Mi travesto e mi attraverso.
Lì in fondo c’è una nicchia
che invecchia
una figura d’ombra
vi cammina dentro.
Mi ricordo di Dio
al giallo del semaforo.

Mi travesto e mi attraverso.
Lì in fondo c’è una nicchia
che invecchia
una figura d’ombra
vi cammina dentro.
Mi ricordo di Dio
al giallo del semaforo.

D. H. Lawrence
“La Fenice”
Siete pronti a venir cancellati
raschiati via, soppressi
ridotti a nulla?
Siete pronti ad essere ridotti
a nulla, ad essere immersi
nell’oblio?
Se no, non cambierete mai davvero.
La fenice rinnova la sua giovinezza
soltanto quando è arsa, arsa viva
arsa fino ad essere calda, fioccosa
cenere. Allora il piccolo agitarsi
di un nuovo piccolo nato
nel nido con fili di lanugine come cenere
fluttuante
mostra che lei sta rinnovando
la sua giovinezza come fa l’aquila,
alato immortale

non so se mi cerchi il sole
che non scalda
non so se mi abbia mai
abitato la scure che taglia
la gomena della mia nave
ancorata in porto straniero
non l’ho mai chiesto a nessuno
sarebbe stato un errore

Bertold Brecht
Dici:
per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando
si era appena cominciato.
E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso
una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può negarlo.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d’ordine sono confuse. Una parte
delle nostre parole
le ha stravolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili.
Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto? Su chi
contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza
comprendere più nessuno e da nessuno compresi?
O contare sulla buona sorte?
Questo tu chiedi. Non aspettarti
nessuna risposta
oltre la tua.

Violenta danza
e travolgente
è la falcata della parola
Mentre scrivi
conosci la morte
Scrivi adesso
con impeto e ferocia
Ti si è sganciata l’anima.

Cinzia Marulli
L’orco e la bambola
Un pomeriggio di sole, la compagnetta di scuola, a casa
sua tutto era più grande, perfino lo stupore. I soldini nella
borsetta quasi finta. Un vestitino chiaro e leggero lasciava
scoperte le gambette. Un corpo immaturo, i seni solo
accennati, il pube glabro, l’imene intatto. Per le scale di
corsa a comprare la merenda, il pane caldo, la cioccolata,
la bottiglietta di aranciata, l’orco nascosto, la tenda tira-
ta, le mani grandi, il vestitino strappato, il sangue sulle
gambette, la vergogna immonda, il tremore del respiro,
l’animale impazzito. L’imene deflagrato.
Il dopo
Sentire quelle mani
sempre
scavare la pelle
il dolore nell’anima
camminare soli
guardare oltre
sperare nel vuoto
desiderare
non sentire più
quel fragore
che insanguina
dimmi tu – dimmi
ci sarà un giorno
il bianco velo della resurrezione?
————
Quello che è stato è stato
il male è indietro
la vita ha vinto sulla vita
dall’interno la luce
ha dipinto di sole
la cicatrice
nessuno ha potuto offuscare
l’amore
quell’amore che cresce
nel mio grembo
e che ha il volto meraviglioso
del bene.
—————
Ancora mi chiedo
cosa farò da grande
mentre conto le rughe
che sorridono sul mio viso
mi ostino a non tingere
i capelli come se quel bianco
fosse il velo della prima comunione
cerco un abbraccio
lo cerco nello sguardo
di chi non ho ancora incontrato
poi mi specchio negli occhi di mio figlio
e ritrovo l’amore di mio padre
forse sono loro la ragione
il senso della vita
e questa parola
che a volte mi esce insanguinata.
Tasti tratti da: Autobiografia del silenzio
ed. La vita Felice, 2022.

chi non ha uno
spaventapasseri
nel proprio giardino?
io l’ ho spogliato
ora è nudo
il cappello per terra
pieno di aromi
e luce
mi mandava lettere
col pettirosso senza
firmarle
io sapevo
che era lui
scriveva:
gira al largo
non farti ghermire
da mani
con dita affusolate e spine
come le mie,
lasciano monconi
d’anima
mentiva
mi ha lasciata
con i suoi
abiti addosso.
la sua bacchetta magica
per il mio
moncone d’anima

dove cercare l’io
che ha paura di sé,
dove trovarlo?
alla domanda risponde
una disperazione
-quando finirai di chiedere?
per la mia disperazione
non c’è domanda
Solo l’inconciliabile

non si appartiene veramente
che
alla paura di incontrare
se stessi
non ha speranza
l’ombra della rosa
non ha profumo
pettinare sogni
e’ solo un lampo con radici
nel sangue
l’ombra della rosa
incenerisce

Mario Luzi
La notte lava la mente.
Poco dopo si è qui come sai bene,
file d’anime lungo la cornice,
chi pronto al balzo, chi quasi in catene.
Qualcuno sulla pagina del mare
traccia un segno di vita, figge un punto.
Raramente qualche gabbiano appare.
da “Onore del vero”

Con la leggerezza di una freccia,
ho sfiorato la tua immagine
disegnando un arco
nella solitudine.
Non era una solitudine
qualunque.
C’ero nata dentro,
era la verità.
aveva attraversato la pelle
sciogliendosi nella carne
dondolandosi nel sangue.
aveva accarezzato i sorrisi
gli sguardi prolungati
i desideri le domande.
Aveva intercettato anche i timori.
con la trama ariosa
della curiosità.
ora
sospesa e timida
si rivolgeva a te.
era una solitudine elegante

guardare dal buco della
serratura
l’attimo di scena cui
la parola
dà vita
(ascolti quel suono prima che
la mente lo pronunci)
poi veloce
nascondere la mano che deruba
l’anima mentre fugge
a voce vuota
mettere la
scoperta-che–siamo-stati
a disposizione di ciascuno
di noi

Fernando Pessoa
Il poeta è un fingitore
Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.
E quanti leggono ciò che scrive,
nel dolore letto sentono proprio
non i due che egli ha provato,
ma solo quello che essi non hanno.
E così sui binari in tondo
gira, illudendo la ragione,
questo trenino a molla
che si chiama cuore

LELLA DE MARCHI
Le stanze di Emily
Without room I
Potrebbe accadere che l’io vado a finire
in un luogo accessibile solo se da remoto.
che diventi un dato.
non un dato di fatto preesistente.
un dato impalpabile.
senza alcun senso preesistente.
potrebbe accadere che l’io
si costruisca sul niente.
che si connette a un estraneo.
che si nutra di vuoto.
che provi una paura
che non ha mai provato.
e che si sorprenda ugualmente.

sciolto il viso nell’acido
del vero
indosso una maschera
perché tu mi veda
radura di sfide e sgranati segnali,
ha piedi la maschera
e sbagli
e nei pressi l’amore

Mia madre è pregna porta un pizzico di
stazione ferroviaria dentro l’ombelico praticamente da mezz’anno
con un e ancora un e persino ancora
un caspiterina che stragrande valigia
Raccogliendo cosette accanto a nulla alla fine s’è annoiata.
da “Essere o non essere Ion“

Tu che non sai tenere nulla tra le mani
con la scusa che
dentro ci pulsa un cuore
hai trovato un pensiero scombinato
e ti chiedi:
<<quale “lontano” me ne ha parlato?>>
e non sai di chi

Ewa Lipska
Il refuso
Cara signora Schubert, come sa, su di noi circolano
storie mai accadute. Tempo fa mi si è avvicinata
una donna dicendo: “ Sono una Data, sebbene
non ci sia in me alcun luogo e alcun tempo. Attorno
a me non gira alcun avvenimento epocale,
e il calendario di chiffon che a volte mi butto sulle
spalle è un edificio abbandonato. Mi infastidisce la luce rappresa
nel vaso e questa vostra umanità, insopportabile
refuso del cosmo”. Mi sta chiedendo quando ciò non
è avvenuto? Non sono in grado di dirglielo
L’occhio incrinato del tempo.

lo spazio stropicciato
nel suo foglio era bianco
più del previsto;
come un giorno senza tempo,
andava affrontato
ho appiccato il fuoco alla
mia infanzia
al mio sorriso da
fantasma
ai margini di vecchi sentimenti
ora a te chiedo
una preghiera:
una lingua che non so

Emily Dickinson
:
“Fossero integri i nostri sensi/ Ma/anche se/ forse/è bene che non siano/del tutto a posto/Così intimi alla pazzia/ così soggetti ad essa/esso/ che/ Avessimo gli occhi/ nella testa-/ e meno male- com’è prudente/che siamo ciechi-/altrimenti non potremmo fissare la Terra-il mondo/così totalmente/impassibili
segni, frasi tracciati a matita contrassegno A 202 in
“Buste di poesia”

Eugenio Montale
Non chiederci
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
da Ossi di Seppia

ciò che mi riguarda
(ormai da me è lontano
ogni gioco con la statua
della Divina Accoglienza)
ho raccolto in quel
ditale secco
che lo specchio
ha buttato senza immagine
oltre ogni amore
prendersi sul serio
è scoprirsi a mordere acqua
una cosa stupida.

annodato di silenzio
e di rumore
l’ umano è animale
ferito
ansimante
mi rotola in tasca
mi morde la coda

Dylan Thomas
“Non essendo che uomini”
(Poesie inedite)
Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi
spauriti, pronunciando sillabe sommesse
per timore di svegliare le cornacchie,
per timore di entrare
senza rumore in un mondo di ali e di stridi.
Se fossimo bambini potremmo arrampicarci,
catturare nel sonno le cornacchie, senza spezzare un rametto,
e, dopo l’agile ascesa,
cacciare la testa al disopra dei rami
per ammirare stupiti le immancabili stelle.
Dalla confusione, come al solito,
e dallo stupore che l’uomo conosce,
dal caos verrebbe la beatitudine.
Questa, dunque, è leggiadria, dicevamo,
bambini che osservano con stupore le stelle,
è lo scopo e la conclusione.
Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi.

un’altra natura
in me
a passi affrettati
guarda sul ponte
le mie opposte rive
avvicinarsi
da un punto qualunque del mondo
mia madre me la indica
“non è un dettaglio” dice

tra paesaggi in lontananza
venne a me a velocità
guanti di pezza
rotta
arava a baci la bocca della mia
tristezza
raccoglieva tra i pianeti
difficili oblii
inventava parole liquefatte
percorse in me
se stesso
faccio
la mia toletta in
un sogno
fu lui a rendermi
gravida
tra paesaggi in lontananza
dicendo cose che non si possono dire

Alejandra Pizarnik
Le opere e le notti
per riconoscere nella sete il mio emblema
per significare l’unico sogno
per non aggrapparmi di nuovo all’amore
sono stata tutta un’offerta
un puro errare
di lupa nel bosco
nella notte dei corpi
per dire la parola innocente.

chi saluta da così lontano?
ed è sempre un ritornare
dove
tutto manca:
chi ha trovato
qualcosa
non passa da qui

quando
tra questi momenti c’erano
gli inizi da imbacuccare
e le attese lucide dei passi su cui si riversava
l’errore
in punta di bacio
saliva il desiderio
si rotolava tra le mani
attraversava il guado
tutte le stagioni volevano vederlo
vado alla ricerca di me stessa
senza trovarmi mai
chi
mi ha nascosto?
guardo il mio bacio
seduto all’angolo dove ferma il tram
aspetta i tuoi calzoni scendere
alla fermata.

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Ocean Vuong
Soglia
Nel corpo, dove tutto ha un prezzo,
ero un accattone. In ginocchio.
guardavo, dal buco della chiave, non
l’uomo sotto la doccia, ma la pioggia
che lo trafiggeva: corde di chitarra che si sfilacciavano
sulle spalle rigonfie
Cantava, ed è per questo
che ricordo. Quella voce –
mi hai riempito fin nel profondo
come fosse uno scheletro. Perfino il mio nome
inginocchiato dentro di me, che implora
d’ essere risparmiato
Cantava. Non ricordo altro,
Perché nel corpo, dove tutto ha un prezzo,
ero vivo. Non sapevo
che esisteva una ragione migliore.
Che proprio quel mattino mio padre si sarebbe fermato
-oscuro puledro immobile nel diluvio-
e avrebbe ascoltato il mio respiro strozzato
dietro la porta. Non avevo idea che il prezzo
dell’entrare dentro una canzone – fosse smarrire
la via del ritorno.
Così sono entrato. Così ho perso.
Ho perso tutto occhi
sbarrati
da Cielo notturno con fori d’uscita
