È morte quando non succede più nulla e sai che nulla più accadrà
Ogni tanto dai un colpo d’acceleratore al nostro stare fermi Un chiodo per la mia ombra che non si ritrova nemmeno sotto lapidi scoperchiate ed è più morte
Non volevo si sapesse. È da tanto che giro e non trovo nulla. La moto quasi senza benzina. le tasche senza monete.
Giro su me stessa e ho perso la strada e ho freddo e il navigatore è scarico come impazzito. Dice solo: “ricalcolo”.
Una sirena urlante sfreccia squarciando il buio. Corre sulla strada per tutta la strada. A passarmi accanto è una riga di sofferenza non mia, una decalcomania quasi di morte: “ricalcolo, ricalcolo” salmodia.
Non volevo si sapesse che è notte e di notte è buio, per tutta la notte: “ricalcolo”.
“Dai, adesso butta fuori tutto. Non c’è vergogna nell’aprirsi”. Ocean Vuong, <<Il tempo è una madre>>
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la faccia ha saltato lo specchio aumenta i lineamenti l’assurdo che amo un’equivalenza uno scambio di confidenze di colpo la mia bocca tagliata a strisce ascoltava
Perché non ho imparato quando arrivava il vento cosa è stato per me abbracciare l’inverno? Ora forse avrei almeno un occhio!
Avrei dovuto vendere per tempo il cappotto. Adesso è troppo vecchio e nessuna bambola lo vuole.
C’è qualcosa di me che si possa accettare senza testimoni contro? Forse ho smesso di galleggiare.
Perché non ho imparato quando arrivava il vento a scaldare le tue mani con la borsa dell’acqua calda, a stringerle bagnate di sguardi come belve innamorate?
Carichi di universo ho gli occhi e non ho insegnato alla paura a chinarsi dinnanzi alle ragioni. È una paura rozza, impreparata.
Mi basta solo per far tremare l’angoscia. Lei ora se l’accomoda sulla pelle, la indossa con decisione e rabbia.
Avrei dovuto vendere per tempo il cappotto. Adesso è troppo vecchio e nessuna bambola lo vuole.
Vorrei abitare luoghi amati. Sono nel pullman che va al mio compleanno
Non è per caso che una suola si logora nel camminare l’amore: la scarpa rimane sempre nuova.
Dove sono stata, tutto è fermo e provvisorio insieme lì mi sono lasciata per ritrovarmi
Conosco i bar con il caffè fumante i panifici col pane fragrante i giardini fangosi dopo la pioggia, la persiana che non chiude bene, i modi audaci della gonna gialla, corta il metrò su cui viaggia ora lenta ora veloce la memoria e dice insieme “scendo qui”, “possiamo andare”.
strana sensazione: pienezza e insoddisfazione. vivere nel ritorno e continuare ad andare, perché ogni volta è la prima e l’unica all’amore.
Lo guardo e taccio. Mi guarda e tace l’oleandro rosso.
Non ha minuti nel suo orologio. La sua forma ricama il cavo della mia mano. Non ha altro suono che il mio respiro inesorabile. Silenzio. Immobile.
Geometrie discrete, continue io e lui. Solo frazioni di secondi. Piccolo infinito.
E’ furioso con me stamane, sa che devo partire non potrò più vederlo né all’alba né al tramonto. Non vuol lasciarmi andare, ha bisogno del mio sguardo in tralice.
Ma forse non è poi così importante la sua opinione. Lascerò detto che lo cambino di vaso quando me ne sarò andata.
ringrazio con gioia la giuria del premio Lucini per il lusinghiero terzo posto tra i finalisti (sezione raccolta inedita di poesie) concessa al mio testo “Dislocazione”. Di seguito un assaggio del testo
“nulla da nascondere!
racconta la donna furtiva che ti cammina accanto della sua resa (quando nessuno vede) racconta delle squame che perdi,
ti finiscono in tasca i veterinari in pellegrinaggio sul tuo nome vogliono aggredirti le maschere del volto sanno quante varianti può avere un lapsus
non cedere di amare mi sono allontanata solo per un momento”
rubavi voce agli uccelli non erano le cinque della sera e le lucciole levavano stonate un coro muto.
Che demonio hai scatenato col tuo gesto perduto, trucidata la mia eternità ogni nervo hai appeso a un chiodo capovolto terrorizzandolo di gioia di ogni poro hai fatto ruga azzurra .
Quel demone furioso conserva in un reliquiario l’aria vana della felicità slacciata che mi desti e non si volta
fugge per le scale del mio ventaglio, canta piega su piega getta altrove il mantello.
Ogni me hai messo a nudo sotto un’obliqua pioggia come l’estrema delle terre che hai avvistate. e tu continui a non sapere
e io so che se sapessi lo rifaresti ancora e ancora
“Fra noi, fino alla fine, tutto fu inizio. Perché l’inizio saturava le condizioni dell’amore” L. Triolo, “Lettera a Nicola” da Dialoghi di una vagina e delle sue lenzuola
Non c’è un “prima d’incontrarti” come uccelli che il vento non contiene i nostri camuffamenti baci come ossa saldati alla carne e senza indulgenza
noi che non scegliemmo le nostre trappole non uccidemmo la nostra morte tra noi fino alla fine tutto fu inizio
quattro bufere fa uno che aveva preso impegni seri col suo silenzio aveva osato gettarla come osso al cane … e impazziva il vento in un giro di abbandoni tra le foglie
nessun indirizzo sulla busta nessun destinatario, ne’ mittente e dentro forse a non scalfire i silenzi nessuna parola
l’ ultimo
quattro stelle cadenti fa la carcassa di un pensiero galleggiava in uno spruzzo d’acqua: accendeva un ultimo rigagnolo d’idea
la ragazza guardava la gonna incuneata tra le cosce ma chi può dire vedesse? teneva la carcassa tra le mani insieme alla lettera ma chi può dirne le mani?
gesto
non si tengono carcasse di pensieri tra le mani ne’ lettere che non scalfiscono silenzi la ragazza aveva qualcosa che somigliava ai miei tratti quelli essenziali che non ricordo mai
… e penzolava il tempo e la vecchia della porta accanto che non aveva voluto salutarla la braccava inquietante dal girello
“Contro di te, contro te solo ho peccato” dal salmo 50
lascia che il suo odore venga meno sul materasso e sul cuscino intatto! il perdono risana o strizza l’ innocenza?
E tu, che te ne fai? Infischiatene!
lascia che accada l’assenza e in me ne muoia inquadrala nell’ultima danza non soccorrerla: nell’inquadratura la bestia morde e ride dita di fumo intride
la stanza insensata non ruota intorno a noi e nell’armadio la tuta si rifiuta alla gruccia scivola per terra ostinata come una vecchia abitudine deformata dal tempo e dagli dei
il perdono, mestiere di notte, non dà senso a un’invasione di spazi vuoti non è una bambola
“Non sospirare quando ti fai il letto ai tuoi sogni potrebbe mescolarsi il sudore dei morti“, N. Sachs, “A voi che costruite la nuova casa” da “Nelle dimore della morte”, ora in “Poesie”, Einaudi 2022
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una donna, di antichi misteri incappucciata, intona nenie senza trama e scende cantilene dondolando mentre fugge il sudore dei morti,
la fata Attraverso l’accompagna lungo un muro che il mondo respira, sbirciando ogni tanto tra i chiavistelli nel fondo del baule il suo sudario
“A ognuno la sua clessidra, per farla finita con la clessidra. Per continuare a disseminarsi nella cecità.”R. Char, Erbe aromatiche cacciatrici in “La dimora del tempo sospeso”, Quaderni di traduzioni LXXXII”, trad. di Francesco Marotta
hai messo la mia innocenza in una clessidra come una rivolta da sgocciolare con discrezione senza farne apparire il non senso, la cecità
e io sono venuta solo a guardare come vesti il mondo come sei vestito