Pier Carlo Lava: Un percorso tra commercio, marketing e passione per la comunicazione
Dal settore commerciale e marketing al mondo della consulenza e del blogging
La mia carriera lavorativa si è sviluppata nel settore commerciale e marketing, un ambiente dinamico e stimolante, capace di offrire sfide quotidiane e opportunità di crescita continua. Questo mondo mi ha affascinato sin dall’inizio, non solo per la sua natura in continua evoluzione, ma anche per il forte impatto che ha avuto sulla mia crescita professionale e personale.
Lavorare in questo settore significa non conoscere la routine: ogni giorno è una nuova sfida, ogni momento richiede adattabilità, intuizione e competenza. Il commercio e il marketing si fondano su un mix di organizzazione, metodo, psicologia, dialettica, creatività e improvvisazione, tutti elementi che distinguono i professionisti più abili sia nelle vendite che nelle strategie di comunicazione e branding.
Spesso, guardando indietro, ci si chiede se si rifarebbero le stesse scelte. Molti, potendo tornare indietro, sceglierebbero strade diverse. Personalmente, non cambierei quasi nulla del mio percorso: rifarei la stessa scelta con la consapevolezza che, per natura delle cose, ogni esperienza vissuta sarebbe comunque unica e irripetibile.
Se c’è una cosa che forse modificherei, è il tempo dedicato alla famiglia. Con il senno di poi, avrei voluto concedere più spazio agli affetti, bilanciando meglio le esigenze professionali con quelle personali. Il lavoro mi ha dato molto, ma è altrettanto importante riconoscere il valore del tempo condiviso con chi ci è più caro.
Oggi, con l’esperienza maturata, continuo a coltivare la mia passione per la comunicazione e l’informazione attraverso il mio ruolo di blogger e consulente, contribuendo con analisi, riflessioni e contenuti su Alessandria Today e altri progetti editoriali. Perché, in fondo, il sapere e l’esperienza acquistano valore solo quando vengono condivisi.
Alessandria: Prosegue il nostro viaggio nella storia partendo dai personaggi ai quali è intitolata una via o una piazza della nostra città, oggi parliamo di Vittorio Moccagatta, Alessandria gli ha dedicato una strada che da via Boves arriva a via Don Giovine nel cuore del villaggio Borsalino ai confini sud della città, poco prima del fiume Bormida.
Una strada a quattro corsie con grandi marciapiedi alberati e le piste ciclabili da ambo i lati, dove tra l’altro c’è Pianeta Sport un complesso con palestra e piscina, il campo scuola di atletica e la nuova clinica Città di Alessandria.
Vittorio Moccagatta, nacque a Bologna l’11 novembre 1903 e cadde in battaglia sul suo MAS nell’azione di Malta il 26 luglio 1941, medaglia d’oro al Valor Militare alla memoria, fu un Comandante di gruppo di forze d’assalto della Regia Marina, ma anche uno scrittore brillante con al suo attivo numerosi studi e pubblicazioni, tra cui una sintesi storica su La Marina italiana dal 1815 alla formazione del Regno d’Italia, che ebbe grande successo. Ma qual’è la sua storia?, a questo proposito ecco che cosa si evince da una ricerca su internet specificatamente nel sito della marina militare.
Vittorio Moccagatta consacrava con ardente passione e purissima fede la sua instancabile opera nell’approntamento di speciali mezzi di offesa e nella preparazione dei suoi uomini a sempre più ardui cimenti.
Rinnovando con più vasto disegno le gesta eroiche di una sua precedente impresa, organizzava ed eseguiva il forzamento di una munitissima Base Navale nemica, scagliando con impeto irresistibile i suoi mezzi d’assalto contro le unità alla fonda nel porto, espugnato ad onta dell’incombente violentissima reazione di fuoco. Sulla via del ritorno, attaccato da numerosi aerei nemici, cadeva falciato da raffiche di mitragliera, mentre sui mari della Patria vibrava ancora l’eco della vittoria e assurgeva ai fastigi dell’epopea la gloriosa impresa, alla quale aveva donato
in olocausto la vita.
Malta, alba del 26 luglio 1941.
Nacque a Bologna l’11 novembre 1903. Allievo all’Accademia Navale di Livorno non ancora tredicenne, nel 1922 conseguì la nomina a Guardiamarina e nel 1923 la promozione a Sottotenente di Vascello. Imbarcò subito sui MAS e nel 1926, promosso Tenente di Vascello, imbarcò prima sul cacciatorpediniere Insidioso e poi sul sommergibile Ciro Menotti, assumendone in seguito il comando a partecipando ad alcune missioni speciali durante la guerra di Spagna.
Dall’aprile 1937 ebbe il comando del Battaglione “San Marco” di stanza a Tientsin (Cina) e, rimpatriato nel 1938, ebbe il comando del cacciatorpediniere Saetta e poi, nel giugno dello stesso anno fu destinato al Ministero della Marina. Promosso Capitano di Fregata il 1° luglio 1939, all’entrata in guerra dell’Italia nel secondo conflitto mondiale ebbe il comando della 1a Flottiglia MAS di La Spezia e la responsabilità dei Mezzi speciali d’assalto, dei quali fu convinto assertore e valente pianificatore delle missioni.
Nell’azione di Malta, condotta all’alba del 26 luglio 1941, ripetendo un suo precedente tentativo di forzamento della munitissima base navale inglese, dopo aver atteso invano ed oltre il tempo precedentemente stabilito il rientro dei suoi operatori,cadeva sul suo MAS falciato da mitraglia di aereo inglese.
Altre decorazioni:
Medaglia d’Argento al Valore Militare (Acque di Malaga, gennaio 1937).
Alessandria: Continua il nostro viaggio nella storia partendo dai personaggi ai quali è intitolata una via o una piazza della nostra città, oggi parliamo di Galimberti Tancredi (Duccio), patriota, Alessandria gli ha dedicato una lunga e importante strada, in gran parte è un viale alberato che da via Luciano Scassi arriva sino alla rotonda via Boves.
Tancredi Achille Giuseppe Olimpio Galimberti, detto Duccio,naque a Cuneo il 30 aprile 1906 e morì a Centallo il 4 dicembre 1944, è stato un avvocato, anrifascista e partigiano italiano. Medaglia d’Oro al Valor militare e Medaglia d’oro della Resistenza, fu proclamato Eroe nazionale dal CNL piemontese.
A Cuneo in piazza Galimberti 6, Palazzo Osasco si trova il Museo Galimberti. La biblioteca appartenuta alla famiglia Galimberti che visse a Cuneo a partire dalla seconda metà dell’800 fu donata insieme alla Casa Museo nel 1974, all’atto della morte dell’ultimo erede Carlo Enrico Galimberti, figlio primogenito di Tancredi senior e Alice Schanzer. Le volontà testamentarie di Carlo Enrico recitano: “A fini di cultura ed istruzione il Comune di Cuneo dovrà curare il riordino dei libri in modo che la biblioteca risulti schedata. I manoscritti di mio padre, di mia madre e di mio fratello Duccio dovranno essere conservati e ne raccomando la pubblicazione”. La biblioteca contiene una vasta rassegna di volumi, riviste ed opuscoli prevalentemente appartenenti all’800 e primi ‘900 d’argomento giuridico, letterario, scientifico ed artistico, racconti in più di un secolo di vita familiare in relazione agli interessi culturali della famiglia.
Patrimonio della biblioteca
17.500 libri e opuscoli a stampa, 430 periodici
1.000 opere anteriori al 1.830
59 film
4.800 documenti digitali
Testi in francese, inglese
CD, DVD
Fondi storici: Storia dell’arte italiana, Adolfo Venturi, Scritti di G. Mazzini, i libri di Carlo Enrico
Galimberti Tancredi (Duccio): Fu la figura più importante della Resistenza in Piemonte. Figlio di Tancredi (che era stato ministro delle Poste con Giuseppe Zanardelli e poi Senatore fascista a di Alice Schanzer, studiosa e poetessa di origini austriache, gli vennero imposti i nomi di Tancredi, Achille, Giuseppe, Olimpio, ma per tutta la vita sarebbe stato, appunto, Duccio.
Dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza a Torino, esercitò l’attività di avvocato e continuò a svolgere studi inerenti a problemi giuridici. Divenne un valente penalista già in giovane età e, nonostante la posizione del padre, non venne mai a compromessi con il fascismo.
Quando giunse il momento della chiamata obbligatoria alle armi, decise di svolgere il servizio di leva come soldato semplice, perché per poter frequentare il corso di allievo ufficiale avrebbe dovuto iscriversi al partito
fascista. da Wikipedia
da Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 51 (1998) di Giuseppe Sircana
GALIMBERTI, Tancredi (Duccio). – Nacque a Cuneo il 30 apr. 1906 da Lorenzo Tancredi, avvocato, politico, parlamentare e ministro, e da Alice Schanzer, studiosa di letteratura inglese, poligrafa e sorella di Carlo, anch’egli deputato e ministro. L’ambiente familiare ebbe grande influenza nella formazione culturale del G., che ereditò dal padre la predilezione per gli studi giuridici e dalla madre la passione per la letteratura e le simpatie mazziniane
Dopo aver conseguito, a soli sedici anni, la maturità presso il liceo S. Pellico, iniziò a collaborare al giornale paterno La Sentinella delle Alpi e nel 1924 scrisse il saggio Mazzini politico (pubblicato postumo a Milano nel 1963, con introduzione di O. Zuccarini e una nota biografica di V. Parmentola). In esso il G. analizzava i valori fondamentali della dottrina politica mazziniana, non mancando di cogliere elementi di incertezza e di utopia nella concezione che il Mazzini aveva dello Stato. Il 17 luglio 1926 si laureò in giurisprudenza a Torino discutendo con E. Florian una tesi su La pericolosità come base della sanzione penale. Nello stesso anno prestò servizio militare come soldato semplice e fu poi richiamato nel 1935 e nel 1939 con il grado di caporalmaggiore presso il battaglione “Dronero” del 2° alpini. Nel 1934 effettuò un viaggio in Russia e al ritorno tenne diverse conferenze sulla situazione di quel paese.
Il G. fece pratica presso lo studio paterno, dedicandosi particolarmente alle cause penali, ma non trascurò l’attività scientifica, sviluppando i suoi studi sul tema della pericolosità. Scrisse diversi saggi, tra cui Funzione e disciplina della pericolosità (in Studi teorico-pratici sulla nuova legislazione italiana, Bologna 1932) e fu incaricato di redigere la voce Pericolosità sociale e criminale dell’Enciclopedia giuridica italiana (XIII, 1937), mentre la raccolta dei suoi scritti di diritto e di procedura penale diede corpo ai Quesiti d’udienza (I-II, Milano 1943). Nel 1939, alla morte del padre, il G. decise di impegnarsi senza remore nella lotta al fascismo.
Fino ad allora, pur avendo rifiutato l’iscrizione al partito fascista, egli si era infatti astenuto da ogni iniziativa che sarebbe apparsa come una clamorosa contestazione nei confronti del padre, sostenitore del regime. Verso la fine del 1940 il G. compì alcuni viaggi a Roma, dove incontrò Meuccio Ruini e altri esponenti della politica prefascista, a Genova e a Torino. Al G. premeva soprattutto stabilire uno stretto rapporto con gli ambienti antifascisti torinesi e ritrovarsi con quelle persone che, a prescindere dal credo politico, fossero decise a combattere il regime. Non aveva compiuto ancora una precisa scelta politica, ma anche dopo aver aderito nel 1942 al movimento Giustizia e libertà, restò convinto che la pregiudiziale antifascista dovesse prevalere sulle divisioni ideologiche.
Una volta inseritosi nell’organizzazione giellista, il G. ritenne di possedere finalmente l’investitura per iniziare l’opera di proselitismo tra gli antifascisti di Cuneo. Prima convocò presso la propria abitazione una serie di riunioni serali, alle quali invitava gli amici più fidati, poi ampliò il raggio d’azione dell’attività cospirativa, rivolgendosi a professionisti, impiegati, insegnanti, studenti e anche militari. Agli inizi del 1943 si era così raccolto intorno al G. il primo nucleo cuneese del Partito d’azione. Egli si riconosceva appieno nella pregiudiziale repubblicana e nel progetto di una democrazia avanzata sul piano civile ed economico, affermati dal Partito d’azione, sebbene la sua collocazione in questo partito non fosse riconducibile ad alcuna delle correnti politico-ideali che vi erano confluite. L’originalità dell’azionismo del G. risultò evidente nel Progetto di costituzione confederale europea ed interna da lui elaborato insieme con Antonino Repaci tra l’autunno del 1942 e il luglio 1943 (ma pubbl. Torino-Cuneo 1946).
Questo progetto, caratterizzato da una forte carica europeistica, si rivelava in molti passaggi qualificanti “assai remoto dalle posizioni del Partito d’azione, sia dei “sette” e sia dei “sedici punti”, ovvero da entrambe le sue “anime”: quella liberistica o al più dirigistica di La Malfa, Parri, Paggi e la socialista di Lussu, De Martino, Codignola” (Mola, p. 283). Si trattava, inoltre, di un progetto gravido di ingenuità e utopia (contemplava, tra l’altro, la creazione di una lingua internazionale da insegnare nelle scuole e il divieto di costituire eserciti nazionali) e ispirato a una rigida concezione corporativa e sociale dello Stato.
Nel marzo 1943 il G. diffuse, dattiloscritto, un Appello agli Italiani, redatto in collaborazione con Lino Marchisio, nel quale si stigmatizzavano le tendenze particolaristiche dei partiti e si insisteva sulla necessità di unire tutte le forze dell’antifascismo. Il 26 luglio, parlando alla folla radunata sotto la finestra del suo studio in piazza Vittorio Emanuele al termine di una manifestazione di esultanza per la caduta di Mussolini, il G. affermò che bisognava subito rompere l’alleanza con la Germania e prepararsi all’insurrezione armata contro i Tedeschi.
Poche ore dopo ribadì le stesse cose nel corso di un comizio in piazza Castello a Torino e per queste due sortite l’autorità militare spiccò nei suoi confronti un mandato di cattura, che venne revocato tre settimane più tardi. In agosto il G. prese contatto con il comandante del reggimento alpino di stanza a Cuneo e all’indomani dell’8 settembre intensificò gli sforzi per coinvolgere reparti dell’esercito nell’organizzazione di resistenza. Più che a dar vita a un movimento partigiano il G. pensava infatti a tenere in piedi l’esercito, che avrebbe dovuto arruolare volontari civili disposti a prendere le armi contro i Tedeschi. Dopo aver invano richiesto per due volte, il 9 e il 10 settembre, al generale comandante della zona di Cuneo di procedere all’arruolamento volontario del gruppo azionista nei reparti alpini, il G. e i suoi amici “decisero di attuare il progetto sino allora perseguito solo in via eventuale, della creazione delle bande e della resistenza armata “irregolare”. Scelta questa soluzione, essi tornarono alla carica presso i comandi militari e gli ufficiali di grado elevato per sollecitarne la collaborazione nella raccolta delle armi e l’assunzione del comando del gruppo che si apprestava a raggiungere la montagna” (Giovana, 1964, p. 26). Risultati vani anche questi tentativi, gli antifascisti cuneesi decisero di abbandonare le città per dirigersi sulle montagne circostanti.
La notte del 12 settembre il G., Dante Livio Bianco e altri dieci suoi compagni raggiunsero la cappella di Madonna del Colletto, tra la Valle del Gesso e quella della Stura, dove costituirono la prima banda partigiana, denominata “Italia libera” (il medesimo nome venne assunto dall’altra formazione che si costituì contemporaneamente a Frise in Valle Grana).
Venne subito affrontato il problema dell’efficienza bellica, che riguardava sia l’utilizzazione migliore di armi e munizioni, in gran parte sottratte alle caserme, sia la necessità di una disciplina militare. I partigiani di “Italia libera” furono concordi nel rifiutare quelle forme coercitive e gerarchiche invalse negli eserciti e preferirono rifarsi alle esperienze del volontariato risorgimentale mazziniano e garibaldino, “delineando così nei suoi contorni quel costume partigiano dei giellisti cuneesi […] peculiare delle formazioni sorte in quel tratto di arco alpino per volontà della pattuglia di “azionisti” capeggiata da Galimberti” (Giovana, 1964, p. 31).
Dopo essersi trasferito con il suo gruppo a San Matteo di Valle Grana il G. si impegnò nell’opera di collegamento e di unificazione tra le varie bande che portò alla nascita delle brigate di Giustizia e libertà nel Cuneese.
“La guerra partigiana, per Galimberti e i suoi compagni, aveva il duplice compito di scompaginare con azioni aggressive i depositi nemici in pianura, demoralizzarne le truppe, creare un permanente stato d’allarme fra di esse, e impegnare quante più forze dell’avversario fosse possibile nella zona, distraendole dai fronti di guerra. Perciò doveva far perno su organismi agili, capaci di proiettare in pianura punte d’attacco ardite e fulminanti, ma anche di articolare nelle valli forze che apparissero come minaccia costante alla sicurezza dei centri della provincia occupati dai nazifascisti e fossero in grado, se attaccate, di sviluppare un discreto volume di fuoco per un tempo relativamente lungo, così da infliggere al nemico il massimo di perdite e di logorio” (ibid., p. 37).
Il 13 genn. 1944, nel corso di un attacco dei Tedeschi alla posizione di San Matteo, il G. rimase ferito alla caviglia, ma non volle abbandonare i compagni prima della fine degli scontri. Fu poi trasportato su una rozza barella in pianura e accompagnato per vie sicure in casa di un agricoltore a Canale d’Alba. Qui trascorse un periodo di convalescenza, durante il quale elaborò il Progetto di riforma agraria (apparso in Il Ponte, XV [1959], 12, pp. 1549-1556, e ristampato in Mazzini politico, pp. 67-81).
In questo suo scritto il G. sosteneva l’opportunità di limitare la proprietà privata a beneficio di forme di proprietà pubblica nell’ambito di una programmazione agricola gestita da organismi comunali.
Appena guarito il G., di cui erano ormai conosciute le doti di coraggio e l’autorevolezza, fu chiamato ad assumere il comando di tutte le formazioni gielliste del Piemonte e a far parte del Comitato militare regionale. Il 5 aprile – dopo la cattura e la fucilazione del generale G. Perotti e di quasi tutti gli altri membri del Comitato – toccò al G. assumere provvisoriamente la carica di comandante per la Valle d’Aosta, il Canavese e il Cuneese orientale. Rimasto nel Comitato in rappresentanza del Partito d’azione, il 22 maggio guidò la delegazione del Comitato di liberazione nazionale piemontese che si incontrò a Barcellonette con quella dei maquisards francesi per stabilire un’intesa tra i due movimenti di resistenza.
Animato da spirito europeista, il G. desiderava riallacciare fraterni rapporti con la Francia per cancellare l’onta dell’aggressione fascista, ma fu molto fermo nel far presente ai suoi interlocutori che le responsabilità del regime di Mussolini non potevano essere estese all’intero popolo italiano. Preoccupato di “salvare la dignità dell’Italia senza cadere nel patriottardismo” (Ruata, p. 1889), riuscì a evitare che si creassero attriti sulla questione della Valle d’Aosta e a far affermare negli accordi finali l’identità d’intenti nella lotta al nazismo e per l’avvento delle libertà democratiche.
Rientrato in Italia, il G. fu di nuovo preso dai suoi compiti di comando e proseguì nell’instancabile opera di collegamento, viaggiando con ogni mezzo. Benché usasse molte precauzioni, cambiando abitazione e assumendo diversi nomi di copertura (Garnero, Ferrero, Dario, Leone), si trovò esposto a sempre maggiori rischi e gli venne pertanto consigliato di allontanarsi dal Piemonte per andare a ricoprire un incarico di responsabilità a livello nazionale.
Il G. non aderì all’invito e il 28 novembre a Torino cadde nelle mani della polizia e fu rinchiuso nelle carceri Nuove, prima di essere trasferito, il 2 dicembre, a Cuneo. Qui venne preso in consegna dalle Brigate nere, che lo sottoposero a tortura, mentre ogni tentativo di ottenere la sua liberazione attraverso lo scambio di prigionieri fu respinto dai fascisti.
All’alba del 3 dic. 1944 il G. venne prelevato per essere condotto nei pressi della frazione Tetti Croce di Centallo, in località San Benigno, dove venne ucciso a raffiche di mitra, e la sua salma abbandonata.
Alla memoria del G. fu assegnata la medaglia d’oro al valor militare quale “altissimo esempio di virtù militari, politiche e civili”. Nel 1948 gli venne conferita la Legion d’onore per il contributo dato all’intesa tra i movimenti di liberazione francese e italiano.
Fonti e Bibl.: Le carte del G. sono conservate presso l’Archivio della casa-museo Galimberti di Cuneo, il cui inventario è stato curato da E. Mana e pubbl. in Archivio Galimberti, Roma 1992; altri documenti e testimonianze sull’attività del G. nell’antifascismo e nella Resistenza sono depositati a Cuneo presso l’Istituto per la storia della Resistenza in Cuneo e provincia. Si vedano inoltre: In memoria della medaglia d’oro D. G. da Cuneo, partigiano alpino, sentinella delle Alpi, Roma 1945; G. Bocca, Partigiani della montagna. Vita delle divisioni “Giustizia e Libertà” del Cuneese, Borgo San Dalmazzo 1945, pp. 11 s., 15, 22, 25-27, 35, 63, 94; numero speciale di Giustizia e libertà del 2 sett. 1945; Il processo ai torturatori di Cuneo, ibid., 17 ott. 1945; A. Ruata, Ricordi di D. G., in Il Ponte, X (1954), pp. 1883-1894; D.L. Bianco, Guerra partigiana, Torino 1954, ad ind.; D. G. eroe nazionale del secondo Risorgimento, Cuneo 1959; M. Giovana, La Resistenza in Piemonte. Storia del CLN regionale, Milano 1962, ad ind.; R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Torino 1964, ad ind.; M. Giovana, Resistenza nel Cuneese. Storia di una formazione partigiana, Torino 1964, ad ind.; G. Bocca, Storia dell’Italia partigiana, Bari 1966, ad ind.; E. Lussu, Partito d’azione e gli altri, Milano 1968, ad ind.; A. Repaci, D. G. e la Resistenza italiana, Torino 1971 (con ampia bibliogr. sul e del G.); L. Valiani – G. Bianchi – E. Ragionieri, Azionisti, cattolici, comunisti nella Resistenza, Roma 1971, ad ind.; A.A. Mola, Trent’anni fa l’assassinio di D. G., in Gazzetta del popolo, 3 dic. 1974; M. Salvadori, Breve storia della Resistenza ital., Firenze 1974, ad ind.; M. Giovana, Un uomo nella Resistenza. Detto Dalmastro, Cuneo 1977, pp. 10, 12-17, 19-24, 42, 44, 52; P. Calamandrei, Uomini e città della Resistenza, Roma-Bari 1977, pp. 243 s., 348; G. De Luna, Storia del Partito d’azione. La rivoluzione democratica 1942-1947, Milano 1982, ad ind.; D. Giacosa, Ricordo di D. G. e D.L. Bianco, Cuneo 1986; F. Franchi, Caro nemico: la costituzione scomoda di D. G., eroe nazionale della Resistenza, Roma 1990; A.A. Mola, T. G. jr. (Duccio), in Il Parlamento italiano, Storia parlamentare e politica, XII, 2, pp. 283-285, 601; Enc. dell’antifascismo e della Resistenza, II, ad vocem; Enc. Italiana, App. II, ad vocem.
Ti guardavo stelo nudo nella nebbia. Credo sia stato il quadro più mite che i miei occhi abbiano mai dipinto. Come ci ho nuotato dentro ai torridi miraggi estivi! Mi abbandonavo, a bagno, per sciogliermi tutte le vene e tutti i grovigli. Tendini usurati.
Eppure tu, come ti scioglievi, là con me, fra le guance bianche di quella nuvola, con la pelle tiepida di legno, di statua antica, custode semidio e semibestia di un enigma meraviglioso del tempo. E quel segreto lo tenevi incastonato, forse, nella gora che ti scorre in mezzo agli occhi.
Quanto ti celebro adesso, nel mio respiro impollinato.
Buonanotte corpo da adorare, da assaggiare a piccoli morsi, da respirare dentro al cuore cavo, da smaterializzare come un profumo fra i pensieri, da immaginare sulle punte ossute di tutti i rami, da scavare come una pozza calda in cui morire.
Nel pomeriggio il buio giunse con alcuni fiocchi. Altea osservava i fiati granulosi soffiati dalla porta che si apriva e si chiudeva. Alcuni chicchi di neve si lanciavano dentro casa e subito morivano liquefatti sul coccio.
Loro morivano al contrario, pensava, col calore. Prese il cappotto e uscì all’improvviso. Non andò lontano, trovò un angolo scuro del giardino e lì rimase ritta qualche minuto.
Chiuse gli occhi, sollevò il naso fino al cielo. La neve ingoiava tutti i suoni del mondo. Nessun rumore dal cielo o dalla terra, se non lievi fruscii (forse erano le grida dei fiocchi che precipitavano). E poi c’era un boato, sordo, forse era l’eco del cosmo. Il cielo si era compresso come un tappeto rovesciato, fra i suoi filamenti cadevano ritmicamente piccoli oggetti di suono, come i residui delle scarpe di chi aveva camminato là sopra. Picchiettio di ossicini dal cielo, ad un tratto, tremuli schizzi ovattati d’arancio cominciarono a filtrare dal tappeto di nubi. E il boato, sooooordo, oscillatorio, tornava sempre, regolare. Altea spalancò i suoi timpani come un diaframma fotografico. La neve era composizione. Tocchi scrinzi e sussefugi, e piccoli critti a grattare il boato, e l’imbrainarsi dei turbini di fiolivelli inverditi. E ancora lisme acute di rimbalzo, sul velluto del silenzio, strissi filunghi in picchiata fra scie frattate di ralgido. Che baci aguzzi morivano sulla sua pelle. E ad ogni brivido gli occhi, le orecchie e le narici regredivano, non sentiva niente, davvero, tutta quella mescolanza di suono, non era suono, e non colpiva davvero i timpani ai lati della sua testa, era senso, forse di coscienza, o forse d’immaginazione, era un senso nostalgico dell’ovunque vuoto, e zeppo di nulla.
Era un finissimo forasma di polvere nitrata d’argento. Aprì gli occhi. La neve. Tornò in casa.
Contenere una fantasia soddisfatta con amore decente
Fermati, ombra del mio elusivo bene,
immagine dell’incantesimo che amo di più,
bella illusione per la quale muoio felicemente,
dolce finzione per cui vivo.
Sì alla calamita dei tuoi attraenti ringraziamenti
servi il mio petto d’acciaio obbediente,
Perché mi fai innamorare lusingando
se poi mi devi prendere in giro latitante?
Più blasone non può, soddisfatto,
che la tua tirannia trionfa su di me:
che anche se lasci rubato lo stretto legame
che la tua forma fantastica allacciava,
non importa deridere braccia e petto
se scolpisci la prigione la mia fantasia
dai Sonetti di Sor Juana Inés De la Cruz
Poetessa messicana, nata a San Miguel de Nepantla il 12 novembre 1651, morta a Messico il 17 aprile 1695. Si chiamava al secolo Juana Inés de Asbaje y Ramírez de Santillana. A 13 anni fu assunta come dama d’onore della viceregina; e tre anni dopo entrò nel convento di San Giuseppe delle carmelitane scalze, donde uscì, tre mesi dopo, inferma, per ritornare al palazzo vicereale. Ma presto entrò nel convento di San Gerolamo, dove visse 27 anni fino alla sua morte, e dove ebbe l’incarico di curare l’archivio e l’amministrazione. Eletta due volte badessa, rifiutò per umiltà l’alta carica.
Al vescovo di Puebla, Manuel Fernández de Santa Cruz, che, ammirandola senza comprenderla, la esortava a leggere “qualche volta la vita di Gesù”, la suora scrisse il 1° marzo 1691 una lettera importantissima per il carattere autobiografico e per la forte umanità con cui si rivelano la sua fede e la sua vita interiore: il grande spirito religioso che l’animava, l’amore per la scienza, le sue profonde letture – specie del Vecchio e Nuovo Testamento, delle opere di S. Gerolamo e delle pagine etiche di Seneca – la schietta umiltà del suo animo, vi si riflettono con incisiva verità. Nel 1694 confermò i suoi voti: inviò poi all’arcivescovo di Messico i 4000 volumi che formavano la sua biblioteca, i suoi strumenti scientifici e quelli musicali, con la preghiera di venderli e dividerne il provento tra i poveri. Durante l’epidemia che nei primi del 1695 si sviluppò nel suo convento, si dedicò all’assistenza delle inferme, con tanta abnegazione che rimase vittima del contagio.
Fu l’espressione più genuina della vita letteraria della sua epoca; a lei si chiedevano composizioni di tutti i generi: dalle commedie, rappresentate nei collegi e a Palazzo, agli autos, destinati a rappresentarsi nelle cattedrali; dalle poesie occasionali ed encomiastiche ai poemetti amorosi e classicheggianti. Formatasi in mezzo al dilagante gusto secentista, ne risentiva la maniera; ma spesso se ne sapeva liberare per una più semplice e più vera umanità. La lirica spirituale dell’auto: El divino Narciso, molti romances d’indole sentimentale, le redondillas di carattere psicologico e didattico, qualche strofa di villancico, rivelano una schiettezza stilistica che contrasta con il gongorismo del Sueño e del Neptuno alegórico. Nelle commedie di “cappa e spada” d’ispirazione calderoniana, alterna la semplicità de Los empeños de una casa e di Amor es mas laberinto con l’artificiosa ricchezza di San Hermenegildo e di El cerco de José. Ma in questa varietà di atteggiamenti la suora ha riecheggiato le migliori note dell’arte contemporanea e vi ha espresso potentemente la sua personalità. Edizioni: Il 1° volume d’una raccolta completa apparve dopo alcune ediz. parziali: Inundación Castálida de la única poetisa, Musa décima, Sor J. I. de la C., Madrid 1689, a cui seguì una ristampa: Poemas de J. I. de la C., Madrid 1690; il 2° vol.: Segundo tomo de las obras de Sor J. I. de la C., Siviglia 1691, Barcellona 1693; il 3° vol. postumo: Fama y obras posthumas del Fénix de Méjico, Sor J. I. de la C. (Madrid 1700) con un’importante biografia dl D. Calleja. Bibl.: M. Serrano y Sanz, Apuntes para una bibl. de escritoras españolas, Madrid 1905; P. Henríquez Ureña, Bibl. de Sor J. I. de la C., in Revue Hispanique, XL (1907), pp. 161-214; M. Menéndez y Pelayo, Historia de la poesía hispano-americana, I, Madrid 1911, pp. 73-82; A. Nervo, J. de Asbaje, Madrid 1912; González Blanco, S. J. I. de la C., in Nuestro Tiempo, XIII (1913), pp. 2-310. [ Enciclopedia Treccani]
Ospitiamo con vero piacere, per la rubrica “Il libro del mese”, l’ultimo romanzo “IL MIO MONDO FINIRA’ CON TE” di Carmelo Aliberti, scrittore, ricercatore, autore di circa un centinaio di volumi di poesia critica letteraria e narrativa e di un saggio su La questione meridionale in Letteratura, nonché fondatore e direttore della Rivista Edizioni TERZO MILLENNIO.
Carmelo Aliberti
“Il mio mondo finirà con te” (gennaio 2022)
Carmelo Aliberti, critico letterario, saggista e poeta ci propone una seconda opera narrativa: “Il mio mondo finirà con te” mantenendo il piano propositivo e strutturale di “Briciole di un sogno” con cui voleva dare una scossa al mondo letterario attuale, appiattito da una narrativa usa e getta che sforna libri a gogo con la durata di un rasoio monouso. Narrativa, storia, saggistica, poesia e denuncia qui si fondono in un tessuto nuovo che incide per intensità etica e possibilità di approccio. La trama è semplice: Carlo, uomo del Sud, letterato, cresciuto in una famiglia che gli ha trasmesso ideali fondanti, con un gruppo di amici della stessa tempra morale, dà vita a un giornale, importante, pur nelle sue modeste proporzioni, a cercare di diffondere cultura e speranza in un futuro migliore. Si innamora di Anna che lo ricambia con uguale sentimento, ma il loro amore svanisce all’improvviso per la morte inaspettata della ragazza. Lo sconforto sembra trascinare il giovane in un gorgo senza fine, quando casualmente conosce Rosa che riesce a risollevargli il morale e ridargli nuova speranza di vita. Anche questa volta il destino sembra accanirsi contro di lui. Dopo un periodo di giorni felici, improvvisamente Rosa si allontana, sparisce e nulla si sa più di lei. Il mondo di Carlo sembra finire (il motivo del titolo), ma l’incontro con un pastore lo scuote e nasce la riflessione sulla vita che può divenire missione di aiuto al prossimo. Così Carlo si riprende e vivrà per diffondere fraternità intorno a sé. Sfondo di questa trama, ma anche parte essenziale del libro, è la denuncia sociale. Il nostro è un mondo in cui il capitale depaupera sempre più i popoli, siano essi dediti all’agricoltura, come i tanti contadini della zona messinese (nativa dell’autore) e della Sicilia in genere o degli operai costretti alle catene di montaggio nelle fabbriche del Nord. C’è la fame di milioni di esseri che, con esodo da terre aride, cercano scampo verso paesi che diano loro un pane e sono respinti come animali infestanti; c’è il caporalato del Sud (e non) che costringe a turni inumani di lavoro i raccoglitori di ortofrutticoli, con paghe da miseria e angherie e violenze di ogni specie. In più non vi è zona della terra dove non alligni la guerra, perché i grandi blocchi nazionali reggono le fila delle lotte, apparentemente tese a raggiungere esiti di giustizia, progresso e civiltà, invece realmente intesa a conquiste territoriali e impadronimento di materie prime per interesse economico. Aliberti in una visione universale ci mostra i mali del mondo dalla prima guerra (mondiale) ai giorni nostri. Non nega il progresso tecnico che ha portato migliori condizioni di vita e alleggerito la fatica, ma che contemporaneamente ha snaturato il rapporto uomo-terra-dio. Rileva quante atrocità l’umanità ha dovuto vedere, come i campi di sterminio, la persecuzione delle razze, il mancato rispetto del pensiero individuale, la caduta dell’eticità, il femminicidio… Ecco, la figura della donna in Aliberti è particolare, sia essa madre, sposa o figlia. È l’amore che l’autore ha provato e prova per le donne della sua vita (la madre e la sposa). In “Briciole di un sogno” va ricordata la meravigliosa dedica alla compagna della sua vita, di una liricità straordinaria. Fra i protagonisti del romanzo, figura minore, ma rilevante, c’è Pino, reduce dalla missione in Afghanistan che racconta le atrocità colà avvenute, non tutte per colpa del talebani e delle varie etnie del territorio. A causa di queste traumatiche esperienze, in cui si era trovato, nel desiderio di essere di aiuto al prossimo in una missione umanitaria, era ritornato affranto e deluso dagli esiti raggiunti. Non si pensi a questo punto che l’opera sia solo ciò (già non è poco); c’è un mondo descritto e vibrato in pagine partecipate e partecipanti. Vi è il mare con i pescatori di pescispada, con la visione della coppia ittica legata da un amore profondo, in cui lascia un segno la sofferenza reale del pesce che vede strapparsi l’amata dall’arpione… C’è la Valle di Templi, simbolo del mondo classico, gloria dell’arte, dell’ingegno e creatività, della storia e dei miti. Non manca il richiamo all’età d’oro di Pericle che diede ad Atene il suo contributo per una democrazia reale, in cui tutti, anche i più poveri, avessero diritto di voto. Anche qui, si evince chiaramente come nell’epoca attuale la libertà di idee, espressione e volontà individuale siano spesso più apparenti che reali. “Il mio mondo finirà con te” ha pagine descrittive che avvincono. Si sente la profonda conoscenza della terra in cui l’autore è nato, ha vissuto, ha compiuto i suoi studi e ricorda con l’affetto di un figlio. A ogni passo il lettore troverà qualcosa di nuovo, una notizia, un arricchimento… Numerose le citazioni, l’uso del dialetto, i richiami poetici, con versi di Dante, Quasimodo, Levi, dell’autore…Dire che il libro è interessante è superfluo e banale. È il mondo nella sua totalità, con la meraviglia della natura che dovrebbe essere tutelata, perché reca l’impronta del creatore e non martoriata per speculazione. È la terra che l’autore vorrebbe in pace, democratica, umana, in cui ognuno possa esplicare se stesso dignitosamente, con la propria identità, nel cammino terreno verso la foce divina. Lucio Zaniboni
PREFAZIONE FRANCESCA ROMEO
Una nuova storia, un nuovo viaggio, una nuova sapiente, appassionante regia del professor Carmelo Aliberti, poeta e saggista. “Il mio mondo finirà con te” è un esempio di quella grande letteratura densa di stili e atmosfere tali da far assaporare a ciascun lettore quell’antico sapore perduto di cose buone. Proprio come accade in “Briciole di un sogno”, primo romanzo dello scrittore, in cui tutto si concatena in un’eterna miscellanea tra la grande storia e le piccole storie di tutti i suoi protagonisti. Esiste una continuità di spirito e di stile tra i due romanzi, una continuità in cui convergono, insieme alle colte citazioni storico-letterarie, tutti gli elementi tipici della sua narrazione: l’amore, le meschinità, la fatica quotidiana, le difficoltà, gli ideali, gli affetti familiari, i sogni. Protagonista è l’amore. Un amore puro, vero, delicato come i petali di una rosa. Un amore senza lieto fine e, proprio per questo, imperituro. A viverlo è il giovane Carlo, un ragazzo pulito, buono, sognatore, che ha ereditato dalla famiglia quei valori essenziali intrisi di “sacrificio” e “abnegazione”, e Anna una ragazza bella, candida, genuina, saggia. “Anche dopo sposati dovremo camminare insieme, condividere il bene e combattere il male, comprenderci nei nostri errori e saperci ritrovare nel perdono reciproco, nelle scelte condivise di operare, accettandoci e correggendoci umilmente a vicenda” sono le parole rassicuranti di Carlo di fronte alle paure di Anna, parole che dipingono lo straordinario affresco di un sacro voto pronunziato innanzi alla promessa di una vita da vivere insieme. Ma Anna è qualcosa in più di una donna. Anna è una creatura indefinita, una musa, un angelo: Anna è Beatrice. E, proprio come Beatrice, Anna non è fatta per vivere su questa terra. Aliberti riesce così a incastonare nella cultura contemporanea una storia che segue i canoni di un amore cortese, rendendolo profondamente attuale e vero, senza tuttavia perdere il legame con il sublime empireo dell’amore irraggiungibile. Al filone principale dell’amore puro tra Carlo e Anna, Aliberti annoda altre microstorie, crude, schiette e spesso violente dei personaggi secondari. Come quella tragica tra “Micu u suddu” e la moglie: storia di tradimenti, di vendetta, di delitto d’onore. Come quella tra Pippo e Gina. Storie laceranti di amori malati e convulsi, incapaci di elevarsi. Descritte con carezzevoli pennellate pregne di grumi nostalgici sono invece le figure materne. Madri capaci di annullarsi del tutto per vivere in funzione del figlio. Madri protettrici, forti e fragili allo stesso tempo. Simbolo della famiglia, di quel nido cui sempre ritornare. Madri di un tempo, struggenti e belle, commoventi come la madre di Cecilia dei Promessi Sposi. Improvvisamente nella vita di Carlo appare Rosa, una “ragazza confidenziale e simpatica, spontanea e spensierata, uno sguardo limpido e saettante” come egli stesso la descrive. Ed inizia un nuovo amore, idilliaco e anch’esso, purtroppo, dal tragico epilogo: Rosa scompare inghiottita dal nulla. Emblematico il viaggio di Carlo: come Ulisse si spinge oltre simboliche colonne d’Ercole. Come Ulisse scende nell’Ade. Affronta i suoi demoni. E risorge. Significativo è l’incontro con il pastore. Carlo imprime allora una nuova direzione alla sua vita. Orienta la sua bussola sulle rotte dell’umanità, cercando di rispondere al più bello dei comandamenti cristiani: ama il prossimo tuo come te stesso. Il tessuto del romanzo è intriso di molteplici trame secondarie, di racconti di vita, di personaggi le cui vite sembrano dipanarsi sui fili tessuti dalle Moire. Pagina dopo pagina Aliberti si lascia andare a profonde riflessioni, pensieri, ricordi che si rincorrono avvinghiandosi alle vicende vissute dai protagonisti. Un carosello di personaggi noti, macrostoria, fatti di cronaca e attualità sfila sotto lo sguardo attento del lettore. Da Pericle, alla seconda guerra mondiale, all’Afghanistan, all’11 settembre, ai drammi di una Sicilia vessata dal caporalato, ai tesori d’arte di un Isola che possiamo a ragion veduta definire patrimonio dell’umanità. Caravaggio, Guttuso, Migneco, Quasimodo, i miti di Colapesce e della fata Morgana, e molto altro ancora, brillano tra le pagine come perle preziose custodite in uno scrigno. Aliberti getta uno sguardo profondo anche alla fuga dall’isola dei tanti giovani in cerca di lavoro e affermazione, al dolore della lontananza. E la fede, coprotagonista insieme all’amore, muove ogni cosa. Una fede di manzoniana memoria, radicata nella famiglia, ricca di speranza e fiducia in quel Dio che “provvede” alle sue creature. Ecco che ogni incontro narrato diventa testimonianza umana capace di infondere refrigerio all’arsura delle sofferenze. Ancora una volta tutto si svolge in quella Sicilia bella nei suoli colori e calori, terra natia dell’autore, narrata tra passato e presente, colta nelle sue molteplici fascinazioni, depurata dagli stereotipi, tradita da quelle classi politiche impegnate solo a procacciare i propri interessi, dilaniata da quella cruda contraddittoria sicilianità, avvolta da un fin troppo longevo torpore metafisico. Carmelo Aliberti, con il suo stile colto, eppur straordinariamente comprensibile a tutti, ci regala così un altro capolavoro, intriso di un forte realismo verghiano, capace di descrivere minuziosamente dall’interno ogni suo personaggio o fatto narrato. Un romanzo che rinchiude dentro sé mille altri piccoli romanzi, tutti perfettamente uniti dal filo rosso di ciò che è realmente la vita. Dott.ssa Francesca Romeo, giornalista e scrittrice ( Francesca Romeo, da sempre appassionata lettrice di libri, si laurea in filosofia all’Università di Messina con una tesi sullo sbarco dello anglo americano in Sicilia avvenuto il 10 luglio 1943. Specializzata nello studio dei Vangeli Apocrifi ha tenuto diverse lezioni presso l’Università della Età di Barcellona. Giornalista, collabora con la Gazzetta del Sud, occupandosi di cultura e spettacoli. In passato ha collaborato anche per Simùn Terre del Longano, Comunità, Mingrantes online, La Scintilla periodico curato dell’arcidiocesi di Messina, Migrantes online, La Voce del Longano. Ha pubblicato il poemetto “Il giardino senz’anima”, con prefazione del giornalista Rai Melo Freni, vincitore del primo premio “Alessandro Manganaro”. Per il suo impegno di divulgazione giornalistica ha ricevuto diversi riconoscimenti tra cui menzioniamo: “Impronta d’autore” Museo Epicentro, 2016; Mattonella Genius Loci, 2019; Donne che hanno dato lustro a Barcellona, 2020 ricevuto da Catena Fiorello; Terzo Millennio, 2021.)
CARMELO ALIBERTI
È nato nel 1943 a Bafia di Castroreale (Messina). Laureatosi in Lettere, ha insegnato nei licei di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina). Dopo un soggiorno a Trieste, ha definitivamente deciso di risiedere nella città giuliana, dove continua a svolgere la sua attività letteraria. È cultore della materia in letteratura italiana presso l’Università di Messina. È stato insignito dell’onorificenza di Benemerito della Scuola, della cultura e dell’Arte da parte del Presidente della Repubblica. A Trieste, da 10 anni, ha fondato e dirige la Rivista Letteraria e di Cultura Varia NO PROFIT TERZO MILLENNIO, a cui collaborano insigni docenti di Università italiane e straniere. Ha scritto circa 100 volumi, di critica letteraria, di saggistica, di poesia, di tradizioni popolari e ha curato per 35 anni, nella piazza del suo paese, il dramma sacro: Vita, Passione, Morte e Resurrezione di Gesù in 37 scene variabili ad ogni edizione. Con i suoi allievi del Liceo Scientifico di Barcellona Pozzo di Gotto ha fondato la Rivista Scolastica IL LEONARDO e realizzato un ponderoso volume di circa 456 pp., intitolato AUTORI DI BARCELLONA E DINTORNI, vincitore del Premio Letterario per le Scuola Superiori IL CONVIVIO (2005), pubblicato dalla Bastogi. Le sue opere sono state tradotte in molte lingue. Particolarmente il suo poemetto ITACA è stato tradotto in 18 lingue. In Francia nella circostanza della traduzione della sua poesia nella collana universitaria CELIS della Blaise Pascal, è stato organizzato un convegno sull’opera di Aliberti e nella circostanza del recente Convegno sulla gravità delle frontiere, il suo intervento su la frontiera in Fulvio Tomizza, è stato pubblicato recentemente, in francese e in italiano, negli Atti, pubblicati dalla Università organizzatrice. È stato invitato anche al Convegno sull’opera di Carlo Sgorlon, organizzato dall’Università di Udine e la sua relazione “Poetica e Filosofia” sullo scrittore friulano è stata pubblicata nei relativi atti. Ora il poeta, scrittore e giornalista Gabriel Impaglione, fondatore e direttore della rivista ISLA NIGRA, organo ufficia le dei poeti internazionali dell’UNESCO, ha tradotto in spagnolo, con prefazione dello stesso traduttore e postazione del prof. Nino Grillo (Università di Messina) e del docente Jean Igor Ghidina, maitre de conference Università Blaise Pascal. Da qualche settimana la Bastogi-Libri di Roma ha pubblicato un saggio di Aliberti sul grande scrittore Andrea Camilleri, presente nelle migliori librerie italiane o sui più importanti siti di vendita one line, tra cui la Feltrinelli, che ha inserito nel suo catalogo 18 volumi, la libreria Universitaria, La Mondadori, Amazon ed altri, riscuotendo molto successo.
OPERE/POESIE: Una spirale d’amore (1967), Padova-Una topografia (1968), Padova[1]Il giusto senso (1970), Firenze. C’è una terra (1972), Milano. Teorema di poesia (1974), Milano. Il limbo la vertigine (1980-1981), Castroreale (ME). Caro dolce poeta1981-1991 Bastogi Editrice Italiana-Poesie d’amore (1984), Castroreale Marchesana (1985), Castroreale. Aiamotomea (1986), Castroreale Nei luoghi del tempo (1987), Castroreale-Elena suavis filia (1988), Castroreale-Vincenzo Consolo, poeta della storia (1992), Rhegium Julii, Reggio Calabria. Le tue soavi sillabe 1999, Castroreale Il pianto del poeta,2 002 Foggia – La ferita del tempo (2005), Bastogi Foggia “Itaca” (poemetto, dramma lirico per voce sola, tradotto in varie lingue), MGgraph, Terme Vigliatore. Il Convivio 2006. Tra il bene e il male (con introduzione di Cristina Saja e G. Barberi Squarotti, prefazione e traduzione in francese di Jean Igor Ghidina.
CRITICA LETTERARIA: Come leggere Fontamara di Ignazio Silone, Mursia editore (edizioni 1977, 1989, 1998); Guida alla lettura di Lucio Mastronardi (1986), Bastogi, Foggia; Come leggere la Famiglia Ceravolo di Melo Freni (1988) – Ignazio Silone (1990, Bastogi, Foggia; Michele Prisco (1993), Bastogi Foggia; MICHELE PRISCO -un uomo e uno scrittore nel buio della coscienza. (ed. Terzo Millennio (2017), Aracne Editrice,2020, Roma. Testi, traduzioni e interviste a poeti e scrittori contemporanei (1995), Bastogi Foggia; La questione meridionale e altre questioni in letteratura, (1997), Barcellona P.G. Messina – Sul sentiero con Bartolo Cattafi (2000, 2001, 2014), Bastogi, Foggia; Fulvio Tomizza e la frontiera dell’anima (2001, Bastogi, Foggia (tradotto in croato nel 2006 a cura dell’Università Popolare, Patrocinio M.P.I. – Umago-Croazia); Fulvio Tomizza e la frontiera dell’anima, Edizioni Terzo Millennio La narrativa di Carlo Sgorlon (2003), Bastogi, Foggia; Carlo Sgorlon, “Cantore delle minoranze 566 emarginate”, ed. Terzo Millennio, 2017 Poeti siciliani e non del Secondo Novecento, (2 volumi, 2003 e 2004), Bastogi, Foggia; Poeti Siciliani e non del Terzo Millennio (2005), Bastogi, Foggia; Letteratura siciliana contemporanea e post-contemporanea. Da Capuana a Verga, a Quasimodo, a Camilleri, Luigi Pellegrini Editore (2008). 50 anni d’amore per la letteratura, ed. Terzo Millennio, 2014. Ha curato l’edizione scolastica di “Stalag 307, diario di prigionia di Carmelo Santalco”, Bastogi editore, Foggia 1998 100 Poeti per L’Europa del Terzo Millennio. Ha fondato ed è direttore editoriale della Rivista Internazionale di Letteratura e Cultura Varia TERZO MILLENNIO, 2009. Ha pubblicato su Terzo Millennio, Monografia su G. Verga, I. Silone. V. Consolo, S. Quasimodo, Stefano D’Arrigo, Leonardo. Sciascia, Claudio .Magris, Sebastiano Saglimbeni, Lucio Zinna, Nino Pino, Ignazio Silone, eroe dei cafoni della Marsica,Matteo Collura, Luigi Pirandello, Vitaliano Brancati, Beniamino Joppolo, Guglielmo Jannelli,Turi Vasile, Lucio Piccolo. Giovanni Occhipinti, Bartolo Cattafi, Lucio Mastronardi 1983-2008, e molti altri. L’altra letteratura Siciliana Contemporanea, La Medusa (2013, per le Scuole Superiori e per le Università. Ha organizzato in piazza, trasformata in Teatro, annualmente e con continui aggiornamenti, i testi sacri della Vita, Passione, Morte e Resurrezione di Gesù. A scuola con i suoi allievi ha realizzato il volume: Poeti di Barcellona e dintorni , al Liceo scientifico di Barcellona P.G (pubblicato da Bastogi e vincitore del Premio Nazionale per le Scuole Superiori e I miti dello Stretto, 2008. Da poco è uscita Letteratura e società Italiana dal II Ottocento ai nostri giorno, in 6 volumi di circa 4000 pp. e le monografie DACIA MARAINI, BARTOLO CATTAFI, il poeta che cercò disperatamente Dio e lo trovò nell’Arcipelago del cuore: LUCIO MASTRONARDI, scrittore scomodo e dimenticato.
NARRATIVA: BRICIOLE DI UN SOGNO,romanzo,Bastogilibri,Roma 2021;
IL MIO MONDO FINIRA’ CON TE-romanzo.Ed Terzo Millennio,gennaio2022.
PREMI: Premio “Rhegium Julii. Una vita per la cultura” (Reggio Calabria, 1999)- Premio Mediterraneo, 2001, Premio alla Carriera.-Premio Inter. nazionale “Il Convivio 2004” per la saggistica (per La narrativa di Carlo Sgorlon (Catania)Premio alla carriera “Messana”, Messina 2005-Premio letterario nazionale per la critica letteraria “Giorgio La Pira” (Milazzo,ME, 2008) Premio AGENDA “2019” AQUILA D’ORO per l’intera opera. Premio alla Cultura Terzo Millennio-24live,2021, per il romanzo BRICIOLE DI UN SOGNO”, Bastogilibri, Roma.
SAGGI SULL’OPERA DI CARMELO ALIBERTI: Orazio Tanelli: Carmelo Aliberti, poeta cosmonauta; Placido Conti: Carmelo Aliberti un uomo, un poeta, un cittadino – Paola Bianco: Da Quasimodo, a Cattafi, ad Aliberti; Francesco Puccio: Carmelo Aliberti, poeta della dialettica esistenziale (2004); Giuseppe Manitta: Carmelo Aliberti archeologo dell’anima, in G. Manitta, Stefano Pirandello e altri contemporanei, Il Convivio, 2007, Giorgio Barberi Squarotti: Carmelo Aliberti: poeta civile sul sentiero metafisico.
Avviare processi di decarbonizzazione non piace alle imprese e quindi neanche ai governi. Non c’è scampo: per spezzare il circolo vizioso più crescita, più disastri ambientali, più povertà, bisognerebbe riuscire a immaginare in basso un nuovo sistema sociale fondato su valori non economici, su relazioni internazionali non egemoniche, demilitarizzando gli stati, e su stili di vita non consumistici
A ben pensarci, chi ha stabilito che un barile di petrolio vale oggi 114,89 dollari e una tonnellata di C02 emessa in atmosfera 83,08 euro?
Il mercato, direte voi, secondo la regola della domanda e dell’offerta, più le “tasse” che per un motivo o un altro vengono imposte dai decisori pubblici. E se invece stabilissimo, molto semplicemente, un tetto netto annuo (Cap senza possibilità di Trade) in diminuzione delle emissioni (modulato come meglio si crede, tra i settori e le attività) oltre il quale si spengono le ciminiere, si tappano i tubi di scarico, si azzerano le emissioni dagli allevamenti, si chiudono i condizionatori e così via? Niente da fare, mi direste subito. Si provocherebbe una fuga di imprese in paesi più tolleranti, ovvero diminuirebbe l’occupazione, quindi i redditi, quindi… si verificherebbe quel “bagno di sangue” che il nostro ministro contro la transizione ecologica continua a paventare. Meglio rischiare una siccità ogni estate e una alluvione ogni cambio di stagione. Tanto più che il caldo fa aumentare gli acquisti di bibite gasate e le alluvioni fanno crescere la spesa pubblica per riparare i danni. Il Pil aumenta anche grazie ai disastri. E alle guerre.
Ma – ipotizzo io, da economista con le scarpe grosse del contadino – stabilire una tabella di marcia rigorosa alla decarbonizzazione dell’economia farebbe salirebbe di molto il valore dei beni e dei servizi alternativi (utili ad aumentare l’efficienza degli impianti esistenti, necessari per ricavare energie da fonti rinnovabili, per spostare i consumi e così via), poiché – secondo le leggi del mercato – salirebbe la loro richiesta. Quindi il bilancio complessivo del monte valore economico perduto sul versante dei fossili verrebbe rimpiazzato da quello creato sul versante della sostenibilità. Così come il bilancio statale che potrebbe liberare parte delle spese oggi impegnate per riparazioni, risarcimenti, incentivi.
Troppo semplice, direte ancora voi. Le merci che incorporano un alto contenuto di carbonio (a causa del loro processo produttivo e di trasporto) potrebbero rientrare dalla finestra con le importazioni.
Dal collasso climatico non ci si salva da soli. Cina, India, Brasile, Turchia… chi li ferma?
Potremmo farlo noi, paesi ricchi, imponendo una tassa sul carbonio a quei prodotti importati che non soddisfano determinati standard climatici nella produzione. Ma nemmeno questa ragionevole proposta della Commissione europea (Carbon Border Adjustment Mechanism, si chiama) è stata approvata dal parlamento di Bruxelles. Il rischio è che i prodotti di importazione, notoriamente più economici (e sappiamo perché) possano subire forti aumenti di prezzo e sarebbero proprio i consumatori più poveri a subirne le conseguenze in termini di minore capacità di acquisto.
Non c’è scampo: per spezzare il circolo vizioso: più crescita, più disastri ambientali, più povertà, bisognerebbe riuscire a immaginare un nuovo sistema sociale fondato su valori non economici, su sistemi di scambio non finanziarizzati (evitando l’emissione di moneta creata come debito), su relazioni internazionali non egemoniche (demilitarizzando gli stati) e competitive, sulla diffusione gratuita dei ritrovati tecnologici (limitando diritti d’autore e brevetti), su modi di produzione cooperativi e democratici (liberando il reddito dalla prestazione di lavoro salariato), su stili di vita non consumistici (mettendo al bando l’obsolescenza programmata e la pubblicità ingannevole).
Insomma, dovemmo riuscire a immaginare un modello di società postcapitalista. Questione tanto epocale, quanto urgente.
Molto presto siederò ad un tavolo vero, di fronte a persone in carne ed ossa e avrò tra le mani carte da gioco reali.
Questa passione per il bridge è nata in pandemia, quando un lock down di quasi tre mesi ha chiuso il mio negozio e mi sono trovata per la prima volta forzatamente a casa sballando tutto il mio quotidiano. L’amico, che poi si è tramutato nel mio socio esclusivo, mi aveva parlato diverse volte del bridge decantandomene le virtù, ma io non avendo particolare passione per i giochi di carte avevo sempre sorvolato sul discorso. Chiusa in casa, al culmine della noia dovuta all’inattività, l’ho invitato ad accennarmi qualcosa..
Da quel momento il bridge è stata una valanga che mi ha travolto e senza arrestarsi, continua la sua corsa diventando sempre più grande.
Per diversi motivi però la mia esperienza si limita a lezioni e gioco online. Comodissimo e di grande impatto, questa modalità mi ha senz’altro permesso di bruciare le tappe e di dedicare tempo allo studio e all’esperienza di gioco in modo più assiduo, rispetto a quanto avrei potuto fare esclusivamente in presenza.
Detto tutto ciò, io sono per la vita vera e ho sempre aspettato con ansia il momento di concretizzare ad un tavolo tutto ciò che ho praticato solo virtualmente.
Eccoci quindi ad oggi.
Ho finalmente un appuntamento.
La situazione mi fa sorridere, perché mi è venuto in mente il paragone con quanti si conoscono sui social oppure nei siti di incontri. Non essendo mai stata attirata da questo modo di approcciarsi, anche se non ho mai criticato quelli che lo trovano coinvolgente, sono sempre stata molto distaccata nei confronti di queste situazioni.
Avendo la propensione alla vita sociale dell’orso bruno, ma dovendo condurre una vita in comunità come il pinguino imperatore, non riuscivo a trovare una motivazione valida per impiegare tempo a conoscere qualcuno, senza un criterio preciso, solo sulla scorta di informazioni di un ipotetico profilo virtuale. Rischiando che, nel momento della resa dei conti, quando l’incontro diventa reale, si riveli una delusione galattica. Il pericolo di dovermi sorbire ore, gomito a gomito, con qualcuno che magari dopo dieci minuti spedirei in Malesia impacchettato come un cartone Amazon, mi toglie ogni attrattiva nei confronti di questo modo di interagire.
Stasera alla vigilia del mio incontro di bridge in presenza, invece ho capito!
Posso continuare tranquillamente la mia vita affettiva da orso solitario. Ognuno sarà guidato dalle proprie passioni e dalle proprie curiosità utilizzando i mezzi e i modi che gli sono più congeniali. Non ha senso essere rigidi e avere prese di posizioni tassative nei confronti di nessuna situazione. Anche perché come diceva sempre la mia nonna “La meraviglia si attacca”. In effetti ogni volta che mi sono fatta meraviglia di qualcosa, negli anni ho fatto molto di peggio!
Che gli incontri e le esperienze siano stati poi una bell’idea oppure no è un’altra storia. L’importante è l’adrenalina e la speranza che si vive nell’attesa che si realizzino.
Quindi è ufficiale, ho saltato da un pezzo senza accorgermene la barricata e faccio parte degli internauti che hanno mescolato il virtuale al reale.
Ma come la mettiamo con la mia ansia reale della vita reale? Rendetevi conto che sminuire le questioni non è di nessun aiuto. Io vorrei consigli chiari, attuabili, tangibili!
E se mi cadono tutte le carte?
E se non sono più capace di giocare? Dovendomi anche concentrare su quegli aspetti pratici che il programma virtuale ti risolve, riuscirò a fare i ragionamenti necessari?
E se faccio incazzare il mio socio?
E se scopro che tutto il tempo e l’impegno che ho messo in questi due anni sono stati buttati e ora devo ricominciare daccapo?
E se mi tremano le mani? Sono una vecchia carampana, che figura ci faccio se mi tremano le mani come ad uno scolaro davanti al preside?
Chi ha già vissuto le esperienze che noi affrontiamo per la prima volta, spesso non capisce chi, dall’altra parte, esce dal guscio e deve affrontare situazioni che per lui risultano consolidate e a volte addirittura banali.
Il pulcino è un pollo e lo rimane dentro o fuori dal guscio. Ma fuori deve cavarsela e affrontare quello che lo aspetta. Senza nulla togliere all’intelligenza dei polli però dubito che i pulcini si facciano tutte queste pensate. Noi (io almeno in abbondanza), quando mi affaccio in qualcosa di nuovo in cui potrei fallire, mi sento tantissimo sotto pressione e per non cedere alla tentazione di rinunciare all’impresa per non correre il rischio del fallimento, devo trovare il coraggio di Leonida alle Termopili.
Dopotutto aderire a siti di incontri, giocare a bridge online oppure partecipare a tutte quelle attività che prima vengono mediate da uno strumento qualsiasi, capisco che è un modo come un altro di andare incontro ad una nostra esigenza di qualsiasi natura avendo un jolly nel mazzo (che nel bridge però non esiste.. ) e concedendosi di rompere il ghiaccio in modo più lento.
Mi rimane solo da studiare un piano d’attacco per il mio appuntamento al tavolo verde.
Non potendo contare su di un decolté generoso per distrarre gli avversari, mi toccherà puntare solo sul cervello e visto l’arrivo del caldo, male che vada, se proprio avrò prestazioni di gioco imbarazzanti, ripiegherò usando il ventaglio di carte solo per farmi aria.. Non è un gran piano lo riconosco, ma vi ricordo che sono più brava nell’improvvisazione!
“Non so più dove stare: nei ricordi o nel presente?”
Alessandro D’ Avenia
28 giugno 2022
Presente!!
-Amalia de Lana?- -Presente!-
-Remo la Barca?- -Presente!-
-Sara Cinesca?- -Presente!-
-Oscar Rafone?- -Presente!-
..e così via..
Bei tempi quando bastava rispondere all’appello ed eravamo dichiarati presenti!
L’altra sera durante il solito torneo di bridge del giovedì, io ero seduta al tavolo, fissavo le mie carte ed ero convinta di essere lì pensate un po’.
Invece a fine serata, dopo aver collezionato una serie innumerevole di errori, cercando conforto nel mio maestro, nella speranza che mi dicesse che, Marte in trigono a Plutone sconsigliava espressamente per la serata il gioco, nello specifico quello del bridge, se ne esce con: certe volte manca la presenza al tavolo.
Ma come? Sono una pioppa di 1,80! Quando sono al tavolo mi si vede!
Lasciando stare l’ironia, ho capito benissimo a cosa si riferiva; così bene che, il mio subconscio filosofesco (lo so, si dice filosofico, ma il mio non si prende troppo sul serio), ha iniziato subito a lavorare ad un nuovo articolo del blog.
Essere presenti è tutto fuorché semplice. Se bastasse portare le umane membra nel luogo in cui vengono richieste e lasciar veleggiare i nostri pensieri liberi di andare dove vogliono, sarebbe quasi come avere il dono dell’ubiquità.
Ma io al tavolo da gioco voglio esserci, con tutta la mia materia cellulare, ma anche con tutte le mie facoltà intellettive. Eppure non sempre è possibile.
Ogni volta che dobbiamo essere presenti, stiamo parlando di qualcosa di immediato, attuale, contemporaneo. Se fisicamente ci assentiamo da una qualsiasi attività per, scolare la pasta, aprire al postino, rispondere ad una telefonata, la questione è tangibile ed evidente. Ci assentiamo nei momenti opportuni e l’attività primaria riprende appena possibile.
Ma se il nostro pensiero prende il volo, per domandarsi se abbiamo chiuso il gas oppure se abbiamo dato da mangiare al gatto, chi è con noi, non si accorgerà della nostra assenza e molto probabilmente nemmeno noi ne saremo così coscienti, perché in quel momento stiamo ripercorrendo tutti i movimenti che abbiamo fatto dall’uscita della doccia, alla ciotola del gatto, fino all’uscita di casa. Ma poi avremo chiuso casa? Allora ci saremo soffermati, sul tuffo carpiato nella borsetta alla ricerca delle chiavi che non si trovavano e così a catena.
Nel frattempo il nostro corpo, lasciato con il pilota automatico, avrà continuato a svolgere la sua mansione tipo burattino, fino a quando non ci sarà stato bisogno di una sterzata improvvisa. Così devo aver perso quel maledetto contratto a 3SA, che quando il mio cervello ha deciso di ricollegarsi, il mio avversario si stava incassando la sesta picche di fila e io stavo ancora pensando a quel bastardissimo gatto che ha fatto finta di non aver mangiato ed invece mi sono ricordata di averglielo dato due volte..
Purtroppo non vedo soluzione al problema. L’unico palliativo che mi viene in mente è il riposo. Quando siamo riposati nel corpo abbiamo una resa decisamente maggiore in tutto ciò che dobbiamo fare. Credo possa funzionare anche con la mente. Riuscire a far riposare la testa, avere momenti in cui spegniamo tutti i pensieri e riusciamo a staccare la spina, darebbe tregua al super lavoro mentale a cui ci sottoponiamo sempre, a beneficio di una lucidità concreta quando ne abbiamo l’esigenza.
Certo che non è facile come obiettivo, ancor meno trovare la concentrazione per un periodo che si protrae per molto tempo.
Ricordo che quando mio figlio era piccolo e aveva problemi di concentrazione nello studio, ad un certo punto sembrava tarantolato. Partiva iniziando a battere un piede, poi la gamba, poi gli cadeva la matita, dopo iniziava a muoversi sulla seggiola come fosse seduto su di un formicaio. Io andavo su tutte le furie, finché una brava psicologa non mi spiegò che, quando un’attività diventa troppo faticosa per il nostro cervello, questo per difesa inizia ad inviare impulsi al corpo per distrarlo dall’attività che crea lo stress. Imparai quindi ad aumentare le pause durante il tempo dei suoi compiti, e chiesi ad un ragazzo di seguirlo al posto mio per evitare che io stessa venissi presa da attacchi di ira funesta nei suoi confronti.
Pausa e riposo quindi sono come le virgole, di fatto sono interruzioni di qualcosa. Non sono assenza sono presenza di un’attività alternativa e tangibile che da sollievo a quello che stavamo facendo.
Proverò quindi a valorizzare le assenze per essere più presente.
La questione nel bridge “della presenza al tavolo” è una faccenda che tutti i giocatori conoscono bene. Credo che sia una difficoltà che continua a riguardare anche i più navigati. Quando giocano tornei che li impegnano per diverse ore al giorno, immagino che sia una delle componenti che fa la differenza tra un campione che sa essere sempre presente ed uno che non ha la tempra di tenere la concentrazione lo stesso periodo di tempo.
Ecco allora aggiungersi un altro obiettivo: oltre a capire questo maledettissimo 2♣, a non farsi venire gli attacchi di panico ogni volta che devo giocare “a Senza Atout”, dovrò imparare a organizzare al meglio i momenti in cui la mia attenzione è richiesta al massimo, alternandoli sapientemente con pause che mi permettano ricaricare le energie mentali al fine di concentrarmi al meglio dove la situazione lo richiede.
Bello il bridge.. una volta ero tanto brava anche a fare punto croce e tribolavo meno!
–Fammi un regalo, quando ti senti ispirata, fammi un disegno, di quelli belli, che sai fare tu. Disegnati come vorresti essere da grande, con tutti i dettagli che puoi. Mentre lo fai pensa se vorrai essere felice, innamorata, piena di amici, sicura delle tue scelte e convinta dei tuoi obiettivi. Mentre lo colori, pensa alla gioia e a tutto quello che vorresti avere dalla vita. Pensa a cosa vorresti diventare. Non tanto se sarai una donna con una carriera invidiabile, ma se sarai una persona che saprà fare del bene e saprà capire quando lo riceve. Mettici tutto quello che ti viene in mente. Mettici tutto quello che sei ora.
Poi lo metteremo in cornice e lo appenderemo nella tua stanza e ogni giorno sarà il tuo promemoria nei momenti difficili, di turbamento, di sconforto, di confusione. Sarà la cartina che ti indica la strada.
Tu sei e saprai diventare quello che hai dentro e nessuno ti potrà impedire di divenire ciò che hai disegnato del tuo futuro.–
Questa è la proposta che ho fatto a mia figlia ieri sera. Adesso che, ad undici anni, si affaccia all’adolescenza e inizio a vedere un pericoloso cambiamento nei suoi atteggiamenti.
Da solare e spensierata, la vedo sempre più cupa e apatica.
Dovrei preoccuparmi, invece l’archetipo del suo disegno, io ho avuto la fortuna di scoprirlo moltissimi anni fa. Quindi so, perché ho scelto molti anni or sono, che nessuna difficoltà mi potrà arrestare e con impegno e dedizione posso esserle vicino al massimo di quello che saprò fare.
Ho scelto di non idolatrare la fortuna, ma di credere in me stessa, di essere cosciente che ogni accadimento sia la conseguenza delle mie decisioni.
Il bridge non è un raffronto forzato. Mi sono appassionata perché la fortuna, in questo sport della mente, gioca un ruolo davvero marginale e sono consapevole che sono io sola che posso dirigere i miei risultati, proporzionalmente all’impegno che voglio spendere.
I risultati ottenuti, non devono compiacere il mio maestro, il mio socio o chicchessia, devono soddisfare solo me stessa.
–Mia dolce bambolina, io non posso insegnarti nulla su come potrai gestire la tua vita, posso solo darti un esempio di come si può vivere alla grande senza mollare mai. E tu guardati dentro, non sei quella triste ragazzina che tiene lontano i suoi simili per paura del giudizio o di non essere all’altezza delle loro aspettative. Fai il disegno della tua anima e ricordati chi sei davvero. Non sottovalutare l’importanza dei tuoi pensieri. Se vorrai essere qualcosa di magico lo sarai, se vorrai essere una donna stimata lo sarai, se vorrai essere allegra e appagata lo sarai; soprattutto esserlo per te stessa. Al contrario stai attenta ai pericoli del bosco, perché se lasci spazio e vivi ciò che è negativo lo diventerai. La vita è lunga se decidiamo di trascorrerla al buio.
Adesso è il momento di decidere i colori del tuo disegno di vita.
Ma qualsiasi tonalità sceglierai di utilizzare, io la mia scelta l’ho fatta quando avevo la tua età.
Mi troverai quindi al tuo fianco come una roccia se avrai bisogno di sostegno, sarò un giullare se avrai bisogno di ridere, diventerò il Dalai Lama se avrai bisogno di serenità. Io ho scelto di essere ciò di cui avrai bisogno e lo sarò.–
È sorprendente quando un discorso ispirato esca quando è il momento giusto con una fluidità ed una potenza inaspettata.
Un ora dopo, ripensando a quello che ero riuscita ad esprimerle, mi sono chiesta se non sia stata posseduta da qualche entità illuminata e decisamente saggia. Perché ad oggi dopo diverso tempo, non cambierei una virgola di quello che le ho detto.
Siamo solo all’inizio, la mia streghetta mi metterà alla prova un’ infinità di volte. Ma ho tutto il tempo di preparami ai prossimi esami.
Giocando a bridge magari, che è sempre una grande fonte di ispirazione che stimola una moltitudine di riflessioni e con i miei risultati altalenanti mi ammaestra alle turbolenze di una nuova adolescenza (stavolta femminile!!) che devo affrontare.
Sorge la Luna sugli
incontri improvvisi
culla sogni compatibili
tra loro alle menti stanche
Planano adagiati sulle ali
di un'aquila verso lidi eterni
dove termina il buio
e la speranza accende
l'insieme delle emozioni
che scivolano dentro
Roberta Calati
C’era una volta in un prato un bruco di nome PICANTO molto bravo a dipingere, passava le sue giornate a colorare e a cantare.
Aveva come amici AMELLIA la farfalla che ammaliava tutti con le sue ali colorate, che ad ogni battito lasciava cadere una polverina di tanti colori e ogni cosa diventava più bella.
E poi c’era anche COCCICI’, una bella coccinella che era molto fiera di avere le sue ali di colore rosso e a pois neri.
Erano sempre insieme a svolazzare e guardavano dipingere il loro amico PICANTO, lodandolo per la sua bravura.
Quel pomeriggio c’era il sole che splendeva e tutto era più bello, ad un tratto videro arrivare con molta lentezza la loro amica chiocciola, si avvidero che aveva l’aria molto triste e le domandarono in coro: perché sei triste comare CHIOCCI!
Lei rispose che si sentiva brutta di fronte ai suoi numerosi amici quasi tutti colorati.
Restarono in silenzio per qualche tempo, e poi la farfalla AMELLIA, parlò all’orecchio di PICANTO e di COCCICI’.
Gli chiese se poteva colorare la casa di CHIOCCI’.
Allora PICANTO esclamò: avvicinati dipingerò la tua casa con i colori dell’arcobaleno e sarai la più bella chiocciola mai esistita!
Detto questo, presto fatto.
In men che non si dica la casa di CHIOCCI’ si trasformò in una miriade di colori e felice e contenta sfilava su e giù per il prato sfoggiando la sua bella e colorata casa.
Continuò a girovagare per tanto tempo, alla fine sfinita ringraziando salutò i suoi amici, rientrò nella sua bella casa e si addormentò tutta felice.
È stata un’autentica consacrazione presso la chiesa della Consolazione di Collepardo (FR) quella nei confronti del molteplice talento artistico di Sandro Massimini e dei molti artisti che hanno con lui collaborato sia davanti alle telecamere che sui palcoscenici dei più importanti teatri italiani… L’ intento degli organizzatori dell’importante calendario artistico, tra i principali l’Assessore alla Cultura Elisabetta Melchiorri e Giampiero Pacifico, unico erede universale di Massimini, è quello di far interagire in maniera costruttiva il Turismo religioso, culturale e paesaggistico tipico di questa meravigliosa porzione della Ciociaria.
Ha partecipato all’evento Ottavia Fusco Squitieri – legata a Sandro Massimini da una significativa collaborazione nell’ambito della Moda – presentando il suo libro “Nu piezzo ‘e vita” dedicato a suo marito, il regista Pasquale Squitieri scomparso nel 2017. Un plauso particolare al Sindaco di Collepardo Mauro Bussiglieri e a tutta l’Amministrazione Comunale per aver accolto e sostenuto con entusiasmo questa iniziativa.
La mostra sarà visitabile fino a Domenica 10 Luglio 2022 La chiusura della Mostra vedrà l’intervento di Don Bruno, Parroco di Collepardo, che celebrerà una Messa alle ore 17 dedicata a tutti gli artisti che hanno dato vita a questo genere musicale ed affettivamente legati a Sandro Massimini. Sarà inoltre letta la lettera agli Artisti scritta da San Giovanni Paolo II
Oltre le buone pratiche: un’intenzione prima ancora che il titolo di un libro. Oggi più che mai si rende necessario interrogarsi sui cambiamenti della figura di bambino del nuovo millennio, attraverso una serie di progetti dedicati agli insegnanti che si occupano della fascia di età 3-6 anni e oltre. Durante l’attività lavorativa gli insegnanti mettono in campo centinaia, migliaia di esperienze con i bambini. Alcune sono di routine, altre rimangono più impresse nella mente di chi le propone, perché particolarmente curate e sentite già nella fase di ideazione e progettazione. A queste è necessario dare sempre più voce, perché non si esauriscano nella conclusione pratica, ma continuino a vivere e a prendere nuove strade nella mente di vecchie e nuove generazioni di insegnanti, di appassionati o di curiosi che sapranno arricchirle e valorizzarle secondo la propria e singolare inclinazione. Questo saggio intende tessere un ponte tra prassi e teoria, prendendo spunto da esperienze concrete che si esplicano all’interno degli edifici scolastici. In maniera particolare verrà dato risalto alla scuola dell’infanzia, ma non solo.
FESTIVAL INTERNAZIONALE “ALESSANDRIA BAROCCA E NONSOLO…” : EVENTI DI LUGLIO
Dopo i quattro concerti cameristici che hanno segnato le prime 2 settimane di programmazione, Il mese di luglio del XIII Festival Internazionale “Alessandria Barocca e non solo…” sarà all’insegna della Musica Barocca.
Quattro concerti per L’Archicembalo, l’ensemble barocco (di cui il Festival vanta, fin dalla prima edizione, la presenza in cartellone) fondato dagli alessandrini Daniela Demicheli e Marcello Bianchi e acclamato dalla più accreditata critica internazionale (Financial Time, The Strad, Gramophone, Fanfare, Das orchester, Early music review ) in particolar modo per le sue performances vivaldiane, indicate addirittura come esecuzioni di riferimento.
L’Archicembalo offre esecuzioni “storicamente informate” della musica del ‘600/’700, suonando su strumenti originali ed adottando le prassi esecutive dell’epoca. Questo contribuisce a ricreare una timbrica particolarmente affascinante, che in modo perfetto si inserisce acusticamente nei contesti in cui vengono ambientati i concerti, in un duplice percorso di valorizzazione tanto di particolari repertori musicali, quanto delle bellezze architettoniche della provincia alessandrina.
Il prossimo 4 Luglio alle ore 21 sarà la corte del settecentesco Palazzo Ghilini ad accogliere il concerto “LA TERRA VISTA DA VIVALDI – L’ARCHICEMBALO INTERPRETA LE QUATTRO STAGIONI” che si svolgerà in collaborazione con la Prefettura e la Provincia di Alessandria. Violino solista sarà Marcello Bianchi e l’attrice Laura Bombonato darà lettura dei sonetti, pare composti dallo stesso Vivaldi, che accompagnano ciascuna stagione.
Martedì 5 luglio alle ore 21, L’Archicembalo, insieme a Laura Bombonato, replicherà Le Stagioni Vivaldiane ad Ovada, ospite della Confraternita della SS. Trinità e di San Giovanni, presso L’Oratorio di San Giovanni Battista. L’evento, che fra gli altri gode anche del patrocinio del Comune di Ovada, è inserito, in collaborazione con la Fondazione CRA, in un progetto di valorizzazione delle opere del Barocco genovese presenti in provincia di Alessandria. Ascoltando Vivaldi, all’ Oratorio di San Giovanni Battista sarà possibile ammirare la Decollazione di San Giovanni, scolpita da Anton Maria Maragliano, uno dei massimi esponenti della corrente artistica che si sviluppò tra i primi decenni del ‘600 e la metà del ‘700.
Venerdì 8 Luglio alle ore 21, L’Archicembalo tornerà ad Alessandria per un omaggio al Prete Rosso dal titolo “FRA CALLI E CANALI”, che si svolgerà, in coproduzione con il Conservatorio “A.Vivaldi”, presso l’Auditorium Michele Pittaluga in Palazzo Cuttica. Verranno eseguiti alcuni tra i più bei Concerti per archi e basso continuo composti dal Maestro veneziano.
Per una coproduzione Festival Internazionale “Alessandria Barocca e non solo…”/ Val Curone in Musica, Sabato 9 Luglio alle ore 21, presso la Chiesa di San Sebastiano Martire, in San Sebastiano Curone, L’Archicembalo presenterà un altro evento musicale dedicato ad Antonio Vivaldi dal titolo “I viaggi dell’arte: la Serenissima e la Superba tra ascolto e contemplazione”, anch’esso inserito nell’ambito del progetto “Il Barocco Genovese in provincia di Alessandria”. In quest’occasione si potranno ammirare i dipinti raffiguranti S.Sebastiano che appare a Sant’Antonio, opera di D. Fiasella e il Martirio di S. Sebastiano, opera di G.R.Badaracco, ascoltando alcune celebri composizioni dell’emblema del Barocco musicale italiano.
I concerti saranno tutti ad ingresso libero e gratuito.
Il XIII Festival internazionale “Alessandria Barocca e non solo…” gode del patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero della Cultura, della Regione Piemonte, della Provincia e del Comune di Alessandria, del Comune di Ovada, delle Diocesi di Alessandria e Tortona ed è realizzato grazie al contributo delle Fondazioni CRA e CRT, di AMAG S.p.a e di alcuni sponsor privati.
Questa pubblicazione corposa della poetessa marchigiana Adriana Deminicis si presenta al lettore come un’opera letteraria aperta a diversi livelli di lettura, da quelli più immediati a quelli più profondi. Innanzitutto corposa in quanto il suo stile non utilizza il verso breve ed epigrammatico in senso lato – come ormai invalso nella maggior parte della metrica contemporanea – bensì l’orizzontalità del verso stesso e la forma del ‘quasi-poemetto’ a strofa unica, allontanandosi quindi anche dalla tendenza ermetica. Per tale motivo, correttamente, la prefatrice del libro, Maria Rizzi, può affermare che l’autrice «… crea una sorta di romanzo in versi che tocca vette altissime di lirismo e trascina nel suo universo, in apparenza surreale, in realtà quanto mai vicino alla concretezza». In altri termini si potrebbe quindi parlare anche di ‘poesia-prosa’, dove però a prevalere sono nettamente le atmosfere poetiche, le immagini sognanti, le creazioni fantasiose coniugate alla condizione umana, più che le trame di eventi cronologici, le quali non esistono: esiste semmai, questo sì, un cammino autobiografico ed interiore che viene proposto agli altri per vivere in un mondo migliore, con un suo preciso significato e con una scala di valori autentici, che sono indicati all’interno dei testi tutti con le iniziali maiuscole e più volte reiterati (scelta grafica simbolica).
Un livello di primo impatto è senz’altro quello riguardante la Natura, sia inerente il macro-cosmo che il micro-cosmo: la Natura mi pare qui interpretata come una dea che elargisce all’uomo frutti copiosi, ed è forse inseribile in una visione ‘panteistica’ della poetessa. Un altro livello di chiaro e forte impatto porta il nome dell’Amore: amare e sentirsi amati, guardare nella stessa direzione, affrontare la vita in due, stare insieme, diffondere tale modo di vita nell’Universo è fonte di energia inesauribile e di speranza per il futuro. Si coglie poi in maniera inequivocabile il genere della favola metaforica e simbolica data ai testi dall’autrice, nascente dall’idealismo con contenuti esistenziali che pervade tutta la scrittura: «De te fabula narratur», dicevano gli antichi, per cui anche in Deminicis vanno scoperte le valenze morali e pedagogiche dei racconti in versi, derivanti anche dalla vocazione didattica nella nostra poetessa-insegnante.Verso livelli più profondi di interpretazione e lettura scopriamo le basi filosofiche e metafisiche dei messaggi lirici del libro: la parte e il tutto della realtà; il pensiero e la parola; il corpo e lo spirito; l’essere e l’esserci; l’essere e l’avere; la gnoseologia e la comunicazione; la condivisione e la solidarietà; il senso e il cammino dell’esistenza; la bellezza del Cristo, da lei chiamato “l’Esseno”. Di tali concetti vediamo ora alcune collocazioni e immagini analizzando direttamente la fonte testuale.
Prima però di addentrarci in ciò, vorrei esprimere in breve l’intuizione che l’occhio critico mi ha suggerito a lettura avvenuta: l’impostazione generale del lavoro della Deminicis mi ha richiamato alla memoria il celebre racconto Ilpiccolo principe di Saint-Exupéry. Vi sono gli stessi scenari cosmici surreali, personaggi bizzarri, molta fantasia, molte metafore sul senso della vita e sulla ricerca di ciò che più conta: «Non si vede bene che con il cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi», è una delle frasi più note, che esalta l’amore e l’amicizia. La simbologia della nostra poetessa viaggia sulla stessa falsariga. Esempi di favole surreali sono Una Storia di Luna Piena, I fiori di Gelsomino: i concetti con la maiuscola sono Amore, Cielo, Cuore, Luce, Anima, Bellezza, Eternità, Creato, Uomo, Infinito, Universo, Intelligenza, Arcobaleno, Speranza poeticamente immaginati a creare un mondo dove vivere in sintonia con la Natura. Da Una storia i versi finali esaltano il camminare uniti: «…/ Tu c’eri ancor prima che io nascessi, / io c’ero ancor prima che tu nascessi, / anzi a meglio dir, eravamo nati insieme, / nel medesimo istante e ci tenevamo / la mano da Sempre». I testi Il pianeta dei Diamanti e Frammenti di esistere ci svelano la partecipazione ad un progetto universale: «Il giorno che potrò viaggiare dalla Terra al Cielo, / da un pianeta all’altro, / solo allora potrò sentirmi parte di un Tutto, / un Tutto venuto a svelare ogni mistero / …»; “…/ Infiniti mondi, / frammenti di esistere messi insieme / vengono a formare la descrizione / di un Tutto, … / ad un Tutto unico da cui si è avuta l’origine / …». Buon viaggio nel mondo parallelo dei poeti!
Enzo Concardi
Adriana Deminicis, Da un Poemetto alla Luna – I fiori di Gelsomino, pref. Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 120, isbn 978-88-31497-32-9, mianoposta@gmail.com.
Da sabato 2 personale di Gianni Iviglia e dal 9 al via il nuovo ciclo di esposizioni dal titolo Castello Contemporaneo
Con il mese di luglio si inaugureranno tre nuove mostre al Castello del Monferrato. Si partirà sabato 2 luglio con il percorso espositivo di Gianni Iviglia dal titolo Gli ultimi errori della terra, per poi proseguire sabato 9 con l’apertura ufficiale di Castello Contemporaneo, un ciclo di mostre di rilievo nazionale nei più suggestivi spazi della fortezza, che proseguirà fino a gennaio 2023.
«Dopo il grande successo del MonFest e del Casale Comics – ha ricordato l’assessore Gigliola Fracchia – il Castello del Monferrato torna ancora protagonista dell’arte con tre nuove interessanti mostre, che sapranno sicuramente catturare l’interesse del sempre numeroso pubblico che ha ormai eletto la nostra fortezza come punto di riferimento culturale del territorio».
Gianni Iviglia, la cui esposizione si aprirà alle ore 11,00 di sabato prossimo nel torrione dell’androne del Castello, è nato a Moncalvo e ha esposto e vinto molti premi e allestito prestigiose mostre in quasi tutta Europa, e non solo. La sua arte disturbante attinge dall’immaginario e dal quotidiano, realizzando pitture a olio con uno stile impressionista in combinazione con soggetti surreali.
«La mostra tratta il tema degli errori dei grandi della terra e il tema della donna che da anni viene maltrattata dall’altro sesso,vessata e uccisa – ha spiegato Iviglia – Per questo nei miei dipinti le donne vengono rappresentate sempre tristi, melanconiche, senza sorrisi. Questa è la mia interpretazione di questo triste momento…».
La mostra sarà poi presentata in agosto al The Crown Bulding di New Yorw a Manhattan nella 5° strada, a settembre a Parigi al Palais des congres e a ottobre a Montreal alla Little Italy Gallery.
Il percorso espositivo sarà visitabile fino a domenica 17 luglio con i consueti orari di apertura: sabato e domenica dalle ore 10,00 alle ore 13,00 e dalle ore 15,00 alle ore 19,00, con ingresso gratuito.
Sabato 9, invece, due mostre inaugureranno Castello Contemporaneo: alle ore 17,30 aprirà nelle Sale al secondo piano del Castello I miti del contemporaneo, la personale di Tommaso Bet con un omaggio a Marco Lodola a cura di Giovanni Granzotto e Anselmo Villata.
Tommaso Bet nasce a Sacile, in Friuli Venezia Giulia. Nel 2007 si diploma all’Accademia di Belle Arti di Venezia e nel 2008 si dedica alla pittura, alla scultura, all’incisione e all’installazione polimaterica. Dal 2005 partecipa a una fitta serie di esposizioni e manifestazioni artistiche, tra cui spiccano New York e il Museo Nazionale di Lubiana in Slovenia.
Marco Lodola è nato a Dorno (Pavia). Frequenta l’Accademia di Belle Arti di Firenze e di Milano. Agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso, intorno alla Galleria di Luciano Inga Pin, a Milano, Marco Lodola ha fondato con un gruppo di artisti il movimento del Nuovo Futurismo, di cui il critico Renato Barilli è stato il principale teorico. Dal 1983 ha esposto in grandi città italiane ed europee.
«Attraverso i lavori di Tommaso Bet e di Marco Lodola – ha sottolineato il curatore Anselmo Villata – è possibile indagare la società attuale attraverso i miti contemporanei. L’eterogeneità espressiva dei due protagonisti è un valore aggiunto, che consente al fruitore di approcciare un percorso che scende in profondità e allo stesso tempo si palesa avvincente e incalzante grazie alla pittura di Bet, estremamente acuta e contemporanea, oltre che alle opere cromaticamente vivaci, luminose e iconiche di Lodola».
Alle ore 18,30 nel Salone Marescalchi si aprirà invece Dopo aver guardato il sole è calato il sipario di Alessio Barchitta, artista vincitore del Premio Mostra Istituzionale della VI edizione di Arteam Cup 2020, promosso dall’Associazione Culturale Arteam di Albissola Marina (SV).
Alessio Barchitta nasce a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1991. Diplomato all’Accademia di Belle Arti di Brera, nel suo lavoro la scelta dei materiali è parte fondamentale della ricerca, quasi mai esenti o indenni da un passato che segna la materia o l’immaginario collettivo.
Come ricorda il curatore della mostra Matteo Galbiati: «L’artista vuole accogliere lo sguardo del pubblico avvolgendolo in un susseguirsi libero di opere, senza traiettorie obbligate e senza costringere mai ad una rigorosa sequenza didascalica di esperienze scandite nel tempo, perché sia massimamente libera la possibilità di calarsi in un racconto che il visitatore solo saprà ulteriormente arricchire – e, forse, ultimare – con la propria esperienza».
L’esposizione è realizzata in collaborazione con Associazione Libera Mente Laboratorio di Idee e Arteam – Associazione Culturale e ha ricevuto il patrocinio della Provincia di Alessandria.
Le prime due mostre di Castello Contemporaneo si chiuderanno domenica 4 settembre e saranno aperte il sabato e la domenica dalle ore 10,00 alle ore 13,00 e dalle ore 15,00 alle ore 19,00, con ingresso gratuito.
Fino al 10 luglio sarà ancora visitabile, nella Manica Lunga del Castello, anche la mostra Il mito di Sergio Leone, curata da Mauro Galfrè e Bruna Borla e allestita in occasione del Casale Comics and Games che si è svolto lo scorso 18 e 19 giugno.
FRANCAVILLA BISIO (AL) sabato 2 luglio 2022, RETE TEATRI presenta lo spettacolo
IL CAPPELLO A CILINDRO ROSSO testo e regia di Paolo La Farina, con Paolo La Farina, Monica Massone
in collaborazione con: Comune di Francavilla Bisio, Proloco Francavilla Bisio, Casagrassi Serole, Quizzy Teatro
Una serata estiva all’aperto all’insegna del teatro, del buon cibo e del buon vino del territorio. Un viaggio fantastico tra gli archetipi e gli arcani dell’animo umano di una giovane donna.
2 luglio 2022 Francavilla Bisio (AL) – ore 21.00 Piazza Assuntina Lubiano Al termine dello spettacolo RINFRESCO offerto dalla Proloco di Francavilla
Sinossi dello spettacolo Una carrellata di personaggi e archetipi dell’umanità che coinvolgono e stravolgono la vita di una giovane donna nel momento della sua evoluzione verso la maturità. Personaggi fantastici, fuori da logiche di spazio e di tempo, con i quali Margherita, la protagonista, affronterà le sue paure, le sue gioie, i suoi ricordi e le sue aspirazioni, in cui tutti possono trovare qualcosa di se stessi.
Passa attraverso la pelle,
trafigge il verso dello sguardo
permea il senso del dolore
-il vuoto dell’anima –
cresce fino a bucare il torace
fino a distaccare la mente
assente a ogni richiamo dell’io.
Sconfinata angoscia che sale
nel corpo piegato,
nel corpo piagato,
di chi è l’anima stanca
che manca alla coscienza,
di chi è questo vuoto
e quale il dolore?
Un uomo è solo in questa valle
dalle lacrime invasa ,
un uomo è morto senz’anima
in un giorno senza colore.
Pietrificato dalla paura
di non poter viverne senza.
Lavinia è una giovane agente immobiliare in carriera. Durante un appuntamento di lavoro incontrerà Sami, facoltoso e affascinante medico israeliano, che le ruberà il cuore.
Tra i due nascerà una storia d’amore travolgente, sempre in bilico tra i sentimenti e le loro divergenze. Riuscirà un sentimento puro e totalizzante come l’amore a superare le diversità culturali e religiose tra il mondo orientale e quello occidentale? Potrà la loro volontà abbattere muri costruiti da pregiudizi e stereotipi?