Federico ha deciso di prendersi un periodo di riposo dal suo estenuante lavoro d’agente segreto, o per meglio dire di vera e propria spia, che svolge alla DIA.
E’ stanchissimo di dover intraprendere missioni pericolose, anche se molto ben retribuite ….e poi quel continuo “giramondo” che non dà tregua, è stressantissimo.
Ebbene si, ogni tanto rilassarsi fa bene, riposare e vivere l’andare di vita, da un’ottica completamente diversa.
La compagna di Federico (Penelope) è una bella ragazza, che svolge il lavoro di interprete, presso l’aeroporto di Malpensa, ed è felicissima che “il suo uomo” abbia deciso di dedicarle maggior tempo e attenzione.
In una calda sera d’agosto, i due si trovano in un elegante ristorante alla moda, gustando un piatto tipico del locale, quando improvvisamente, un losco individuo, si avvicina, al loro tavolo, intimando di seguirlo con la minaccia d’un’arma.
Presi alla sprovvista, i due fidanzati, si vedono costretti ad ubbidire a quell’insulso ordine che li conduce, poi, all’interno d’un autovettura, che sfreccia a tutta velocità.
Si ritrovano storditi, e imbavagliati in uno scantinato semibuio. Un tavolo vicino a loro, con una brocca d’acqua irraggiungibile, aumenta la loro sete.
Federico fa di tutto per tranquillizzare, con sguardi e qualche mormorio, la ragazza, visibilmente impaurita dall’imprevista situazione che li ha coinvolti.
L’uomo suppone, che alla base del loro rapimento, vi sia una futura contrattazione per un evolutissimo computer, in grado di percepire anticipatamente lo sviluppo, nel corpo umano, di qualsiasi malattia o virus.
Federico, a un tratto, sente lo scandire di passi e cerca di far rumore, battendo con forza i piedi in terra ed ecco introdursi, da una minuscola grata, una piccola mano.
Il nostro protagonista cerca di fare ancora più rumore, e gli appare lo sguardo
d’un bambino. Con tutta la sua disperazione, l’uomo, prova a mostrare di essere legato, e cerca di avvicinarsi alla sua compagna, per far capire al piccolo, che sono in due ad essere prigionieri.
Trascorre qualche altro giorno, ma non succede nulla e la speranza che il bambino possa aver dato un qualsiasi allarme, vanifica nel nulla.
La fortuna sembra girare dalla parte dei nostri prigionieri, infatti Federico sente un rumore greve sul pavimento….è un coltello precipitato dallo spiraglio da cui entra anche la luce del giorno. Velocissimo, l’uomo, fa di tutto per afferrarlo, e dopo qualche sforzo, andato a male, riesce nel suo faticoso intento.
Riesce a liberare sé stesso, e la sua compagna, e dopo aver segato i perni della grata, quasi consumata della finestra, riesce a penetrarvi e a sgattaiolare all’aria aperta.
I due fuggono all’impazzata, senza rendersi ne anche conto, della località in cui si trovano, ma nei pressi trovano un taxi e dànno le indicazioni per tornare a casa.
Il conducente dell’auto, purtroppo, sembra avere altre intenzioni…infatti, minacciandoli, con un’arma, intima loro di scendere, e li conduce in un seminterrato.
Appare loro un tipo poco raccomandabile, che interroga Federico sull’esistenza,
di quel certo server, in grado di captare in anticipo l’esistenza di malattia e dove
esso sia reperibile. Inaspettatamente Penelope spruzza lo spray al peperoncino
sui due uomini, che, storditi cadono a terra, e nostri prigionieri riescono ancora
a darsi alla fuga.
Finalmente dopo le varie peripezie la coppia riesce a raggiungere l’abitazione
di Federico, che stanchissimo invita la compagna, a riposare, dopo le spiacevoli
disavventure.
Il mattino seguente, il nostro agente segreto, sbigottito, non trova la presenza
di Penelope, e dopo averla cercata per l’intero appartamento, nota che è stata
aperta la cassaforte, contenente i carteggi segreti sulla costituzione del
nuovo server sulle malattie.
Furioso si reca a casa della donna, ma di lei non vi sono tracce. D’istinto si reca
all’aeroporto per vedere se Penelope, è in attesa di prendere un volo, e fuggire
verso la Russia che la ripagherà profumatamente in cambio dei preziosi dati.
Alle informazioni dell’aeroporto gli viene comunicato che la donna ha preso un
volo per Pietroburgo qualche ora prima…
Purtroppo gli studiosi, e i tecnici, si vedranno costretti e rielaborare completamente i presupposti, e tutti gli elementi relativi alla costruzione di quella sofisticata macchina, perché l’aereo, ove viaggiava Penelope, è stato vittima di un attentato ed è precipitato nell’oceano.
@Silvia De Angelis
Le catacombe sono delle gallerie sotterranee che furono utilizzate per vari secoli come luoghi di sepoltura. Tali costruzioni iniziarono a edificarsi a partire dalII secolo fino al V secolo, per accogliere al suo interno le salme di pagani, ebrei e dei primi cristiani.
La storia delle catacombe
I cristiani non apprezzavano la tradizione pagana di cremare i corpi dei defunti e, pertanto, per risolvere il problema della mancanza di spazio e l’alto costo della terra, decisero di creare questi vasti cimiteri sotterranei. Le catacombe disponevano di numerosissime gallerie sotterranee,che formano autentici labirinti, lunghi vari chilometri,con varie file di nicchie rettangolari. I cadaveri, avvolti nelle lenzuola, venivano adagiati nelle loro nicchie, che successivamente si chiudevano con lapidi di marmo o, più spesso, con l’argilla. Sulla lastra si incideva il nome del defunto, accompagnato da un simbolo cristiano. La legge romana dell’epoca proibiva la sepoltura in città e perciò tutte le catacombe erano costruite al di fuori della Urbe. Questi luoghi isolati e nascosti divennero il rifugio perfetto in cui i cristiani potevano seppellire i loro cari, utilizzando liberamente i propri simboli religiosi.
La fine delle persecuzioni
Con la firma dell’Editto di Milano (noto anche come l’Editto di Costantino) nel 313 terminò la persecuzione dei cristiani e, di conseguenza, si iniziò ad acquisire terreni per la costruzione di chiese, senza temere che tali proprietà fossero confiscate. Malgrado ciò, le catacombe continuarono ad utilizzarsi come cimiteri fino al V secolo. Durante le invasioni barbariche del VIII secolo, le catacombe soffrirono continui saccheggi e i papi decisero di trasferire le reliquie sopravvissute nelle chiese della città. Successivamente, alcune catacombe furono completamente abbandonate e caddero nell’oblioper vari secoli.
A Roma ci sono più di sessanta catacombe, con cento chilometri di gallerie sotterranee, dove si trovano numerosissime tombe. Attualmente ne sono aperte al aperte al pubblico soltanto cinque:
Catacombe di San Sebastiano (Via Appia Antica, 136): Lunghe 12 chilometri, queste catacombe prendono nome da San Sebastiano, un soldato che divenne martire per essersi convertito al Cristianesimo. Insieme a quelle di San Callisto, sono le migliori catacombe che si possono visitare al giorno d’oggi. Aperte dal lunedì al sabato, dalle 9:00 alle 12:00 e dalle 14:00 alle 17:00.
Catacombe di San Callisto (Via Appia Antica, 126): Con una rete di gallerie lunghe più di 20 chilometri, le tombe di San Callisto furono il luogo di sepoltura di 16 pontefici e di decine di martiri cristiani. Aperte dla giovedì al martedì, dalle 9:00 alle 12:00 e dalle 14:00 alle 17:00.
Catacombe di Priscilla (Via Salaria, 430): Conservano alcuni affreschi molto importanti per la storia dell’arte, come le prime raffigurazioni della Vergine Maria. Aperte dal martedì alla domenica, dalle 9:00 alle 12:00 e dalle 14:00 alle 17:00.
Catacombe di Domitilla (Via delle Sette Chiese, 280): Scoperte nel 1593, queste catacombe di oltre 15 chilometri prendono il nome dalla nipote di Vespasiano. Aperte dal mercoledì al lunedì, dalle ore 9:00 alle 12:00 e dalle 14:00 alle 17:00.
Catacombe di Sant’Agnese (Via Nomentana, 349): Sant’Agnese, una martire cristiana, fu sepolta in queste catacombe che successivamente presero il suo nome. Aperte dalle ore 9:00 alle 12:00 e dalle 16:00 alle 18:00; chiuse la domenica mattina e il lunedì pomeriggio.
Raggiungere le catacombe
Vi sono diversi modi di arrivare alle catacombe:
Tour: prenotare una visita guidata è la maniera più facile di raggiungere e visitare le catacombe e i monumenti della Via Appia.
Autobus pubblico: anche se è il modo più economico di arrivare, perderete molto tempo per raggiungere le catacombe. Le linee 118 e 218 portano fino a San Calisto e a San Sebastiano, e le linee 218 e 716 fino a Domitilla.
Taxi: il prezzo del tragitto e la difficoltà di trovare un taxi per tornare a Roma, lo rendono un mezzo poco conveniente.
Passeggiare all’interno di Roma
Le catacombe romane sono una visita più che speciale, in cui si possono vedere i resti funerari in sepolture costruite molti secoli fa. È interessante percorrere gli oscuri e umidi corridoi, dove ci sono, oltre alle nicchie, alcune iscrizioni con i nomi dei defunti. Nelle catacombe si trovano vari spazi preposti ad accogliere i più piccoli, per l’alta mortalità infantile dell’epoca, ma anche alcune grandifosse per seppellire intere famiglie. Nella visita guidata, inclusa nel prezzo del biglietto, una guida vi racconterà dati interessanti sulle catacombe e sull’epoca in cui si costruirono ed utilizzarono.(WEB)
Quando si esce, nel pomeriggio assale un forte senso di desolazione, in
quanto, a meno che, non si transiti per vie costellate di svariati negozi, negli altri percorsi della città, vige un quasi deserto.
Ciò accade anche nel sabato pomeriggio, quando la maggior parte delle
persone non è impegnata lavorativamente.
Possibile che siano tutti solo su internet e il desiderio di una sana passeggiata in una bella giornata d’autunno, non assalga più nessuno?
Mi chiedo spesso dove siano tutti….e quei pochi che circolano sono tutti in compagnia del loro “quattrozampe”, malvestiti e distratti, in attesa che il loro amico strattoni fortemente il guinzaglio , verso la direzione di casa.
In compenso i centri commerciali sono diventati il ritrovo di famiglie, single e tutto il resto della popolazione, che si rifugia in quei mega mercati, cercando di dimenticare, per qualche ora, tutti i disagi della vita…
Un quadrupede in parte misterioso, e dal fascino incredibile, per lo sguardo ammaliante e lo sgattaiolare sinuoso, imprevisto e inafferrabile.
Questi meravigliosi felini dal manto variegato, hanno un rapporto particolare con l’uomo : a volte scontrosi e lontani, altre vicinissimi e vogliosi di coccole e “grattini” sul capo.
La curiosità è parte integrante di questi animali, che amano scrutare l’ambiente che li circonda e captarne ogni rumore e sfumatura.
Cacciatori incredibili di piccole prede, fanno dei balzi enormi per catturarle, anche se poi in realtà non se ne alimentano.
L’indipendenza è una caratteristica del gatto, infatti se non è rilegato in piccoli ambienti casalinghi, girovaga nelle ore del giorno, ma più nella notte per il suo istinto selvatico della caccia.
Con la luce, gli occhi di questi splendidi animali, sono semichiusi, per raggiungere col buio una incredibile rotondità e grandezza, che mette in rilievo la lucentezza del loro sguardo.
Ogni gatto ha una personalità ben precisa, che lo distingue dal coetaneo….alcuni hanno un istinto più aggressivo, e selvaggio, altri un carattere più mansueto e accondiscendente..in ogni caso questi esemplari sono un’ottima compagnia, soprattutto, per chi è solo, ed ha bisogno di dedicare il proprio pensiero ad un essere vivente…
@Silvia De Angelis
Focale percezione
dentro le mura astratte delle mie ciglia.
Accentua inaspettate forme nel pensiero
ribaltando un azzurro sotterfugio
in una profetizzante incandescenza
sui cardini della pelle.
Sembra quasi mirare
a un doloroso flagello.
Traverserà
il torace fiaccato
da un disavanzo della soglia
impreparata a spianare
le piaghe di un’ombra d’amore
che discosti la mano alla luna…
@Silvia De Angelis
Quando in cielo transitano quei nuvoloni “gonfi”, che si muovono lentamente in un cielo plumbeo, il nostro umore sembra avere una caduta “di stile”, precipitando in una indefinibile linea malinconica, che perdura, fin tanto che la luce non riacquisti un tenore accettabile.
Sembra proprio che in prossimità di giornate grigie o piovose, il nostro spirito subisca un decadimento emotivo notevole, perdendo il flusso di energia positiva e sbarcando su nostalgiche linee e pensieri d’oscuro.
E’ importantissima la luce, nella nostra esistenza….il sole non solo ci trasmette calore, ma trasferisce in noi forza e vitalità per muoverci con scioltezza e buonumore nella giornata.
Ogni colore illuminato da una bella luce acquista delle sfumature speciali che lo impreziosiscono aumentandone il fascino.
Un acceso prato di verde,intinto in un lieve sibilo di vento, sembra sfiorarci con dolcezza la mente, trasmettendoci una sensazione di grande emotività e ancor di più se qualche inaspettata fioritura spontanea rallegri le nostre narici con una deliziosa essenza
Effettivamente la natura, con le sue variegate atmosfere, influisce sul nostro profondo imprimendogli inconsci messaggi, che si fluidificano nel dì, sulla linea del nostro umore reso, talvolta, fragile dalle intemperie della vita
La più famosa e antica tra le strade romane, detta anche Regina Viarum, la via Appia Antica nacque alla fine del IV secolo a.C. quando nel 312 fu censore Appio Claudio Cieco, lo stesso al quale si deve il primo acquedotto della città. Per la prima volta, una strada prende il nome dal suo costruttore, e non dalla funzione (via Salaria, “via del sale”) o dal luogo dove è diretta (Via Praenestina, Via Tiburtina, Via Nomentana) e fu realizzata puntando dritto alla meta, superando grosse difficoltà naturali con rilevanti opere di ingegneria.
Inizialmente la via comprendeva solo il tratto da Roma a Capua; più tardi fu prolungata fino a Benevento, poi al di là dell’Appennino, fino a Venosa e quindi a Taranto. Infine, prima del 191 a.C., fu condotta fino a Brindisi, dove due colonne, una delle quali ancora presente, indicavano il punto terminale della strada.
Il fondo stradale, nei tratti antichi che meglio sono giunti a noi, è denominato basolato, termine che prende il nome dalle antiche lastre pavimentali costituite da enormi blocchi di basalto vulcanico. La carreggiata consentiva il passaggio contemporaneo di due carri nel doppio senso di marcia ed era fiancheggiata da due marciapiedi in terra battuta delimitati da un cordolo di pietra (crepidine).
La strada, costeggiando il versante marittimo ed essendo arretrata rispetto al fronte di guerra, era più rapida e sicura della via Latina ed assunse ben presto una funzione militare e strategica. In prossimità dei centri abitati la strada era fiancheggiata da grandi ville e soprattutto da tombe e monumenti funerari di vario genere.
Con la caduta dell’Impero Romano la via venne abbandonata a se stessa e rimase a lungo inutilizzata. Per tutto il Medioevo assunse il ruolo di via di pellegrinaggio sia perché costeggiata dalle catacombe, sia perché, conducendo a Brindisi, i pellegrini si imbarcavano per la Terra Santa. Soltanto nel Rinascimento iniziò la sua lenta ripresa, grazie agli sforzi di numerosi archeologi ed appassionati che contribuirono, insieme agli interventi più recenti, a restituirci l’Appia Antica così come la conosciamo oggi.
A piedi o in bicicletta la via Appia Antica permette una passeggiata immersi nel verde, alla scoperta di monumenti funerari importanti, ville e catacombe. Ma partiamo dall’inizio. Dopo la costruzione delle Mura Aureliane, l’ingresso in città avveniva dalla Porta Appia, ora chiamata Porta San Sebastiano. Proprio nella Porta San Sebastiano, una delle più grandi e meglio conservate delle Mura Aureliane, ha sede il Museo delle Muracon un allestimento suddiviso in tre sezioni: antica, medievale e moderna. Nel museo, ad ingresso gratuito, si ripercorre la storia delle fortificazioni della città, nonché le vicende storiche e architettoniche delle Mura Aureliane. Dalla Porta San Sebastiano si estende per 3500 ettari il Parco Regionale dell’Appia Antica che comprende le prime 11 miglia della Regina Viarum, oltre alla Valle della Caffarella e all’area degli Acquedotti.
Prima di intraprendere il rettilineo dell’Appia, superato il fiume Amone è possibile fare una piccola deviazione sulla destra in via Ardeatina e visitare le Fosse Ardeatine; si tratta delle cave in cui fu perpetrato l’eccidio di 335 prigionieri, la sera del 24 marzo 1944, da parte delle truppe d’occupazione tedesche come rappresaglia per i 33 commilitoni caduti durante l’azione di guerra condotta dai partigiani a Via Rasella. Tra le 335 vittime, scelte a caso, c’erano diversi prigionieri politici, tradotti dal carcere di via Tasso, numerosi ebrei ed alcuni civili. Oggi il luogo è uno dei monumenti ai valori della Resistenza. All’entrata un gruppo di tre figure in travertino idealizzano quelle dei caduti. Una galleria si immette nell’antica cava di pozzolana e conduce al luogo dell’eccidio dove sorge il Sacrario.
Se invece si evita questa deviazione e si intraprende direttamente l’Appia, si incontrano al civico 110/126 le Catacombe di San Callisto, il nucleo cimiteriale più antico, e meglio conservato, della Via Appia. Poco più avanti al terzo miglio della Via Appia Antica, sul luogo dove secondo la tradizione furono temporaneamente custoditi, in tempo di persecuzioni, i corpi degli apostoli Pietro e Paolo, sorge la basilica di San Sebastiano, oggi dedicata a questo popolare – e assai rappresentato – santo narbonese ma in origine nota come basilica apostolorum. Da questo luogo, citato nelle fonti antiche come ad catacumbas (forse per la presenza di avvallamenti o fosse, kymbas in greco), deriverebbe per estensione anche il termine “catacomba”. Da una scala situata in quella che, prima della ristrutturazione seicentesca, era la navata destra della chiesa si può scendere al vasto complesso delle Catacombe di San Sebastiano.
Duecento metri circa dopo San Sebastiano, sulla sinistra si trovano i ruderi della Villa di Massenzio. Il complesso archeologico, che si estende tra il secondo e terzo miglio della via Appia Antica, è costituito da tre edifici principali: il palazzo, il circo ed il mausoleo dinastico, progettati in una inscindibile unità architettonica per celebrare l’Imperatore Massenzio, lo sfortunato avversario di Costantino il Grande nella battaglia di Ponte Milvio del 312 d.C. All’interno di un quadriportico allineato sulla via Appia Antica, si erge il mausoleo dinastico, noto anche come “Tomba di Romolo” dal giovane figlio dell’Imperatore che qui fu presumibilmente sepolto.
Subito dopo il complesso del circo di Massenzio e del Mausoleo di Romolo si erge uno dei monumenti funerari più importanti, il Mausoleo di Cecilia Metella. E’ formato da un imponente basamento quadrato su cui è posto un cilindro ricoperto da lastre di travertino, decorato nella parte superiore da un fregio di marmo con festoni e teste di bue. Sopra l’entrata si trova un’iscrizione con il nome della proprietaria del sepolcro, Cecilia Metella, figlia di Quinto Metello Cretico, il console che conquistò l’isola di Cretanel 67 a.C. Durante il Medioevo, la grande tomba divenne un importante punto di controllo della Via Appia, tanto che nel secolo XI fu inglobata nelle fortificazioni di un castello costruito dai Conti di Tuscolo. Nel 1299 Papa Bonifacio VIII fece trasformare il castello in una vera e propria cittadella fortificata circondata da un muro merlato con torri rettangolari, comprendente anche una chiesa dedicata a San Nicola.
Superato il Casale Torlonia (civico n. 240) la via corre libera e fiancheggiata da pini e cipressi con numerosi resti di tombe facilmente accessibili. Sulla sinistra, murati su una “quinta” ottocentesca di mattoni, i frammenti e l’epigrafe della tomba di Marco Servilio. Segue, dopo un tratto di basolato antico, il nucleo di un sepolcro a camera e la tomba dei figli del liberto Sesto Pompeo Giusto con la grande epigrafe in versi.
Proseguendo, sempre sul lato destro è possibile notare i ruderi ben conservati nella parte posteriore di un sepolcro a tempietto, rettangolare, con alto podio e scalinata e la tomba detta “del frontespizio”, ricostruita, appoggiata ad un alto nucleo in selce, in forma di edicola, con la copia del rilievo a quattro busti, della seconda metà del I secolo a. C. Proseguendo nella nostra passeggiata, dopo il casale medievale di Santa Maria Nova, s’innalza il grande rudere di un sepolcro a piramide.
Circa 100 metri più avanti, sulla destra, si trovano i cosiddetti Tumuli degli Orazi e dopo meno di 150 metri, sulla sinistra, si affaccia la Villa dei Quintili. Si tratta della più estesa villa suburbana di Roma, situata al V miglio della Via Appia, in un’area dove secondo la tradizione si svolse il combattimento tra gli Orazi e i Curiazi. La villa apparteneva ai due fratelli Sesto Quintilio Condiano e Sesto Quintilio Valerio Massimo, importanti personaggi del tempo di Antonino Pio e Marco Aurelio, consoli nel 151 d.C. L’attuale ingresso della villa si trova su Via Appia Nuova, dove è allestito un Antiquarium. Nel lato verso l’Appia Antica sono visibili i resti di un ninfeo monumentale, trasformato in castello in epoca medievale, e che costituiva l’ingresso originario della villa.
Altri resti evidenti proseguendo il percorso sono: una statua acefala, il più grande mausoleo della via Appia, detto Casal Rotondo, e sulla sinistra Torre Selce, costruita nel XII secolo sopra il nucleo di un mausoleo che doveva essere simile a quello di Cecilia Metella.
Da lontano, sulla sinistra, si scorgono le arcate dell’acquedotto che riforniva la Villa dei Quintili.(web)
Sembrerebbe una cosa strana, ma talvolta preferiamo non sapere, o non indagare su alcuni tracciati della nostra esistenza, per evitare di crearci pensieri negativi o sofferenze.
Infatti scavare a fondo su alcune situazioni o atteggiamenti che ci mettono in allarme, non sempre è l’atteggiamento giusto per la nostra persona e soprattutto per il nostro
sistema immunitario.
Infatti, anche se non ce ne rendiamo conto, il nostro organismo, è sensibile ad ogni evento di vita, e risente maggiormente di quelle fragilità del percorso, che concorrono a farlo adombrare.
Esistono persone cavillose, e molto pignole, che amano sapere qualsiasi cosa e controllare l’andare dei propri cari, interferendo, talvolta, in quegli atteggiamenti, in cui non si trova d’accordo…..penso che questo agire non porti a buoni risultati.
Ognuno di noi deve proporsi, come sente, e intraprendere quelle azioni che contribuiscono ad un buon equilibrio interiore, senza farsi condizionare da intromissioni, che potrebbero, in qualche modo, modificare il comportamento.
Personalmente mi piace vivere secondo i miei crismi, e non amo intromettermi nella vita del mio contorno, anche se, talvolta mi giro altrove, quando qualcosa degli altri mi lascia perplessa…
Metrica assillante nelle parole
brulicanti d’un’ossessione
che si fa metafora
nella traiettoria del pensiero.
Cupo
nella stesura d’un pungente trascorso
sfodera contesti e disfatte dolorose
incenerite da mani inerti
alla mercè d’una carezza mancata
nell’ angolo più sfocato del tramonto…
@Silvia De Angelis
La più famosa e antica tra le strade romane, detta anche Regina Viarum, la via Appia Antica nacque alla fine del IV secolo a.C. quando nel 312 fu censore Appio Claudio Cieco, lo stesso al quale si deve il primo acquedotto della città. Per la prima volta, una strada prende il nome dal suo costruttore, e non dalla funzione (via Salaria, “via del sale”) o dal luogo dove è diretta (Via Praenestina, Via Tiburtina, Via Nomentana) e fu realizzata puntando dritto alla meta, superando grosse difficoltà naturali con rilevanti opere di ingegneria.
Inizialmente la via comprendeva solo il tratto da Roma a Capua; più tardi fu prolungata fino a Benevento, poi al di là dell’Appennino, fino a Venosa e quindi a Taranto. Infine, prima del 191 a.C., fu condotta fino a Brindisi, dove due colonne, una delle quali ancora presente, indicavano il punto terminale della strada.
Il fondo stradale, nei tratti antichi che meglio sono giunti a noi, è denominato basolato, termine che prende il nome dalle antiche lastre pavimentali costituite da enormi blocchi di basalto vulcanico. La carreggiata consentiva il passaggio contemporaneo di due carri nel doppio senso di marcia ed era fiancheggiata da due marciapiedi in terra battuta delimitati da un cordolo di pietra (crepidine).
La strada, costeggiando il versante marittimo ed essendo arretrata rispetto al fronte di guerra, era più rapida e sicura della via Latina ed assunse ben presto una funzione militare e strategica. In prossimità dei centri abitati la strada era fiancheggiata da grandi ville e soprattutto da tombe e monumenti funerari di vario genere.
Con la caduta dell’Impero Romano la via venne abbandonata a se stessa e rimase a lungo inutilizzata. Per tutto il Medioevo assunse il ruolo di via di pellegrinaggio sia perché costeggiata dalle catacombe, sia perché, conducendo a Brindisi, i pellegrini si imbarcavano per la Terra Santa. Soltanto nel Rinascimento iniziò la sua lenta ripresa, grazie agli sforzi di numerosi archeologi ed appassionati che contribuirono, insieme agli interventi più recenti, a restituirci l’Appia Antica così come la conosciamo oggi.
A piedi o in bicicletta la via Appia Antica permette una passeggiata immersi nel verde, alla scoperta di monumenti funerari importanti, ville e catacombe. Ma partiamo dall’inizio. Dopo la costruzione delle Mura Aureliane, l’ingresso in città avveniva dalla Porta Appia, ora chiamata Porta San Sebastiano. Proprio nella Porta San Sebastiano, una delle più grandi e meglio conservate delle Mura Aureliane, ha sede il Museo delle Muracon un allestimento suddiviso in tre sezioni: antica, medievale e moderna. Nel museo, ad ingresso gratuito, si ripercorre la storia delle fortificazioni della città, nonché le vicende storiche e architettoniche delle Mura Aureliane. Dalla Porta San Sebastiano si estende per 3500 ettari il Parco Regionale dell’Appia Antica che comprende le prime 11 miglia della Regina Viarum, oltre alla Valle della Caffarella e all’area degli Acquedotti.
Prima di intraprendere il rettilineo dell’Appia, superato il fiume Amone è possibile fare una piccola deviazione sulla destra in via Ardeatina e visitare le Fosse Ardeatine; si tratta delle cave in cui fu perpetrato l’eccidio di 335 prigionieri, la sera del 24 marzo 1944, da parte delle truppe d’occupazione tedesche come rappresaglia per i 33 commilitoni caduti durante l’azione di guerra condotta dai partigiani a Via Rasella. Tra le 335 vittime, scelte a caso, c’erano diversi prigionieri politici, tradotti dal carcere di via Tasso, numerosi ebrei ed alcuni civili. Oggi il luogo è uno dei monumenti ai valori della Resistenza. All’entrata un gruppo di tre figure in travertino idealizzano quelle dei caduti. Una galleria si immette nell’antica cava di pozzolana e conduce al luogo dell’eccidio dove sorge il Sacrario.
Se invece si evita questa deviazione e si intraprende direttamente l’Appia, si incontrano al civico 110/126 le Catacombe di San Callisto, il nucleo cimiteriale più antico, e meglio conservato, della Via Appia. Poco più avanti al terzo miglio della Via Appia Antica, sul luogo dove secondo la tradizione furono temporaneamente custoditi, in tempo di persecuzioni, i corpi degli apostoli Pietro e Paolo, sorge la basilica di San Sebastiano, oggi dedicata a questo popolare – e assai rappresentato – santo narbonese ma in origine nota come basilica apostolorum. Da questo luogo, citato nelle fonti antiche come ad catacumbas (forse per la presenza di avvallamenti o fosse, kymbas in greco), deriverebbe per estensione anche il termine “catacomba”. Da una scala situata in quella che, prima della ristrutturazione seicentesca, era la navata destra della chiesa si può scendere al vasto complesso delle Catacombe di San Sebastiano.
Duecento metri circa dopo San Sebastiano, sulla sinistra si trovano i ruderi della Villa di Massenzio. Il complesso archeologico, che si estende tra il secondo e terzo miglio della via Appia Antica, è costituito da tre edifici principali: il palazzo, il circo ed il mausoleo dinastico, progettati in una inscindibile unità architettonica per celebrare l’Imperatore Massenzio, lo sfortunato avversario di Costantino il Grande nella battaglia di Ponte Milvio del 312 d.C. All’interno di un quadriportico allineato sulla via Appia Antica, si erge il mausoleo dinastico, noto anche come “Tomba di Romolo” dal giovane figlio dell’Imperatore che qui fu presumibilmente sepolto.
Subito dopo il complesso del circo di Massenzio e del Mausoleo di Romolo si erge uno dei monumenti funerari più importanti, il Mausoleo di Cecilia Metella. E’ formato da un imponente basamento quadrato su cui è posto un cilindro ricoperto da lastre di travertino, decorato nella parte superiore da un fregio di marmo con festoni e teste di bue. Sopra l’entrata si trova un’iscrizione con il nome della proprietaria del sepolcro, Cecilia Metella, figlia di Quinto Metello Cretico, il console che conquistò l’isola di Cretanel 67 a.C. Durante il Medioevo, la grande tomba divenne un importante punto di controllo della Via Appia, tanto che nel secolo XI fu inglobata nelle fortificazioni di un castello costruito dai Conti di Tuscolo. Nel 1299 Papa Bonifacio VIII fece trasformare il castello in una vera e propria cittadella fortificata circondata da un muro merlato con torri rettangolari, comprendente anche una chiesa dedicata a San Nicola.
Superato il Casale Torlonia (civico n. 240) la via corre libera e fiancheggiata da pini e cipressi con numerosi resti di tombe facilmente accessibili. Sulla sinistra, murati su una “quinta” ottocentesca di mattoni, i frammenti e l’epigrafe della tomba di Marco Servilio. Segue, dopo un tratto di basolato antico, il nucleo di un sepolcro a camera e la tomba dei figli del liberto Sesto Pompeo Giusto con la grande epigrafe in versi.
Proseguendo, sempre sul lato destro è possibile notare i ruderi ben conservati nella parte posteriore di un sepolcro a tempietto, rettangolare, con alto podio e scalinata e la tomba detta “del frontespizio”, ricostruita, appoggiata ad un alto nucleo in selce, in forma di edicola, con la copia del rilievo a quattro busti, della seconda metà del I secolo a. C. Proseguendo nella nostra passeggiata, dopo il casale medievale di Santa Maria Nova, s’innalza il grande rudere di un sepolcro a piramide.
Circa 100 metri più avanti, sulla destra, si trovano i cosiddetti Tumuli degli Orazi e dopo meno di 150 metri, sulla sinistra, si affaccia la Villa dei Quintili. Si tratta della più estesa villa suburbana di Roma, situata al V miglio della Via Appia, in un’area dove secondo la tradizione si svolse il combattimento tra gli Orazi e i Curiazi. La villa apparteneva ai due fratelli Sesto Quintilio Condiano e Sesto Quintilio Valerio Massimo, importanti personaggi del tempo di Antonino Pio e Marco Aurelio, consoli nel 151 d.C. L’attuale ingresso della villa si trova su Via Appia Nuova, dove è allestito un Antiquarium. Nel lato verso l’Appia Antica sono visibili i resti di un ninfeo monumentale, trasformato in castello in epoca medievale, e che costituiva l’ingresso originario della villa.
Altri resti evidenti proseguendo il percorso sono: una statua acefala, il più grande mausoleo della via Appia, detto Casal Rotondo, e sulla sinistra Torre Selce, costruita nel XII secolo sopra il nucleo di un mausoleo che doveva essere simile a quello di Cecilia Metella.
Da lontano, sulla sinistra, si scorgono le arcate dell’acquedotto che riforniva la Villa dei Quintili.(web)
Come un turbine sembra prendere il sopravvento quel pensiero assillante e logorare, con la sua insistenza, le fibre mentali..quasi assottigliate nel percepire un senso di malessere oscuro e opprimente .
Sembra incredibile, come il nostro senso di masochismo, sia a volte fortemente accentuato nella coscienza, quasi inabile a proporre, in quei momenti, considerazioni alternative o posarsi su inclinazioni mordenti, che possano, in qualche modo, risollevare l’andamento generale dell’organismo, fermentato di pigmenti negativi.
E’ davvero inspiegabile questa forma di autolesionismo che si genera in noi, con una forza inarrestabile, diretta a sottolineare, energicamente, l’inestricabile situazione di cui siamo vittime, ingigantita all’ennesima potenza e avvolgente nelle sue spire soffocanti.
Accade poi casualmente, che un’inezia del giorno, con la sua diversità, ci allontani da quelle sgradevoli sensazioni e, ripreso, da parte nostra, il controllo della mente, si indirizzi l’attenzione sugli eventi del momento, scanditi in un succedersi quasi innovativo che ci suggestioni e ci trascini in una dimensione mentale sconosciuta, apportatrice di nuove sfumature, inedite e riconducenti a un effetto inaspettato e piacevole che sembri risollevarci.
In realtà siamo noi a instradare le vie del pensiero e a condurle in luminosi orizzonti o inabissarle in melmosi meandri intransitabili. E in quei momenti d’inquietudine, riuscire a intravedere risalite planetarie, significa avere l’esatta cognizione di noi stessi e la padronanza, in ogni attimo, delle nostre reazioni che sono controllabili e mutabili nel cromatismo della nostra volontà.
“C’è un ape che si posa su un bottone di rosa: lo succhia e se ne và… Tutto sommato, la felicità è una piccola cosa.”
Un piccolo cantico, che d’impatto potrebbe apparire solo inusuale per la sua brevità, ma che riletto attentamente, sa racchiudere un profondo significato, non agibile a tutti.
Infatti, in molti, non riescono ad essere appagati dalle piccole gestualità del quotidiano, che, nel loro insieme ci permettono di condurre una vita piuttosto agiata, fatta di comodità e di tutti quei particolari che rendono gaie le ore del nostro giorno.
Gli individui, in genere, spesso sono alla ricerca di cose astruse, al di fuori della loro portata, per appagare un ego incontentabile e insoddisfatto, causa spesso, di forme di depressione.
Eppure basta osservare l’intensità del cielo e del mare, per appropriarsi d’un’infinita gioia di vivere, accompagnata da tanti piccoli particolari del contorno, che nel loro insieme, ci permettono di condurre un percorso abbastanza soddisfacente e in grado di mettere da parte, l’energia necessaria, per superare quei momenti complessi che la vita, prima o poi, riserva.
Quindi , tornando ai versi del Trilussa, cogliamone il senso più appropriato, cercando di catturare quella felicità dell’attimo, che abbiamo a portata di mano (@Silvia De Angelis
Si prova una specie di malessere interiore quando una persona ci delude profondamente e in quel preciso istante, ci si rende conto, di quanto siano distanti da noi quei pensieri affettivi che pensavamo fossero saldi e duraturi nel tempo….
Una riflessione più acuta fa comprendere quanto gli intenti di ognuno di noi siano diversi ed è perfettamente inutile, talvolta, credere che ci sia una meta comune da raggiungere insieme…
La frequentazione, e le parole dette nel tempo ci hanno tratto in inganno, facendoci approdare su una linea mentale non esatta, o perlomeno non corrispondente ad una realtà interiore assai soggettiva, e non supportata, da quei ritagli di tempo in cui ci si è dedicati gli uni agli altri con devozione e passione.
Alla base di tutto credo che ci sia un’interpretazione anomala d’un rapporto, fra uomo e donna, in cui l’uno trascina con sé retaggi del passato e l’altra ha una visione più aperta e attuale di quanto possa richiedere un tessuto d’amore…
In ogni caso, quando accadono di questi eventi, ci si tempra di un valido spessore d’animo e nelle stagioni a venire diffidenza e, in parte, una sorta di indifferenza, fluttuano in modo invisibile nell’espansione d’ una storia a due….
Sono davvero speciali, quelle persone che sembrano scolpite in noi. Talvolta ci sembra di intravederle in una via qualsiasi, altre volte le rapiamo con la mente, in sogni inverosimili, e senza senso, sperando di poter ancora essere abbracciati da quell’affetto indimenticabile……Evidentemente un filo indissolubile e un’affinità d’animo ci avvicina in modo incredibile a quegli esseri che incrociamo, e che da quel momento ,fanno parte di noi….Non importa se trascorra un lungo lasso di tempo, l’immagine di quella persona sembra seguirci ovunque, anche se poi si vivono, in modo del tutto differente, i ricordi che la riguardano e la rendono unica, e insostituibile, nella nostra mente, che paia perdere di obiettività e razionalità in un contesto sentimentale molto coinvolgente.
Al contrario esistono persone, su cui ci siamo soffermati, nel cammino, che non hanno lasciato impronte di sorta, in noi, e forse, se ci capitasse di incontrarle, in una via qualsiasi, non saremmo in grado di riconoscerle o se ci sorgesse il dubbio d’un lontano ricordo, faremmo finta di nulla.
Indubbiamente esistono degli incredibili legami affettivi, a volte anche inspiegabili, con degli individui, e nella maggior parte dei casi, è il nostro istinto a guidarci, sin dall’inizio, ad una probabile vicinanza di
pensieri con una persona, o allontanarci da altra, che non risulterebbe per qualsiasi motivo vicina a noi.