“RITORNO AL VUOTO” saggio breve di Giovanna Fileccia

Per il Maggio dei libri del 2023 ho preso parte al Convegno dal titolo “La poesia: quel poco che riempie il vuoto” promosso dall’Associazione Faro Convention Citizens of Europe presso la Biblioteca di Villa Trabia (PA). Il mio intervento dal titolo “RITORNO AL VUOTO” adesso è stato pubblicato dalla Nuova Euterpe – Rivista di poesia e critica letteraria nella persona di Lorenzo Spurio che ringrazio.
Il quell’occasione la mia opera di Poesia Sculturata Utero della terra è stata inserita in locandina ed esposta per la durata del convegno.

Il mio saggio verte su una mia idea che riguarda due aspetti della poesia.
Buona lettura a voi e attendo i vostri commenti.
Tra l’altro vi anticipo che tale argomento, ampliato e approfondito, sarà protagonista di un incontro a Palermo presso l’ Ottagono Letterario nel mese di giugno. In quell’occasione ne parleremo io e l’amica Giovanna Sciacchitano.

Giovanna Fileccia

N.E. 02/2024 – “Ritorno al vuoto”, saggio di Giovanna Fileccia

Mi è capitato in passato di affermare che la poesia possiede i suoni della musica jazz la quale produce onde sonore elastiche che danno vita a emozioni-come-colori. La poesia accade nell’animo di chi la sa accogliere e si rannicchia in un angolo del corpo fino a che esplode nello spazio circostante. La poesia può fare molto rumore e può anche placare un animo in fermento. Immaginiamo il poeta, la poeta, come se fosse un equilibrista che, asta alla mano, cammina sul filo e, in bilico, ascolta la voce del vento che conduce a due passi dal sole dove è più facile asciugare le lacrime. In questo miracolo poetico vi è nascosto un segreto: il funambolo sa dove e come poggiare i piedi, egli attraversa a piccoli tentativi le emozioni su di un filo sospeso che è sì fragile, ma resistente; nel suo procedere si affida alla propria forza, al proprio coraggio e colma il vuoto – qui rappresentato dall’altezza e dalla sospensione -, prendendo energia dal sé-baricentro.

 La poesia è capace di alleggerire le menti e di sollevare il corpo. Guardiamo, altresì, alla poesia come a una cordicella che lega noi agli altri: come se le parole fossero i minuscoli fili resistenti, compatti che compongono la corda. Scrivere fortifica: è un processo comune a chi, come noi, incide su carta le emozioni più profonde. E, scrivendo, affiorano sentimenti che appartengono a ognuno.

Mi reputo una lettrice esuberante: non riesco a stare lontana dalle parole di poeti e narratori. Tra l’altro ho fatto parte di giurie di concorsi letterari, ho recensito e presentato vari libri e ho ideato alcune rubriche letterarie nelle quali parlo e scrivo di autori sia classici che contemporanei. Questa premessa da parte mia è doverosa in quanto ho rilevato, già da tempo, che, in letteratura in generale e nella poesia in particolare, spesso chi scrive espone più o meno consapevolmente ciò che gli manca. Anche i grandi poeti hanno scritto per mancanza, per difetto, per sottrazione e alienazione. Il poeta desidera, anela con tutto se stesso a (continua sul sito della rivista Nuova Euterpe)

Lucia Triolo: Hoerderlin

come spettro
Hoerderlin attraversa di sguincio
le sue meteore

ricordalo legato a un’attesa:
che si schiuda un fiore
o
si chiuda per sempre

lo schioccare di una fune 
sbalordita 
sulla fine di una nascita
o sull’inizio di una morte

lo schioccare dove tu eri
Suzette
e dove era lui
impigliato nella rete                  
dei tuoi capelli

lunghe le dita carezzano 
i petali
del vostro appuntamento

l’anima che vi doveste
ha imboccato l’uscita secondaria
e si è persa nel buio

che smetta di urlare quel fiore
-ti accarezzava la guancia-
è un errore quell’urlo

è pazzo quel fiore!

lucia triolo: maternità

Ho invitato le foglie del bosco
ad una festa
passavo da lì quel mattino
per la sera attendevo
il mio bambino.

E lui nacque.
Vagiva tutto rosso, allarmato
non capiva cosa gli fosse capitato
Lo chiamai “Nessuno” come suo padre
e il nonno.
Poi lo lasciai,
avevo altro da fare.

E vennero le foglie,
le invitate.
Lo presero con sè.
Sui castelli degli alberi
lo fecero crescere felice.

Non seppe mai
che ero io sua madre.
Di questo mi ringraziò
sempre.

(da “E dietro le spalle gli occhi”)

Lucia Triolo: giorni dolenti

giorni dolenti
parlano anche le pietre 
nessuno ascolta

acqua inquinata beviamo
nelle date che segnano i volti;

la sospensione del respiro e il
suo sparire
in ciascuno cerca sempre
dov’è nato;

senza luce il mattino 
tu hai paura
e s’alza il vento 

si imprime nelle mie pupille
ciò che non ha figura 

Lucia Triolo: a rovescio

costruire a rovescio 
appaga se capito in fondo,
ogni parola è anche il suo contrario:
crea alibi, pretesti
amnesie
storie di fuga, ritorni
rimandi

quelle infilate 
nell’armadio delle nostre cose
vengono fuori
ordinate
nell’incastro
come sampietrini

utopia non inciampare!
dentro l’incanto cullo
il disincanto

Lucia Triolo: sogno nomade

tra le mani
il viso, 
senza principio e
senza meta;

era nomade
il mio bel sogno
non mi apparteneva
nemmeno io
appartenevo a lui:
ma ogni sua pietra 
mi conosceva

andava dal giorno prima,
al giorno dopo;
per essere lo stesso, si fotocopiava
mi indossava come un soprabito leggero
sulle spalle del
“mai quello di oggi”

Così, non ci incontravamo                         
io e il mio sogno:
un efficace esempio di 
rivolte mancate 
mezze parole rimaste
sulle labbra
un interrotto me

Ora 
finalmente è
alle porte:
viene a farmi le condoglianze 
per la mia morte

Lucia Triolo: sogni e peccati

ai miei peccati 
i sogni hanno chiesto
da dove provenissero

loro hanno risposto:
dalle pieghe incalcolabili
del corpo
a passeggio sui vostri 
naufragi

in lunghe vesti 
l’evidenza di una forza ci afferra: 
trappola calda,
urla un presagio di vita 
che ancora
trema addosso
e l’aria è spenta

il cielo ha ancora ganci per noi?

Lucia Triolo: la grande mostra

un grido, una fase lunare
da spaccare sul cippo:
“quando è iniziata
la Grande Mostra del Nulla?” 
e scende il buio

sciami di gente
in auto e a piedi
in se stessi solo per inciampo
come in pietre

generazioni saltate
hanno lavorato per la
propria casa

il tempo che fu non
si inginocchia mai a
quello che sarà
non c’è data nel passato
per il futuro
e non ci sono strade

c’è solo forse
la tua tazzina di caffè ormai
freddo
che non ti ha portato
fortuna

Il mio commento a Sanremo 2024…

Sanremo è sempre stato divisivo. C’è chi lo ama e aspetta con trepidazione l’evento, non si perde una canzone, fa le ore piccole davanti alla televisione, idolatra i cantanti. Ci sono anche intellettuali e aspiranti tali che lo odiano. Non esistono mezze misure. Per due settimane molti diventano dei critici musicali. Volenti o nolenti, Sanremo ha sempre fatto in buona parte la storia della canzone italiana nel bene e nel male. Sanremo è fondamentale per l’industria discografica, almeno in Italia. Di questo bisogna prenderne atto. Criticare totalmente Sanremo è come criticare la moda totalmente senza considerare quanti posti di lavoro e quanta ricchezza crea ad esempio  quel settore. 

L’ho guardato poco Sanremo quest’anno. L’ho guardato il minimo sindacale. Giusto il tempo per sentire il discorso memorabile della mamma di Giogiò e per sentire quello altrettanto memorabile di Giovanni Allevi. Queste due cose valgono più di tutte le canzoni in gara e di tutti i superospiti. Poi le polemiche non sono mancate tra il ballo del qua qua imposto a John Travolta, l’allarme bomba, il body shaming di un dipendente RAI. La migliore canzone a mio avviso è quella della Mannoia, che ha tra gli autori anche l’ottimo scrittore Fulvio Abbate. Anche Angelina Mango ha una bella canzone con musica orecchiabile e un testo con buoni spunti. La Bertè mi è apparsa un poco sottotono non per l’interpretazione (la ritengo la più brava cantante in circolazione insieme ad Antonella Ruggiero. Insomma potrebbe cantare anche l’elenco del telefono) ma come autrice (è un’ottima autrice. L’ho sempre seguita anche da questo punto di vista, ma questo testo non l’ho trovato particolarmente convincente. Poteva fare di meglio una come lei). Per il resto io sono abituato ad ascoltare Claudio Rocchi, Claudio Lolli, Stefano Rosso, Battiato, Alice, Guccini, De Gregori, Vecchioni, De André,  Mario Castelnuovo, Piero Ciampi, il primo Venditti, l’ultimo Baglioni, Tenco,  Gino Paoli, Fossati, Cristicchi, Morgan. Ho letto i testi delle altre canzoni in gara e non mi hanno colpito particolarmente, ma forse sono io che sono fuori tempo, fuori moda e ho, come si dice in Toscana, il becco troppo fine, abituato troppo al miglior cantautorato italiano. A mio avviso nelle altre edizioni (soprattutto quelle con Fabio Fazio) comunque i testi erano migliori o solo più curati. Forse alcune canzoni sono state scritte e pensate proprio per Sanremo e quindi sono nazionalpopolari, mentre altre sono a mio avviso solo commerciali. A ogni modo Sanremo è sempre Sanremo, riesce a monopolizzare l’attenzione dei mass media italiani per due settimane; ai bar, nelle officine e negli uffici non si parla d’altro, perché Sanremo è uno show elevato all’ennesima potenza,  fa tendenza,  rappresenta lo spirito del tempo, è la cartina di tornasole dell’Italia con i suoi pregi e le sue pecche. 

Lucia Triolo: rapina

desiderarsi e parlar d’altro
e sono tutta impeto e coltelli
dietro ogni scatto una rapina

rapinare giorni, sogni
suoni
assenze, presenze
verità
rapinare bugie

ladra di cianfrusaglie
per bendare il dolore
tengo in tasca tutti i furti
sciabolate furtive
a un me che forse nasco
e forse no

e svetto alta e tua
per rapinare anche il nulla
che finge, 
come sempre retrocedendo
nel cuore

rapinare rapinare

io dai cento volti
cento anime, cento corpi, 
cento segreti
cento morti
una sola vita 
come tuo desco mai sazio 
sconsolato

una pessima strega
perde sempre la scopa

W i blog e i blogger!!!

Alcuni dicono che i blog siano morti. Sono gli stessi che dicono che su Facebook ci vanno solo i vecchi. Invece i blog sopravvivono anche grazie a Facebook. Che ci sia in qualche modo una piccola crisi di blog e Facebook è vero, è ormai accertato. Ma non calchiamo troppo la mano. È esagerato sostenere che i blog e Facebook ormai appartengano al passato, che siano ormai superati.  È vero che ci sono dei costi di gestione, di posizionamento sui motori di ricerca. È vero che bisogna dedicarvi impegno e tempo.  È vero che ci vuole passione e costanza. La difficoltà principale dei blogger è data casomai dall’esatto contrario: i blog sono tanti, ognuno al mondo d’oggi ha un blog, ogni giorno spuntano blog, più del 30% degli internauti è iscritto a WordPress, aumentano ogni giorno gli iscritti ad altre piattaforme. C’è chi sostiene nello specifico che sia passata l’epoca d’oro dei blog letterari. Se prima però c’erano pochi blog letterari visitatissimi, oggi che i lit-blog sono molti di più d’un tempo c’è stata una distribuzione più equa e forse più democratica dei lettori. Diciamocelo francamente: se da un lato i giovani frequentano molto di più Instagram, Youtube, Tik Tok (e se hanno una soglia di attenzione più bassa secondo gli esperti delle passate generazioni), è altrettanto vero che questi siti non sono adatti per la poesia, per le recensioni di libri, per la divulgazione letteraria. Le due cose si controbilanciano, al di là delle apparenze. Chi cerca un minimo di approfondimento, fatto in modo chiaro e non noioso, deve andare su lit-blog e siti letterari. E anche se venissero considerati datati, qualcuno deve pur sempre ostinarsi allo stesso tempo a divulgare e approfondire, cose che hanno fatto finora siti letterari e lit-blog (sembra un ossimoro, ma in realtà non è così). E poi vogliamo considerare la libertà dei blogger e dei lit-blog? Fino a vent’anni fa questa libertà di espressione era impensabile, ineguagliabile. 

l’anima voleva essere pietra(shoah)Gabriella Paci

In quei giorni d’attesa del niente

dove c’era timore del tempo che

divorava   la vita nella carne ora

solo pelle attaccata al respiro,

l’anima voleva  essere pietra per non

sentire l’agonia delle ore nel vibrare

del cuore devastato dal dolore per chi

era ormai solo cenere al vento dispersa.

L’anima voleva  essere pietra per non

vedersi morire ogni volta in uno sguardo

specchiato nel fango che non era più

quello di un uomo vero nell’inferno

di terra dove si scriveva l’orrore

con l’inchiostro del sangue a scolorare

della neve caduta  il biancore …

e nell’aria vibrava della morte il dolore

Ecco  l’anima voleva essere pietra

lapide con i numeri ignoti del trionfo

del male….per essere memoria

perenne di un genocidio

lucia triolo: la maschera dell’identità

la maschera dell’ identità 
(donna di classe e gran signora) 
dice:

“io è parola senza movente
né referente
danzatore d’oscurità
in
delicata struttura 

                                      forza d’animo
                                      in prima persona
                                      entusiasmo graffiante
                                      esige pagamenti in contante e 
                                      non dà resto” 

la sua grinta è un desiderio, 
un intento 
sempre lo stesso: 
travestirsi da me

la maschera migliore per
essere peggiore

Sempre i soliti film gialli…

Alla televisione ci sono sempre i soliti film thriller con il serial killer, che ha spesso una personalità multipla. In questo periodo la correlazione tra omicida seriale e sindrome di personalità multipla nei film thriller americani è molto sopravvalutata. Diciamo pure che questi film americani adoprano alcune nozioni della moderna psichiatria per riprendere il topos de “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”, scritto da Stevenson. Meno frequente il caso del serial killer fanatico religioso. Nei film thriller americani viene dato grande spazio ai cosiddetti profiler. È innegabile che in America esistano professionisti, che fanno questo mestiere. Ma spesso nei film viene dato grande spazio al profiler, perché è più accattivante un esperto che fa ipotesi sulla personalità del killer piuttosto di un anatomo-patologo, di un medico legale o di un esperto di balistica, che utilizzerebbero termini incomprensibili ai più. Gli sceneggiatori dei film gialli e dei thriller rischiano sempre di scadere nel già visto, nell’ovvietà, nella banalità. Rischiano di utilizzare luoghi comuni abusati. È difficile trovare una trama veramente originale. Dirò di più: la casistica delle trame non è infinita e di cose veramente originali ce ne sono pochissime. Diciamocelo francamente: oggi scrivere gialli e thriller è molto più difficile di trent’anni fa. Oggi un giallista si trova di fronte a un bivio: consultare esperti della scientifica e coroner oppure ambientare il suo romanzo nell’800 quando non c’erano ancora analisi del Dna e cose affini. Nel primo caso deve avere una rete di conoscenze, nel secondo caso deve invece documentarsi. Infine la grande descrizione di tutti i metodi e le tecniche investigative, purtroppo, può fornire documentazione ai potenziali omicidi, che guardando certi film e certi telefilm possono studiare il crimine fin nei minimi dettagli.

Lucia Triolo: ogni giorno

ogni giorno nascevo un poco
morivo un poco
per passare il tempo, solo
per passare il tempo

ogni giorno nasco un poco
muoio un poco
d’accordo tutti
su questo

ogni giorno nascerò un poco
morirò un poco
e non è vero che
“non vedo l’ora”

……….

Chi ha visto la mia pelle
spazzolare le ombre?
Tracce di puledri rincorro
gli zoccoli alle mani.

Voglio cavalcare la nascita e la morte,
stringerle insieme e strattonarle.
Legarle al bastone del tempo
e venderle all’eternità.
Me le pagherà bene
non le ha

poi andrò via
nel bosco che bisbiglia,

Freddo e caldo penetreranno i miei vestiti.
lascerò fare.
Nessuno, il mio amico,
mi presterà la voce
e il suo altoparlante
muto

Lucia Triolo: strano incontro

Era uguale e diversa la strada.
Per me tracciava rette e per te cerchi,
taceva il senso
dove eravamo ancora
già non eravamo più

Come per caso,
incespicasti in me
di traverso.
Non so se fu sgambetto,
ti finii addosso.
Perché?

Avrò nel mio futuro il tuo mistero
le tue mani vuote, il tuo girovagare
affaccendato e un po’ retrò?
Ma in fondo,
cosa ne so di noi,
di quel che ci accadrà?

Non occorre risposta,
non sempre l’anima
si dà,
non sempre è pronta.

Se la tua anima non si fa la barba
lasciala incolta e un po’ beffarda.
Che me ne faccio
di un’anima in abito da sera,
attenta a non sgualcirsi
il farfallino?

L’ intimità riguarda
adesso
lo sguardo.
E’ direzione del pensiero:
dove volge e dove posa,
trafiggendo silenzi
e squarciando veli ignoti.

E’ sapere che ci sei
in una qualunque
profondità di me

lucia triolo: i barbagianni della morte

                non uccidetemi 
                ho dei ricordi

guarda la morte
come salta alla corda
ho addomesticato le sue streghe e
i barbagianni

sul volto dell’abbandono
oggi c’è un sorriso
accade una memoria

un segreto smette di riposare
su una smorfia
e uno scambio di intese
apre la casa alle parole   

              non morirò con me
              ho una storia

(da Debitum)

Intervista a Ilaria Cino

Ilaria Cino è nata a Napoli nel 1978. È sociologa e operatrice culturale.  È stata inserita in antologie poetiche prestigiose. Ha fondato  il blog letterario Le stanze di carta. Recentemente ha aperto il lit-blog personale Ilaria Cino – literature influencer, che potete trovare qui: https://www.ilariapage.blogspot.com

Dopo un periodo di assenza dalla comunità poetica e dai social, in cui tutti ci chiedevamo che cosa avesse fatto, finalmente è tornata e ne siamo tutti lieti. 

1) Quando è nato il tuo amore per la poesia?

Più che di amore per la poesia parlerei di evento casuale, cominciato con la perdita del lavoro di Fabbrica. Avevo circa trent’anni, un sogno nel cassetto, e un altro poeta militante di famiglia. Prossima ai cinquant’anni, la poesia è una questione di Luna rispetto ad un paese che, per le mie origini mussulmane, mi ha declassata socialmente.

2) Leggere poesia può aprire la mente, e combattere i luoghi comuni?

Leggere poesia non ha mai fatto male, scrivere è diverso. Se pensi che per una poesia sul fiore, scritta dieci anni fa sulla Recherche.it c’è una guerra letteraria, ancora in corso, si dà la risposta.

3) Secondo l’immaginario comune il poeta è una persona sensibile. Secondo te, ciò corrisponde alla realtà?

Se consideriamo il termine sensibile, assimilandolo ad un sinonimo come “suscettibile”, allora si, il poeta è una persona sensibile, sensibile al vento…

4) Cosa ne pensi di quella che viene definita attualmente poesia di ricerca?

Scartando le ipotesi che relegano la poesia alla Treccani, alla Psichiatria, e altre scienze, rimane tutto il resto, rimane l’umano, e la ricerca.

5) Che rapporto hai con altri poeti, e poetesse italiane?

Ho molta stima dei poeti in generale, e di amicizia con chi mi è rimasto accanto, andando oltre le apparenze. In passato ho avuto delle relazioni sentimentali con poeti italiani. Ricordo il poeta F. Repetto, le sue letture pubbliche dedicatemi a Genova. 

Per i salotti letterari eravamo una buona speranza di poesia contemporanea italiana, sulla scia di E. Miller e la poetessa Anais Nin. È a lui che devo i versi sul poeta, pubblicati da Aletti Editore, nel 2017/18, con la poesia “Il poeta”: /Sei un uomo di brughiere/di luoghi incerti/dove il sospiro mette radici/ …

6) Puoi spiegare in parole semplici la tua poetica?

Se consideriamo la poetica come l’insieme dei versi, delle ispirazioni, e delle esperienze che confluiscono nella scrittura, allora parlerei della mia poetica come poetica repettiana, “un militante atto artistico”, lasciatomi dal poeta Francesco Repetto.

7) Quali sono i tuoi poeti preferiti?

Ho letto con piacere Rilke, Campana, A. Rosselli, e molto intimismo americano, tra cui S. Plath, e A. Sexton.

8) Se dovessi salvare un solo libro di poesia italiana per i posteri, quale salveresti?

Salverei il libro che non ho mai scritto e che mai scriverò.

9) Secondo te la poesia morirà con l’ultimo uomo oppure è destinata a scomparire nella civiltà dell’immagine? Aveva ragione Montale che era molto pessimista sul futuro della poesia nella società di massa?

La storia è una cosa strana che sorprende, se pensiamo all’estinzione di massa come fenomeno fisiologico, al “natura crea, natura distrugge”, ai cataclismi degli anni,  Leopardi, la peste, l’esplosione del Vesuvio, la recente epidemia di coronavirus, il motto di Whitman, il “cogli la rosa quand’è il momento”, si afferma quasi come un imperativo.

10) Che cosa hai in cantiere? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Cosa dare al futuro se non la commozione di una fine alla C. Chaplin? È in essere un ipotesi di libretto artistico di poesie con il poeta L. Mullon.

lucia triolo: l’odore del corpo

L’odore del corpo
è quello di tutte le maschere
che indosso
identità precarie sulle barricate
contro il vuoto

Ho provato a contarle
una sera che soffiava il vento
e il ritratto nel quadro mi guardava
in silenzio

Non ce l’ho fatta,
diverse hanno solo un occhio
o solo la bocca
o solo il naso.

Una poi è la maschera di un’ unghia
spezzata e di un’impronta.
Insopportabile.
Anche l’odore è spezzato
spezzato anche il vuoto.

Il ritratto nel quadro è sudato
indossa la maschera di
un risveglio improvviso
senza odore.

Qualcuno arriva da una speranza dimenticata

Pillola impoetica…

C’è chi di fronte a un buon vino o a un buon cibo esclama: “questa è poesia”. C’è al contrario chi esclama: “non scrivere una poesia. Sii chiaro”. Nel primo caso si intende per poesia qualcosa di sublime. Nel secondo caso la poesia diventa qualcosa di inutile, di inessenziale, di superfluo, addirittura di fuorviante. Pareyson, grande maestro dell’estetica tra le tante cose, sosteneva che l’arte è il bisogno dell’inutile. L’arte, quando è vera arte, è inutile e sublime. La poesia nel caso specifico, quando è vera poesia, ci insegna il senso del bello e ci ricorda che tutto è relativo, perfino lo stesso relativismo, perché, come pensava Pessoa, i poeti veri non sono assolutisti, piuttosto sono tutti politeisti. Chi ama la poesia perciò non ha bisogno della religione? La poesia può essere una sorta di nuovo deismo, ricerca di Dio senza alcuna religione? E si può essere poeti senza scrivere versi? In fondo non aveva ragione forse l’extraterrestre di “Micromega” di Voltaire, che lascia agli uomini come insegnamento solo un libro tutto di pagine bianche? Forse la vera poesia è solo quella della vita, l’unica poesia sublime e a volte terrificante ma mai inutile, mentre la poesia dei poeti è inutile? Forse non sarebbe meglio il silenzio, lo sciopero dei poeti per qualche anno? Forse la poesia dei poeti è mero barocchismo, pura decorazione. Forse non sarebbero meglio la meditazione, la contemplazione della natura, la rinuncia, la preghiera, il silenzio? Chi inizia per primo/a? 

Lucia Triolo un bicchiere di vino

un bicchiere di vino in mano

lunghe passeggiate
tra le ginocchia
il Venerdì Santo praticavo il digiuno
ma non avevo locuzioni interiori

la preghiera ha provato
le stelle
non è restata tra i frantumi
dei padri

gambe bagnate da sottili piogge
aspetta ora
l’ autobus in colorate vesti di badanti
ansia di provenienza e destinazione
ignota

forse ora uscirò di scena
come buono a nulla

sorvolare sulla fine