Vorrei abitare luoghi amati. Sono nel pullman che va al mio compleanno
Non è per caso che una suola si logora nel camminare l’amore: la scarpa rimane sempre nuova.
Dove sono stata, tutto è fermo e provvisorio insieme lì mi sono lasciata per ritrovarmi
Conosco i bar con il caffè fumante i panifici col pane fragrante i giardini fangosi dopo la pioggia, la persiana che non chiude bene, i modi audaci della gonna gialla, corta il metrò su cui viaggia ora lenta ora veloce la memoria e dice insieme “scendo qui”, “possiamo andare”.
strana sensazione: pienezza e insoddisfazione. vivere nel ritorno e continuare ad andare, perché ogni volta è la prima e l’unica all’amore.
ringrazio con gioia la giuria del premio Lucini per il lusinghiero terzo posto tra i finalisti (sezione raccolta inedita di poesie) concessa al mio testo “Dislocazione”. Di seguito un assaggio del testo
“nulla da nascondere!
racconta la donna furtiva che ti cammina accanto della sua resa (quando nessuno vede) racconta delle squame che perdi,
ti finiscono in tasca i veterinari in pellegrinaggio sul tuo nome vogliono aggredirti le maschere del volto sanno quante varianti può avere un lapsus
non cedere di amare mi sono allontanata solo per un momento”
“Fra noi, fino alla fine, tutto fu inizio. Perché l’inizio saturava le condizioni dell’amore” L. Triolo, “Lettera a Nicola” da Dialoghi di una vagina e delle sue lenzuola
Non c’è un “prima d’incontrarti” come uccelli che il vento non contiene i nostri camuffamenti baci come ossa saldati alla carne e senza indulgenza
noi che non scegliemmo le nostre trappole non uccidemmo la nostra morte tra noi fino alla fine tutto fu inizio
quattro bufere fa uno che aveva preso impegni seri col suo silenzio aveva osato gettarla come osso al cane … e impazziva il vento in un giro di abbandoni tra le foglie
nessun indirizzo sulla busta nessun destinatario, ne’ mittente e dentro forse a non scalfire i silenzi nessuna parola
l’ ultimo
quattro stelle cadenti fa la carcassa di un pensiero galleggiava in uno spruzzo d’acqua: accendeva un ultimo rigagnolo d’idea
la ragazza guardava la gonna incuneata tra le cosce ma chi può dire vedesse? teneva la carcassa tra le mani insieme alla lettera ma chi può dirne le mani?
gesto
non si tengono carcasse di pensieri tra le mani ne’ lettere che non scalfiscono silenzi la ragazza aveva qualcosa che somigliava ai miei tratti quelli essenziali che non ricordo mai
… e penzolava il tempo e la vecchia della porta accanto che non aveva voluto salutarla la braccava inquietante dal girello
“Contro di te, contro te solo ho peccato” dal salmo 50
lascia che il suo odore venga meno sul materasso e sul cuscino intatto! il perdono risana o strizza l’ innocenza?
E tu, che te ne fai? Infischiatene!
lascia che accada l’assenza e in me ne muoia inquadrala nell’ultima danza non soccorrerla: nell’inquadratura la bestia morde e ride dita di fumo intride
la stanza insensata non ruota intorno a noi e nell’armadio la tuta si rifiuta alla gruccia scivola per terra ostinata come una vecchia abitudine deformata dal tempo e dagli dei
il perdono, mestiere di notte, non dà senso a un’invasione di spazi vuoti non è una bambola
“Non sospirare quando ti fai il letto ai tuoi sogni potrebbe mescolarsi il sudore dei morti“, N. Sachs, “A voi che costruite la nuova casa” da “Nelle dimore della morte”, ora in “Poesie”, Einaudi 2022
————
una donna, di antichi misteri incappucciata, intona nenie senza trama e scende cantilene dondolando mentre fugge il sudore dei morti,
la fata Attraverso l’accompagna lungo un muro che il mondo respira, sbirciando ogni tanto tra i chiavistelli nel fondo del baule il suo sudario
“Chi consegnerà il messaggio non avrà identità. Non sarà oppressore” R. Char, Erbe aromatiche cacciatrici in “La dimora del tempo sospeso, Quaderni di traduzioni LXXXII”, trad. di Francesco Marotta
——–
e tu conta il numero delle volte che sfuggo alla parola, una geografia che conosco il corpo: ha fame di queste fughe
in qualche luogo la parola ha lasciato un pezzo del braccio in qualche altro il piede
si incontrano i luoghi di uso quotidiano, basta aprire le porte di casa poi si nascondono gli uni negli altri
non vogliono farmi sapere dove ho lasciato il cordone ombelicale stampato in più copie
sanno che cerco la fuga dalla mia favola, l’indipendenza dall’identità
messi in tasca gli scenari rabbiosi venderò le mie labbra alle bambole la loro cera pronta a sciogliersi
alle luci dell’alba è fresco, non mi va di pensare nel dormitorio di noi stessi sul divano macchiato con le molle rotte e la dentiera di altra bocca per masticare nuove litanie
nel vicolo lascio a bocca aperta il grido in assenza di gola
Riascoltando Arnold Schoenberg: Verklarte Nacht ……
“Notte trasfigurata chi guida chi guida la notte prima che cada il vento?”
“sfreccia la mia leggenda nel bosco del tuo nome: voce le mani chiamano nell’ansia che ci accorda”
-“…dimmi ti prego dove fuggi così supina e arcata dopo aver lasciato la vetta e le tue mani sembrano parlarti cosa pensi vagando in quegli abbandoni immensi?“
–“chiodo di fiamma è l’inquietudine con cui ti guardo l’anima e spodestare l’infinito nell’incavo delle mani è tenerezza quando il respiro fuma i nostri baci fiatano nell’aria”.
Qui tra i muri è freddo la rabbia non ha più nulla di sexy né toast da offrire Come in un quadro di Max Ernst gira gente che ha scambiato la scarpa della madre per la sciarpa e se l’è appesa al collo: vanno tutti in cerca della propria pazzia la coscienza non abita più la parola
“Il mondo non c’è più, io debbo reggerti” P. Celan, Svolta del respiro: “Grande, infocata volta”
C’è una pelle una sostanza opaca ora secca ora sudata e una realtà che ti ci ha sbalzato contro
ma è del tutto irrilevante: non eri lì tu non eri lì
eri nel pugno di mosche di un nome dimenticato come una briciola in un tascapane
tu non eri eri quella che non c’era un assolo
e poi… il continuum sghignazza
– è finita la puntata–
com’è lontano ?in un’altra identità? quel diapason in cui ti eri infilata per farti spazio e percorso per non andar via per incontrarti, per incontrarvi