Non riconosco doni del cielo
ciò che la mia vita ha approvato
questo io chiamo
amore
se è un tranello
là è in calore la morte

Non riconosco doni del cielo
ciò che la mia vita ha approvato
questo io chiamo
amore
se è un tranello
là è in calore la morte

l’universo si informava
con me della
sua grandezza
quanto tu sia grande
non so
-risposi-
ma
c’è qualcosa di più
grande:
il mio silenzio.
tu ne sei parte

udivo quelle grida animali
confuse
il sudore di un’unica corsa
dell’uomo e di Dio
un sacerdozio di fuoco
che il passaggio sul corpo
attizza
lui che esplora la sua coscienza
… scomoda
e me la offre
io che … atterrisco
piccola terra

Mi girai.
L’ ombra
seguiva silenziosa,
come sempre
le ombre.
Ma non era intera
un pezzo
seguiva te.
Per questo tu correvi
correvi
non volevi
farti raggiungere
dal pezzo d’ombra.
Avevi paura di essere
l’uomo
di un’ ombra
che
non gli apparteneva.

È morte
quando non succede
più nulla e sai
che nulla più accadrà
Ogni tanto dai un colpo d’acceleratore
al nostro stare fermi
Un chiodo per la mia ombra che non si ritrova
nemmeno sotto lapidi scoperchiate
ed è più morte
Il chiodo ha per martello la tua
Weltanschauung
Non volevo si sapesse.
È da tanto che giro
e non trovo nulla.
La moto quasi senza benzina.
le tasche senza monete.
Giro su me stessa
e ho perso la strada
e ho freddo
e il navigatore è scarico
come impazzito.
Dice solo: “ricalcolo”.
Una sirena urlante sfreccia
squarciando il buio.
Corre sulla strada
per tutta la strada.
A passarmi accanto
è una riga di sofferenza non mia,
una decalcomania quasi di morte:
“ricalcolo, ricalcolo”
salmodia.
Non volevo si sapesse
che è notte
e di notte è buio,
per tutta la notte:
“ricalcolo”.

“Dai, adesso butta fuori tutto. Non c’è vergogna nell’aprirsi”.
Ocean Vuong, <<Il tempo è una madre>>
—-
la faccia ha saltato lo specchio
aumenta i lineamenti l’assurdo che amo
un’equivalenza
uno scambio di confidenze
di colpo la mia bocca
tagliata a strisce
ascoltava
la tua parola
mi prestava
alla mia

L’alloggio
di certi luoghi
dove stai
sai poco o nulla.
sono refusi di quell’alloggio così e così
che chiamiamo “oggi”
poi esci,
ti metti di traverso ad altezza amore
e non sai se sei rimasta fuori

Parli. Dici: il carattere di oggi non è
uno scheletro uscito dall’armadio. E nemmeno io.
Quella poesia sull’ananas, quella
sulla mente che non è mai soddisfatta,
quella sull’eroe credibile, quell’altra
sull’estate, non sono ciò che pensano gli scheletri.
mi domando ho vissuto una vita da scheletro
come un miscredente della realtà,
concittadino di tutte le ossa al mondo?
Ora, qui, la neve che avevo scordato diventa
parte di una realtà prima, parte di
un apprezzamento della realtà
e con ciò un’elevazione come se andassi via
con qualcosa che potessi toccare, toccare a fondo.
Eppure nulla è stato cambiato se non ciò che è
irreale, come se nulla fosse cambiato affatto.

“Comincia a credere che la notte ti attende sempre”
R. Char, Mulino primo
….
Insieme a una copia del menù del pranzo
mi regalo
la bicicletta dalle ruote
sgonfie
non è una dimostrazione di sostegno:
volevo solo arrivare
alla fine del mio pensiero
missione compiuta in
5 minuti
ora chissà,
forse sarò giustiziata sazia!

portami per mano,
in quelle parole tue
tracce di nascita
danno la caccia ai fantasmi
stringimi a te anche stanotte
anche se non ci sei

Perché non ho imparato
quando arrivava il vento
cosa è stato per me
abbracciare l’inverno?
Ora forse avrei almeno un occhio!
Avrei dovuto vendere per tempo
il cappotto. Adesso è troppo vecchio
e nessuna bambola lo vuole.
C’è qualcosa di me che
si possa accettare
senza testimoni contro?
Forse ho smesso di galleggiare.
Perché non ho imparato
quando arrivava il vento
a scaldare le tue mani
con la borsa dell’acqua calda,
a stringerle bagnate di sguardi
come belve innamorate?
Carichi di universo ho gli occhi
e non ho insegnato alla
paura
a chinarsi dinnanzi alle ragioni.
È una paura rozza,
impreparata.
Mi basta solo per far tremare
l’angoscia.
Lei ora se l’accomoda sulla pelle,
la indossa con decisione
e rabbia.
Avrei dovuto vendere per tempo
il cappotto. Adesso è troppo vecchio
e nessuna bambola lo vuole.
Bambole nude
io rischio di affondare.

“E sento
che l’ io
per me è poco
Qualcuno da me si sprigiona ostinato”
V. Majakovskij La nuvola in calzoni, I
C’è negli altri
qualcosa di me
cerco un appiglio
a farmi lume o tenebra
frettolosa mi aggiro
tra vie non mie
per un “buongiorno”
che ancora non capisco
ad ognuno chiedo: tu mi farai essere?

e ci sei
a sbucciare semi di passato
per ricamare i giorni di domani
mingherlina asciutta
gentile
sottoveste di seta e di ricordi
sto qui a strapparti
lo sguardo pronto
all’altro
senza troppe parole
la mia saliva sapora
il gusto con te della memoria
perché tu sei così:
sei Gloria

il nome non è un
fratello di latte
è fatica
su piste allo specchio in odore di eresia
e la sveglia
ogni giorno
una guerra di religione
tra i denti
prima che lo specchio immemore
si ubriachi
ancora

Nessuno!
Hai pensato quanto
è pieno quel nome?
L’alfabeto stesso non basta a contenerlo
Forse per questo chi mai
potrà pronunciarlo?
Nessuno nessuno,
starnazza il pappagallo,
nessuno nessuno
sbatacchia a destra e a manca

Tenebre aumentano.
Luminose sembianze in fuga
accettano passaggi in autostop.
Lunghe code di vespe affascinate
attendono di mordere i giornali
rosicchiandosi le unghie.
Tenebre curiose
si volgono ad aggredire
l’origine della creazione
per ritrovare luce
anche a puntini
Nessun allarme scatta.
è big bang rivoluzionario

a uno a uno i minuti ti consegnano il
loro pensiero
quello che le parole
non ti danno
ma tu facevi goal sempre
fuori dal significato

per il rotto della cuffia
riuscivo a ripescarmi dentro armature da battaglia
in tornei a colori vivaci
dov’è strada
graffiate i piedi:
chi sta al galoppo, lancia in resta,
volteggia sul nonsuo
per infilzarlo
ferraglia stravagante il suo
senza ironia
secco promemoria per i fulmini delle mani
che se la facevano con i tuoni dei piedi
durante il palio
una propensione per i quadri di Pollock

Vorrei abitare
luoghi amati.
Sono
nel pullman che va al mio
compleanno
Non è per caso
che una suola si logora
nel camminare l’amore:
la scarpa rimane sempre nuova.
Dove sono stata,
tutto è fermo e provvisorio
insieme
lì mi sono lasciata per ritrovarmi
Conosco i bar con il caffè fumante
i panifici col pane fragrante
i giardini fangosi dopo la pioggia,
la persiana che non chiude bene,
i modi audaci
della gonna gialla, corta
il metrò su cui viaggia
ora lenta ora veloce la memoria
e dice insieme
“scendo qui”, “possiamo andare”.
strana sensazione:
pienezza e insoddisfazione.
vivere nel ritorno e continuare
ad andare,
perché
ogni volta è la prima e l’unica
all’amore.

Abito solo gesti e parole
L’ anima
cos’è la mia anima?
Tu attendi su tegole rosse quella
nuvola impensierita
per rivoltarla come tasche vuote
e fai allungare su di me l’abisso
Tu ultimo margine
di me

Lo guardo e taccio.
Mi guarda e tace
l’oleandro rosso.
Non ha minuti nel suo orologio.
La sua forma ricama
il cavo della mia mano.
Non ha altro suono
che il mio respiro
inesorabile.
Silenzio. Immobile.
Geometrie discrete,
continue io e lui.
Solo frazioni di secondi.
Piccolo infinito.
E’ furioso con me stamane,
sa che devo partire
non potrò più vederlo
né all’alba
né al tramonto.
Non vuol lasciarmi andare,
ha bisogno del mio sguardo
in tralice.
Ma forse non è poi
così importante la sua opinione.
Lascerò detto che lo cambino di vaso
quando me ne sarò andata.
Lo cambino.
Un cambio,
qualcosa cambia…
me
Domani deponetelo
su di me.
mani in tasca
altera
tra i detriti dei suoi dormitori
un’ ombra
resisteva al vento
senza andare né qui né là
non era sola
fu allora: mi accorsi
che ti batteva
il cuore!

ringrazio con gioia la giuria del premio Lucini per il lusinghiero terzo posto tra i finalisti (sezione raccolta inedita di poesie) concessa al mio testo “Dislocazione”. Di seguito un assaggio del testo
“nulla da nascondere!
racconta
la donna furtiva che
ti cammina accanto
della sua resa
(quando nessuno vede)
racconta delle squame che perdi,
ti finiscono in tasca i veterinari in pellegrinaggio
sul tuo nome
vogliono aggredirti le maschere del volto
sanno
quante varianti
può avere un lapsus
non cedere di amare
mi sono allontanata
solo per un momento”

E fuggivo da te
rubavi voce agli uccelli
non erano le cinque della sera
e le lucciole levavano stonate
un coro muto.
Che demonio
hai scatenato
col tuo gesto perduto,
trucidata la mia eternità
ogni nervo hai appeso a un
chiodo capovolto
terrorizzandolo di gioia
di ogni poro hai fatto ruga azzurra .
Quel demone furioso conserva
in un reliquiario
l’aria vana della felicità slacciata
che mi desti
e non si volta
fugge per le scale del mio
ventaglio,
canta piega su piega
getta altrove il mantello.
Ogni me hai messo a nudo
sotto un’obliqua pioggia
come l’estrema delle terre
che hai avvistate.
e tu continui a non sapere
e io so che
se sapessi
lo rifaresti
ancora e ancora
tu non conosci mai

“ed egli avea del cul fatto trombetta”
Inferno XXI 139
non si riavvolge
la bobina
la stanchezza tradisce
la bellezza di un inizio
il mio intervallo
saluta il tuo
se rientro in me stessa,
poi…
… da dove uscirò?

“Fra noi, fino alla fine, tutto fu inizio. Perché l’inizio saturava le condizioni dell’amore”
L. Triolo, “Lettera a Nicola” da Dialoghi di una vagina e delle sue lenzuola
Non c’è
un “prima d’incontrarti”
come uccelli che il vento non contiene
i nostri camuffamenti
baci come ossa saldati
alla carne
e senza indulgenza
noi che non scegliemmo le nostre trappole
non uccidemmo la nostra morte
tra noi fino alla fine
tutto fu inizio
pazzesco
quattro bufere fa
uno che aveva preso impegni seri
col suo silenzio
aveva osato gettarla
come osso al cane
… e impazziva il vento
in un giro di abbandoni
tra le foglie
nessun indirizzo sulla busta
nessun destinatario, ne’ mittente
e dentro
forse
a non scalfire i silenzi
nessuna parola
l’ ultimo
quattro stelle cadenti fa
la carcassa di un pensiero
galleggiava in uno spruzzo
d’acqua:
accendeva un ultimo rigagnolo
d’idea
la ragazza guardava
la gonna incuneata tra
le cosce
ma chi può dire
vedesse?
teneva la carcassa tra le mani
insieme alla lettera
ma chi può dirne le mani?
gesto
non si tengono carcasse di pensieri
tra le mani
ne’ lettere che
non scalfiscono silenzi
la ragazza
aveva qualcosa che somigliava
ai miei tratti
quelli essenziali che non ricordo
mai
… e penzolava
il tempo
e la vecchia della
porta accanto
che non aveva voluto
salutarla
la braccava inquietante dal
girello
offrile la brioche calda!

“Contro di te, contro te solo ho peccato”
dal salmo 50
lascia che il suo odore venga meno
sul materasso e
sul cuscino intatto!
il perdono risana
o strizza l’ innocenza?
E tu, che te ne fai?
Infischiatene!
lascia che accada l’assenza
e in me ne muoia
inquadrala nell’ultima danza
non soccorrerla:
nell’inquadratura la bestia
morde e ride
dita di fumo intride
la stanza insensata non ruota
intorno a noi e
nell’armadio la tuta si rifiuta
alla gruccia
scivola per terra ostinata
come una
vecchia abitudine
deformata dal tempo e dagli dei
il perdono, mestiere di notte,
non dà senso
a un’invasione di spazi vuoti
non è una bambola
è uno scoiattolo
murato vivo

“Che moglie la colpa.
La colpa che mi lascia qui,
quasi tutti i giorni,
sul lastrico“
A. Sexton, Lettere ad dottor Y
Cos’è? ora
questo corpo a corpo
d’anime:
due io?
due tu?
e gli occhi vedranno
i nostri bavagli volare via
oltre la linea dei frammenti
di assoluzioni
(nessun corpo a corpo tra colpa e perdono)
da L. Triolo, Debitum
