“lavori in corso”:
un ping pong
ancora da giocare
dentro la rete rossa da cantiere
il vecchio si tuffava nel qualcosa
del suo bastone
senza altro da fare che guardarne
la punta tramestare
resti di desideri e di pensiero.

“lavori in corso”:
un ping pong
ancora da giocare
dentro la rete rossa da cantiere
il vecchio si tuffava nel qualcosa
del suo bastone
senza altro da fare che guardarne
la punta tramestare
resti di desideri e di pensiero.

Nella città vive un’ attesa liquida
e la conosco.
Anche la città è liquida:
si perde in trasparenze
tra rami spogli.
Gocce si posano sulle labbra socchiuse
da lì nascono alberi e case.
Mai stati uomini,
solo un’attesa a stellarsi in speranza
a modularsi in memoria
Finestrelle di abbandono nel muoversi
delle mani che ha la gente.
Spiragli di risvegli nel roteare degli occhi.
negli sguardi socchiusi indagatori
Pensieri a perdersi nelle parole regalate e nei silenzi
quando si accaniscono tra i denti.
Tutto è sospeso nell’istante!
E quest’attesa non è balorda,
non ha rubato le chiavi del cancello dell’orto
Non mangia a sbafo.
Fa il pelo e il contropelo a prudenze imbroglione e calcolati rischi
E’ attesa vera,
come vera è la polvere di quel mucchietto d’ore
che tenevo lì sul cassettone

dicono che vivere sia
una torre alta e tante
stanze vuote:
il fossato attorno pieno
di ignoti,
alcuni si chiedono chi siano
intravedo un salto
provo e riprovo
mi rimanda indietro:
la mia nuova collezione
è di scatole di paura
-il baratro potrebbe essere
un dolore sorridente-
mi ci siedo sopra
cercherò di non
distrarmi

tu vegli
nella grande apertura del tuo sguardo
ogni tanto
capita di aver qualcosa
da dire al giorno
qualcosa di notturno
si incaglia mentre sceglie
il tono:
mai credere del tutto
in quel che pensi
nella grande apertura dello sguardo,
mai pensarlo sul serio
non addurre a pretesto la veglia:
c’è un segreto caldo
nella notte
la lingua di partenza della veglia
non è la lingua di arrivo nel giorno

Siamo nati dentro
un patto che
qualcuno ha violato.
Della sua inflessibile bellezza
ho fatto una fiaccola
ardente
vivo la mia carne
di donna.

Verità,
chi volevi rendere felice
con quella tua promessa
tra ingenuità e furbizia?
tieni insieme
il senso e il non senso
nella casa
quella di sempre piena d’ ombra,
quella dietro il tempo
e noi sempre diversi
dalla mattina alla sera a giocare
col tempo e a non capirlo
chi ti guarda
conosce la lingua dell’ iniquità
la nostra e quella dei nostri padri
ne prende nota
giorno per giorno.
Ma tu
cercavi forse i poeti?

C’era un di più per noi
in quei giorni
palindromi di noi stessi,
avevamo lasciato
che ci inchiodasse
l’un l’altro.
C’era lo strazio di tanta luce:
i silenzi e gli abbagli d’infanzia
un susseguirsi di odori
quei solchi dove trema la notte,
vi avevamo soggiornato con ignaro coraggio
e spavalderia
gli occhi spalancati sull’ ottovolante
di tepori viandanti.
Non volevamo
le parole dei grandi.

Cassetti
memorie, foto
e naftalina
nel maglione,
applausi sbrilluccicanti.
Il colore rosso
stava bene con i miei capelli.
Reggiseno strappato
da avide mani
di desiderio
ad aggrappare lo schianto
rotonde finezze
tatto fiorente
come chiavi girate
nel possesso
Brusco poi è stato il risveglio,
avidi di me soltanto gli anni
a strapparmi di dosso
il rosso dell’anima,
l’applauso scrosciante
Ora io non posso
che spazzare via il ricordo,
spezzare.
Non ho più monete da scambiare col tempo
Quel tempo che non posso
comprare
nemmeno in un cassetto

i poeti corrompono
le nostre coperte di lana
mentre la loro mano
tocca l’aria
mentre la loro bocca
tocca il suono
ho incollato
una bocca alla mia solitudine
e lei mi ha detto:
non puoi tergiversare
subito
fui presa dalla mia
immagine
Mi assassinava
senza lasciare impronte

Da percorrere ancora
un miglio di desiderio e due di panico;
non riusciva a vedersi,
talvolta si inventava:
un’avventura in un luogo
piccolo piccolo,
le sue labbra
per sé invocava solo uno slittamento
dalla verità
con tutte quelle idee confuse,
incerte
invocava il verosimile
ecco: le bastava

giravo di notte per casa
cambiavo posto agli oggetti
alle parti del mio corpo
davo nomi sgranati
Semplicemente siamo,
dove si sperava
una luce
non c’è nome
che non sia di polvere
il divano applaude poco
convinto
ai “si tira avanti”
non ha ancora capito
se sono un segreto
un amuleto
o solo ciò
che è superstite.
quel che è rimasto continua a
respirare
il respiro dell’altro.

| “Chi cavalca così tardi nella notte e nel vento” Goethe, il re degli Elfi |
Questa è la vicenda di un dolore impossibile
consumato al galoppo
nei campi a distesa di un cuore arso
come stoppia
tra file d’ alberi nudi e
crepe di fantasmi che si concedono
a una boscaglia dopo l’altra
a voler disarcionare dalle tue ciglia
lacrime che non scendono ma salgono
Una storia che non c’è
-non c’è mai stata e mai ci sarà-
una stregoneria
che passa attraverso parole che trafiggono
veloci
il tempo che abbiamo
e solo quello
(era un inquisitore quel
pettine che mi baciò la spalla
e mi lasciò il suo marchio?)
e che vendiamo a poco prezzo
a una sorte d’accatto
-che tutto si piglia
nei luoghi comuni-.
Mi hanno beccata calva e spettinata
a contare le dita di una mano tagliata
poi dell’altra e a sbagliare,
a sbagliare a contare
perché non arrivavo a 10
e le mie dita invece le avevano le chiome degli alberi.
E anche il cielo non c’era più
Solo i fantasmi non conoscono
esagerazione.

Hugo Mujica
Da “E tutto nomina”
tutto fu come sempre:
aprii le mani e c’eri
e tutto fu come sempre
per una sola volta

Denise Levertov
Il segreto
Due ragazze scoprono
il segreto della vita
in un verso improvviso di
poesia.
Io che non conosco il
segreto ho scritto
quel verso. Mi hanno
detto
(tramite una terza persona)
di averlo trovato
ma non quale fosse
e neppure
quale fosse il verso. Senza dubbio
adesso, più di una settimana
dopo, avranno dimenticato
il segreto,
il verso, il nome della
poesia. Le amo
per aver trovato quello
che io non riesco a trovare,
e per avermi amato
per il verso che ho scritto,
e per averlo dimenticato
così che
mille volte ancora, finché la morte
non le trovi, possano
scoprirlo nuovamente, in altri
versi
in altri
accadimenti. E per
averlo voluto conoscere,
per
aver pensato che tale
segreto esista, sì,
per questo
soprattutto.
Testi ripresi da: http://www.nuoviargomenti.net/poesie/denise-levertov-dodici-poesie/

En ce bordeaux ou tenons nostre estat
(F. Villon: Ballade de la Grosse Margot)
Avevo indosso un vestito di
colore rosso come
amore infuocato
per passeggiare dentro
il mio peccato
che tutti vedessero:
ventre liscio e piatto
qualcosa a turno di eretto,
collo inamidato.
Qui nella vita
ove facciam casino
non si disdegna a nessuno
un segno rosso ambrato
E in fondo che volete
a ben pensare
ciò che
tutti ci unisce
più che l’amore
è il rosso
del peccato
Da “E dietro le spalle gli occhi”.

Su vecchi campi di menzogne
infilati sotto la giacca
ci incontriamo.
Siamo in tanti,
forse tutti.
Mente dal profondo
il dove,
il quando,
il perché.
Giorni bugiardi i nostri.
Annaspiamo al ronzio
di una verità che ci è estranea,
puerpera felice
e patibolo per noi.
Su un campo di menzogne
da comari,
un nostalgico Adamo affrontò
quel che restava di Dio

Søren Ulrik Thomsen
Lisbona
Sono partito per incontrare l’Uomo – o un dio?
per incontrare Dio e un uomo.
Ma questo non posso discuterlo con te
elegante anziano signore al caffè
dove bevo il mio te al latte verso sera.
Perché arrivo da un paese
dove si ascolta la rigida tempesta dell’inverno
e il deserto dietro la tempia.
E parlo una lingua
in cui dio significa uomo e uomo dio
E in questa lingua è scritta la poesia
da questa dipende il suo destino
da Nuove poesie, ora in Vivo, Donzelli 2004

un corpo che sta
dentro
un corpo che va
un qualcuno solo a metà
guadare il fiume del senza senso
il venir meno quotidiano di pezzi di “sé’”:
il sé dalle gambe
dalle braccia
dalla pelle,
dal cuore
infine dalla parola
come una perdita di rime
apparire
solo sparendo,
allucinazione e verità,
non sono nulla di ciò che mi circonda
un resoconto
sotto l’epidermide della stranezza:
essere
qualcuno solo a metà

può un inizio essere bugiardo?
il mio lo fu
come nacque in me l’idea?
che m’ assedia
quanto la scheggia di una bomba
scoppiata in un’ altra testa
II
in me nascevano le idee
poi le distruggevo
come fanno gli uomini con le città
c’era qualcuno che si toccava
e non aveva scelta
nei suoi occhi
ma aveva una sorella che guardava
e contava fino a dieci
e poi ricominciava
saltava l’oggi
numerava l’altro ieri
che era cambiato il mese
saltava l’oggi
numerava un dopodomani
che sarebbe cambiata la stagione
saltava il qui
era sempre là
e poi un poco più in là
saltava il qui
perché non
lo cercava e non lo trovava
ed era senza tempo e senza spazio
sempre in penombra
era
sì era.
ma non sono sicura che ci fosse
era
ma forse non c’era
tutto l’universo non era abbastanza grande
da accogliere il suo non esserci
III
saltava il padre che le mancava
non aveva mai amato
le paternità dell’ultimo minuto
decise di andar via
saltando alla corda
insieme.

A volte
durante il giorno
ho paura che nessun giorno
ci sia
uno stradicamento
da uno spazio di
ombre a palate
uno strappo in piena sete
a un tempo che non so
lo sguardo non ha
un posto.
Non c’è un posto per
lo sguardo.
È allora che mi riprende
l’anima.

Non vorrei dir troppo
stasera
scoprirei tutto ciò che
mi è stato prestato
facciamo giocare la realtà
con la finzione.
inventiamo biografie tra il serio e
il faceto
rendiamole indistinguibili
l’ironia di un conto sempre aperto
ne diviene di volta in volta
voce
divertiamoci poi
a viverle
senza mai prenderle per vere:
sono solo vigilie.
—-/——
scende a cascate il sogno
sul fruscio di lenzuola
ciò che vi giace dentro è
meraviglia

Inquietudine di gesti
assemblati nel vuoto
e questa casa
piena di cose non fatte
di cibi non digeriti
di lacrime non accadute e ormai secche
di parole pagliacce
di carezze in cammino verso
un altro destino
di baci ululanti desiderio e nostalgia
non era un’allegoria:
passeggia frenetica sul
lungomare di una psicotica fretta
e accade che ancora mi cerchi
l’indirizzo
su una scheggia di carta o
una pagina di vetro
mi ha abitato
come un’omissione

Iya Kiva
vedo la mia casa solo nei servizi sui bombardamenti
gialla come la banda di speranza che campeggia nella bandiera ucraina
la guardo negli occhi
ma lei mi gira le spalle
nascondendosi
dietro ai sottili pannelli della memoria
e non vuole più vivere
sghignazza
della guerra
della morte
di me
ma
se è ancora viva
allora sono ancora viva anch’io
anche se viva non mi sento
non so se voglio vivere in una casa
che me, non mi chiama casa
bensì bizzarro rifugio per le parole
e ora le parole mi cadono dalle tasche
come chiavi di un alloggio temporaneo
dopo ogni tentativo di accendere la luce
e il vento della rovina urla tra le vertebre dell’amore
per tutta la steppa occupata dal sorriso del nulla
07.03.2023
da “La guerra è sempre seduta su tutte le sedie“

ciò che non ricordiamo
sa qualcosa di noi,
il colore delle nostre vesti
l’arancio aggredito dal rosso ciliegio
quel lieve sentore di bugia
l’emozione sgualcita a pezzi
nel tappeto
le fusa del gatto
un gesto: l’ adagiarsi del corpo
il suono della porta
sul più bello
io non ricordo
ancora guardo.

IL POETA é PADRE E INSIEME MADRE DI FIGLI NON NATI
Il poeta è padre e insieme madre di figli non nati .
La sua amante e la sognante inventata
parola. Con lei ha rapporti sessuali come con sua
moglie, fatta di carne e ossa, non solo a casa, nel letto,
ma anche nel bosco lussureggiante, su uno scoglio
al mare e nel mare, nella landa, illuminata
dal sole, in qualche buio corridoio… Nella fredda
chiesa deserta e al cinema, pieno di corpi sudati …
Per la sua immacolata concezione i loro peccati
è punito con una perenne gravidanza. In lui cresce
il vuoto che vuole trascendere l’infinito
vuoto che lo circonda… il poeta è padre e
insieme madre di figli non nati… Ed è contento
delle proprie doglie
In Rosa Mystica

scende a cascate il sogno
sul fruscio di lenzuola
ciò che
vi giace dentro è
meraviglia

vorrei…
vorrei avere
occhi
di cristallo trasparenti e fulminanti
mani
che tolgono la polvere anche ai sogni
orecchie
che avvertono i punti morti nel cammino
odori
col profumo di maree che lanciano speranze sulla riva
tu che mi accarezzi
e invece…
… solo malintesi:
una formica ci passeggia sopra
il mondo,
quel vecchio usuraio, come sempre,
continua
a prestare e a esigere interessi non dovuti
la formica ci passeggia sopra.

Barbara Korun
Odore Umano
Ormai da giorni rimugino sul mio resoconto
del lavoro svolto con i profughi
non ce la faccio proprio a metterlo sulla carta
quell’odore
odore di gente di creature umane
quell’odore dolciastro
un misto di urina di vomito di sangue mestruale
di sangue di feci di sudore di gente spaventata
ormai da giorni rumino questo resoconto
nei sogni è il resoconto a ruminare me
mi perseguita
insomma come dire
«Per loro tutto può andar bene!»
il sudicio pavimento di cemento
i vestiti fradici
le interminabili attese in fila
esattamente in una fila
2000 persone in un’unica fila
una dietro l’altra per ore e ore
per 2 pezzi di pane pesce in scatola
una mela e mezzo litro di latte
per l’acqua per mezzo litro d’acqua
ormai da giorni rumino questo rapporto
già da giorni mi tormento come comporlo
insomma come raccontare
che la gente mi faceva segno
sono affamato sono affamata siamo affamati
dimagriti stanchi sporchi rassegnati
come raccontare
che li sorvegliavamo come i peggiori
e i più pericolosi nemici
avvertendo la gente del luogo di non lasciar
passare i loro animali dove erano passati loro
potrebbero contrarre malattie terribili
la tubercolosi, il colera, la scabbia, i pidocchi
«Neanche per sogno! Non sperate davvero che io vada
a pulire le tende finché c’è anche uno solo di quella marmaglia infernale!»
sbraitava una signora anziana mandata dai servizi sociali
«Non voglio avere a che fare con loro,
che tornino là da dove sono venuti!» strillava a notte fonda
durante una delle notti più serene nel campo
svegliandosi di soprassalto dal placido
sonno dei giusti
come raccontare
come descrivere la scena iniziale
quando son giunta per la prima volta alla fabbrica Beti
la mattina presto prima dell’alba
nei campi vicini silenzio nebbia
in lontananza invece fasci di luce dei fari
elicotteri suono insistente di sirene veicoli della
polizia esercito con i loro furgoni e camionette
armati fino ai denti agenti specializzati con
passamontagna nero sul viso e il casco in testa
muniti di giubbotti antiproiettile mitragliatrici
rivoltelle sfollagente scudi e volti mascherati
perfino i membri del servizio umanitario
con guanti e maschere da naso e bocca
eppure dappertutto quell’odore
quell’odore intenso e dolciastro
odore umano
che non scorderò mai

Paul Celan
PARLA ANCHE TU
Parla anche tu,
parla per ultimo,
di’ ciò che hai da dire.
Parla –
ma non separare il no dal sì.
Dai anche senso a ciò che dici:
dagli l’ombra.
Dagli ombra che basti,
dagliene tanta
quanta sai sparsa intorno a te
fra mezzanotte e mezzogiorno e mezzanotte.
Guardati in giro:
lo vedi, che il vivo è dappertutto –
Prossimo alla morte, ma vivo!
Dice il vero, chi dice ombra.
Ma ora si stringe il luogo dove stai:
e adesso dove andrai, rivelatore d’ombre, dove?
Sali. Innalzati a tentoni.
Più sottile diventi, più irriconoscibile, più fine!
Più fine: un filo,
lungo il quale vuole scendere la stella:
per nuotare nel basso, giù in basso
dove vede se stessa luccicare: nella risacca
di erranti parole.
Da “La Rosa di Nessuno”

55 anni fa’, nella notte tra il 19 e il 20 Aprile 1970, Paul Celan andava incontro alla Senna. Al suo genio e a Lui il mio commosso omaggio