mi fa male tutto
dappertutto
anche dietro le orecchie
potrei avere preso
il covid
per la centesima volta
da qualcuno che non ho mai
conosciuto
dorme male su di me il cuscino
ed io su lui
i fiori di rabbia
odorano
di assoluto

mi fa male tutto
dappertutto
anche dietro le orecchie
potrei avere preso
il covid
per la centesima volta
da qualcuno che non ho mai
conosciuto
dorme male su di me il cuscino
ed io su lui
i fiori di rabbia
odorano
di assoluto

omaggio a Max Ernst
Qui tra i muri è freddo
la rabbia non ha più nulla
di sexy
né toast da offrire
Come in un quadro di Max Ernst
gira gente
che ha scambiato
la scarpa della madre per la sciarpa
e se l’è appesa al collo:
vanno tutti in cerca della propria pazzia
la coscienza non abita più
la parola
Io sono la reincarnazione
di un tostapane
l.T. Debitum

chi mi ha generato?
un algoritmo.
un calcolo fatto non si sa
dove?
un amore in cammino
senza colore?
transito su binari di probabilità
meteore di sembianze umane
frammenti genitoriali
vi divampano
momenti di corpi, di vissuti
che deflagrano:
fantocci, ceneri
non ricordo
il pavimento luccica liscio
sotto il mio piede
mi sento a mio agio solo
in quest’ora
della sera
quando nella bruma
scocca
Il guizzo che m’avvampa

Billy Collins
Lo Sforzo
C’è nessuno che voglia unirsi a me
nel lanciare alcuni sassi verso
quegli insegnanti che amano porre la domanda:
“Che cosa sta cercando di dire il poeta?”
come se Thomas Hardy e Emily Dickinson
si fossero sforzati ma alla fine avessero fallito:
disgraziati incapaci di parlare, che altro non erano,
con la penna in bocca a guardare fuori dalla finestra in attesa d’un idea
Sì, sembra che Whitman, Amy Lowell
e tutti gli altri potessero solo tentare e fallire,
ma noi nella classe di Inglese della terza ora della prof Parker
qui al Liceo di Springfield ce la faremo
con l’aiuto di questi questionari di comprensione
a dire quel che il povero poeta non riusciva a dire,
e faremo tutto questo prima
dell’orgia dell’insalata di uova e tonno nota come pranzo.
Stasera, tuttavia, io sono quello che cerca
di dire che cosa significa questa assenza,
noi due che dormiamo e ci svegliamo sotto due diversi tetti.
L’immagine di questo vaso di fiori recisi,
non del nostro giardino, non aiuta.
E lo stesso vale per quel piatto singolo,
la lampada solitaria, e il tempo là fuori che preme il volto
contro queste finestre nuove, la pioggia leggera e il gelo del mattino.
E allora lascerò che sia la prof Parker,
che sta picchiettando con un gesso la lavagna,
e i suoi studenti – alcuni con la mano alzata,
altri trasandati con i loro cappellini portati a rovescio –
a capire quel che sto cercando di dire
su questo posto in cui mi trovo
e di farlo prima che suoni la campanella di mezzogiorno
e sia sguinzagliato il tornado di polpette di carne.
Billy Collins. da “Balistica”, Fazi Editore

“gli uomini primitivi credevano che anche le pietre avessero un’anima. Io voglio che lei sia la custode della mia anima.”
(Dal film Prendimi l’anima di Roberto Faenza)
soldino di pietra
in cerca di custode
sigaretta di bocca bocca
attende
spazientita di essere
fumata
sogno cattivo
in un giardino insoddisfatto del proprio verde:
scappa senza controllo al taglia erba
disorienta
quest’ anima disorientata
va presa dopo i pasti
a piccole dosi
attenzione a non superare quelle consigliate!
quest’ anima
al sangue come una bistecca:
la mia pazzia!

un fiume in piena
travolge queste rive
si riversa
sui passi che vi sono
poggiati
li trascina nel
gorgo
non li sommerge:
li culla
non chiedere dove
accade
ciò che ti accade
dentro
ha forse
un luogo la passione?

la mia voce
in aereo
si distende per le stagioni del caldo
raccoglie le gocce del vento
ho fischiettato
“è laggiù il mare”
nel viaggio
dall’isola interna
alla stretta di mano di un amico
la scommessa con la vita
è trofeo
che bello finalmente
somigliarsi!

la poesia
luogo dell’uomo
è capacità di
stare senza luogo
apro i miei sigilli,
come radici
tentacolari
si arrampicano scomposti
in te
e tu mi strappi e poi
mi dici al vento

mi imboscai dentro
la tua voce
leggera e colta
schiuma di seduzione
come in calda tenda
stetti ferma in attesa
dicendo in soffio sorridente
la parola “errante”
e non “assente”
Così si afferra la follia
del falco nello
spiccare il volo
tra le sue unghie
forse
poi si muore

L’emancipazione femminile ha affrontato sfide e superato spesso gli stereotipi che vedevano la donna atta al focolare domestico o dedita all’insegnamento o ad un impiego e ancora oggi certe riserve non sono state del tutto superate .Di certo nel 1901 la posizione della donna nella società era quella dell’emarginazione o al massimo della intrattenitrice di salotto o dell’addetta a lavori di riserva. Ma la protagonista di “Le formidabile donne del Grand Hotel” Wilhelmina Skogh fa cambiare radicalmente il punto di vista riuscendo con altre coraggiose compagne di lotta, a ristabilire l’equilibrio del Gran Hotel, caduto ,prima del suo intervento , irrimediabilmente in rovina. Siamo a Oslo ,in una fredda sera d’inverno e ai piani bassi del grand Hotel si celebra l’assegnazione del premio Nobel, del tutto ignari della situazione economica della location, vanto della corona svedese e simbolo stesso della città.
Wilhelmina Skogh è già nota per le sue doti imprenditoriali ,essendo riuscita con le sue sole forze a dare vita da una catena di hotel di successo nel paese Ma è una donna e questo la rende agli occhi di molti inadatta ,tanto che seguono alla sua direzione una serie di licenziamenti da parte del personale maschile che reputa intollerabile essere diretto da una donna .Lei non si scoraggia e assume un gruppo donne “formidabili” per voglia di farsi strada e cerarsi un’indipendenza economica e farà così risorgere a nuova vita l’Hotel
Interessante riscoprire la vita e gli stili della società del periodo e la storia delle donne che entrano a far parte del personale dell’hotel, ognuna con le sue peculiarità; pregi e difetti ma che sono accomunate dalla volontà di fare qualcosa di importante che supera le discordie e le inimicizie.Accanto a loro altre donne e nobildonne arroganti e saccenti ,in un alternarsi di sfaccetature e di tipologie femminili
Un romanzo di quasi 500 pagine che è epopea di un sodalizio tra donne destinato a essere un esempio di resilienza e fiducia nel futuro che fa bene alle donne di tutte le generazioni,anche perché è ispirato ad una storia realmente accaduta
Piccolo paggio
la favola del mio corpo
non oltrepassarla!
segreto ti appariva
come il sole e la pioggia
ti occorre ancora
distanza per vedermi
giovane
silenziosa
che si rinnova
in punta di piedi
come sul far del giorno
Stupidamente segreta nell’animo
la mia bocca cede
ritrosa
parole geometriche
che vanno
anche oggi a farsi male
su pensieri cerbiatti
Come allora
-ricordi?-
sui
banchi di scuola
intarsiati d’inchiostro
sempre quelle favole
che paralizzavano leggere
la storia del mondo
quando ancora
non c’era il mondo
ma solo il mio corpo
un minuscolo spunto in un dovechissà
che ti toccava
perché tu invece
c’eri
e stavi lì segreto
di me tua regina
innamorato

Franca Alaimo
Con la bocca piena di luce
Il mio corpo adolescente
era una casa di clausura
con un caldo tropicale
e sogni vaneggianti.
L’anima vi abitava
come un cardellino fiammeggiante
che abbiano accecato perché canti
più disperatamente
ma anche così dolcemente
che sentirlo è come immaginare
un aldilà magnifico.
Una casa con molti muri e stanze
e il giardino dei fiori d’oro dell’infanzia.
Pestavo un’erba magica nel frantoio
per risvegliare i giorni della gioia.
Il mare era incastonato
nel mezzo della carne
come un lapislazzulo blu,
la mente delirante,
la sabbia morbida, ardente.
Il mio castello è quello più alto
con bandiere di carta e ponti levatoi
fatti con stecche di ghiaccioli.
E il mare non è quello reale,
il tempo non è quello reale,
ma un altro dove volare arditamente
come un uccello misterioso
che non si ferma mai.
E non so che profumo di gelsomini
vi penetra certe sere
con una voce troppo leggera
di bambino:
andiamo, laggiù ce ne sono tanti.
Dammi la mano. Senti?
Ancora ci muoviamo nella luce lunare
che ci schiara le dita
e si specchia tranquilla
nell’acqua di un boccale
lasciato sopra il tavolo, all’aperto.
E il canto dei grilli fa un’onda così lunga
da attraversare il tempo.
C’era una volta. C’era una bambina
con una corona di latta sopra il capo
che giocava con il mondo
e lo ammirava stupita.
Che spoliazione infinita!
Quanto barbari sono i maestri.
Come grida il cuore:
Non devo dire questo,
non devo fare questo,
Sono una donna,
sono un animale muto.
Sono una menzogna.
Una gola di cera molle
dove tutti imprimono i pollici
per cacciare indietro la mia voce.
Sogno tutte le notti
un uomo che m’insegue con un coltello
affilato e lucente,
ed io ho paura che mi prenda.
Madre delle vergini, aiutami!
Io sono un vaso di vetro.
Un vaso che traspare come l’acqua.
E poi viene quella cosa rovente
che fa chiudere gli occhi
che fa ancora paura ma così struggente
che riempie di sospiri la bocca.
Inginocchiati, Amore, trema, fammi tua,
dimmi a voce bassa chi sei,
che loro non sentano più,
che non sentano.
La mia casa di carne è un fiore.
Io non voglio appassire.
Tu, madre, sei soltanto un’ombra.
Tu, padre, una corda intrecciata.
La luna galleggia come una barca bianca
nel cielo nero.
Colei che sta al timone è del tutto ubriaca.
Ha bevuto il vino senza fine della notte.
E, dopo, è come se piangessimo.
Ma è che mi ha svestita poco a poco
e le pupille bruciano.
Qualcosa sanguina.
Facciamo, il mio corpo accanto al suo corpo,
uno stendardo di seta
più grande dell’ombra blu delle montagne
e lo cuciamo con i baci e le parole
come fosse il solo tra i sacri riti
da offrire all’altare della vita.
Adesso so che il corpo non può avere riposo,
che vivere è come una mano che afferra.
Un’acqua che affiora dal fondo della terra
ed ha bisogno di zampillare, furiosa.
Che tutto il resto è solo sonno vuoto.
Che di ogni cosa bisogna scrivere.
Perché la realtà si ricordi,
perché si sappia rispondere.
Che scrivere significa essere donne
assolutamente libere,
con la bocca piena di luce,
con tanti fiori che bucano l’oscurità
coprendo la ferita.
Franca Alaimo, da “7 poemetti”, Interno Libri Edizioni

ora mi rimpicciolisco
e mi sogno
un sogno piccolo
piccolo
estremo
come uno scarabocchio
di me
come un’introduzione
postuma:
-quelle… dita che
mi(!?) amavano…-
tu la trovasti
una figura
trovasti
tracciata col lapis
su una roccia
tu raccogliesti il lapis
e scrivesti
la figura sorrise
un sorriso lungo
sette giorni
sette anni
sette attimi di eternità
…il sogno…
Foto cortesia con Irene Doura-Kavadia e Luisa Camere
COSÌ MI SEMBRA
che sono rimasto in un sogno.
la sonnolenza pomeridiana
aromi di campane
il piccione tuba.
Piccole trombe
disturbano i miei sensi
Mi riempiono i palmi di sangue.
Sveglio! e in lontananza
Una dea scende dall’Olimpo
cerca l’acqua vuole calmarsi
la sete divorante…
Sei arrivato! Non c’era nessuna mela
Nemmeno la guerra di Parigi è stata guidata.
Lentamente, Lima, Madrid continui,
Roma e la destinazione dei tuoi sogni.
Da lì venne il rapsodo…
Eccoti arrivato.
Poeta compagno
di ore
e lettere.
Grazie Luisa Camere
mostra due immagini
tuo e mio,
Tu eri il Premio.
Non voglio lasciare il bellissimo sogno
Tunica bianca,
“Leda con tulle vaporoso”
Vostra Grazia, nello sguardo celeste
riempiva i locali era il Palazzo.
Furgone rosso pieno di ali
carico d’amore.
Gli allori ti coronano la fronte.
Piura, 4 luglio 2024
Grazie a Dio, grazie al tuo bellissimo spirito, alla tua brillante semplicità, al tuo cuore infantile nell’accettare il gioco della dinamica, abbiamo raggiunto i nostri amati desideri e il tuo spirito inquieto ha insistito per andare alla pagina successiva PUBBLICARE ed eccoci qui Luchita, con gratitudine a Dio, alla vita che ci ha donato l’immenso sostegno delle nostre famiglie.
FELICE e FIERO DEL NOSTRO “CARICO D’AMORE”, che si è fatto strada ed è arrivato.
Grazie a Preeth Padmanabhan Nambiar, dall’India, Irene Doura-Kavadia, dalla Grecia e Johanna Devadayavu dall’India, sono gli ideatori e coloro che hanno reso possibile questo grande RICONOSCIMENTO, concedendo a “CARICATO D’AMORE” il
PREMIO LIBRO D’ORO,
Attraverso la Fondazione Writers Capital e grazie alla persona che ci ha proposto ed è stata attenta al nostro lavoro, mi riferisco a Elisa Mascia dall’Italia, alla quale ci accomunano tanti momenti e luoghi del Mondo Poetico Letterario.
Da Elisa Mascia ho ricevuto l’invito a partecipare al PANORAMA INTERNACIONAL ARTS&LITERATURE FESTIVAL, ho ricevuto all’inizio il sostegno dell’amata Mariella Porras dal Venezuela.
Per la mia semplicità, figlia di un Paese di contadini, di genitori di provata decenza e che lavorano dall’alba al tramonto.
Ricevere questa notizia mi ha commossa al punto da piangere come una bambina, per poter raggiungere il Paradiso e ricoprire i miei amatissimi genitori del meritato orgoglio. Sono grata, naturalmente, alla mia famiglia, che ha finalmente accettato la mia appartenenza a quello che chiamo “Il mio nuovo mondo”.
Luisa te lo dirà con parole sue.
Mia cara amica, compagna di lettere unite da “CARGADITOS DE AMOR” in un modo così bello con la purezza del cuore del “nostro bambino”.
Grazie per il tuo enorme impegno in ogni modo, nonostante il tuo piedino delicato sei riuscita a compiere la tua missione che hai fatto tua fin dal primo momento.
Scritto da Margarita Salirrosas de Verdeguer
Con infinita gioia copio le parole di Luisa Cámere.
” È stato davvero un privilegio ricevere il Golden Book Award da me e Margarita Salirrosas de Verdeguer. Sapere che Cargaditos de amor ha viaggiato per il mondo ed è stato premiato dalla Writers International Edition è stato un onore. Grazie Irene Doura-Kavadia per questo riconoscimento, mi sono sentito molto orgoglioso e ringrazio Dio, la mia famiglia e la meravigliosa poetessa e manager culturale che è stata l’artefice di questo legame Elisa Mascia. Mai più felice, grato per la vita di ricevere un premio da Atene, culla della poesia, di grandi pensatori come Aristotele, Platone, Socrate, culla della democrazia e della cultura occidentale… Non dimenticherò mai questo momento che vivrà ineffabile nella mia memoria e nel mio cuore! “磊
Luisa Camere
TAL ME PARECE
que me quedé en un sueño.
el sopor de la tarde
aromas de campanillas
arrullos de torcazas.
Minúsculas trompetas
alborotan mis sentidos
llenan mis palmas de sangre.
¡Despierto! Y a lo lejos
Una diosa baja del olimpo
busca agua quiere calmar
la sed devoradora…
¡Llegaste!, no hubo manzana
Ni Paris beleidoso pastoreaba.
Despacito, Lima, Madrid sigues,
Roma y tu destino insoñado.
De allí salió el rapsoda …
Allí llegaste tú.
Poeta compañera
de horas
y de letras.
Gracias Luisa Camere
muestras dos imágenes
tuya y mía,
Tú fuiste el Premio.
No quiero salir del bello sueño
Túnica blanca,
“Leda con vaporoso tul”
Tu gracia, en celeste mirada
llenó el recinto fue Palacio.
Camioneta roja llena de alas
cargadita de amor.
Laureles coronen tu frente.
Piura, 04 de julio de 2024
Gracias a Dios, gracias a tu bello espíritu, tu brillante sencillez, a tu corazón niño al aceptar el juego de dinámicas, echamos mano a nuestras amadas añoranzas y tu espíritu inquieto se empeño en ir a la página siguiente PUBLICAR y aquí estamos Luchita, con agradecimiento a Dios, a la vida que nos puso el inmenso apoyo de nuestras familias.
FELIZ y ORGULLOSA DE NUESTRO “CARGADITOS DE AMOR”, que se abrió paso y llegó.
Gracias a Preeth Padmanabhan Nambiar, de La India Irene Doura-Kavadia, de Grecia yJohanna Devadayavu de La India, ellos son los creadores y los que han hecho posible este grandioso RECONOCIMIENTO, concediendo ” CARGADITOS DE AMOR” el
GOLDEN BOOK AWARD,
A través de Writers Capital Fundation y gracias a quien nos propuso y estuvo pendiente de nuestro trabajo, me refiero a Elisa Mascia de Italia, con quien nos une muchos momentos y lugares del Mundo Literario Poético.
De Elisa Mascia recibí la invitación para participar en PANORAMA INTERNACIONAL ARTS&LITERATURE FESTIVAL, recibí en los inicios el apoyo de la querida Mariella Porras de Venezuela.
Para mi sencillez, hija de un pueblo de campesinos, de padres de probada decencia y de trabajo de sol a sol.
Recibir esta noticia me emocionó hasta el llanto de niña, para que llegara al cielo y bañar de orgullo merecido a mis muy amados padres. Agradezco, naturalmente a mi familia, que finalmente han aceptado mi pertenencia a lo que llamo “Mi nuevo mundo”.
Luisa ya les contará con sus propias palabras.
Mi querida amiga compañera de letras unidas por “CARGADITOS DE AMOR ” de una manera tan bonita con la pureza de nuestro corazón niño.
Gracias por tu tremendo esfuerzo en todos los sentidos, pese a tu delicado piececito pudiste cumplir con tu misión que la hiciste tuya desde el primer momento.
Margarita Salirrosas de Verdeguer
Con infinita alegría copio las palabras de Luisa Cámere.
Fue realmente un privilegio haber sido la portadora de recibir el Premio Golden Book de Margarita Salirrosas de Verdeguer y de mi persona. Saber que Cargaditos de amor recorrió el mundo y fue premiado por Writers International Edition ha sido un honor . Gracias Irene Doura-Kavadia por esta distinción , me sentí muy orgullosa y le doy gracias a Dios a mi familia y a la poeta y gestora cultural maravillosa que fue la artífice de esta connection Elisa Mascia. Nunca más feliz , agradecida por la vida por recibir un premio desde la Atenas , la cuna de la poesía, de los grandes pensadores como Aristóteles, Platón , Sócrates , cuna de la democracia y de la cultura occidental.. nunca olvidaré este momento que vivirá inefable en mi memoria y en mi corazón! 磊
Sharing beautiful moments during Global Vision Summit 2024
#writerscapitalfoundation#
@highlight
come corpi denutriti
urlanti a testa in giù,
farò rotolare questi respiri
fino a valle
dove tu sei arrivato
attirato
dall’odore del cibo
del villaggio
irruvidiva
dentro una mezza notte:
e prima che cadesse
il vento
la pelle scappava verso
il sogno

Scarabocchio
Un tempo portavo anche io un nome e in inverno un cappello contro il freddo, poi ho perso la strada, non so perché, sono la donna che alla sera dà da mangiare ai gatti, che sta con tutti un po’ ma non troppo, non amo il mio prossimo come me stessa, all’alba sono l’uomo alla fermata dell’autobus, a scuola, il bambino che tutti picchiano e tutti i suoi picchiatori, sono la donna alla finestra che fuma e quella della casa di fronte che la guarda, sono e qualche volta non sono, sono chi tu vuoi che io sia, eccomi, non so cantare, ma canto
Dove abito
Abito in una casa di antichi odori, il mio vicino
è morto tempo fa, mi guarda dalla finestra mentre stendo i panni prima di sera, ci vediamo domani, vivo la vita di tutti, raccolgo briciole e le spargo sul davanzale prima di andare a dormire sempre alla stessa ora
Stefanie Golisch
da: L’ affresco del maldestro vivere
Quaderni di RebStein, LXXXIV, Giugno 2021.

c’è una radice
in me
che cerca
qualcosa di diverso
dalla paura
di vivere
con i capelli madidi
che le si fanno
danza

“… sono sicuro
di poter guardare senza angoscia
l’uomo di legno dello specchio”
Miquel Marti i Pol, Qualcuno che aspetta in “Poesia”, Crocetti editore, n. 17
—
guardarsi allo specchio e
scoprirsi di legno.
c’è un verità che
fa male
come l‘herpes sul labbro
e una che lascia
indifferenti,
non ne conosco
nessuna che faccia bene
(e la tua fata più intima
sorride)
spero che il cielo
non mi veda
come mi vedo io
è a questo, in fondo,
che servono
le nuvole

ciò che mi riguarda
-ormai da me è lontano
ogni gioco con
la statua
della Divina Accoglienza –
ho raccolto in quel
ditale secco
che lo specchio
ha buttato senza immagine
oltre il tuo amore
prendersi sul serio e
scoprirsi dove “non càpita mai”
come una cosa stupida

Sul binario di Dio
Nel freddo fruscio del torrente
abbeveratoio di silenzio
aspergo di parsimonia la giornata
che mi incute lune e ombre.
Vetro trasparente e ferro forgiato
è il mio andare. Un andare mio
inconsapevole e vano.
Come tenda da cui filtri il sole
proietta il disegno sul muro
così è la cocente aspirazione di pace:
chiara e tremula dai contorni incompiuti.
Eppure mi volgo verso il sole
verso un padre che crebbe lucente in
me.
Eppure dei giorni vado cantando
tra i solchi
del mio destino. Un destino
di morte e pazienza che ricama
florilegi, proiezioni d’immenso.
Il cielo si abbatte sul canto dell’acqua
sul ninnare pacifico del vortice al sasso.
Sul binario di dio scivola il vivere prima
di slittare anelante
all’impazienza del semprevivente.
Lucia Lascialfari

Non vi dirò il suo nome
cammino all’oscuro
sento colpi del corpo contro il muro
È lì che dorme, che respira, lei
Non vi dirò il suo nome
soltanto io la chiamo quando parlo
e lei risponde mormorando
nello zolfo del sonno.
La sua voce è la notte
è la finestra laggiù,
la luce opaca
nel cortile accecato dentro il nero.
Non vi dirò il suo nome
soltanto io conosco
quello che rinchiude.
La porta è chiusa, e dietro
ansia, paura e certe volte
ballo scatenato
urlo di vagina.
Non vi dirò il suo nome
è un nome sconosciuto
come il mio
Mauro Pesce

vi condanno ad essere voi
per il resto della vita;
“voi”
non “voi stessi”
in tonfi d’identità
(non si cavalcano andirivieni
in uteri di arcobaleni)
vi condanno a recitare per me:
sarò insieme pubblico
e copione
non so chi di voi
renderò immortale e
chi consacrerò alla noia di
corone funerarie
il mio biglietto
plauso o sberleffo
lo pagate voi
vostra aff.
Anima

vuoi sapere com’è fatto un uomo
quante volte
ha pianto dietro una porta
ha sorriso a qualcuno
e il sorriso non é andato a segno?
quante volte
-crampi allo stomaco per la paura-
ha messo in moto
senza sapere dove andare?
vuoi sapere in quante
pizzerie ha gettato la spugna
voglioso di momenti senza pensare
momenti passionali
dove ad esporsi è l’ anima e il resto
sta a guardare?
vuoi sapere quante volte ha
pregato Dio
invocando le corna di cervo
del suo io?
quante volte
il sangue fremeva di desiderio,
i muscoli ridevano nella speranza,
e lui si ergeva in tua presenza?
vuoi sapere com’è fatto un uomo?
perché é così certo che avrà quel
che ha chiesto all’universo?
ecco
non lo so!
ma se avessi il tuo numero,
ti telefonerei
——–

Giornata di sciopero da se stessi
Troppo lungo abbiamo patito sotto il gioco dispotico di noi
stessi
*rifiuta di ascoltarti
*tronca ogni legame finanziario con te stesso
*disconosci membri della tua famiglia e gli amici
*boicotta il tuo lavoro
*cancellati da tutti i social media
*dismetti l’autorità
*contesta attivamente la tua coscienza
ricorda l’io é il problema
Charles Bernstein, da Eco

Inesausta aporia
di orizzonti scavati
è il mio nome
come dimenticarsi di me
se piango?

“(non è più possibile
essere al contempo umani e vivi)”
da: M. Atwood: “Rifiuti di appropriarti”
in Esercizi di potere
E’ troppo tardi
e non era alla tua festa
ma…
la prossima volta che
accogliamo il respiro
dovremo scegliere prima
cosa fare a pezzi
di ciò che è “noi”
forse non è troppo tardi
il giocattolo rotto
… ha ancora voglia
nella vita c’è caduto
con tutte le
scarpe.

e c’era una finestrella
aperta
nel confuso stanzino
così le farfalle potevano
passare
lasciare in volo
i loro colori
Un ritorno indietro Anna
ad ali da ritrovare
come quelle che cercasti di afferrare
sulle spalle di tuo figlio
prima che se ne impossessassero
le foto sul comò
poi nella piccola stanza
avresti fatto
l’inventario

d’estate, a Mondello
il caldo salino la pineta
giovani abbracci
scegliere
su quale fianco sfrenati
addormentarsi
quella parte di mondo
ha lasciato indietro un’ora una sera
una scia
da lì si è alzato
l’ultimo rapace

Brezza
Mi ritrovo
nell’aria che si leva
puntuale al meriggio
e volge foglie e rami
alla montagna.
Potessero così
sollevarsi
i miei pensieri un poco ogni giorno:
non credessi mai
spenti gli aneliti
nel mio cuore.
8 giugno 1935
Una poesia,questa di Antonia Pozzi dedicata all’amore, gran parte delle sue ;quell’amore sognato e idealizzato che lasciò un segno indelebile nella sua giovane anima protesa all’infinito come quella di Leopardi. Basta una sola poesia a farci capire la grandezza lirica di questa giovane donna, morta suicida a soli 26 anni d’età. Il riferimento costante tra la sua anima e il paesaggio circostante, nella fattispecie quello di Pasturo (Lecco) rende inscindibile la sacralità del suo amore che si lega alla natura, complice e testimone del suo anelito .
Qui è la brezza che si leva al meriggio e che ,come un respiro delicato ,fa volgere le foglie e i rami verso la montagna, luogo di mistero ma anche di pace inviolabile .Sembrano alleggerirsi gli alberi che si lasciano cullare e abbracciare dalla brezza ma non è cosi per i pensieri che affliggono la giovane che li vorrebbe alleggeriti per non sentirsene gravata e poter a poco a poco spengere quel fuoco d’amore che arde in lei .Come non ricordare anche qui qualche verso de “La sera del dì di festa” di Leopardi che da un incipit di quiete della natura ci porta al suo senso di esclusione e di infelicità o ancora alla poesia” A se stesso” dove ancora una volta è il cuore deluso ad essere oggetto di ispirazione?
Antonia Pozzi in realtà non era dapprima stata rifiutata come invece accadde a Leopardi, dal suo grande amore, il suo professore di greco e latino Antonio Maria Cervi, poco più che trentenne, anima colta e integerrima ma che non ebbe la forza di lottare per il loro amore, contrastato aspramente dalla famiglia di lei. E lei idealizzò e fece di questo amore negato il suo punto di riferimento verso tutto ciò che non la gratificava e non placava la sua sete d’infinito e di poesia, tanto da farle desiderare di non vivere più.
Se verrai da me non guardare
altrove
guarda dentro di te
guardati con i miei occhi.
Con noncuranza parlami
con noncuranza tacimi
sbircia tra le mie labbra,
baciami
la tua robustezza
è fatta dal sogno di un soffio.
