Conceição Lima (1961) è una poetessa originaria delle isole di Sao Tomé e Principe
I pantaloni allegri da clown non erano suoi.
La maglietta non era sua.
Il marrone e il nero
Sul piede destro e sinistro
Erano di qualcun altro.
Lunga, buona pelle.
La cintura non era abbinata, ma sembrava bella.
La sottigliezza stessa delle piccole ossa
non gli apparteneva, galleggiava.
Tossì molto e barcollò.
Si trascinava dietro due occhi
astuti, beffardi e birbanti.
Ed era depositario di una risatina ironica,
il suo scudo.
Coi suoi passi portava con sé un arsenale
di storie vive e antiche
e aveva il potere di far ridere la gente.
Conosceva i nomi di tutti i luoghi, ma
il suo villaggio non era in nessuno di essi.
Morì emarginato nell’ex colonia.
È sepolto sull’isola.
Non notò la nuova bandiera.
Alfredo Fressia (1948 – 2022) è stato un poeta uruguaiano.
Si guarda allo specchio della vetrina
tutto è riflesso tranne lui.
Il suo corpo si riflette, vede
i suoi occhi, con le occhiaie, vede
i suoi vestiti, sistemati con cura,
vede che ha finalmente imparato
che il mondo appartiene agli altri,
con cura agli altri, con le occhiaie,
e questa strada e la Patria
e le regole di quest’uomo malato,
questo figlio sospettoso di nessuno,
quest’uomo anonimo per strada e nelle vite
degli altri che non si guardano
allo specchio in cui lui si vede
interamente assente.
La vita è un sogno. Sogna il re il suo stesso regno, e vivendo in questo inganno, regna, dispone e governa; ed il plauso che è fugace riceve, lo scrive al vento e la morte-sorge ingrata! – in cenere lo trasforma. E chi vorrà più regnare sapendo che si risveglia già nel sonno della morte? sogna il ricco, la ricchezza, che tanti affanni gli reca; sogna il povero la propria tribolazione e miseria; sogna chi accresce i suoi beni, sogna chi cerca e s’appena; sogna chi opprime ed offende; e nel mondo, in conclusione, tutti sognano ciò che sono, ma nessuno lo comprende.
Dopo una carriera dirigenziale nel settore commerciale-marketing e un’ampia attività di consulenza per imprese e agenzie di comunicazione, Pier Carlo Lava ha scelto di indirizzare le proprie competenze verso il digitale. Oggi coordina la presenza online di Alessandria Today e di Alessandria Online, superando ogni giorno la sfida di coniugare rapidità d’informazione, autorevolezza delle fonti e coinvolgimento della community.
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L’infinito nel sapere e il tempo che osserva in silenzio
Tra scaffali immobili scivola l’ombra del mio nome. Ogni libro è un enigma, ogni parola un ponte.
Non cerco il senso: attendo che mi cerchi. Forse una sillaba perduta conosce ciò che io ignoro.
Dietro la copertina, non la verità, ma il volto che la sogna. Io resto qui, dove il tempo sfoglia me, pagina dopo pagina.
Commento alla poesia
Questa poesia evoca l’essenza del pensiero di Jorge Luis Borges: il tempo, l’infinito, l’identità e il mistero del sapere. La biblioteca è metafora del mondo e della mente; il poeta non è più solo lettore, ma oggetto di lettura del tempo stesso. Borges amava giocare con i paradossi, i labirinti e le simmetrie. In questi versi troviamo una poetica dell’attesa, della sospensione tra realtà e possibilità. Nessuna verità assoluta, ma una verità che si rifrange nello specchio delle parole. Il poeta si dissolve tra i libri, consapevole che l’atto di conoscere è già un racconto infinito.
Biografia di Jorge Luis Borges
Jorge Luis Borges nacque a Buenos Aires il 24 agosto 1899 e morì a Ginevra il 14 giugno 1986. Poeta, narratore e saggista, è considerato uno dei massimi autori della letteratura mondiale del XX secolo. Cresciuto tra lingue e culture, fu influenzato dalla filosofia, dal misticismo e dalla letteratura anglosassone. La sua opera mescola finzione e verità, esplorando temi metafisici e concettuali con una scrittura limpida e intensa. Tra i suoi libri più celebri: Finzioni, L’Aleph, Il libro di sabbia. Cieco fin da giovane età adulta, Borges ha fatto della cecità una forma di visione interiore. È ancora oggi una figura di riferimento nel pensiero letterario e filosofico contemporaneo.
Amore, corpo e natura nel canto universale del desiderio
Ti penso come terra, con le vene aperte alla pioggia, con il ventre che custodisce i semi del mio nome.
Ti penso come mare, che si infrange lento contro i miei silenzi, e mi bagna l’anima di sale.
Ti penso come notte, dove non c’è nulla che non sia tuo: né la stella, né il respiro.
E se un giorno dovessi tacere, tu resterai – come la terra – a fiorire sotto le mie ossa.
Commento alla poesia
Questa poesia incarna l’essenza della scrittura amorosa e sensuale di Pablo Neruda, capace di unire corpo, natura e destino in un’unica immagine. Il poeta cileno ha sempre fatto dell’amore una geografia carnale: la donna è terra, mare, notte – elementi eterni che restano anche oltre la voce del poeta. Il desiderio non è solo passione, ma presenza cosmica, connessione con il mondo. L’ultima strofa suggella il patto tra amore e immortalità poetica. Neruda non descrive: evoca. E nel farlo, trasforma il linguaggio in carne viva, radice e frutto.
Biografia di Pablo Neruda
Pablo Neruda, pseudonimo di Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto, nacque il 12 luglio 1904 a Parral, in Cile, e morì il 23 settembre 1973 a Santiago. Premio Nobel per la Letteratura nel 1971, è considerato uno dei massimi poeti del Novecento. La sua opera spazia dalla poesia amorosa (Venti poesie d’amore e una canzone disperata) alla poesia epica e politica (Canto General). Fu console in vari paesi e militante comunista, legato al presidente Salvador Allende. Dopo il colpo di stato militare di Pinochet, morì in circostanze ancora discusse. La sua casa a Isla Negra è oggi un museo. Neruda è un simbolo della parola come strumento di giustizia, passione e bellezza.
Non ti scrivo da giorni, ma nel cuore ogni parola è già partita. Ti ho detto “amore” senza carta né inchiostro, mentre la pioggia lavava le sbarre del mio giorno.
Sotto questa luce spenta, la mia ombra è ancora viva. E anche se il mondo non cambia mai abbastanza, un giorno sarai libera di leggere i miei sogni nelle mani del vento.
Commento alla poesia
Questa poesia riflette perfettamente l’anima combattente e profondamente umana di Nazım Hikmet. Il tema della lettera non spedita richiama l’esperienza dell’esilio, dell’amore trattenuto, ma anche della speranza incrollabile. Hikmet scrive da un luogo di privazione, ma la parola poetica riesce a superare le barriere fisiche e politiche. L’“ombra viva” è immagine di resistenza: anche in prigione, anche esiliato, l’uomo conserva la sua voce. L’ultima strofa è una promessa: i suoi sogni non sono persi, ma affidati al vento della libertà. Pochi versi, eppure pieni di tensione lirica, impegno civile e delicatezza emotiva.
Biografia di Nazım Hikmet
Nazım Hikmet Ran nacque il 15 gennaio 1902 a Salonicco, nell’allora Impero Ottomano (oggi Grecia), e morì il 3 giugno 1963 a Mosca. È uno dei più grandi poeti e intellettuali della Turchia moderna. Attivista politico di ideali marxisti, fu perseguitato per le sue idee e trascorse molti anni in carcere e in esilio. La sua poesia fonde lirismo e denuncia sociale, amore e rivoluzione, mescolando tradizione turca e avanguardie europee. Tra le sue opere più note: Lettere dal carcere, Il poeta galleggiante, Poesie d’amore e di lotta. Scrisse anche testi teatrali e sceneggiature. Hikmet è oggi considerato patrimonio culturale mondiale, amato in Turchia nonostante la censura che per anni ne oscurò la voce.
La luna guarda il campo e i cavalli tremano. Il silenzio si fa lungo come un mantello bianco.
Cavalco nel sogno, tra ulivi e laghi spenti, con un nome sulla lingua che nessuno sa più.
Una ferita aperta luccica nel buio, e la notte non chiede che di cadere piano.
Traduzione italiana a fronte: la poesia è già scritta in lingua originale (spagnola).
Commento alla poesia
L’autore anonimo intreccia in questi versi tre dei suoi simboli più emblematici: la luna, il cavallo e il silenzio. Il testo è intriso di mistero, con un’atmosfera onirica e rituale. L’azione del “cavalcare nel sogno” evoca una ricerca interiore o un viaggio verso la morte, mentre la luna veglia come presenza femminile, ambigua, a volte crudele. Ogni parola è carica di un erotismo velato e di una dolcezza tragica, in piena coerenza con la poetica del grande autore andaluso. La musicalità del testo e la simbologia ricorrente ne fanno un piccolo gioiello lirico, capace di evocare emozioni ancestrali e archetipiche.
Biografia di Federico García Lorca
Federico García Lorca nacque il 5 giugno 1898 a Fuente Vaqueros, in Andalusia. Poeta, drammaturgo e musicista, fu una delle voci più originali della letteratura spagnola del XX secolo. Le sue opere mescolano modernismo e tradizione popolare, con una predilezione per il folclore andaluso, il flamenco e le tematiche universali della morte, del desiderio e della solitudine. Tra le sue raccolte più note: Romancero Gitano, Poeta en Nueva York e Llanto por Ignacio Sánchez Mejías. Venne arrestato e fucilato nel 1936 all’inizio della guerra civile spagnola, divenendo simbolo del martirio intellettuale e della libertà artistica. Il suo corpo non fu mai ritrovato.
Il fragile equilibrio tra tempo, forma e desiderio
Quand l’onde s’arrête sur la lèvre nacrée, la conque rêve encore d’un battement d’écume.
Le sel y dépose sa pensée figée, mais l’écho respire au fond du coquillage.
Et moi, je m’y penche, comme un enfant curieux, à l’écoute du monde que la mer a oublié.
Traduzione italiana:
Quando l’onda si ferma sulla labbra madreperlacea, la conchiglia sogna ancora un palpito di schiuma.
Il sale vi depone il suo pensiero immobile, ma l’eco respira nel fondo del guscio.
E io vi mi chino, come un bambino curioso, ascoltando il mondo che il mare ha dimenticato.
Commento alla poesia
Questa poesia di autore anonimo nello stile di Paul Valéry esplora il tema del tempo sospeso, dell’eco che sopravvive oltre l’evento, e della contemplazione. La conchiglia diventa simbolo di una memoria fossilizzata, ma non morta: custodisce ancora una voce, una vibrazione. Il poeta si piega su di essa come un bambino, evocando una visione infantile e meravigliata del mondo. Valéry, filosofo del linguaggio e della forma, modella ogni verso come una scultura di pensiero. Qui, la natura e l’astrazione si fondono in modo lirico e misterioso, dando vita a un’opera che suona come un sussurro metafisico.
Biografia autentica di Paul Valéry
Paul Valéry nacque a Sète, nel sud della Francia, il 30 ottobre 1871. Fu poeta, saggista, filosofo e accademico. Dopo una crisi spirituale giovanile, abbandonò per anni la poesia, dedicandosi alla matematica e alla riflessione sul pensiero umano. Ritornò alla letteratura con opere fondamentali come La Jeune Parque (1917) e Charmes (1922), in cui la purezza formale si unisce a una ricerca interiore rigorosa. Fu membro dell’Académie française e intellettuale di riferimento nel panorama europeo. Morì il 20 luglio 1945 a Parigi. Il suo sepolcro si trova nel cimitero marino di Sète, immortalato dal suo stesso verso: “Ce toit tranquille où marchent des colombes.”
Il dolore di un addio nella voce fragile della steppa
Torneranno i silenzi, tra i pioppi assenti, quando il vento stanco non chiederà più il mio nome. Una parola lasciata sulla porta socchiusa, e la mia ombra in ginocchio davanti alla sera.
L’erba mi coprirà il volto come un bacio dimenticato, e nei tuoi occhi, se mai guarderai di nuovo, non troverai che il bianco di un inverno senza traccia.
Commento alla poesia
In questa poesia, l’autore anonimo ci accompagna in un addio sussurrato al mondo e all’amore. La sua scrittura, tipicamente intessuta di malinconia, è un inno alla solitudine e alla dissoluzione dell’io poetico nel paesaggio naturale. L’erba, il vento, il silenzio diventano presenze più forti della voce umana. Il tono dimesso ma lirico richiama la forza delle sue ultime lettere e versi, scritti poco prima della morte. Il verso conclusivo evoca un inverno interiore, quello che rimane quando il sentimento si estingue ma l’eco sopravvive nella memoria di chi ha amato.
Biografia di Sergej Esenin
Sergej Aleksandrovič Esenin nacque il 3 ottobre 1895 a Konstantinovo, un villaggio nella provincia di Rjazan, in Russia. Cresciuto in un contesto rurale, il paesaggio e la spiritualità contadina permeano tutta la sua opera. Dopo essersi trasferito a Mosca e poi a Pietrogrado, entrò in contatto con i circoli simbolisti e futuristi. Il suo stile, però, rimase sempre fortemente ancorato alla tradizione russa e alla musicalità del folklore. La sua vita fu segnata da amori turbolenti (celebre il suo matrimonio con Isadora Duncan) e da una profonda inquietudine interiore. Morì suicida il 28 dicembre 1925, lasciando un ultimo struggente componimento scritto col sangue. È oggi considerato uno dei più grandi poeti russi del Novecento, simbolo tragico di una Russia dilaniata tra modernità e tradizione.
Certe sere vorrei salire sui campanili della pianura, veder le grandi nuvole rosa lente sull’orizzonte come montagne intessute di raggi.
Vorrei capire dal cenno dei pioppi dove passa il fiume e quale aria trascina; saper dire dove nascerà il sole domani e quale via percorrerà, segnata sul riso già imbiondito, sui grani.
Vorrei toccare con le mie dita l’orlo delle campane, quando cade il giorno e si leva la brezza: sentir passare nel bronzo il battito di grandi voli lontani.
ANTONIA POZZI
Le tre strofe della poesia si fondano sull’ottativo ‘vorrei’; 19 versi piani; ho contato 2 novenari; 2 decasillabi; 5 settenari; 3 ternari; 5 endecasillabi; 1 doppio settenario; 1 ottonario. Antonia descrive un paese di montagna, immerso nella natura, vorrebbe salire sui campanili, per vedere le nuvole rosa all’orizzonte, i pioppi lungo le sponde del fiume, il sorgere del sole che illumina il grano imbiondito. Vorrebbe toccare l’orlo delle campane, e quando verrà il vento, sentire i loro rintocchi come se fossero voli lontani.
Oggi voglio dedicare questo spazio alla canzone d’autore italiana. Il cantautore a cui desidero rendere omaggio è Roberto Vecchioni. Paroliere, poeta e musicista, non si può non menzionare la sua più grande passione: l’insegnamento. Ha lavorato, infatti, come docente di greco e latino in vari licei classici, tra Milano e Brescia, dal 1969 al 2004. Ha ottenuto, in seguito, la cattedra di docente universitario presso l’ Università di Torino, dove ha insegnato per tre anni ” Forme di poesia in musica”.
Di origini napoletane, nasce a Carate Brianza il 25 giugno 1943. Ha pubblicato più di 25 album e venduto oltre 6 milioni di copie. Raggiunge l’apice del successo nel 1977 con l’album “Samarcanda“, a cui seguiranno “Robinson” nel 1980 e “Milady” nel 1989. Nel 1992, grazie al brano “Voglio una donna“, inserito nell’ album “Camper”, vince il Festival Bar. Nel 1997 pubblica “Il bandolero stanco ” e nel 2002 esce “Il lanciatore di coltelli “. Nel 2011 vince il Festival di Sanremo con la bellissima canzone “Chiamami ancora amore“.
Il brano musicale che ho scelto è “Samarcanda”, dell’omonimo album. Samarcanda è una canzone meravigliosa caratterizzata, però, da sonorità che rischiano di allontanare l’ascoltatore dal vero significato del testo. Quante volte, trasportati da quel ritmo incalzante, sostenuto dal riff inconfondibile del violino di Angelo Branduardi, l’abbiamo ascoltata senza prestare molta attenzione alle parole. Ma di cosa parla “Samarcanda”? Il brano ci conduce nelle atmosfere di terre orientali e racconta di un soldato che rientra dalla guerra, il quale, insieme alla folla festante, si getta, gioioso e danzante, per le strade della città per esser scampato al pericolo. Ma proprio tra la folla si accorge della presenza di una Nera Signora che gli sta vicino e lo guarda con malignità.
La Nera Signora non è altri che la personificazione della morte. Il soldato, credendo che la morte sia lì per lui, in preda allo spavento, riesce a farsi donare dal sovrano il cavallo più veloce del regno per fuggire il più lontano possibile. Fugge fino a Samarcanda, ma una volta arrivato, sarà accolto da una terribile sorpresa: la Nera Signora lo attende proprio in quella città e lui, fuggendo, non ha fatto che altro che assecondare il proprio destino. In poche parole, non si può mai sfuggire alla propria sorte. Sulle nostre teste incombe la forza del Fato, alla quale dobbiamo sottostare.
Il tema della canzone rimanda alle credenze dell’antica cultura greca la quale, per dare un senso alle ingiustizie e agli eventi dolorosi che affliggevano la vita delle persone, anche di quelle virtuose, ricorreva a questa forza potente, il Fato, contro la quale neanche gli dèi potevano ribellarsi. Gli stessi dèi soccombono alla volontà del destino. Emblematica, in tal senso, è la tragedia di Soflocle, l’“Edipo re“. L’oracolo raccomanda a Laio, re di Tebe, di non avere figli, perchè il figlio, una volta adulto, lo avrebbe ucciso per sposare sua moglie, Giocasta. Laio, però, una notte, in preda all’ebbrezza, si unisce a sua moglie.
I due concepiscono un bambino, Edipo. Il re, spaventato dalla profezia, abbandona il bambino sul monte Citerone, dove viene trovato da un pastore che lo affida a Polibo e Peribea, sovrani di Corinto, che lo adottano. Una volta adulto, Edipo, venuto a sapere della profezia che incombe sulla sua testa, ignorando che Polibo non sia il suo vero padre, per impedire che la profezia si realizzi, fugge da Corinto e, prima di arrivare a Tebe e diventarne sovrano, uccide sulla strada un vecchio per futili motivi. Quel vecchio non è altri che Laio, il suo vero padre. Edipo, completamente ignaro, giunge a Tebe, risolve l’enigma della Sfinge e diventa sovrano, finendo per sposare Giocasta, ovvero sua madre. Il Fato ha avuto la meglio su di lui. La tragedia si conclude nel peggiore dei modi: Giocasta si toglie la vita, e lui, una volta divenuto consapevole dei fatti, per non vedere la verità, decide di cavarsi gli occhi con la fibbia della veste di lei, chiedendo di essere esiliato dalla città.
Samarcanda
Ridere, ridere, ridere ancora, Ora la guerra paura non fa, Brucian nel fuoco le divise la sera, Brucia nella gola vino a sazietà, Musica di tamburelli fino all’aurora, Il soldato che tutta la notte ballò Vide tra la folla quella nera signora, Vide che cercava lui e si spaventò
Salvami, salvami, grande sovrano, Fammi fuggire, fuggire di qua, Alla parata lei mi stava vicino, E mi guardava con malignità Dategli, dategli un animale, Figlio del lampo, degno di un re, Presto, più presto perché possa scappare, Dategli la bestia più veloce che c’è
Corri cavallo, corri ti prego Fino a Samarcanda io ti guiderò, Non ti fermare, vola ti prego Corri come il vento che mi salverò Oh oh cavallo, oh, oh cavallo, oh oh cavallo, oh oh, cavallo, oh oh
Fiumi poi campi, poi l’alba era viola, Bianche le torri che infine toccò, Ma c’era su la porta quella nera signora Stanco di fuggire la sua testa chinò: Eri fra la gente nella capitale, So che mi guardavi con malignità, Son scappato in mezzo ai grilli e alle cicale, Son scappato via ma ti ritrovo qua!
Sbagli, t’inganni, ti sbagli soldato Io non ti guardavo con malignità, Era solamente uno sguardo stupito, Cosa ci facevi l’altro ieri là? T’aspettavo qui per oggi a Samarcanda Eri lontanissimo due giorni fa, Ho temuto che per ascoltar la banda Non facessi in tempo ad arrivare qua
Non è poi così lontana Samarcanda, Corri cavallo, corri di là Ho cantato insieme a te tutta la notte Corri come il vento che ci arriverà Oh oh cavallo, oh, oh cavallo, oh oh cavallo, oh oh cavallo oh oh
“Chanson d’automne ” (“Canzone d’autunno”) è una poesia di Paul Verlaine (1844–1896), uno dei più conosciuti in lingua francese . È incluso nella prima raccolta di Verlaine, Poèmes saturniens , pubblicata nel 1866 (vedi 1866 in poesia ). La poesia fa parte della sezione “Paysages tristes” (“Paesaggi tristi”) della raccolta. Nella seconda guerra mondiale i versi del poema furono usati per inviare messaggi dallo Special Operations Executive (SOE) alla Resistenza francese sui tempi dell’imminente invasione della Normandia . Il poema molto musicale dà l’effetto monotono di un violino. All’età di 22 anni, Verlaine usa il simbolismo dell’autunno nella poesia per descrivere una triste visione dell’invecchiamento. In preparazione per l’operazione Overlord , Radio Londres della BBC aveva segnalato alla Resistenza francese con i versi di apertura del poema di Verlaine del 1866 “Chanson d’Automne” che dovevano indicare l’inizio delle operazioni del D-Day sotto il comando delle Operazioni speciali Esecutivo.
NAPOLI
Canzone d’autunno
I lunghi singhiozzi Dei violini Dell’autunno Feriscono il mio cuore Di un languore Monotono.
Tutto soffocante E livido, quando Suona l’ora, Mi ricordo Dei giorni vecchi E piango
Ed io me ne vado Per il vento malvagio Che mi porta Di qua, di là, Simile alla Foglia morta.
Chanson d’automne Les sanglots longs Des violons De l’automne Blessent mon coeur D’une langueur Monotone.
Tout suffocant Et blême, quand Sonne l’heure, Je me souviens Des jours anciens Et je pleure
Et je m’en vais Au vent mauvais Qui m’emporte Deçà, delà, Pareil à la Feuille morte.
Paul Verlaine
Ed io me ne vado di qua e di là,simile ad una foglia morta. Versi e metafore struggenti. Una poesia particolare,con una storia singolare, di tempi tristi dove l’autunno è sinonimo di morte, di perdita. Temi ricorrenti per i poeti decadenti, con la loro visione noir della vita.
Recensione di Alessandria today: “Accade” è una poesia intensa di Eugenio Montale tratta da Ex voto. Un inno alle affinità invisibili, alla verità dell’assenza e all’amore silenzioso.
Accade che le affinità d’anima non giungano ai gesti e alle parole ma rimangano effuse come un magnetismo. È raro ma accade. Può darsi che sia vera soltanto la lontananza, vero l’oblio, vera la foglia che cade più del fresco germoglio. Tanto e altro può darsi o dirsi.
Eugenio Montale, da Ex Voto, raccolta Satura (1971)
Nel cuore della poesia moderna italiana, Eugenio Montale ci affida una delle sue riflessioni più intense sulla natura degli affetti profondi, della distanza e della verità invisibile che si cela nell’assenza. La poesia “Accade…”, tratta dalla sezione Ex Voto della raccolta Satura, segna un passaggio cruciale nella poetica montaliano, dove il lirismo dell’inizio del Novecento si trasforma in una voce più disincantata, ironica e consapevole della fragilità dell’esistenza.
In questi versi, l’autore parla delle affinità d’anima – quei legami che spesso non trovano concretezza nei gesti o nelle parole, ma che restano come una vibrazione sottile, un magnetismo silenzioso. L’intimità profonda non sempre ha bisogno di manifestarsi esteriormente: esiste nella sua pura possibilità, nella sua rarefatta evidenza emotiva.
Montale ci accompagna poi in una riflessione più ampia sulla verità: non quella delle presenze rumorose, dei gesti espliciti, ma quella della lontananza, del distacco, del silenzio, persino dell’oblio. È come se ci dicesse che la verità più autentica è talvolta quella che cade, si stacca, si dissolve, proprio come una foglia che cade è più vera del germoglio, perché compie il suo ciclo in pienezza.
La poesia si chiude su un’osservazione sospesa, un’apertura alla pluralità delle possibilità: “Tanto e altro può darsi o dirsi”. È il sigillo della consapevolezza moderna, dove la verità non è mai assoluta ma sempre relativa, sfuggente, sfaccettata. Il poeta non afferma, suggerisce. Non insegna, sussurra. È questa la forza disarmante di Montale.
Una riflessione
Questi versi parlano a chi ha vissuto un amore senza forma, una connessione che non ha trovato parole. A chi ha amato nella lontananza, nel tempo che consuma, nei gesti non detti. Montale ci regala un frammento di poesia esistenziale, una finestra sul mistero che avvolge i rapporti umani più autentici. È raro, ma accade. E quando accade, lascia una traccia nel cuore, silenziosa come una foglia che cade, luminosa come una verità taciuta.
Biografia di Eugenio Montale
Eugenio Montale nasce a Genova nel 1896 e si spegne a Milano nel 1981. Poeta, saggista, traduttore e giornalista, è considerato uno dei massimi esponenti della poesia italiana del Novecento. La sua opera è caratterizzata da una profonda riflessione sull’esistenza, sul rapporto tra l’uomo e il mondo, sull’ineffabilità del tempo e della memoria. La sua prima raccolta, Ossi di seppia (1925), lo impone all’attenzione per la capacità di esprimere il “male di vivere” attraverso immagini dense e simboliche.
Con le successive raccolte, Le occasioni (1939) e La bufera e altro (1956), Montale consolida la sua poetica basata sul correlativo oggettivo, una tecnica in cui un oggetto o un’immagine suggerisce un’emozione complessa e indefinita. Negli anni ’70 pubblica Satura (1971), dove il tono si fa più disilluso, ironico e personale, spesso dedicando i testi alla moglie scomparsa Drusilla Tanzi, soprannominata “Mosca”.
Nel 1975 riceve il Premio Nobel per la Letteratura “per la sua poesia distinta, che con grande sensibilità artistica ha interpretato i valori umani sotto il segno di una visione del disincanto e della resistenza morale”.
La grandezza di Montale risiede nell’universalità dei suoi interrogativi, nella sua capacità di attraversare le epoche con una voce poetica che, pur cambiando tono e registro, resta sempre profondamente attuale.
Recensione di Alessandria today: Nei giorni scorsi è circolata online una poesia intitolata “Spesso il male di vivere ho incontrato – Il dolore calmo e la dolcezza della luce”, erroneamente attribuita al poeta Sandro Penna. Il titolo, tuttavia, contiene chiaramente una citazione diretta del celebre incipit montaliano, tratto dalla poesia Spesso il male di vivere ho incontrato, pubblicata da Eugenio Montale nella raccolta Ossi di seppia (1925).
La scrittrice Stefania Contardi, intervenuta prontamente su questa confusione, ha fatto giustamente notare che non risulta alcun distico né componimento simile attribuibile a Penna. Inoltre, ha sottolineato che non è indicata alcuna raccolta da cui provenga il presunto testo, sollevando così un chiaro caso di errata attribuzione.
Contardi ha aggiunto con ironia: “Anche questa spopolava alle medie: Spesso il male di vivere ho incontrato / Era un quattro di mate assicurato”, rivelando quanto certi versi – o presunti tali – circolino in modo popolare e scolastico, spesso slegati dalla loro effettiva paternità letteraria.
Ecco quindi il testo autentico e completo della poesia di Montale:
Spesso il male di vivere ho incontrato
Spesso il male di vivere ho incontrato: era il rivo strozzato che gorgoglia, era l’incartocciarsi della foglia riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio che schiude la divina Indifferenza: era la statua nella sonnolenza del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
La poesia originale di Montale, come mostrato nella scheda di GiuntiScuola, affronta il tema del male di vivere attraverso immagini simboliche naturali: il rivo strozzato, la foglia riarsa, il cavallo stramazzato. Il poeta contrappone a questa sofferenza universale la divina Indifferenza, una forma di distacco quasi stoico rappresentata dalla statua, dalla nuvola e dal falco, immagini che evocano l’inaccessibilità, la distanza e l’imperturbabilità.
È quindi fondamentale, nel divulgare testi poetici e citazioni letterarie, verificare con attenzione le fonti, specie quando si tratta di grandi autori del Novecento italiano come Montale o Penna, la cui voce e stile sono immediatamente riconoscibili, ma anche facilmente oggetto di travisamenti.
Invitiamo i lettori a leggere il testo autentico di Montale e ad apprezzare il suo impatto nella storia della letteratura italiana, evitando equivoci che – seppur a volte diffusi in buona fede – distorcono il significato e l’autorevolezza dei classici.
Sono appassionata della zona dell’alto Lazio.. la Tuscia incastrata tra Lazio, Umbria e Toscana e principalmente la Tuscia un po’ nascosta.. misteriosa.. e incredibilmente sorprendente. Una Tuscia dove andare mai da soli ma sempre in compagnia anche se non è dolce 😀 per lasciarsi andare.. per lasciarsi sorprendere e avvolgere dalle meraviglie che ci circondano. Questa terra è ricca di luoghi straordinariamente misteriosi.. da scoprire e da godere.. Io che ho una grande fantasia già immagino davanti a me il piacere che mi possono procurare questi luoghi insoliti.. unici.. e rari.. dove anche un bacio sa di un altro sapore.. Amici provate e poi mi direte..😀🍀 Luoghi che ci sorprendono x la loro unicità come la Casa Pendente di Bomarzo nel Parco dei Mostri. Volete provare una strana sensazione di smarrimento? La troverete qui.. in questa casa che è semplicemente storta. Infatti questa casa fu costruita su un masso inclinato e quindi la pavimentazione non è perpendicolare ai muri. E qui viene il bello..il senso di disorientamento porta a tenervi stretti all’altra persona.. e poi .. e poi…che bello!! Se trovo un accompagnatore di mio gradimento ci vado subito anch’io..😀😀😀 Un altro luogo.. provare x credere!! .. che vi procurerà tanta meraviglia .. stupore..e quel senso di vuoto nello stomaco a guardarlo.. è il Sasso Naticarello che si trova nella Faggeta del monte Cimino nel comune di Soriano del Cimino a circa 1000 metri di altitudine ed è un enorme masso che pesa all’incirca 250 tonnellate. È molto caratteristico tanto che venne descritto anche anticamente dallo scrittore latino Plinio il Vecchio e ha la particolarità che basta un semplice bastone e un punto d’appoggio per farlo tremare. Per questa sua caratteristica è conosciuto nel viterbese dialettale come Sasso naticarello o tremante o menicante o trezzicante. Qui potrete ottenere tutte le promesse che volete dalla vostra dolce metà..😀🍀 Credo che questi due posti siamo abbastanza emozionanti..ed ecco che si ci può finalmente riposare soggiornando in una delle meravigliose stanze della Casina degli Specchi con cena a Soriano in uno dei tanti ristorantini raggiungibili a 5 minuti a piedi che propongono prodotti tipici come gli gnocchi col ferro.. la zuppa di ceci e castagne.. i funghi porcini.. e l’ottima carne del posto. Qui si può trascorrere una bellissima giornata.. stupenda..non solo affascinante.. romantica.. ma a contatto con la natura ancora in questi posti incontaminata. Vi parlerò ancora di questa bellissima zona e di Viterbo che pur non essendo la mia città mi è entrata nel cuore.
Chiudiamo gli occhi e respiriamo.. Respiriamo l’aria Respiriamo il sole Respiriamo il vento Respiriamo la pioggia Respiriamo la vita.. Respiriamo.. Facciamo in modo che diventi gioia x la nostra anima.. lentamente.. intensamente.. Dolcemente.. Giuseppina
Vita perché mi sfuggi dalle mani?perché ogni secondo qualcuno ti lascia?Lo sonon possiamo uscire da questa filaTu non lo permettiMa ci dai la possibilità di aspettaredi cogliertidi respirare la tua ariadi godere delle tue meravigliedi ascoltare la tua voce nell’aria che respiriamo di sentire i tuoi dolci sussurri:Goditi i momenti…prendi tempo per te…fai sentire la tua … Continua a leggere
José Manuel Caballero Bonald (1926-2021) è stato un poeta e scrittore spagnolo dii famiglia cubana. Studiò Astronomia e poi Lettere e Filosofia. Militante antifranchista, appartenne al gruppo poetico dei ’50. Nel 2012 vinse il Premio Cervantes.
Il miele non scade mai! Questo affascinante alimento naturale ha delle proprietà straordinarie che gli permettono di rimanere commestibile per secoli, come dimostrano le scoperte di miele nelle tombe degli antichi egizi, risalenti a migliaia di anni fa. Ecco un approfondimento sui motivi scientifici che lo rendono così durevole:
Basso Contenuto di Acqua:
Il miele ha un contenuto di umidità inferiore al 18%, che è troppo basso per permettere la sopravvivenza della maggior parte dei microrganismi. Senza acqua, i batteri e le muffe non possono proliferare, rendendo il miele un ambiente ostile per questi agenti di deterioramento.
Alto Contenuto di Zucchero:
Con un contenuto di zucchero superiore al 70%, il miele è estremamente igroscopico, ovvero ha la capacità di attirare e trattenere l’umidità dall’ambiente circostante. Questo contribuisce ulteriormente a impedire la crescita microbica.
Acidità Naturale:
Il miele ha un pH acido, che varia tra 3.2 e 4.5. Questo livello di acidità è sufficiente per inibire la crescita di molti batteri e muffe, creando un’altra barriera naturale contro la degradazione.
Enzimi delle Api:
Durante la produzione del miele, le api aggiungono un enzima chiamato glucosio ossidasi. Questo enzima, una volta che il miele è stato depositato nei favi, converte il glucosio in acido gluconico e perossido di idrogeno. Quest’ultimo agisce come un potente agente antibatterico, proteggendo il miele da eventuali contaminazioni.
Proprietà Antiossidanti:
Il miele contiene numerosi composti antiossidanti come flavonoidi e acidi fenolici. Questi composti non solo contribuiscono ai benefici per la salute del miele, ma aiutano anche a prevenire l’ossidazione e la degradazione del miele stesso.
Sigillatura Naturale:
Le api sigillano i favi di miele con cera d’api, che protegge ulteriormente il miele dall’esposizione all’aria e all’umidità. Questo sigillo naturale contribuisce a mantenere il miele fresco per lunghi periodi.
Queste straordinarie caratteristiche rendono il miele non solo un delizioso dolcificante, ma anche uno degli alimenti naturali più durevoli al mondo. Quindi, la prossima volta che gusti un cucchiaino di miele, ricorda che stai assaporando un pezzo di storia eterna, custodito dalla natura e dalle api. 🌿🍯✨
Did you know that honey never expires?
Did you know that?
Honey never expires! This fascinating natural food has extraordinary properties that allow it to remain edible for centuries, as demonstrated by the discoveries of honey in the tombs of the ancient Egyptians, dating back thousands of years. Here’s an in-depth look at the scientific reasons that make it so durable:
Low Water Content:
Honey has a moisture content of less than 18%, which is too low for most microorganisms to survive. Without water, bacteria and mold cannot thrive, making honey a hostile environment for these spoilage agents.
High Sugar Content:
With a sugar content of over 70%, honey is extremely hygroscopic, meaning it has the ability to attract and retain moisture from its surroundings. This further helps prevent microbial growth.
Natural Acidity:
Honey has an acidic pH, which varies between 3.2 and 4.5. This level of acidity is enough to inhibit the growth of many bacteria and molds, creating another natural barrier against degradation.
Bee Enzymes:
During honey production, bees add an enzyme called glucose oxidase. This enzyme, once the honey has been deposited in the honeycombs, converts the glucose into gluconic acid and hydrogen peroxide. The latter acts as a powerful antibacterial agent, protecting the honey from possible contamination.
Antioxidant Properties:
Honey contains numerous antioxidant compounds such as flavonoids and phenolic acids. These compounds not only contribute to the health benefits of honey, but also help prevent the oxidation and degradation of the honey itself.
Natural Sealing:
Bees seal honeycombs with beeswax, which further protects the honey from exposure to air and moisture. This natural seal helps keep honey fresh for long periods.
These extraordinary characteristics make honey not only a delicious sweetener, but also one of the most durable natural foods in the world. So, the next time you taste a teaspoon of honey, remember that you are tasting a piece of eternal history, guarded by nature and bees. 🌿🍯✨
È rimasta laggiù, calda, la vita, l’aria colore dei miei occhi, il tempo che bruciavano in fondo ad ogni vento mani vive, cercandomi…
Rimasta è la carezza che non trovo più se non tra due sonni, l’infinita mia sapienza in frantumi. E tu, parola che tramutavi il sangue in lacrime.
Nemmeno porto un viso con me, già trapassato in altro viso come spera nel vino e consumato negli accesi silenzi…
Torno sola tra due sonni laggiù, vedo l’ulivo roseo sugli orci colmi d’acqua e luna del lungo inverno. Torno a te che geli
nella mia lieve tunica di fuoco. *
Amore, oggi il tuo nome
Amore, oggi il tuo nome al mio labbro è sfuggito come al piede l’ultimo gradino… ora è sparsa l’acqua della vita e tutta la lunga scala è da ricominciare. T’ho barattato, amore, con parole. Buio miele che odori dentro diafani vasi sotto mille e seicento anni di lava- ti riconoscerò dall’immortale silenzio. *
A volte dico: tentiamo d’esser gioiosi
A volte dico: tentiamo d’esser gioiosi, e mi appare discrezione la mia, tanto scavata è ormai la deserta misura cui fu promesso il grano. A volte dico: tentiamo d’essere gravi, non sia mai detto che zampilli per me sangue di vitello grasso: ed ancora mi appare discrezione la mia. Ma senza fallo a chi così ricolma d’ipotesi il deserto, d’immagini l’oscura notte, anima mia, a costui sarà detto: avesti la tua mercede. Ora non resta che vegliare sola Ora non resta che vegliare sola col salmista, coi vecchi di Colono; il mento in mano alla tavola nuda vegliare sola: come da bambina col califfo e il visir per le vie di Bassora. Non resta che protendere la mano tutta quanta la notte; e divezzare l’attesa dalla sua consolazione, seno antico che non ha più latte. Vivere finalmente quelle vie -dedalo di falò, spezie, sospiri da manti di smeraldo ventilato- col mendicante livido, acquattato tra gli orli di una ferita. *
Ora tu passi lontano, lungo le croci del labirinto
Ora tu passi lontano, lungo le croci del labirinto, lungo le notti piovose che io m’accendo nel buio delle pupille, tu, senza più fanciulla che disperda le voci…
Strade che l’innocenza vuole ignorare e brucia di offrire, chiusa e nuda senza palpebre o labbra!
Poiché dove tu passi è Samarcanda, e sciolgono i silenzi tappeti di respiri, consumano i grani dell’ansia –
attento: fra pietra e pietra corre un filo di sangue, là dove giunge il tuo piede. *
Oltre il tempo, oltre un angolo
Troppe cose hanno accolto le tue palpebre l’attenzione t’ha consumato le ciglia. Troppe vie t’hanno ripetuta, stretta, inseguita.
La città da secoli ti divora ma per te travede, sogno e sfacelo di luci e piogge, lacrime senili sulla ragazza che passa febbrile, indomabile, oltre il tempo, oltre un angolo.
Ritorna! Gridano i vecchi di Santa Maria del Pianto, la ronda della piscina di Siloè con i cani, gl’ibridi, gli spettri che non si sanno e tu sai radicati con te nel glutine blu dell’asfalto e credono al tuo fiore che avvampa, bianco–
poiché tutti viviamo di stelle spente. *
Elegia di Portland Road
Cosa proibita, scura la primavera.
Per anni camminai lungo primavere più scure del mio sangue. Ora tornano sul Tamigi sul Tevere i bambini trafitti dai lunghi gigli le piccole madri nei loro covi d’acacia l’ora eterna sulle eterne metropoli che già si staccano, tremano come navi pronte all’addio…
Cosa proibita scura la primavera.
Io vado sotto le nubi, tra ciliegi così leggeri che già sono quasi assenti. Che cosa non è quasi assente tranne me, da così poco morta, fiamma libera?
(E al centro del roveto riavvampano i vivi nel riso, nello splendore, come tu li ricordi come tu ancora li implori). *
Devota come un ramo
Devota come un ramo curvato da molte nevi allegra come falò per colline d’oblio,
su acutissime lamine in bianca maglia d’ortiche, ti insegnerò, mia anima, questo passo d’addio… *
Il Maestro d’arco a B.B.
Tu, Assente che bisogna amare … termine che ci sfuggi e che ci insegui come ombra d’uccello sul sentiero: io non ti voglio più cercare. Vibrerò senza quasi mirare la mia freccia, se la corda del cuore non sia tesa: il maestro d’arco zen così m’insegna che da tremila anni Ti vede. *
Moriremo lontani
Moriremo lontani. Sarà molto se poserò la guancia nel tuo palmo a Capodanno; se nel mio la traccia contemplerai di un’altra migrazione.
Dell’anima ben poco sappiamo. Berrà forse dai bacini delle concave notti senza passi, poserà sotto aeree piantagioni germinate dai sassi…
O signore e fratello! ma di noi sopra una sola teca di cristallo popoli studiosi scriveranno forse, tra mille inverni:
«nessun vincolo univa questi morti nella necropoli deserta». *
Passo d’addio
Si ripiegano i bianchi abiti estivi e tu discendi sulla meridiana, dolce Ottobre, e sui nidi. Trema l’ultimo canto nelle altane dove il sole era l’ombra ed ombra il sole, tra gli affanni sopiti. E mentre indugia tiepida la rosa l’amara bocca già stilla il sapore dei sorridenti addii. *
Cristina Campo (pseudonimo di Vittoria Guerrini) nasce a Bologna nel 1923. Figlia di un musicista, viene segnata per tutta la sua vita da una malformazione cardiaca che rende la sua salute sempre malferma e le impedisce di seguire un regolare corso di studi. Trasferitasi a Firenze con la famiglia, Cristina frequenta gli ambienti letterari della città, dove conosce intellettuali del calibro di Mario Luzi, Gabriella Bemporad, Margherita Pieracci Harwell (che sarà poi la curatrice di molte sue opere postume), Gianfranco Draghi (che la introdurrà al pensiero di Simone Weil) e Leone Traverso. Trascorre una vita molto ritirata, e nella stesura dei suoi scritti si mantiene sempre indifferente agli apprezzamenti, ai riconoscimenti e alle esigenze del mercato letterario. All’attività di poetessa e scrittrice affianca presto quella di traduttrice dall’inglese: fra gli autori da lei tradotti ci sono Katherine Mansfield, Virginia Woolf, John Donne, William Carlos Williams e Simone Weil. Negli ultimi anni della sua vita vive un’esistenza ancor più appartata e si dedica all’approfondimento delle tematiche del sacro e della spiritualità: diviene una cattolica fervente e rigorosamente ortodossa, tanto da opporsi alle riforme del Concilio Vaticano II. Il suo stile poetico, ancor oggi particolarissimo, è tutto proteso a far coincidere la parola con il suo significato più profondo, rifuggendo da tutto ciò che appare scontato o superfluo. Tra le sue opere ricordiamo le raccolte poetiche Diario bizantino e altre poesie (1977) e La tigre assenza (postuma, 1991), oltre ad una ricca produzione di prefazioni, traduzioni, saggi e lettere. Muore a Roma nel 1977.
Il poeta dice di amare il vino ed il cibo semplice. Il suo pasto preferito prevedeva gli spaghetti burro e formaggio e una bistecca alla fiorentina accompagnata dalla salsina “Allegria”. Ungaretti, nato nel pittoresco brulicare di Alessandria d’Egitto, profumata d’aglio e di particolarissimi aromi vegetali, passato poi alle raffinatezze della cucina francese, alla popolaresca sapidità di quelle regionali italiane, ed ai piccanti sapori di quella brasiliana, sa evocare colori e gusti, con una magica evidenza, sa liricizzare il ricordo di ogni vivanda, anche la più semplice. Ungaretti è di gusti semplici: predilige gli spaghetti al burro e formaggio, lo stoccafisso alla livornese e la bistecca alla fiorentina. Poco vino, ma buono. Non ha preferenze. Il vino è come la poesia, riassume paesaggi morali ed è anche il frutto delle sostanze che compongono il terreno di cui si nutrono i vitigni, qualcosa del cielo e della terra, del lavoro umano e del sole. Mosto che si fa vino, la poesia della natura in una alchimia ineffabile. Nel 1963, Marin San Sile incontrò il grande poeta regalando ai lettori un magnifico articolo. contenente anche le ricette preferite dell’Ermetico Sommo Poeta.
Spaghetti alla Ungaretti Dose per 4 persone
Spaghetti piuttosto fini – 400 gr Parmigiano grattugiato – 40 gr Burro – 80 gr Un pizzico di cumino Un pizzico di noce moscata Un cucchiaio di pan grattato finissimo Sale
Lessare gli spaghetti in acqua bollente e salata. Far dorare il burro. Mescolare il pan grattato con il cumino, la noce moscata e il formaggio. Scolare gli spaghetti, versarli in una terrina ed unire il formaggio con altri ingredienti. Rimescolare, aggiungere il burro e mescolare ancora. Servire subito gli spaghetti ben caldi.
Salsina Allegria Per bistecca alla fiorentina
Olio di Lucca – 10 ml Gherigli di noce tritatissimi – 20 gr Rapatura di un limone Succo di mezzo limone Mollica di pane raffermo Aceto Foglioline di erbe aromatiche (raccolte personalmente durante una passeggiata) cioè: Mentuccia Nepitella Bacche di Ginepro o Barbe di finocchietto selvatico Un pizzico di pepe
Ammorbidire la mollica di pane nell’aceto cotto, ed aggiungervi le foglioline delle erbe aromatiche battute finemente. Mescolare a questo composto tutti gli altri ingredienti e conservare al fresco in una terrina di coccio.
*Anche l’ermetico Ungaretti amava stare ai fornelli…che dire provate le sue ricette e buon appetito
Tra tutte le protagoniste delle tragedie greche, Antigone è forse quella che più simboleggia un non finire del conflitto tra autorità e diritto, tra leggi divine (senso ampio del termine), e leggi umane. Antigone, rappresenta la storia dall’antica Grecia fino ai giorni nostri, rimanendo sempre il simbolo di una lotta personale contro la tirannia di un potere ingiusto.
La voglia di baciarti in qualsiasi situazione, in qualsiasi posto, in mezzo a qualsiasi folla, a metà di qualsiasi discorso, davanti a qualsiasi persona, a qualsiasi ora. È estenuante. Sfiancante. Mi divora. Ti prego, fa che non mi passi mai !!!
In realtà, si tratta di una composizione contemporanea, spesso condivisa sui blog e social come testo anonimo.
La confusione nasce dal fatto che Antigone è simbolo di amore assoluto e ribellione, e quindi molti versi intensi vengono associati a lei anche se non fanno parte dell’opera originale.
La storia, racconta il tentativo di Antigone di seppellire suo fratello Polinice, che ha combattuto con l’altro suo fratello, provocandosi reciprocamente la morte, contro la volontà di Creonte, re di Tebe
Il figlio più giovane di Edipo, Eteocle, esilia il fratello maggiore Polinice. Quest’ultimo attacca Tebe, ma né l’uno ne l’altro l’hanno vinta perché muoiono entrambi in battaglia. Eteocle riceve le onoranze funebri, che invece vengono rifiutate a Polinice, che lo zio Creonte considera un traditore della città. Saputo ciò Antigone – sorella di Eteocle – nonostante il consiglio dell’altra sorella, più giovane, Ismene, insiste affinché il corpo del fratello venga sepolto. Si reca quindi inizialmente da lui per rendergli omaggio da sola, e viene arrestata e condotta presso Creonte che giudica colpevoli entrambe le sorelle e decidedi imprigionarle rimproverando ad Antigone di aver disobbedito ai suoi ordini.
Ma Emone, figlio di Creonte, supplica il padre di lasciar libera Antigone, della quale è promesso sposo. Il re lo deride e ignora le sue suppliche.
Gli anziani ricordano allora al re che solo una delle sorelle ha infranto le leggi: Creonte dunque cambia idea e decide di condannare a morte la sola Antigone.
Mentre viene portata fuori da Tebe in una grotta ad attendervi la morte, l’indovino Tiresia avverte Creonte che gli dei sono molto irritati per la sua mancanza di rispetto verso i morti, e che tutto ciò porterà suo figlio alla morte.
Creonte, preoccupato, si affretta a far liberare Antigone, sepolta viva, e a far seppellire Polinice.
Emone stringe il corpo della fidanzata morta, si getta sul padre per ucciderlo, ma manca il bersaglio. Rivolge allora l’arma contro se stesso, uccidendosi. Creonte ritorna quindi al palazzo per apprendere che la moglie Euridice s’è tolta la vita dopo esser stata colpita dalla notizia della morte del figlio: resta così solo, chiuso nel suo dolore.
L’opera appartiene al ciclo di drammi tebani ispirati alla drammatica sorte di Edipo, re di Tebe, e dei suoi discendenti. Altre due tragedie di Sofocle, l’Edipo re e l’Edipo a Colono, descrivono gli eventi precedenti, benché siano state scritte anni dopo.
Sébastien Norblin, Antigone donnant la sépulture à Polynice – Public Domain via Wikimedia Commons
Antigone ed Emone, rispettivamente figli di Edipo e Creonte, erano profondamente innamorati e legati da una promessa matrimoniale. Creonte, zio di Antigone oltre che spasimante respinto, era riuscito a mettere le mani sul trono di Tebe dopo che i legittimi eredi, Eteocle e Polinice, fratelli di Antigone, si erano affrontati in un duello mortale per entrambi. Spinto dalla propria natura empia e malvagia, il Tiranno aveva ordinato di non dare sepoltura ai corpi dei due caduti. Contravvenendo a quell’ordine, però, Antigone innalzò una pira e vi adagiò sopra il corpo di Polinice, cui la principessa era legata da profondo affetto. Dall’alto di una terrazza, Creonte vide il bagliore delle fiamme del rogo e si precipitò sul posto, sorprendendo Antigone. In preda alla collera per essere stato disubbidito e cogliendo in quella, l’occasione per potersi vendicare del rifiuto di Antigone, Creonte ordinò al figlio, il principe Emone, di seppellire viva la ragazza nella tomba di Polidice. Emone finse di ubbidire. In realtà sposò l’amata e la mise in salvo affidandola ad un gruppo di pastori, tra i monti. Antigone ebbe un figlio che, come tutti nella sua famiglia, portava impresso sul corpo il segno del serpente. Quando, molti anni dopo, ormai cresciuto, il ragazzo si presentò ad una gara con l’arco, Creonte lo riconobbe dal segno, lo catturò e lo fece mettere a morte. Invano Emone tentò di salvare il figlio; alla fine uccise se stesso e l’infelice Antigone.