La vita è un sogno. Sogna il re il suo stesso regno, e vivendo in questo inganno, regna, dispone e governa; ed il plauso che è fugace riceve, lo scrive al vento e la morte-sorge ingrata! – in cenere lo trasforma. E chi vorrà più regnare sapendo che si risveglia già nel sonno della morte? sogna il ricco, la ricchezza, che tanti affanni gli reca; sogna il povero la propria tribolazione e miseria; sogna chi accresce i suoi beni, sogna chi cerca e s’appena; sogna chi opprime ed offende; e nel mondo, in conclusione, tutti sognano ciò che sono, ma nessuno lo comprende.
Dopo una carriera dirigenziale nel settore commerciale-marketing e un’ampia attività di consulenza per imprese e agenzie di comunicazione, Pier Carlo Lava ha scelto di indirizzare le proprie competenze verso il digitale. Oggi coordina la presenza online di Alessandria Today e di Alessandria Online, superando ogni giorno la sfida di coniugare rapidità d’informazione, autorevolezza delle fonti e coinvolgimento della community.
Grazie a un solido background strategico, cura piani editoriali, campagne social e attività di brand storytelling, guidando un network di collaboratori che valorizza cultura, territorio e partecipazione civica. Dall’analisi dei dati ai format video, dalla SEO alla gestione delle relazioni digital PR, il suo obiettivo resta lo stesso: rendere le notizie accessibili e rilevanti, trasformando i lettori in una comunità attiva.
Seguiteci sui social Per aggiornamenti in tempo reale, eventi e contenuti esclusivi, seguite la nostra pagina Facebook: https://www.facebook.com/alessandriatoday.piercarlolava/ e diventate parte della conversazione quotidiana.
L’infinito nel sapere e il tempo che osserva in silenzio
Tra scaffali immobili scivola l’ombra del mio nome. Ogni libro è un enigma, ogni parola un ponte.
Non cerco il senso: attendo che mi cerchi. Forse una sillaba perduta conosce ciò che io ignoro.
Dietro la copertina, non la verità, ma il volto che la sogna. Io resto qui, dove il tempo sfoglia me, pagina dopo pagina.
Commento alla poesia
Questa poesia evoca l’essenza del pensiero di Jorge Luis Borges: il tempo, l’infinito, l’identità e il mistero del sapere. La biblioteca è metafora del mondo e della mente; il poeta non è più solo lettore, ma oggetto di lettura del tempo stesso. Borges amava giocare con i paradossi, i labirinti e le simmetrie. In questi versi troviamo una poetica dell’attesa, della sospensione tra realtà e possibilità. Nessuna verità assoluta, ma una verità che si rifrange nello specchio delle parole. Il poeta si dissolve tra i libri, consapevole che l’atto di conoscere è già un racconto infinito.
Biografia di Jorge Luis Borges
Jorge Luis Borges nacque a Buenos Aires il 24 agosto 1899 e morì a Ginevra il 14 giugno 1986. Poeta, narratore e saggista, è considerato uno dei massimi autori della letteratura mondiale del XX secolo. Cresciuto tra lingue e culture, fu influenzato dalla filosofia, dal misticismo e dalla letteratura anglosassone. La sua opera mescola finzione e verità, esplorando temi metafisici e concettuali con una scrittura limpida e intensa. Tra i suoi libri più celebri: Finzioni, L’Aleph, Il libro di sabbia. Cieco fin da giovane età adulta, Borges ha fatto della cecità una forma di visione interiore. È ancora oggi una figura di riferimento nel pensiero letterario e filosofico contemporaneo.
Amore, corpo e natura nel canto universale del desiderio
Ti penso come terra, con le vene aperte alla pioggia, con il ventre che custodisce i semi del mio nome.
Ti penso come mare, che si infrange lento contro i miei silenzi, e mi bagna l’anima di sale.
Ti penso come notte, dove non c’è nulla che non sia tuo: né la stella, né il respiro.
E se un giorno dovessi tacere, tu resterai – come la terra – a fiorire sotto le mie ossa.
Commento alla poesia
Questa poesia incarna l’essenza della scrittura amorosa e sensuale di Pablo Neruda, capace di unire corpo, natura e destino in un’unica immagine. Il poeta cileno ha sempre fatto dell’amore una geografia carnale: la donna è terra, mare, notte – elementi eterni che restano anche oltre la voce del poeta. Il desiderio non è solo passione, ma presenza cosmica, connessione con il mondo. L’ultima strofa suggella il patto tra amore e immortalità poetica. Neruda non descrive: evoca. E nel farlo, trasforma il linguaggio in carne viva, radice e frutto.
Biografia di Pablo Neruda
Pablo Neruda, pseudonimo di Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto, nacque il 12 luglio 1904 a Parral, in Cile, e morì il 23 settembre 1973 a Santiago. Premio Nobel per la Letteratura nel 1971, è considerato uno dei massimi poeti del Novecento. La sua opera spazia dalla poesia amorosa (Venti poesie d’amore e una canzone disperata) alla poesia epica e politica (Canto General). Fu console in vari paesi e militante comunista, legato al presidente Salvador Allende. Dopo il colpo di stato militare di Pinochet, morì in circostanze ancora discusse. La sua casa a Isla Negra è oggi un museo. Neruda è un simbolo della parola come strumento di giustizia, passione e bellezza.
Non ti scrivo da giorni, ma nel cuore ogni parola è già partita. Ti ho detto “amore” senza carta né inchiostro, mentre la pioggia lavava le sbarre del mio giorno.
Sotto questa luce spenta, la mia ombra è ancora viva. E anche se il mondo non cambia mai abbastanza, un giorno sarai libera di leggere i miei sogni nelle mani del vento.
Commento alla poesia
Questa poesia riflette perfettamente l’anima combattente e profondamente umana di Nazım Hikmet. Il tema della lettera non spedita richiama l’esperienza dell’esilio, dell’amore trattenuto, ma anche della speranza incrollabile. Hikmet scrive da un luogo di privazione, ma la parola poetica riesce a superare le barriere fisiche e politiche. L’“ombra viva” è immagine di resistenza: anche in prigione, anche esiliato, l’uomo conserva la sua voce. L’ultima strofa è una promessa: i suoi sogni non sono persi, ma affidati al vento della libertà. Pochi versi, eppure pieni di tensione lirica, impegno civile e delicatezza emotiva.
Biografia di Nazım Hikmet
Nazım Hikmet Ran nacque il 15 gennaio 1902 a Salonicco, nell’allora Impero Ottomano (oggi Grecia), e morì il 3 giugno 1963 a Mosca. È uno dei più grandi poeti e intellettuali della Turchia moderna. Attivista politico di ideali marxisti, fu perseguitato per le sue idee e trascorse molti anni in carcere e in esilio. La sua poesia fonde lirismo e denuncia sociale, amore e rivoluzione, mescolando tradizione turca e avanguardie europee. Tra le sue opere più note: Lettere dal carcere, Il poeta galleggiante, Poesie d’amore e di lotta. Scrisse anche testi teatrali e sceneggiature. Hikmet è oggi considerato patrimonio culturale mondiale, amato in Turchia nonostante la censura che per anni ne oscurò la voce.
La luna guarda il campo e i cavalli tremano. Il silenzio si fa lungo come un mantello bianco.
Cavalco nel sogno, tra ulivi e laghi spenti, con un nome sulla lingua che nessuno sa più.
Una ferita aperta luccica nel buio, e la notte non chiede che di cadere piano.
Traduzione italiana a fronte: la poesia è già scritta in lingua originale (spagnola).
Commento alla poesia
L’autore anonimo intreccia in questi versi tre dei suoi simboli più emblematici: la luna, il cavallo e il silenzio. Il testo è intriso di mistero, con un’atmosfera onirica e rituale. L’azione del “cavalcare nel sogno” evoca una ricerca interiore o un viaggio verso la morte, mentre la luna veglia come presenza femminile, ambigua, a volte crudele. Ogni parola è carica di un erotismo velato e di una dolcezza tragica, in piena coerenza con la poetica del grande autore andaluso. La musicalità del testo e la simbologia ricorrente ne fanno un piccolo gioiello lirico, capace di evocare emozioni ancestrali e archetipiche.
Biografia di Federico García Lorca
Federico García Lorca nacque il 5 giugno 1898 a Fuente Vaqueros, in Andalusia. Poeta, drammaturgo e musicista, fu una delle voci più originali della letteratura spagnola del XX secolo. Le sue opere mescolano modernismo e tradizione popolare, con una predilezione per il folclore andaluso, il flamenco e le tematiche universali della morte, del desiderio e della solitudine. Tra le sue raccolte più note: Romancero Gitano, Poeta en Nueva York e Llanto por Ignacio Sánchez Mejías. Venne arrestato e fucilato nel 1936 all’inizio della guerra civile spagnola, divenendo simbolo del martirio intellettuale e della libertà artistica. Il suo corpo non fu mai ritrovato.
Il fragile equilibrio tra tempo, forma e desiderio
Quand l’onde s’arrête sur la lèvre nacrée, la conque rêve encore d’un battement d’écume.
Le sel y dépose sa pensée figée, mais l’écho respire au fond du coquillage.
Et moi, je m’y penche, comme un enfant curieux, à l’écoute du monde que la mer a oublié.
Traduzione italiana:
Quando l’onda si ferma sulla labbra madreperlacea, la conchiglia sogna ancora un palpito di schiuma.
Il sale vi depone il suo pensiero immobile, ma l’eco respira nel fondo del guscio.
E io vi mi chino, come un bambino curioso, ascoltando il mondo che il mare ha dimenticato.
Commento alla poesia
Questa poesia di autore anonimo nello stile di Paul Valéry esplora il tema del tempo sospeso, dell’eco che sopravvive oltre l’evento, e della contemplazione. La conchiglia diventa simbolo di una memoria fossilizzata, ma non morta: custodisce ancora una voce, una vibrazione. Il poeta si piega su di essa come un bambino, evocando una visione infantile e meravigliata del mondo. Valéry, filosofo del linguaggio e della forma, modella ogni verso come una scultura di pensiero. Qui, la natura e l’astrazione si fondono in modo lirico e misterioso, dando vita a un’opera che suona come un sussurro metafisico.
Biografia autentica di Paul Valéry
Paul Valéry nacque a Sète, nel sud della Francia, il 30 ottobre 1871. Fu poeta, saggista, filosofo e accademico. Dopo una crisi spirituale giovanile, abbandonò per anni la poesia, dedicandosi alla matematica e alla riflessione sul pensiero umano. Ritornò alla letteratura con opere fondamentali come La Jeune Parque (1917) e Charmes (1922), in cui la purezza formale si unisce a una ricerca interiore rigorosa. Fu membro dell’Académie française e intellettuale di riferimento nel panorama europeo. Morì il 20 luglio 1945 a Parigi. Il suo sepolcro si trova nel cimitero marino di Sète, immortalato dal suo stesso verso: “Ce toit tranquille où marchent des colombes.”
Il dolore di un addio nella voce fragile della steppa
Torneranno i silenzi, tra i pioppi assenti, quando il vento stanco non chiederà più il mio nome. Una parola lasciata sulla porta socchiusa, e la mia ombra in ginocchio davanti alla sera.
L’erba mi coprirà il volto come un bacio dimenticato, e nei tuoi occhi, se mai guarderai di nuovo, non troverai che il bianco di un inverno senza traccia.
Commento alla poesia
In questa poesia, l’autore anonimo ci accompagna in un addio sussurrato al mondo e all’amore. La sua scrittura, tipicamente intessuta di malinconia, è un inno alla solitudine e alla dissoluzione dell’io poetico nel paesaggio naturale. L’erba, il vento, il silenzio diventano presenze più forti della voce umana. Il tono dimesso ma lirico richiama la forza delle sue ultime lettere e versi, scritti poco prima della morte. Il verso conclusivo evoca un inverno interiore, quello che rimane quando il sentimento si estingue ma l’eco sopravvive nella memoria di chi ha amato.
Biografia di Sergej Esenin
Sergej Aleksandrovič Esenin nacque il 3 ottobre 1895 a Konstantinovo, un villaggio nella provincia di Rjazan, in Russia. Cresciuto in un contesto rurale, il paesaggio e la spiritualità contadina permeano tutta la sua opera. Dopo essersi trasferito a Mosca e poi a Pietrogrado, entrò in contatto con i circoli simbolisti e futuristi. Il suo stile, però, rimase sempre fortemente ancorato alla tradizione russa e alla musicalità del folklore. La sua vita fu segnata da amori turbolenti (celebre il suo matrimonio con Isadora Duncan) e da una profonda inquietudine interiore. Morì suicida il 28 dicembre 1925, lasciando un ultimo struggente componimento scritto col sangue. È oggi considerato uno dei più grandi poeti russi del Novecento, simbolo tragico di una Russia dilaniata tra modernità e tradizione.
Recensione di Alessandria today: “Accade” è una poesia intensa di Eugenio Montale tratta da Ex voto. Un inno alle affinità invisibili, alla verità dell’assenza e all’amore silenzioso.
Accade che le affinità d’anima non giungano ai gesti e alle parole ma rimangano effuse come un magnetismo. È raro ma accade. Può darsi che sia vera soltanto la lontananza, vero l’oblio, vera la foglia che cade più del fresco germoglio. Tanto e altro può darsi o dirsi.
Eugenio Montale, da Ex Voto, raccolta Satura (1971)
Nel cuore della poesia moderna italiana, Eugenio Montale ci affida una delle sue riflessioni più intense sulla natura degli affetti profondi, della distanza e della verità invisibile che si cela nell’assenza. La poesia “Accade…”, tratta dalla sezione Ex Voto della raccolta Satura, segna un passaggio cruciale nella poetica montaliano, dove il lirismo dell’inizio del Novecento si trasforma in una voce più disincantata, ironica e consapevole della fragilità dell’esistenza.
In questi versi, l’autore parla delle affinità d’anima – quei legami che spesso non trovano concretezza nei gesti o nelle parole, ma che restano come una vibrazione sottile, un magnetismo silenzioso. L’intimità profonda non sempre ha bisogno di manifestarsi esteriormente: esiste nella sua pura possibilità, nella sua rarefatta evidenza emotiva.
Montale ci accompagna poi in una riflessione più ampia sulla verità: non quella delle presenze rumorose, dei gesti espliciti, ma quella della lontananza, del distacco, del silenzio, persino dell’oblio. È come se ci dicesse che la verità più autentica è talvolta quella che cade, si stacca, si dissolve, proprio come una foglia che cade è più vera del germoglio, perché compie il suo ciclo in pienezza.
La poesia si chiude su un’osservazione sospesa, un’apertura alla pluralità delle possibilità: “Tanto e altro può darsi o dirsi”. È il sigillo della consapevolezza moderna, dove la verità non è mai assoluta ma sempre relativa, sfuggente, sfaccettata. Il poeta non afferma, suggerisce. Non insegna, sussurra. È questa la forza disarmante di Montale.
Una riflessione
Questi versi parlano a chi ha vissuto un amore senza forma, una connessione che non ha trovato parole. A chi ha amato nella lontananza, nel tempo che consuma, nei gesti non detti. Montale ci regala un frammento di poesia esistenziale, una finestra sul mistero che avvolge i rapporti umani più autentici. È raro, ma accade. E quando accade, lascia una traccia nel cuore, silenziosa come una foglia che cade, luminosa come una verità taciuta.
Biografia di Eugenio Montale
Eugenio Montale nasce a Genova nel 1896 e si spegne a Milano nel 1981. Poeta, saggista, traduttore e giornalista, è considerato uno dei massimi esponenti della poesia italiana del Novecento. La sua opera è caratterizzata da una profonda riflessione sull’esistenza, sul rapporto tra l’uomo e il mondo, sull’ineffabilità del tempo e della memoria. La sua prima raccolta, Ossi di seppia (1925), lo impone all’attenzione per la capacità di esprimere il “male di vivere” attraverso immagini dense e simboliche.
Con le successive raccolte, Le occasioni (1939) e La bufera e altro (1956), Montale consolida la sua poetica basata sul correlativo oggettivo, una tecnica in cui un oggetto o un’immagine suggerisce un’emozione complessa e indefinita. Negli anni ’70 pubblica Satura (1971), dove il tono si fa più disilluso, ironico e personale, spesso dedicando i testi alla moglie scomparsa Drusilla Tanzi, soprannominata “Mosca”.
Nel 1975 riceve il Premio Nobel per la Letteratura “per la sua poesia distinta, che con grande sensibilità artistica ha interpretato i valori umani sotto il segno di una visione del disincanto e della resistenza morale”.
La grandezza di Montale risiede nell’universalità dei suoi interrogativi, nella sua capacità di attraversare le epoche con una voce poetica che, pur cambiando tono e registro, resta sempre profondamente attuale.
Recensione di Alessandria today: Nei giorni scorsi è circolata online una poesia intitolata “Spesso il male di vivere ho incontrato – Il dolore calmo e la dolcezza della luce”, erroneamente attribuita al poeta Sandro Penna. Il titolo, tuttavia, contiene chiaramente una citazione diretta del celebre incipit montaliano, tratto dalla poesia Spesso il male di vivere ho incontrato, pubblicata da Eugenio Montale nella raccolta Ossi di seppia (1925).
La scrittrice Stefania Contardi, intervenuta prontamente su questa confusione, ha fatto giustamente notare che non risulta alcun distico né componimento simile attribuibile a Penna. Inoltre, ha sottolineato che non è indicata alcuna raccolta da cui provenga il presunto testo, sollevando così un chiaro caso di errata attribuzione.
Contardi ha aggiunto con ironia: “Anche questa spopolava alle medie: Spesso il male di vivere ho incontrato / Era un quattro di mate assicurato”, rivelando quanto certi versi – o presunti tali – circolino in modo popolare e scolastico, spesso slegati dalla loro effettiva paternità letteraria.
Ecco quindi il testo autentico e completo della poesia di Montale:
Spesso il male di vivere ho incontrato
Spesso il male di vivere ho incontrato: era il rivo strozzato che gorgoglia, era l’incartocciarsi della foglia riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio che schiude la divina Indifferenza: era la statua nella sonnolenza del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
La poesia originale di Montale, come mostrato nella scheda di GiuntiScuola, affronta il tema del male di vivere attraverso immagini simboliche naturali: il rivo strozzato, la foglia riarsa, il cavallo stramazzato. Il poeta contrappone a questa sofferenza universale la divina Indifferenza, una forma di distacco quasi stoico rappresentata dalla statua, dalla nuvola e dal falco, immagini che evocano l’inaccessibilità, la distanza e l’imperturbabilità.
È quindi fondamentale, nel divulgare testi poetici e citazioni letterarie, verificare con attenzione le fonti, specie quando si tratta di grandi autori del Novecento italiano come Montale o Penna, la cui voce e stile sono immediatamente riconoscibili, ma anche facilmente oggetto di travisamenti.
Invitiamo i lettori a leggere il testo autentico di Montale e ad apprezzare il suo impatto nella storia della letteratura italiana, evitando equivoci che – seppur a volte diffusi in buona fede – distorcono il significato e l’autorevolezza dei classici.
Chiudiamo gli occhi e respiriamo.. Respiriamo l’aria Respiriamo il sole Respiriamo il vento Respiriamo la pioggia Respiriamo la vita.. Respiriamo.. Facciamo in modo che diventi gioia x la nostra anima.. lentamente.. intensamente.. Dolcemente.. Giuseppina
Tra tutte le protagoniste delle tragedie greche, Antigone è forse quella che più simboleggia un non finire del conflitto tra autorità e diritto, tra leggi divine (senso ampio del termine), e leggi umane. Antigone, rappresenta la storia dall’antica Grecia fino ai giorni nostri, rimanendo sempre il simbolo di una lotta personale contro la tirannia di un potere ingiusto.
La voglia di baciarti in qualsiasi situazione, in qualsiasi posto, in mezzo a qualsiasi folla, a metà di qualsiasi discorso, davanti a qualsiasi persona, a qualsiasi ora. È estenuante. Sfiancante. Mi divora. Ti prego, fa che non mi passi mai !!!
In realtà, si tratta di una composizione contemporanea, spesso condivisa sui blog e social come testo anonimo.
La confusione nasce dal fatto che Antigone è simbolo di amore assoluto e ribellione, e quindi molti versi intensi vengono associati a lei anche se non fanno parte dell’opera originale.
La storia, racconta il tentativo di Antigone di seppellire suo fratello Polinice, che ha combattuto con l’altro suo fratello, provocandosi reciprocamente la morte, contro la volontà di Creonte, re di Tebe
Il figlio più giovane di Edipo, Eteocle, esilia il fratello maggiore Polinice. Quest’ultimo attacca Tebe, ma né l’uno ne l’altro l’hanno vinta perché muoiono entrambi in battaglia. Eteocle riceve le onoranze funebri, che invece vengono rifiutate a Polinice, che lo zio Creonte considera un traditore della città. Saputo ciò Antigone – sorella di Eteocle – nonostante il consiglio dell’altra sorella, più giovane, Ismene, insiste affinché il corpo del fratello venga sepolto. Si reca quindi inizialmente da lui per rendergli omaggio da sola, e viene arrestata e condotta presso Creonte che giudica colpevoli entrambe le sorelle e decidedi imprigionarle rimproverando ad Antigone di aver disobbedito ai suoi ordini.
Ma Emone, figlio di Creonte, supplica il padre di lasciar libera Antigone, della quale è promesso sposo. Il re lo deride e ignora le sue suppliche.
Gli anziani ricordano allora al re che solo una delle sorelle ha infranto le leggi: Creonte dunque cambia idea e decide di condannare a morte la sola Antigone.
Mentre viene portata fuori da Tebe in una grotta ad attendervi la morte, l’indovino Tiresia avverte Creonte che gli dei sono molto irritati per la sua mancanza di rispetto verso i morti, e che tutto ciò porterà suo figlio alla morte.
Creonte, preoccupato, si affretta a far liberare Antigone, sepolta viva, e a far seppellire Polinice.
Emone stringe il corpo della fidanzata morta, si getta sul padre per ucciderlo, ma manca il bersaglio. Rivolge allora l’arma contro se stesso, uccidendosi. Creonte ritorna quindi al palazzo per apprendere che la moglie Euridice s’è tolta la vita dopo esser stata colpita dalla notizia della morte del figlio: resta così solo, chiuso nel suo dolore.
L’opera appartiene al ciclo di drammi tebani ispirati alla drammatica sorte di Edipo, re di Tebe, e dei suoi discendenti. Altre due tragedie di Sofocle, l’Edipo re e l’Edipo a Colono, descrivono gli eventi precedenti, benché siano state scritte anni dopo.
Sébastien Norblin, Antigone donnant la sépulture à Polynice – Public Domain via Wikimedia Commons
Antigone ed Emone, rispettivamente figli di Edipo e Creonte, erano profondamente innamorati e legati da una promessa matrimoniale. Creonte, zio di Antigone oltre che spasimante respinto, era riuscito a mettere le mani sul trono di Tebe dopo che i legittimi eredi, Eteocle e Polinice, fratelli di Antigone, si erano affrontati in un duello mortale per entrambi. Spinto dalla propria natura empia e malvagia, il Tiranno aveva ordinato di non dare sepoltura ai corpi dei due caduti. Contravvenendo a quell’ordine, però, Antigone innalzò una pira e vi adagiò sopra il corpo di Polinice, cui la principessa era legata da profondo affetto. Dall’alto di una terrazza, Creonte vide il bagliore delle fiamme del rogo e si precipitò sul posto, sorprendendo Antigone. In preda alla collera per essere stato disubbidito e cogliendo in quella, l’occasione per potersi vendicare del rifiuto di Antigone, Creonte ordinò al figlio, il principe Emone, di seppellire viva la ragazza nella tomba di Polidice. Emone finse di ubbidire. In realtà sposò l’amata e la mise in salvo affidandola ad un gruppo di pastori, tra i monti. Antigone ebbe un figlio che, come tutti nella sua famiglia, portava impresso sul corpo il segno del serpente. Quando, molti anni dopo, ormai cresciuto, il ragazzo si presentò ad una gara con l’arco, Creonte lo riconobbe dal segno, lo catturò e lo fece mettere a morte. Invano Emone tentò di salvare il figlio; alla fine uccise se stesso e l’infelice Antigone.
Sono partito per incontrare l’Uomo – o un dio? per incontrare Dio e un uomo. Ma questo non posso discuterlo con te elegante anziano signore al caffè dove bevo il mio te al latte verso sera. Perché arrivo da un paese dove si ascolta la rigida tempesta dell’inverno e il deserto dietro la tempia. E parlo una lingua in cui dio significa uomo e uomo dio E in questa lingua è scritta la poesia da questa dipende il suo destino
un corpo che sta dentro un corpo che va un qualcuno solo a metà
guadare il fiume del senza senso il venir meno quotidiano di pezzi di “sé’”: il sé dalle gambe dalle braccia dalla pelle, dal cuore infine dalla parola
come una perdita di rime
apparire solo sparendo, allucinazione e verità, non sono nulla di ciò che mi circonda
un resoconto sotto l’epidermide della stranezza: essere qualcuno solo a metà
può un inizio essere bugiardo? il mio lo fu come nacque in me l’idea? che m’ assedia quanto la scheggia di una bomba scoppiata in un’ altra testa
II
in me nascevano le idee poi le distruggevo come fanno gli uomini con le città c’era qualcuno che si toccava e non aveva scelta nei suoi occhi ma aveva una sorella che guardava e contava fino a dieci e poi ricominciava
saltava l’oggi numerava l’altro ieri che era cambiato il mese saltava l’oggi numerava un dopodomani che sarebbe cambiata la stagione
saltava il qui era sempre là e poi un poco più in là saltava il qui perché non lo cercava e non lo trovava ed era senza tempo e senza spazio sempre in penombra
era sì era. ma non sono sicura che ci fosse era ma forse non c’era
tutto l’universo non era abbastanza grande da accogliere il suo non esserci
III
saltava il padre che le mancava non aveva mai amato le paternità dell’ultimo minuto
Inquietudine di gesti assemblati nel vuoto e questa casa
piena di cose non fatte di cibi non digeriti di lacrime non accadute e ormai secche di parole pagliacce di carezze in cammino verso un altro destino di baci ululanti desiderio e nostalgia non era un’allegoria:
passeggia frenetica sul lungomare di una psicotica fretta e accade che ancora mi cerchi
l’indirizzo su una scheggia di carta o una pagina di vetro mi ha abitato come un’omissione
Voi che vivete sicuri Nelle vostre tiepide case, Voi che trovate tornando a sera Il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo Che lavora nel fango Che non conosce pace Che lotta per un pezzo di pane Che muore per un sì o per un no. Considerate se questa è una donna, Senza capelli e senza nome Senza più forza di ricordare Vuoti gli occhi e freddo il grembo Come una rana d’inverno. Meditate che questo è stato: Vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore Stando in casa andando per via, Coricandovi alzandovi; Ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, La malattia vi impedisca, I vostri nati torcano il viso da voi.
Primo Levi Se questo è un uomo, Torino, Einaudi, 1976