Nella sofficità
di sconfinate carezze
levighi
l’incerta mia indocilità
annodata a un pegno d’amore
che non si disperda
nelle reticenze d’un vento ostile.
Si attorcigliano cronache sensuali
a dubbi sulla punta delle dita
accentuati da scalpori taciturni
mentre i sensi
liberi da garbugli mentali
snodino manette segrete
a guardia di scabrose voluttà
riflesse su capricci d’ombra…
@Silvia De Angelis
Non sospendi un terremoto, non fermi la deriva dei continenti; e uguale successo avrà chi soffre il capitale e per avversare i suoi non eterni nè imperscrutabili disegni sale fiducioso su navicelle inermi contro le sue corazzate, o in interni sabotaggi s’avventura. Eh! a che vale, colombelle mie? Tanto durerà quanto deve, non un giorno di meno, a nostro cupo scorno – ma nemmeno uno di più. La festa si farà senza di noi, poveri untori senza pestilenza, solchi senza semenza.
quattro bufere fa uno che aveva preso impegni seri col suo silenzio aveva osato gettarla come osso al cane … e impazziva il vento in un giro di abbandoni tra le foglie
nessun indirizzo sulla busta nessun destinatario, ne’ mittente e dentro forse a non scalfire i silenzi nessuna parola
l’ ultimo
quattro stelle cadenti fa la carcassa di un pensiero galleggiava in uno spruzzo d’acqua: accendeva un ultimo rigagnolo d’idea
la ragazza guardava la gonna incuneata tra le cosce ma chi può dire vedesse? teneva la carcassa tra le mani insieme alla lettera ma chi può dirne le mani?
gesto
non si tengono carcasse di pensieri tra le mani ne’ lettere che non scalfiscono silenzi la ragazza aveva qualcosa che somigliava ai miei tratti quelli essenziali che non ricordo mai
… e penzolava il tempo e la vecchia della porta accanto che non aveva voluto salutarla la braccava inquietante dal girello
La Casina delle Civette, dimora del principe Giovanni Torlonia jr. fino al 1938, anno della sua morte, è il risultato di una serie di trasformazioni e aggiunte apportate alla ottocentesca Capanna Svizzerache, collocata ai bordi del parco e nascosta da una collinetta artificiale, costituiva in origine un luogo di evasione rispetto all’ufficialità della residenza principale.
Ideata nel 1840 da Giuseppe Jappelli su commissione del principe Alessandro Torlonia, si presentava come un manufatto rustico con paramenti esterni a bugne di tufo ed interno dipinto a tempera ad imitazione di rocce e tavolati di legno.
I due edifici di cui consta oggi il complesso architettonico, il villino principale e la dipendenza, collegati tra loro da una piccola galleria in legno e da un passaggio sotterraneo, nulla o quasi hanno a che fare con il romantico rifugio di sapore alpestre ideato nell’Ottocento dallo Jappelli, se non per le strutture murarie dei due corpi di fabbrica principali disposti ad “L”, per l’impronta volutamente rustica, per l’uso dei diversi materiali costruttivi lasciati a vista e per la copertura a falde inclinate.
Infatti, già dal 1908, la Capanna Svizzera cominciò a subire una progressiva e radicale trasformazione per volere del nipote di Alessandro, Giovanni Torlonia jr., assumendo l’aspetto e la denominazione di “Villaggio Medioevale”; i lavori furono diretti dall’architetto Enrico Gennari e il piccolo edificio divenne una raffinata residenza con grandi finestre, loggette, porticati, torrette, con decorazioni a maioliche e vetrate colorate.
Dal 1916 l’edificio cominciò ad essere denominato “Villino delle Civette” per la presenza della vetrata con due civette stilizzate tra tralci d’edera, eseguita da Duilio Cambellotti già nel 1914, e per il ricorrere quasi ossessivo del tema della civetta nelle decorazioni e nel mobilio, voluto dal principe Giovanni, uomo scontroso e amante dei simboli esoterici.
Nel 1917 l’architetto Vincenzo Fasolo aggiunse le strutture del fronte meridionale della Casina, elaborando un fantasioso apparato decorativo in stile Liberty.
L’impronta di Fasolo è riscontrabile nella scelta dei volumi che si aggregano e che si intersecano prendendo corpo in una grande varietà di materiali e particolari decorativi.Elemento unificante delle molteplici soluzioni architettoniche è la tonalità grigia del manto di finitura delle coperture, per il quale venne utilizzato la lavagna in lastre sottili, variamente sagomate, contrapposta alla vivace cromia delle tegole in cotto smaltato.
Gli spazi interni, disposti su due livelli, sono tutti particolarmente curati nelle opere di finitura; decorazioni pittoriche, stucchi, mosaici, maioliche policrome, legni intarsiati, ferri battuti, stoffe parietali, sculture in marmo mostrano la particolare attenzione del principe per il comfort abitativo.
Tra le tante decorazioni la presenza delle vetrate è così prevalente da costituire la cifra distintiva dell’edificio: le vetrate vengono tutte installate tra il 1908 e il 1930 e costituiscono un “unicum” nel panorama artistico internazionale, prodotte tutte dal laboratorio diCesare Picchiarini su disegni di Duilio Cambellotti, Umberto Bottazzi, Vittorio Grassi ePaolo Paschetto.
La distruzione dell’edificio iniziò nel 1944, con l’occupazione delle truppe anglo-americane, durata oltre tre anni.
Quando nel 1978 il Comune di Roma acquisì la Villa, sia gli edifici sia il parco erano in condizioni disastrose.
L’incendio del 1991 ha aggravato le condizioni di degrado della Casina, unitamente a furti e vandalismi. L’immagine odierna della Casina delle Civette è il risultato di un lungo, paziente e meticoloso lavoro di restauro, eseguito dal 1992 al 1997, che, con quanto ancora conservato e sulla base delle numerose fonti documentarie, ha permesso la restituzione alla città di uno dei più singolari e interessanti manufatti dei primi anni del secolo scorso.(WEB)
Ana Blandiana, pseudonimo di Otilia Valeria Coman (Timișoara, 25 marzo 1942), è una poetessa romena, sostenitrice dei diritti civili nel suo paese e nota dissidente ai tempi della dittatura di Ceausescu.
Avanzo con cura, lentamente, lungo un sentiero che traccio io stessa passo dopo passo: per potere tornare lascio cadere dietro di me briciole di lettere e di parole. Sono partita da tanto, ho terminato le poche sillabe che m’ero portata al sacco per provvista. Per fortuna, ho scoperto che tutto può essere trasformato in parole e ho continuato ad andare avanti spandendo le parole di cui mi disfo come si disfa un vecchio pullover in grumi di lana infeltrita dal troppo uso….
“Contro di te, contro te solo ho peccato” dal salmo 50
lascia che il suo odore venga meno sul materasso e sul cuscino intatto! il perdono risana o strizza l’ innocenza?
E tu, che te ne fai? Infischiatene!
lascia che accada l’assenza e in me ne muoia inquadrala nell’ultima danza non soccorrerla: nell’inquadratura la bestia morde e ride dita di fumo intride
la stanza insensata non ruota intorno a noi e nell’armadio la tuta si rifiuta alla gruccia scivola per terra ostinata come una vecchia abitudine deformata dal tempo e dagli dei
il perdono, mestiere di notte, non dà senso a un’invasione di spazi vuoti non è una bambola