: leggere poesie ad alta voce efficace rimedio contro il mal di gola
E poi ci sarà un giorno come ci fu un momento in cui avrà senso che sia rimasta qui Chi ha inventato questo ventre che mi si svuota dentro? Parlavo una lingua sconosciuta per non far finire mai il momento bello
Ma tu non sei il mio eroe
non erano per me quelle prodezze che facevano sentire nuda la carne non erano carezze. Dov’è ora il mio eroe? Quanto è lunga la via che non c’è!
Hai fatto visita ai sogni degli amici hai frugato la linea di ogni mano Vieni a vederla, ora affrettati Basta un attimo a percorrerla, un palmo ad acciuffarla.
Questi avanzi di stupore nei miei panieri notturni pieni d’acqua basteranno a saziare la fame dell’ eroe.
Pende dal viso uno sguardo che lascia il corpo e corre lungo il mare
Come nella favola, tingerò i capelli del colore del tempo e indosserò il vestito che un ragno ha intessuto.
Prenderò la borsa del mendicante sotto casa. È sdrucita, bucata e vuota adatta proprio alla mia rabbia boia: ogni tanto parlano insieme.
Indosserò una calza strappata a chi, con l’arma in mano, nasconde il proprio viso agli occhi di chi ha ucciso.
Quella della befana non mi sta affatto bene, c’è carbone o ricchezza, ma ben poca franchezza.
Restano le scarpe, salvezza di chi fugge dallo schifo. Devono aver le ali della bricconeria, che ogni giorno, dalle sei del mattino, è sempre a casa mia.
Cari signori, é pronta adesso dell’ io l’ acconciatura per il fatidico Nobel della fregatura.