Consiglio spassionato per gli scriventi…

Se soffri di disturbi dell’umore, se hai una psicopatologia,  se devi elaborare un lutto, se devi superare un trauma ricordati che la scrittura può essere terapeutica, ma spesso non basta, non è sufficiente: in molti casi c’è bisogno di un esperto psicoterapeuta.  La scrittura può essere terapeutica, ma non deve sostituire totalmente la vera terapia. Cerca di vincere resistenze culturali e psicologiche, vai in analisi. Grande era Freud, ma grandi erano anche i viennesi che andavano da lui. Ricordati che le cose andrebbero assai meglio se ognuno andasse dallo psicologo. Anche assumere degli psicofarmaci non è un’onta indelebile. Consigliati con un terapeuta. Non affidarti esclusivamente alla catarsi della scrittura, che nel 99% dei casi non porta all’abreazione.  Non chiedere troppo a te stesso né alla tua scrittura. Se credi davvero alla terapia della scrittura allora chiedi aiuto a uno psicoterapeuta esperto di psicosintesi.  Ti aiuterà.  Potrai fare un percorso interiore insieme a lui. Se addirittura credi che la scrittura sia salvifica ricordati allora le ultime parole che scrisse tremante Tondelli in ospedale: “La letteratura non salva. Solo l’amore salva”. 

L’attrice (miniracconto di fantasia)…

“E sui destini che si incrociano un po’ male
E che si parte per vedersi ritornare…” (Roberto Vecchioni)

Era in una città straniera, anzi era lui a essere uno straniero in quella città fredda. Forse sarebbe andato con una escort. Era l’unico modo di rompere la solitudine. Aveva preso il treno. Aveva fatto centinaia di km, guardando distrattamente fuori dal finestrino. Avrebbe abbandonato per due o tre giorni quella sua cittadina maledetta, dove molti lo odiavano o dove comunque nessuno lo aiutava. Anzi era addirittura inutile per lui ormai chiedere aiuto perché sapeva già la risposta. Aveva collezionato troppi no, troppi rifiuti. Era così sul lavoro, con le amicizie ma anche con le ragazze. Troppe porte chiuse in faccia. Nessuna novità all’orizzonte. Così era partito per qualche giorno. Era un’evasione da poco, un abbozzo di fuga. Ma sapeva che non poteva abbandonare la sua cittadina per motivi familiari ed economici. Forse niente e nessuno si sarebbe potuto frapporre tra lui e una bella escort. Era una questione di vita o di morte. Si sentiva troppo solo e un incontro furtivo avrebbe rimandato una crisi. Intendiamoci: non era così giù da tentare il suicidio perché l’aiutava uno stabilizzatore dell’umore. Ma il calore di una donna l’avrebbe aiutato assai. Così comprò un quotidiano locale perché c’erano gli annunci delle escort. Pensò che in fondo i giornalisti erano tutti ipocriti a fare la morale a cittadini e politici quando i giornali per cui scrivevano sfruttavano il mestiere più antico del mondo e ricevevano lauti finanziamenti dallo Stato. Entrò in un pub. Prese una birra. Poi altre ancora. Fu grazie al coraggio, l’ebbrezza e l’incoscienza degli alcolici ingurgitati che conobbe una ragazza poco più grande di lui. Era bella. Partiva molto svantaggiato perché le ragazze così avvenenti vanno con tipi in carriera o particolarmente attraenti. Lui invece non era un maschio alfa. Non aveva possibilità di conquista. Ma lei quel giorno non aveva niente da fare e bevve insieme al ragazzo sfigato. Dopo un’ora erano entrambi su di giri e lei lo invitò a casa sua. Pagò lui il taxi. Salirono di corsa le scale. Lei le disse che voleva fare l’attrice. Lui annuì senza rispondere. Lei aveva molte idee e molti progetti per il futuro. Lui sapeva di non avere futuro. Il ragazzo si giocò tutte le carte. Le raccontò che si sentiva solo. Lei lo lasciò fare. Nel giro di poco tempo si baciarono sul divano del soggiorno. Poi lui la prese per mano. Lei non lo respinse e lo guidò in camera sua. Fecero quel che dovevano fare, come se fosse un bisogno, qualcosa di insopprimibile e irrinunciabile.  Nessuno seppe se era accaduto per destino o libertà. Neanche se lo chiesero. Quando lei si rivestì capì che quel ragazzo era d’intralcio per i suoi progetti e lo mise gentilmente alla porta, risoluta ma con delicatezza d’animo. Non le lasciò neanche il suo numero di telefono. Le disse “addio” e niente più. Forse era stato solo l’alcol. Forse lui era stato solo un diversivo in una città deserta d’agosto. Non si rividero più. Anzi lui la rivide nel piccolo schermo. Lei diventò infatti famosa e ricca. Diventò un’attrice importante.  Lui non lo raccontò mai a nessuno perché nessuno gli avrebbe creduto. Visse tutta la vita in quella cittadina maledetta. Fece ancora qualche piccola fuga, prendendo il treno. Ma non incontrò più nessuna donna. Era ormai troppo in là con gli anni. Neanche lui cercò di incontrare di nuovo l’attrice. Ogni tanto alla fine della giornata pensava a lei, ma era solo un attimo. Lui era stato solo un diversivo, un passatempo. Lui con lei aveva rotto la solitudine, lei invece con lui era evasa dalla routine di un agosto, ormai troppo lontano. Qualche volta pensava che quell’incontro non fosse reale, credeva di averla solo sognata. 

Due parole su Giorgio Gaber…

L’ultimo suo lascito è stato un album registrato in studio “Io non mi sento italiano”: 10 brani scritti con Sandro Luporini, di cui 6 inediti. Gaber era assurto alla fama nazionale grazie alla televisione, ma all’apice della popolarità scelse il palcoscenico, inventando addirittura un nuovo genere: il teatro-canzone. Eppure erano in molti a canticchiare in quegli anni la ballata del Cerruti Gino o lo shampoo. Tra i suoi spettacoli ricordiamo “Dialogo tra un impegnato e un non so”, “Far finta di essere sani”, “Libertà obbligatoria”, “E pensare che c’era il pensiero”.

Eclettico, versatile sapeva cogliere la complessità del mondo circostante in tutte le sue sfaccettature. Gaber sapeva descrivere con felici bozzetti l’Italia senza stilizzazioni. Era un artista così sensibile da carpire elementi e spunti da svariate fonti. In canzoni come “I borghesi” ad esempio è possibile intuire il gioco di assimilazione e innovazione che ha suscitato in lui tale lavoro. Gaber era un uomo di sinistra, ma soprattutto era un libero pensatore lontano dai dogmi e dalla retorica di qualsiasi partito politico. Nella sua celebre canzone “Il tic” aveva raccontato in modo esemplare la mortificazione del lavoro moderno nelle catene di montaggio, che negava qualsiasi tipo di autorealizzazione dell’individuo. Gaber con un testo graffiante e la sua bravura nel fare il mimo metteva in risalto la divisione del lavoro e la parcellizzazione di esso. Lo stesso Marx aveva scritto ne “Il capitale” che il lavoro “diventa lavoro-macchina, l’abilità del singolo diventa sempre più infinitamente limitata e la coscienza degli operai della fabbrica viene degradata fino all’estrema ottusità”. Così scriveva Marx. Naturalmente ai tempi di Marx gli operai lavoravano 16 ore al giorno in condizioni disumane. L’artista deve essere non un discepolo, ma un testimone scomodo della sua epoca. Giorgio Gaber lo è stato con la sua perenne analisi spietata della realtà. E’ stato anche un intellettuale, a cui ha fatto riferimento la sua generazione e non solo. E’ stato tale perché era una delle poche coscienze critiche che vegliavano sulla penisola. E’ riuscito a raccontare i sogni della generazione del ’68, di quel maggio francese, che non ha coniato soltanto slogan come “l’immaginazione al potere”, ma che ha operato un rinnovamento totale della cultura contemporanea, trasfondendo nuovi slanci di vitalità e nuovi ideali. Erano gli anni della denuncia della crisi dei vecchi valori, del sentirsi parte comune; gli anni delle occupazioni nelle università e delle uova lanciate alla prima della Scala.

In una sua canzone “La libertà” Gaber cantava: “la libertà non è star sopra un albero,/ non è neanche il volo di un moscone,/la libertà non è uno spazio libero,/libertà è partecipazione”. E in questo stare insieme, in questo collettivismo i suoi coetanei avevano creduto ciecamente per tutta la giovinezza. Ma se l’erano dimenticato con il sopravvenire della maturità. Ecco perchè recentemente Gaber a conti fatti aveva detto a tutti che la sua generazione aveva perso: gli ideali più nobili, come l’aspirazione all’uguaglianza e la difesa dei diritti dei più deboli, erano stati traditi dal conformismo, dalla pigrizia intellettuale, dall’opportunismo e dal solito machiavellismo all’italiana. In “Qualcuno era comunista” il cantautore scrive: “da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito. Due miserie in un corpo solo”. Ma forse il problema sta a monte. Forse quella generazione aveva perso perché non era riuscita a trovare un giusto equilibrio tra solitudine e partecipazione collettiva. Gaber l’aveva intuito infatti scriveva in “La solitudine”: “La solitudine non è mica una follia,/ è indispensabile per star bene in compagnia”; però allo stesso tempo avvertiva anche che “l’uomo non è fatto per stare solo” e che “il suo bisogno di contatto è naturale,/ come l’istinto della fame”. Forse i giovani di allora avevano creduto utopicamente che il senso di appartenenza potesse bastare, non ritagliando spazi di individualismo, che sono salvifici per il senso critico di ognuno. Ma allora erroneamente si era creduto che i problemi individuali, i propri tarli e le proprie fisime potessero scomparire al cospetto del gruppo. E Gaber infatti canta in “Far finta di essere sani”: “per ora rimando il suicidio/ e faccio un gruppo di studio,/le masse, la lotta di classe, i testi gramsciani,/far finta di essere sani”.

“Il poeta sei tu che leggi”

“Il poeta sei tu che leggi” si trova scritto dappertutto ormai. È scritto anche sul  Lungotevere Vaticano. Lo scrivono in tanti sul web. Il vero autore sarebbe il lettore. Sarebbe lui il maggior costruttore di significato, il vero responsabile del senso ultimo del testo. Di fronte all’ambiguità semantica è proprio il lettore che decide cosa significhi questa o quell’opera. Una parola, una frase, un intero testo possono avere significati diversi a seconda del contesto (inteso in senso lato) e dalla sensibilità individuale. La stessa connotazione, la sfumatura emotiva di ogni parola, di ogni frase varia da persona a persona. Ogni testo quindi dipende anche, forse soprattutto,  dallo stato mentale, dall’umore, dallo stato d’animo del lettore in quel particolare frangente. Possiamo perciò anche essere d’accordo. Gli artisti non esistono senza pubblico. I poeti non esistono senza lettori.  Adam Smith ne “La ricchezza delle nazioni” considerava gli artisti degli assistiti. In quell’epoca la maggioranza erano cortigiani oppure secoli prima per esempio pittori e scultori venivano finanziati da dei mecenati. Oggi gli artisti sono assistiti dai loro ammiratori,  estimatori, seguaci. Aveva capito tutto il cantautore Claudio Rocchi quando gli chiedevano l’autografo, lui chiedeva le generalità del richiedente e poi firmava con il nome e cognome del suo fan. Senza il pubblico l’artista non ha modo di esistere. Oggi è poeta chi legge. Ma io mi domando se uno non legge cosa è? Molto probabilmente molti non vogliono leggere perché non vogliono essere poeti. Di solito comunque leggono poesia soprattutto gli aspiranti poeti, coloro che vogliono diventare poeti. Come esistono le preghiere interessate anche queste sono letture interessate in un certo modo. Certamente i giornali non aiutano. La cosiddetta terza pagina viene sempre messa in ennesima pagina. Sono anche scomparsi e non più sostituiti grandi maestri dell’elzeviro. Non scrivono più ormai Luca Goldoni, Alberto Arbasino, Pier Francesco Listri, Luigi Maria Personè. Mi ricordo che anni fa mi incuriosivano molto gli aneddoti letterari di quest’ultimo, morto centenario, grande letterato, che aveva conosciuto tutti i più grandi letterati del Novecento italiano e non. Poi le terze pagine dei quotidiani trattano di società, mondo dello spettacolo, tendenze. Trattano spesso di cose futili, leggere, tanto per intrattenere più che per acculturare, se va bene per informare più che per formare. Ma i direttori dei giornali sono messi alle strette e loro, se interpellati a riguardo, direbbero prontamente: i quotidiani vendono sempre meno copie e bisogna dare ai lettori ciò che vogliono. Il potere in questo modo si deresponsabilizza tramite la presunzione di ignoranza del popolo. Così facendo il popolo non si accultura. Inoltre come ho sempre avuto modo di dire: oggi tutto è cultura tranne la cultura. C’è spazio per tutti in televisione tranne che per la letteratura, la poesia, la scrittura. Eppure la fruizione culturale è aumentata notevolmente in questi anni. Ma la cultura è noiosa, soporifera.  La scuola non aiuta. I programmi ministeriali sono quelli che sono. Poi con la vecchia retorica che non bisogna dare la pappa pronta diversi critici letterari si sono dimostrati criptici,  oscuri, allontanando di fatto le persone dalla cultura. Diversi letterati non vogliono correre il rischio della banalizzazione, della volgarizzazione, neanche quando di tratta di un’utile semplificazione. Anche in letteratura bisognerebbe utilizzare il rasoio di Occam, ovvero non moltiplicare gli enti inutili. Invece sembra che diversi letterati abbiano a cuore il loro gergo specialistico e allora usano grecismi, latinismi, inglesismi,  francesismi. La cultura diventa talvolta perciò un fardello pesante. Ci sono ancora oggi diversi letterati, che pur essendo politicamente progressisti, hanno una concezione elitaria e snobistica della letteratura, nutrendo talvolta dei pregiudizi nei confronti della cosiddetta gente. Insomma secondo costoro la letteratura deve essere difficile, non alla portata di tutti. Un tempo il preside della facoltà di ingegneria di Pisa amava dire “ingegneria deve essere difficile” agli studenti che si lamentavano della severità dei docenti. Ogni ingegnere ha delle responsabilità civili, sociali, etiche, umane. Deve saper fare bene i calcoli per non far crollare i ponti o se è un ingegnere gestionale deve saper fare i conti per non far fallire un’impresa. Ma un letterato ha soprattutto il dovere di farsi capire ai più. In un certo qual modo diversi letterati complicano le cose;  sono esoterici, nel senso più deteriore del termine. Ma a questo proposito secondo una scuola di pensiero  nessun uomo è depositario di grandi verità.  Le cose della vita sono sempre quelle trite e ritrite. I letterati sono uomini come gli altri. Invece secondo un’altra scuola di pensiero non si può spolpare la letteratura perché poi alla fine ci resta un torsolo di mela. Secondo questi pensatori aveva ragione Cioran quando scriveva che se togliessimo il belletto alla letteratura non resterebbe niente. La domanda da un milione di dollari è la seguente: si può rappresentare la vita anche in modo comprensibile ai più oppure bisogna riprodurla fedelmente nella sua complessità? E ancora i letterati devono abbassarsi al livello del pubblico o devono cercare di elevarlo? Meglio arrivare a tutti o invece essere per pochi eletti? Nel frattempo la poesia è di nicchia. Di solito l’espressione nicchia di mercato o mercato di nicchia può avere anche molti risvolti positivi. Si sente dire che nel mondo economico c’è parecchia crisi, ma tizio e caio hanno trovato una bella nicchia di mercato e si sono arricchiti. Non fatevi illusioni: la poesia è una nicchia di mercato che non vende,  non arricchisce, se non interiormente. Eppure le facoltà umanistiche sono sovraffollate. Mai tarpare le ali. Mai uccidere i sogni. Ci penserà poi la realtà a disilludere, a deludere, a disincantare. Un altro problema è che oggi tutti sono poeti tranne i poeti. Sono poeti i cuochi, i cantanti, gli influencer, i lestofanti, i piacioni, gli addetti alle pubbliche relazioni, i latin lover e gli arrivisti vari. E i veri poeti? Non pervenuti. Lasciano poche tracce di sé. Disseminano i loro versi in angoli remoti del web. Pubblicano libricini che vendono poco o addirittura pochissimo. La poesia d’altronde è di tutti o di nessuno. Parafrasando un celebre detto, la poesia è quella cosa che tutti pensano di sapere che cosa sia. In tutta onestà penso che valga la regola opposta e inversa: nessuno può sapere con certezza che cosa sia la poesia. Quindi, concludendo,  è vero: il poeta sei tu che leggi, a patto che tu legga e legga roba buona. 

Ancora e di nuovo sulla solitudine…

Pavese scriveva che il problema della vita è come rompere la solitudine,  come comunicare con gli altri. Sempre Pavese scriveva che l’importante era avere una donna a letto e a casa e tutto il resto erano balle. Secondo una celebre frase nessun uomo è un’isola. Per altri invece siamo tutti soli. C’è una problematica collettiva: sulla Terra si sono scordati di Budda, Socrate, Cristo, Maometto. Inoltre è Darwin a fare il mercato. Non c’è giustizia in questo mondo. Infine come scriveva la Wilcox: “Ridi e il mondo riderà con te./ Piangi e piangerai da solo”. È vero che ognuno può sperimentare la morsa della solitudine in vita sua perché la vita è fatta anche di solitudine. Tuttavia qualche goccia di veleno non risulta spesso letale. Solo per pochi la solitudine è intollerabile. Quando succede qualcosa di tragico per troppa solitudine nessuno sembra avere colpa. Invece la società, la politica stessa dovrebbero combatterla. Ma tutto ciò è lettera morta perché il potere divide e governa. Ai potenti tornano comode l’asocialità, l’isolamento di alcuni. I potenti godono quando le persone scomode e anticonformiste sono sole. Chi resiste alla pressione di uniformarsi avrà tra i vari guai anche una solitudine crescente. Ma poco importa se uno viene lasciato solo o sceglie di essere solo. Poco importano i motivi della solitudine. Il sesso è il modo più popolare e più istintivo per rompere la solitudine. Da giovani è quasi un’esigenza, che può sfociare nel ludico. Da maturi è soprattutto un modo per non sentirsi soli. La solitudine è affare che riguarda la soggettività, come direbbero gli psicologi riguarda la percezione soggettiva, anche se talvolta ci sono riscontri oggettivi. La solitudine è uno stato d’animo. Comunque di solito siamo fatti così: quando proviamo troppa solitudine telefoniamo, andiamo al bar, al ristorante,  in centro. Ma talvolta è comunanza, socialità senza un minimo di comunione. A volte basta poco per sentirsi sollevati. Basta una conversazione anche formale. Ci sono persone per cui la solitudine si fa feroce. Sono coloro che soffrono di deprivazione sociale, ovvero di povertà di stimoli sociali. Uno può essere ben disposto nei confronti del prossimo, ma a forza di essere soli ci si disabitua alle regole del gioco sociale, alla convivenza civile. Finisce  così che certi uomini sono costretti a vivere tra “pareti invisibili”, come ne “Il carcere” di Pavese, romanzo che parte dalla condizione esistenziale dell’uomo al confino per poi trattare della solitudine in senso lato. Ognuno dovrebbe scrivere un sos, un messaggio in bottiglia, come nella canzone di Sting.  Il problema è che di solito non li scriviamo gli sos né leggiamo quelli altrui. A questo mondo la solitudine è bandita. È considerata un falso problema. Invece esiste. Ci sono persone più o meno sole e ci sono persone più o meno resistenti nel sopportarla. Si può essere soli per i motivi più disparati. Talvolta ad altri problemi si somma anche la solitudine. Altre volte la solitudine è l’origine di altri problemi. La solitudine è un problema sottovalutato perché troppi artisti hanno cantato la solitudine,  assumendo una posa. La solitudine spesso era una questione borghese prevalentemente e spesso gli artisti trattavano questo tema non parlando di problematiche sociali ed economiche importanti. È però vero che ognuno dovrebbe parlare di ciò che conosce meglio e probabilmente molti artisti conoscevano a menadito la solitudine. Però chi voleva fare la rivoluzione combatteva non solo i controrivoluzionari ma anche i valori piccoloborgesi incarnati da essi. Chi era solo lo era perché asociale e solitario, perché non prendeva parte alla lotta, perché non era un compagno e perciò meritava la solitudine e con lui c’era poco o niente da spartire. Questa era la prassi. Succede che alla solitudine ci si abitua e si ha paura del cambiamento. Ci sono persone che accettano una solitudine eroica pur di andare avanti per la loro strada, come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Una domanda che mi faccio spesso è, realisticamente parlando, quali e quanti compromessi bisogna accettare per non rimanere soli. Per esempio io preferisco starmene in disparte. Accade che se qualche persona nuova mi invita a uscire quasi sempre declino l’invito. Ho il timore di essere inadeguato, di deludere, di avere motivi di attrito, di non essere compreso o di non comprendere. Due sono le questioni cruciali della solitudine: quanta se ne può sopportare? Come e con chi romperla? Queste domande sono universali, ma le risposte hanno solo validità individuale. Spesso si va per tentativi ed errori. Le regole in questo senso sono ignote. Così talvolta per non sbagliare rimandiamo a data da destinare. Eppure stamani ho preso un caffè e sulla bustina di zucchero c’era una frase di Wayne Dyer, che dice: “Quello che hai da fare fallo adesso. Il futuro non è promesso a nessuno”. Diamo quasi per scontato la buona salute, l’autonomia fisica, una condizione economica non disagiata. Eppure tutto potrebbe finire da un momento all’altro. Alcuni poeti, addirittura troppo sfiduciati nei confronti dei contemporanei, affidano le loro parole ai posteri. Scrivono così le loro lettere al mondo, sperando che se non li comprende il mondo attuale li comprenda quello futuro. Come Emily Dickinson,  che scriveva questi versi immortali: 

“Questa è la mia lettera al mondo

che non ha mai scritto a me –

le semplici notizie dalla natura dette –

con tenera maestà

Il suo messaggio è affidato

a mani per me invisibili –

per amore suo – dolci compatrioti –

teneramente giudicate – me”

Brevissimo pensiero sulla vita…

Secondo gli spiritualisti bisognerebbe vivere soprattutto di vita interiore, seguendo valori e obblighi morali. Ma di spiritualisti ne sono rimasti pochi. In realtà come scriveva Nietzsche Dio è morto, sono finiti i valori e la fede nella ragione umana. Il nichilismo sempre secondo il filosofo tedesco è diventato perciò lo stato psicologico perenne e incessante dell’uomo moderno occidentale. Perfino l’arte oltre alla religione è stata svalutata in nome della scienza. Il positivismo ha fallito con la fiducia smisurata nel fatto in sé e nella concezione unitaria del sapere. Il neopositivismo pure. È rimasto uno scientismo totalizzante. Però a onor del vero la società attuale è il culmine del materialismo e della frivolezza. I simbolisti deprecavano l’avvento dei nuovi barbari e proponevano l’artista come aristocratico. Ma tutto ciò a distanza di secoli è carta straccia. Cosa è rimasto all’uomo di massa da tempo immemorabile? Un disagio esistenziale, una angoscia simile a quella che già Baudelaire chiamava spleen. Domina incontrastata l’economia. Tutto è prodotto interno lordo. In realtà bisognerebbe essere felici di essere qui e ora, essere felici di esistere. Ma è molto difficile non avere aspettative.  Siamo esseri desideranti.  Dovremmo desiderare di non desiderare, ma se un giorno raggiungessimo la pace dei sensi rimpiangeremmo innanzitutto il desiderio. Non sappiamo ancora vivere senza Dio nonostante sia morto. L’avvento dell’oltreuomo non è ancora compiuto. E questa terra, questo mondo non hanno quindi ancora alcun senso. La nostra è un’epoca di transizione. Il nuovo deve ancora sostituire il vecchio nel cuore e nella mente degli uomini. La vita, appena rialziamo la testa, ci presenta subito il conto e ci assesta un nuovo colpo basso. Rileggevo Saba e definisce a un certo punto la vita come “un sorso amaro”. Qualcosa che dura pochissimo, appunto un sorso e per giunta amaro.  Alcuni sostengono che bisogna saper distinguere tra ciò che passa e ciò che resta. Ma che cosa resta? Noi dobbiamo fingere che qualcosa resti. Questa è la più suprema delle illusioni per cui vivere. Un’altra illusione è che ne valga la pena di fare quel che stiamo facendo. E se invece fosse tutto vano, tutto inutile?  Mi viene sempre in soccorso Saba, secondo cui il pensiero della morte aiuta a vivere. Ma ancora una volta sarà vero? Cosa siamo infine? Per Pirandello siamo uno, nessuno, centomila. Lo psicologo Kanizsa lo dimostrò scientificamente, proponendo a dei soggetti, dopo averli sottoposti a un test proiettivo fasullo, la descrizione dei loro tratti di personalità.  Li sottopose due volte a questo test farlocco e propose due descrizioni totalmente opposte. I soggetti dissero entrambe le volte che le descrizioni corrispondevano totalmente alla loro personalità.  Tutto ciò è paradossale. Siamo fatti di moltissime contraddizioni. Io sono qui, sono costretto ad ammazzare il tempo e vivere di ricordi. Io stesso sono immalinconito, intrististito, imbastardito dalla solitudine e dalla mancanza di stimoli sociali. A modo mio sono emarginato dalla vita, provo un sentimento di esclusione e di autoesclusione dalla vita. A volte mi chiedo a quanta solitudine devo arrivare? Un tempo ascoltavo la canzone Michel di Claudio Lolli, storia della fine di un’amicizia. Mi immedesimavo in Lolli trenta anni fa. Adesso ho scoperto che sono io Michel. Lolli intervistato disse che Michel aveva fatto una brutta fine: era solo, senza una donna, avvinazzato, in un paese morto della provincia francese, proprietario di una piccola officina. Almeno lui aveva un mestiere in mano e la libertà di ubriacarsi! Io nemmeno quelle! A ogni modo continuo a tirare avanti. Essendo fuori da ogni giro e da ogni gioco di potere ho anche il privilegio di una maggiore libertà interiore. Della vita non sono ancora sazio. Ho ancora molta voglia di vivere, nonostante alcune limitazioni di questa mia realtà.  Non è con il nozionismo, con la concettualizzazione, nemmeno con lo spirito critico che si tira avanti. In certi casi è bene non pensare. Vivere e pensare è troppo. Bisogna pensare di vivere più che vivere per pensare. L’intelletto, i libri sono di troppo. A volte sono ingombranti. Non ha formule l’esistenza. Mallarmè scriveva che aveva letto molti libri, ma che la carne continuava a essere debole. Perfino l’eros non ha logica. La stessa vita è irrazionale. Oppure ha leggi arcane, inarrivabili per noi. Nonostante questo cerco ancora di capire e cogliere i nessi. Ci vuole ironia, autoironia, leggerezza. La profondità serve per capire sé stessi, gli altri, le cose, il mondo. Ma per affrontare la vita ci vuole un minimo di leggerezza per non finire schiacciati dalla vita stessa. Si rimane comunque feriti, nel migliore dei casi offesi dalla vita. Ma mai lasciarsi sopraffare dalla sfortuna, dall’arlia! Talvolta fatichiamo a riprenderci. Di solito le stesse novità sono cattive notizie o cattive cose. Sempre Saba scriveva del peso della vita, sperando naturalmente che non si faccia insostenibile. 

Un pensiero brevissimo sulla scuola…

La scuola è uno dei migliori agenti di socializzazione oltre che la più grande istituzione culturale. In teoria dovrebbe dare possibilità di uguaglianza o almeno uguaglianza di possibilità.  Molto spesso i genitori chiedono troppo alla scuola. Troppo spesso le risorse sono scarse e gli insegnanti sono lasciati a sé stessi. Ogni insegnante avrebbe molti doveri purtroppo. Dovrebbe avere senso di responsabilità e cercare di non commettere errori sulla pelle altrui. Talvolta basta un giudizio negativo espresso in modo indelicato per affossare un ragazzo. Basta poco per demorallizarlo. Un insegnante dovrebbe spiegare bene e vedere se hanno appreso bene i suoi alunni. Ma non è tutto colpa o merito degli insegnanti, che come dice un proverbio possono portare alla fonte un cammello ma non possono costringerlo a bere. A un certo punto possono motivare, ma è all’allievo che spetta di studiare, di apprendere. Sono vari gli approcci disciplinari, le scuole di pensiero. La scuola dovrebbe favorire lo sviluppo cognitivo, accrescere la cultura, far diventare dei buoni lavoratori e dei buoni cittadini di domani. In verità manca molto alla scuola italiana: non c’è educazione civica né educazione sessuale. Per insegnare bene gli insegnanti per dirla alla Bateson dovrebbero utilizzare rigore e immaginazione. La scuola prima di tutto dovrebbe insegnare e a pensare, dovrebbe insegnare a imparare a imparare, dovrebbe fornire “visioni molteplici del mondo” (sempre Bateson), dovrebbe insegnare a scegliere, dovrebbe insegnare ad autocorreggersi. In realtà spesso tutto ciò è lettera morta. Agli insegnanti viene chiesto molto, anzi troppo. Succede così che qualsiasi cosa facciano sbaglino. Ma nonostante ci siano molte metodologie e mille manuali ogni studente ha il suo modo di apprendere e di approcciare la realtà,  ognuno è fatto a modo suo, ogni allievo è una storia a sé. Ogni studente, sempre per dirla alla Bateson, ha una sua particolare epistemologia. I problemi della scuola sono infiniti. Manca la carta igienica nei bagni. Gli edifici scolastici sono fatiscenti e crollano. Lo Stato spende poco per l’istruzione e il risultato tangibile è un’alta percentuale di abbandono scolastico. Ogni insegnante teoricamente dovrebbe porsi in ascolto dei suoi studenti, dovrebbe esercitare empatia. I peggiori insegnanti invece sono quelli che riversano le loro frustrazioni sugli allievi, si dimostrano svogliati e frustrati, non hanno un minimo di sensibilità,  sono disinteressati a tutto e tutti, pensano solo a riscuotere lo stipendio. Se come cantava Baglioni ci sono ragazzi che vanno in classe come se dovessero andare dal dentista, altrettanto succede agli insegnanti. Ma il peggior danno in assoluto è quello dell’insegnante che abusa del suo potere e esprime giudizi di valore assoluto sulle capacità vere o presunte dei suoi allievi. Alcuni di loro dicono che sono legittimati a esprimere tali valutazioni su capacità e limiti cognitivi perché hanno molta esperienza in materia. In realtà un adolescente può anche non impegnarsi erroneamente essere giudicato incapace oppure vivere una crisi. In realtà ogni ambito di esperienza è sempre limitato per sentirsi depositari assoluti della verità. Ogni insegnante dovrebbe perciò essere possibilista e aperto al dubbio. Nelle scuole ci vorrebbe lo psicologo non solo per l’orientamento scolastico, ma anche per venire incontro ai problemi dei giovani in crisalide. Infine la scuola non dovrebbe essere solo trasmissione culturale ma dovrebbe trasmettere passione. Troppe cose! Sarebbe troppo bello se accadesse, ma come dicevano un tempo: troppa grazia Sant’Antonio!!!

Un pensiero sulla poesia in una giornata al mare…

Si fa presto a dire e scrivere poesia. Invece oggi, almeno in Italia, è terribilmente difficile. Se Woodstock attrasse 500000 giovani vicino a New York, nonostante giorni di pioggia torrenziale, Castelporziano fu una sconfitta inequivocabile. La stessa differenza che intercorre tra un capolavoro come Don Chisciotte e la pur simpatica armata Brancaleone. Sempre continuando le analogie con il cinema, sperando che non risultino delle forzature eccessive, a volte la poesia italiana mi sembra una partita a tennis senza pallina come in Blow-up di Antonioni (e la situazione mi appare peggiorata da quando Frost sosteneva che scrivere versi liberi è come giocare a tennis senza rete), altre volte mi sembra che i poeti siano come i protagonisti dell’Avventura, sempre di Antonioni, che dovrebbero ricercare la poesia scomparsa e invece nell’indagine si accorgono di essere interessati a ben altro. Continuando con il tennis, a  volte i poeti mi sembrano trovarsi in una terra di nessuno e come certi tennisti si trovano a metà campo, si fanno prendere alla sprovvista dai passanti dell’avversario che mette loro la pallina tra i piedi, mentre altre volte gli stessi poeti si trovano troppo vicini alla rete e allora ha gioco facile l’avversario/il pragmatico/l’uomo comune della strada/ la stessa realtà a fare loro il pallonetto e fare il punto decisivo. Talvolta i poeti mi sembrano inadeguati. Altre volte mi sembra che la realtà sia spietata, assassina nei confronti della poesia, come in Easy rider, dove i ribelli fanno una brutta fine. L’Italia è nel migliore dei casi inospitale per chi voglia fare poesia, nel peggiore è addirittura repressivo, limitante, castrante, per non usare il termine abusato concentrazionario, dato che sarebbe fuori luogo parlare di campi di concentramento. Insomma diciamocelo in tutta onestà: non è un Paese per poeti, indipendentemente dai detti e da una grande tradizione culturale che abbiamo alle spalle. Diciamocelo ulteriormente: questa realtà non è poetica. C’è crisi economica, tutta una serie di problemi annessi e connessi,  la guerra, una pandemia che non vede fine. Eppure allo stesso tempo la realtà contiene in sé ancora un nucleo indissolubile di poesia. Basta saperla scorgere. Basta un’alba,  un tramonto, un amore sbocciato, anche un semplice gioco di sguardi. Sono a Marina di Cecina con un amico di infanzia. Passeggiamo sul lungomare. Guardiamo i bagni. Osserviamo tutta la gente nella spiaggia libera. Guardiamo una casa con 3 vani e 5 posti letto in affitto e parliamo di questo. Ci facciamo delle foto in riva al mare. Prendiamo un caffè. Abbiamo fatto discorsi seri, abbiamo parlato di noi stessi, ma ci troviamo bene anche a stare quarti d’ora in silenzio.   Nel vocio indistinto c’è poesia. Nei riflessi di sole c’è poesia. In un turista che non sa dove andare e mi chiede informazioni c’è poesia. Ripensare alle mie estati d’infanzia passate proprio a Marina di Cecina e rimembrare c’è poesia. La poesia è eterna perché fa parte dell’essere umano. È connaturata all’essere umano. La poesia per dirla con le parole del sociologo Alberoni è uno stato nascente, come minimo tra l’autore e il lettore. Il problema comunque non è tanto che non ci sono persone pronte a riconoscere in sé stessi la poesia oppure nel mondo. Il problema di base è la mancanza di volontà di rispecchiarsi nei poeti italiani viventi. Tutto al più le persone assaporano le loro liriche in blog letrerari o riviste online. Ma di solito non avviene il fatidico passo di comprare il libro. Forse una delle questioni è che la comunità poetica è piccola e solo chi vi appartiene compra libri di poeti italiani viventi. Non si tratta di legittimazione culturale, di cui alcuni poeti godono, ma di legittimazione mediatica. Di poesia contemporanea ne parlano pochissimo i mass media. Sui giornali come Repubblica hanno chiuso le rubriche di poesia. Hanno poco successo. Non hanno riscontro di pubblico. Di conseguenza l’ego smisurato di diversi poeti diventa frustrazione assoluta, fallimento. Essere poeta è quasi un contentino. Assume per i più pratici quasi un significato spregiativo.  Un tempo era vanto e orgoglio essere considerati tali. Chi lo fa fare di metterci la faccia? Come cantava Ron “alle ragazze non chiedere niente se il tuo nome non è sui giornali o si fa dimenticare”. A essere poeti non si guadagna nulla, anzi si spende, nella maggioranza dei casi. Ma nonostante questo qualcuno continua a essere poeta, pur essendoci molti contro e pochi pro. Nonostante tutto c’è chi scrive ancora per amore della poesia. Io mi prometto che non scriverò più poesia, nonostante ogni tanto mi si presenta una disposizione d’animo favorevole. E continuo a guardare una bella ragazza in due pezzi che prende il sole e mi perdo poi nel mare e nel luccichio dei raggi di sole, che si incontrano con le onde. Sono al mare e sono quasi felice a prendermi questo vento, a godermi questo istante. Mi prometto che non si può scrivere poesia a 50 anni ormai, così come mi riprometto sempre di non innamorarmi. Ma siamo umani e potrei anche finire per ricascarci. Nessuno è perfetto, come in una celebre battuta di un film che ha fatto epoca.