La conchiglia e l’onda. Poesia di autore anonimo nello stile di Paul Valéry.

Il fragile equilibrio tra tempo, forma e desiderio

Quand l’onde s’arrête
sur la lèvre nacrée,
la conque rêve encore
d’un battement d’écume.

Le sel y dépose
sa pensée figée,
mais l’écho respire
au fond du coquillage.

Et moi, je m’y penche,
comme un enfant curieux,
à l’écoute du monde
que la mer a oublié.

Traduzione italiana:

Quando l’onda si ferma
sulla labbra madreperlacea,
la conchiglia sogna ancora
un palpito di schiuma.

Il sale vi depone
il suo pensiero immobile,
ma l’eco respira
nel fondo del guscio.

E io vi mi chino,
come un bambino curioso,
ascoltando il mondo
che il mare ha dimenticato.


Commento alla poesia

Questa poesia di autore anonimo nello stile di Paul Valéry esplora il tema del tempo sospeso, dell’eco che sopravvive oltre l’evento, e della contemplazione. La conchiglia diventa simbolo di una memoria fossilizzata, ma non morta: custodisce ancora una voce, una vibrazione. Il poeta si piega su di essa come un bambino, evocando una visione infantile e meravigliata del mondo. Valéry, filosofo del linguaggio e della forma, modella ogni verso come una scultura di pensiero. Qui, la natura e l’astrazione si fondono in modo lirico e misterioso, dando vita a un’opera che suona come un sussurro metafisico.


Biografia autentica di Paul Valéry

Paul Valéry nacque a Sète, nel sud della Francia, il 30 ottobre 1871. Fu poeta, saggista, filosofo e accademico. Dopo una crisi spirituale giovanile, abbandonò per anni la poesia, dedicandosi alla matematica e alla riflessione sul pensiero umano. Ritornò alla letteratura con opere fondamentali come La Jeune Parque (1917) e Charmes (1922), in cui la purezza formale si unisce a una ricerca interiore rigorosa. Fu membro dell’Académie française e intellettuale di riferimento nel panorama europeo. Morì il 20 luglio 1945 a Parigi. Il suo sepolcro si trova nel cimitero marino di Sète, immortalato dal suo stesso verso: “Ce toit tranquille où marchent des colombes.”

Torneranno i silenzi. Poesia di autore anonimo nello stile di Sergej Esenin

Il dolore di un addio nella voce fragile della steppa

Torneranno i silenzi,
tra i pioppi assenti,
quando il vento stanco
non chiederà più il mio nome.
Una parola lasciata
sulla porta socchiusa,
e la mia ombra in ginocchio
davanti alla sera.

L’erba mi coprirà il volto
come un bacio dimenticato,
e nei tuoi occhi,
se mai guarderai di nuovo,
non troverai che il bianco
di un inverno senza traccia.


Commento alla poesia

In questa poesia, l’autore anonimo ci accompagna in un addio sussurrato al mondo e all’amore. La sua scrittura, tipicamente intessuta di malinconia, è un inno alla solitudine e alla dissoluzione dell’io poetico nel paesaggio naturale. L’erba, il vento, il silenzio diventano presenze più forti della voce umana. Il tono dimesso ma lirico richiama la forza delle sue ultime lettere e versi, scritti poco prima della morte. Il verso conclusivo evoca un inverno interiore, quello che rimane quando il sentimento si estingue ma l’eco sopravvive nella memoria di chi ha amato.


Biografia di Sergej Esenin

Sergej Aleksandrovič Esenin nacque il 3 ottobre 1895 a Konstantinovo, un villaggio nella provincia di Rjazan, in Russia. Cresciuto in un contesto rurale, il paesaggio e la spiritualità contadina permeano tutta la sua opera. Dopo essersi trasferito a Mosca e poi a Pietrogrado, entrò in contatto con i circoli simbolisti e futuristi. Il suo stile, però, rimase sempre fortemente ancorato alla tradizione russa e alla musicalità del folklore. La sua vita fu segnata da amori turbolenti (celebre il suo matrimonio con Isadora Duncan) e da una profonda inquietudine interiore. Morì suicida il 28 dicembre 1925, lasciando un ultimo struggente componimento scritto col sangue. È oggi considerato uno dei più grandi poeti russi del Novecento, simbolo tragico di una Russia dilaniata tra modernità e tradizione.

“Accade…” di Eugenio Montale. La poesia dell’invisibile legame e della verità nell’assenza

Recensione di Alessandria today: “Accade” è una poesia intensa di Eugenio Montale tratta da Ex voto. Un inno alle affinità invisibili, alla verità dell’assenza e all’amore silenzioso.

Accade
che le affinità d’anima
non giungano
ai gesti e alle parole
ma rimangano
effuse come un magnetismo.
È raro
ma accade.
Può darsi
che sia vera soltanto la lontananza,
vero l’oblio,
vera la foglia che cade
più del fresco germoglio.
Tanto e altro
può darsi o dirsi.

Eugenio Montale, da Ex Voto, raccolta Satura (1971)

Poesia dalla pagina facebook: e poesie di Sacha

Nel cuore della poesia moderna italiana, Eugenio Montale ci affida una delle sue riflessioni più intense sulla natura degli affetti profondi, della distanza e della verità invisibile che si cela nell’assenza. La poesia “Accade…”, tratta dalla sezione Ex Voto della raccolta Satura, segna un passaggio cruciale nella poetica montaliano, dove il lirismo dell’inizio del Novecento si trasforma in una voce più disincantata, ironica e consapevole della fragilità dell’esistenza.

In questi versi, l’autore parla delle affinità d’anima – quei legami che spesso non trovano concretezza nei gesti o nelle parole, ma che restano come una vibrazione sottile, un magnetismo silenzioso. L’intimità profonda non sempre ha bisogno di manifestarsi esteriormente: esiste nella sua pura possibilità, nella sua rarefatta evidenza emotiva.

Montale ci accompagna poi in una riflessione più ampia sulla verità: non quella delle presenze rumorose, dei gesti espliciti, ma quella della lontananza, del distacco, del silenzio, persino dell’oblio. È come se ci dicesse che la verità più autentica è talvolta quella che cade, si stacca, si dissolve, proprio come una foglia che cade è più vera del germoglio, perché compie il suo ciclo in pienezza.

La poesia si chiude su un’osservazione sospesa, un’apertura alla pluralità delle possibilità: “Tanto e altro può darsi o dirsi”. È il sigillo della consapevolezza moderna, dove la verità non è mai assoluta ma sempre relativa, sfuggente, sfaccettata. Il poeta non afferma, suggerisce. Non insegna, sussurra. È questa la forza disarmante di Montale.

Una riflessione

Questi versi parlano a chi ha vissuto un amore senza forma, una connessione che non ha trovato parole. A chi ha amato nella lontananza, nel tempo che consuma, nei gesti non detti. Montale ci regala un frammento di poesia esistenziale, una finestra sul mistero che avvolge i rapporti umani più autentici. È raro, ma accade. E quando accade, lascia una traccia nel cuore, silenziosa come una foglia che cade, luminosa come una verità taciuta.

Biografia di Eugenio Montale

Eugenio Montale nasce a Genova nel 1896 e si spegne a Milano nel 1981. Poeta, saggista, traduttore e giornalista, è considerato uno dei massimi esponenti della poesia italiana del Novecento. La sua opera è caratterizzata da una profonda riflessione sull’esistenza, sul rapporto tra l’uomo e il mondo, sull’ineffabilità del tempo e della memoria. La sua prima raccolta, Ossi di seppia (1925), lo impone all’attenzione per la capacità di esprimere il “male di vivere” attraverso immagini dense e simboliche.

Con le successive raccolte, Le occasioni (1939) e La bufera e altro (1956), Montale consolida la sua poetica basata sul correlativo oggettivo, una tecnica in cui un oggetto o un’immagine suggerisce un’emozione complessa e indefinita. Negli anni ’70 pubblica Satura (1971), dove il tono si fa più disilluso, ironico e personale, spesso dedicando i testi alla moglie scomparsa Drusilla Tanzi, soprannominata “Mosca”.

Nel 1975 riceve il Premio Nobel per la Letteratura “per la sua poesia distinta, che con grande sensibilità artistica ha interpretato i valori umani sotto il segno di una visione del disincanto e della resistenza morale”.

La grandezza di Montale risiede nell’universalità dei suoi interrogativi, nella sua capacità di attraversare le epoche con una voce poetica che, pur cambiando tono e registro, resta sempre profondamente attuale.

Spesso il male di vivere ho incontrato – Il dolore calmo e la dolcezza della luce non sono versi di Sandro Penna. Erronea attribuzione corretta da Stefania Contardi

Recensione di Alessandria today: Nei giorni scorsi è circolata online una poesia intitolata “Spesso il male di vivere ho incontrato – Il dolore calmo e la dolcezza della luce”, erroneamente attribuita al poeta Sandro Penna. Il titolo, tuttavia, contiene chiaramente una citazione diretta del celebre incipit montaliano, tratto dalla poesia Spesso il male di vivere ho incontrato, pubblicata da Eugenio Montale nella raccolta Ossi di seppia (1925).

La scrittrice Stefania Contardi, intervenuta prontamente su questa confusione, ha fatto giustamente notare che non risulta alcun distico né componimento simile attribuibile a Penna. Inoltre, ha sottolineato che non è indicata alcuna raccolta da cui provenga il presunto testo, sollevando così un chiaro caso di errata attribuzione.

Contardi ha aggiunto con ironia: “Anche questa spopolava alle medie: Spesso il male di vivere ho incontrato / Era un quattro di mate assicurato”, rivelando quanto certi versi – o presunti tali – circolino in modo popolare e scolastico, spesso slegati dalla loro effettiva paternità letteraria.

Ecco quindi il testo autentico e completo della poesia di Montale:

Spesso il male di vivere ho incontrato

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

La poesia originale di Montale, come mostrato nella scheda di GiuntiScuola, affronta il tema del male di vivere attraverso immagini simboliche naturali: il rivo strozzato, la foglia riarsa, il cavallo stramazzato. Il poeta contrappone a questa sofferenza universale la divina Indifferenza, una forma di distacco quasi stoico rappresentata dalla statua, dalla nuvola e dal falco, immagini che evocano l’inaccessibilità, la distanza e l’imperturbabilità.

È quindi fondamentale, nel divulgare testi poetici e citazioni letterarie, verificare con attenzione le fonti, specie quando si tratta di grandi autori del Novecento italiano come Montale o Penna, la cui voce e stile sono immediatamente riconoscibili, ma anche facilmente oggetto di travisamenti.

Invitiamo i lettori a leggere il testo autentico di Montale e ad apprezzare il suo impatto nella storia della letteratura italiana, evitando equivoci che – seppur a volte diffusi in buona fede – distorcono il significato e l’autorevolezza dei classici.

La tragedia di Antigone – storie e miti greci.

Da Frida la loka.

Tra tutte le protagoniste delle tragedie greche, Antigone è forse quella che più simboleggia un non finire del conflitto tra autorità e diritto, tra leggi divine (senso ampio del termine), e leggi umane. Antigone, rappresenta la storia dall’antica Grecia fino ai giorni nostri, rimanendo sempre il simbolo di una lotta personale contro la tirannia di un potere ingiusto.


La voglia di baciarti 
in qualsiasi situazione,
in qualsiasi posto,
in mezzo a qualsiasi folla,
a metà di qualsiasi discorso,
davanti a qualsiasi persona,
a qualsiasi ora.
È estenuante. Sfiancante.
Mi divora.
Ti prego, fa che non mi passi mai !!!

In realtà, si tratta di una composizione contemporanea, spesso condivisa sui blog e social come testo anonimo.

La confusione nasce dal fatto che Antigone è simbolo di amore assoluto e ribellione, e quindi molti versi intensi vengono associati a lei anche se non fanno parte dell’opera originale.

La storia, racconta il tentativo di Antigone di seppellire suo fratello Polinice, che ha combattuto con l’altro suo fratello, provocandosi reciprocamente la morte, contro la volontà di Creonte, re di Tebe


Il figlio più giovane di Edipo, Eteocle, esilia il fratello maggiore Polinice. Quest’ultimo attacca Tebe, ma né l’uno ne l’altro l’hanno vinta perché muoiono entrambi in battaglia. Eteocle riceve le onoranze funebri, che invece vengono rifiutate a Polinice, che lo zio Creonte considera un traditore della città.
Saputo ciò Antigone – sorella di Eteocle – nonostante il consiglio dell’altra sorella, più giovane, Ismene, insiste affinché il corpo del fratello venga sepolto. Si reca quindi inizialmente da lui per rendergli omaggio da sola, e viene arrestata e condotta presso Creonte che giudica colpevoli entrambe le sorelle e decidedi imprigionarle rimproverando ad Antigone di aver disobbedito ai suoi ordini.

Ma Emone, figlio di Creonte, supplica il padre di lasciar libera Antigone, della quale è promesso sposo. Il re lo deride e ignora le sue suppliche.

Gli anziani ricordano allora al re che solo una delle sorelle ha infranto le leggi: Creonte dunque cambia idea e decide di condannare a morte la sola Antigone.

Mentre viene portata fuori da Tebe in una grotta ad attendervi la morte, l’indovino Tiresia avverte Creonte che gli dei sono molto irritati per la sua mancanza di rispetto verso i morti, e che tutto ciò porterà suo figlio alla morte.

Creonte, preoccupato, si affretta a far liberare Antigone, sepolta viva, e a far seppellire Polinice.

Emone stringe il corpo della fidanzata morta, si getta sul padre per ucciderlo, ma manca il bersaglio. Rivolge allora l’arma contro se stesso, uccidendosi. Creonte ritorna quindi al palazzo per apprendere che la moglie Euridice s’è tolta la vita dopo esser stata colpita dalla notizia della morte del figlio: resta così solo, chiuso nel suo dolore.


L’opera appartiene al ciclo di drammi tebani ispirati alla drammatica sorte di Edipo, re di Tebe, e dei suoi discendenti. Altre due tragedie di Sofocle, l’Edipo re e l’Edipo a Colono, descrivono gli eventi precedenti, benché siano state scritte anni dopo.

Sébastien Norblin, Antigone donnant la sépulture à Polynice – Public Domain via Wikimedia Commons

Antigone ed Emone, rispettivamente figli di Edipo e Creonte, erano profondamente innamorati e legati da una promessa matrimoniale.
Creonte, zio di Antigone oltre che spasimante respinto, era riuscito a mettere le mani sul trono di Tebe dopo che i legittimi eredi, Eteocle e Polinice, fratelli di Antigone, si erano affrontati in un duello mortale per entrambi.
Spinto dalla propria natura empia e malvagia, il Tiranno aveva ordinato di non dare sepoltura ai corpi dei due caduti.
Contravvenendo a quell’ordine, però, Antigone innalzò una pira e vi adagiò sopra il corpo di Polinice, cui la principessa era legata da profondo affetto.
Dall’alto di una terrazza, Creonte vide il bagliore delle fiamme del rogo e si precipitò sul posto, sorprendendo Antigone.
In preda alla collera per essere stato disubbidito e cogliendo in quella, l’occasione per potersi vendicare del rifiuto di Antigone, Creonte ordinò al figlio, il principe Emone, di seppellire viva la ragazza nella tomba di Polidice.
Emone finse di ubbidire. In realtà sposò l’amata e la mise in salvo affidandola ad un gruppo di pastori, tra i monti.
Antigone ebbe un figlio che, come tutti nella sua famiglia, portava impresso sul corpo il segno del serpente. Quando, molti anni dopo, ormai cresciuto, il ragazzo si presentò ad una gara con l’arco, Creonte lo riconobbe dal segno, lo catturò e lo fece mettere a morte.
Invano Emone tentò di salvare il figlio; alla fine uccise se stesso e l’infelice Antigone.

https://storia-e-mito.webnode.it/products/antigone-ed-emone-il-sopruso-e-la-tirannia/

Tua.

3 gennaio, 2023.

Ripubblicato su

http://alessandria.today

Lucia Triolo: Una Domenica di poesia

Søren Ulrik Thomsen

Lisbona

Sono partito per incontrare l’Uomo – o un dio? 
per incontrare Dio e un uomo. 
Ma questo non posso discuterlo con te 
elegante anziano signore al caffè 
dove bevo il mio te al latte verso sera. 
Perché arrivo da un paese 
dove si ascolta la rigida tempesta dell’inverno 
e il deserto dietro la tempia.
E parlo una lingua 
in cui dio significa uomo e uomo dio 
E in questa lingua è scritta la poesia 
da questa dipende il suo destino

da Nuove poesie, ora in  Vivo, Donzelli 2004

Una colomba senza più ali  ( A Martina Carbonaro uccisa dal fidanzato a 14 anni), Gabriella Paci

Sei andata nel casolare abbandonato

e lì sei rimasta con il respiro spezzato

nello stupore della notte nera e sorda

con la bocca schiusa  e le mani a stringere

l’ultimo anelito dei tuoi anni verdi.

Ti fingevi già donna con i tacchi alti

negli occhi grandi i sogni dei domani

da far volare sul filo delle promesse.

Poi è bastato un rifiuto e  Caino

ha seminato il suo odio di morte

perchè non ti voleva fiore nel prato

e sotto il pattume ti ha lasciata morire

a come un rifiuto ,un orpello

un gioco guasto a cui non dar peso.

Volano in alto tra nuvole bianche

oggi palloncini emblema ancora

di una colomba senza più ali…

lucia triolo: qualcuno solo a metà

un corpo che sta 
dentro 
un corpo che va
un qualcuno solo a metà

guadare il fiume del senza senso
il venir meno quotidiano di pezzi di “sé’”:
il sé dalle gambe
dalle braccia
dalla pelle,
dal cuore
infine dalla parola

come una perdita di rime

apparire 
solo sparendo,
allucinazione e verità,
non sono nulla di ciò che mi circonda

un resoconto
sotto l’epidermide della stranezza:
essere
qualcuno solo a metà

Lucia Triolo: trittico dell’inizio

può un inizio essere bugiardo?
il mio lo fu
come nacque in me l’idea?
che m’ assedia
quanto la scheggia di una bomba
scoppiata in un’ altra testa

II

in me nascevano le idee
poi le distruggevo
come fanno gli uomini con le città
c’era qualcuno che si toccava
e non aveva scelta
nei suoi occhi
ma aveva una sorella che guardava
e contava fino a dieci
e poi ricominciava

saltava l’oggi
numerava l’altro ieri
che era cambiato il mese
saltava l’oggi
numerava un dopodomani
che sarebbe cambiata la stagione

saltava il qui
era sempre là
e poi un poco più in là
saltava il qui
perché non
lo cercava e non lo trovava
ed era senza tempo e senza spazio
sempre in penombra

era
sì era.
ma non sono sicura che ci fosse
era 
ma forse non c’era

tutto l’universo non era abbastanza grande
da accogliere il suo non esserci

III

saltava il padre che le mancava
non aveva mai amato
le paternità dell’ultimo minuto

decise di andar via
saltando alla corda

                                              insieme.

lucia triolo: non vorrei

Non vorrei dir troppo
stasera
scoprirei tutto ciò che
mi è stato prestato 

facciamo giocare la realtà 
con la finzione.
inventiamo biografie tra il serio e 
il faceto
rendiamole indistinguibili

l’ironia di un conto sempre aperto
ne diviene di volta in volta
voce

divertiamoci poi
a viverle 
senza mai prenderle per vere:
sono solo vigilie.

 —-/——

scende a cascate il sogno
sul fruscio di lenzuola 
ciò che vi giace dentro è 
meraviglia

lucia triolo: dolore di casa

Inquietudine di gesti
assemblati nel vuoto                
e questa casa

piena di cose non fatte      
di cibi non digeriti
di lacrime non accadute e ormai secche           
di parole pagliacce
di carezze in cammino verso        
un altro destino  
di baci ululanti desiderio e nostalgia         
non era un’allegoria:   

passeggia frenetica sul
lungomare di una psicotica fretta
e accade che ancora mi cerchi

l’indirizzo            
su una scheggia di carta o        
una pagina di vetro
mi ha abitato          
come un’omissione

lucia triolo: Una Domenica di poesia: pensando a Gaza

Primo Levi

Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via, Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi
Se questo è un uomo, Torino, Einaudi, 1976

lucia triolo: una Domenica di poesia

Iya Kiva

vedo la mia casa solo nei servizi sui bombardamenti
gialla come la banda di speranza che campeggia nella bandiera ucraina 


la guardo negli occhi
ma lei mi gira le spalle
nascondendosi
dietro ai sottili pannelli della memoria 
e non vuole più vivere 


sghignazza 
della guerra 
della morte 
di me 


ma
se è ancora viva
allora sono ancora viva anch’io 
anche se viva non mi sento 


non so se voglio vivere in una casa 
che me, non mi chiama casa
bensì bizzarro rifugio per le parole 


e ora le parole mi cadono dalle tasche 
come chiavi di un alloggio temporaneo 
dopo ogni tentativo di accendere la luce


e il vento della rovina urla tra le vertebre dell’amore 
per tutta la steppa occupata dal sorriso del nulla 


07.03.2023 

da “La guerra è sempre seduta su tutte le sedie

festa della mamma…una poesia,Gabriella Paci

Come tu sapevi essere

Riaffiorano le tue parole, madre,

grani di saggezza antica da seminare

nei solchi di campi di speranza nuova

da bagnare con lacrime furtive

mentre brucia  la gramigna dei dolori.

Tu, pino di scogliera, stavi affacciata

sull’orizzonte di sole e mare ma

 la tua scorza a dure scaglie

raccontava alla spuma dell’onda

le incisioni del vivere e soffrire.

Vorrei  essere come tu sapevi:

grano pronto a fiorire nel solco

pino d’estate dal sofferto tronco,

roccia impavida di scogliera brulla:

tutto quello che sa essere altro

nella resilienza al destino

 senza cedere alla lusinga del pianto.

Una poesia della poetessa Fiorella Giovannelli nell’angolo poetico, pubblicazione di Elisa Mascia -Italia

Foto cortesia di Fiorella Giovannelli – Italia

“Io ti vedo, anche quando non mi guardi”

Non devi guardarmi per farmi sapere dove sei.So dove sei, anche se i tuoi occhi non mi trovano.
So come respiri,
come cammini,
come pensi che io non senta ogni passo,ogni respiro che prende forma nell’aria.

Quando ti nascondi dietro il silenzio,
non è che non ti sento.È che in quel silenzio,ti sento più forte.

Non c’è bisogno di dire parole che non hai voglia di dire Non serve che mi guardi per farmi sapere che ci sei.

So quando hai paura,
e so quando il coraggio si nasconde.
E ti vedo —
anche quando tu pensi di non esserci.

Fiorella Giovannelli

Leggi anche altri articoli dell’autrice Elisa Mascia -Italia, grazie

https://alessandria.today/?s=Elisa+Mascia


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In una danza che emana luce all’ Universo, la poesia “La signora del derviscio” del poeta prof. Kareem Abdullah-Iraq, pubblicazione di Elisa Mascia-Italia

Foto cortesia del prof Kareem Abdullah -Iraq

Signora del Derviscio

Attorno alle tue luci verdi, danzo ebbro nel cielo,

porgendo una mano bianca che trattiene i fili d’amore, l’altra li abbraccia,

li pianta come sorgenti che sbocciano nella tua terra generosa.


M’illumino nel momento della rivelazione, un fiore di narciso che spezza le catene del tempo, in cerca del mio amore che dimora nelle profondità del mio cuore, la mia unica guida nel mio peregrinare.


Ogni volta che chiudo gli occhi, ti vedo con l’occhio della mia intuizione, o fiume di perle le cui sorgenti sono il cielo, che scorre dolcemente, inondando il mondo di luminosità.
Non permettere che i dubbi diventino eserciti a occupare il tuo cuore, altrimenti periranno i fiori della certezza.


Non mi rivedi in te? Non vedi insieme a me come si dissipano le montagne della disperazione?
Non vedi che il linguaggio dell’amore penetra la sordità nel disegno delle porte dell’oscurità? Non vedi come Dio ti ha creata e ti ha prescelta come compagna dell’anima?
Non vedi come ti ho scelto come mia compagna?

Vieni, amiamoci e rivestiamoci di benedizioni che riempiono l’universo di melodie.

Kareem Abdullah -Iraq

سَيِّدةُ الدرويش
حول أنواركِ الخضراء، أرقصُ ثَمِلاً في السماء، أمدّ يدًا بيضاء تُمسكُ خيوطَ المحبّة، تحتضنها أُخرى، تغرسها ينابيعَ تتفجّرُ في أرضكِ السخيّة. أتوهّجُ لحظةَ التجلّي، زهرةَ نرجسٍ تفكّ قيودَ الزمن، تبحثُ عن معشوقٍ يسكنُ شغافَ القلب، دليلي الوحيد في طوافي. كلّما أغمضتُ عينيّ، رأيتكِ بعينِ بصيرتي، يا نهرًا من الجُمان، منابعهُ السماء، يتدفّقُ سلسبيلاً، يغمرُ الدنيا بالضياء. لا تجعلي للشكِّ جيوشًا تحتلُّ قلبكِ، لئلّا تموت أزهارُ اليقين. ألا ترينَ فيكِ نفسي؟ ألا ترينَ معي كيف تتبدّدُ جبالُ اليأس؟ ألا ترينَ لغةَ العشق تخترقُ صممَ أبوابِ العتمة؟ ألا ترينَ كيف خَلَقكِ اللهُ واصطفاكِ نديمةً للروح؟ ألا ترينَ كيف أصطنعكِ رفيقةَ دربي؟! تعالي نعشق أنفسنا، وننهمر كراماتٍ تورقُ أنغامًا تملأُ الكون.

Leggi anche altri articoli dell’autrice Elisa Mascia, grazie

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Lucia Triolo: Una Domenica di Poesia

IL POETA é PADRE E INSIEME MADRE DI FIGLI NON NATI

Il poeta è padre e insieme madre di figli non nati .
La sua amante e la sognante inventata 
parola. Con lei ha rapporti sessuali come con sua 
moglie, fatta di carne e ossa, non solo a casa, nel letto, 
ma anche nel bosco lussureggiante, su uno scoglio 
al mare e nel mare, nella landa, illuminata 
dal sole, in qualche buio corridoio… Nella fredda 
chiesa deserta e al cinema, pieno di corpi sudati …
Per la sua immacolata concezione i loro peccati 
è punito con una perenne gravidanza. In lui cresce 

il vuoto che vuole trascendere l’infinito 
vuoto che lo circonda… il poeta è padre e
insieme madre di figli non nati… Ed è contento 
delle proprie doglie

In Rosa Mystica

lucia triolo: vorrei

vorrei…       
 vorrei avere
occhi 
di cristallo trasparenti e fulminanti 
mani 
che tolgono la polvere anche ai sogni
orecchie 
che avvertono i punti morti nel cammino
odori 
col profumo di maree che lanciano speranze sulla riva

tu che mi accarezzi 

e invece…
… solo malintesi:
una formica ci passeggia sopra

il mondo, 
quel vecchio usuraio, come sempre, 
continua 
a prestare e a esigere interessi non dovuti

la formica ci passeggia sopra.

Lucia Triolo: Una Domenica di Poesia

Barbara Korun

Odore Umano

Ormai da giorni rimugino sul mio resoconto
del lavoro svolto con i profughi
non ce la faccio proprio a metterlo sulla carta
quell’odore
odore di gente di creature umane
quell’odore dolciastro
un misto di urina di vomito di sangue mestruale
di sangue di feci di sudore di gente spaventata

ormai da giorni rumino questo resoconto
nei sogni è il resoconto a ruminare me
mi perseguita
insomma come dire

«Per loro tutto può andar bene!»
il sudicio pavimento di cemento
i vestiti fradici
le interminabili attese in fila
esattamente in una fila
2000 persone in un’unica fila
una dietro l’altra per ore e ore
per 2 pezzi di pane pesce in scatola
una mela e mezzo litro di latte
per l’acqua per mezzo litro d’acqua

ormai da giorni rumino questo rapporto
già da giorni mi tormento come comporlo
insomma come raccontare
che la gente mi faceva segno
sono affamato sono affamata siamo affamati
dimagriti stanchi sporchi rassegnati

come raccontare
che li sorvegliavamo come i peggiori
e i più pericolosi nemici
avvertendo la gente del luogo di non lasciar
passare i loro animali dove erano passati loro
potrebbero contrarre malattie terribili
la tubercolosi, il colera, la scabbia, i pidocchi

«Neanche per sogno! Non sperate davvero che io vada
a pulire le tende finché c’è anche uno solo di quella marmaglia infernale!»
sbraitava una signora anziana mandata dai servizi sociali
«Non voglio avere a che fare con loro,
che tornino là da dove sono venuti!» strillava a notte fonda
durante una delle notti più serene nel campo
svegliandosi di soprassalto dal placido
sonno dei giusti

come raccontare
come descrivere la scena iniziale
quando son giunta per la prima volta alla fabbrica Beti
la mattina presto prima dell’alba

nei campi vicini silenzio nebbia
in lontananza invece fasci di luce dei fari
elicotteri suono insistente di sirene veicoli della
polizia esercito con i loro furgoni e camionette
armati fino ai denti agenti specializzati con
passamontagna nero sul viso e il casco in testa
muniti di giubbotti antiproiettile mitragliatrici
rivoltelle sfollagente scudi e volti mascherati
perfino i membri del servizio umanitario
con guanti e maschere da naso e bocca

eppure dappertutto quell’odore
quell’odore intenso e dolciastro
odore umano

che non scorderò mai